Se la pace diventa armata: il rischio della logica “si vis pacem, para bellum” in un mondo squilibrato

C’è una verità inquietante che attraversa la storia, dalla Roma antica ai salotti televisivi dell’Occidente contemporaneo: l’idea che “chi desidera la pace, prepari la guerra”. Un monito che, nelle parole di Vegezio, poteva essere interpretato come richiamo alla prudenza, all’autodifesa, persino a una dimensione spirituale della lotta contro i nostri demoni interiori, come ci ricorda la tradizione cristiana. Ma nella realtà politica e sociale del nostro tempo, questa massima è stata trasformata in un dogma che giustifica il riarmo, la corsa agli armamenti e la militarizzazione delle coscienze collettive.

Il pensiero apparentemente inappuntabile in un mondo perfetto è che le armi, di per sé, non sparano; sono le persone, le loro scelte, i loro squilibri, a determinarne l’uso. In una società governata da uomini e donne giusti, dotati di equilibrio, di rispetto per la vita, le leggi e la democrazia, la presenza di armi non rappresenterebbe una minaccia. Ma siamo davvero sicuri di vivere in questo mondo ideale?

Dall’individuo al sistema: quando lo squilibrio diventa legge

La cronaca e la storia recente ci insegnano il contrario. Negli Stati Uniti, la diffusione indiscriminata delle armi leggere tra la popolazione civile, giustificata dalla retorica della “difesa personale”, si traduce ogni anno in decine di migliaia di morti: omicidi, suicidi, stragi nelle scuole, nelle chiese, nei centri commerciali. Un’ecatombe che non trova paragone nei Paesi in cui le armi sono rigidamente controllate e limitate. Il parallelismo tra il micro (le armi nelle case) e il macro (le armi negli arsenali nucleari) è tutt’altro che peregrino: le dinamiche psicologiche e sociali che conducono alla violenza sono le stesse, semplicemente amplificate dal potere a disposizione di chi decide.

Oggi il mondo si trova di fronte a una nuova stagione di riarmo, in Europa come negli Stati Uniti, in Russia come in Cina. I leader che gestiscono questi arsenali, spesso in preda a ossessioni di potere, pulsioni autoritarie, interessi personali o veri e propri disturbi narcisistici, dispongono della possibilità di premere il “bottone rosso”. Donald Trump – figura per molti versi borderline, capace di decisioni spregiudicate e azzardate – si è trovato più volte a un passo dal conflitto nucleare. Benjamin Netanyahu, con le sue scelte guidate dalla volontà di non finire sotto processo e dalla necessità di mantenere il potere, ha scatenato guerre devastanti e, secondo il diritto internazionale, un vero e proprio genocidio, pur di sopravvivere politicamente.

In questo scenario, parlare di armi come semplici “strumenti” neutri, il cui uso dipende dalla “maturità” delle persone, è un esercizio retorico pericoloso. La storia dimostra che più le armi sono diffuse, più cresce la probabilità che vengano usate. La dinamica del consumismo armato – la pressione industriale, il bisogno di mercato, il ciclo produzione-consumo – si applica oggi anche al settore bellico: armi che vengono prodotte per essere vendute e usate, perché ogni prodotto invenduto rappresenta una perdita e ogni conflitto una nuova occasione di profitto.

La psiche collettiva sotto assedio

L’idea che la pace si costruisca “dentro di noi”, che sia la vittoria sulla parte più oscura dell’animo umano, come insegnava Cassiano, ha un fondamento nella psicologia della guerra. Ma questa dimensione interiore viene quotidianamente erosa da una narrazione pubblica che normalizza la logica del nemico, che trasforma la guerra in necessità tecnica, in show mediatico, in “opportunità” economica. I servizi televisivi che presentano con entusiasmo i nuovi bombardieri invisibili ai radar, le interviste ai produttori di droni, la discussione ossessiva sull’aumento delle spese militari – come se la pace si misurasse in percentuali di PIL destinati agli armamenti – contribuiscono a costruire un clima culturale che rende il riarmo quasi inevitabile, e la pace una pia illusione.

Dimentichiamo, così facendo, che le società diventano ciò che coltivano: se investiamo miliardi in armi e briciole in cooperazione internazionale, in istruzione, in cultura della pace, non è difficile prevedere il futuro che ci attende. La logica del “si vis pacem, para bellum” finisce per autoavverarsi: preparare la guerra per mantenere la pace è il modo più sicuro per ritrovarsi, prima o poi, in guerra.

La responsabilità della parola pubblica

Qui sta la vera responsabilità dei giornalisti, degli intellettuali, degli educatori: non cedere alla semplificazione, non giustificare l’inevitabilità della guerra e del riarmo, non confondere la prudenza con la rassegnazione all’ordine armato. Ogni articolo, ogni analisi, ogni parola pubblica che contribuisca – anche solo indirettamente – a normalizzare la corsa agli armamenti, diventa parte del problema.

