C’è un dettaglio che, da solo, smonta la favola ripetuta per decenni: quando una tregua viene firmata, il linguaggio della politica promette una pausa; ma sul terreno continuano i colpi, gli arresti, gli sgomberi, le demolizioni. La tregua diventa un titolo, non un fatto.
Dal cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la violenza non è evaporata: a Gaza, secondo ricostruzioni basate su dati di autorità locali e organismi internazionali, le uccisioni sono proseguite giorno dopo giorno. E, mentre l’attenzione mediatica occidentale spostava l’obiettivo altrove, la Cisgiordania diventava il teatro di un’accelerazione “silenziosa” ma chiarissima: trasformare l’occupazione in annessione di fatto.
Questa non è un’interpretazione “militante”. È una dinamica leggibile nei numeri, nei provvedimenti, nelle parole dei ministri, nell’inerzia delle cancellerie europee e statunitensi.
L’annessione a bassa intensità: coloni armati, impunità, record di attacchi
La Cisgiordania non è esplosa “nonostante” la tregua di Gaza: è esplosa anche per effetto della tregua. Il paradosso è che la sospensione parziale delle operazioni a Gaza ha coinciso con un salto di qualità sul fronte coloniale e repressivo in Cisgiordania, dove la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti hanno trovato un corridoio politico più largo, e un costo internazionale praticamente nullo.
Le Nazioni Unite, attraverso OCHA, hanno registrato nell’ottobre 2025 il più alto numero mensile di attacchi di coloni da quando il monitoraggio è iniziato nel 2006: oltre 260 episodi, con vittime e/o danni, una media di circa otto al giorno. Non è un “picco” casuale: è un clima. Un ecosistema.
E dentro questo ecosistema c’è la regola non scritta che rende tutto possibile: l’impunità. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, solo una piccola quota dei casi di violenze di civili israeliani contro palestinesi arriva a conseguenze penali: il tasso indicato per gli anni 2005–2023 è estremamente basso.
Quando la punizione è improbabile, la violenza diventa abitudine. Quando l’abitudine si arma, diventa milizia.
“Licenze” e milizie: l’armamento come infrastruttura politica
Dopo il 7 ottobre 2023, la corsa alle armi nelle colonie ha avuto un’accelerazione ulteriore, sostenuta politicamente. Il ministro Itamar Ben-Gvir ha rivendicato l’aumento delle licenze di porto d’armi, presentandolo come misura di “sicurezza”. In pratica, in molte aree coloniche, la linea tra civili armati e gruppi paramilitari si assottiglia fino quasi a sparire.
Il risultato non è solo un aumento di aggressioni: è l’alterazione del controllo territoriale. Un colono armato, protetto da un sistema che raramente punisce, non è un “cittadino”: diventa un dispositivo di pressione permanente, capace di spingere famiglie, pastori e comunità a lasciare terre e villaggi senza bisogno di un atto formale di espulsione. È lo sgombero per logoramento.
L’esercito e l’operazione “Iron Wall”: lo sfollamento come politica
Accanto alla violenza dei coloni, c’è la componente militare, che negli ultimi mesi ha consolidato una strategia: svuotare, demolire, impedire il ritorno.
L’operazione “Iron Wall”, avviata nel gennaio 2025, ha colpito in modo particolare campi profughi e centri urbani del nord della Cisgiordania, come Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Diverse fonti umanitarie e per i diritti umani parlano di decine di migliaia di sfollati e di una distruzione su vasta scala di abitazioni e infrastrutture civili, con campi rimasti in parte “svuotati” e famiglie impossibilitate a rientrare.
Se una popolazione viene spostata e poi tenuta fuori, il messaggio non è “antiterrorismo”: è rimodellamento demografico e territoriale. E ogni rimodellamento, in un contesto coloniale, è sempre una forma di annessione.
L’annessione burocratica: insediamenti, catasti, “legalizzazioni”
C’è poi il livello più subdolo, quello che si presenta con carta intestata e linguaggio amministrativo.
Nel dicembre 2025, il governo israeliano ha concesso status legale a 19 insediamenti/outpost in Cisgiordania, scelta letta da molti osservatori come un passo ulteriore verso la normalizzazione dell’illegalità coloniale. La reazione di diversi Paesi occidentali è stata, ancora una volta, principalmente verbale: dichiarazioni, appelli, formule di rito.
Sul piano interno israeliano, la risposta politica è stata sfrontata: rivendicare un “diritto” ebraico alla terra, cancellando la realtà giuridica dell’occupazione e la presenza palestinese come se fosse un dettaglio fastidioso.
