Sanità, il governo fa cassa sugli ultimi: i malati non autosufficienti abbandonati dallo Stato

In un colpo di mano che lascia sgomenti, Lega e Fratelli d’Italia hanno approvato in Senato un emendamento che mina alle fondamenta il diritto all’assistenza dei malati non autosufficienti. La senatrice leghista Maria Cristina Cantù, con il sostegno di FdI, ha introdotto una modifica all’articolo 30 della legge 730 del 1983, separando le spese per le prestazioni sanitarie da quelle socio-assistenziali, anche quando strettamente connesse.

Questo significa che attività essenziali come l’igiene personale, la nutrizione assistita e la mobilizzazione dei pazienti gravi non saranno più a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ma ricadranno sulle famiglie già provate, esasperate, spesso ridotte sul lastrico.

La situazione è già critica: in molte regioni, le liste d’attesa per l’accesso alle strutture convenzionate sono interminabili. In Toscana, a marzo, si contavano 1.800 persone in attesa; in Liguria e Lombardia, circa 5.000 posti letto non sono coperti da convenzioni. Le famiglie, nell’attesa, sono costrette a sostenere integralmente le rette, spesso per periodi prolungati, con conseguenze economiche devastanti.

Questo emendamento non solo aggrava il peso sulle famiglie, ma rappresenta un pericoloso precedente, mettendo in discussione il diritto alle cure per tutti i non autosufficienti. La separazione artificiosa tra prestazioni sanitarie e socio-assistenziali ignora la realtà clinica, dove queste sono inscindibili. Inoltre, la retroattività dell’emendamento rischia di influenzare negativamente i procedimenti giudiziari in corso, negando giustizia a chi ha già subito torti.

Sulle cure lo Stato si ritira e lascia spazio alle assicurazioni

In un Paese che invecchia rapidamente, con oltre 4 milioni di non autosufficienti tra gli ultrasessantacinquenni, la ritirata dello Stato dall’assistenza socio-sanitaria apre le porte alle compagnie assicurative. Le polizze “Long Term Care” (LTC), finora poco diffuse in Italia, potrebbero diventare l’unica ancora di salvezza per molte famiglie. Tuttavia, queste polizze presentano costi elevati e condizioni spesso proibitive, rendendole inaccessibili a una larga fetta della popolazione.

Secondo il 7° Rapporto Osservatorio Long Term Care del Cergas Bocconi, la spesa pubblica per l’assistenza ai non autosufficienti è in calo, passando dall’1,6% del PIL nel 2018 a valori ancora inferiori nel 2023. Questo trend negativo, unito all’aumento dell’inflazione e alla riduzione del PIL, ha portato a una contrazione significativa della spesa reale per l’assistenza agli anziani non autosufficienti.

Le compagnie assicurative, fiutando l’opportunità, promuovono le polizze LTC come soluzione. Tuttavia, queste coperture, per essere efficaci, richiedono una sottoscrizione in giovane età e un impegno economico non indifferente. Inoltre, la complessità delle condizioni contrattuali e le esclusioni previste rendono queste polizze strumenti non sempre affidabili per garantire una copertura adeguata in caso di bisogno.

In conclusione, l’emendamento Cantù rappresenta un attacco diretto ai diritti dei più fragili, scaricando sulle famiglie oneri insostenibili e aprendo la strada a una privatizzazione strisciante dell’assistenza. È imperativo che il governo riveda questa decisione e riaffermi il principio costituzionale del diritto alla salute per tutti, senza discriminazioni.

Un governo che fa cassa sugli ultimi e premia i forti

C’è una verità che non possiamo più permetterci di ignorare: questo governo taglia sulla pelle dei più fragili mentre spalanca le casse pubbliche per altri interessi. Non ci sono soldi per garantire un’assistenza dignitosa ai malati non autosufficienti, ma c’è un fervore quasi mistico nel portare le spese militari al 2% del PIL, come richiesto dalla NATO, seguendo ciecamente i diktat bellicisti delle grandi potenze.

Non si trovano fondi per chi ha bisogno di cure quotidiane, ma non si contano più i condoni agli evasori, i regali fiscali alle imprese che delocalizzano e i bonus distribuiti a pioggia per fini elettorali. È il principio della Repubblica ad essere tradito: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art. 32 Cost.). Eppure oggi, in un silenzio assordante, si smantella pezzo dopo pezzo l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, trasformandolo in un privilegio per chi può permettersi una polizza privata, una clinica convenzionata o un avvocato capace di combattere fino in Cassazione.

La verità è spietata: si sta costruendo un’Italia a due velocità. Da un lato chi ha mezzi e risorse per curarsi, difendersi e vivere. Dall’altro lato, una moltitudine di invisibili — anziani, disabili, malati cronici — che vengono abbandonati al loro destino. Nessun fondo per loro, nessuna tutela, nessuna voce. Solo silenzi, attese e rette impossibili da pagare.

Questo governo ha scelto di fare cassa sugli ultimi. Ha scelto di rendere legittima, persino istituzionale, l’ingiustizia. Ha scelto di mettere a profitto la fragilità umana. Non per errore, non per necessità, ma per precisa volontà politica. E non c’è nulla di più osceno che vedere il potere girarsi dall’altra parte mentre i più deboli vengono lasciati soli.

Chi non si ribella oggi, domani rischia di trovarsi dalla stessa parte. Perché la fragilità è una condizione che può toccare ciascuno di noi, in qualsiasi momento. E allora, forse, sarà troppo tardi per alzare la voce.

Un appello per chi non ha voce

A tutti coloro che ancora credono nella giustizia sociale, nella dignità umana, nei principi scolpiti nella nostra Costituzione: è il momento di alzarsi in piedi. Di rompere il silenzio. Di denunciare pubblicamente l’ipocrisia di un potere che si definisce sovranista, ma sovrano lo è solo nel calpestare i diritti dei più deboli.

Non basta indignarsi, serve organizzarsi. Serve costruire un fronte civile e politico che rimetta al centro le persone, non i profitti. Che difenda i malati, gli anziani, i disabili, gli ultimi. Perché un Paese che si misura solo con il PIL e la spesa militare è un Paese morto dentro. Un Paese senza pietà, senza visione, senza futuro.

Rifiutiamo l’idea di una società dove la fragilità è una colpa e la cura un lusso. Rifiutiamola con la voce, con la penna, con il corpo. Rifiutiamola in piazza, nei tribunali, nei municipi, ovunque. E facciamolo per chi oggi non può più parlare, per chi non riesce più a lottare, per chi viene abbandonato a morire nel silenzio.

Perché la dignità non si taglia. Si difende. Sempre.

Fonti: articoli di Gaia Scacciavillani pubblicati su Il Fatto Quotidiano del 7 aprile 2025.

Lo schianto della globalizzazione e l’inerzia italiana: Trump alza i dazi, la Meloni resta a guardare

Il ritorno dei dazi di Donald Trump si sta rivelando come un gigantesco boomerang, lanciato con arroganza verso il mondo e tornato indietro a colpire per primi proprio gli Stati Uniti. In un solo giorno, Wall Street ha perso 2.000 miliardi di dollari in capitalizzazione, un collasso che non si vedeva dai tempi della crisi finanziaria globale. Apple ha lasciato sul terreno l’8%, Amazon il 7%, Nike ha addirittura perso il 12%. E non è finita. Il dollaro ha cominciato a traballare, il prezzo di petrolio e gas è crollato e le principali borse europee hanno perso complessivamente 422 miliardi. A crollare, però, è stata soprattutto la credibilità economica di chi, come Trump, gioca con la geopolitica come fosse un videogioco e governa un impero economico come se fosse un reality show.