Certo, nessuno ignora la complessità del mondo. Nessuno è ingenuo al punto da pensare che il disarmo possa avvenire dall’oggi al domani, o che la violenza scomparirà per decreto. Ma ogni passo verso la limitazione delle armi, ogni sforzo per ridurre la diffusione di strumenti di morte, ogni investimento nell’educazione alla pace, è una barriera in più contro il rischio – sempre attuale – che un singolo squilibrato, un leader accecato dal potere, trascini interi popoli nel baratro.

Dalla memoria alla resistenza: il dovere di una narrazione alternativa

La pace non è il risultato dell’equilibrio delle minacce, ma della costruzione di culture e istituzioni che disinneschino, alla radice, la tentazione della violenza. Non dobbiamo mai smettere di ricordare le “microriuscite quotidiane”, i gesti di disarmo, le scelte di dialogo, le esperienze di cooperazione internazionale. È questa la vera resistenza alla logica bellica che ci viene quotidianamente riproposta come inevitabile.

In un mondo governato da uomini e donne perfettamente equilibrati, le armi sarebbero davvero “solo strumenti”. Ma in un mondo reale, abitato da persone fragili, spesso egoiste, talvolta pericolose, la diffusione delle armi – dalle pistole nelle case alle testate nucleari nei silos – è un rischio che non possiamo più permetterci di correre.
La responsabilità non è solo di chi le usa, ma anche di chi le produce, le vende, le giustifica.
E soprattutto, di chi le normalizza nei nostri pensieri.

In sintesi: non è la paura a chiedere il disarmo, ma la consapevolezza dei limiti umani. Se davvero vogliamo la pace, iniziamo a smontare la cultura delle armi, nelle nostre case e nei palazzi del potere. Non c’è altra via.

“Il Leviatano neoliberale e il destino rapito: come il capitalismo digitale sta divorando la democrazia”

Se Karl Marx potesse osservare il nostro tempo, vedrebbe realizzata davanti ai suoi occhi la profezia più cupa contenuta nel Capitale. L’accumulazione senza freni, la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi, la trasformazione delle imprese da luoghi di lavoro collettivo a macchine di estrazione di ricchezza per gli azionisti globali. Ma c’è qualcosa di nuovo e persino più inquietante rispetto ai suoi tempi: il Leviatano neoliberale ha mutato pelle, inglobando le tecnologie digitali come strumenti di dominio e controllo.

Lo ricorda Emanuele Felice, economista e docente di Storia economica alla IULM di Milano, nel suo Manifesto per un’altra economia e un’altra politica (Feltrinelli, 2024). Felice non si limita a confermare l’analisi marxiana sulla concentrazione del capitale, ma l’aggiorna con un’osservazione netta: questa legge non è inevitabile. E porta prove storiche. Durante buona parte del Novecento, la forza organizzata del movimento dei lavoratori, unita a una politica democratica capace di redistribuire la ricchezza, è riuscita a rallentare o invertire questa tendenza, generando decenni di crescita inclusiva.

Oggi, invece, assistiamo a un paradosso. Mentre il neoliberalismo sventola la bandiera della concorrenza, l’economia reale è strangolata da monopoli e oligopoli digitali; mentre invoca la libertà, facilita regimi autoritari che usano la sua stessa logica di sfruttamento, purché garantiscano stabilità ai mercati; mentre predica la crescita infinita, si pone in antitesi totale con i limiti ambientali del pianeta.

Il punto politico è chiaro: il neoliberalismo è incompatibile persino con il liberalismo classico, quello di John Stuart Mill, che auspicava un futuro in cui “l’arte di vivere” e il progresso morale e sociale avessero la meglio sulla cieca accumulazione di capitale. Un pensiero dimenticato in favore dell’idolo della crescita illimitata, che oggi sacrifica lavoro, salute, ambiente e democrazia stessa.

L’ascensore sociale si è rotto, la forbice tra ricchi e poveri si allarga, le politiche fiscali sono regressivamente orientate contro i ceti medi e popolari. In Italia, ad esempio, gli ultimi rapporti ISTAT e Oxfam confermano che il 20% più ricco possiede circa il 70% della ricchezza nazionale, mentre la povertà assoluta colpisce oltre 5,6 milioni di persone, un record storico.

In parallelo, i giganti tecnofinanziari dominano ogni settore: Amazon con la logistica e il commercio, Google con i dati e la pubblicità, BlackRock e Vanguard con le partecipazioni incrociate che tengono in pugno le principali multinazionali. La concorrenza è morta. Gli antitrust, nati per garantire pluralismo economico e difendere i cittadini da abusi di posizione dominante, sono diventati armi spuntate, ostaggio di lobby e governi complici.