Parallelamente, strumenti come i processi di registrazione fondiaria e le politiche “catastali” in Area C vengono descritti da analisti e osservatori come leve capaci di produrre espropri e consolidare la presenza colonica: l’annessione non sempre avanza con i carri armati, spesso avanza con i timbri.
Lo strangolamento economico: checkpoint, tasse trattenute, banche sotto ricatto
Il controllo territoriale non è solo militare o colonico: è anche economico.
La Cisgiordania è attraversata da una rete fittissima di ostacoli al movimento, con centinaia di checkpoint e barriere che paralizzano lavoro, scuola, cure, vita quotidiana. I dati ONU sul movimento e l’accesso descrivono un sistema di frammentazione che non è emergenza: è struttura.
Poi c’è la leva finanziaria più potente: le entrate fiscali palestinesi raccolte da Israele e trasferite (o non trasferite) all’Autorità Nazionale Palestinese. Secondo un lancio Reuters del settembre 2025, le somme trattenute si avvicinavano a circa 3 miliardi di dollari, con effetti potenzialmente destabilizzanti su salari pubblici e tenuta istituzionale.
Infine, il ricatto bancario: la cooperazione tra banche israeliane e palestinesi, necessaria per la circolazione dello shekel e per i pagamenti, è stata più volte messa in discussione dal ministro delle Finanze Smotrich, fino all’annuncio della cancellazione di un waiver cruciale, misura che espone l’economia palestinese al rischio di blocco.
Un territorio occupato può essere piegato senza sparare un colpo, se viene reso economicamente invivibile. È una forma di guerra amministrativa: meno telegenica, più efficace.
Arresti di massa e detenzione: la prigione come paesaggio
In questo quadro, l’apparato detentivo è un’altra colonna portante. Organizzazioni palestinesi per i prigionieri hanno stimato, al settembre 2025, oltre 19.000 detenzioni in Cisgiordania (Gerusalemme Est inclusa) dall’inizio della guerra su Gaza, con numeri elevati anche tra i minori.
Al di là dei conteggi, la questione centrale è politica: l’arresto diventa routine di controllo sociale. E quando si combina con operazioni militari, colonizzazione e strangolamento economico, produce una pressione totale: sulla terra, sul corpo, sul tempo.
Il silenzio occidentale e la sparizione dall’agenda
Qui si arriva al punto più rivelatore: l’Occidente “condanna” ma non interviene. Le dichiarazioni si moltiplicano, le misure concrete evaporano. Le parole restano in superficie, mentre sul terreno cambia la sostanza.
La narrativa dell’“unica democrazia del Medio Oriente” funziona come una coperta: copre l’asimmetria radicale tra occupante e occupato, copre l’annessione che avanza, copre l’impunità, copre l’idea stessa che si possa demolire un campo profughi e chiamarlo “necessità operativa”.
Quando l’agenda setting occidentale si distrae, non è neutralità: è complicità per omissione. E la Cisgiordania, oggi, è la prova più chiara che la tregua non ha mai significato pace, ma solo redistribuzione della violenza su altri spazi, con altre tecniche, e con lo stesso obiettivo: rendere impossibile uno Stato palestinese, fino a farlo sembrare un’utopia infantile.
L a democrazia come marchio, l’annessione come realtà
Se la democrazia è ridotta a un marchio geopolitico, può convivere con l’apartheid, con l’annessione, con il suprematismo, con la punizione collettiva. Il punto non è più chiedersi se Israele assomigli a una democrazia. Il punto è chiedersi che cosa sia diventata la parola “democrazia” quando viene usata per proteggere l’indifendibile.
E la Cisgiordania, in questo inizio 2026, racconta una verità semplice e feroce: non serve dichiarare l’annessione, basta praticarla ogni giorno, finché il mondo si abitua.
Note finali e fonti essenziali
Questo articolo è pensato come continuazione tematica del precedente approfondimento sul profilo politico-istituzionale di Israele, spostando il fuoco sulla Cisgiordania come perno dell’annessione di fatto. https://mariosommella.wordpress.com/2025/12/27/lunica-democrazia-del-medio-oriente/
Fonti citate: aggiornamenti e report OCHA/ONU sugli attacchi dei coloni e sugli ostacoli al movimento ; dati Yesh Din sull’esito giudiziario delle violenze dei civili ; Reuters e Guardian su legalizzazione/approvazione di nuovi insediamenti e reazioni internazionali ; Reuters su fondi fiscali palestinesi trattenuti ; Reuters sul waiver bancario ; Reuters e AP su cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e prosecuzione della violenza ; Reuters, HRW e AP su “Iron Wall” e sfollamenti/demolizioni ; stime PPS su detenzioni e minori .h