Il recente congresso della CISL ha offerto un’immagine inquietante della situazione attuale in Italia: un’ovazione dei delegati sindacali alle parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che invita a “superare la tossica visione conflittuale” tra lavoro e impresa. Questo episodio rappresenta la resa definitiva di una parte del sindacato alla logica padronale e neoliberista, cancellando di fatto il ruolo storico di difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori.
Un sindacato che tradisce la sua missione
Il sindacato dovrebbe esistere per tutelare chi lavora, non per compiacere il potere. Eppure, la CISL ha scelto di appiattirsi sulle posizioni di un governo di destra che, fin dall’inizio, si è dimostrato nemico delle classi lavoratrici e dei diritti conquistati con decenni di lotte. Invece di alzare la voce contro il dilagante precariato, contro i salari da fame, contro le condizioni di sfruttamento che portano a oltre 1500 morti sul lavoro ogni anno, la CISL preferisce fare da megafono alla retorica governativa sulla “collaborazione” tra impresa e lavoratori.
Ma questa collaborazione, nei fatti, è una farsa: non c’è un equilibrio tra le parti, bensì un rapporto di forza in cui le imprese dettano legge, mentre lavoratrici e lavoratori subiscono. Negli ultimi trent’anni, l’Italia è stato l’unico Paese dell’OCSE in cui i salari reali sono diminuiti, e oggi milioni di persone lavorano con stipendi che non permettono una vita dignitosa. In questo contesto, un sindacato che rinuncia al conflitto diventa complice dello sfruttamento.
I padroni non hanno bisogno di altri difensori
Storicamente, il mondo imprenditoriale ha sempre avuto le proprie organizzazioni di rappresentanza: Confindustria, le associazioni di categoria, i grandi gruppi finanziari. Non hanno certo bisogno che anche i sindacati dei lavoratori si inginocchino ai loro interessi. Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo con la CISL.
L’atteggiamento di questo sindacato non è solo vile, ma anche estremamente pericoloso, perché legittima un modello in cui i diritti diventano una concessione padronale anziché una garanzia irrinunciabile. E non è un caso che, mentre la CISL riceve elogi dal governo, CGIL, UIL e i sindacati di base vengono dipinti come “ideologici” e “conflittuali” solo perché continuano a battersi per salari dignitosi, sicurezza sul lavoro e tutele reali.
Il ruolo ambiguo della CISL: più servizi, meno lotte
Un altro aspetto da evidenziare è come la CISL, negli anni, abbia trasformato la sua natura. Da sindacato di lotta si è progressivamente trasformata in un organismo che offre servizi ai lavoratori, spesso in ambiti che poco hanno a che fare con la difesa dei loro diritti: dichiarazioni dei redditi, operazioni bancarie, richieste di prestiti, assistenza fiscale. Certo, si tratta di attività utili, ma non possono sostituire la battaglia per salari più alti, contratti migliori, sicurezza sul lavoro. Un sindacato che si concentra su questi aspetti amministrativi, dimenticando la propria missione originaria, smette di essere tale e diventa un’agenzia di consulenza più che un organismo di difesa dei diritti, per questo vi sono i patronati, che di fatto sono emanazione dei sindacati stessi .
Il dramma delle lavoratrici: doppiamente sfruttate
In tutto questo, non possiamo dimenticare la condizione delle lavoratrici, che subiscono un doppio sfruttamento: da un lato, lavorano nelle stesse mansioni dei colleghi uomini, ma spesso con salari più bassi e minori opportunità di crescita professionale; dall’altro, devono affrontare discriminazioni strutturali che rendono ancora più precaria la loro condizione.
L’Italia è tra i Paesi europei con il più ampio divario retributivo di genere e uno dei peggiori in termini di conciliazione tra lavoro e vita privata. Troppe donne, ancora oggi, sono costrette a scegliere tra la carriera e la famiglia, perché le politiche di welfare sono inesistenti o inefficaci. Eppure, anche su questo tema, la CISL preferisce il silenzio: nessuna battaglia vera per la parità salariale, nessuna pressione per politiche che facilitino la vita delle lavoratrici.
Un ritorno al conflitto è necessario
Di fronte a questa situazione, è chiaro che l’unica via possibile è una ripresa della conflittualità. Il conflitto sociale non è una patologia da estirpare, come vorrebbe Meloni, ma l’unico strumento che lavoratrici e lavoratori hanno per difendersi da un sistema che, senza opposizione, li schiaccia.
Abbiamo bisogno di:
• Un salario minimo legale che impedisca lo sfruttamento di chi lavora per pochi euro l’ora.
• Norme più severe sulla sicurezza, per fermare la strage di chi muore mentre cerca di guadagnarsi da vivere.
• Maggiori tutele per le lavoratrici, per garantire stipendi equi e una vera parità di opportunità.
• Stop alla precarietà e alle delocalizzazioni selvagge, che impoveriscono il tessuto sociale del Paese.
Mentre la CISL si piega al potere e il governo rafforza la posizione delle imprese a scapito dei lavoratori, è necessario un fronte compatto che rilanci la lotta per i diritti. Il sindacato, quello vero, deve tornare a essere un punto di riferimento per chi lavora, non un’appendice delle politiche aziendali e governative.
L’unica strada è riprendere la lotta, perché i diritti non si chiedono: si conquistano.
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