Felice propone soluzioni tanto intuitive quanto rivoluzionarie: investire massicciamente sull’istruzione per formare coscienze critiche, introdurre un salario minimo dignitoso, riformare la tassazione in senso progressivo, reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti per spezzare la catena di comando tra grandi gruppi economici e politica, misurare il Pil correggendolo per l’impatto ambientale, arginare la finanza speculativa, favorendo credito ed economia reale. Soprattutto, ricostruire un tessuto sociale e politico che possa affrontare i due Leviatani contemporanei: gli Stati totalitari e lo strapotere delle Big Tech e della finanza.

Il destino non è scritto, ma la lotta è impari. Se la sinistra vorrà tornare a essere popolare e non solo un club di élite illuminate, dovrà rimettere al centro la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale e la difesa della democrazia dal potere concentrato. Perché la concentrazione del capitale non è una legge naturale: è una scelta politica. Ed è sempre il popolo a pagarne il prezzo più alto.

“Strage di Bologna: la verità giudiziaria che smaschera l’intreccio tra P2, Servizi deviati, mafia e trame nere”

La sentenza della Cassazione che conferma il verdetto d’appello sulla strage di Bologna non è solo un atto giudiziario: è la deflagrazione di un’intera narrazione storica costruita su mezze verità, depistaggi e silenzi imposti. Per la prima volta, un tribunale italiano riconosce l’esistenza di una regia unitaria che lega massonerie deviate, terrorismo nero, mafia, Servizi segreti e politica istituzionale.

Secondo la sentenza, la bomba del 2 agosto 1980 fu programmata e finanziata con un milione di dollari da Licio Gelli e Umberto Ortolani (P2), utilizzando fondi del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La pianificazione fu gestita da Federico Umberto D’Amato, già regista oscuro di Piazza Fontana e Pinelli, con l’appoggio mediatico di Mario Tedeschi del MSI. Gli esecutori materiali – Fioravanti, Mambro, Picciafuoco, Bellini, Ciavardini, Cavallini – provenivano da NAR, Ordine Nero, AN, Terza Posizione: l’intero arcipelago neofascista messo al servizio della strategia della tensione.

Dalla strage di Piazza Fontana a Piazza della Loggia, fino all’Italicus e Bologna

Questo schema criminale non nasce a Bologna. È la continuazione di un progetto che, come abbiamo analizzato nei nostri articoli su Piazza Fontana, si consolida con la strage di Piazza della Loggia a Brescia e l’attentato al treno Italicus nel 1974, sempre attribuiti alla destra eversiva ma con protezioni e coperture che rimandano agli apparati dello Stato. La sentenza di Bologna conferma l’esistenza di un filo nero che attraversa trent’anni di Repubblica, un filo che parte dall’eversione nera e arriva fino alle stragi mafiose degli anni ’90.

La mafia come braccio armato e l’ombra della Falange Armata

Negli articoli già pubblicati abbiamo ricostruito come la mafia, in particolare i corleonesi, utilizzarono la sigla Falange Armata per rivendicare omicidi e attentati tra il 1990 e il 1994, coprendo una guerra allo Stato che aveva matrice mafiosa ma strategia e linguaggio militare e fascista. Come la presenza in Sicilia di Stefano delle Chiaie Prima della strage di capaci. Non fu un caso che la sigla comparve sempre in coincidenza con i messaggi lanciati da “menti raffinate” – come le definì Falcone – interne agli apparati. La Falange Armata rivendicò attentati in cui si mescolavano terrorismo neofascista, stragismo mafioso e regia istituzionale deviata, come per i morti di Capaci, via D’Amelio, gli attentati continentali e l’omicidio Lima.

Via Gradoli: la tonnara dei Servizi

Tra le rivelazioni più oscure della sentenza emerge la vicenda di via Gradoli, strada segreta dei Servizi a Roma. Qui, secondo l’inchiesta, furono ospitati latitanti NAR e BR. L’allora dirigente Sisde Vincenzo Parisi acquistò tra il 1979 e il 1987 otto appartamenti, confermando che la zona era sotto controllo di un potere parallelo. Via Gradoli, già teatro del sequestro Moro, era conosciuta come “la tonnara”: un vicolo cieco dove si poteva intrappolare chiunque o proteggerlo, secondo convenienza.

P2, mafia, massoneria deviata e Servizi: un’unica strategia

L’inchiesta che ha portato alla sentenza di Bologna è stata definita rivoluzione digitale investigativa, con l’integrazione di oltre 3500 allegati, dalla strage di Piazza Fontana all’omicidio Mattarella, da Ustica al caso Moro. Magistrati e Guardia di Finanza hanno seguito l’insegnamento di Falcone: “Follow the money”, senza cedere alle narrazioni dei pentiti. Hanno dimostrato che il terrorismo nero era finanziato dalla massoneria deviata della P2, organizzato da apparati dello Stato e, quando serviva, protetto dalla mafia come braccio operativo sul territorio. L’intreccio era, ed è, un unico organismo criminale, legato da potere, segretezza e impunità.