Trump non ha idee, ha solo istinti. Un uomo che agisce di pancia, secondo l’umore che legge sulla sua piattaforma social, dove confonde i sondaggi con la strategia. Un arrogante senza visione, che spera di riconquistare l’America con le stesse armi che l’hanno condotta sull’orlo della crisi. L’ordine esecutivo che consente di alzare o abbassare i dazi in base all’obbedienza dei partner commerciali è degno di un autocrate d’altri tempi. Una specie di moneta di scambio che somiglia pericolosamente al ricatto economico.

E mentre Trump bombarda la globalizzazione col bazooka, la risposta europea appare divisa, timida, esitante. L’Unione è messa spalle al muro: da un lato la Germania e la Francia che invocano dure contromisure contro i colossi digitali americani, dall’altro Tajani che predica moderazione, come se l’applauso a Washington valesse più della salvaguardia del nostro tessuto industriale. Ma almeno qualcosa si muove.

La Spagna, per esempio, ha già fatto la cosa più semplice e giusta: ha stanziato immediatamente 14 miliardi di euro a sostegno di famiglie e imprese colpite dai dazi. Una risposta rapida, concreta, incisiva. Un esempio di politica economica responsabile, che riconosce l’impatto devastante di una guerra commerciale e si schiera dalla parte dei cittadini e dei lavoratori. Un provvedimento che ricorda ai governi cosa significhi davvero governare.

E l’Italia? L’Italia è rimasta come sempre in panchina. La premier Meloni, convinta di poter ottenere un trattamento di favore negli Stati Uniti, si è illusa di essere protagonista in un gioco di potere che non controlla. Credeva di essere ricevuta come un’alleata privilegiata. Si è ritrovata ignorata come una comparsa senza copione. La verità è che Trump se ne infischia dell’Italia, e Meloni non ha né il peso politico né la visione strategica per reagire. Ancora una volta, la sua azione di governo si riduce a pura propaganda: molti annunci, pochi fatti, zero soluzioni.

A rendere la situazione ancora più drammatica, c’è un errore strategico che oggi presenta il conto. Il governo Meloni ha volontariamente chiuso quelle linee di commercio alternative che ora sarebbero essenziali per affrontare la tempesta. Ha abbandonato la Via della Seta, allineandosi senza condizioni agli interessi statunitensi, e ha trascurato i rapporti commerciali con i paesi del Sud globale, preferendo un’unica direzione: Washington. Ora che quella strada si è trasformata in un vicolo cieco disseminato di dazi, a pagare saranno, come sempre, i cittadini, i lavoratori, le imprese grandi e piccole che non hanno più alternative. È il fallimento di una visione miope, tutta giocata sull’obbedienza atlantica e sull’illusione di un favore che non arriverà mai.

La crisi dei dazi, in fondo, non è solo una questione commerciale. È il segnale che la fase attuale del capitalismo globale è entrata in una pericolosa spirale di implosione. Un ritorno al XIX secolo, quando le economie si blindavano dietro muri doganali, portando alla fame i popoli e alla guerra le nazioni. La storia ci aveva insegnato qualcosa. Ma il trumpismo – come tutte le forme degenerative di populismo autoritario – non studia, non ascolta, non impara.

Così, mentre il mondo precipita verso una recessione globale – come prevede persino JP Morgan – i governi sono chiamati a una scelta: proteggere il proprio sistema produttivo o restare ostaggi dell’ideologia e dell’inazione. La Spagna ha scelto. La Francia anche. La Germania si prepara. L’Italia, invece, galleggia nel limbo, tra le indecisioni della sua classe dirigente e le fantasie di grandezza della sua premier.

Il tempo stringe. La guerra commerciale non è uno spettacolo da osservare, è una bomba a orologeria. E se non si è capaci di disinnescarla, si ha il dovere di proteggere almeno chi rischia di esserne colpito. Famiglie, imprese, lavoratori. L’Italia non può più permettersi il lusso dell’inerzia. Perché questa volta non è solo il mercato a tremare, ma l’intera impalcatura della nostra sovranità economica.

L’abbraccio velenoso: il patto non scritto tra Calenda e Meloni e l’attacco frontale al Movimento 5 Stelle

Un congresso che, più che un confronto di idee, si è rivelato la fotografia di un possibile asse futuro tra la destra di governo e una sedicente opposizione pronta a farsi stampella del potere.

Al congresso di Azione è andato in scena un teatro politico che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la tenuta democratica e l’equilibrio del nostro sistema. Sul palco, Carlo Calenda e Giorgia Meloni hanno inscenato un gioco delle parti che, dietro la patina del “dialogo democratico”, ha mostrato con chiarezza l’intesa politica e culturale tra i due protagonisti. Un’intesa che non è solo sulle scelte strategiche — dall’appoggio incondizionato alla guerra in Ucraina, al ritorno del nucleare, fino alla visione di un’Europa forte solo militarmente e debole socialmente — ma soprattutto sulla volontà condivisa di demolire ogni spazio alternativo alla destra al governo.

L’attacco sistematico al Movimento 5 Stelle

L’obiettivo principale di questa inedita alleanza informale è stato chiarissimo: il Movimento 5 Stelle. Le parole usate da Calenda, accolte dagli applausi della platea e dal compiacimento della Presidente del Consiglio, sono state di una violenza politica senza precedenti: «L’unico modo per stare assieme al M5s è cancellarlo». Un’affermazione che va ben oltre la normale dialettica tra avversari e che disvela una concezione oligarchica della politica: l’idea che la pluralità democratica sia un fastidio e che le forze realmente alternative vadano non solo sconfitte, ma annientate.

Tra gli attacchi rivolti al Movimento 5 Stelle, spicca la demonizzazione di uno dei provvedimenti sociali più rilevanti degli ultimi anni: il Superbonus. Come già accaduto con il Reddito di Cittadinanza, Calenda e Meloni utilizzano la solita, stanca e tossica retorica che punta a svilire qualsiasi strumento di redistribuzione sociale, riducendo il dibattito a una caricatura utile solo a giustificare tagli e cancellazioni.

Nel caso del Superbonus, la narrazione che viene imposta è quella del «bonus per i ricchi che rifanno le villette» — un falso argomentativo che ignora il fatto che migliaia di famiglie della classe media e popolare hanno potuto mettere in sicurezza, efficientare e valorizzare immobili che altrimenti sarebbero rimasti fatiscenti, inquinanti e pericolosi. Esattamente come nel caso del Reddito di Cittadinanza, liquidato come “paghetta per fannulloni”, si colpisce chi soffre, chi fatica, chi è ai margini, alimentando l’odio sociale da parte di chi ha già la pancia piena e vuole che nulla cambi.

È sempre la stessa strategia: criminalizzare chi riceve aiuti, silenziare le cause della povertà, ridicolizzare chi chiede giustizia sociale.

