Trump all’ONU: tra veti, fossili e fantasmi del declino occidentale

L’ennesimo show di Donald Trump, questa volta sul palco delle Nazioni Unite, va letto come una sorta di manifesto dell’America del presente, più che come l’estemporanea di un leader folkloristico. Dietro le battute da immobiliarista e i siparietti sull’arredamento del Palazzo di Vetro, Trump ha rispolverato tutti i mantra del trumpismo: il sovranismo protezionista, l’avversione per ogni istituzione multilaterale e la difesa muscolare degli interessi nazionali – anche a costo di passare sopra ai diritti umani e al buon senso.

Un’America isolata che detta legge

Nel suo intervento, il presidente americano ha confermato la linea dura che lo distingue: chiusura verso l’ONU, accusata di essere inefficace e “inutile” (“scrive lettere, ma le parole non risolvono i conflitti”), e ancora più ostilità verso chiunque provi a proporre una mediazione internazionale. Il paradosso è che Trump rivendica di aver “fermato sette guerre”, ma lo fa proprio mentre – col veto statunitense – blocca qualsiasi tentativo di pace in Palestina e mantiene un atteggiamento ambiguo sul conflitto Russia-Ucraina.

La Palestina come arma retorica e la complicità Usa con Tel Aviv

Sulla Palestina, il copione non cambia. Di fronte al riconoscimento formale dello Stato di Palestina da parte di diversi Paesi europei, Trump liquida tutto con una battuta velenosa: “Un favore ad Hamas”, ribaltando la realtà dei fatti e ignorando deliberatamente la catastrofe umanitaria in corso a Gaza. Non una parola sulle responsabilità di Israele o sul diritto dei palestinesi a esistere come popolo e come Stato. Del resto, gli Stati Uniti hanno sempre usato il loro potere di veto per proteggere Israele, impedendo ogni risoluzione ONU che provi anche solo timidamente a censurare le azioni di Tel Aviv. Trump, che ama definirsi “l’uomo della pace”, in realtà si conferma il primo sponsor delle guerre per procura e della distruzione sistematica dei diritti dei popoli sotto occupazione.

Migrazioni, Europa e la minaccia fantasma

Altro pilastro del discorso è l’attacco alle migrazioni: “invasione” secondo Trump, origine di tutti i mali del Vecchio Continente. La narrazione è sempre la stessa: l’Europa sarebbe destinata alla rovina a causa di una supposta “debolezza morale” e della scelta suicida di “confini aperti”. I migranti diventano il capro espiatorio perfetto per spiegare ogni crisi sociale, politica ed economica che attraversa l’Europa. Trump non perde occasione per lodare modelli autoritari come quello del Salvador di Bukele, evocando una specie di “paradiso dell’ordine” ottenuto a colpi di espulsioni e repressione.

Rivoluzione energetica? No, grazie: il fossile è di casa

Non meno chiaro è l’attacco feroce alle politiche ambientali. Trump liquida la rivoluzione verde come “la più grande truffa mai messa in atto”, fedele alla lobby dei combustibili fossili che ha sempre sostenuto la sua ascesa politica. Non è una sorpresa: dietro le sue sparate anti-green si nasconde il disegno di mantenere l’America e il mondo dipendenti da petrolio, gas e carbone. E così, mentre l’ONU cerca disperatamente di convincere i grandi Paesi ad accelerare sulle rinnovabili, il presidente americano fa esattamente il contrario: “Se seguite le politiche verdi, finirete in bancarotta”. Una previsione che serve solo a difendere gli interessi delle grandi corporation energetiche, ignorando la realtà della crisi climatica e il destino delle prossime generazioni.

Russia, Ucraina e la coerenza a giorni alterni

Sul fronte russo-ucraino, Trump sfoggia una coerenza tutta sua: da un lato accusa Europa e NATO di “ipocrisia” perché continuano a comprare gas e petrolio da Mosca, dall’altro omette ogni autocritica sulle ambiguità americane nei rapporti con Putin, specie durante il suo primo mandato. Basta ricordare l’incontro in Alaska e le sue dichiarazioni ondivaghe sulla Crimea per capire che anche in questo caso la posizione è dettata dal calcolo del momento più che da una reale visione geopolitica.

Un Occidente sempre più diviso e impaurito

Il filo rosso che attraversa tutto il discorso è la paura: paura dell’altro, del nuovo, del cambiamento. L’America di Trump è una potenza che si chiude, che teme di perdere il suo primato e che, per reazione, preferisce il muro al dialogo, il fossile al rinnovabile, il veto alla diplomazia. Un’America che, anziché guidare il cambiamento, diventa prigioniera delle sue stesse paure e dei suoi interessi più miopi.

Il pericolo dell’ambiguità trumpiana

Dietro la maschera folcloristica di Trump si nasconde una strategia precisa: indebolire ogni tentativo di governance globale, riportare il mondo a una logica di “ognuno per sé”, rafforzare il potere degli Stati Uniti sulle macerie dell’ordine internazionale. Ma la verità, sotto gli occhi di tutti, è che questa America rischia di trascinare con sé nel declino l’intero Occidente, alimentando conflitti, crisi ambientali e nuove ondate di disuguaglianza e paura. E mentre il Palazzo di Vetro continua a oscillare tra crisi di identità e tentativi di riforma, il pericolo più grande resta quello di abituarsi a questo clima di perenne emergenza e di non reagire più.

Il saccheggio annunciato: gli Stati Uniti preparano la conquista del Venezuela per rubarne il petrolio

Quella che si sta preparando al largo delle coste venezuelane non è una missione antinarcotici. È un’invasione imperialista a tutti gli effetti. Una mossa militare strategica per impadronirsi di uno degli scrigni più ricchi del pianeta. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere conosciute al mondo, insieme a giacimenti di gas, oro, coltan e terre rare. Ed è proprio questo che fa gola agli Stati Uniti.

Il nemico non è il narcotraffico. Il vero bersaglio è il modello di Stato che osa tenere per sé le proprie risorse, redistribuirle al popolo, anziché svenderle alle multinazionali. Washington ha già deciso: quel governo va abbattuto. Non perché è “inefficiente” o “fallito”, ma perché resiste.

Predoni in uniforme: la guerra economica si fa guerra militare

Gli Stati Uniti hanno già dispiegato navi da guerra, caccia e sommergibili nel Mar dei Caraibi. Hanno rilanciato la taglia su Nicolás Maduro, offrendone la cattura come fosse un criminale comune. Hanno bombardato un’imbarcazione “sospetta”, uccidendo 11 persone. Hanno accusato Caracas di dirigere un cartello del narcotraffico senza fornire prove concrete. Nel frattempo, il Venezuela ha risposto mobilitando milioni di miliziani, rafforzando le coste e denunciando all’ONU l’imminente aggressione.

Tutto ciò accade mentre il governo venezuelano ha firmato accordi strategici con Cina e Iran per lo sfruttamento del petrolio, fuori dal circuito dollaro. Un affronto inaccettabile per l’impero: le risorse naturali devono restare sotto controllo occidentale. E chi si sottrae, deve essere colpito.