Riscrivere la storia per liberare la Repubblica

La conferma della Cassazione è solo un primo passo. Ora occorre riscrivere la storia che ci hanno raccontato: una storia di verità parziali che hanno nascosto la vera natura della Repubblica nata dalla Resistenza e poi svenduta a poteri occulti, padroni di logge, Servizi e traffici internazionali.

Come abbiamo scritto nei nostri articoli precedenti su Gladio, P2, mafia e stragi di Stato, solo la piena luce su queste connessioni potrà restituire dignità a chi fu assassinato e verità a un Paese che oggi rischia di ripiombare nell’oscurità della manipolazione di massa.

Perché la memoria non sia soltanto commemorazione, ma azione politica di liberazione.

“Eutanasia di Stato per l’Italia interna: il decreto che pianifica l’abbandono, ignorando il Modello Riace come via di rinascita”

C’è una frase, in un documento ministeriale pubblicato senza clamore, che dovrebbe scuotere ogni coscienza democratica di questo Paese. È a pagina 45 del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con anni di ritardo e diffuso solo ora dal Ministero per la Coesione territoriale. Recita:

“Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento.”

Non è un refuso, né un lapsus di linguaggio tecnico. È un verdetto di condanna, scritto nero su bianco, che pianifica l’eutanasia graduale di migliaia di comunità italiane.

Cosa dice davvero il PSNAI

Le Aree Interne sono 3.904 comuni, pari a circa il 60% dell’intero territorio nazionale, popolati da 13,3 milioni di abitanti (Istat 2024). Territori montani, collinari, rurali, marginali rispetto ai grandi poli urbani, eppure detentori di:
• gran parte delle risorse idriche e forestali italiane,
• il 70% della biodiversità nazionale,
• un patrimonio storico e architettonico senza eguali,
• comunità coese che rappresentano l’identità più profonda del Paese.

Il documento PSNAI, invece, divide questi territori in “rilanciabili” e “non rilanciabili”, stabilendo per i secondi un destino di lento decadimento assistito. Si prevede un “welfare del tramonto”: badanti, farmaci, assistenza minima, senza strategia per trattenere i giovani, creare lavoro, garantire servizi, stimolare nuove economie.

Costituzione violata

L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Qui accade l’opposto: si consacra l’esclusione. Non si rimuovono ostacoli; si dichiara la loro insormontabilità e si organizza la ritirata.

Perché questa scelta è pericolosa
1. Errore strategico
In un Paese con oltre 50.000 frane attive, abbandonare la montagna significa lasciare scoperto il territorio, rinunciando al presidio umano essenziale contro il dissesto idrogeologico, come denuncia Legambiente.
2. Suicidio economico
Le Aree Interne sono decisive per:
• la transizione agroecologica,
• la produzione energetica rinnovabile,
• il turismo lento e diffuso,
• la sovranità alimentare,
• la difesa del paesaggio che rende l’Italia unica al mondo.
3. Disegno politico
Concentrare la popolazione nelle città facilita il controllo sociale, alimenta il consumo di massa, marginalizza le economie di prossimità. È la logica delle smart cities già teorizzata dal World Economic Forum: sorveglianza digitale, urbanizzazione intensiva, desertificazione umana delle aree rurali.

Il modello Riace: la prova che invertire la rotta è possibile

In questo scenario di resa istituzionale, esiste un esempio concreto, italiano, studiato in tutto il mondo, che dimostra che invertire la tendenza allo spopolamento non solo è possibile, ma genera benefici sociali, economici e culturali. Si chiama Modello Riace.

Cosa ha fatto Riace

Nel 1998, il piccolo borgo calabrese, con meno di 2.000 abitanti e un futuro segnato dalla fuga dei giovani e dall’abbandono, accoglie un veliero carico di rifugiati curdi arenato sulla sua costa. Il sindaco Mimmo Lucano, allora giovane insegnante, insieme alla comunità, decide di aprire le case abbandonate ai migranti, ristrutturandole con fondi comunali e progetti SPRAR. Nasce così un modello innovativo:
• Accoglienza diffusa e integrata: i rifugiati vivono in appartamenti nei borghi, non in centri di detenzione.
• Lavoro e formazione: laboratori artigianali, agricoltura, assistenza agli anziani, scuole di lingua italiana, servizi pubblici.
• Rinascita economica: botteghe riaperte, produzioni tipiche rilanciate, cooperative di servizi, turismo solidale.
• Rigenerazione urbana: centinaia di case recuperate dall’abbandono, strade e piazze tornate vive.

Riace torna a vivere, attraendo giovani famiglie, studenti, ricercatori da tutto il mondo. Viene definito dalla rivista Fortune uno dei 50 uomini più influenti al mondo per il suo modello di inclusione.

Il sabotaggio politico del modello

Il ministro Salvini, nel 2018, attua un vero e proprio attacco giudiziario e amministrativo contro Mimmo Lucano e Riace:
• Taglia i fondi SPRAR,
• Abolisce l’accoglienza diffusa a favore dei grandi centri di reclusione,
• Trasforma il tema dell’accoglienza in questione di sicurezza e ordine pubblico,
• Promuove una narrazione tossica: i migranti come nemici, Lucano come traditore.

