L’Italia che premia l’ignoranza e punisce il merito: dal fallimento del diritto allo studio allo scandalo della “laurea della domenica”.

In un Paese dove l’istruzione dovrebbe essere la chiave per costruire un futuro dignitoso, il diritto allo studio è diventato una chimera, una promessa tradita. Mentre migliaia di giovani si vedono costretti a rinunciare all’università per mancanza di risorse, lo Stato continua a finanziare enti privati e a nominare figure istituzionali con percorsi universitari opachi, se non del tutto discutibili. La recente vicenda che coinvolge la ministra del Lavoro Marina Calderone, finita al centro dello scandalo per una laurea triennale ottenuta tra esami lampo, sessioni domenicali e conflitti d’interesse familiari, è lo specchio più fedele del sistema malato che regola oggi l’accesso al sapere in Italia.

Il grande bluff del Pnrr: il diritto allo studio solo per chi può pagare

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva promesso 60mila nuovi posti letto per studenti universitari entro il 2026. A oggi, meno di un quinto di questi è stato effettivamente approvato, e solo 2.959 alloggi sono stati costruiti da zero. Gli altri sono il risultato di ristrutturazioni parziali, affidati per lo più a soggetti privati che rispondono a logiche di profitto, non certo a quelle dell’interesse pubblico.

Il dato più scandaloso? A fronte di un costo medio di 90mila euro per posto letto, il Pnrr ne finanzia appena 20mila, costringendo le istituzioni pubbliche a rinunciare per carenza di fondi. E così, il 95% degli alloggi finanziati è nelle mani dei privati, con il rischio concreto che, passati dodici anni, questi posti finiscano nel mercato immobiliare a prezzi di lusso. Un’operazione che non garantisce affatto il diritto allo studio, ma alimenta piuttosto un nuovo business dell’housing studentesco, con lo Stato che gioca il ruolo di bancomat per investitori privati.

Calderone e l’università privata: la laurea della domenica tra favoritismi e conflitti

In questo contesto grottesco, fa ancora più rumore lo scandalo che ha coinvolto la ministra Marina Calderone. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la ministra avrebbe conseguito la laurea triennale e quella magistrale presso l’Università privata Link, un ateneo dove suo marito sedeva nel consiglio di amministrazione. Tra le incongruenze evidenziate: esami sostenuti tutti nello stesso giorno, molti dei quali addirittura di domenica, e assenza della certificazione ufficiale del diploma triennale. In un Paese normale, basterebbe questo a imporre un passo indietro.

E invece, la ministra risponde sui social, minimizza, si rifugia dietro il fatto di essere stata “una studentessa lavoratrice fuori corso” e rivendica orgogliosamente la legittimità del suo percorso. Ma le opposizioni non ci stanno: “Mentire sulla propria laurea è un insulto a chi ha studiato una vita intera”, tuona il deputato M5S Agostino Santillo. Ed è difficile dargli torto. Mentre lo Stato abbandona gli studenti fuori sede, taglia borse di studio e riduce i posti letto, finanzia con generosità istituti privati – come quello frequentato dalla ministra – i cui meccanismi di trasparenza sembrano tutto fuorché esemplari.

Meritocrazia a rovescio: chi studia fatica, chi bara governa

L’Italia è diventata il Paese dove chi lavora onestamente per anni, affrontando sacrifici e ostacoli per ottenere un titolo di studio, viene sistematicamente penalizzato. E chi invece ottiene titoli in modo opaco o agevolato, magari grazie a relazioni e ruoli istituzionali, finisce ai vertici del potere. È una meritocrazia rovesciata, dove non conta la preparazione ma l’appartenenza, dove non si premiano la dedizione e la competenza, ma la fedeltà a un sistema corrotto e autoreferenziale.

Il fatto che il ministero del Lavoro – che dovrebbe difendere i diritti dei cittadini più fragili – sia oggi guidato da una figura la cui credibilità accademica è oggetto di fortissimi dubbi, è un’offesa al principio costituzionale di uguaglianza. Soprattutto per i giovani che, senza appoggi né scorciatoie, cercano di costruirsi un futuro con le proprie forze.

Il disegno dietro il disinteresse: ignoranza per governare meglio

Di fronte a tutto questo, non possiamo più parlare solo di inefficienza o cattiva gestione. Siamo di fronte a un progetto culturale lucido e perverso: rendere l’istruzione un bene di lusso, riservato a pochi. Lasciare gli altri – la maggioranza – in una condizione di ignoranza e precarietà, perfetta per una società in cui il consenso si costruisce con la paura, la disinformazione e la dipendenza dai poteri forti.

Un popolo istruito è un popolo libero. E chi governa non vuole cittadini liberi: vuole sudditi obbedienti, formati da un sistema educativo che seleziona per censo, non per merito. Il fallimento del Pnrr, l’abbandono dell’università pubblica, la protezione degli atenei privati e l’ascesa di figure come Calderone sono pezzi dello stesso puzzle. Un puzzle che disegna un’Italia in cui il sapere è per pochi e l’ignoranza per tutti gli altri.

Conclusione: ripartire dalla conoscenza come atto politico

Serve una reazione forte, collettiva, radicale. Bisogna riprendersi l’istruzione, rifinanziare il pubblico, garantire alloggi, borse, accesso libero e di qualità alla cultura. Non è solo una questione di giustizia sociale: è una battaglia per la democrazia. Chi studia, ragiona. Chi ragiona, sceglie. E chi sceglie, non si fa manipolare.

L’Italia non può permettersi un futuro costruito sulla mediocrità e sull’inganno. La vera ripartenza passa da qui: restituire al sapere il posto che merita, e ai giovani il futuro che è stato loro negato.

“Fuck Europe”: quando la verità sull’Ucraina irrompe dagli USA e svela il grande inganno occidentale

Che qualcosa stesse cambiando nella narrazione ufficiale del conflitto in Ucraina, lo si intuiva da tempo. Ma che fosse The Hill – praticamente l’house organ del Partito Democratico – a squarciare il velo di silenzio complice, ha il sapore di un’ammissione storica. Il 18 marzo 2025, Alan J. Kuperman, docente di strategia militare e gestione dei conflitti all’Università di Austin, ha firmato un editoriale che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato etichettato come propaganda russa. Ora, invece, è la voce della realtà che irrompe nel cuore del sistema mediatico statunitense.

Il punto centrale dell’articolo è chiaro: la guerra in Ucraina non è “non provocata” come per anni ci è stato raccontato. Non è figlia esclusiva dell’espansionismo putiniano, ma anche di un intreccio di errori, provocazioni e ciniche manovre geopolitiche portate avanti da Washington, Bruxelles e Kiev.