Giuseppe Conte lo ha compreso bene, quando ha risposto definendo questi attacchi «medaglie» ricevute dal «partito trasversale delle armi». È una verità che va riconosciuta e ribadita: il Movimento 5 Stelle, per la sua posizione netta contro la guerra, contro il massacro in Ucraina e contro il genocidio in Palestina, per la difesa dei ceti popolari e dei diritti sociali, rappresenta oggi l’unico argine reale al blocco di potere che si sta cementando tra destra e sedicente centro.

L’ipocrisia di Calenda e la finta opposizione

L’ex ministro Carlo Calenda si affanna a smentire ogni ipotesi di riposizionamento verso la maggioranza, ma i fatti parlano chiaro. Le convergenze con la Premier sono ormai quotidiane: dall’Ucraina alla politica industriale, dalla giustizia alla demolizione del Superbonus. Il Congresso di Azione ha reso visibile ciò che fino a ieri si cercava di nascondere: Azione non è un partito alternativo alla destra, ma un potenziale futuro alleato, pronto a governare fianco a fianco con Meloni quando la Lega avrà esaurito la sua funzione.

L’attacco al “campo largo”, condito da una retorica aggressiva contro il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, non è altro che il tentativo di scavare una trincea tra chi si oppone realmente al governo e chi, come Calenda, si candida a diventare la nuova ruota di scorta di Palazzo Chigi.

Un congresso senza popolo, ma pieno di potere

Non è un caso che tra gli ospiti di Calenda figurassero volti noti dell’establishment: Monti, Gentiloni, Guerini, Picierno, Lupi, Boccia, Fassino. L’operazione di Azione è chiara: costruire una nuova area di centro funzionale agli interessi delle élite economiche e dell’apparato militare-industriale, priva di qualsiasi radicamento popolare. Un’area che Meloni non teme, anzi, con cui già oggi dialoga apertamente, tra un sorriso e un applauso, in vista di future intese.

La trappola dell’“unità europea” armata

Tutto questo si consuma sotto la bandiera dell’“unità europea” e della difesa dell’Occidente, concetti branditi come clava per giustificare l’aumento delle spese militari e lo smantellamento del welfare. La narrazione condivisa tra Azione e Fratelli d’Italia è che chi si oppone alla corsa agli armamenti è un irresponsabile, un “figlio dei fiori” fuori dal tempo, un nemico della modernità. In questa cornice, chi parla di pace viene deriso, chi chiede giustizia sociale viene ridicolizzato, chi invoca la fine del massacro in Ucraina e del genocidio in Palestina viene tacciato di tradimento o di essere un terrorista .

Una prospettiva inquietante

Il congresso di Azione non ha solo mostrato la complicità tra Meloni e Calenda, ma ha tracciato un possibile scenario politico: un futuro in cui Azione si offre come stampella “moderata” di questa destra radicale, facendo piazza pulita di ogni alternativa progressista.

Per questo motivo è necessario che le forze sociali, democratiche e progressiste, a partire dal Movimento 5 Stelle, non cadano nella trappola di questa falsa polarizzazione e rilancino un progetto autonomo, radicato nei bisogni reali del Paese, capace di opporsi tanto alla destra quanto ai suoi alleati occulti.

Il congresso di Azione è stato un congresso del potere. Quello che manca oggi è un congresso del popolo.

L’Italia che dimentica: dal patto mafia-politica alle riforme repressive del governo Meloni

Inchiesta in tre atti sulla metamorfosi autoritaria del potere

Atto I

Il volto sporco della memoria: la narrazione tossica di Forza Italia

C’è una linea sottile tra commemorazione e appropriazione indebita. Tra il dovere della memoria e l’abuso strumentale della storia. Forza Italia, il partito nato nel cuore delle stragi del ’92-’93, ha deciso di varcare quella linea con arroganza, utilizzando il volto e le parole di Giovanni Falcone per promuovere la propria riforma della giustizia. Non è solo propaganda: è una vera e propria riscrittura identitaria, un tentativo di restyling morale di una forza politica che ha avuto tra le sue fondamenta uomini condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

Durante un recente convegno a Palermo, i dirigenti del partito fondato da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri hanno proiettato un video di Falcone come endorsement simbolico per la separazione delle carriere tra PM e giudici. Ma chi ha conosciuto Falcone sa bene che il magistrato mai avrebbe prestato il suo nome a chi con la mafia aveva rapporti consolidati.

Lo dimostrano documenti, come l’annotazione fatta da Falcone nel 1986 dopo l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia:

“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano”.

E lo confermano le parole di Paolo Borsellino, in un’intervista video del 1992, mai trasmessa fino al 2000, in cui raccontava senza ambiguità i legami tra Dell’Utri, Mangano, Cinà e il nascente impero berlusconiano.

L’uso odierno dell’immagine di Falcone è dunque non solo inopportuno: è una violenza simbolica contro la memoria della Repubblica, contro chi ha sacrificato la propria vita per difenderla. È come se l’assassino tornasse sulla tomba della sua vittima per raccontare al mondo che in fondo erano amici.

Atto II

L’impresa del crimine: la nascita di Forza Italia tra affari, patti e stragi

Il biennio 1992-1994 è il più oscuro della storia repubblicana. Mentre saltano in aria Falcone e Borsellino, e la Prima Repubblica crolla sotto il peso di Tangentopoli, si muove nell’ombra una strategia di rifondazione del potere. È il tempo della trattativa Stato-mafia, oggi riconosciuta da molte sentenze come fatto storico, seppur con profili giudiziari ancora controversi.

Nel vuoto istituzionale che segue all’arresto di Riina e all’escalation stragista, Silvio Berlusconi, imprenditore televisivo vicino a logge come la P2 di Licio Gelli, annuncia la sua “discesa in campo”. Dietro di lui, Marcello Dell’Utri, già uomo di raccordo con gli ambienti palermitani. E sotto di loro, una rete di interessi e protezioni mafiose, confermata da atti processuali.

La sentenza definitiva del 2014 che condanna Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa è inequivocabile. Si legge:

“Dell’Utri ha garantito la prosecuzione del patto di protezione tra Cosa Nostra e Berlusconi attraverso la riscossione e la trasmissione di denaro”.

Il volto pubblico del nuovo partito era rassicurante. Ma nel retroscena, i garanti del consenso erano altri. È così che Forza Italia diventa nel 1994 il nuovo contenitore del potere: plastico, televisivo, piramidale. Un partito-azienda in cui la selezione avviene per fedeltà, non per merito.

Accanto a Dell’Utri, una costellazione di politici poi condannati per legami con mafia, camorra e ’ndrangheta:
• Antonio D’Alì, condannato nel 2022 a sei anni per aver favorito Cosa Nostra trapanese.
• Nicola Cosentino, referente politico dei Casalesi, condannato a dieci anni in via definitiva.
• Antonio Matacena, legato alla ’ndrangheta reggina, rifugiatosi a Dubai.
• Cesare Previti, condannato per corruzione in atti giudiziari.
• Denis Verdini, figura chiave dei ponti tra affari e politica, finito in più procedimenti per bancarotta.

Forza Italia nasce così: non come alternativa alla crisi della Prima Repubblica, ma come espressione mutata del suo lato più oscuro.

Atto III

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante nel governo Meloni

Il governo Meloni non è la negazione del berlusconismo. È la sua continuità in forma più ideologica, autoritaria e repressiva. I metodi si affinano, ma l’obiettivo resta identico: centralizzare il potere, ridurre al silenzio le voci critiche, demolire le garanzie costituzionali.