Oggi, dopo lunghe vicende giudiziarie, gran parte delle accuse si sono dissolte, e la Cassazione ha ridimensionato drasticamente la condanna, riconoscendo l’assenza di scopi personali di lucro. Ma il danno politico al modello Riace resta.

Un modello per l’Italia intera

Il PSNAI dichiara che i borghi non possono invertire la rotta dello spopolamento. Riace dimostra il contrario. Ecco perché il modello Riace rappresenta una proposta concreta di soluzione:

✅ Ripopolamento immediato: famiglie giovani, manodopera agricola, artigiani.
✅ Inclusione sociale e integrazione culturale: scambio di saperi, nuove scuole, laboratori.
✅ Rinascita economica: microcredito, cooperative, turismo etico.
✅ Presidio territoriale: manutenzione, agricoltura, prevenzione dissesto idrogeologico.
✅ Rigenerazione urbana: case ristrutturate, centri storici riaperti.

Il paradosso italiano

Mentre l’Europa finanzia progetti di ripopolamento rurale con fondi FESR e FSE+, l’Italia chiude i borghi e chiama questa strategia “accompagnamento al declino”. Invece di investire nel modello Riace, criminalizza chi lo applica.

Conclusione: quale Paese vogliamo essere?
Il PSNAI non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: “Non contate più.”
Ma Riace insegna che un’altra via è possibile. Significa scegliere se vogliamo essere un Paese che pianifica la propria fine, un borgo alla volta, o un Paese che riscopre sé stesso proprio da quei borghi che hanno fatto la sua Storia.
Significa scegliere se vogliamo uno Stato che accompagna al declino o uno Stato che si rialza, applicando l’articolo 3 della Costituzione, rimuovendo davvero gli ostacoli e dando dignità e futuro a ogni comunità, nessuna esclusa.

Fonti e approfondimenti consultati
• PSNAI 2021-2027 – Ministero per la Coesione territoriale, pubblicazione marzo 2025.
• Istat 2024 – popolazione e territori rurali.
• CREA 2023 – Rapporto sul potenziale economico delle aree rurali italiane.
• Legambiente 2024 – dossier Dissesto Idrogeologico e presidi umani.
• Riace Foundation – Progetti 1998-2024.
• Sentenze e ordinanze Cassazione sul caso Mimmo Lucano 2021-2024.
• Programmi di coesione territoriale EU (France Relance, Zukunftsland DE, Finland Rural Policy).
• Fortune, “World’s 50 Greatest Leaders: Mimmo Lucano”, 2016.

La verità che brucia: genocidio, colonialismo e complicità globale – oltre le parole di Francesca Albanese

  1. Genocidio come progetto coloniale: la storia che si ripete

Francesca Albanese definisce il massacro in corso a Gaza un genocidio coloniale. Non è un’espressione retorica. La Convenzione ONU sul Genocidio (1948) definisce genocidio qualsiasi atto compiuto con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, includendo la creazione di condizioni di vita destinate a provocarne la distruzione fisica. Israele ha imposto la fame come arma, distrutto il sistema sanitario, bombardato scuole, ospedali, moschee e chiese, ucciso oltre 38.000 civili (stima ONU e OCHA, luglio 2025), tra cui più di 15.000 bambini, e ha causato l’esodo forzato del 90% della popolazione di Gaza.

Questa strategia riprende fedelmente le pratiche coloniali europee: dagli stermini britannici in Kenya durante la rivolta dei Mau Mau (1952-1960), quando i civili furono rinchiusi in campi di concentramento e affamati, fino al genocidio tedesco di Nama ed Herero in Namibia, dove i sopravvissuti furono spinti nel deserto per morire di fame e sete. Anche lì, la finalità non era solo uccidere, ma cancellare l’esistenza storica e politica di quei popoli.

  1. La fame come arma: il crimine di guerra dimenticato

La fame imposta deliberatamente è riconosciuta come crimine di guerra dall’Art. 8 dello Statuto di Roma. Secondo il World Food Programme (giugno 2025), oltre 500.000 palestinesi sono in condizione di carestia estrema, senza accesso a cibo sicuro e acqua potabile. Più del 90% delle riserve idriche di Gaza sono contaminate da liquami e metalli pesanti, mentre Israele ha bombardato 76 impianti di depurazione (Fonte: OCHA).

Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale israeliano Tzachi Hanegbi ha dichiarato a gennaio 2024 che “Gaza morirà di fame e sete finché non si arrenderà”. Questa frase, ignorata dai media mainstream, testimonia l’intenzionalità dello sterminio.

