“Abbiamo costruito la nostra Guantanamo: il lager di Gjader e l’abisso dell’Italia”

Nel silenzio complice di molte istituzioni e nel cinismo di chi brandisce la paura come strumento di potere, è nato il nuovo volto della vergogna italiana: il centro di Gjader, in Albania. Un lager contemporaneo, costruito sotto il velo della legalità, ma intriso di violazioni dei diritti umani, torture psicologiche, isolamento forzato e disumanizzazione sistematica.

Le prime deportazioni verso Gjader si sono consumate nel buio più totale. Le persone, strappate dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) italiani, sono state trasferite con la forza, spesso ammanettate per ore, private dei loro cellulari, senza alcuna possibilità di comunicazione. Una volta varcato l’Adriatico, sono state inghiottite da un sistema di isolamento assoluto, in una “cattedrale del deserto” sorvegliata dal silenzio e dalla paura.

Nei prefabbricati di Gjader, il regime è spietato: nessun contatto libero con l’esterno, telefonate ridotte a pochi minuti sorvegliati e costose, cibo gettato a terra come per animali, celle chiuse giorno e notte. L’acqua bollente dai rubinetti, la luce accesa 24 ore su 24 come strumento di tortura psicologica, l’assenza di spazi comuni e di cure mediche adeguate sono la normalità. Su tutto, l’incubo della segregazione e dell’invisibilità.

La detenzione è trasformata in annientamento. I tentativi di suicidio si moltiplicano, i corpi sono legati, le menti schiacciate dalla paura. Chi prova a protestare viene isolato ulteriormente, rinchiuso in celle ancora più anguste. Non siamo più nel terreno della gestione dell’immigrazione: siamo nella gestione dell’annientamento della dignità umana.

Un sistema pensato per fallire, lo ammettono ora anche le sentenze: la Corte d’Appello di Roma ha smascherato il trucco della “extraterritorialità” che avrebbe dovuto giustificare il confino in Albania. Chi fa domanda di asilo da Gjader, secondo il diritto, deve essere trattato come se fosse ancora in Italia. E deve tornare. La propaganda della fermezza, i milioni sperperati per allestire questa moderna colonia penale, rischiano di sbriciolarsi sotto il peso del diritto e della coscienza.

Ma mentre il diritto ancora resiste, la carne viva di chi subisce resta martoriata.

Dietro i muri invisibili di Gjader, la violenza non è solo fisica. È l’umiliazione dell’essere ridotto a numero, a problema da spostare, a corpo inutile da segregare. È la risposta “pisciati addosso” data a chi chiedeva di andare in bagno. È il cibo portato per terra. È la privazione del sonno, la solitudine, la disperazione fatta sistema.

Questo è il frutto avvelenato del nuovo decreto sicurezza, già messo sotto accusa per incostituzionalità. Una legge che, con il pretesto dell’urgenza, ha eretto nuove barriere contro i più deboli, ampliato la repressione del dissenso, rafforzato lo Stato-padrone a scapito dei diritti fondamentali.

Gjader non è un incidente. Non è una svista. È il prodotto coerente di una strategia di governo che usa il dolore come moneta politica, che coltiva l’odio per raccogliere consenso, che mercifica la sofferenza umana per mascherare il proprio fallimento.

La nostra Guantanamo è realtà.

E non si trova su un’isola sperduta, ma a poche ore di navigazione dalle nostre coste. Creata con i soldi dei contribuenti italiani, applaudita da chi, senza vergogna, ha venduto il nostro diritto alla giustizia in cambio di una propaganda che odora di sangue.

Davanti a questa mostruosità, il silenzio è complicità. Denunciare, resistere, disobbedire a questa nuova normalità è un dovere morale prima ancora che politico.

Non possiamo e non dobbiamo voltare lo sguardo.

Il nome di Gjader deve pesare sulle nostre coscienze come un macigno. E sulle pagine future della storia, sarà ricordato come il simbolo di una vergogna da cui non potremo lavarci le mani.

La dignità umana non conosce confini.

È tempo di demolire i muri dell’odio. È tempo di riprendersi l’umanità.

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