La prova più evidente? Il progetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che propone sanzioni disciplinari per i magistrati che criticano le riforme del governo.

Nordio vuole reintrodurre un decreto legislativo del 2006 (ministro Castelli, governo Berlusconi) che fu abrogato nel 2007 dal governo Prodi perché lesivo della libertà di espressione garantita dall’art. 21 della Costituzione. La norma prevedeva sanzioni per chi “compromette il prestigio dell’istituzione giudiziaria”, anche con comportamenti formalmente legittimi. Una clausola talmente vaga da diventare strumento di intimidazione politica.

Non è un caso isolato. Il disegno repressivo del governo Meloni è sistemico:
• Premierato forte, che concentra il potere esecutivo, limitando il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica (violazione potenziale dell’art. 87 Cost.).
• Autonomia differenziata, che frammenta l’unità della Repubblica (art. 5 e 120 Cost.).
• Riforma della giustizia penale, con abolizione dell’abuso d’ufficio, depotenziamento dell’azione inquirente, ostacoli all’uso delle intercettazioni.
• Pacchetti sicurezza, che criminalizzano migranti, attivisti, studenti, poveri.
• Leggi sull’ordine pubblico, che restringono il diritto di manifestare (art. 17 Cost.).
• Riduzione del ruolo del Parlamento, con decreti legge seriali e fiducie forzate (art. 70 e 77 Cost.).

Questa non è riforma. È restaurazione. È un ritorno all’autoritarismo in doppio petto, che oggi si presenta con il volto rassicurante del legalitarismo, ma sotto indossa le stesse vesti di chi, trent’anni fa, si inginocchiava davanti al potere mafioso.

Oggi si tenta di silenziare i magistrati come un tempo si cercò di delegittimarli. Oggi si manipola la memoria di Falcone, mentre si smonta pezzo per pezzo lo Stato di diritto che lui difese con la vita.

Conclusione: La Costituzione è l’ultima trincea

Nel 1992 Falcone e Borsellino furono lasciati soli. Oggi la solitudine è delle istituzioni repubblicane, accerchiate da un potere che non tollera freni.
Questa trilogia è una mappa del tradimento. Dalla trattativa alla manipolazione della memoria. Dalla fondazione opaca di Forza Italia al presente autoritario del melonismo.
Eppure, la Costituzione è ancora lì. Non come carta da riscrivere, ma come bussola da difendere.

Perché quando i poteri non si bilanciano, la giustizia tace. E quando la giustizia tace, la democrazia muore.

Italia, salari in caduta libera: tra inflazione, lavoro povero e scelte di governo offensive

Il Paese maglia nera del G20 sui salari reali. Mentre milioni di lavoratori non arrivano alla fine del mese, il governo propone soluzioni che aggravano la precarietà. Servono redistribuzione, orario ridotto, pensioni anticipate, salari dignitosi e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Negli ultimi 17 anni, l’Italia ha registrato una drastica contrazione dei salari reali, con una perdita complessiva dell’8,7% rispetto al 2008. A certificarlo è il Rapporto mondiale sui salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che assegna al nostro Paese la maglia nera tra le economie avanzate del G20. Neppure il lieve recupero del 2024, frutto del rinnovo di alcuni contratti collettivi nazionali, è riuscito a compensare il crollo del potere d’acquisto verificatosi nel biennio 2022-2023.

Inflazione e salari: i più poveri pagano il conto

L’inflazione, che ha raggiunto picchi storici negli ultimi due anni, ha falcidiato soprattutto i redditi più bassi. A essere colpiti sono stati in particolare i lavoratori a basso reddito, gli immigrati e le famiglie monoreddito, che destinano la maggior parte dei propri guadagni a beni essenziali come alimentari, affitti e bollette. Per loro, il semplice adeguamento all’indice dei prezzi al consumo (Ipc) non basta: la perdita di potere d’acquisto è molto più grave di quanto indichino le medie statistiche.

Il paradosso italiano: lavorare e restare poveri

Accanto ai disoccupati e agli esclusi dal mercato del lavoro, si sta consolidando una figura sempre più centrale nella crisi sociale italiana: il lavoratore povero. Si tratta di uomini e donne che, pur lavorando a tempo pieno, non riescono a garantire a sé e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa. Una condizione che dovrebbe essere l’eccezione e che invece è diventata la regola in settori interi: logistica, ristorazione, commercio, servizi alla persona.

Governo sordo ai dati e ostile alla dignità del lavoro

A fronte di questa crisi strutturale, il governo sembra muoversi in direzione opposta al buon senso. Invece di intervenire per sostenere i salari e introdurre strumenti di protezione per i lavoratori poveri, ha approvato una norma che promuove le pensioni integrative private, da finanziare – udite udite – con il già misero reddito percepito oggi dai lavoratori.

Una scelta che ha il sapore dell’oltraggio: chiedere a chi fatica ad arrivare alla quarta settimana di pensare a versamenti pensionistici aggiuntivi è semplicemente irragionevole. È la conferma di un modello che vuole trasferire il rischio previdenziale dai datori di lavoro ai dipendenti, erodendo il concetto stesso di welfare pubblico.

Proposte concrete: meno ore, più posti, pensioni prima

In un Paese dove la produttività è stagnante da oltre due decenni, dove i salari reali sono calati e il benessere sociale si è ridotto, la sola parola d’ordine possibile è redistribuzione. E questa redistribuzione deve passare per tre grandi scelte politiche:
1. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – Lavorare meno per lavorare tutti: è tempo di rompere il tabù delle 40 ore settimanali. Ridurre l’orario di lavoro, senza intaccare la retribuzione, significherebbe non solo creare nuova occupazione, ma anche migliorare la qualità della vita, ridurre lo stress e aumentare la produttività.
2. Abbassare l’età pensionabile – L’età per la pensione in Italia è tra le più alte d’Europa: 67,70 anni. È inaccettabile. Chi ha lavorato una vita ha diritto al riposo e a un reddito decoroso. Ridurre l’età pensionabile a 62 anni – o anche meno per i lavori gravosi – significa liberare posti per i giovani e riconoscere il valore umano del tempo e della salute.
3. Aumento generalizzato dei salari – Il lavoro deve tornare a garantire dignità e sicurezza economica. Serve un aumento strutturale dei salari, sostenuto anche da una detassazione selettiva delle retribuzioni medio-basse, e dall’introduzione di un salario minimo legale legato ai costi reali della vita.

Sindacati: è tempo di tornare a essere conflittuali

Di fronte a queste emergenze, i sindacati devono tornare a fare il loro mestiere: difendere i lavoratori e non accettare compromessi al ribasso. La CGIL ha denunciato con forza la volontà del governo di rinnovare i contratti pubblici stanziando risorse largamente insufficienti, equivalenti a solo un terzo dell’inflazione accumulata. Troppo spesso, però, in passato anche il sindacato ha dovuto fare i conti con pressioni politiche e logiche concertative che hanno svuotato la contrattazione di reale forza contrattuale.

I superprofitti delle aziende e i dividendi milionari distribuiti anche in piena crisi inflazionistica, sono la prova lampante che la ricchezza in Italia esiste: semplicemente non viene redistribuita. È stata sottratta ai lavoratori, ai pensionati, ai precari. È tempo che chi ha accumulato paghi il conto della crisi che gli altri stanno subendo.