2014, il Maidan e il “Fuck Europe” che svelò il vero volto della diplomazia occidentale

Per comprendere fino in fondo il contesto che ha condotto allo scoppio della guerra, non si può ignorare un nome: Victoria Nuland. Ai tempi degli eventi di piazza Maidan, era sottosegretaria agli Affari Europei del Dipartimento di Stato americano. In una telefonata intercettata e resa pubblica, Nuland esclamò la celebre frase “Fuck Europe”, sintetizzando l’arroganza di un’America che non solo ignorava gli alleati europei, ma operava direttamente nel cuore dell’Ucraina per pilotare il cambio di regime.

Non si trattò di semplice diplomazia. Secondo numerose inchieste giornalistiche e documenti emersi in seguito, il segretariato di Stato USA non si limitò a fornire supporto verbale agli oppositori del presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovych: elargì sostegno logistico, finanziario e politico a gruppi armati, tra cui anche formazioni di estrema destra, apertamente nostalgiche del collaborazionismo nazista.

Il doppio gioco di Zelensky e il fallimento degli accordi di Minsk

L’editoriale di The Hill fa luce anche su un altro nodo fondamentale: la rottura degli accordi di Minsk da parte ucraina. Zelensky, salito al potere con la promessa di riportare la pace nel Donbass, tradì rapidamente quel mandato popolare, preferendo l’escalation militare e un avvicinamento sempre più aggressivo alla NATO. La scelta di armarsi fino ai denti con l’aiuto occidentale non fu una strategia di difesa, ma una provocazione sistematica verso Mosca, che rispondeva da anni con segnali chiari ma ignorati da Washington e Bruxelles.

Biden, la NATO e il sogno infranto della diplomazia

L’editoriale inchioda anche Joe Biden alle sue responsabilità. Anziché usare la leva diplomatica per obbligare Zelensky a rispettare Minsk, il presidente statunitense si limitò a promesse vaghe e dichiarazioni roboanti. Quell’atteggiamento, spacciato come “difesa della democrazia”, fu in realtà un lasciapassare all’escalation, alimentando le illusioni ucraine su un intervento militare occidentale mai realmente pianificato. Il risultato? Una guerra devastante, centinaia di migliaia di morti e una linea del fronte sostanzialmente immutata rispetto all’inizio del conflitto.

Il ruolo occulto delle elite e l’informazione manipolata

Per tre anni, l’opinione pubblica occidentale è stata nutrita con un racconto a senso unico, costruito ad arte per giustificare il continuo invio di armi, fondi e sostegno politico a un governo ucraino che, lungi dall’essere “paladino della libertà”, ha più volte dimostrato di calpestare i principi stessi della democrazia. Le milizie paramilitari celebrate come “eroi della resistenza” erano – e in parte sono ancora – contaminate da ideologie neonaziste, come dimostrato da numerosi rapporti OSCE e fonti indipendenti. Ma tutto questo, fino a ieri, era bollato come “disinformazione russa”.

La verità si affaccia in casa Dem. E ora?

Se persino ambienti legati al Partito Democratico americano iniziano a raccontare questa verità, cosa ci dice questo sullo stato dell’informazione in Europa? E cosa dovrebbe farci riflettere sulla nostra stessa democrazia? Il risveglio tardivo delle coscienze non basta a cancellare anni di menzogne, né può riportare in vita le vittime di un conflitto che si poteva – e si doveva – evitare.

Oggi più che mai, serve una nuova onestà intellettuale e politica. Occorre ammettere che l’Occidente non è stato un arbitro imparziale ma un giocatore pesantemente coinvolto, con le mani ben affondate nel fango geopolitico. E, come spesso accade nella storia, i popoli pagano il prezzo delle ambizioni delle élite.

Il tempo delle illusioni è finito. È ora che anche in Europa si apra un dibattito serio, scomodo, ma necessario. Perché se la verità inizia a trapelare persino dai palazzi di Washington, sarebbe criminale continuare a nasconderla sotto il tappeto della propaganda.

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante del berlusconismo nel governo Meloni

C’è una continuità silenziosa, ma spietata, tra il passato e il presente. Un filo nero che lega la stagione delle stragi mafiose e la fondazione di Forza Italia con le attuali riforme del governo Meloni. Non è solo un’allusione retorica: è la trasformazione concreta di un’idea di potere che, nel corso degli anni, ha imparato a parlare un linguaggio più raffinato, ma non meno pericoloso. Oggi quel potere non punta più solo a coabitare con l’illegalità. Mira a riscrivere le regole stesse della legalità.

Lo chiamano “riformismo”, ma è revisionismo costituzionale. Lo definiscono “modernizzazione”, ma è repressione.
L’ultimo atto è firmato da Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che ha annunciato la volontà del governo di sanzionare disciplinarmente i magistrati che esprimono opinioni critiche verso le riforme dell’esecutivo. Un provvedimento che riprende pari pari una norma voluta dal governo Berlusconi nel 2006 – ministro Castelli – e poi cancellata per incostituzionalità dal governo Prodi. Una norma talmente generica da consentire punizioni a discrezione, colpendo non l’illecito, ma il dissenso.

In altre parole: chi critica, rischia. Chi pensa, paga. Chi parla, tace.

L’obiettivo è evidente: intimidire, controllare, disinnescare qualsiasi voce autonoma all’interno della magistratura. Perché una magistratura autonoma, indipendente, libera di esprimersi, rappresenta un ostacolo per un governo che vuole trasformare la Costituzione in uno strumento di ratifica del potere esecutivo. La stessa Costituzione che il berlusconismo non è mai riuscito ad abbattere del tutto, ma che oggi la destra meloniana sta smantellando pezzo per pezzo.

Dalla separazione delle carriere – mascherata da riforma ma pensata per ridurre il potere inquirente – al premierato forte, fino al progetto di autonomia differenziata, la logica è sempre la stessa: centralizzare il potere, marginalizzare i controlli, personalizzare l’autorità. In questa architettura politica, la magistratura rappresenta un corpo estraneo, perché non è elettiva, non è ricattabile, non è allineata. E per questo dev’essere silenziata, intimidita, isolata.

L’ipocrisia è totale. Carlo Nordio, in passato, ha scritto libri, articoli, partecipato a talk show, preso posizioni pubbliche su ogni tema – da magistrato. Oggi, da ministro, pretende il silenzio. Il mutismo coatto delle toghe. L’autocensura come condizione di decoro. La stessa logica che anni fa portava Berlusconi ad accusare i giudici di “attentato alla democrazia” solo perché osavano indagare su di lui.

