Inammissibile il quesito referendario sull’autonomia differenziata. 

Inammissibile il referendum sull’autonomia differenziata: la decisione della Corte Costituzionale

Di Mario Sommella

La Corte Costituzionale, nella camera di consiglio del 20 gennaio 2025, ha dichiarato inammissibile il quesito referendario abrogativo riguardante la legge n. 86 del 26 giugno 2024. La normativa, intitolata “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, aveva suscitato un acceso dibattito politico e sociale, culminato nella richiesta di referendum per la sua abrogazione totale.

La motivazione della Corte

In attesa della pubblicazione della sentenza, il comunicato dell’Ufficio comunicazione e stampa della Corte spiega che la decisione di inammissibilità si basa su un aspetto centrale: la mancanza di chiarezza nell’oggetto e nella finalità del quesito referendario. La Corte ha ritenuto che questa indeterminatezza comprometta la possibilità per l’elettore di esprimere una scelta consapevole.

Secondo la Corte, il quesito referendario avrebbe alterato la funzione del referendum abrogativo, trasformandolo di fatto in una decisione sull’autonomia differenziata nel suo complesso. Questo tema, che tocca direttamente l’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, non può essere oggetto di un referendum abrogativo, ma richiede invece un procedimento di revisione costituzionale.

Un tema complesso e divisivo

La legge n. 86/2024 è una delle più controverse degli ultimi anni, poiché propone un modello di autonomia differenziata che, secondo i suoi detrattori, rischia di acuire le disuguaglianze tra le Regioni. Il tentativo di abrogarla attraverso un referendum rappresentava un tentativo di bloccare il processo in corso, ma l’interpretazione della Corte ribadisce i limiti della sovranità popolare in questa materia.

Come previsto dall’articolo 75 della Costituzione, il referendum abrogativo non può riguardare leggi di revisione costituzionale o disposizioni che incidano direttamente su principi fondamentali della Carta. La sentenza della Corte costituzionale, quindi, si muove nel solco di una giurisprudenza consolidata che tutela la coerenza del sistema istituzionale italiano.

Le implicazioni della decisione

La dichiarazione di inammissibilità del referendum avrà conseguenze politiche significative. Da un lato, la sentenza conferma la centralità del Parlamento e del processo di revisione costituzionale per affrontare questioni così rilevanti. Dall’altro, priva i cittadini di un importante strumento di espressione diretta su un tema che incide profondamente sul futuro assetto istituzionale del Paese.

La mancata possibilità di utilizzare il referendum come mezzo per opporsi a questa riforma riaccenderà il dibattito sull’efficacia della partecipazione democratica in Italia, soprattutto in relazione a temi complessi che toccano l’organizzazione dello Stato.

Conclusioni

Come cittadino impegnato nel dibattito pubblico e nelle battaglie politiche per una maggiore equità sociale, ritengo che questa decisione debba essere un’occasione per riflettere non solo sul merito dell’autonomia differenziata, ma anche sulla necessità di strumenti che garantiscano una partecipazione consapevole e inclusiva.

L’autonomia differenziata non è un tema tecnico, ma una questione che tocca la vita quotidiana delle persone, specie quelle più vulnerabili. È fondamentale che questo dibattito coinvolga tutta la società e che le istituzioni lavorino per assicurare che ogni scelta futura sia orientata alla coesione e all’uguaglianza tra i cittadini e i territori.

Ddl sicurezza, verso una nuova casta al di sopra della legge. 

DDL Sicurezza: verso una nuova casta al di sopra della legge

Di Mario Sommella

Il Disegno di Legge sulla Sicurezza, attualmente in discussione al Senato, rappresenta una minaccia gravissima per l’equilibrio democratico e costituzionale del nostro Paese. Tra le proposte più controverse, spicca quella che prevede uno scudo penale per le forze dell’ordine, anche in casi di omicidio o tentato omicidio. Questa misura, che infrange palesemente il principio di uguaglianza di tutti i cittadini sancito dalla Costituzione, rischia di trasformare le forze di polizia in un’arma al servizio del potere, evocando scenari storici e attuali inquietanti.

