Inaugurazione anno giudiziario: la protesta delle toghe contro il governo, un segnale forte da nord a sud. 

La protesta delle toghe contro il governo: un segnale forte da Milano a Napoli

La magistratura italiana è in fermento. La prima grande mobilitazione contro la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, promossa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha dato vita a una protesta di vasta portata. Da Torino a Palermo, passando per Milano, Napoli e Roma, giudici e pubblici ministeri hanno scelto di abbandonare le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario, lasciando le aule semivuote nel momento in cui prendevano la parola i rappresentanti del governo.

Un grido che riecheggia nella storia: “Resistere, resistere, resistere”

La protesta ha evocato i momenti più tesi degli anni del berlusconismo. A Milano, il togato del Consiglio superiore della magistratura, Dario Scaletta, ha citato le parole storiche del procuratore generale Francesco Saverio Borrelli, accolte con un applauso scrosciante. Questo gesto simbolico è stato un invito alla compattezza e alla resistenza, preparando il terreno per il prossimo sciopero dalle udienze, fissato per il 27 febbraio.

La manifestazione di Napoli: un simbolo di dissenso

A Napoli, dove Nordio ha partecipato alla cerimonia presso Castel Capuano, i magistrati hanno manifestato in modo silenzioso ma potente. Con la Costituzione in mano e coccarde tricolori sul petto, hanno alzato il testo fondamentale durante l’inno di Mameli e hanno abbandonato l’aula al momento dell’intervento del ministro. Nordio, pur ringraziando per la compostezza della protesta, ha difeso il suo operato, dichiarando che l’eventuale subordinazione del pubblico ministero al potere politico “non avverrà con questa riforma costituzionale”. Tuttavia, il suo riferimento al “grembo di Giove” ha lasciato spazio a dubbi sul futuro.

Le richieste dei funzionari e il nodo del precariato

Oltre ai magistrati, anche i funzionari dell’Ufficio per il processo hanno protestato. Assunti con i fondi del PNRR per velocizzare i tempi della giustizia, molti di loro attendono ancora la stabilizzazione. A Napoli, uno striscione recitava: “Abbattiamo l’arretrato, come premio il precariato”. Una richiesta di stabilità lavorativa è stata avanzata anche dai dirigenti delle Corti d’Appello, che hanno sottolineato l’urgenza di affrontare il problema.

La posizione del governo e le critiche istituzionali

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha risposto alle proteste criticando la scelta di abbandonare il dialogo: “Non è una manifestazione di forza, ma di debolezza”. Allo stesso tempo, il governo ha ribadito che la riforma è “blindata”, come confermato dal ritiro degli emendamenti di maggioranza su pressione di Nordio.

Le critiche alla riforma non si limitano al tema della separazione delle carriere. A Roma, il presidente della Corte d’Appello, Giovanni Meliadò, ha espresso perplessità sull’improvvisa attribuzione alle Corti di secondo grado della competenza sui trattenimenti dei migranti, senza aumenti di organico. Il procuratore generale Giuseppe Amato ha sottolineato il rischio di compromettere l’imparzialità del pubblico ministero.

Le voci delle toghe da Nord a Sud

A Milano, Palermo e Campobasso, i magistrati hanno espresso preoccupazioni profonde sulla riforma, definendola parte di un progetto più ampio che potrebbe alterare gli equilibri tra i poteri dello Stato. Alcuni, come il procuratore generale di Bari Leone De Castris, hanno invitato il ministro Nordio a fornire prove concrete delle accuse lanciate contro i pubblici ministeri in Parlamento.

Una battaglia che coinvolge tutta la giustizia

La protesta delle toghe non è solo un’opposizione alla separazione delle carriere, ma un grido di allarme per la tutela dell’autonomia della magistratura e per il rispetto dei principi costituzionali. Mentre il governo difende la riforma come un passo avanti per il sistema giudiziario, la magistratura e altri attori del settore la percepiscono come una minaccia alla loro indipendenza.

Con il prossimo sciopero del 27 febbraio, la magistratura italiana si prepara a un ulteriore confronto. Il messaggio che emerge è chiaro: la giustizia non è solo un insieme di norme e procedure, ma un pilastro fondamentale della democrazia, da difendere con determinazione.

La protesta delle toghe è un segnale forte contro un governo che, pur non rappresentando la maggioranza degli italiani, tenta di stravolgere unilateralmente un pilastro fondamentale della nostra Repubblica: la magistratura. La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere rischia di creare un sistema giudiziario debole con i forti e forte con i deboli, minando il principio di giustizia imparziale sancito dalla Costituzione.

Le parole di Piero Calamandrei, esposte dai magistrati sulle scalinate del Palazzo di Giustizia di Milano, suonano come un monito senza tempo: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare… Bisogna fare in modo che non manchi mai, preparando le difese della libertà contro le insidie dei potenti che non vogliono essere controllati dalla legge”.

Concludendo, si rende necessario opporsi con fermezza a questa riforma della giustizia. È importante ricordare che simili progetti di controllo e subordinazione dei poteri erano già scritti nero su bianco nelle carte della loggia massonica deviata P2 di Licio Gelli. Difendere l’autonomia della magistratura non è solo un dovere verso la Costituzione, ma un atto di resistenza per tutelare la democrazia e i diritti di ogni cittadino.

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