Pasqua di luce, non di piombo: il grido di Francesco contro l’indifferenza

Questa mattina, alle 7:35, Papa Francesco ci ha lasciati. È morto il giorno dopo aver pronunciato, forse inconsapevolmente, il suo testamento spirituale. Un discorso che oggi suona come un’eredità affidata a tutti noi, un ultimo appello alla coscienza collettiva, pronunciato con la voce fioca ma con l’anima accesa di fuoco.

In un mondo che sembra avere il cuore avvolto nel ferro, dove la compassione è diventata un lusso e la speranza un esercizio solitario, ieri a San Pietro si era levata una voce che squarciava il silenzio dell’ipocrisia. Era la voce di Francesco, vescovo di Roma, uomo tra gli uomini, che con parole semplici e infuocate aveva ricordato a tutti noi — credenti, atei, dubbiosi, militanti e smarriti — che non c’è pace senza giustizia, non c’è futuro senza umanità.

«Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti…» aveva detto. Parole che bruciano come sale sulle ferite della coscienza. Francesco non faceva sconti. Non cercava applausi. Invitava alla rivoluzione del cuore: tornare ad avere fiducia negli altri, anche in chi ha un volto, una lingua, una storia diversa.

Poi, con voce ferma, aveva lanciato un appello che oggi assume il peso sacro di un’ultima volontà: «La Pasqua sia l’occasione per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!».

Non sono state solo parole. Sono state una consegna. A chi crede e a chi lotta. A chi soffre e a chi resiste. A chi non si rassegna all’ingiustizia.

Francesco ha lasciato questa Terra come un profeta: inascoltato da molti potenti, amato dal popolo, coerente fino all’ultimo respiro. «Queste sono le armi della pace!», aveva detto: non i missili, non i bilanci del terrore, ma le mani che nutrono, che curano, che accolgono.

Oggi, nel giorno della sua morte, quelle parole chiedono di non essere archiviate. Di diventare azione. Vita. Memoria viva.

Perché ogni speranza vera è un atto di resistenza.

L’Unione armata dei paradossi. La guerra come nuova Costituzione europea

L’Europa non riesce a mettersi d’accordo neppure sull’ora legale. Figuriamoci su un esercito comune. Ma proprio mentre gli Stati membri litigano da anni sul fuso orario, il Parlamento Europeo approva una sterminata Risoluzione sulla “politica di sicurezza e difesa comune” che promette coesione militare, mobilità di truppe, produzioni belliche armonizzate e addirittura una “comprensione condivisa” tra cittadini e governi. Una specie di miracolo politico, a patto che si parli di guerra e non di diritti.

Dietro i buoni propositi ufficiali si cela una mutazione profonda del progetto europeo. Dall’utopia della pace alla distopia della deterrenza permanente. Dalla carta dei diritti fondamentali al prontuario bellico perenne. Una trasformazione orchestrata in silenzio, senza consultazioni popolari, con l’arroganza tecnocratica di chi presume di sapere sempre cosa sia il bene comune, anche quando lo impone con le armi in pugno.

L’illusione della guerra preventiva

Nel documento del 2 aprile – lungo quanto un’epopea omerica – si legge che la Russia «ha scelto di dichiarare guerra ai Paesi europei». Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun atto conforme al diritto internazionale, ma una formula buttata lì, come una verità autoevidente. È il principio della guerra preventiva rovesciato in dottrina ufficiale dell’Ue, una “verità percepita” da far diventare realtà a colpi di decreti e voti parlamentari.

Tutto questo mentre l’America di Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti, annuncia il ritorno all’unilateralismo isolazionista e rispolvera il vecchio sogno coloniale di annettere la Groenlandia – regione autonoma della Danimarca e quindi parte integrante dello spazio europeo. Nessuna indignazione, nessun comunicato infuocato. Solo silenzio. Perché i muscoli dell’alleato a stelle e strisce sono evidentemente immuni da ogni sospetto imperialista.

I doppi standard dell’Unione e la democrazia a geometria variabile

In Ucraina il mandato di Volodymyr Zelensky è scaduto nel maggio 2024. Nessuna nuova elezione, nessun voto popolare. Ma l’Unione Europea – così solerte nel denunciare presunti autoritarismi altrui – approva senza fiatare. Anzi, rilancia, chiedendo un’escalation militare, l’invio di armamenti sempre più sofisticati, e l’abolizione di ogni limite all’uso delle armi occidentali sul territorio russo.

Eppure anche in tempi tragici la democrazia può sopravvivere: nel 1944, nel mezzo della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti celebrarono regolarmente le elezioni presidenziali. Ma le regole valgono solo quando sono funzionali agli interessi geopolitici dell’asse euro-atlantico. Altrimenti si sospendono, in nome di una “emergenza” che ormai è diventata perenne.

Nato, Turchia e l’occupazione che non fa notizia

Nel pantano delle ipocrisie europee, spunta anche il caso di Cipro, membro dell’Ue con un terzo del proprio territorio ancora occupato militarmente dalla Turchia. La Risoluzione cita il fatto come giustificazione per armarsi, ma evita con cura di dire che la Turchia è il secondo esercito più potente della Nato. Alleato sì, ma con licenza di invadere. Il doppio standard è ormai prassi consolidata.

Il business della guerra e il saccheggio silenzioso del welfare

ReArm Europe, il nuovo piano di armamento europeo, è il cuore economico della Risoluzione. Si parla apertamente di aumentare la produzione interna di armi e sistemi bellici, mentre si favoleggia di un budget da 800 miliardi di euro. Ma da dove verranno questi soldi? Quali capitoli di bilancio verranno sacrificati sull’altare del riarmo? Salute, istruzione, transizione ecologica? Non si dice. Il saccheggio avverrà nel silenzio delle burocrazie, lontano dai riflettori e ancora più lontano dai cittadini.

Nel frattempo, i grandi gruppi industriali dell’apparato militare ringraziano. La guerra, come sempre, è un’occasione straordinaria per fare profitti. E se per aumentare gli utili bisogna militarizzare le coscienze, si può sempre contare sul “riallineamento delle percezioni” invocato dalla Risoluzione. Una formula che in tempi diversi si sarebbe chiamata propaganda.