Ecco il punto: l’attuale governo non è la negazione del berlusconismo, ma la sua evoluzione autoritaria. La sua versione post-ideologica. Dove le leggi non servono a migliorare la giustizia, ma a punire i giudici. Dove la sicurezza è solo una scusa per colpire i migranti, i poveri, i dissidenti. Dove la libertà d’espressione viene garantita solo a chi applaude.

Pensiamo alle leggi sulla sicurezza: il decreto Cutro, l’accordo con l’Albania, i CPR trasformati in zone franche dei diritti umani. Pensiamo alla riforma del codice penale: pene aumentate per chi occupa una casa, ridotte per chi evade. Pensiamo alla cancellazione del reato di abuso d’ufficio, funzionale a disarmare i magistrati nei confronti della corruzione. E ora pensiamo al prossimo passo: punire chi denuncia, premiare chi obbedisce.

Non è solo giustizia piegata. È costituzione svuotata. È un nuovo patto tra potere e impunità.

Il berlusconismo aveva aperto la porta a questo modello. La Meloni l’ha spalancata. Ma la vernice del legalitarismo si scrosta velocemente, e sotto resta l’involucro marcio del controllo. Di una politica che non tollera opposizione, che criminalizza la critica, che stravolge i princìpi fondativi della nostra Repubblica.

Per questo oggi, più che mai, è necessario alzare la voce. Difendere il diritto di dissentire. Proteggere l’autonomia dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola.

Perché se i magistrati non potranno più parlare, se i giornalisti verranno minacciati, se i cittadini verranno schedati o zittiti, non sarà solo la giustizia a tremare.

A tremare sarà la democrazia.

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la sua riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è un tentativo di riscrittura, un’operazione di restyling morale di un’identità politica che ha costruito se stessa anche grazie alla contiguità con ambienti mafiosi.

Mentre a Palermo, durante un convegno sulla giustizia, i dirigenti di Forza Italia proiettano video di Falcone e citano le sue parole sulla separazione delle carriere, nella stessa città ancora si piange il sangue versato da quegli stessi magistrati che tentarono – fino alla fine – di arginare un potere infetto. Il potere che, poco dopo, si sarebbe incarnato in un partito plastico, creato in laboratorio, venduto come novità ma impastato con il peggio del passato.

Falcone, evocato oggi come un padre nobile dai nipoti del garantismo selettivo, aveva ben chiaro cosa fosse la mafia e dove si annidasse il potere mafioso: dentro i salotti, nelle redazioni, nei consigli di amministrazione, nelle segreterie politiche. Non nei tribunali. E se in vita fu osteggiato, isolato, perfino ridicolizzato da una parte della stessa magistratura e da molti politici, dopo la morte è diventato un santino buono per tutte le stagioni. Ma ci sono corpi che non si possono riesumare senza oltraggiarne la dignità.

Per questo suona sinistro che il partito di Silvio Berlusconi, che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa, rivendichi oggi il pensiero di Falcone come fosse suo patrimonio ideale. È come se il boia rivendicasse l’umanità del condannato.

Non è solo un’operazione ipocrita. È una strategia comunicativa, un progetto di rebranding politico. Serve a ripulire la storia del partito, a costruire un nuovo mito fondativo dopo la scomparsa del leader. Ma la storia, se la conosci, pesa. E se la racconti tutta, brucia.

Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, è stato condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nelle motivazioni si parla esplicitamente di “mediazione tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi”, in un patto che garantiva protezione in cambio di denaro. Un patto che precede la nascita del partito. Una genealogia, non un incidente.

Vittorio Mangano, assunto ad Arcore come “stalliere”, era in realtà un uomo d’onore del clan palermitano. Berlusconi e Dell’Utri lo hanno difeso fino all’ultimo, definendolo “eroe” per non aver parlato. Altro che “separazione delle carriere”: questo è l’incrocio tra carriera politica e carriera mafiosa.

E allora la domanda è semplice: chi ha il diritto di parlare in nome di Falcone? Chi ne ha condiviso il rischio? Chi ha pagato con l’isolamento, con la vita, con la coerenza? O chi ha usato quel nome per costruire potere, legittimazione e impunità?

La giustizia non è un’arma, e nemmeno una bandiera da sventolare a comando. È un bene comune. Chi ha contribuito, direttamente o indirettamente, a ostacolarla, a deviarla, a svilirla, non può oggi rivestirsi dei suoi martiri per legittimare riforme che sembrano scritte per indebolire ancora di più il controllo democratico sul potere.

Il volto di Giovanni Falcone non può diventare un logo di partito.
La sua voce non può essere usata come jingle elettorale.
La sua storia non può essere riscritta da chi ha scelto di stare dall’altra parte.

Chi non ha avuto vergogna in vita, oggi cerca legittimità nella morte.
Ma la verità, anche quando si tenta di seppellirla, ha il vizio di tornare a galla.

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

C’è un pezzo di storia italiana che non si può raccontare senza pronunciare la parola “trattativa”. Non quella fra Stato e cittadini, ma tra pezzi deviati dello Stato e vertici di Cosa Nostra, nel biennio più oscuro della nostra Repubblica: 1992-1994. Sono gli anni delle bombe, delle stragi, delle lettere anonime, dei papelli e delle agende sparite. Ma sono anche gli anni in cui nasce Forza Italia. E se oggi il partito azzurro osa impugnare il volto e la voce di Giovanni Falcone come un vessillo di giustizia, occorre ricordare da dove tutto ebbe inizio: dentro un patto scellerato tra il crimine organizzato e il potere economico-finanziario.

Il contesto è noto, ma mai abbastanza ricordato. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, dopo l’arresto di Totò Riina, i vertici di Cosa Nostra mutano strategia. La stagione della guerra si chiude, si apre quella della rinegoziazione con lo Stato. La “trattativa” tra carabinieri del ROS e mafiosi è oggi un fatto giudiziario assodato, anche se controverso. È in quel vuoto politico – con la Prima Repubblica distrutta da Tangentopoli – che un imprenditore milanese, già vicino a Licio Gelli, decide di “scendere in campo” per salvare se stesso e i suoi affari. Ma anche per offrire alla mafia un nuovo referente.

Non è solo un’ipotesi o una suggestione giornalistica. Le sentenze parlano. I giudici della Corte d’Appello di Palermo nel 2013 scrivono nero su bianco che Marcello Dell’Utri fu il garante dell’accordo tra Cosa Nostra e Berlusconi. Un patto di protezione in cambio di denaro, iniziato negli anni Settanta e proseguito fino agli anni Novanta. Una relazione cementata dalla presenza a Milano di Vittorio Mangano, stalliere assunto ad Arcore come “garanzia” mafiosa, nonostante i suoi precedenti per associazione a delinquere, estorsione e traffico di droga.