Il pretesto della droga: un copione logoro per legittimare l’aggressione

È la solita sceneggiatura. Si costruisce una narrativa tossica, si demonizza il governo, si isola diplomaticamente un Paese, e infine si giustifica l’azione militare come “intervento umanitario” o “operazione di sicurezza”. In questo caso, l’etichetta scelta è “narco-Stato”.

Ma persino la DEA ammette che il ruolo del Venezuela nel narcotraffico è marginale. I principali corridoi passano da Colombia e Messico, paesi sotto influenza USA. Il famigerato Cartel de los Soles è una costruzione narrativa, usata per infangare l’intera struttura statale venezuelana. Il nemico è funzionale. Serve a giustificare l’assalto.

La vera posta in gioco: sovranità energetica e autodeterminazione

Il Venezuela è uno dei pochi Stati che ha scelto di tenersi stretto il proprio petrolio e metterlo al servizio della popolazione. Nonostante l’embargo, il blocco finanziario, la guerra economica e le campagne mediatiche, Caracas ha mantenuto il controllo pubblico su PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale. Ha destinato le proprie ricchezze a programmi sociali, sanità pubblica, istruzione gratuita, edilizia popolare, accesso ai beni primari, costruendo un’alternativa concreta alla barbarie neoliberista.

Per questo è diventato un bersaglio. Il Venezuela è un modello concreto che dimostra come sia possibile resistere al ricatto dei mercati e scegliere la redistribuzione invece dello sfruttamento.

È chiaro che le difficoltà economiche che il Paese attraversa non dipendono da inefficienze interne, ma dall’assedio economico, commerciale e finanziario organizzato dagli Stati Uniti, in piena violazione del diritto internazionale. Esattamente come accade a Cuba, anch’essa strangolata da sanzioni illegali che durano da decenni.

Una guerra preventiva mascherata: la violazione del diritto internazionale

L’invasione militare in preparazione viola apertamente ogni norma del diritto internazionale. Nessuna risoluzione ONU, nessuna prova concreta, nessun consenso multilaterale. Solo la forza nuda dell’arroganza imperiale.

Gli Stati Uniti stanno agendo da predoni globali. Schierano forze d’attacco come se si trattasse di un’operazione di polizia, ma agiscono da occupanti. E non è la prima volta. Panama, Iraq, Libia: ogni volta con un pretesto diverso. Ma oggi l’obiettivo è chiaro: togliere al Venezuela il diritto di decidere cosa fare delle proprie ricchezze.

Il Venezuela resiste, il multipolarismo avanza

Il Venezuela non arretra. Ha scelto la via della resistenza e della cooperazione Sud-Sud. Mobilita il suo popolo, stringe accordi con Russia, Cina, Iran e costruisce alleanze fuori dal dominio dollaro. Mentre Washington ricorre alla forza, Caracas scommette sulla diplomazia, sull’integrazione latinoamericana, sulla solidarietà dei popoli.

E non è sola. L’attacco al Venezuela è ormai un banco di prova per tutto il Sud globale. Difenderlo oggi significa difendere la possibilità di un mondo multipolare, non subordinato ai diktat della NATO o al sistema finanziario occidentale.

Scenari e conseguenze: il bivio storico dell’America Latina
1. Escalation militare – un’aggressione frontale con il rischio di un conflitto su scala continentale.
2. Blocco economico rafforzato – ulteriore peggioramento delle condizioni di vita, usato per fomentare il malcontento.
3. Cambio di regime forzato – ritorno delle élite neoliberiste e delle oligarchie legate agli interessi USA.
4. Resistenza e consolidamento del fronte anti-imperialista – rafforzamento delle alleanze sovraniste e popolari in tutta l’America Latina.

Un popolo che resiste è un popolo che insegna

Il Venezuela non è un Paese da compatire. È un esempio di resistenza attiva, che dimostra come si possa resistere all’aggressione imperialista senza cedere. Chi oggi lo attacca, lo fa per paura che il suo esempio diventi contagioso.

Difendere il Venezuela non significa solo opporsi alla guerra. Significa scegliere un modello alternativo di società, in cui le risorse appartengano a chi le abita, e non a chi le saccheggia. In cui la solidarietà venga prima del profitto. In cui la dignità valga più del petrolio.

Fonti
Reuters – “Venezuela to boost troops to tackle drug trafficking as US strengthens military in Caribbean”
Associated Press – “US naval deployment near Venezuela raises alarm in Latin America”
Council on Foreign Relations – “Escalating US-Venezuela tensions: beyond the war on drugs”
TRT World – “Narco-state or propaganda tool? Dissecting the US narrative on Venezuela”
Al Jazeera – “Venezuela, China sign oil megadeal amid rising US tension”

Dal colpo che ha ucciso Kirk alla crisi dell’anima collettiva: quando la violenza torna ad essere politica

L’assassinio di Charlie Kirk, il giovane attivista trumpiano freddato da un colpo di fucile durante un evento pubblico in Utah, è solo l’ultimo, tragico segnale di una società che implode su se stessa. Non è soltanto l’ennesima vittima di un Paese armato fino ai denti. È il sintomo violento di un mondo che ha smarrito l’orientamento e ha trasformato la politica in una battaglia identitaria permanente, dove l’opinione si confonde con la verità e il dissenso con il nemico.

E allora non basta parlare di ordine pubblico. Serve riflettere sull’ordine interiore.

La parabola tragica di Charlie Kirk

Charlie Kirk non era un personaggio neutro. Fondatore di Turning Point USA, volto amato dal movimento MAGA, difensore acceso del diritto costituzionale a portare armi, aveva costruito la sua figura pubblica sull’opposizione netta al multiculturalismo, al movimento LGBTQ+, al femminismo e a tutto ciò che potesse essere etichettato come “woke”. In una dichiarazione agghiacciante, arrivò perfino a sostenere che un certo numero di morti ogni anno fosse un prezzo accettabile per preservare il Secondo Emendamento.

Un’affermazione che oggi risuona con macabra ironia: proprio uno di quei “lupi solitari”, armato fino ai denti, ha posto fine alla sua vita, in una sorta di boomerang tragico, un karma intriso di piombo.

Eppure, anche di fronte a questa spirale perversa, il cordoglio dei leader conservatori si è trasformato subito in un’arma retorica. Trump, il giorno dopo l’omicidio, non ha speso una parola sul facile accesso alle armi, sul disagio psichico diffuso nell’America profonda, né sul contesto sociale che trasforma i giovani in bombe a orologeria. Ha invece puntato subito il dito contro “la sinistra”, trasformando il lutto in strumento di propaganda.

La pistola è carica, ma chi mette il dito sul grilletto?

L’omicida di Kirk è un giovane bianco, senza legami politici noti, apparentemente isolato, cresciuto nel deserto psichico e sociale dell’America delle periferie, tra depressione e mitologie belliche. Il suo gesto non sembra coordinato, ma nasce da un humus culturale dove la violenza è un linguaggio possibile, perfino accettabile.

Ma da dove nasce tutto questo?