I parlamentari italiani: tra guerra e Costituzione

A votare a favore della Risoluzione sono stati anche 25 eurodeputati italiani: 17 del Partito Democratico e 8 di Forza Italia. Il voto è libero, certo, ma se davvero questi rappresentanti credono in una “vittoria militare decisiva” e nella necessità di armare l’Europa fino ai denti, allora abbiano almeno il coraggio di proporre la revisione dell’articolo 11 della Costituzione italiana. Perché quel principio – che vieta la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – è incompatibile con la dottrina bellicista che stanno abbracciando.

E non si tratta solo di coerenza giuridica. Si tratta di rispetto verso la storia. La nostra Repubblica nasce dalla Resistenza al nazifascismo. Il rifiuto della guerra è stato inciso a fuoco nella Carta del 1948 come antidoto eterno all’orrore. Stravolgere quel principio significa negare le radici stesse del nostro patto democratico.

L’unica voce di pace ai vertici: Francesco

In questo coro assordante di tamburi di guerra, l’unica voce dissonante ai vertici istituzionali europei è quella di papa Francesco. Non per ragioni religiose, ma per una lucidità che oggi sembra rivoluzionaria. Francesco ricorda al mondo le vere priorità: giustizia sociale, ambiente, educazione, salute pubblica, dignità umana, dialogo tra popoli. E lo fa con ostinazione, consapevole che ogni euro speso in armi è un euro sottratto alla vita.

Una nuova Resistenza civile

Oggi serve una nuova Resistenza. Non armata, ma culturale e politica. Una Resistenza che dica no alla militarizzazione delle nostre vite, no all’omologazione delle coscienze, no alla sostituzione della pace con la paura. Serve un fronte ampio, trasversale, che riunisca cittadini, associazioni, giuristi, lavoratori, insegnanti, giovani, per difendere la Costituzione, la libertà e il futuro.

Perché la pace non si costruisce accumulando missili, ma costruendo ponti. La pace non si impone con i droni, ma si semina con la parola, con il rispetto, con la giustizia. Ed è questo il compito dell’Europa che vogliamo: non quella delle guerre mascherate da difesa, ma quella delle democrazie vere, partecipate, vive.

Se l’Unione Europea sceglie la strada dell’economia di guerra, noi dobbiamo scegliere quella dell’umanità. E farlo con la stessa determinazione con cui un tempo si difendeva la libertà sulle montagne. Perché oggi, la montagna da scalare, è il coraggio di restare umani.

Fonte: articolo pubblicato su La Stampa il 14 aprile 2025 

Dal Recovery al Riarmo: il grande inganno dei fondi europei

Tra ritardi sospetti e decisioni già scritte, l’ombra di una strategia deliberata dietro il fallimento del PNRR. Dalla ricostruzione promessa alla corsa agli armamenti: quando il denaro pubblico smette di servire i cittadini per alimentare l’industria bellica.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che unisce le decisioni prese nei palazzi del potere e le strategie che si svelano solo a posteriori, quando i giochi sembrano ormai fatti e le carte già distribuite. La vicenda del PNRR italiano e la recente decisione europea di dirottare fondi strutturali e di coesione verso le industrie del riarmo ne sono un esempio lampante. Un esempio che solleva domande scomode e dubbi legittimi, che vale la pena affrontare senza preconcetti ma con sguardo critico.

La svolta del riarmo europeo

Nei giorni scorsi, la Commissione Europea ha annunciato una revisione senza precedenti dei criteri di utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale (FESR), estendendo la possibilità di finanziamento anche alle grandi imprese strategiche, in particolare a quelle operanti nel settore della difesa. Una decisione che, dietro l’alibi del “mutato quadro geopolitico” e della necessità di garantire la sicurezza collettiva, rappresenta in realtà un ribaltamento dei principi fondativi della coesione europea: non più priorità a riduzione delle disuguaglianze, inclusione sociale o transizione ecologica, ma risorse destinate all’industria bellica, alla mobilità militare e alla produzione di armi.

Fitto, il commissario italiano, ha provato a rassicurare: “Non useremo questi fondi per comprare armi.” Ma la realtà è che quei soldi, che dovevano servire per scuole, ospedali, infrastrutture civili e inclusione sociale, serviranno a potenziare le linee produttive di Leonardo, Rheinmetall, Iveco Defence e delle grandi fabbriche d’armi europee. Un giro di denaro colossale, che muove in prospettiva 800 miliardi di euro in quattro anni, quasi quanto la spesa militare annua degli Stati Uniti.

L’ipotesi scomoda: un ritardo “programmato”

A questo punto si inserisce un dubbio che appare irragionevole solo a chi preferisce non farsi domande. È possibile che i clamorosi ritardi nell’attuazione del PNRR in Italia — quei fondi che dovevano rilanciare il Paese dopo la pandemia — non siano stati solo il frutto di inefficienze, burocrazia e incapacità politica? È possibile che, dietro il balletto di piani non approvati, progetti bloccati e fondi non spesi, ci sia stato un calcolo politico freddo e razionale?

L’ipotesi, certo, non poggia su prove certe. Ma alcuni segnali inquietanti fanno riflettere. È curioso che proprio ora, a giochi quasi chiusi, quei 90 miliardi di euro che l’Italia rischiava di perdere perché “non riusciva a spenderli” possano essere tranquillamente riprogrammati per la produzione di armi. È lecito domandarsi se il ritardo nel mettere a terra i progetti del PNRR non sia stato favorito, o quantomeno tollerato, per arrivare esattamente a questo punto: liberare risorse per indirizzarle verso un settore che, negli ultimi due anni, ha scalato le priorità politiche europee.

Le decisioni prese altrove e molto prima

Quando la Commissione europea giustifica questa svolta con il “mutato quadro geopolitico”, finge di scoprire oggi qualcosa che, in realtà, si decideva già ieri. La guerra in Ucraina dura da oltre tre anni. Gli Stati Uniti e i principali Paesi NATO avevano già da tempo chiesto agli alleati europei un massiccio aumento delle spese militari. I mercati finanziari, che non si muovono mai senza informazioni privilegiate, hanno fatto schizzare le azioni di Rheinmetall, Leonardo, Thales e Bae Systems ben prima degli annunci ufficiali. Chi lavora nelle stanze dei bottoni sapeva già tutto da tempo.