Dell’Utri non è un comprimario. È il cofondatore di Forza Italia, l’architetto culturale del partito, l’uomo che importò dalla Sicilia voti, affari e rapporti. È anche l’uomo che Berlusconi ha difeso fino alla fine, anche quando fu condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che, ricordiamolo, fotografa la posizione di chi – pur non affiliato – offre un contributo concreto, consapevole e volontario alla mafia. Dell’Utri ha scontato la sua pena, ma il giudizio storico e politico non può limitarsi alla dimensione penale.

Forza Italia nasce dunque nel ventre molle di quella stagione. È il prodotto di un intreccio tra la dissoluzione del vecchio sistema politico, le paure del ceto imprenditoriale, la necessità di riciclare capitali e potere. Il partito, fin dalla sua origine, è uno strumento di controllo, non di partecipazione. È una creatura mediatica e affaristica, non democratica. Un contenitore di fedeltà, non di idee. Il suo successo immediato, nel 1994, si spiega anche con i voti controllati direttamente o indirettamente da strutture mafiose in Sicilia, in Calabria e in Campania.

A questa genealogia si aggiunge una costellazione di nomi e sentenze. Oltre a Dell’Utri, c’è Antonio D’Alì, condannato in via definitiva per i suoi rapporti con Cosa Nostra trapanese. C’è Nicola Cosentino, riconosciuto come referente politico dei Casalesi. C’è Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta, rifugiatosi a Dubai. C’è Denis Verdini, ex alleato strategico di Berlusconi, coinvolto in numerosi processi per bancarotta e corruzione. C’è Cesare Previti, avvocato personale di Berlusconi, condannato per corruzione in atti giudiziari. Tutti nomi che hanno costruito la tela di relazioni di un partito che ha governato l’Italia per oltre vent’anni.

Oggi, nel 2025, dopo la morte di Berlusconi, gli eredi politici tentano una rimozione collettiva. Ma la storia non si cancella con un video o una celebrazione. L’uso del volto di Falcone da parte di chi ha coabitato con gli eredi politici della mafia non è solo un abuso della memoria: è una forma di violenza simbolica. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Giovanni Falcone non fu mai un giustizialista. Ma fu uomo di Stato. Di uno Stato che la mafia voleva colpire, indebolire, penetrare. Oggi, davanti a questi tentativi di riscrittura della memoria, il minimo che possiamo fare è dire la verità. E ricordare le parole di Paolo Borsellino, quando parlò dei rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra: “Non c’è nulla da aggiungere, se non il coraggio di guardare negli occhi la realtà”.

Perché senza memoria, la democrazia si spegne. Ma senza vergogna, diventa farsa.

Benvenuti torturatori! L’Italia dei porti chiusi per i migranti e spalancati per i carnefici libici

C’è un filo nero, nero pece, che lega il caso Almasri a quello di Abdul Ghani al-Kikli, e attraversa Roma come una passerella rossa per chi ha le mani sporche di sangue, ma amici nei palazzi del potere. Un tempo l’Italia era la terra di accoglienza per chi fuggiva da guerre e persecuzioni. Oggi, a quanto pare, accoglie a braccia aperte chi quelle guerre e quelle persecuzioni le produce in serie, con la benedizione silenziosa del governo Meloni.

La storia si ripete, in peggio. Non si è ancora spenta l’eco dello scandalo Almasri – il generale libico, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per omicidi e torture, fermato in Italia e poi rispedito in Libia con volo di Stato come fosse un diplomatico in missione umanitaria – che un altro protagonista delle tenebre fa capolino nella Capitale: Abdul Ghani al-Kikli, capo della milizia libica Stability Support Apparatus, sospettato di crimini contro l’umanità e oggetto di denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, dell’ONU e dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.

Non è ricercato, ci dicono. Ha un visto Schengen valido, emesso da Malta – benedetta Malta! – e può girare liberamente in Europa. Un piccolo dettaglio che sarebbe grottesco se non fosse tragico: nessun provvedimento internazionale in corso, ma tonnellate di dossier che lo segnalano come torturatore, aguzzino, gestore di violenze sistematiche. Eppure, eccolo qua, a Roma, a visitare il ministro libico ferito in un attentato e ricoverato allo European Hospital, tra una foto social e un saluto istituzionale.

E lo Stato italiano? Zitto. Muto. Assente.

La Meloni predica “porti chiusi” e pratica “porte aperte”… ai boia

Siamo al capolavoro dell’ipocrisia istituzionale. Giorgia Meloni, paladina della “lotta agli scafisti” e delle “frontiere sigillate” contro l’immigrazione illegale, consente l’ingresso nel nostro territorio a esponenti armati fino ai denti di un potere parallelo e criminale. Non è questione di “realpolitik”: è complicità morale e politica, se non giudiziaria.

Il governo italiano sa benissimo chi è al-Kikli. Sanno tutto delle sue attività, dei suoi uomini, delle carceri libiche gestite come mattatoi. Sanno delle violenze, dei desaparecidos, dei migranti venduti come schiavi, dei ragazzi torturati perché “colpevoli” di aver cercato una vita migliore. Eppure, lo lasciano entrare. Perché? Perché serve. Perché è utile. Perché gli accordi con le “autorità” libiche – che autorità non sono – fanno comodo per bloccare i migranti prima che tocchino le nostre coste.

È il solito patto con il diavolo, ma stavolta firmato con il sangue dei più deboli.

Un Paese rifugio per i carnefici, e galera per i soccorritori

La cosa che brucia di più è la totale assenza di vergogna. Le stesse autorità che ostacolano le ONG, che criminalizzano chi salva vite in mare, che spiano le organizzazioni umanitarie con software militari come Paragon, sono le stesse che si girano dall’altra parte quando nel cuore di Roma sbarcano individui accusati dai rapporti ONU di crimini efferati.

Non si tratta di “errori burocratici” o “mancata cooperazione giudiziaria”: si tratta di una scelta politica precisa, che trasforma l’Italia in una retrovia logistica per aguzzini con passaporto libico e amicizie istituzionali.

Le opposizioni protestano, il governo tace. Come sempre.