Contrattazione e produttività: un’occasione sprecata

Secondo l’ILO, la produttività del lavoro in Italia, dopo essere cresciuta leggermente più dei salari nel biennio 2022-2023, rimane tra le più basse delle economie sviluppate. Dal 1999 al 2024, nei Paesi ad alto reddito la produttività è aumentata in media del 30%, mentre in Italia è diminuita del 3%. Una stagnazione che riflette scarsi investimenti in innovazione, formazione e tecnologia.

Conclusioni: la dignità del lavoro non è negoziabile

Il problema salariale in Italia non è una questione tecnica ma politica. È la fotografia di un Paese che ha smesso di investire nella dignità del lavoro, che penalizza i suoi cittadini più vulnerabili e premia la speculazione. Proporre pensioni integrative private in questo contesto non è solo inadeguato: è offensivo.

Serve una svolta, radicale e urgente. Serve una nuova visione del lavoro fondata sulla dignità, la giustizia e la redistribuzione. E serve, soprattutto, una mobilitazione collettiva che rompa il silenzio e restituisca voce a chi ogni giorno lavora, resiste e pretende di vivere con dignità.

E infine, non può esistere dignità del lavoro senza sicurezza nei luoghi di lavoro. Ogni anno, migliaia di persone muoiono o subiscono gravi lesioni a causa di inadempienze e tagli su prevenzione e formazione. Le morti sul lavoro non sono “incidenti”: sono il prodotto di un sistema che antepone il profitto alla vita. È tempo che la sicurezza diventi una priorità assoluta e non un semplice paragrafo nei contratti.

L’Italia che premia l’ignoranza e punisce il merito: dal fallimento del diritto allo studio allo scandalo della “laurea della domenica”.

In un Paese dove l’istruzione dovrebbe essere la chiave per costruire un futuro dignitoso, il diritto allo studio è diventato una chimera, una promessa tradita. Mentre migliaia di giovani si vedono costretti a rinunciare all’università per mancanza di risorse, lo Stato continua a finanziare enti privati e a nominare figure istituzionali con percorsi universitari opachi, se non del tutto discutibili. La recente vicenda che coinvolge la ministra del Lavoro Marina Calderone, finita al centro dello scandalo per una laurea triennale ottenuta tra esami lampo, sessioni domenicali e conflitti d’interesse familiari, è lo specchio più fedele del sistema malato che regola oggi l’accesso al sapere in Italia.

Il grande bluff del Pnrr: il diritto allo studio solo per chi può pagare

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva promesso 60mila nuovi posti letto per studenti universitari entro il 2026. A oggi, meno di un quinto di questi è stato effettivamente approvato, e solo 2.959 alloggi sono stati costruiti da zero. Gli altri sono il risultato di ristrutturazioni parziali, affidati per lo più a soggetti privati che rispondono a logiche di profitto, non certo a quelle dell’interesse pubblico.

Il dato più scandaloso? A fronte di un costo medio di 90mila euro per posto letto, il Pnrr ne finanzia appena 20mila, costringendo le istituzioni pubbliche a rinunciare per carenza di fondi. E così, il 95% degli alloggi finanziati è nelle mani dei privati, con il rischio concreto che, passati dodici anni, questi posti finiscano nel mercato immobiliare a prezzi di lusso. Un’operazione che non garantisce affatto il diritto allo studio, ma alimenta piuttosto un nuovo business dell’housing studentesco, con lo Stato che gioca il ruolo di bancomat per investitori privati.

Calderone e l’università privata: la laurea della domenica tra favoritismi e conflitti

In questo contesto grottesco, fa ancora più rumore lo scandalo che ha coinvolto la ministra Marina Calderone. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, la ministra avrebbe conseguito la laurea triennale e quella magistrale presso l’Università privata Link, un ateneo dove suo marito sedeva nel consiglio di amministrazione. Tra le incongruenze evidenziate: esami sostenuti tutti nello stesso giorno, molti dei quali addirittura di domenica, e assenza della certificazione ufficiale del diploma triennale. In un Paese normale, basterebbe questo a imporre un passo indietro.

E invece, la ministra risponde sui social, minimizza, si rifugia dietro il fatto di essere stata “una studentessa lavoratrice fuori corso” e rivendica orgogliosamente la legittimità del suo percorso. Ma le opposizioni non ci stanno: “Mentire sulla propria laurea è un insulto a chi ha studiato una vita intera”, tuona il deputato M5S Agostino Santillo. Ed è difficile dargli torto. Mentre lo Stato abbandona gli studenti fuori sede, taglia borse di studio e riduce i posti letto, finanzia con generosità istituti privati – come quello frequentato dalla ministra – i cui meccanismi di trasparenza sembrano tutto fuorché esemplari.

Meritocrazia a rovescio: chi studia fatica, chi bara governa

L’Italia è diventata il Paese dove chi lavora onestamente per anni, affrontando sacrifici e ostacoli per ottenere un titolo di studio, viene sistematicamente penalizzato. E chi invece ottiene titoli in modo opaco o agevolato, magari grazie a relazioni e ruoli istituzionali, finisce ai vertici del potere. È una meritocrazia rovesciata, dove non conta la preparazione ma l’appartenenza, dove non si premiano la dedizione e la competenza, ma la fedeltà a un sistema corrotto e autoreferenziale.

Il fatto che il ministero del Lavoro – che dovrebbe difendere i diritti dei cittadini più fragili – sia oggi guidato da una figura la cui credibilità accademica è oggetto di fortissimi dubbi, è un’offesa al principio costituzionale di uguaglianza. Soprattutto per i giovani che, senza appoggi né scorciatoie, cercano di costruirsi un futuro con le proprie forze.

Il disegno dietro il disinteresse: ignoranza per governare meglio

Di fronte a tutto questo, non possiamo più parlare solo di inefficienza o cattiva gestione. Siamo di fronte a un progetto culturale lucido e perverso: rendere l’istruzione un bene di lusso, riservato a pochi. Lasciare gli altri – la maggioranza – in una condizione di ignoranza e precarietà, perfetta per una società in cui il consenso si costruisce con la paura, la disinformazione e la dipendenza dai poteri forti.

Un popolo istruito è un popolo libero. E chi governa non vuole cittadini liberi: vuole sudditi obbedienti, formati da un sistema educativo che seleziona per censo, non per merito. Il fallimento del Pnrr, l’abbandono dell’università pubblica, la protezione degli atenei privati e l’ascesa di figure come Calderone sono pezzi dello stesso puzzle. Un puzzle che disegna un’Italia in cui il sapere è per pochi e l’ignoranza per tutti gli altri.

Conclusione: ripartire dalla conoscenza come atto politico

Serve una reazione forte, collettiva, radicale. Bisogna riprendersi l’istruzione, rifinanziare il pubblico, garantire alloggi, borse, accesso libero e di qualità alla cultura. Non è solo una questione di giustizia sociale: è una battaglia per la democrazia. Chi studia, ragiona. Chi ragiona, sceglie. E chi sceglie, non si fa manipolare.

L’Italia non può permettersi un futuro costruito sulla mediocrità e sull’inganno. La vera ripartenza passa da qui: restituire al sapere il posto che merita, e ai giovani il futuro che è stato loro negato.

