IL RUGGITO DEL LEONE SUI CIELI DI TEHERAN

Washington e Tel Aviv scatenano la guerra: l’imperialismo colpisce ancora l’Iran

Si chiamava “diplomazia”. Si chiamava “negoziato di buona fede”. Si chiamava “ultima possibilità”. Fino a quarantotto ore fa, a Ginevra, le delegazioni di Washington e Teheran erano ancora sedute attorno a un tavolo per discutere del programma nucleare iraniano. Oggi, 28 febbraio 2026, quei tavoli sono stati rovesciati. Al loro posto, le bombe. L’Operazione “Ruggito del Leone” — denominata “Epic Fury” dal Pentagono — è esplosa all’alba, via aria e via mare, trasformando i cieli della Repubblica Islamica in un teatro di fuoco e macerie.

Il Medio Oriente non ha mai conosciuto, nella sua storia recente, un’aggressione di questa portata: un attacco congiunto, pianificato per mesi negli stati maggiori di Tel Aviv e Washington, contro uno Stato sovrano che, malgrado tutto, aveva scelto la via del confronto diplomatico. La “pace” di Trump si è rivelata, ancora una volta, la foglia di fico di una guerra già scritta.

L’alba dell’aggressione: fuoco su Teheran e le altre città

Nelle prime ore del mattino del 28 febbraio, esplosioni hanno squarciato i cieli di Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Colonne di fumo nero si sono levate nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei — assente dalla capitale, trasferito in un luogo sicuro e non rintracciabile — e del palazzo presidenziale. Missili hanno colpito la base aerea di Mehrabad, la sede del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, il palazzo della Corte Suprema e l’area di Qom. Almeno trenta esplosioni registrate in quattro città in quella che fonti israeliane definiscono, con algida eufemistica precisione, un’operazione “altamente selettiva” che avrebbe mirato ai “vertici politici, militari e religiosi del Paese”. Decine i morti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, incluse alcune figure chiave del comando.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato in tutto Israele”, presentando l’aggressione come un “attacco preventivo per rimuovere le minacce nei confronti dello Stato”. Donald Trump, dal suo social Truth, ha scandito con toni da crociata: “L’Iran non avrà mai il nucleare. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo le strutture di produzione di armamenti. Abbiamo cercato di fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alle loro ambizioni nucleari.” Poi, rivolgendosi ai Pasdaran: “Deponete le armi e avrete l’immunità totale, o affronterete una morte certa.” Un ultimatum da imperatore romano, non da presidente di una democrazia che si proclama difensore della libertà dei popoli.

Netanyahu, in un videomessaggio alla nazione, ha evocato la “minaccia esistenziale” rappresentata dal regime di Teheran e ha invitato i popoli dell’Iran — persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi — a “liberarsi dal giogo della tirannia”. Il copione è quello già collaudato, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan alla Siria: si bombarda un Paese e si dice di farlo per liberarne il popolo.

Una guerra pianificata, non improvvisata

Non si tratta di una reazione d’impulso. L’Operazione “Ruggito del Leone” è il risultato di mesi di coordinamento tra i comandi militari israeliani e americani. La data dei raid era stata stabilita settimane prima che i diplomatici si sedessero a Ginevra. Mentre le delegazioni negoziavano, i generali tracciavano gli obiettivi sulle mappe. Gli Stati Uniti avevano già radunato nella regione una vasta flotta di aerei da combattimento e navi da guerra, ufficialmente per “fare pressione” su Teheran affinché raggiungesse un accordo sul suo programma nucleare. Era, nei fatti, la preparazione logistica dell’attacco.

Secondo il New York Times, che cita funzionari americani, l’operazione di oggi è “molto più estesa” rispetto ai raid del giugno scorso contro i siti nucleari: stavolta nel mirino c’è l’intero apparato di potere iraniano, compresa l’eliminazione fisica dei circa 2.000 missili balistici che Teheran avrebbe dislocato in tutto il territorio nazionale. L’operazione durerà “diversi giorni, e anche di più, se necessario”, hanno confermato fonti israeliane alla CNN.

La risposta di Teheran: il fuoco si allarga al Golfo

L’Iran non è rimasto in silenzio. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato “la prima estesa ondata di attacchi con missili e droni” contro Israele. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme e nell’area di Haifa, nel nord del Paese. La risposta iraniana ha però aperto un secondo fronte: le basi militari americane disseminate nel Golfo Persico sono diventate bersagli diretti. Missili dei Pasdaran hanno preso di mira la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, le installazioni americane in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Qatar ed Emirati avrebbero per il momento respinto gli attacchi con missili intercettori, mentre la situazione in Kuwait rimane incerta.

In Iraq, un raid ha colpito la base di Jurf al-Sakher, nel sud del Paese, dove operano le milizie di Kataeb Hezbollah: almeno due morti secondo fonti delle Forze di mobilitazione popolare. Gli Houthi dello Yemen, fedeli all’asse di Teheran, hanno intanto annunciato la ripresa degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso, riaprendo la crisi delle rotte marittime internazionali.

Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato che gli attacchi hanno violato “l’integrità territoriale e la sovranità nazionale del Paese, comprese le infrastrutture difensive e le località non militari in varie città”. Teheran definisce l’operazione “una chiara violazione della pace e della sicurezza internazionali”, invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa e avverte: la risposta “sarà schiacciante”.