L’America è diventata un Far West sociale, dove ogni individuo è potenzialmente armato, dove l’identità politica è una bandiera da difendere con le unghie e con i denti, dove la narrazione collettiva è frantumata in mille bolle digitali. E se è vero che la disponibilità di armi gioca un ruolo determinante, lo è ancor di più il vuoto politico ed esistenziale che molti riempiono con ideologie tossiche, frustrazione e rancore.

Il punto non è se l’assassino fosse di sinistra o di destra. Il punto è che chiunque oggi può essere radicalizzato in assenza di riferimenti comuni, mentre la politica — anziché arginare — cavalca la furia e la trasforma in consenso.

La crisi dell’ordine interiore

La violenza politica, negli Stati Uniti come altrove, sta tornando ad essere una scorciatoia per risolvere frustrazioni che la politica istituzionale non intercetta più. Quando la realtà non corrisponde alle aspettative costruite, quando il presente sembra una gabbia e il futuro una truffa, la rabbia cerca un volto da punire.

Funziona così: si decide come dovrebbe andare il mondo, si identifica chi lo ostacola, e si agisce — verbalmente, digitalmente o fisicamente — per “riparare” la distorsione. Non si accetta la complessità, si vuole imporre una propria verità assoluta, un mondo perfetto a propria immagine. È un delirio ideologico ma anche un abisso psicologico.

La violenza non è più un incidente. È diventata una tentazione. Il problema è profondo e sistemico: la crisi politica è ormai crisi antropologica.

La sinistra: tra responsabilità e reazione

Chi oggi accusa la sinistra di aver “armato la mano” dell’assassino, compie un’operazione strumentale. Non ci sono prove, né appartenenze politiche dirette. Ma è vero che anche nei ranghi progressisti, talvolta, si è cavalcata una narrazione moralista e assolutista, dipingendo l’avversario politico come irredimibile, cattivo, da estirpare.

Questa retorica, seppur nata in risposta alla radicalizzazione trumpiana, ha contribuito ad alimentare un clima di perenne guerra civile fredda.

Se la sinistra vuole davvero rompere questa spirale, deve uscire dalla logica binaria della contrapposizione cieca e costruire un orizzonte comune. Non basta vincere le elezioni, serve ricostruire fiducia, senso civico, spazi di ascolto, comunità. Altrimenti si resta intrappolati nella stessa logica tossica che si vorrebbe combattere.

Dove ci sta portando tutto questo?

In Europa, la crisi della politica si traduce in apatia e disaffezione. In America, in polarizzazione armata. Ma il comune denominatore è chiaro: il fallimento della democrazia rappresentativa come spazio di elaborazione collettiva. Oggi la politica è spesso solo marketing elettorale, scontro tra personalità e non tra visioni, polemica invece di progetto. La sua crisi è così profonda da aver generato una nuova fede: quella nella violenza come strumento legittimo di cambiamento.

E in questo scenario, chi ha responsabilità politica, sociale o culturale dovrebbe ricordarsi che le parole costruiscono mondi, e i mondi che costruiscono possono anche uccidere.

Il sistema è in bilico

L’omicidio di Charlie Kirk non è solo un fatto di cronaca nera. È uno specchio. Riflette una società in crisi di senso, un sistema politico che alimenta il conflitto invece di gestirlo, un’umanità che ha smarrito la bussola morale e collettiva.

La violenza è tornata a bussare alla porta della politica. E non se ne andrà finché non sarà ricostruita una cultura del rispetto, della giustizia sociale, della responsabilità pubblica. Il vero problema non è l’ordine pubblico, ma l’ordine interiore di una civiltà che ha dimenticato come si convive con il dissenso.

E se non cambiamo rotta, la prossima pallottola potrebbe colpire chiunque — perché quando il conflitto si fa sistema, la violenza diventa il suo linguaggio naturale.

Caschi blu a Gaza: la via dell’ONU oltre il veto USA

L’emergenza umanitaria a Gaza ha superato la soglia dell’indicibile: assedi, carestia, bombardamenti, ospedali trasformati in obitori, nessun accesso garantito per gli aiuti umanitari. La governance israeliana, sempre più priva di contrappesi, opera sub specie militari, ignorando apertamente la legalità internazionale. E mentre le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto sistemico degli Stati Uniti, emerge con forza un interrogativo: può l’Assemblea Generale aggirare questa impasse e agire?

La risposta esiste, è sul tavolo dal 1950, si chiama Uniting for Peace – ed è l’unica carta concreta che oggi l’ONU può giocare per difendere ciò che resta del diritto internazionale e della sua stessa credibilità.

Gaza sotto assedio, la diplomazia sotto scacco

Il 10 agosto 2025, il Consiglio di Sicurezza si è riunito per affrontare l’esplicito piano di conquista totale di Gaza annunciato dal governo Netanyahu. Un piano di annessione de facto, considerato da più giuristi internazionali come genocidio in fieri, secondo i criteri della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure, neppure un voto: il veto statunitense, ampiamente preannunciato, ha impedito anche solo una risoluzione interlocutoria.

Questo ennesimo fallimento ha rimesso al centro dell’attenzione una vecchia arma giuridica, ancora pienamente in vigore: la risoluzione 377 (A) V – Uniting for Peace, adottata nel 1950 proprio su iniziativa degli Stati Uniti, allora per contrastare i veti sovietici sulla guerra di Corea.

Uniting for Peace: lo strumento esiste, manca il coraggio

La risoluzione 377 afferma che, quando il Consiglio di Sicurezza “viene meno al proprio dovere” a causa di un veto, l’Assemblea Generale può intervenire, convocando un’assemblea d’urgenza e adottando raccomandazioni vincolanti per l’uso di misure collettive, anche armate, per mantenere o ristabilire la pace.

Questo meccanismo non è una chimera: è stato attivato in 11 casi, incluso il conflitto di Suez nel 1956, l’invasione sovietica dell’Ungheria, e più recentemente, nel 2022, per condannare l’invasione russa dell’Ucraina.

Tuttavia, mai è stato applicato al conflitto israelo-palestinese, nonostante le ripetute escalation e le gravi violazioni del diritto umanitario. La domanda è dunque politica, non giuridica.

Francesca Albanese e la mobilitazione per una forza di protezione

Il rilancio è arrivato da più parti: la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha chiesto esplicitamente l’attivazione del meccanismo, suggerendo una “forza protettiva internazionale composta da soldati amici”. L’ONG DAWN ha appoggiato questa proposta, sottolineando come l’inazione ONU stia contribuendo alla complicità passiva nello sterminio in corso.

Nei giorni tra l’8 e il 10 agosto, la delegazione palestinese ha formalmente avanzato la richiesta all’Assemblea Generale, invocando l’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite e la procedura Uniting for Peace. Ma nessuno, finora, ha osato raccoglierla.

Un consenso larvato, ma nessuna volontà politica

Il quadro all’interno del Consiglio di Sicurezza è eloquente: Slovenia, Francia, Regno Unito, Danimarca, Grecia, Pakistan, Panama, Somalia, Algeria, Corea del Sud, Guyana, Sierra Leone – tutti hanno condannato apertamente il piano di occupazione israeliano. Ma nessuno ha promosso formalmente l’attivazione della 377 A.

