Ottant’anni fa, sulle macerie del fascismo e dell’occupazione nazista, l’Italia scelse di rialzarsi. Non fu un miracolo, ma il frutto di una scelta collettiva, il risultato di migliaia di scelte individuali compiute in un tempo di dissoluzione dello Stato, di fuga delle élite, di diserzione delle istituzioni. Era l’8 settembre 1943 quando il re fuggiva, i generali si spogliavano delle loro divise, e il potere si sbriciolava lasciando il Paese in balìa di se stesso. Ed è lì che iniziò davvero il 25 aprile: quando in basso, nel cuore della società, si fece strada il coraggio di dire no. La Resistenza non fu una reazione spontanea, ma una presa di coscienza. Etica, politica, umana.
Oggi, a ottant’anni esatti da quella Liberazione, siamo chiamati a un esame di coscienza altrettanto radicale. Perché la festa del 25 aprile rischia di diventare un cerimoniale svuotato, un rito commemorativo incapace di incidere sul presente. Ma non è così che si onora la memoria dei partigiani. Non sono i vivi a celebrare i morti: sono i morti che convocano i vivi, come ammoniva Calamandrei, per chiedere conto di ciò che abbiamo fatto per non tradirli. E ciò che ci chiedono oggi non è nostalgia. È coerenza. È scelta.
Viviamo in un’epoca segnata da un rigurgito di autoritarismo, in cui il linguaggio e le pratiche del potere odorano di repressione e propaganda. Al governo siedono forze che non si limitano a strizzare l’occhio alla cultura fascista, ma che la rivendicano senza vergogna, con alleanze ambigue e pantheon inquietanti. Il loro armamentario politico si fonda sul nazionalismo bellicoso, sull’ossessione identitaria, sulla guerra ai migranti, sull’addomesticamento dell’informazione e sul disciplinamento delle coscienze, a partire dalla scuola. E in questo contesto la guerra diventa normalità, l’umanitarismo è sospetto, il dissenso è reato.
Ma se c’è una lezione che il 25 aprile ci ha lasciato, è che la libertà è figlia del conflitto. La democrazia non è mai neutrale: nasce da una scelta di campo. È antifascista, oppure non è. È inclusiva, oppure è discriminatoria. È partecipata, oppure è svuotata. Ed è proprio questo il punto: oggi siamo di nuovo chiamati a scegliere. Tra l’inerzia e la mobilitazione. Tra la fedeltà alla Costituzione o la sua riscrittura autoritaria. Tra la pace come valore irrinunciabile o il riarmo travestito da “sicurezza”.
La Costituzione come Resistenza presente
La nostra Costituzione non è una reliquia. È il lascito vivente della Resistenza, il suo corpo giuridico e politico. Non una carta astratta, ma un progetto in tensione, un patto da difendere e da attuare. Lo dice l’articolo 11, con parole inequivocabili: “L’Italia ripudia la guerra”. Ripudiare, non tollerare. E invece assistiamo al capovolgimento del senso: armi in Ucraina, silenzi su Gaza, investimenti miliardari in armamenti mentre i diritti sociali vengono erosi. L’ideologia della sicurezza armata si impone, e la guerra diventa strumento di legittimazione. Ma la Costituzione non prevede “guerre giuste”. Prevede la pace come orizzonte costituzionale. E chi oggi difende la pace, chi diserta il bellicismo di Stato, è più partigiano dei tanti che celebrano senza agire.
Lo stesso vale per l’articolo 10, che riconosce il diritto d’asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni. Eppure ci siamo abituati a vedere morire in mare donne e bambini, mentre i CPR diventano lager legali, e le frontiere si militarizzano. La violenza non è più proiettata all’esterno, come nelle guerre coloniali: ora si esercita nel respingere, nell’indifferenza, nell’abbandono. Una nuova forma di fascismo quotidiano che si nutre di paura e disumanizzazione. La scelta, anche qui, è chiara: o si sta dalla parte dell’accoglienza e della dignità, o si è complici.
Libertà sotto attacco: il fascismo delle forme
Il nuovo fascismo non ha bisogno di stivaloni e camicie nere. Ha il volto dell’algoritmo, la voce delle conferenze stampa, la penna del legislatore. Oggi il dissenso è sotto attacco sistemico: decreti d’urgenza che reprimono il diritto a manifestare, sanzioni sproporzionate per chi resiste passivamente, restrizioni alla libertà di associazione e di parola. Il diritto alla protesta viene criminalizzato, e chi si oppone al pensiero unico dominante diventa nemico pubblico. La differenza tra “ordine” e “obbedienza” si fa sottile, e chi rifiuta di allinearsi viene isolato. È questa la nuova faccia del regime: legale, normativa, asettica. Ma non per questo meno pericolosa.
E mentre i corpi intermedi vengono svuotati, il Parlamento marginalizzato e la magistratura intimidita, prende forma un assetto di potere monocratico, fondato sulla verticalizzazione estrema delle decisioni. Il progetto del premierato elettivo, l’erosione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la delegittimazione della Corte costituzionale sono tasselli di un disegno che punta a svuotare il pluralismo e a concentrare il potere nelle mani di pochi. È il “fascismo del nuovo millennio”, come lo ha chiamato Carlo Smuraglia. Non servono manganelli, bastano algoritmi, decreti, narrazioni egemoniche.
Memoria come scelta, non come nostalgia
Allora, che senso ha celebrare il 25 aprile nel 2025? Ha senso se diventa un giorno di impegno, di militanza, di scelta. Se torniamo a pensare alla libertà come a qualcosa che si conquista, ogni giorno. Se smettiamo di considerare la Resistenza un evento chiuso nel passato, e iniziamo a vederla come un processo aperto, una chiamata permanente. La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: è un dovere civile, una postura etica, un atto di coerenza.
Chi oggi lotta contro la guerra, contro il razzismo, contro le disuguaglianze, chi difende i beni comuni, la libertà di stampa, l’autonomia del pensiero, chi protegge gli ultimi e non si arrende alla propaganda del cinismo, è il nuovo partigiano. E la Costituzione, se vissuta davvero, è il nostro bastione. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché, come ammoniva Gastone Cottino, oggi siamo di nuovo sull’orlo del baratro. E la storia non perdona chi si volta dall’altra parte.
25 aprile: scegliere, ancora.