Italia, la corsa al riarmo ci porterà alla bancarotta?

Quando la spesa militare diventa un pericolo per la stabilità economica

Le richieste di incremento della spesa militare avanzate dagli Stati Uniti agli alleati della NATO rischiano di trasformarsi in una vera e propria mina vagante per i conti pubblici europei e, in particolare, per quelli italiani. Un’analisi condotta da Standard & Poor’s (S&P) mette in evidenza il pericolo concreto che tale escalation possa far esplodere il deficit, portando il nostro Paese su una traiettoria finanziaria insostenibile.

La richiesta, avanzata dall’ex presidente Donald Trump, prevede che gli Stati membri della NATO aumentino il budget militare fino al 5% del PIL. Per l’Italia, questo significherebbe un incremento della spesa fino a 107 miliardi di euro l’anno, più di tre volte rispetto agli attuali 32 miliardi. Un impegno che supererebbe persino i 90 miliardi destinati alla previdenza sociale e si avvicinerebbe alla cifra stanziata per la Sanità (131 miliardi nel 2023).

Un buco nei conti pubblici senza precedenti

Secondo le proiezioni di S&P, se l’Italia aderisse a questa richiesta, il deficit pubblico schizzerebbe dall’attuale 3,6% del PIL al 7,1%, pari a 151,9 miliardi di euro l’anno. Un salto che raddoppierebbe il già pesante disavanzo statale.

Per avere un’idea dell’impatto, basti pensare che il “buco” generato da questo incremento sarebbe di 74,7 miliardi, una cifra pressoché identica ai 79 miliardi destinati all’istruzione pubblica nel 2022.

La NATO ha già visto crescere i contributi degli alleati europei, che dal 2014 hanno quasi raddoppiato le spese militari, pur restando in media sotto il 2% del PIL. Tuttavia, nonostante l’impegno, gli Stati Uniti continuano a finanziare da soli due terzi del bilancio dell’Alleanza e ora pretendono che il resto del mondo faccia lo stesso.

Chi guadagna da questa corsa al riarmo?

Un aspetto fondamentale di questa vicenda è la destinazione effettiva della spesa militare. Secondo i dati citati dal Fatto Quotidiano, ben il 78% della spesa aggiuntiva per la difesa europea finisce fuori dall’Unione Europea, principalmente nelle casse dell’industria bellica statunitense. In altre parole, l’Europa dovrebbe indebitarsi pesantemente per acquistare armamenti prodotti oltreoceano, senza che questo generi un significativo ritorno economico per i propri cittadini.

A conferma di ciò, gli studi dimostrano che l’impatto della spesa militare sul PIL è estremamente ridotto. Ogni euro investito nella difesa garantisce un recupero fiscale di appena 40-50 centesimi, a causa della frammentazione e delle debolezze strutturali dell’industria bellica europea.

Tagli al welfare per finanziare le armi?

L’Italia, già vincolata dai nuovi parametri del Patto di Stabilità europeo, si troverebbe costretta a compensare il costo del riarmo con tagli pesanti su settori essenziali come la sanità, l’istruzione e il welfare.

Ecco alcuni dati che fanno riflettere:
• Nel 2023 la spesa sanitaria italiana è stata di 131 miliardi di euro. L’aumento della spesa militare richiesto dalla NATO arriverebbe a 107 miliardi, una cifra che da sola basterebbe a coprire oltre l’80% del budget sanitario nazionale.
• La spesa per l’istruzione pubblica nel 2022 è stata di 79 miliardi. L’aumento del budget militare ammonterebbe a 74,7 miliardi in più, praticamente l’equivalente dell’intero comparto educativo del Paese.
• La spesa previdenziale nel 2023 è stata di 90 miliardi. L’incremento delle spese per la difesa la supererebbe di oltre 15 miliardi, mettendo a rischio il già precario equilibrio del sistema pensionistico.

Di fronte a questi numeri, appare chiaro che ogni euro speso per le armi sarà inevitabilmente sottratto ai servizi essenziali per i cittadini.

Un’Europa sotto ricatto?

Per finanziare questa folle corsa agli armamenti, si ipotizza l’emissione di debito comune europeo per la difesa, attraverso strumenti come gli eurobond o l’intervento di enti finanziari come la Banca Europea per gli Investimenti o il Meccanismo Europeo di Stabilità. Ma anche questa soluzione avrebbe conseguenze devastanti:
• Aumento del debito pubblico europeo, con tassi di interesse più alti per tutti gli Stati membri.
• Nuove ondate di austerità e tagli ai servizi pubblici, per rispettare i vincoli di bilancio.
• Incremento della competizione tra Stati per l’accesso ai mercati finanziari, con il rischio di nuove crisi economiche.

Le scelte del governo: niente patrimoniale, nessuna lotta all’evasione

In tutto questo scenario, c’è da ricordare che il governo attuale di destra non ha assolutamente messo in conto di reperire eventuali fondi di bilancio né con una patrimoniale né attraverso una vera lotta all’evasione fiscale. Anzi, tutti i provvedimenti sinora attuati vanno in controtendenza rispetto a queste scelte.

Si preferisce chiudere un occhio sui 120 miliardi di euro di evasione fiscale annua, evitare qualsiasi tassazione progressiva sulla ricchezza e favorire con condoni e sanatorie chi ha sempre eluso i propri doveri fiscali.

Eppure, la strada sarebbe chiara: sì a una patrimoniale, sì a una lotta seria all’evasione fiscale e alla corruzione, ma non per finanziare le armi, bensì per sostenere il welfare e i servizi pubblici in Italia.

La follia di un mondo che si arma mentre crollano i servizi pubblici

In un contesto globale segnato da crisi economiche, emergenze sanitarie e cambiamenti climatici, l’idea di destinare centinaia di miliardi alle spese militari appare semplicemente assurda.

L’Italia è un Paese con ospedali al collasso, scuole che cadono a pezzi, trasporti pubblici inefficienti e un sistema pensionistico sempre più fragile. Eppure, il governo sembra più preoccupato di rispettare le richieste della NATO che di garantire un futuro dignitoso ai propri cittadini.

Se davvero fosse necessario aumentare la spesa pubblica, ci sarebbero mille altre priorità prima delle armi:
• Investire nella sanità pubblica, per ridurre le liste d’attesa e garantire cure accessibili a tutti.
• Migliorare il sistema scolastico e universitario, per formare nuove generazioni competitive e innovative.
• Potenziare le infrastrutture e i trasporti, per rilanciare l’economia e migliorare la qualità della vita.
• Sostenere la transizione ecologica, per affrontare le sfide ambientali del nostro tempo.

Ma no, si preferisce buttare miliardi in armamenti, senza alcuna strategia chiara, solo per obbedire a diktat esterni che servono più agli interessi dell’industria bellica che alla sicurezza dei cittadini.

Siamo davvero disposti ad accettarlo?

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