Dal welfare alla guerra: la grande sostituzione

Così, nell’arco di pochi anni, abbiamo assistito alla metamorfosi del Next Generation EU, nato come piano di ricostruzione e resilienza dopo la pandemia, in un gigantesco piano di riarmo chiamato — con un’abile operazione di maquillage linguistico — Readiness 2030. È la storia di un tradimento politico annunciato: soldi promessi ai cittadini per ricostruire un futuro di diritti, benessere e giustizia sociale, dirottati silenziosamente verso l’industria della guerra.

Il vero obiettivo non era mai stato la coesione sociale, ma la coesione militare. Il PNRR, con tutti i suoi ritardi e le sue inefficienze, potrebbe allora apparire come un cavallo di Troia perfettamente riuscito. Un meccanismo che ha tenuto in stand-by investimenti cruciali, per poi riversarli, al momento opportuno, nell’unico settore che oggi pare garantire “posti di lavoro” e “competitività industriale”: quello delle armi.

Un dubbio necessario

Questa, sia chiaro, è solo un’ipotesi, un dubbio irragionevole forse, ma necessario. Perché quando le decisioni dei governi sembrano inspiegabili, quando i ritardi si sommano e le priorità si capovolgono, bisogna sempre guardare oltre la superficie, seguire il denaro e chiedersi: cui prodest?

In fondo, come insegnava Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ma a ben vedere, forse qualcuno la rotta l’aveva tracciata da tempo. E oggi stiamo solo vedendo dove ci sta portando.

Dal Manifesto di Ventotene all’Europa di Oggi: Un Tradimento degli Ideali Fondativi

Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni durante il confino fascista tra il 1941 e il 1944, rappresenta uno dei documenti più visionari e progressisti della storia europea. Il suo obiettivo non era solo la creazione di un’Europa unita, ma un’Europa federale, democratica, sociale, orientata al benessere dei popoli e alla pace.

Oggi, molti politici e commentatori lo citano come il documento fondante dell’Unione Europea, ma la realtà è ben diversa: l’Europa attuale non ha quasi nulla a che fare con il sogno di Ventotene. Al contrario, si è trasformata in una tecnocrazia neoliberista, dominata da interessi economici e finanziari, lontana dalle aspirazioni di giustizia sociale e pace che animavano Spinelli e i suoi compagni.

L’Europa di Ventotene: un progetto per i popoli

Il Manifesto di Ventotene immaginava un’Europa:

• Federale, con istituzioni sovranazionali capaci di superare gli egoismi nazionali.

• Democratica, con una chiara separazione tra potere politico ed economico.

• Sociale, dove i diritti dei lavoratori, il welfare e l’uguaglianza economica fossero al centro delle politiche pubbliche.

• Pacifica, con il superamento dei conflitti tra Stati e un’unica politica estera orientata alla diplomazia.

Gli autori identificavano nel nazionalismo e nel militarismo le principali cause delle guerre che avevano devastato l’Europa, ed esortavano alla creazione di un’unione capace di impedire nuovi conflitti e garantire la giustizia sociale.

L’Europa di oggi: un’Unione Tecnocratica e Neoliberista

L’Unione Europea che abbiamo oggi non è l’Europa di Ventotene. È un’Europa dominata da regole di bilancio rigide, dalla centralità della finanza e da una governance che risponde più ai mercati che ai cittadini. Le sue caratteristiche principali sono:

• Un’economia orientata al neoliberismo: le politiche di austerità, le privatizzazioni selvagge e la precarizzazione del lavoro hanno aumentato le disuguaglianze sociali e minato i diritti dei cittadini.

• L’assenza di una politica estera comune: ogni Stato continua ad agire in modo autonomo, senza una visione unitaria.

• L’assenza di un sistema fiscale ed economico federale: mentre gli Stati sono costretti a rispettare vincoli di bilancio stringenti, le grandi multinazionali e i colossi finanziari beneficiano di una fiscalità frammentata e spesso favorevole agli interessi privati.

• La mancanza di una vera sovranità popolare: le decisioni più importanti vengono prese da organismi non eletti direttamente dai cittadini, come la Commissione Europea e la BCE, rendendo l’Unione un’entità più tecnocratica che democratica.

Il tradimento dello spirito pacifista di Ventotene: il nuovo piano di riarmo

Uno degli aspetti più evidenti della distanza tra il Manifesto di Ventotene e l’Europa attuale è il nuovo piano di riarmo.

Nel Manifesto si auspicava un’Europa che superasse la logica della guerra attraverso istituzioni capaci di garantire pace e stabilità. Oggi, invece, l’UE sta spingendo verso una corsa agli armamenti che non ha precedenti nella sua storia recente. Il nuovo piano prevede oltre ottocento miliardi di euro destinati alla difesa, sottraendo risorse fondamentali a welfare, sanità, istruzione e transizione ecologica.

Questo non è un progetto per un esercito europeo democratico e federale, come si potrebbe immaginare in un’Unione coesa e unita. È piuttosto la risposta disorganizzata e dettata dalla paura di una politica estera che non è mai stata unificata, e che ora si sta piegando alle logiche della NATO e degli interessi militari-industriali.

Verso quale Europa? Un bivio tra Ventotene e il declino

L’Europa di oggi è a un bivio. Può scegliere di riscoprire gli ideali del Manifesto di Ventotene, lavorando per un’unione autenticamente federale, democratica e sociale, oppure può continuare a essere un’arena di scontri tra Stati, dominata da lobby finanziarie e militari.

Per far rivivere il sogno di Spinelli, Rossi e Colorni, servirebbe:

• Un’integrazione economica e fiscale più equa, che superi l’austerità e metta al centro il welfare e la giustizia sociale.

• Un vero esercito europeo democratico, non una corsa agli armamenti senza una strategia politica comune.

• Un superamento della tecnocrazia, restituendo il potere alle istituzioni democratiche e al Parlamento Europeo.

• Un’Unione che lavori per la pace, non per il riarmo e l’escalation militare.

Se l’Europa continuerà a ignorare questi principi, allora dovrà smettere di usare il Manifesto di Ventotene come simbolo. Perché l’Europa di oggi non è l’Europa che Spinelli sognava. E, forse, siamo più lontani che mai dal realizzarla.

“Sacrifici per i molti, privilegi per i pochi: il grande inganno di eredità e riarmo”

Se c’è una costante nella gestione del potere economico e politico, è l’abilità di giustificare sacrifici per i molti mentre si proteggono i privilegi dei pochi. Questo principio sembra essere più che mai evidente nelle scelte economiche dell’Unione Europea, dove la spinta al riarmo per centinaia di miliardi di euro si affianca all’incapacità – o alla mancata volontà – di riequilibrare la distribuzione della ricchezza.