  1. Distruggere la memoria: il genocidio culturale

Albanese sottolinea che Israele non elimina solo corpi, ma la memoria storica palestinese: sono stati rasi al suolo musei, università (Islamic University di Gaza, bombardata due volte), archivi storici e culturali, centri artistici come il Dar Yusuf Nasri Jacir for Art and Research a Betlemme. Più di 200 giornalisti sono stati uccisi (Committee to Protect Journalists, giugno 2025), cifra mai registrata in un solo conflitto.

Questo processo, noto come memoricide (termine introdotto da Raphael Lemkin, giurista che coniò anche “genocidio”), è finalizzato a cancellare l’identità di un popolo. Accadde ai Nativi americani attraverso le boarding schools, agli aborigeni australiani con lo Stolen Generations Act, e ora ai palestinesi.

  1. Complicità internazionale: crimine di crimini

Secondo Albanese, le democrazie occidentali sono complici. Lo Statuto di Roma all’art. 25 stabilisce la responsabilità penale individuale anche per chi istiga o facilita crimini di guerra. David Cameron, che avrebbe minacciato di ritirare il Regno Unito dalla CPI per proteggere Netanyahu, commetterebbe reato di ostruzione alla giustizia internazionale. Lo stesso vale per Rishi Sunak. Allo stesso modo, l’Italia che continua a fornire armi a Israele – come confermato dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) – viola i suoi obblighi di Stato parte della Convenzione sul Genocidio.

  1. L’economia del genocidio: multinazionali, banche e università

Il prossimo rapporto di Albanese elencherà 50 entità private complici:
• Industria bellica: Elbit Systems (droni Hermes e Skylark testati su Gaza), Lockheed Martin (F-35 usati nei bombardamenti), Boeing (missili a guida laser).
• Big Tech: Amazon Web Services e Google Cloud forniscono l’infrastruttura informatica per Project Nimbus, programma militare israeliano di sorveglianza e IA.
• Banche e fondi pensione: investimenti in armi israeliane (BlackRock, Vanguard).
• Università: partnership accademiche che sviluppano tecnologie di sicurezza per l’IDF, come il Technion Institute.
• Turismo coloniale: Airbnb e Booking promuovono strutture negli insediamenti illegali in Cisgiordania, normalizzando l’occupazione (Human Rights Watch, 2019).

Queste aziende traggono profitto dalla distruzione: Gaza diventa il più grande laboratorio militare a cielo aperto del mondo, come lo definisce Neve Gordon (Università di Ben Gurion), dove armi e tecnologie di sorveglianza vengono testate prima di essere esportate globalmente. La sorveglianza biometrica di Gaza è stata poi venduta alla polizia statunitense per il controllo di afroamericani e ispanici nei quartieri poveri.

  1. La normalizzazione dell’orrore e l’identificazione razziale

Aimé Césaire, nel Discours sur le colonialisme (1950), spiegava che l’Olocausto scioccò l’Europa solo perché le pratiche coloniali – deportazioni, campi, stermini – furono usate contro europei bianchi. I genocidi coloniali erano stati normalizzati. Oggi la normalizzazione dell’orrore palestinese segue la stessa logica razzializzata.

Israele, come Stato di coloni, replica l’esempio americano, canadese, australiano. Ma l’Occidente lo difende perché rappresenta il baluardo del suo potere nella regione, l’ultimo avamposto di un ordine mondiale coloniale che si sta sgretolando.

  1. Misure coercitive: l’unica via per fermare il genocidio

La storia insegna che solo la forza o l’isolamento internazionale fermano un genocidio. In Iraq, la no-fly zone della NATO fermò le stragi contro i curdi. In Sudafrica, il boicottaggio economico e culturale internazionale costrinse l’Apartheid a crollare. Oggi, senza embargo sulle armi, sanzioni economiche e no-fly zone umanitaria, Israele continuerà indisturbato.

Ma l’UE, sotto pressione della lobby sionista e degli interessi USA, rifiuta anche solo di discuterne. Per questo Albanese invita a un’azione decisa: “Non è un atto di carità, è un obbligo giuridico”.

  1. Il risveglio globale: la rivoluzione dell’anguria

Nonostante tutto, Albanese vede una luce: la coscienza globale si sta risvegliando. Il Gruppo dell’Aia, coalizione di Stati africani, asiatici e latinoamericani, chiede embargo sulle armi e giustizia internazionale. I movimenti di base, dagli USA alla Germania, vedono studenti ebrei e palestinesi uniti contro la complicità universitaria. Le proteste globali sono state le più grandi dalla guerra in Iraq (2003), con oltre 60 milioni di partecipanti in 150 paesi (dati B’Tselem e Reuters).

  1. La questione esistenziale: Israele come Stato coloniale

Albanese dichiara: “Israele è costruito su terra rubata, come gli USA e l’Australia, e prima o poi dovrà affrontare la realtà storica.” Questa frase, scomoda e potente, riporta al cuore del conflitto: la Palestina non è un semplice “territorio conteso”, ma la storia di un popolo indigena cacciato e sostituito, come accadde altrove, ma nel XXI secolo sotto la bandiera dei “diritti umani occidentali”.