Elly Schlein, Angelo Bonelli, Riccardo Magi… tutti a chiedere chiarimenti, interrogazioni parlamentari, commissioni d’inchiesta sugli accordi Italia-Libia. Giusto. Necessario. Ma nel frattempo la premier Meloni non spiccica una parola. Silenzio tombale anche dal ministro Piantedosi e dal Guardasigilli Nordio, che ancora non hanno chiarito nemmeno il caso Almasri.

Due pesi, due misure. Due Mediterranei. Uno, blindato per chi fugge. L’altro, spalancato per chi comanda le celle dove quelle fughe finiscono spezzate da torture e violenze inenarrabili.

Mentre il popolo italiano – assuefatto, ipnotizzato, lobotomizzato da slogan e propaganda – continua a gridare “prima gli italiani!”, i veri padroni del nostro presente entrano ed escono indisturbati, accolti come partner. Nonostante i morti, le fosse comuni, le famiglie scomparse nel nulla.

Non è solo vergognoso. È criminale. E il giorno in cui questa pagina sarà letta nei tribunali della Storia – o, speriamo, in quelli veri – nessuno potrà dire di non aver saputo.

Dalle Spider ai Siluri: declino e retorica del “Made in Italy” nell’industria automobilistica

Non si può amare ciò che si abbandona. Eppure, questo amore per l’Italia tanto decantato da John Elkann e dalla dinastia Agnelli – il mito della grande borghesia torinese che per decenni ha tenuto in pugno l’industria nazionale – suona sempre più come una favola stanca, ripetuta per sedare le coscienze mentre il presente mostra ben altri scenari: desertificazione industriale, perdita di know-how, delocalizzazioni produttive e un’idea inquietante che si fa largo tra le pieghe del capitalismo bellico.

Il cuore della questione è tutto qui: la crisi dell’automotive italiano non è solo congiunturale. È una crisi strutturale, di visione, di volontà politica e industriale. È il riflesso di una parabola discendente iniziata da tempo, accelerata dalle scelte delle grandi famiglie del potere economico e oggi legittimata dalla complicità di governi deboli, quando non apertamente subordinati.

L’illusione della riconversione verde

In un mondo che corre verso la transizione ecologica, il settore dell’auto – specialmente quello delle vetture elettriche – dovrebbe essere il motore di una rinascita. Ma in Italia questa transizione è rimasta impigliata in promesse mancate e piani industriali evanescenti. Elkann, nell’ultima audizione parlamentare, ha ribadito che «vedrete cosa faremo dal 2026 con i due miliardi di investimenti». Promesse, appunto. Ma intanto la gigafactory di Termoli, fiore all’occhiello annunciato per l’era elettrica, è evaporata: costi troppo alti, poca competitività rispetto a Spagna e Francia, dove lo Stato ha messo mano al portafogli. In Italia no. Qui si celebrano gli “annunci”, ma si finanziano le armi.

L’ombra lunga del riarmo

Il sospetto – fondato – che aleggia nei palazzi e nei sindacati è quello di una riconversione bellica dell’industria automobilistica. Lo scenario non è più fantascientifico: la partnership tra Iveco (gruppo Exor, quindi Agnelli) e Leonardo per la produzione di carri armati è realtà. Mentre l’Europa imbocca la strada del riarmo, con Ursula von der Leyen pronta a destinare 800 miliardi al comparto militare, l’industria dell’auto cerca rifugio sotto l’ala protettiva della difesa. E poco importa se questo tradisce completamente le premesse ecologiche o le promesse occupazionali.

Lo stesso Elkann si affretta a dire che «il futuro dell’auto non è nell’industria bellica», ma aggiunge subito dopo che «dipende da dove l’Europa deciderà di investire». Un messaggio chiaro, anzi chiarissimo: la direzione la danno i soldi pubblici, e la moralità industriale è una variabile secondaria.

Il ruolo ambiguo del governo Meloni

Davanti a tutto questo, il governo italiano si dichiara “soddisfatto”. Il ministro Urso fa spallucce. Palazzo Chigi preferisce non disturbare il manovratore. Si lascia fare. Anzi, si elogia il garbo e la discrezione di Elkann, «mica come quel portoghese Tavares», CEO di Stellantis, che almeno ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno: l’Italia non è un Paese competitivo per fare industria. E se anche lo fosse, nessuno si preoccupa più di mantenere qui la produzione.

L’unica voce nella maggioranza che si solleva è quella della Lega, per calcolo elettorale. Le opposizioni denunciano ma non incidono. I sindacati dei metalmeccanici – tutti, dalla Fiom alla Fim – manifestano insofferenza. Ma la realtà è che senza una visione condivisa e senza strumenti reali, anche il conflitto rischia di restare solo verbale.

Dalla grande fabbrica alla grande illusione

Il punto più drammatico della crisi non è neppure economico, ma culturale. L’Italia era il Paese delle utilitarie per tutti, delle linee disegnate da Pininfarina, dei marchi iconici, dei collaudatori e dei progettisti di Mirafiori. Oggi è un laboratorio di smantellamento in cui si parla di “orgoglio italiano” mentre si delocalizza in silenzio e si preparano linee di montaggio per mezzi blindati, anziché per city car.

L’amore per l’Italia non si misura a parole, ma nei fatti. E i fatti dicono che Stellantis è una multinazionale che risponde alle logiche della Borsa, non a quelle della coesione nazionale. Che Termoli è un progetto fallito e che l’occupazione nel settore auto sta crollando. Che ci stiamo attrezzando per costruire siluri invece di spider.

La fine di un ciclo e la sfida della reindustrializzazione

Siamo alla fine di un ciclo. Se non si interviene ora, l’Italia uscirà definitivamente dal novero dei Paesi con una filiera automobilistica rilevante. L’alternativa è chiara: o si costruisce una politica industriale seria, capace di scommettere sulla transizione ecologica, sull’innovazione, sul lavoro, o si accetta di essere retrovia logistica del riarmo europeo.

Serve una visione pubblica forte, un’alleanza tra Stato, imprese e lavoro che punti su sostenibilità, competenze, redistribuzione e autonomia strategica. Non basta più inseguire i colossi. Serve immaginare il futuro e avere il coraggio di difenderlo dalle tentazioni belliche e dagli interessi privati che parlano italiano ma pensano in dollari.

Il futuro non si scava nella terra: verità e illusioni del ritorno al nucleare

Mentre il mondo brucia e il tempo stringe, si riaccende in Italia il dibattito sul ritorno all’energia nucleare. Un ritorno travestito da modernità, mascherato da progresso, che cerca di scrollarsi di dosso l’ingombrante eredità lasciata da due referendum popolari — quello del 1987 e quello del 2011 — che hanno bocciato senza appello il ricorso all’atomo per produrre energia. Ma dietro questa narrazione di rinascita tecnologica si cela una realtà ben diversa: una scelta dispendiosa, lenta, rischiosa e — soprattutto — inutile.