L’annunciato piano di riarmo europeo, che potrebbe richiedere oltre 800 miliardi di euro ai cittadini, avrà conseguenze tangibili sulla qualità della vita delle persone comuni. Le dichiarazioni dei leader politici sono chiare: per finanziare questa corsa alle armi, saranno necessari tagli al welfare, ai salari e ai servizi pubblici. Mentre ai lavoratori e ai cittadini si chiede di stringere la cinghia, il sistema delle eredità e della concentrazione della ricchezza resta intatto, con una fiscalità che favorisce la trasmissione dei patrimoni piuttosto che la redistribuzione delle risorse.

Il paradosso della spesa pubblica: austerità per il welfare, abbondanza per le armi

L’Europa ha attraversato oltre un decennio di politiche di austerità, durante il quale ci è stato detto che non c’erano fondi sufficienti per la sanità pubblica, per l’istruzione, per le pensioni e per il sostegno ai redditi più bassi. Oggi, però, scopriamo che quando si tratta di finanziare l’industria bellica, i soldi ci sono.

L’incongruenza è evidente: mentre si taglia sullo Stato sociale con la scusa della sostenibilità economica, non si pone lo stesso freno alla spesa per armamenti. I sacrifici vengono imposti ai lavoratori e ai pensionati, ma le grandi eredità continuano a godere di una tassazione irrisoria.

Eredità e disuguaglianza: la strategia di conservazione del potere

In un momento storico in cui la redistribuzione della ricchezza dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico, i governi scelgono di proteggere il capitale accumulato piuttosto che riequilibrare il sistema. I dati mostrano che l’eredità è diventata la prima causa delle disuguaglianze nei Paesi sviluppati, ma invece di correggere questa deriva con una tassazione progressiva, si preferisce far gravare il peso delle nuove spese sulle fasce meno abbienti della popolazione.

Questa strategia risponde a un’unica logica: mantenere la ricchezza nelle mani di pochi e aumentare il controllo sulle classi lavoratrici, che vedranno ridurre progressivamente il loro potere d’acquisto, le loro tutele e il loro accesso ai servizi essenziali.

Il declino del welfare: una scelta politica, non una necessità economica

Il taglio al welfare non è una fatalità, ma una decisione consapevole. Se davvero l’Unione Europea volesse finanziare il riarmo senza gravare sui cittadini, basterebbe un’imposta progressiva sulle grandi eredità e sui patrimoni accumulati. Un prelievo equo su chi detiene immense ricchezze permetterebbe di recuperare risorse senza intaccare i diritti fondamentali della popolazione.

Ma questa ipotesi non viene neppure presa in considerazione, perché entrerebbe in contrasto con gli interessi delle élite economiche che influenzano le decisioni politiche. I grandi capitali, infatti, sono protetti da una fitta rete di agevolazioni fiscali, mentre si continua a spremere il ceto medio e le fasce più deboli con politiche di sacrificio.

Quale futuro per l’Europa?

Se il piano di riarmo europeo procederà senza un riequilibrio delle risorse, ci troveremo di fronte a un’Europa più militarizzata e meno equa, dove il benessere delle persone sarà sacrificato in nome della spesa per la difesa. Una scelta che, oltre a essere economicamente insostenibile nel lungo periodo, è anche moralmente inaccettabile.

La sfida non è solo quella di opporsi a una politica che favorisce la concentrazione della ricchezza, ma di ricostruire un modello economico in cui il benessere collettivo venga prima della tutela dei privilegi di pochi. Se le classi dirigenti europee continueranno su questa strada, sarà necessario un nuovo fronte di resistenza sociale, capace di rivendicare il diritto a una redistribuzione più giusta e a un’Europa fondata sulla solidarietà, e non sulla guerra.

NO AL PIANO REARMEU: L’EUROPA DEVE RITROVARE SE STESSA

Questa settimana, a Strasburgo, si è consumato un atto gravissimo per il futuro dell’Unione Europea: l’approvazione del piano RearmEU. Una scelta che segna un punto di svolta, ma in senso negativo. I leader europei, compresa Giorgia Meloni, hanno dato il via libera a un massiccio incremento delle spese militari, una decisione che contrasta con il sentimento della maggior parte dei cittadini europei, i quali, come dimostrano numerosi sondaggi, non vogliono una deriva militarista.

Ma ciò che è ancora più grave è il metodo con cui si è giunti a questa decisione. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, ha deliberatamente evitato un passaggio chiave: il dibattito democratico. Il Parlamento europeo, espressione della volontà popolare, è stato messo da parte. Perché? Forse perché la democrazia fa paura a chi impone scelte impopolari.

NON È UNA DIFESA COMUNE, È UNA SPESA SENZA CRITERIO

Il piano RearmEU viene spacciato come un passo verso una difesa comune europea. In realtà, non prevede un budget comune, né tantomeno un debito condiviso tra gli Stati membri. Bruxelles ha semplicemente autorizzato una spesa di 650 miliardi di euro per permettere a ciascun Paese di incrementare il proprio arsenale militare, derogando alle rigide regole del Patto di Stabilità. Inoltre, altri 150 miliardi potranno essere chiesti in prestito alla Commissione Europea, a condizione che vengano usati per acquistare nuove armi, secondo alcuni analisti questo smisurato importo tenderebbe a salire anche oltre i mille miliardi di euro. Ma tutto questo non porta a una difesa comune: significa solo gonfiare i bilanci nazionali delle forze armate in modo scoordinato, senza alcuna strategia condivisa, arricchendo esclusivamente le lobby delle armi, tutto questo sulle nostre teste, compromettendo il futuro di chi verrà dopo di noi.

E qui emerge un aspetto inquietante: se il Patto di Stabilità può essere derogato per le armi, perché non lo si è mai fatto per la sanità, il welfare, l’istruzione o il sostegno alle imprese in difficoltà? Quando si tratta di aiutare le fasce più deboli della popolazione, Bruxelles diventa spietata e inflessibile. Ma quando si tratta di finanziare la corsa agli armamenti, improvvisamente ogni vincolo cade.