  1. Conclusioni: la lotta per la Palestina è la lotta per l’umanità

Francesca Albanese non offre ideologie, ma diritto internazionale e verità fattuale. È odiata dai governi occidentali perché li costringe a guardarsi allo specchio: vedono se stessi come complici di un genocidio. Ma la storia insegna che la verità, prima o poi, emerge. Come afferma Chris Hedges, la resistenza palestinese non riguarda solo Gaza: è la resistenza contro un sistema globale che considera intere popolazioni sacrificabili per il profitto, la geopolitica, la supremazia razziale.

La domanda finale, allora, non è se la Palestina sarà liberata, ma se l’umanità avrà il coraggio di liberare se stessa da questo ordine barbaro che, dopo aver divorato Gaza, divorerà ogni popolo, ogni libertà, ogni futuro.

📚 Bibliografia e sitografia

  1. Genocidio, diritto internazionale e colonialismo
    • ONU – Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948). Testo integrale: UN Treaty Series
    • Lemkin, Raphael. Axis Rule in Occupied Europe. Carnegie Endowment for International Peace, 1944. (Introduce il termine “genocidio” e “memoricide”).
    • Wolfe, Patrick. “Settler colonialism and the elimination of the native.” Journal of Genocide Research 8.4 (2006): 387-409.
    • Césaire, Aimé. Discourse on Colonialism. Monthly Review Press, 1972.

  1. Francesca Albanese e le Nazioni Unite
    • Rapporto ONU: “Genocide as Colonial Erasure”, Relatrice speciale Francesca Albanese, 2024. Estratti su UN OHCHR Palestine.
    • Chris Hedges, A Genocide Foretold, Seven Stories Press, 2024.
    • The Chris Hedges Report, Intervista integrale a Francesca Albanese (trad. AntiDiplomatico), giugno 2025: Link diretto.

  1. Dati umanitari e aggiornamenti Gaza (2025)
    • United Nations OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), “Gaza Humanitarian Snapshot – July 2025”. OCHA Palestine
    • World Food Programme, “Famine and Food Insecurity in Gaza Strip”, giugno 2025: WFP Gaza.
    • B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, dati aggiornati su morti civili e bombardamenti: B’Tselem Statistics.

  1. Complicità di aziende, fondi pensione e università
    • Human Rights Watch, “Bed and Breakfast on Stolen Land: Tourist Rental Listings in West Bank Settlements”, 2019. HRW report.
    • Who Profits, database sui profitti aziendali dall’occupazione: Who Profits.
    • SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), Arms Transfers Database, aggiornato al 2025. SIPRI Arms Transfers.
    • Gordon, Neve. Israel’s Occupation. University of California Press, 2008.

  1. Genocidi storici citati
    • Gewald, Jan-Bart. Herero Heroes: A Socio-Political History of the Herero of Namibia, 1890-1923. Ohio University Press, 1999.
    • Elkins, Caroline. Imperial Reckoning: The Untold Story of Britain’s Gulag in Kenya. Henry Holt and Co., 2005.
    • Kiernan, Ben. Blood and Soil: A World History of Genocide and Extermination from Sparta to Darfur. Yale University Press, 2007.

  1. Tecnologia, sorveglianza e sperimentazione militare
    • “Israel: Digital Occupation”, Amnesty International Report, 2022. Amnesty Israel Digital.
    • Forensic Architecture, Gaza Platform. Forensic Gaza.

  1. Movimenti globali e diritto internazionale
    • ICC (International Criminal Court), Statuto di Roma, art. 8 e art. 25. Testo integrale: ICC Rome Statute.
    • United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights, 2011. UNGP.
    • South African TRC (Truth and Reconciliation Commission) Reports, 1998. TRC Archive.

  1. Analisi e giornalismo investigativo
    • Chris Hedges, America: The Farewell Tour. Simon & Schuster, 2018.
    • Pappe, Ilan. The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications, 2006.

“Il governo degli ultimi? No, il governo dell’indifferenza: salario minimo, repressione e bugie di Stato”

Hanno promesso di difendere i più deboli, gli ultimi, i dimenticati della Storia. Si sono riempiti la bocca di parole come “popolo”, “nazione”, “dignità”. Ma le promesse si sono rivelate sabbia asciutta in un deserto di parole. E la realtà, come sempre, si è mostrata per ciò che è: la dura verità di un governo che piega la schiena ai diktat neoliberisti e capitalisti, lasciando scoperti milioni di cittadini già feriti dalla crisi economica, dall’inflazione, dalle guerre sociali che ogni giorno divorano speranza.