Chi oggi spinge per la “rinuclearizzazione” dell’Italia lo fa inseguendo una chimera alimentata più dagli interessi economici che dalla razionalità energetica. È una corsa senza meta verso una tecnologia che, nei fatti, si dimostra inadeguata a fronteggiare la crisi climatica, inadatta a rispondere ai bisogni energetici del presente e profondamente gravata da interrogativi irrisolti: dove collocare le scorie? Chi pagherà il conto salatissimo della costruzione e dello smantellamento? Quanto tempo occorre per far partire realmente un reattore? Chi davvero ne trarrà beneficio?

La lentezza atomica contro l’urgenza climatica

Siamo nel pieno di una crisi climatica senza precedenti. Ogni frazione di grado in più significa distruzione, povertà, migrazione, guerre. Eppure, chi promuove il ritorno al nucleare sembra dimenticare che i tempi tecnici per costruire una centrale superano abbondantemente i 15-20 anni.

Olkiluoto 3, in Finlandia, è stato completato dopo 18 anni.

Flamanville, in Francia, ha richiesto 17 anni e costi decuplicati.

Hinkley Point C, nel Regno Unito, sarà pronta (forse) nel 2031, 21 anni dopo la decisione iniziale.

Nel frattempo, tra il 2004 e il 2023, la capacità solare mondiale è passata da 7 GW a 1650 GW. Le rinnovabili non solo crescono a ritmi esponenziali, ma producono energia con tempi e costi che il nucleare non riesce nemmeno a sognare.

Una tecnologia vecchia per un mondo che cambia

Si parla con enfasi di “piccoli reattori modulari” (SMR) e di “nucleare sostenibile”, ma la realtà è che nessuno di questi impianti è ancora operativo su larga scala. Il costo stimato per un solo SMR BWRX-300 di GE-Hitachi è di oltre 5,4 miliardi di dollari, con data di completamento ipotetica nel 2033. E questi sono solo prototipi.

Nel frattempo, il costo dell’elettricità da nuove centrali nucleari è salito del 46% in 14 anni, passando da 123 a 180 $/MWh. Le rinnovabili, al contrario, hanno raggiunto una media mondiale (LCOE) di 53 $/MWh per l’eolico e 68 $/MWh per il fotovoltaico.

Perché insistere con una tecnologia più costosa, più lenta e più pericolosa?

Il buco nero delle scorie

È il nodo che nessuno vuole affrontare: dove mettiamo le scorie radioattive?

Per rendere il nucleare “sostenibile” secondo la tassonomia UE, un Paese dovrebbe:

• Avere già operativo un deposito per i rifiuti a bassa e media intensità;

• Avere un sito funzionante entro il 2050 per i rifiuti ad alta attività e per il combustibile esausto;

• Istiuire un fondo per smantellamento e gestione post-operativa.

In Italia tutto questo è inesistente.

Il progetto per un Deposito Nazionale è fermo da anni tra opposizioni locali e scarsa volontà politica. Intanto, le scorie restano stipate in 24 siti provvisori sparsi sul territorio, un’eredità scomoda che nessuno vuole accogliere, ma che tutti devono temere.

Un affare d’oro (per chi costruisce)

Dietro il ritorno al nucleare si intravede un’enorme operazione industriale, una manna per le multinazionali del settore. Gli Stati Uniti hanno già fatto capolino come “partner tecnologici”, pronti a vendere know-how, materiali, software, componenti. Un déjà-vu: come per gli armamenti, anche per l’atomo saremmo acquirenti passivi. E non è un caso se il ddl del governo prevede aiuti pubblici e silenzi sulle ricadute in bolletta.

A pagare saranno i cittadini, a guadagnare saranno le solite grandi imprese. Ancora una volta, la politica si mostra più attenta ai dividendi dei costruttori che al destino delle future generazioni.

Il legame occulto con l’industria bellica

C’è poi un altro aspetto spesso taciuto, ma che è impossibile ignorare: il legame tra energia nucleare e armamenti nucleari.

I residui della produzione nelle centrali — in particolare il plutonio — possono essere riconvertiti, con procedimenti specifici, in materiale fissile per testate nucleari tattiche e strategiche.

La storia ci insegna che dove c’è una filiera energetica nucleare, c’è anche una potenziale filiera bellica. Alcuni Stati non nascondono neppure più questa connessione, e l’interesse geopolitico per dotarsi di una “copertura civile” per poi evolvere in armamento nucleare è ben documentato.

Accettare oggi il ritorno al nucleare in Italia, senza garanzie assolute sulla non proliferazione, significa spalancare una porta anche a derive militari. Una tentazione inquietante, in un mondo già sull’orlo di troppi conflitti.

L’alternativa concreta c’è: le rinnovabili e… la fusione

La vera rivoluzione non è nel ritorno all’atomo del Novecento, ma nella ricerca e nell’innovazione verso una nuova frontiera dell’energia pulita e abbondante: la fusione nucleare, cioè l’unione di isotopi dell’idrogeno che riproduce il processo energetico del Sole.

Nessuna scoria a lunga durata, nessun rischio di meltdown, nessun bisogno di uranio, nessuna dipendenza geopolitica.

Il progetto ITER (Francia) e gli esperimenti privati come Commonwealth Fusion Systems (USA) e Tokamak Energy (UK) stanno accelerando. Si tratta di una sfida scientifica ancora aperta, certo, ma il potenziale è gigantesco. E va sostenuto.

Scommettere sulla fusione ha senso. Tornare alla fissione è come investire sul telegrafo mentre il mondo costruisce reti 5G.

La memoria dei referendum: un mandato ancora vivo

Due volte gli italiani hanno detto no. Non a caso. Hanno scelto la precauzione, la sostenibilità, la democrazia energetica. Ignorare quella volontà, o peggio cercare scorciatoie per aggirarla, è un tradimento politico e morale.

Nel 1987 fu Chernobyl a svegliare le coscienze. Nel 2011 fu Fukushima a confermare i timori. Ora si tenta di tornare indietro, approfittando della crisi climatica per rianimare un cadavere.

Ma il futuro non si scava nella terra. Non si costruisce sulle scorie del passato.

Il futuro è solare, eolico, intelligente, condiviso. È un’energia che non ha bisogno di blindature e barriere, ma di reti e comunità.

Non abbiamo bisogno di più centrali. Abbiamo bisogno di più coscienza.

E, finalmente, di scelte all’altezza della sfida che ci sta davanti.