L’ASSURDA AUTORIZZAZIONE AD USARE I FONDI DI COESIONE

Se la logica della deroga al Patto di Stabilità per le spese militari è già di per sé assurda, lo è ancora di più l’autorizzazione data ai Paesi membri di usare i fondi di coesione per acquistare armi. Questi fondi dovrebbero servire a ridurre le disuguaglianze tra le regioni europee, a combattere la povertà, a creare occupazione e sviluppo. Ma ora, in nome della “sicurezza”, vengono dirottati sulle forniture militari. L’Europa sta letteralmente smantellando i suoi stessi principi fondativi, sacrificandoli sull’altare della guerra.

UNA POLITICA ESTERA MIOPE E PERICOLOSA

La giustificazione principale per questo piano di riarmo è la presunta minaccia della Russia. Ma questa minaccia è davvero così reale e imminente? O piuttosto siamo di fronte a un circolo vizioso in cui gli attuali leader europei, incapaci di ammettere i propri errori, si ostinano a una strategia fallimentare, rinunciando a qualsiasi tentativo di negoziato?

La politica estera dell’UE è nelle mani di tre commissari – Kaja Kallas, Andrius Kubilius e Valdis Dombrovskis – esponenti di Paesi baltici che hanno un passato storico segnato da profonde tensioni con la Russia. Tutti e tre i Paesi baltici, insieme, sono grandi quanto il Piemonte. Eppure, la loro impostazione nazionalista e il loro rigore ideologico stanno orientando le politiche dell’intera Unione Europea, imponendo un’austerità economica e una strategia di contrapposizione alla Russia che ignora le radici politiche e culturali dell’Europa occidentale. Il risultato sono le 18 pagine del documento finale approvato dal parlamento EU, in esso si riportano alcuni passaggi a dir poco inquietanti, da far rabbrividire. 

LA CONTRADDIZIONE DEL PACIFISMO: LE PIAZZE DI ROMA

Questa tensione tra guerra e pace, tra militarismo e giustizia sociale, è stata al centro delle manifestazioni che si sono svolte ieri, 15 marzo, a Roma. Tre piazze, tre modi diversi di interpretare il momento storico, tre narrazioni distinte sulla guerra e sul futuro dell’Europa.

Da un lato, a Piazza del Popolo, l’evento promosso da la Repubblica e Michele Serra ha raccolto una parte dell’opinione pubblica progressista, , circa 25.000 partecipanti, ma portando in sé una profonda contraddizione: si è parlato di pace senza però mettere in discussione il ruolo dell’Europa nella fornitura di armi e nella perpetuazione del conflitto. Un pacifismo che, pur mosso da sincere intenzioni, finisce per accettare passivamente la retorica del riarmo come inevitabile.

Dall’altro lato, a Piazza Barberini, si è radunata una manifestazione molto più chiara e netta, circa 10.000 partecipanti, organizzata dall’area della sinistra alternativa. Qui il messaggio era inequivocabile: no all’escalation militare, no all’invio di armi, no all’asservimento dell’Europa a una strategia di guerra che ci trascina in un vortice di instabilità globale. C’erano Potere al Popolo, l’Unione Sindacale di Base, Rifondazione Comunista, azione Civile, gli studenti di Cambiare Rotta, le comunità palestinesi, i movimenti per la casa e qualche bandiera dell’Arci. Uno schieramento variegato ma unito da una stessa rivendicazione: alzate i salari, abbassate le armi!

Infine, c’era la terza piazza, quella sovranista alla Bocca della Verità, con tricolori e inni nazionali, ma destinata a un flop annunciato. Il generale Vannacci ha dato forfait, Marco Rizzo è rimasto isolato.

L’EUROPA RISCHIA DI PERDERE SE STESSA

I padri fondatori dell’Europa unita, da Altiero Spinelli a Ernesto Rossi, ci hanno lasciato un manifesto chiaro: la Carta di Ventotene. Un documento che invocava un’Europa federale basata su pace, giustizia sociale e cooperazione tra i popoli. Oggi questi principi sono stati traditi.

Le tre piazze di Roma rappresentano il bivio davanti a cui ci troviamo: accettare passivamente una guerra senza fine o avere il coraggio di dire no, senza ambiguità. Se non si cambia rotta, l’Europa rischia di diventare il fantasma di sé stessa: un continente in crisi economica, sociale e morale, trascinato in un conflitto che non può vincere e che, soprattutto, non dovrebbe combattere, alimentando solo risentimenti ed odio contro di essa, favorendo, come sta accadendo, le forze reazionarie naziste e fasciste che stanno avanzando in tutti gli Stati europei.

È tempo di ribellarsi a questa deriva. È tempo di dire chiaramente che l’Europa che vogliamo non è un’Europa di guerra, ma un’Europa di pace, progresso e giustizia sociale.

L’Europa Senz’Anima: Tra Guerra e Clima, un Continente alla Deriva

L’Unione Europea è un gigante senza anima, un colosso che vacilla sotto il peso delle proprie contraddizioni. Si arma per proteggere la pace, ma nel farlo alimenta l’industria bellica e si lega mani e piedi a strategie dettate da altri. Si proclama leader nella lotta al cambiamento climatico, ma poi sacrifica le sue stesse promesse sull’altare di un’economia che non può permettersi di rinunciare ai combustibili fossili. E in questo limbo di incoerenza, si condanna a un ruolo marginale nella grande scacchiera geopolitica.

Sanzioni e Armi: Un Boomerang per l’Europa

Le sanzioni imposte alla Russia avrebbero dovuto piegare l’economia di Mosca e indebolirne il potenziale bellico. Ma la realtà racconta un’altra storia. L’economia russa ha riorientato i propri mercati verso la Cina, l’India e il Medio Oriente, mentre l’Europa ha visto esplodere i costi energetici e industriali, subendo un colpo durissimo alla propria competitività. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno colto l’occasione per imporsi come principali fornitori di gas liquefatto a prezzi spropositati, arricchendo le proprie aziende a spese delle economie europee.

A peggiorare le cose, la corsa al riarmo sta divorando risorse che fino a ieri erano ritenute indisponibili per il welfare o la transizione ecologica. Ogni Stato membro dell’UE è stato autorizzato a sforare i limiti di bilancio per acquistare armamenti, senza però una visione comune, senza una politica estera unitaria, senza un reale progetto di difesa europea. Ci si arma, insomma, senza sapere esattamente per cosa o per chi.