Dalla trattativa alla repressione: l’eredità inquietante del berlusconismo nel governo Meloni

C’è una continuità silenziosa, ma spietata, tra il passato e il presente. Un filo nero che lega la stagione delle stragi mafiose e la fondazione di Forza Italia con le attuali riforme del governo Meloni. Non è solo un’allusione retorica: è la trasformazione concreta di un’idea di potere che, nel corso degli anni, ha imparato a parlare un linguaggio più raffinato, ma non meno pericoloso. Oggi quel potere non punta più solo a coabitare con l’illegalità. Mira a riscrivere le regole stesse della legalità.

Lo chiamano “riformismo”, ma è revisionismo costituzionale. Lo definiscono “modernizzazione”, ma è repressione.
L’ultimo atto è firmato da Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che ha annunciato la volontà del governo di sanzionare disciplinarmente i magistrati che esprimono opinioni critiche verso le riforme dell’esecutivo. Un provvedimento che riprende pari pari una norma voluta dal governo Berlusconi nel 2006 – ministro Castelli – e poi cancellata per incostituzionalità dal governo Prodi. Una norma talmente generica da consentire punizioni a discrezione, colpendo non l’illecito, ma il dissenso.

In altre parole: chi critica, rischia. Chi pensa, paga. Chi parla, tace.

L’obiettivo è evidente: intimidire, controllare, disinnescare qualsiasi voce autonoma all’interno della magistratura. Perché una magistratura autonoma, indipendente, libera di esprimersi, rappresenta un ostacolo per un governo che vuole trasformare la Costituzione in uno strumento di ratifica del potere esecutivo. La stessa Costituzione che il berlusconismo non è mai riuscito ad abbattere del tutto, ma che oggi la destra meloniana sta smantellando pezzo per pezzo.

Dalla separazione delle carriere – mascherata da riforma ma pensata per ridurre il potere inquirente – al premierato forte, fino al progetto di autonomia differenziata, la logica è sempre la stessa: centralizzare il potere, marginalizzare i controlli, personalizzare l’autorità. In questa architettura politica, la magistratura rappresenta un corpo estraneo, perché non è elettiva, non è ricattabile, non è allineata. E per questo dev’essere silenziata, intimidita, isolata.

L’ipocrisia è totale. Carlo Nordio, in passato, ha scritto libri, articoli, partecipato a talk show, preso posizioni pubbliche su ogni tema – da magistrato. Oggi, da ministro, pretende il silenzio. Il mutismo coatto delle toghe. L’autocensura come condizione di decoro. La stessa logica che anni fa portava Berlusconi ad accusare i giudici di “attentato alla democrazia” solo perché osavano indagare su di lui.

Ecco il punto: l’attuale governo non è la negazione del berlusconismo, ma la sua evoluzione autoritaria. La sua versione post-ideologica. Dove le leggi non servono a migliorare la giustizia, ma a punire i giudici. Dove la sicurezza è solo una scusa per colpire i migranti, i poveri, i dissidenti. Dove la libertà d’espressione viene garantita solo a chi applaude.

Pensiamo alle leggi sulla sicurezza: il decreto Cutro, l’accordo con l’Albania, i CPR trasformati in zone franche dei diritti umani. Pensiamo alla riforma del codice penale: pene aumentate per chi occupa una casa, ridotte per chi evade. Pensiamo alla cancellazione del reato di abuso d’ufficio, funzionale a disarmare i magistrati nei confronti della corruzione. E ora pensiamo al prossimo passo: punire chi denuncia, premiare chi obbedisce.

Non è solo giustizia piegata. È costituzione svuotata. È un nuovo patto tra potere e impunità.

Il berlusconismo aveva aperto la porta a questo modello. La Meloni l’ha spalancata. Ma la vernice del legalitarismo si scrosta velocemente, e sotto resta l’involucro marcio del controllo. Di una politica che non tollera opposizione, che criminalizza la critica, che stravolge i princìpi fondativi della nostra Repubblica.

Per questo oggi, più che mai, è necessario alzare la voce. Difendere il diritto di dissentire. Proteggere l’autonomia dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola.

Perché se i magistrati non potranno più parlare, se i giornalisti verranno minacciati, se i cittadini verranno schedati o zittiti, non sarà solo la giustizia a tremare.

A tremare sarà la democrazia.

Benvenuti torturatori! L’Italia dei porti chiusi per i migranti e spalancati per i carnefici libici

C’è un filo nero, nero pece, che lega il caso Almasri a quello di Abdul Ghani al-Kikli, e attraversa Roma come una passerella rossa per chi ha le mani sporche di sangue, ma amici nei palazzi del potere. Un tempo l’Italia era la terra di accoglienza per chi fuggiva da guerre e persecuzioni. Oggi, a quanto pare, accoglie a braccia aperte chi quelle guerre e quelle persecuzioni le produce in serie, con la benedizione silenziosa del governo Meloni.

La storia si ripete, in peggio. Non si è ancora spenta l’eco dello scandalo Almasri – il generale libico, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per omicidi e torture, fermato in Italia e poi rispedito in Libia con volo di Stato come fosse un diplomatico in missione umanitaria – che un altro protagonista delle tenebre fa capolino nella Capitale: Abdul Ghani al-Kikli, capo della milizia libica Stability Support Apparatus, sospettato di crimini contro l’umanità e oggetto di denunce da parte del Dipartimento di Stato USA, dell’ONU e dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.

Non è ricercato, ci dicono. Ha un visto Schengen valido, emesso da Malta – benedetta Malta! – e può girare liberamente in Europa. Un piccolo dettaglio che sarebbe grottesco se non fosse tragico: nessun provvedimento internazionale in corso, ma tonnellate di dossier che lo segnalano come torturatore, aguzzino, gestore di violenze sistematiche. Eppure, eccolo qua, a Roma, a visitare il ministro libico ferito in un attentato e ricoverato allo European Hospital, tra una foto social e un saluto istituzionale.

E lo Stato italiano? Zitto. Muto. Assente.

La Meloni predica “porti chiusi” e pratica “porte aperte”… ai boia

Siamo al capolavoro dell’ipocrisia istituzionale. Giorgia Meloni, paladina della “lotta agli scafisti” e delle “frontiere sigillate” contro l’immigrazione illegale, consente l’ingresso nel nostro territorio a esponenti armati fino ai denti di un potere parallelo e criminale. Non è questione di “realpolitik”: è complicità morale e politica, se non giudiziaria.

Il governo italiano sa benissimo chi è al-Kikli. Sanno tutto delle sue attività, dei suoi uomini, delle carceri libiche gestite come mattatoi. Sanno delle violenze, dei desaparecidos, dei migranti venduti come schiavi, dei ragazzi torturati perché “colpevoli” di aver cercato una vita migliore. Eppure, lo lasciano entrare. Perché? Perché serve. Perché è utile. Perché gli accordi con le “autorità” libiche – che autorità non sono – fanno comodo per bloccare i migranti prima che tocchino le nostre coste.

È il solito patto con il diavolo, ma stavolta firmato con il sangue dei più deboli.

Un Paese rifugio per i carnefici, e galera per i soccorritori

La cosa che brucia di più è la totale assenza di vergogna. Le stesse autorità che ostacolano le ONG, che criminalizzano chi salva vite in mare, che spiano le organizzazioni umanitarie con software militari come Paragon, sono le stesse che si girano dall’altra parte quando nel cuore di Roma sbarcano individui accusati dai rapporti ONU di crimini efferati.