La Carta di Ventotene dileggiata: una ferita alla memoria antifascista, un attacco all’Europa dei popoli⸻

Nel cuore del Mediterraneo, in un’isola che fu prigione e divenne culla di speranza, nacque nel 1941 il Manifesto di Ventotene. Scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati politici del fascismo, il manifesto delineava una visione rivoluzionaria per un’Europa libera, solidale e federale, che sapesse mettere fine ai nazionalismi assassini e alle guerre fratricide. Fu il seme di quell’Unione Europea che, pur tra limiti e contraddizioni, ha rappresentato il tentativo più ambizioso di trasformare il continente da campo di battaglia a spazio di pace.

Ma oggi, a distanza di più di ottant’anni, quel documento viene sbeffeggiato e distorto proprio all’interno delle istituzioni democratiche italiane. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha attaccato pubblicamente il Manifesto di Ventotene in aula, con parole che suonano come un dileggio non solo a un testo fondante dell’ideale europeo, ma anche alla memoria della lotta antifascista. Non è un atto casuale né una semplice provocazione ideologica: è un segnale politico ben preciso, inquietante e pericoloso.

Il disprezzo ideologico: la Carta scritta dai “nemici” del fascismo

Il primo elemento da considerare è la radice antifascista del Manifesto. Spinelli, Colorni e Rossi erano oppositori irriducibili del regime. Furono arrestati, confinati, perseguitati per le loro idee, Eugenio Color fu trucidato il 28 maggio 1944 a Roma dai fascisti della banda Kock. È proprio per questo che l’attacco della Meloni non può essere letto separatamente dal suo ambiguo e mai chiaramente risolto rapporto con il fascismo storico. Non ha mai pronunciato una netta condanna dei crimini del ventennio. Non ha mai preso le distanze da quell’ideologia che ha causato guerre, leggi razziali, repressioni violente. Il disprezzo mostrato verso la Carta di Ventotene è il riflesso di un odio latente verso tutto ciò che si oppone al mito fascista.

L’attacco della Meloni e dei suoi seguaci sembra animato da una volontà di rivalsa, come se il tempo presente fosse il momento di “riprendersi” ciò che l’antifascismo aveva sottratto. È il fantasma del risentimento che attraversa le nuove destre: “ci avete messi all’angolo per ottant’anni, ora tocca a noi”. In questo senso, il rifiuto del Manifesto non è solo teorico, è simbolico. È una volontà di riscrivere la storia, di ribaltare la narrazione della Resistenza, di delegittimare le fondamenta democratiche e costituzionali su cui si regge la Repubblica.

Un’Europa dei popoli tradita e svuotata

C’è però un’altra verità, più scomoda e dolorosa: anche chi difende la Carta di Ventotene dovrebbe avere il coraggio di ammettere che i suoi principi più profondi sono stati traditi. L’Europa nata dalle ceneri della guerra si è costruita, sì, ma ha finito per privilegiare le logiche del mercato, della tecnocrazia, delle diseguaglianze tra Stati. La solidarietà tra popoli è stata sacrificata sull’altare del rigore economico. La sovranità è stata smembrata in mille rivoli burocratici, senza che ciò significasse davvero più potere ai cittadini.

Il Manifesto auspicava una federazione europea dei popoli, non una fortezza di bilanci e interessi nazionali mascherati da ideali comuni. Oggi l’Europa è un progetto incompiuto, a volte addirittura deformato. Ma questa critica non giustifica affatto l’attacco della destra: anzi, dovrebbe essere il punto di partenza per rivendicare con ancora più forza l’attuazione vera e piena dei valori di Ventotene. Un’Europa che protegge, accoglie, distribuisce equamente risorse e opportunità. Un’Europa che si fa custode della pace, non complice del riarmo.

La retorica dell’educazione e la mistificazione populista

La Meloni ha cercato di gettare discredito sulla Carta, leggendo fuori contesto alcuni passaggi sul bisogno di “educare” i popoli. È una strategia tipica della propaganda populista: decontestualizzare per colpire emotivamente, sfruttare l’ignoranza diffusa, ribaltare i significati. Quei passaggi, in realtà, non erano affatto una negazione della democrazia, bensì un invito alla costruzione di una cittadinanza consapevole, capace di scegliere al di là della propaganda, del nazionalismo, della violenza. Ma questo è ciò che più spaventa il potere reazionario: cittadini che pensano con la propria testa.

Meloni, con questa operazione, tenta di sviare l’opinione pubblica dai clamorosi fallimenti del suo governo: dalle leggi sulla giustizia che indeboliscono le tutele, ai decreti sicurezza disumani, al silenzio colpevole di fronte al massacro quotidiano nella Striscia di Gaza, dove un governo criminale come quello di Netanyahu continua a mietere vittime civili sotto gli occhi chiusi dell’Occidente. Dov’è la voce dell’Italia? Dov’è il coraggio morale di denunciare l’apartheid e la pulizia etnica? Troppo impegnata, forse, a difendere gli interessi delle élite, dei grandi capitali, delle industrie belliche.

Una società che cova l’odio, un rischio reale per la democrazia

Ma il rischio più grande non è solo nelle parole di una premier. È nel ventre molle di una società in cui l’odio cresce indisturbato. In cui troppi cittadini – non la maggioranza, ma un numero drammaticamente rilevante – sognano di affondare i barconi con i migranti, di sterminare i palestinesi, di rinchiudere gli oppositori in campi. È un’Italia che ha perso empatia, che si nutre di rancore, che ha smarrito i principi fondamentali di umanità, giustizia, solidarietà.

Non possiamo permettere che il revisionismo storico, la nostalgia autoritaria e il populismo cinico disintegrino ciò che resta della nostra fragile democrazia. Non possiamo più tacere, né delegare. È il momento di svegliarsi. Di costruire un fronte popolare nuovo, plurale, coraggioso. Un fronte che unisca chi crede ancora nella pace, nella giustizia, nella libertà. Un fronte che difenda con ogni mezzo la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Un fronte che rinasca proprio da Ventotene, da quel sogno tradito, per farlo tornare realtà.

Appello: Prima che sia troppo tardi

Non è tempo di attendere, né di cedere al disincanto. È tempo di lottare, con dignità e determinazione. L’odio si diffonde come una nebbia velenosa, ma noi possiamo ancora accendere luci. Possiamo ancora unirci per costruire un’Europa dei popoli, non dei mercanti d’armi. Una Repubblica fondata sulla giustizia, non sull’arroganza. Una società che riconosca ogni essere umano come fratello, non come nemico.