Cina e Russia, pur critiche verso Israele, restano silenti. I motivi sono geopolitici: Pechino teme che una spaccatura netta con gli USA possa ripercuotersi su Taiwan, Mosca guarda all’Ucraina. Anche le diplomazie europee, pur favorevoli alla Palestina nei toni, preferiscono un approccio graduale e simbolico, evitando lo scontro frontale con Washington.

Nel frattempo, la “rassegnazione connivente” – per usare le parole di Gian Giacomo Migone – si espande tra le istituzioni internazionali.

Oltre la retorica: serve un mandato ai caschi blu

A Gaza non servono più solo dichiarazioni, ma azioni concrete: corridoi umanitari, protezione dei civili, accesso a viveri e medicinali, verifica indipendente dei crimini di guerra. Tutto ciò può essere garantito da una forza internazionale sotto mandato ONU, sul modello delle missioni UNIFIL o MINURSO.

Il mandato dei caschi blu non può più essere ostaggio dei giochi di potere del Consiglio. Come ricordava lo stesso António Guterres, “la legalità internazionale non è opzionale”. Ma se resta lettera morta, il rischio di implosione del sistema multilaterale diventa reale.

Nel 1938, la Società delle Nazioni fallì nel suo scopo primario: prevenire un nuovo conflitto globale. Oggi, l’ONU rischia la stessa sorte se non reagisce. Gaza non può essere il nuovo fallimento di Ginevra.

Direzione di marcia: quale mobilitazione possibile?

L’Assemblea Generale, come corpo rappresentativo delle Nazioni Unite, può e deve agire. Serve il voto favorevole di due terzi dei membri presenti e votanti: un obiettivo realisticamente raggiungibile, vista la larga maggioranza di paesi che sostengono i diritti dei palestinesi.

Anche azioni simboliche, come l’ipotesi suggerita da alcuni diplomatici italiani di boicottare l’intervento di Netanyahu lasciando vuota l’aula, possono avere un valore politico forte. Ma la priorità resta operativa: l’implementazione immediata di una forza internazionale di protezione civile e umanitaria.

Conclusione: oltre la rassegnazione, la responsabilità collettiva

L’ONU è a un bivio. Gaza è oggi la cartina al tornasole della sua capacità di incidere nella realtà, non solo nella diplomazia. Se l’Assemblea Generale non interverrà, la storia la giudicherà corresponsabile di un’ecatombe annunciata.

Per questo oggi, richiamando il principio stesso che fondò le Nazioni Unite – “Mai più” – occorre agire, senza più alibi.

🕊️ Missione delle fonti
• Risoluzione 377 (V) “Uniting for Peace” (3 novembre 1950): https://digitallibrary.un.org/record/111019
• DAWN MENA – Proposta di forza di protezione internazionale: https://dawnmena.org/un-general-assembly-deploy-international-protection-force-to-gaza/
• Francesca Albanese – Interventi pubblici e dichiarazioni ufficiali: https://www.ohchr.org/en/special-procedures/sr-palestine
• Riunione ONU del 10 agosto e posizionamenti nazionali: resoconti da volerelaluna.it, ejiltalk.org
• Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 2720, 2728 (2023–2025): https://digitallibrary.un.org
• Analisi parallele: Janine Di Giovanni su The Atlantic e Newlines Magazine
• Finanziamenti italiani all’UNRWA e politica estera: https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_e_Palestina

Narco-Venezuela? La grande bufala del secolo (che puzza di petrolio e di golpe)

Ci sono menzogne che nascono per diventare alibi. Alibi per guerre, embarghi, destabilizzazioni, omicidi politici. La favola del Narco-Stato venezuelano è una di queste. Una delle più tossiche, persistenti e pericolose. Perché non solo distorce la realtà dei fatti, ma costruisce attorno a sé una retorica di legittimazione per una possibile aggressione armata da parte degli Stati Uniti. Una retorica che oggi, sotto il nuovo mandato di Donald Trump, rischia di trasformarsi in realtà.

E non è più solo questione di parole. Sette navi da guerra statunitensi, tra cui tre cacciatorpediniere lanciamissili e un sottomarino d’attacco, sono state schierate al largo delle coste venezuelane. A bordo ci sono 4.500 uomini, tra cui 2.200 marines. La versione ufficiale è quella della “lotta al narcotraffico”. Ma chi può credere, onestamente, che serva una tale flotta per combattere qualche rotta marginale di coca?

La verità è molto più torbida. E molto più antica: si chiama petrolio. E si chiama ideologia.

Il Venezuela: un pozzo che non si vuole pagare

Trump non ne ha mai fatto mistero. Lo confessò in modo brutale a James Comey, ex direttore dell’FBI: “Il Venezuela è un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Traduzione: meglio se lo prendiamo. Il problema non è la droga, ma l’oro nero. Il problema non è Maduro, ma la sovranità energetica. E allora ecco la messinscena: un presidente con una taglia da 50 milioni di dollari sulla testa, una DEA che “scopre” un cartello fantasma chiamato Cartel de los Soles, e una stampa mainstream che recita il copione del thriller latinoamericano, stile Netflix.

Ma i dati ufficiali dell’ONU, aggiornati al 2025, dicono altro. Il Venezuela è estraneo alla produzione e alla grande distribuzione internazionale di droghe. Solo il 5% della coca colombiana transita per il suo territorio, mentre il Guatemala, l’Ecuador, il Messico sono veri hub del traffico, ignorati dai media perché troppo amici, troppo “filo-americani”, o troppo poveri di risorse strategiche.

Una flotta contro la verità

Il sito Axios, uno dei più seguiti in ambito politico negli USA, è stato chiarissimo: “Gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un conflitto armato con il Venezuela”. La cosiddetta “Super-Flotilla” ordinata da Trump ha tutte le caratteristiche non di un’operazione antidroga, ma di un’operazione militare di regime change. E infatti uno dei consiglieri della Casa Bianca ha parlato esplicitamente di un possibile “Noriega 2”, riferendosi all’invasione di Panama del 1989, quando gli USA catturarono Manuel Noriega con l’accusa — anche allora — di narcotraffico. Uno schema che si ripete.

Perché mai inviare i marines se davvero si volesse semplicemente intercettare qualche peschereccio sospetto? Perché mobilitare armi pesanti se non si prepara un’escalation?

La risposta è semplice e drammatica: si tratta di un colpo di Stato travestito da crociata morale.

L’altra verità: il Venezuela come nemico ideologico

Ma la verità, come sempre, ha più strati. E sotto la superficie petrolifera, ce n’è uno ancora più profondo: il Venezuela bolivariano è l’antitesi politica del suprematismo bianco che oggi guida l’internazionale sovranista di destra, capitanata proprio da Donald Trump.

Il governo venezuelano non è solo “non allineato” con gli interessi statunitensi: è antifascista, socialista, multiculturale e anti-imperialista. È l’esatto contrario del modello di mondo che i nuovi crociati della destra globale vogliono imporre. Ecco allora che il Venezuela diventa un bersaglio doppio: per ciò che possiede, e per ciò che rappresenta.