I negoziati come operazione di copertura

La dimensione più ipocrita di quanto accade risiede nel cinismo con cui la diplomazia è stata usata come schermo. Israele aveva insistito che qualsiasi accordo con l’Iran dovesse includere non solo la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, ma lo smantellamento totale dell’intera infrastruttura nucleare, nonché restrizioni al programma missilistico. L’Iran aveva dichiarato disponibilità a limitare il programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, ma aveva nettamente escluso di collegare alla questione i propri missili — strumento di deterrenza considerato irrinunciabile per la propria sovranità. Quando il confronto diplomatico non produce la resa totale, la risposta di Washington e Tel Aviv è sempre la stessa: le bombe.

Dmitry Medvedev, con la franchezza amara di chi osserva da Mosca, ha scritto su Telegram: “Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto. Tutti i negoziati con l’Iran erano un’operazione di copertura, nessuno voleva davvero negoziare qualcosa di specifico.” E ha aggiunto, evocando la profondità abissale del confronto storico: “Gli Stati Uniti hanno solo 249 anni. L’impero persiano è stato fondato più di 2500 anni fa. Vedremo tra 100 anni.” Una prospettiva che, al netto delle evidenti contraddizioni della posizione russa, coglie una verità strutturale.

Radici profonde: quarantasette anni di guerra non dichiarata

Quello che accade oggi non è comprensibile senza conoscere la storia dei decenni precedenti. Dal 1979, anno della rivoluzione islamica e della crisi degli ostaggi che tenne gli Usa in scacco per 444 giorni, il rapporto tra Washington, Tel Aviv e Teheran è stato una guerra non dichiarata, combattuta con spie, virus informatici, scienziati assassinati e sanzioni economiche devastanti.

Il virus Stuxnet, creato congiuntamente da Usa e Israele, sabotò le centrifughe di Natanz nel 2010. Nel novembre 2020, lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh fu assassinato con una mitragliatrice telecomandata da remoto: omicidio mirato di Stato, attribuito al Mossad. Il JCPOA del 2015, l’accordo nucleare multilaterale che aveva aperto uno spiraglio di normalizzazione, fu fatto a pezzi nel 2018 dal primo Trump con un ritiro unilaterale che non aveva alcuna giustificazione tecnica nei comportamenti iraniani. Da allora, la spirale di provocazioni e rappresaglie si è avvitata inesorabilmente verso il precipizio odierno: il consolato di Damasco colpito nell’aprile 2024, la morte di Haniyeh a Teheran nel luglio successivo, quella di Nasrallah a settembre, il primo attacco diretto iraniano su Israele nell’ottobre 2024, la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — e infine il cessate il fuoco, fragile e violato quasi immediatamente, che non era che una tregua armata in attesa del round successivo. Quel round è oggi.

L’Italia vassalla: informata a cose fatte

Roma ha convocato riunioni d’emergenza. Giorgia Meloni ha presieduto una cellula di crisi con il ministro degli Esteri Tajani, il vicepremier Salvini e il ministro della Difesa Crosetto, oltre ai vertici dell’Intelligence. Il risultato? Tajani ha annunciato di essere “pronto all’evacuazione degli italiani” rimasti in Iran — perlopiù connazionali sposati con cittadini iraniani, dopo che turisti e lavoratori avevano già lasciato il Paese su invito del governo nelle settimane precedenti. Salvini, raggiunto dai giornalisti a un gazebo della Lega a Milano, ha ammesso senza imbarazzo: “A quanto mi risulta siamo stati avvertiti ad attacco cominciato.”

L’Italia, Paese membro della NATO e alleato strategico degli Stati Uniti, non è stata nemmeno consultata prima che si scatenasse una guerra capace di incendiare l’intera regione. A Roma, nel frattempo, è stata innalzata sin dalle prime ore del mattino l’attenzione su obiettivi sensibili: sedi di ambasciate e il Ghetto ebraico, nel timore di ritorsioni o attentati. Palazzo Chigi ha prodotto una nota di “vicinanza alla popolazione civile iraniana”. Un atto di pietas verbale, mentre le bombe cadono.

Verso l’incendio globale

Il Medio Oriente brucia. Dopo la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — conclusasi con un cessate il fuoco che Trump aveva proclamato “pienamente concordato” e che Netanyahu aveva celebrato come il raggiungimento di “tutti gli obiettivi”, ma che si era già incrinato nel giro di un’ora dal suo annuncio — la tregua non era altro che una pausa per ricaricare le armi e ridisegnare i piani di attacco. Oggi l’Operazione “Ruggito del Leone” non è un raid chirurgico: è un’offensiva totale contro uno Stato sovrano, con un fronte che si estende dal Mar Rosso al Golfo Persico, da Baghdad a Gerusalemme, dal Libano fino alle rotte commerciali dell’Indo-Pacifico.

Il figlio dello scà Reza Pahlavi ha salutato gli attacchi dichiarando che “la vittoria finale è vicina”. È la cifra ideologica dell’operazione: non solo la distruzione del programma nucleare iraniano, ma il tentativo di determinare un cambio di regime, di rovesciare dall’esterno e con la forza militare un governo che, per quanto autoritario e repressivo, è l’espressione di una sovranità nazionale che nessun bombardiere ha il diritto di cancellare.

Il diritto internazionale, le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza: tutto tace o è paralizzato. Il mondo guarda. E mentre i missili solcano i cieli di Teheran e le sirene suonano a Gerusalemme, la Grande Guerra del Medio Oriente — quella che molti avevano temuto e che troppi avevano contribuito a preparare con decenni di sopraffazioni, sanzioni collettive, assassinii di Stato e doppi standard — sembra aver trovato il suo atto inaugurale.

Ma la storia — quella lunga, quella che si misura in millenni e non in mandati presidenziali — insegna che nessun “Ruggito del Leone” dura per sempre. L’impero persiano ha tremila anni. Non è il primo a sentirlo, quel ruggito. E non è mai stato l’ultimo a restare in piedi.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

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