Non si tratta di “errori burocratici” o “mancata cooperazione giudiziaria”: si tratta di una scelta politica precisa, che trasforma l’Italia in una retrovia logistica per aguzzini con passaporto libico e amicizie istituzionali.

Le opposizioni protestano, il governo tace. Come sempre.

Elly Schlein, Angelo Bonelli, Riccardo Magi… tutti a chiedere chiarimenti, interrogazioni parlamentari, commissioni d’inchiesta sugli accordi Italia-Libia. Giusto. Necessario. Ma nel frattempo la premier Meloni non spiccica una parola. Silenzio tombale anche dal ministro Piantedosi e dal Guardasigilli Nordio, che ancora non hanno chiarito nemmeno il caso Almasri.

Due pesi, due misure. Due Mediterranei. Uno, blindato per chi fugge. L’altro, spalancato per chi comanda le celle dove quelle fughe finiscono spezzate da torture e violenze inenarrabili.

Mentre il popolo italiano – assuefatto, ipnotizzato, lobotomizzato da slogan e propaganda – continua a gridare “prima gli italiani!”, i veri padroni del nostro presente entrano ed escono indisturbati, accolti come partner. Nonostante i morti, le fosse comuni, le famiglie scomparse nel nulla.

Non è solo vergognoso. È criminale. E il giorno in cui questa pagina sarà letta nei tribunali della Storia – o, speriamo, in quelli veri – nessuno potrà dire di non aver saputo.

La Carta di Ventotene dileggiata: una ferita alla memoria antifascista, un attacco all’Europa dei popoli⸻

Nel cuore del Mediterraneo, in un’isola che fu prigione e divenne culla di speranza, nacque nel 1941 il Manifesto di Ventotene. Scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati politici del fascismo, il manifesto delineava una visione rivoluzionaria per un’Europa libera, solidale e federale, che sapesse mettere fine ai nazionalismi assassini e alle guerre fratricide. Fu il seme di quell’Unione Europea che, pur tra limiti e contraddizioni, ha rappresentato il tentativo più ambizioso di trasformare il continente da campo di battaglia a spazio di pace.

Ma oggi, a distanza di più di ottant’anni, quel documento viene sbeffeggiato e distorto proprio all’interno delle istituzioni democratiche italiane. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha attaccato pubblicamente il Manifesto di Ventotene in aula, con parole che suonano come un dileggio non solo a un testo fondante dell’ideale europeo, ma anche alla memoria della lotta antifascista. Non è un atto casuale né una semplice provocazione ideologica: è un segnale politico ben preciso, inquietante e pericoloso.

Il disprezzo ideologico: la Carta scritta dai “nemici” del fascismo

Il primo elemento da considerare è la radice antifascista del Manifesto. Spinelli, Colorni e Rossi erano oppositori irriducibili del regime. Furono arrestati, confinati, perseguitati per le loro idee, Eugenio Color fu trucidato il 28 maggio 1944 a Roma dai fascisti della banda Kock. È proprio per questo che l’attacco della Meloni non può essere letto separatamente dal suo ambiguo e mai chiaramente risolto rapporto con il fascismo storico. Non ha mai pronunciato una netta condanna dei crimini del ventennio. Non ha mai preso le distanze da quell’ideologia che ha causato guerre, leggi razziali, repressioni violente. Il disprezzo mostrato verso la Carta di Ventotene è il riflesso di un odio latente verso tutto ciò che si oppone al mito fascista.

L’attacco della Meloni e dei suoi seguaci sembra animato da una volontà di rivalsa, come se il tempo presente fosse il momento di “riprendersi” ciò che l’antifascismo aveva sottratto. È il fantasma del risentimento che attraversa le nuove destre: “ci avete messi all’angolo per ottant’anni, ora tocca a noi”. In questo senso, il rifiuto del Manifesto non è solo teorico, è simbolico. È una volontà di riscrivere la storia, di ribaltare la narrazione della Resistenza, di delegittimare le fondamenta democratiche e costituzionali su cui si regge la Repubblica.

Un’Europa dei popoli tradita e svuotata

C’è però un’altra verità, più scomoda e dolorosa: anche chi difende la Carta di Ventotene dovrebbe avere il coraggio di ammettere che i suoi principi più profondi sono stati traditi. L’Europa nata dalle ceneri della guerra si è costruita, sì, ma ha finito per privilegiare le logiche del mercato, della tecnocrazia, delle diseguaglianze tra Stati. La solidarietà tra popoli è stata sacrificata sull’altare del rigore economico. La sovranità è stata smembrata in mille rivoli burocratici, senza che ciò significasse davvero più potere ai cittadini.

Il Manifesto auspicava una federazione europea dei popoli, non una fortezza di bilanci e interessi nazionali mascherati da ideali comuni. Oggi l’Europa è un progetto incompiuto, a volte addirittura deformato. Ma questa critica non giustifica affatto l’attacco della destra: anzi, dovrebbe essere il punto di partenza per rivendicare con ancora più forza l’attuazione vera e piena dei valori di Ventotene. Un’Europa che protegge, accoglie, distribuisce equamente risorse e opportunità. Un’Europa che si fa custode della pace, non complice del riarmo.

La retorica dell’educazione e la mistificazione populista

La Meloni ha cercato di gettare discredito sulla Carta, leggendo fuori contesto alcuni passaggi sul bisogno di “educare” i popoli. È una strategia tipica della propaganda populista: decontestualizzare per colpire emotivamente, sfruttare l’ignoranza diffusa, ribaltare i significati. Quei passaggi, in realtà, non erano affatto una negazione della democrazia, bensì un invito alla costruzione di una cittadinanza consapevole, capace di scegliere al di là della propaganda, del nazionalismo, della violenza. Ma questo è ciò che più spaventa il potere reazionario: cittadini che pensano con la propria testa.

Meloni, con questa operazione, tenta di sviare l’opinione pubblica dai clamorosi fallimenti del suo governo: dalle leggi sulla giustizia che indeboliscono le tutele, ai decreti sicurezza disumani, al silenzio colpevole di fronte al massacro quotidiano nella Striscia di Gaza, dove un governo criminale come quello di Netanyahu continua a mietere vittime civili sotto gli occhi chiusi dell’Occidente. Dov’è la voce dell’Italia? Dov’è il coraggio morale di denunciare l’apartheid e la pulizia etnica? Troppo impegnata, forse, a difendere gli interessi delle élite, dei grandi capitali, delle industrie belliche.

Una società che cova l’odio, un rischio reale per la democrazia

Ma il rischio più grande non è solo nelle parole di una premier. È nel ventre molle di una società in cui l’odio cresce indisturbato. In cui troppi cittadini – non la maggioranza, ma un numero drammaticamente rilevante – sognano di affondare i barconi con i migranti, di sterminare i palestinesi, di rinchiudere gli oppositori in campi. È un’Italia che ha perso empatia, che si nutre di rancore, che ha smarrito i principi fondamentali di umanità, giustizia, solidarietà.

Non possiamo permettere che il revisionismo storico, la nostalgia autoritaria e il populismo cinico disintegrino ciò che resta della nostra fragile democrazia. Non possiamo più tacere, né delegare. È il momento di svegliarsi. Di costruire un fronte popolare nuovo, plurale, coraggioso. Un fronte che unisca chi crede ancora nella pace, nella giustizia, nella libertà. Un fronte che difenda con ogni mezzo la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Un fronte che rinasca proprio da Ventotene, da quel sogno tradito, per farlo tornare realtà.