Non è solo un pozzo da conquistare, ma un simbolo da abbattere. Una narrazione alternativa che disturba l’egemonia culturale dell’Occidente atlantico. In un’epoca in cui si vuole ridurre il mondo a un duopolio tra dominio finanziario e autoritarismo digitale, il Venezuela prova a difendere un altro modello: inclusivo, egualitario, multipolare. Imperdonabile.

La costruzione del nemico perfetto

Il Cartel de los Soles, tradotto ironicamente come “Il cartello delle sòle”, non compare in nessun report ONU, né in quelli dell’Unione Europea, né in quelli delle principali agenzie anticrimine mondiali. Solo la DEA americana lo cita, basandosi su presunte “prove segrete”. Nessuna condivisione, nessuna evidenza, nessun riscontro indipendente. Eppure, su questa montatura, si costruisce un caso internazionale. Perché?

Perché serve un nemico. Serve un “cattivo” da abbattere per mostrare i muscoli, per controllare le risorse, per far dimenticare i fallimenti interni. Così come è stato per l’Iraq con le “armi di distruzione di massa”, per la Libia con la “protezione dei civili”, per la Siria con i “barili esplosivi”. Oggi è il Venezuela il bersaglio, con il suo petrolio, il suo disallineamento geopolitico e la sua ostinazione a non inginocchiarsi.

Chi traffica davvero?

Mentre i cannoni puntano su Caracas, la cocaina continua a viaggiare indisturbata da porti amici, come Guayaquil in Ecuador, dove 13 tonnellate sono state sequestrate in una sola nave. I container di banane diretti ad Anversa erano gestiti da aziende della famiglia del presidente ecuadoriano Daniel Noboa. Eppure, dell’Ecuador nessuno parla. Troppo amico. Troppo neutro. Troppo irrilevante sul piano petrolifero.

Lo dice anche il Rapporto europeo sulle droghe 2025: le principali rotte della cocaina passano dalla Colombia, attraverso America Centrale, Africa occidentale, e poi verso l’Europa. Il Venezuela non c’è. Non esiste nei flussi, non esiste nelle coltivazioni, non esiste nei cartelli. Eppure esiste, eccome, nel mirino geopolitico di Washington.

Una cooperazione reale (che infastidisce)

Il Venezuela, come Cuba, ha da sempre adottato politiche rigorose di contrasto al narcotraffico, proprio perché il chavismo ha ereditato — e difeso — un modello di controllo sociale e territoriale molto simile a quello cubano. Lo hanno riconosciuto, in privato, persino agenti DEA e FBI. Ma è un modello “scomodo”, perché dimostra che si può essere efficaci anche senza piegarsi all’impero.

Ed è per questo che viene sistematicamente demonizzato. Il Venezuela non viene attaccato perché fallisce, ma perché non fallisce abbastanza da implodere. Perché resiste. Perché ostacola l’accaparramento delle sue risorse naturali. Perché rappresenta un baluardo politico e culturale alternativo all’ordine autoritario e razzista che Trump e i suoi alleati vogliono diffondere nel mondo.

Conclusione: il vero crimine è la sovranità (e la dignità)

Quando gli Stati Uniti accusano un paese di essere un narco-Stato, bisognerebbe sempre chiedersi: a chi serve questa accusa? Chi ci guadagna? Quali interessi si muovono dietro la narrativa? Nel caso del Venezuela la risposta è lampante: l’oro nero, la disobbedienza e l’antifascismo. Le sanzioni, la propaganda, le taglie, le flotte navali: tutto ruota attorno a una risorsa strategica e a una linea politica “intollerabile” per il nuovo ordine globale suprematista.

Il vero reato di Nicolás Maduro non è il narcotraffico, ma l’esercizio della sovranità su un territorio ricco e strategico, e la difesa di un progetto socialista, antimperialista e multipolare. In un mondo dove il diritto internazionale è ormai carta straccia e l’ideologia suprematista domina i centri di potere occidentali, questo basta per essere condannati.

E allora, rompiamo la narrazione tossica. E diciamo, senza timore:
il Venezuela non è un narco-Stato. È uno Stato antifascista sotto attacco.
E se la geografia non mente, nemmeno la storia dimentica.

Accordo UE‑USA: dazi al 15 %, ma il governo Meloni minimizza i rischi

L’accordo raggiunto tra Unione Europea e Stati Uniti il 27 luglio scorso – siglato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e dal presidente Trump – prevede un dazio uniforme del 15 % sulle esportazioni europee verso gli USA, al posto dei dazi precedenti medi intorno al 4,8 %.

La premier italiana Giorgia Meloni ha definito l’intesa come “positiva” e “una base sostenibile”, a patto che il 15 % non si sommi ai dazi già in vigore. Tuttavia, ha ammesso di non conoscere ancora i dettagli e ha sottolineato la necessità di maggiori chiarimenti sui settori più sensibili come farmaceutica, automotive e agricoltura.

Le opposizioni e le associazioni di categoria in Italia sono durissime: l’accordo è visto come una vera e propria resa al volere americano, che sacrifica le imprese italiane sull’altare di un consenso continentale debole. Le stime parlano di una perdita annuale fino a 23 miliardi di euro e di oltre 100.000 posti di lavoro a rischio nel settore export italiano verso gli Stati Uniti.

Critiche arrivano anche da Berlino e Parigi: il cancelliere Friedrich Merz denuncia danni notevoli all’economia tedesca, mentre il premier Bayrou definisce il risultato europeo una capitolazione a Trump.

In questo contesto, il governo Meloni appare più preoccupato di mantenere buoni rapporti con Washington che di difendere realmente gli interessi economici e produttivi dell’Italia. Le dichiarazioni caute della premier, anziché rappresentare una difesa decisa del Made in Italy, confermano la scelta di campo di un esecutivo sempre più subordinato agli indirizzi statunitensi.

È dunque necessario aprire un dibattito pubblico serio e trasparente su questo accordo, che rischia di affossare l’industria e l’export italiani. La politica non può continuare a piegarsi agli interessi di Washington: occorre una mobilitazione civile e politica per difendere la sovranità economica del nostro Paese e impedire che le scelte di pochi compromettano il futuro di milioni di lavoratori.

Silenzio Armato: l’Italia nel mirino del conflitto USA-Iran tra basi NATO, caro-energia e fragilità politica

C’è un silenzio che pesa come piombo nei corridoi di Palazzo Chigi. Nessuna telefonata, nessuna richiesta formale, nessuna nota diplomatica è giunta finora da Washington. Eppure, quel silenzio inquieta più di mille parole. Perché l’Italia è lì, sospesa nel limbo tra alleanza e complicità, tra subalternità atlantica e resistenza formale. “Speriamo che non chiami”, sussurrano sottovoce nei palazzi del potere, alludendo a Donald Trump, regista dell’attacco unilaterale contro l’Iran. Se da Washington arrivasse la richiesta ufficiale di utilizzo delle basi militari italiane per sostenere la macchina bellica americana, per Giorgia Meloni e il suo governo si aprirebbe una voragine politica e istituzionale.