Un’Europa Senza Sovranità Tecnologica e Militare

L’Europa parla di difesa comune, ma la sua autonomia strategica è un’illusione. Il supporto informativo alle forze ucraine, ad esempio, dipende da sistemi che Bruxelles non possiede e non controlla. Satelliti, sistemi di intelligence e capacità di cyber warfare sono ancora una prerogativa americana. Perfino la deterrenza nucleare europea è un concetto velleitario: le testate francesi e britanniche impallidiscono di fronte all’arsenale russo, e senza il supporto di Washington non avrebbero alcuna credibilità strategica.

Trump e la Nuova Geopolitica: L’Europa Sempre Più Marginale

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e il suo insediamento ufficiale, gli equilibri internazionali stanno già mutando radicalmente. La sua amministrazione ha avviato trattative di pace con la Russia, portando l’Europa in una posizione ancora più incerta e debole. Se da una parte questo può rappresentare un passo per la de-escalation del conflitto ucraino, dall’altra l’UE si trova nella scomoda posizione di aver costruito un intero impianto politico e strategico basato sulla contrapposizione con Mosca. Ora, con Washington che dialoga direttamente con il Cremlino, l’Europa si scopre sempre più irrilevante.

L’Unione Europea si era fatta trascinare in una trappola geopolitica senza mai prospettare un’alternativa che non fosse la vittoria sul campo. Ma la vittoria non è mai arrivata, e ora la realtà impone un cambio di rotta che i governi europei non sembrano pronti ad affrontare. Trump, fedele alla sua dottrina isolazionista e mercantilista, ha già fatto capire che l’Europa dovrà cavarsela da sola sul fronte della sicurezza, ma dovrà continuare a pagare il prezzo della presenza militare americana sul proprio territorio.

La Minaccia Reale: Il Clima, non la Guerra

Mentre l’Europa si fa trascinare nel vortice del riarmo, ignora la vera minaccia esistenziale: la crisi climatica. Gli scienziati dell’IPCC hanno avvertito che abbiamo solo pochi anni per invertire la rotta, ma le risposte politiche sono state deboli, contraddittorie e spesso ipocrite.

Il Green Deal europeo, sbandierato come un trionfo, è costellato di deroghe e compromessi che ne hanno svuotato l’efficacia. Le lobby del gas hanno ottenuto proroghe sull’uso di combustibili fossili, il nucleare è stato riabilitato come “energia verde”, e la transizione verso l’auto elettrica è stata gestita in modo tale da preservare l’industria automobilistica più che il pianeta.

L’Italia, poi, ha offerto l’esempio più emblematico dello spreco di risorse: il PNRR, che avrebbe potuto essere un volano per la riconversione ecologica, è stato dilapidato in progetti discutibili e frammentati, mentre l’emergenza ambientale è rimasta fuori dall’agenda politica.

Guerra e Clima: Due Destini Incompatibili

L’equazione è semplice: investire in guerra significa sottrarre risorse alla lotta contro il cambiamento climatico. Le spese militari assorbono fondi che potrebbero essere destinati alla decarbonizzazione, alla resilienza delle infrastrutture, alla tutela delle risorse idriche e alla riconversione delle economie locali.

Ma c’è di più: la guerra stessa è un fattore devastante per l’ambiente. Distrugge ecosistemi, contamina suoli e falde acquifere, produce emissioni incontrollate. Eppure, pochi parlano dell’impatto ambientale dei conflitti, come se fosse un dettaglio secondario.

L’Europa Può Ancora Scegliere?

L’Unione Europea si trova a un bivio: può continuare a seguire la strada dell’atlantismo acritico, dell’aumento delle spese militari e della marginalità politica, oppure può provare a costruire una propria identità basata sulla pace, sulla sostenibilità e sulla giustizia sociale.

Un progetto serio di conversione ecologica, con il coinvolgimento reale della popolazione, potrebbe essere l’unico modo per dare all’Europa un futuro che non sia solo una riproposizione del suo passato di guerre e colonialismo. Questo significa ripensare l’economia, ridefinire le priorità, rimettere al centro il benessere dei cittadini invece della corsa agli armamenti.

Ma il tempo stringe. Se l’Europa non prenderà in mano il proprio destino ora, rischia di diventare poco più che una pedina nel gioco altrui. E a quel punto, sarà troppo tardi per recuperare.

Il Sabato della Dignità: In Piazza per Dire No alla Guerra, ai Sacrifici e alla Disumanità


Sabato 15 aprile, Piazza Barberini sarà il cuore pulsante di una protesta necessaria. Non solo un NO alla guerra, ma un NO a un’Europa che sta demolendo il futuro dei suoi cittadini, sacrificandoli sull’altare del riarmo e della disumanità.

Mentre il governo europeo impone tagli al welfare, all’istruzione, alla sanità, mentre si paventa un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini per finanziare un piano militare da 800 miliardi, un altro tassello si aggiunge al mosaico della vergogna: un nuovo piano di rimpatri e deportazioni di massa. Una politica che segna il definitivo passaggio da un’Europa dei diritti a un’Europa delle espulsioni e dei respingimenti, che colpisce i più deboli e distrugge il senso stesso di civiltà.

Dalla Fortezza Europa alla Prigione Sociale

La strategia è chiara: si blindano i confini e si abbattono i diritti. Da un lato, l’UE diventa una Fortezza militare, investendo miliardi in armi, dall’altro diventa una prigione sociale, in cui chi è povero, fragile o straniero è considerato un problema da eliminare.

Gli anziani e i pensionati? Costretti a vivere con assegni sempre più miseri, mentre miliardi di euro spariscono nei bilanci della difesa.
I lavoratori? Schiacciati dalla precarietà, dall’inflazione, dai salari da fame.
I giovani? Privati di un futuro, mentre si finanziano bombe invece di università e ricerca.
I migranti? Deportati come merce indesiderata, nel silenzio complice delle istituzioni.

Questa è l’Europa che ci stanno costruendo: un continente contro la vita, contro il futuro, contro le persone.

L’Ascesa delle Destre: La Seconda Follia dopo il Riarmo

E mentre il sistema impone sacrifici insostenibili, chi raccoglierà la rabbia della popolazione? Le destre estreme, pronte a cavalcare il malcontento con slogan semplicistici e con la promessa di “difendere i cittadini” da un’Europa che li ha traditi. L’onda nera non è una minaccia astratta, è già in marcia.