Appello: Prima che sia troppo tardi

Non è tempo di attendere, né di cedere al disincanto. È tempo di lottare, con dignità e determinazione. L’odio si diffonde come una nebbia velenosa, ma noi possiamo ancora accendere luci. Possiamo ancora unirci per costruire un’Europa dei popoli, non dei mercanti d’armi. Una Repubblica fondata sulla giustizia, non sull’arroganza. Una società che riconosca ogni essere umano come fratello, non come nemico.

Che ognuno scelga da che parte stare. Davvero. O si è con chi tende la mano, o con chi costruisce gabbie. O si è con chi salva vite, o con chi semina morte. O si è con chi difende la Costituzione, o con chi la calpesta. Ma sappiate questo: chi oggi tace, domani potrebbe non avere più voce.

Ventotene ci chiama. Rispondiamo. Adesso. Prima che sia troppo tardi.

L’attacco di Meloni al Manifesto di Ventotene: il sintomo di un’Europa alla deriva

L’attacco di Giorgia Meloni al Manifesto di Ventotene in Parlamento non è stato un semplice scivolone retorico o una polemica di giornata. È stato un atto politico e ideologico di grande rilevanza, che svela non solo le profonde contraddizioni della premier, ma anche le difficoltà di un’Europa sempre più distante dai suoi principi fondativi.

Nel suo intervento alla Camera, Meloni ha decontestualizzato e ridicolizzato alcuni passaggi del Manifesto, fino a concludere con la frase: «Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia». Una dichiarazione che ha infuocato l’aula, portando alla sospensione della seduta tra urla di protesta e richiami istituzionali. Ma perché attaccare Ventotene? E perché proprio ora?

Il Manifesto di Ventotene e il suo significato politico

Il Manifesto di Ventotene, scritto tra il 1941 e il 1944 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni mentre erano al confino fascista, è un documento cardine per la nascita dell’idea di un’Europa unita. Ma non un’Europa qualunque: non quella tecnocratica e neoliberista di oggi, e nemmeno un’Europa militarizzata e bellicista.

I principi fondamentali del Manifesto erano chiari:
• Un’Europa federale che superasse il nazionalismo e garantisse la pace.
• Un’economia sociale, capace di garantire equità e diritti ai lavoratori.
• Una politica estera comune, orientata alla diplomazia e non alla guerra.
• Un governo democratico, lontano dagli interessi delle lobby economiche e finanziarie.

Un’idea di Europa che, nei decenni successivi, è stata progressivamente stravolta. Oggi l’UE non è quella sognata a Ventotene: è un’Europa della finanza, della tecnocrazia e del riarmo. Tuttavia, anche questa UE lontana dagli ideali originari è vista come un problema da una destra sovranista che preferirebbe tornare a un’Europa divisa e nazionalista.

Perché Meloni attacca il Manifesto di Ventotene?

L’attacco di Meloni a Ventotene si può leggere sotto tre chiavi fondamentali:

  1. Una continuità con il passato fascista

Il Manifesto di Ventotene è stato scritto da antifascisti confinati dal regime. Meloni, che non ha mai voluto dichiararsi antifascista, ha compiuto una scelta logica secondo la sua impostazione ideologica: distruggere simbolicamente il Manifesto significa attaccare uno dei pilastri dell’antifascismo europeo.

Non è un caso che nel suo discorso abbia puntato su frasi decontestualizzate, citando in modo strumentale concetti come la “proprietà privata da abolire”. Il suo obiettivo non era un’analisi storica, ma una pura operazione di discredito.

  1. Il tentativo di distogliere l’attenzione dai suoi problemi interni

Meloni in questo momento è in grande difficoltà sul piano europeo e verso Trump. La sua posizione è contraddittoria e incoerente:
• Si dichiara “atlantista”, ma strizza l’occhio ai sovranisti e ai conservatori che vogliono smantellare l’UE.
• Sostiene la necessità di un rafforzamento della difesa europea, ma il suo alleato Salvini le ha tolto il mandato per approvare il piano di riarmo europeo (Rearm EU).
• A Bruxelles viene ignorata dai grandi leader, mentre in patria le sue alleanze scricchiolano.

In questo scenario, attaccare il Manifesto di Ventotene è stato un diversivo, un modo per spostare il dibattito su un tema ideologico e non sulle reali difficoltà del governo.

  1. Una strategia propagandistica per il suo elettorato

Meloni ha costruito il suo consenso su una retorica aggressiva, semplificata e populista. Attaccare Ventotene significa parlare direttamente alla sua base elettorale, composta da una parte della destra più estrema, nostalgica e contraria all’integrazione europea.

Con questa mossa ha lanciato un messaggio chiaro: la mia Europa non è quella della cooperazione, della pace e della giustizia sociale, ma quella delle nazioni sovrane, delle identità nazionali e del militarismo.

Le conseguenze di questo attacco: quali rischi corriamo?

L’atteggiamento di Meloni non è solo una provocazione politica: è un segnale d’allarme. I rischi sono evidenti:
• Un’Europa sempre più divisa, dove la spinta nazionalista prende il sopravvento sulla necessità di unità e cooperazione.
• Un ritorno a politiche autoritarie, come già accaduto in Ungheria con Orban o in Polonia, dove governi illiberali hanno ridotto le libertà democratiche.
• Un coinvolgimento in una guerra senza una strategia chiara, seguendo ciecamente logiche di escalation senza una politica estera autonoma.

Oggi, questi modelli vengono definiti con termini come democrazie illiberali o democrature, ma la sostanza non cambia: sono nuove forme di autoritarismo e neofascismo , mascherate dietro il voto popolare.

Cosa fare? Un fronte per la pace e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario, è necessario costruire un fronte di resistenza.

Mi rivolgo a tutti coloro che ancora pensano e comprendono la gravità della situazione: è il momento di agire, di creare un fronte per la pace e la giustizia sociale.

Non possiamo accettare un’Europa:
• che investe miliardi in armi mentre smantella il welfare, la sanità e l’istruzione.
• che si piega ai mercati e alle lobby dei fabbricanti di armi , ignorando i diritti dei cittadini.
• che segue una strategia bellicista senza una politica estera comune.

L’alternativa è tornare all’Europa di Ventotene, non come mito, ma come progetto concreto di federazione democratica e sociale.

In conclusione: Meloni e la memoria tradita

Il paradosso più grande è che se oggi Giorgia Meloni può sedere in un Parlamento democratico è anche grazie a chi ha scritto il Manifesto di Ventotene. Se oggi può esprimere liberamente le sue opinioni, anche quelle più aberranti, è perché donne e uomini hanno combattuto e perso la vita per la libertà contro il regime fascista che lei si rifiuta di condannare apertamente.

Meloni dice che «quella non è la sua Europa». Ma allora, viene da chiedersi: qual è la sua Europa? Quella del fascismo? Quella della guerra? Quella della repressione delle libertà?

A tutti coloro che credono ancora nei valori della pace, della giustizia sociale e della democrazia, il messaggio è chiaro: non possiamo restare in silenzio. È il momento di difendere il futuro prima che sia troppo tardi. Fermiamoli!!!