Un Paese informato a cose fatte

L’attacco missilistico americano all’Iran ha colto Roma di sorpresa. La premier Meloni, svegliata alle due di notte non da un alleato ma da canali militari interni, ha dovuto affrontare una crisi diplomatica e strategica con il peso aggiuntivo di un’umiliazione: nessun preavviso da parte della Casa Bianca. A essere informati sono stati, nell’ordine, Londra e Berlino. L’Italia no.

Questo schiaffo geopolitico ha confermato ciò che molti già sospettavano: la nostra nazione, pur ospitando alcune delle basi più strategiche degli Stati Uniti, è considerata un attore minore, facilmente sacrificabile, utile solo in funzione logistica. L’asse preferenziale è ormai altrove, e Meloni, che in questi anni ha costruito la sua legittimazione internazionale sul filo dell’atlantismo, si trova ora nella scomoda posizione di dover “dimostrare fedeltà” senza avere voce in capitolo.

Il nodo Sigonella e il rischio di un suicidio politico

Il nome che riecheggia nei briefing riservati è sempre lo stesso: Sigonella, crocevia storico delle operazioni NATO nel Mediterraneo. La base siciliana, insieme ad Aviano, Ghedi, Camp Darby e Vicenza, rappresenta un assetto cruciale per ogni possibile operazione logistica statunitense. Finora non è arrivata nessuna richiesta formale, ma il governo teme che possa accadere da un momento all’altro. E da Palazzo Chigi trapela una linea sottile quanto chiara: meglio così. Perché un’eventuale richiesta americana obbligherebbe Meloni a passare per il Parlamento. E lì, la maggioranza potrebbe vacillare.

Una parte di Forza Italia non accetterebbe di buon grado un coinvolgimento diretto. La Lega, già scossa da spinte sovraniste interne, cavalcherebbe l’onda del dissenso per ragioni di consenso elettorale. E l’opposizione, galvanizzata da mesi di mobilitazione sulla questione palestinese, sarebbe pronta ad accusare il governo di “servilismo atlantico”, con slogan già scritti: due pesi e due misure, l’Italia non è una portaerei USA, no alla guerra per procura.

Un voto in Aula, in questo contesto, rischierebbe di esplodere in una crisi politica. Lo sanno tutti, anche i ministri Crosetto e Tajani, che nelle ultime ore si affrettano a ribadire: “Nessuna richiesta. Nessuna comunicazione.” Ma il nervosismo è palpabile. È stato inviato un messaggio chiaro a Washington: l’Italia oggi non è in grado di reggere uno scontro di questo livello. Né militarmente, né politicamente, né economicamente.

Lo spettro del caro-energia e lo stretto di Hormuz

In parallelo, si apre un fronte economico che potrebbe mettere in ginocchio l’intero sistema Paese: lo stretto di Hormuz, arteria strategica da cui transita il 40% del greggio mondiale. Se Teheran dovesse effettivamente bloccarlo, come minaccia in risposta all’attacco, il prezzo del petrolio e del gas schizzerebbe alle stelle.

Le conseguenze per l’Italia sarebbero devastanti: boom dei costi energetici, nuova ondata inflattiva, crollo del potere d’acquisto, aumento dei costi di produzione, impennata della spesa pubblica per contenere gli effetti sociali. Tutto ciò mentre l’Europa si prepara a discutere nuove sanzioni e l’Italia tenta disperatamente di difendere le residue relazioni commerciali con l’Iran e, paradossalmente, anche con Israele.

Diplomazia tardiva e teatro dell’assurdo

Di fronte a questo scenario, Meloni prova una manovra d’equilibrismo: rilanciare il ruolo dell’Italia come possibile sede di un negoziato. Si propone un vertice a Roma tra USA, Israele e Iran, sul modello dei dialoghi a cinque avvenuti in passato. Una proposta che suona stonata dopo mesi di allineamento totale con Israele e NATO, durante i quali l’Italia ha votato contro ogni censura per le azioni a Gaza, ha evitato sanzioni economiche contro Tel Aviv e ha aumentato la spesa militare per dimostrarsi “partner affidabile”.

Oggi, questo stesso governo vorrebbe presentarsi come mediatore neutrale. Ma la credibilità è un capitale difficile da ricostruire, soprattutto quando si è già scelto da che parte stare. La diplomazia italiana appare come un teatro dell’assurdo, dove gli attori recitano copioni scritti altrove, sperando di salvarsi dai detriti della storia.

Il Quirinale: garante silente o ultima diga costituzionale?

In questo quadro inquietante, c’è un’istituzione che potrebbe fare la differenza: il Quirinale. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è il capo delle Forze Armate, come stabilisce l’art. 87 della Costituzione. Ma la sua funzione non si limita a una carica simbolica: egli rappresenta l’unità nazionale e ha il dovere di verificare la legittimità costituzionale degli atti del governo, soprattutto quando in gioco vi è la sovranità del Paese e la pace internazionale.

Secondo l’articolo 11 della Costituzione, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Qualsiasi coinvolgimento, diretto o indiretto, in un conflitto armato richiede l’autorizzazione del Parlamento, ma anche un vaglio del Quirinale. Se Meloni dovesse cedere, magari in silenzio, all’uso delle basi italiane da parte degli Stati Uniti senza un chiaro mandato parlamentare, Mattarella avrebbe non solo il potere, ma il dovere morale e costituzionale di intervenire.

Fino ad oggi il Presidente ha mantenuto un profilo prudente, scambiando telefonate con la premier e aggiornandosi sulla situazione. Ma il tempo dei silenzi istituzionali potrebbe presto finire. In un contesto in cui si rischia di trascinare l’Italia in guerra per via amministrativa, senza un pronunciamento democratico, la voce del Quirinale è chiamata a rompere l’ambiguità, a ribadire che la sovranità popolare e la legalità costituzionale non sono negoziabili. In gioco non c’è solo l’equilibrio internazionale, ma la tenuta democratica della Repubblica.

L’Italia sulla soglia della guerra (senza aver deciso nulla)

L’Italia rischia di entrare in guerra senza nemmeno accorgersene. Non perché lo voglia, ma perché ha smesso da tempo di decidere. Le basi sul suo territorio sono strumenti di altri, i suoi voti nei consessi internazionali sono già assegnati, e le sue dichiarazioni ufficiali sembrano più formule di rito che scelte strategiche. La guerra, se verrà, passerà per i nostri cieli, i nostri porti e le nostre tasche.

E mentre Meloni aspetta che il telefono non squilli, e il Parlamento spera di non dover votare, toccherà forse al Quirinale ricordare a tutti che l’Italia è ancora una Repubblica sovrana e costituzionale. Se anche quel presidio dovesse venire meno, il silenzio dell’Italia non sarebbe solo assordante: diventerebbe complice.

L’ombra lunga del fascismo a stelle e strisce: Trump e la guerra civile annunciata

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è una semplice deviazione democratica, ma l’avvento di un vero e proprio regime autoritario, armato, organizzato e pronto a spazzare via ogni residuo di dissenso. Un sistema in cui la forma resta, ma la sostanza è già marcia, corrosa da anni di propaganda suprematista, repressione sistematica e culto della personalità. Il protagonista? Donald J. Trump, volto grottesco di un movimento che ha cessato da tempo di essere una corrente politica per divenire una macchina para-militare, ben sovvenzionata da fondi illimitati, del dominio.