Tagli ai servizi essenziali, guerra e repressione sono il terreno ideale per l’avanzata di governi autoritari. L’abbiamo visto nella storia: quando i diritti vengono calpestati, chi promette ordine e sicurezza con il pugno di ferro trova terreno fertile. E l’Europa sta apparecchiando il tavolo per questa deriva distruttiva.

Sabato 15 Aprile: L’Appello ai Cittadini

Per questo Piazza Barberini sarà la piazza della dignità. Per dire NO a un’Europa che diventa un esercito e un carcere. Per difendere il diritto alla vita, al lavoro, alla giustizia sociale.

Non è più solo una questione politica, è una questione di sopravvivenza. O difendiamo il nostro futuro adesso, o ci ritroveremo in un continente militarizzato, impoverito e disumano.

Saremo in piazza per dire:
– No al riarmo, sì alla pace.
– No ai tagli, sì ai diritti.
– No alle deportazioni, sì all’umanità.
– No alla Fortezza Europa, sì a un’Europa per i cittadini.

Questa battaglia non riguarda solo chi scenderà in piazza. Riguarda tutti noi, il nostro presente e il nostro futuro. Sabato 15 aprile, a Piazza Barberini, non ci sarà solo una manifestazione: ci sarà la voce di chi non si arrende.

Europa Fortezza: Miliardi in Armi, Deportazioni per i Migranti

L’Unione Europea ha gettato la maschera. Mentre si accinge a spendere centinaia di miliardi in armi e difesa, stringe ulteriormente il cappio intorno al collo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla miseria. La Commissione di Ursula von der Leyen propone un regolamento che introduce un ordine di rimpatrio valido per tutto il territorio europeo e la creazione di hub nei Paesi terzi per le persone già destinate all’espulsione. Una svolta che segna l’ennesima resa della politica comunitaria ai nazionalisti e ai fautori dell’Europa fortezza.

La destra italiana, e con essa le destre di tutta Europa, festeggia: il Partito Popolare Europeo si è accodato all’onda sovranista, mentre socialisti, verdi e sinistra provano a resistere. Ma la verità è che la cosiddetta “maggioranza Ursula” è già morta. L’Europa che sognava di essere un faro di civiltà si è trasformata in una macchina blindata, ossessionata dall’idea di contenere, respingere, deportare.

La retorica della sicurezza, la realtà della disumanità

Il piano dell’UE prevede una semplificazione brutale: se un Paese rifiuta l’80% delle richieste d’asilo provenienti da una certa nazione, allora le espulsioni saranno accelerate. Nessuna valutazione individuale, nessun rispetto per le storie, per le sofferenze, per i percorsi di vita. L’obiettivo è solo uno: fare numeri, mostrare pugno duro, dimostrare che l’Europa è capace di “difendersi” dai migranti, come se fossero un’invasione e non esseri umani.

Eppure, mentre si costruiscono muri e si affilano le procedure di rimpatrio, la questione più elementare rimane senza risposta: dove li mandiamo? L’Italia aveva puntato sulla Tunisia, ma il Paese nordafricano non ha firmato le convenzioni internazionali sui diritti umani, e l’UE non può – almeno ufficialmente – siglare accordi con Stati che non rispettano il principio di non respingimento.

Così il governo italiano ha deciso di giocare la carta dell’Albania, avviando un’operazione dai costi faraonici e dagli effetti pressoché nulli. L’accordo con Tirana prevede la creazione di centri di detenzione per i migranti, ma finora la magistratura italiana ha bloccato qualsiasi tentativo di procedura accelerata, in quanto in contrasto con la direttiva UE 2013/32. Questo ha reso il progetto un’enorme voragine di spreco. Parliamo di un investimento che sfiora gli 850 milioni di euro, quasi un miliardo di euro bruciati in una soluzione che, nei fatti, non sta funzionando. Nulla di fatto, anzi: se questi fondi fossero stanziati per progetti di sviluppo nei Paesi da cui partono i migranti, probabilmente si otterrebbero risultati ben diversi.

Perché il punto è proprio questo: la politica migratoria dell’Europa continua a essere miope, concentrata solo sulla repressione e mai sulle cause del fenomeno. Un miliardo di euro potrebbe finanziare scuole, ospedali, infrastrutture, programmi di sviluppo agricolo e industriale nei Paesi di origine. Potrebbe sostenere percorsi di autonomia per intere comunità, garantendo opportunità che ridurrebbero alla radice la necessità di emigrare. Investire nello sviluppo significherebbe prevenire le migrazioni forzate, offrendo una scelta reale a chi oggi è costretto a partire.

Ma questa visione non interessa ai governi europei, ossessionati dal consenso immediato e da una narrazione securitaria che trasforma il migrante in un nemico, anziché in una vittima di un sistema economico globale che l’Occidente stesso ha contribuito a creare.

Un’Europa che si arma e dimentica i principi

L’Europa sta compiendo una scelta chiara: investire in armi, smantellare i diritti. I fondi per la difesa vengono moltiplicati, i bilanci militari gonfiati come mai prima d’ora, mentre l’accoglienza viene ridotta a una questione di ordine pubblico. In questo scenario distorto, chi cerca rifugio viene trattato come un problema da risolvere con la forza, e non come una vita da salvare.

Miliardi per i caccia, per i carri armati, per le alleanze strategiche. Spiccioli, invece, per chi fugge da quelle stesse guerre che spesso le potenze occidentali hanno contribuito a scatenare o alimentare. L’ipocrisia è totale: si finanziano conflitti dall’altra parte del mondo e poi si chiudono le porte in faccia alle vittime di quei conflitti.

La fortezza Europa è una prigione per la democrazia

Il nuovo regolamento UE punta a rendere più difficile la mobilità di chi è già stato espulso: chi viene rimpatriato da un Paese non potrà più entrare in nessun altro Stato membro. In pratica, una condanna senza appello, un marchio che segna per sempre il destino di chi, nella maggior parte dei casi, è colpevole solo di essere nato nel posto sbagliato.

Ci troviamo di fronte a una delle svolte più cupe nella storia recente dell’Unione. La narrazione della sicurezza e della protezione è solo una maschera per nascondere una profonda crisi morale e politica. L’Europa non sta difendendo i suoi cittadini, sta sacrificando i suoi stessi principi sull’altare della paura e della propaganda.