La storia si ripete: dall’Ancien Régime ai regimi dittatoriali moderni

L’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge è uno dei cardini di ogni democrazia. Tuttavia, il DDL Sicurezza mina profondamente questo principio. Introducendo uno scudo penale per le forze dell’ordine, si rischia di creare una disparità sociale che ricorda l’Ancien Régime, quando, prima della Rivoluzione Francese, una ristretta casta nobiliare godeva di privilegi assoluti: esenzione dalle tasse, immunità legale e totale impunità.

Ma non serve tornare così indietro nel tempo per trovare analogie. Nella seconda metà del Novecento, regimi autoritari come quello di Augusto Pinochet in Cile o dei generali in Argentina hanno sfruttato forze di polizia e militari resi immuni da ogni responsabilità per perpetrare crimini inimmaginabili. In Cile, durante la dittatura di Pinochet, le forze dell’ordine si resero protagoniste di torture, esecuzioni sommarie e sparizioni forzate. In Argentina, la tragedia dei desaparecidos ha segnato un’intera generazione: decine di migliaia di persone, accusate di essere oppositori del regime, furono rapite, torturate e fatte sparire dalle forze di sicurezza con la complicità del potere politico.

Questi esempi, pur lontani dal nostro contesto attuale, devono servire da monito. L’impunità concessa a chi detiene il monopolio della forza non garantisce sicurezza: al contrario, apre le porte a soprusi e abusi, trasformando lo Stato in un nemico dei cittadini anziché nel loro protettore.

La sicurezza come pretesto per consolidare il potere

Il clima che si sta cercando di costruire intorno al DDL Sicurezza ricorda le strategie dei regimi autoritari: si crea un’emergenza fittizia per giustificare misure straordinarie e repressive. La tragica morte di Ramy a Milano, ad esempio, è stata strumentalizzata per alimentare un allarme sicurezza inesistente. Manifestazioni legittime sono state trasformate in pretesti per giustificare leggi che nulla hanno a che fare con la tutela dei cittadini, ma servono piuttosto a rafforzare il controllo del potere.

Il pericolo di una forza di polizia trasformata in uno strumento esclusivo della classe dirigente è evidente. Lo scudo penale proposto non rappresenta una misura di tutela per gli agenti, bensì un passo verso la loro trasformazione in un corpo separato, immune dalla legge, che risponde solo ai vertici del potere politico. La storia insegna che quando questo accade, i diritti dei cittadini vengono calpestati.

Altri esempi da non dimenticare

Il Brasile della dittatura militare, con le sue pratiche di tortura sistematica; la Germania nazista, dove le SS godevano di totale impunità per gli orrori perpetrati; la Spagna franchista, che utilizzava la Guardia Civil per reprimere brutalmente il dissenso: questi esempi mostrano come il controllo delle forze di sicurezza da parte del potere politico porti inevitabilmente a tragedie umane e sociali.

La vera sicurezza nasce dalla giustizia e dal rispetto reciproco tra istituzioni e cittadini, non da leggi che creano privilegi e immunità per pochi. La strada che si sta cercando di percorrere in Italia con il DDL Sicurezza non è nuova: è già stata battuta da altri Paesi con conseguenze devastanti per le libertà fondamentali e per i diritti umani.

Un appello alla responsabilità

Non possiamo permettere che l’Italia si avvii lungo questo pericoloso percorso. È dovere di tutti – cittadini, forze sociali, rappresentanti politici – opporsi con fermezza a un disegno di legge che rischia di stravolgere i valori fondanti della nostra democrazia.

La sicurezza non può mai essere una scusa per creare disuguaglianze. Uno Stato giusto non si costruisce con privilegi e impunità, ma con la trasparenza, il rispetto delle regole e la tutela dei diritti di tutti.

Mario Sommella