Il salario minimo è solo l’ultima pagina di questa commedia oscena. Alla Camera, le opposizioni – Pd, M5S, Avs, Azione, Più Europa – hanno chiesto di calendarizzare la proposta unitaria depositata quasi due anni fa. Ma la destra di governo ha risposto con un no secco, senza appello. Walter Rizzetto, Fratelli d’Italia, ha recitato il tecnicismo di turno: «Non è tecnicamente possibile, la Commissione Lavoro del Senato sta già esaminando una proposta sul tema». Una giustificazione che suona come un ghigno di fronte ai milioni di lavoratori poveri che, nonostante un contratto, rimangono schiacciati sotto il peso di stipendi indegni.

Questa non è burocrazia, è indifferenza. È scelta politica. È la chiara volontà di non disturbare i manovratori dell’establishment, i padroni dei grandi capitali, le associazioni datoriali che si oppongono da sempre a un salario minimo degno. Perché in un sistema costruito sullo sfruttamento e sulla compressione dei diritti, alzare anche solo di un millimetro la dignità di chi lavora significherebbe incrinare l’intero edificio del profitto.

Ma nella logica di questo governo di destra, tutto si tiene. È un filo che collega ogni scelta, ogni omissione, ogni bugia. Hanno abolito il Reddito di cittadinanza, lasciando senza tutele chi già non aveva nulla. Hanno alzato le spese militari al 5% del PIL, sottomettendosi ai diktat NATO e alle pressioni dei complessi militari-industriali europei. Hanno varato leggi repressive contro chi dissente, chi protesta per i propri diritti, chi scende in piazza per rivendicare salari dignitosi, come dimostrano i decreti sicurezza che hanno reso la libertà di manifestare un atto da criminalizzare. È un cerchio che si chiude, ma più che un cerchio sembra un cappio che si stringe attorno al collo della stragrande maggioranza della popolazione che soffre.

In Germania, intanto, il salario minimo è stato aumentato da 12,82 euro a 14,60 euro l’ora. Qui, invece, la discussione viene bloccata con un cavillo parlamentare. Non c’è nulla di più umiliante che vedere un governo che, pur sapendo, sceglie di non vedere. Non solo sceglie di ignorare i 4 milioni di lavoratori poveri, ma decide di umiliarli ulteriormente, negando loro anche l’unico strumento che potrebbe attenuare la fame e la disperazione.

Elly Schlein lo ha detto senza mezzi termini: «Nell’Italia di Meloni 4 milioni di lavoratori sono poveri anche se lavorano, ma lei finge di non vederli e si para dietro i regolamenti». È la verità. Un governo che rifiuta di vedere la povertà non può governare. Può solo comandare, ed è ben diverso.

Lo stesso tecnicismo di Rizzetto è stato smontato da Arturo Scotto: «La delega che giace al Senato da un anno e mezzo c’entra come i cavoli a merenda. Appigliarsi ai regolamenti può rinviare la questione, ma non risolve il problema politico». E il problema politico è questo: la destra non vuole il salario minimo. Non vuole garantire una soglia di dignità. Non vuole disturbare i profitti. Non vuole toccare la schiena curva degli ultimi.

E mentre i poveri vengono lasciati soli, mentre i lavoratori vengono schiacciati dai bassi salari, questo governo regala condoni agli evasori, svuotando le casse dello Stato di risorse che potevano finanziare un welfare degno di un Paese civile. Risorse che potevano essere utilizzate per costruire asili nido, scuole sicure, ospedali efficienti, case popolari. Ma il neoliberismo è questo: togliere ai poveri per dare ai ricchi, svuotare il pubblico per ingrassare il privato, umiliare la collettività per celebrare l’individuo competitivo, predatore, proprietario.

Il popolo è stato ingannato dalla propaganda. Ha creduto alle favole del governo “degli italiani”. Ma questo governo non è degli italiani. È dei padroni. È dei mercati. È di quell’Europa neoliberista che impone il riarmo mentre milioni di bambini vivono senza pasti caldi e milioni di famiglie contano le monete per arrivare alla fine del mese.

Ma fino a dove potrà arrivare questo governo? Ogni provvedimento adottato non fa altro che alimentare lo scontento e il dissenso, un dissenso che cercano di reprimere con manganelli legislativi e dispositivi di polizia, dimenticando che viviamo in uno Stato democratico, con una Costituzione che non privilegia i ricchi, ma tutela la popolazione, soprattutto quella più indigente ed in difficoltà. L’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli economici e sociali, non può essere calpestato come sta avvenendo.

Non è questione di regolamenti. È questione di coscienza.

Ed è la coscienza, in fondo, il primo diritto che vogliono toglierci. Perché un popolo senza coscienza non si ribella. Si abitua. Si adatta. E diventa complice del proprio stesso sfruttamento.

Ma la verità, per quanto la si voglia occultare, prima o poi torna a chiedere il conto.

E il grido che deve levarsi da questo tempo cupo deve essere forte, limpido, inarrestabile: queste persone che si definiscono “uomini del popolo” non sono altro che servi dei potenti. E la loro miseria morale sarà ricordata come una macchia nella storia della Repubblica.