Ma un’Europa che rinnega la sua umanità non è più l’Europa per cui vale la pena lottare. E il prezzo da pagare per questa regressione potrebbe essere molto più alto di quello che oggi immaginiamo.

Polly-tiche di Riarmo: I Polli che Pagano il Prezzo delle Follie Globali

Il recente annuncio del piano di riarmo europeo, un’iniziativa da 800 miliardi di euro, ha suscitato non poche perplessità. Da una parte si invoca la necessità di rafforzare la difesa del continente, dall’altra si intravede l’ennesimo canale dorato verso le casse delle grandi industrie belliche, molte delle quali a stelle e strisce. Non è un mistero, infatti, che gran parte di questi fondi finirà nei forzieri delle multinazionali americane, alimentando un meccanismo rodato che sotto la patina della sicurezza cela ben altri obiettivi: profitto unilaterale e consolidamento di precise dinamiche geopolitiche.

Il paradosso è evidente. Per anni ci hanno raccontato che le casse pubbliche erano vuote, che il debito pubblico era un mostro da tenere a bada con le catene dell’austerità. Ogni richiesta di fondi per sanità, istruzione o welfare si schiantava contro il muro dei parametri di bilancio e dei vincoli europei. Ma, quasi per magia, di fronte alla necessità di riarmo, ecco che le risorse saltano fuori. I rubinetti del denaro pubblico si aprono generosamente, come se improvvisamente i conti non fossero più un problema. Questa incoerenza stride, e la domanda sorge spontanea: perché i soldi sono sempre pochi quando si tratta del benessere dei cittadini, ma diventano improvvisamente abbondanti quando c’è da finanziare nuove armi?

Il cittadino medio, intanto, continua a pagare. Cambiano i governi, cambiano le facce, ma il copione resta immutato. Che si voti a destra o a sinistra, le politiche economiche e internazionali seguono spesso la stessa traiettoria. Il voto sembra essere diventato un rituale vuoto, una parvenza di partecipazione che maschera una sostanziale impotenza. L’illusione della scelta democratica, in realtà, nasconde un sistema in cui le decisioni cruciali vengono prese lontano dalle urne, nei salotti del potere finanziario e industriale. Un gioco delle parti in cui i veri padroni del mondo, protetti dalle torri d’avorio della finanza globale, continuano a muovere i fili senza che nulla cambi davvero.

Siamo passati dall’essere sudditi di re e imperatori all’essere cittadini di moderne democrazie, o almeno così ci hanno fatto credere. La verità è che il sistema ha semplicemente raffinato i suoi metodi di controllo. Se un tempo il potere si imponeva con la forza, oggi si esercita con la persuasione e la manipolazione. Non siamo più sudditi, ma consumatori. Il nostro valore non sta più nella partecipazione alla vita pubblica, ma nella capacità di sostenere un’economia basata sul consumo incessante. E ora ci viene chiesto qualcosa di più: non solo consumare, ma anche sostenere, direttamente o indirettamente, le avventure belliche decise sopra le nostre teste.

Non è un caso che alcuni studiosi abbiano definito questa fase storica come “neo-feudalesimo”. Un sistema dove, proprio come nel Medioevo, una ristretta élite possiede le risorse e detta le regole, mentre la massa viene mantenuta in una condizione di sudditanza. Cambiano le forme, ma non la sostanza: al posto dei castelli ci sono i grattacieli delle multinazionali, al posto dei signori feudali ci sono i CEO delle grandi corporazioni, e noi, i nuovi servi della gleba, siamo legati non più alla terra, ma al consumo, al debito e, se serve, anche alla guerra. Questo neo-feudalesimo moderno ha affinato i suoi strumenti: non più catene di ferro, ma catene invisibili fatte di marketing, narrazioni mediatiche e cicli di crisi senza fine.

E mentre ci illudiamo di essere liberi, continuiamo a girare come criceti su una ruota, inseguendo un benessere che si allontana sempre di più. È un grande esperimento sociale, un test continuo sulla nostra resistenza alla stupidità. Ci stanno facendo ingoiare di tutto, fango compreso, raccontandoci che è per il nostro bene. Ogni crisi, ogni emergenza, diventa un’occasione per un nuovo esperimento: fino a che punto siamo disposti ad accettare decisioni palesemente contrarie ai nostri interessi? Quanto ancora ci lasceremo trascinare, come “Polly”, i polli perfetti, pronti a credere a qualsiasi narrativa ci venga proposta?

Addirittura, ci viene concessa la libertà di esprimerci, un’illusione ben confezionata per alimentare il mito della democrazia. Ma questa libertà è monitorata, regolata e concessa solo fino a quando il flusso delle informazioni rimane sotto controllo. Sanno perfettamente come orientare le masse, come distrarle, come renderle innocue. E se un giorno la voce delle persone diventasse troppo forte, se l’informazione sfuggisse al loro controllo, allora non esiterebbero a chiudere anche questa piccola valvola di sfogo. Ci tolgono il bavaglio solo perché sanno che, finché le nostre parole non scalfiscono il sistema, sono innocue. Ma il giorno in cui la parola dovesse trasformarsi in azione, non ci penseranno due volte a spegnere la luce.

Ma la parabola dell’inganno non si ferma qui. Dopo averci sfruttato come polli da batteria, spremendoci fino all’osso, il sistema ha in serbo per noi un’ulteriore umiliazione: la divisa. Proprio così, quando ormai siamo stati frantumati e resi docili, arriva il momento di essere vestiti da soldati, mandati a morire in guerre che non ci appartengono. E lo facciamo marciando a passo militare, senza fiatare, obbedendo ciecamente come automi, come polli di batteria che si avviano al macello. È il perfetto coronamento di un processo di spersonalizzazione, dove non siamo più individui, ma semplici numeri da spostare sul grande scacchiere delle strategie globali.

Forse la vera domanda non è se ci sveglieremo, ma quando. Quando inizieremo a mettere in discussione questo sistema che ci tratta come sudditi travestiti da elettori? Quando decideremo di fermare questa infernale ruota e rivendicare il nostro ruolo di cittadini consapevoli, non solo di consumatori o sudditi? Il mondo ha bisogno di un risveglio collettivo, di una consapevolezza nuova che ci permetta di vedere oltre la cortina fumogena delle promesse e delle paure. Solo allora potremo sperare di costruire una società davvero libera, giusta e in pace, dove le scelte vengano fatte per il bene comune e non per gli interessi di pochi.