La notizia, rilanciata da Luca Celada, è di quelle che fanno tremare i polsi: Trump ha ordinato la mobilitazione della Guardia Nazionale in California, mandando migliaia di soldati federali a occupare militarmente la città di Los Angeles. Un atto senza precedenti recenti, che viola la sovranità statale e riporta alla memoria le più oscure pagine della storia americana. Non una risposta a un’emergenza reale, ma un’operazione costruita a tavolino per innescare il caos, per scatenare paura, per mostrare i muscoli contro il “nemico interno”: poveri, migranti, sindacalisti, cittadini ribelli.

I fatti parlano chiaro. Convogli blindati, militari dal volto coperto armati fino ai denti con AR-15 e equipaggiamenti da guerra urbana, irrompono nei quartieri popolari, rastrellano lavoratori nei parcheggi dei centri commerciali, fanno irruzione nei distretti industriali, sequestrano decine di uomini senza mandati, senza identità, senza volto. I testimoni parlano di vere e proprie “squadre della morte”, uomini in divise miste, senza gradi né simboli, che sparano gas lacrimogeni e proiettili di gomma su chi protesta, anche solo con un cartello in mano. Gli agenti del regime? “Fascisti!” gridano in strada i manifestanti. E non è una metafora.

Trump non è solo un clown reazionario. È l’incarnazione di un progetto. Un progetto bianco, suprematista, militarizzato. Una visione del mondo che si serve dello Stato per annientare ogni forma di alterità. Una visione che si prepara, con metodo, dal 6 gennaio 2021, quando orde armate e addestrate assalirono il Campidoglio non per caso, ma su mandato implicito di un presidente che aveva già lanciato l’assalto finale alla democrazia. Quel giorno, molti lo scambiarono per una gazzarra di fanatismi. Ma era solo l’inizio.

Oggi assistiamo alla seconda fase. La guerra interna è stata ufficialmente dichiarata. E come ogni guerra, ha bisogno dei suoi nemici: migranti, afroamericani, ispanici, attivisti LGBTQ+, donne, lavoratori organizzati. I numeri parlano chiaro: a Los Angeles vivono oltre 13 milioni di persone, metà delle quali di origine latinoamericana, almeno un milione e mezzo di lavoratori senza documenti. È questa la nuova “minaccia”, il “nemico interno” da deportare, isolare, terrorizzare. In una parola: epurare.

Dietro le quinte, c’è un apparato. Milizie private, corpi paramilitari, estremisti armati che da anni si addestrano nei campi del Midwest, nei deserti dell’Arizona, nelle foreste della Georgia. Trump è il loro comandante simbolico, ma la struttura è autonoma, capillare, ideologizzata. Armi leggere e pesanti, blindati, munizioni da guerra: da dove arrivano? Quali depositi militari sono stati svuotati? Chi fornisce supporto logistico a queste truppe d’assalto? Nessuno indaga. Nessuno ferma questa avanzata.

E mentre l’America sprofonda in un delirio autoritario, l’Europa tace. O peggio, imita. In Italia, lo scellerato Decreto Sicurezza approvato in questi giorni sembra scritto a quattro mani con Stephen Miller, il consigliere xenofobo di Trump. Lo stesso linguaggio, la stessa retorica della “legalità” usata per giustificare la repressione. Anche da noi, presto, potremmo vedere rastrellamenti nei dormitori, fermi arbitrari nei quartieri popolari, deportazioni mascherate da espulsioni amministrative. I segnali ci sono tutti.

Non stiamo assistendo solo alla crisi della democrazia americana. Stiamo vedendo l’affermazione globale di una dottrina post-democratica, in cui il potere esecutivo si trasforma in esercito, la politica in guerra, la cittadinanza in obbedienza. Il progetto di Trump non è finito con il suo primo mandato. È iniziato proprio ora, mentre le città bruciano, i sindacati vengono ridotti al silenzio, e chi grida “ayudenos!” viene rinchiuso nei sotterranei dei tribunali.

Chi non vede il pericolo oggi, sarà suo complice domani. E chi pensa che tutto questo accada “là lontano”, farà presto i conti con la stessa violenza sotto casa. Perché la bestia fascista non conosce confini, né costituzioni. Si nutre di silenzi, di complicità, di paure. E il tempo per fermarla si sta esaurendo.

Fonte delle informazioni: Luca Celada
Stile e denuncia ispirati da TP – Tra Potere e Popolo

Trump, il re del conflitto d’interessi: la nuova era del fascismo neoliberale made in USA

C’è un filo rosso che lega Silvio Berlusconi a Donald Trump. Un filo fatto di affari personali intrecciati al potere politico, di patrimoni gonfiati all’ombra delle istituzioni, di democrazia deformata in funzione privatistica. Ma se l’Italia ha fatto da laboratorio, gli Stati Uniti oggi rappresentano la versione “industriale” del conflitto d’interessi: un modello non più occulto, ma sfacciatamente rivendicato, difeso, celebrato.

Nel solo primo quadrimestre del secondo mandato, Donald Trump ha raddoppiato il suo patrimonio personale, passando da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari. Il meccanismo è semplice: l’ufficio più potente del mondo come piattaforma pubblicitaria permanente della propria rete di business. I confini tra politica e profitto sono stati dissolti. E ciò che resta è un mostro giuridico e morale che minaccia la stessa idea di repubblica democratica.

I dati raccolti dalla ONG Citizens for Responsibility and Ethics in Washington parlano chiaro: 3.740 casi di conflitto d’interesse nel primo mandato; una media già superata nel secondo, grazie all’uso sistematico di proprietà private per eventi politici, soggiorni istituzionali e campagne promozionali. Ora si aggiunge l’universo delle criptovalute, un terreno nuovo e normativamente fragile su cui Trump ha edificato un impero parallelo, con memecoin personali ($Trump e $Melania), una stablecoin con investimenti da Abu Dhabi e una partecipazione di controllo in un exchange quotato, World Liberty Financial. Il tutto mentre la sua amministrazione demolisce ogni forma di vigilanza e caccia i funzionari scomodi.

Nel cuore di questo sistema di potere c’è la figura del presidente-imprenditore, che non governa per la collettività ma per sé stesso, che non rappresenta una nazione ma un brand globale. Gli immobili firmati Trump, i resort di lusso a Dubai e nel Golfo Persico, la piattaforma Truth quotata al Nasdaq, i documentari su Melania pagati da Amazon, le cause miliardarie intentate contro i colossi dei media: ogni tassello compone il mosaico di un capitalismo predatorio che fagocita la democrazia.

Ma il dato più inquietante è la strategia comunicativa e repressiva che accompagna questo disegno. Il recente viaggio in Medio Oriente, il primo nella storia a escludere le principali agenzie di stampa a bordo dell’Air Force One, segna uno spartiacque: Trump non si limita a strumentalizzare la presidenza, la trasforma in un feudo personale. A bordo con lui, anziché giornalisti, ci sono Mark Zuckerberg, Elon Musk, Sam Altman, Larry Fink: una corte di tecnocrati e miliardari pronti a siglare accordi su armi, infrastrutture, criptovalute, a porte chiuse, lontano da ogni controllo democratico.

