L’analisi di Jeffrey Sachs sul conflitto ucraino e sulle implicazioni della politica estera statunitense con l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca offre spunti interessanti, ma non basta per comprendere appieno il quadro geopolitico attuale. Le sue osservazioni, seppur acute, si inseriscono in un contesto molto più complesso, dove gli attori in gioco non sono solo gli Stati Uniti e la Russia, ma anche l’Europa, la Cina e una molteplicità di forze interne all’Ucraina. Per questo, è necessario andare oltre l’intervista e inserire il conflitto ucraino in una prospettiva più ampia, analizzando i cambiamenti strutturali in corso e le possibili evoluzioni nel medio e lungo termine.
La fine dell’era neo-conservatrice? Una lettura parziale
Uno degli elementi chiave della riflessione di Sachs è l’idea che Trump, rompendo con la tradizione neo-conservatrice della politica estera statunitense, possa facilitare la fine della guerra in Ucraina. È indubbio che l’espansione della NATO verso est sia stata un fattore determinante nella percezione russa di minaccia strategica, ma è altrettanto vero che la politica estera americana non è mai stata monolitica. Anche sotto le amministrazioni Biden e Obama, vi sono state frange più realiste che avrebbero preferito un diverso approccio verso Mosca.
L’errore che si compie spesso è quello di considerare gli Stati Uniti come un’entità omogenea, mentre in realtà esistono tensioni interne tra fautori di un interventismo muscolare e sostenitori di una politica più pragmatica. Trump stesso, pur con la sua retorica di rottura, ha mantenuto una linea ambigua: da un lato ha ridotto la pressione diretta sulla Russia, dall’altro ha fornito armi all’Ucraina e imposto nuove sanzioni a Mosca. Quindi, la sua eventuale presidenza potrebbe sì modificare gli assetti diplomatici, ma non necessariamente garantire una pace duratura in Ucraina.
Il destino dell’Ucraina: una pace imposta o un compromesso sostenibile?
Sachs sostiene che il conflitto ucraino sia avviato verso la conclusione perché gli Stati Uniti, sotto Trump, potrebbero abbandonare l’idea di un’espansione della NATO in Ucraina e Georgia. Ma il problema è più complesso: la Russia ha chiarito fin dall’inizio che il suo obiettivo non era solo fermare l’espansione della NATO, ma anche ridisegnare completamente l’assetto politico e territoriale dell’Ucraina. E questo è un punto su cui Washington – anche con Trump – potrebbe non cedere facilmente.
La guerra in Ucraina, infatti, non è soltanto una questione di sicurezza internazionale, ma anche una crisi identitaria e nazionale. L’Ucraina di oggi è profondamente diversa da quella del 2014: il conflitto ha cementato un’identità nazionale più forte e ostile a Mosca, rendendo improbabile una soluzione diplomatica che preveda una neutralità pura senza garanzie concrete di sicurezza. Inoltre, la Russia ha annesso formalmente quattro regioni ucraine e difficilmente accetterà di restituirle senza ottenere qualcosa in cambio.
Per questo, il vero nodo della questione non è solo se gli Stati Uniti smetteranno di spingere per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, ma se esiste uno scenario realistico in cui Mosca e Kiev possano accettare un compromesso territoriale e politico. E qui si apre un altro interrogativo: l’Europa è disposta a farsi carico di un negoziato serio, o continuerà a rimanere spettatrice delle decisioni prese altrove?
L’Europa tra subalternità e risveglio strategico
Uno degli aspetti più critici dell’analisi di Sachs è l’accusa all’Europa di essersi autoesclusa dal gioco diplomatico, allineandosi acriticamente alla politica neo-conservatrice americana. In parte, questa osservazione è corretta: dal 2022 in poi, l’Unione Europea ha adottato una linea dura nei confronti della Russia, sposando la strategia statunitense senza proporre una propria alternativa diplomatica. Tuttavia, non bisogna dimenticare che l’UE ha anche interessi specifici da difendere, in primis la sicurezza energetica e la stabilità economica.
Con l’inverno politico del trumpismo alle porte, l’Europa rischia di trovarsi in una posizione difficile: se gli Stati Uniti dovessero realmente ridimensionare il loro impegno in Ucraina, l’UE dovrà decidere se continuare a sostenere militarmente Kiev o cercare una via d’uscita negoziata. E questo metterà in evidenza tutte le fragilità strutturali della politica estera europea, divisa tra paesi come la Polonia e i Baltici, che vedono la Russia come una minaccia esistenziale, e altri come la Francia e la Germania, più inclini a una soluzione diplomatica.
Il ruolo della Cina e il futuro dell’ordine globale
Un elemento spesso trascurato nel dibattito sulla guerra in Ucraina è il ruolo della Cina. Mentre Stati Uniti ed Europa si concentrano sulla Russia, Pechino sta consolidando la sua posizione come principale mediatore globale. Il suo piano di pace per l’Ucraina, seppur vago, è stato accolto con interesse da Mosca e con prudenza da Kiev. Inoltre, la Cina sta costruendo un nuovo ordine economico che sfida direttamente l’egemonia occidentale, rafforzando i legami con paesi emergenti e riducendo la dipendenza dal dollaro.
Se Trump dovesse effettivamente ridimensionare l’impegno americano in Ucraina, la Cina potrebbe assumere un ruolo ancora più centrale nei negoziati, ridisegnando gli equilibri geopolitici in modo inaspettato. Questo potrebbe portare a un nuovo paradigma in cui la Russia non dipende più esclusivamente dall’Occidente per il proprio sviluppo economico, ma si integra sempre più nella sfera d’influenza cinese, creando un asse Mosca-Pechino che sfida direttamente gli interessi euro-americani.
Conclusione: verso un nuovo equilibrio instabile
L’idea che la guerra in Ucraina stia per concludersi perché Trump potrebbe smantellare l’espansionismo neo-conservatore è un’ipotesi suggestiva, ma semplificata. Il conflitto è il risultato di dinamiche storiche, identitarie e strategiche che vanno ben oltre le decisioni di un singolo leader americano.
Se davvero ci sarà un negoziato, non sarà una pace imposta dall’alto, ma il frutto di un complesso equilibrio di potere tra Stati Uniti, Russia, Cina e Unione Europea. La vera domanda è: l’Europa saprà ritrovare un ruolo autonomo in questo scenario, o resterà ancora una volta spettatrice delle scelte altrui? La risposta a questa domanda definirà non solo il destino dell’Ucraina, ma anche quello del continente europeo nei decenni a venire.
Fonte: intervista sul fatto quotidiano a Jeffrey Sachs, del 19 febbraio 2025.