Che ognuno scelga da che parte stare. Davvero. O si è con chi tende la mano, o con chi costruisce gabbie. O si è con chi salva vite, o con chi semina morte. O si è con chi difende la Costituzione, o con chi la calpesta. Ma sappiate questo: chi oggi tace, domani potrebbe non avere più voce.

Ventotene ci chiama. Rispondiamo. Adesso. Prima che sia troppo tardi.

L’attacco di Meloni al Manifesto di Ventotene: il sintomo di un’Europa alla deriva

L’attacco di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene in Parlamento non è stato un semplice scivolone retorico o una polemica di giornata. È stato un atto politico e ideologico di grande rilevanza, che svela non solo le profonde contraddizioni della premier, ma anche le difficoltà di un’Europa sempre più distante dai suoi principi fondativi.

Nel suo intervento alla Camera, Meloni ha decontestualizzato e ridicolizzato alcuni passaggi del Manifesto, fino a concludere con la frase: «Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia». Una dichiarazione che ha infuocato l’aula, portando alla sospensione della seduta tra urla di protesta e richiami istituzionali. Ma perché attaccare Ventotene? E perché proprio ora?

Il Manifesto di Ventotene e il suo significato politico

Il Manifesto di Ventotene, scritto tra il 1941 e il 1944 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni mentre erano al confino fascista, è un documento cardine per la nascita dell’idea di un’Europa unita. Ma non un’Europa qualunque: non quella tecnocratica e neoliberista di oggi, e nemmeno un’Europa militarizzata e bellicista.

I principi fondamentali del Manifesto erano chiari:
• Un’Europa federale che superasse il nazionalismo e garantisse la pace.
• Un’economia sociale, capace di garantire equità e diritti ai lavoratori.
• Una politica estera comune, orientata alla diplomazia e non alla guerra.
• Un governo democratico, lontano dagli interessi delle lobby economiche e finanziarie.

Un’idea di Europa che, nei decenni successivi, è stata progressivamente stravolta. Oggi l’UE non è quella sognata a Ventotene: è un’Europa della finanza, della tecnocrazia e del riarmo. Tuttavia, anche questa UE lontana dagli ideali originari è vista come un problema da una destra sovranista che preferirebbe tornare a un’Europa divisa e nazionalista.

Perché Meloni attacca il Manifesto di Ventotene?

L’attacco di Meloni a Ventotene si può leggere sotto tre chiavi fondamentali:

  1. Una continuità con il passato fascista

Il Manifesto di Ventotene è stato scritto da antifascisti confinati dal regime. Meloni, che non ha mai voluto dichiararsi antifascista, ha compiuto una scelta logica secondo la sua impostazione ideologica: distruggere simbolicamente il Manifesto significa attaccare uno dei pilastri dell’antifascismo europeo.

Non è un caso che nel suo discorso abbia puntato su frasi decontestualizzate, citando in modo strumentale concetti come la “proprietà privata da abolire”. Il suo obiettivo non era un’analisi storica, ma una pura operazione di discredito.

  1. Il tentativo di distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni

Meloni in questo momento è in grande difficoltà sul piano europeo e verso Trump. La sua posizione è contraddittoria e incoerente:
• Si dichiara “atlantista”, ma strizza l’occhio ai sovranisti e ai conservatori che vogliono smantellare l’UE.
• Sostiene la necessità di un rafforzamento della difesa europea, ma il suo alleato Salvini le ha tolto il mandato per approvare il piano di riarmo europeo (Rearm EU).
• A Bruxelles viene ignorata dai grandi leader, mentre in patria le sue alleanze scricchiolano.

In questo scenario, attaccare il Manifesto di Ventotene è stato un diversivo, un modo per spostare il dibattito su un tema ideologico e non sulle reali difficoltà del governo.

  1. Una strategia propagandistica per il suo elettorato

Meloni ha costruito il suo consenso su una retorica aggressiva, semplificata e populista. Attaccare Ventotene significa parlare direttamente alla sua base elettorale, composta da una parte della destra più estrema, nostalgica e contraria all’integrazione europea.

Con questa mossa ha lanciato un messaggio chiaro: la mia Europa non è quella della cooperazione, della pace e della giustizia sociale, ma quella delle nazioni sovrane, delle identità nazionali e del militarismo.

Le conseguenze di questo attacco: quali rischi corriamo?

L’atteggiamento di Meloni non è solo una provocazione politica: è un segnale d’allarme. I rischi sono evidenti:
• Un’Europa sempre più divisa, dove la spinta nazionalista prende il sopravvento sulla necessità di unità e cooperazione.
• Un ritorno a politiche autoritarie, come già accaduto in Ungheria con Orban o in Polonia, dove governi illiberali hanno ridotto le libertà democratiche.
• Un coinvolgimento in una guerra senza una strategia chiara, seguendo ciecamente logiche di escalation senza una politica estera autonoma.

Oggi, questi modelli vengono definiti con termini come democrazie illiberali o democrature, ma la sostanza non cambia: sono nuove forme di autoritarismo e neofascismo , mascherate dietro il voto popolare.

Cosa fare? Un fronte per la pace e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario, è necessario costruire un fronte di resistenza.

Mi rivolgo a tutti coloro che ancora pensano e comprendono la gravità della situazione: è il momento di agire, di creare un fronte per la pace e la giustizia sociale.

Non possiamo accettare un’Europa:
• che investe miliardi in armi mentre smantella il welfare, la sanità e l’istruzione.
• che si piega ai mercati e alle lobby dei fabbricanti di armi , ignorando i diritti dei cittadini.
• che segue una strategia bellicista senza una politica estera comune.

L’alternativa è tornare all’Europa di Ventotene, non come mito, ma come progetto concreto di federazione democratica e sociale.

In conclusione: Meloni e la memoria tradita

Il paradosso più grande è che se oggi Giorgia Meloni può sedere in un Parlamento democratico è anche grazie a chi ha scritto il Manifesto di Ventotene. Se oggi può esprimere liberamente le sue opinioni, anche quelle più aberranti, è perché donne e uomini hanno combattuto e perso la vita per la libertà contro il regime fascista che lei si rifiuta di condannare apertamente.

Meloni dice che «quella non è la sua Europa». Ma allora, viene da chiedersi: qual è la sua Europa? Quella del fascismo? Quella della guerra? Quella della repressione delle libertà?

A tutti coloro che credono ancora nei valori della pace, della giustizia sociale e della democrazia, il messaggio è chiaro: non possiamo restare in silenzio. È il momento di difendere il futuro prima che sia troppo tardi. Fermiamoli!!!