Mafiosi e corrotti: l’antitesi dello statista

Mafiosi e corrotti: l’antitesi dello statista

Di Mario sommella

La storia politica italiana è segnata da contraddizioni profonde, tra cui il peso della corruzione e i rapporti tra esponenti delle istituzioni e la mafia. Questi due fenomeni, pur essendo tra i più stigmatizzati, hanno finito per permeare il tessuto politico ed economico del nostro Paese, creando una pericolosa zona grigia in cui potere legale e illegale si intrecciano.

L’articolo di Isaia Sales da cui prendo spunto pone una domanda cruciale: può un politico condannato per corruzione o comprovati legami con la mafia essere considerato uno statista? La risposta, per quanto possa sembrare ovvia, appare spesso ignorata o relativizzata nei fatti. Essere rappresentanti dello Stato e, al contempo, complici di chi lo mina alle fondamenta è una contraddizione non solo morale ma anche politica. L’onore non è un dettaglio accessorio: è il fondamento dell’autorevolezza istituzionale.

Corruzione: un ordinamento giuridico parallelo

La corruzione non è solo un crimine, è una distorsione profonda del senso stesso di potere. In Italia, chi corrompe o si lascia corrompere spesso non percepisce di oltrepassare un confine morale, ma solo una regola “tecnica”. Si crea così una sorta di “ordinamento giuridico parallelo”, in cui il potere non è visto come responsabilità, ma come privilegio negoziabile.

Questa mentalità si è consolidata in una cultura politica dove la violazione della legge, piuttosto che essere un limite invalicabile, diventa quasi un’abilità necessaria per governare. La monetizzazione del potere è così diffusa che persino reati come l’abuso d’ufficio vengono depenalizzati, con il tacito consenso di una parte trasversale della classe politica.

La mafia: un potere integrato

Il rapporto con la mafia amplifica questa degenerazione. A differenza di altri fenomeni violenti, la mafia è riuscita a integrarsi nelle dinamiche istituzionali ed economiche del Paese, costruendo alleanze che le hanno garantito una durata secolare. Come ricordava Leonardo Sciascia, la democrazia non è impotente nel combattere le mafie, ma spesso sceglie di convivere con esse.

La mafia non rappresenta un potere alternativo allo Stato, ma un potere relazionato con esso. Questo spiega perché, dal 1861 ad oggi, diversi presidenti del Consiglio e innumerevoli amministratori locali abbiano mantenuto rapporti diretti con i boss. Le mafie non prosperano nell’isolamento, ma nella complicità con il potere legale e con settori dell’imprenditoria che vedono in esse un’opportunità, piuttosto che un ostacolo.

Etica e politica: un binomio indissolubile

Non si può valutare la carriera di un leader politico senza considerare l’etica delle sue azioni. Se è vero che il giudizio storico non si limita alle sole violazioni di legge, ignorarle significa sdoganare un modello di potere che si regge sul tradimento della fiducia pubblica.

Essere uno statista significa operare per il bene collettivo, nel rispetto delle leggi e dei principi democratici. Chi tradisce questi valori per corruzione o per connivenze mafiose non può essere definito tale. Farlo significherebbe normalizzare l’illegalità come componente accettabile del potere, un lusso che una democrazia non può permettersi.

Il ruolo della società civile

Come cittadino e come persona che crede nel valore delle istituzioni, mi interrogo su cosa possiamo fare per spezzare questa spirale. La risposta, per quanto complessa, passa attraverso l’impegno civico e la consapevolezza. Non possiamo permettere che la corruzione e la mafia continuino a trovare terreno fertile nell’indifferenza o, peggio, nella rassegnazione.

Dobbiamo pretendere trasparenza, responsabilità e un rinnovato senso di etica pubblica. Le mafie e i corrotti non sono solo un problema di legalità, ma di identità democratica. Difendere la democrazia significa non solo combattere questi fenomeni, ma anche rifiutare ogni forma di normalizzazione del loro potere.

Solo così potremo riconsegnare il termine “onorevole” al suo vero significato e ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Un Paese che accetta il compromesso morale come regola non può dirsi libero.

Fonte: articolo di Isaia Sales pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2025

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