Nel frattempo, mentre si discute di piani di “ricostruzione” della Striscia di Gaza come futuro resort, e si negoziano tregue con Hamas in cambio di aperture di mercato, Trump consolida un potere fondato non sulla Costituzione, ma sul culto della personalità e sull’impunità.

Il suo autoritarismo non è folclore, è prassi sistematica. Il recente arresto del sindaco di Newark per aver protestato contro un centro di detenzione per migranti – illegale secondo le leggi locali – è solo la punta dell’iceberg. A seguire, l’arresto di una giudice della contea di Milwaukee per aver applicato correttamente la legge impedendo un’arresto ICE senza mandato. La criminalizzazione del dissenso è ormai legge non scritta. Le sanctuary cities vengono private di fondi federali. Gli studenti che manifestano contro il genocidio in Palestina vengono espulsi o detenuti arbitrariamente. La Costituzione è interpretata come ostacolo. L’habeas corpus è diventato una variabile opzionale.

Trump non è solo un presidente. È il capofila di una mutazione genetica del potere occidentale: dalla democrazia rappresentativa al feudalesimo neoliberale, dove chi è eletto usa il potere non per servire, ma per arricchirsi, zittire, reprimere. La sua frase – “Chi salva l’America, non può violare la legge” – non è un lapsus, ma la nuova dottrina dell’eccezione permanente: il capo ha sempre ragione, anche quando distrugge le regole.

La domanda, oggi, non è più “se” Donald Trump sia un pericolo per la democrazia. Ma “quando” l’Occidente si accorgerà di essere già entrato in un nuovo paradigma autoritario. Un fascismo in giacca e cravatta, con le cripto al posto delle divise, le piattaforme al posto dei partiti, la paura al posto del diritto.

E noi, che ci diciamo ancora figli dell’Illuminismo, della libertà, dei diritti civili, siamo pronti a reagire? O resteremo spettatori di una storia che abbiamo già visto, ma che stavolta potremmo non riuscire a riscrivere?

– Il fronte dei Brics ora sfida «The Donald»”:

ECONOMIA – La sfida dei BRICS a Trump e all’Occidente ipnotizzato

di Mario Sommella

C’è un altro mondo, là fuori. Un mondo che non si riconosce nei parametri della NATO, nel dollaro come valuta di scambio obbligata, nel primato morale e commerciale degli Stati Uniti d’America. Un mondo che si chiama BRICS, ma che oggi andrebbe scritto tutto in maiuscolo e con qualche punto interrogativo in più sul volto di chi crede che la globalizzazione sia ancora una faccenda euro-atlantica.

Nato come acronimo tecnico negli uffici di Goldman Sachs, diventato club diplomatico, il gruppo BRICS è ormai una struttura geopolitica alternativa. Con l’allargamento recente (tra i nuovi entrati: Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi, Argentina, Arabia Saudita), ha smesso i panni dell’esperimento e indossa l’armatura del competitor globale. Un competitor che si prepara a sfidare apertamente Donald Trump nella partita più decisiva del secolo: quella per la sovranità economica globale.

Addio G7, benvenuto G40

Oggi i BRICS rappresentano quasi il 40% del PIL mondiale, più del G7. E non è solo una questione di numeri. È una questione di visione del mondo. Mentre l’Occidente blatera di valori democratici e minaccia sanzioni come fossero salmi evangelici, il Sud globale si organizza: parla di pace in Ucraina senza criminalizzare la Russia, intrattiene relazioni con l’Iran, apre le porte al Venezuela, flirta con regimi ritenuti “non allineati”.

Questo non per spirito di contrapposizione ideologica, ma per interesse strategico, quella parola che l’Europa ha dimenticato in nome della sua funzione ancillare al progetto americano. I BRICS, invece, un progetto ce l’hanno. E, come ogni progetto credibile, ha una sua moneta.

La moneta anti-dollarocentrica

Che i BRICS stiano lavorando a una valuta comune non è più una suggestione. È un dato. Che se ne sappia poco è un altro dato, ben più inquietante, perché denota l’assenza completa della stampa occidentale all’ultimo vertice di Kazan. Ma Lula, che ospiterà il prossimo summit a luglio a Rio de Janeiro, promette che questa volta “il Sud globale parlerà al mondo”. E se parlerà, dirà cose semplici e dirompenti: basta con il dominio del dollaro.

La nuova moneta, ancora in gestazione, sarà pensata per bypassare le sanzioni, stabilizzare gli scambi tra economie complementari, e — fatto cruciale — sottrarsi all’instabilità endemica di una valuta Usa sempre più condizionata da guerre tariffarie, inflazione interna e scelte politiche arbitrarie.

Il nuovo “made in”: non Italy, ma Moscow

Altro che griffe italiane. In Cina oggi il nuovo status symbol è comprare russo. Le borse non portano più la firma di Milano, ma quella di Mosca (autentica o contraffatta). La banca Qichacha segnala quasi 1.000 aziende cinesi specializzate in prodotti “made in Russia”, e i supermercati a tema sovietico crescono come funghi. Secondo l’università di Tsinghua, due cinesi su tre hanno oggi una visione positiva della Russia. Un dato che sarebbe sembrato fantascientifico negli anni ’90.

Questa saldatura culturale accompagna quella commerciale e geopolitica. Pechino è andata allo scontro diretto con Washington sul piano dei dazi, bloccando le importazioni di film hollywoodiani e consolidando un surplus commerciale con gli USA da quasi 300 miliardi di dollari.

Brasile: tra uova, dazi e materie prime

Il vero ago della bilancia però è Lula. Il Brasile è primo fornitore di materie prime per Pechino e gioca su due tavoli: da un lato con Biden-Trump, dall’altro con Xi Jinping. Trump lo sa bene: ha evitato di colpire il Brasile con tariffe elevate (solo il 10%), per non spingere Lula definitivamente tra le braccia del Dragone. Ma il presidente brasiliano ha risposto con controdazi, approvati persino dalla destra bolsonarista.

Curiosità che dice tutto: da gennaio a marzo 2025, le esportazioni di uova brasiliane verso gli USA sono esplose del 346%. Mentre Washington si arrabatta con la sua crisi alimentare, il gigante latinoamericano incassa e rilancia.

Il Sud globale è un Nord politico

Altro che “Global South”, come lo definisce romanticamente Lula. Quella dei BRICS è una macchina da guerra economica e diplomatica, un’internazionale multipolare che ha smesso di aspettare l’elemosina dell’Occidente e ora scrive le sue regole.

A luglio, a Rio de Janeiro, si capirà se il nuovo ordine mondiale sarà ancora scritto a Washington… o se il vento è cambiato, e il Sud del mondo ha deciso che il suo Nord non è più Manhattan, ma qualcosa che assomiglia a Pechino, Mosca, Pretoria e Nuova Delhi, con una bandiera che si chiama indipendenza economica.

E Donald Trump — il re dell’unilateralismo muscolare — si troverà a fare i conti non più con un G7 impaurito, ma con un blocco che non teme più le sue minacce, perché ha imparato a fare da sé. E a pensare in grande.