L’Architettura del Potere

Come il governo Meloni sta ridisegnando l’Italia dall’interno, tra regie globali e sudditi silenziosi

C’è un filo che attraversa le grandi riforme di questo governo e non è il filo della modernizzazione né quello dell’efficienza istituzionale. È il filo, sottile ma resistente, della concentrazione del potere. Premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura: tre cantieri apparentemente distinti che, letti insieme, rivelano un progetto organico, coerente nella sua logica e, per questo, tanto più preoccupante. Non si tratta di opinione politica. Si tratta di architettura costituzionale. E di qualcosa di più vasto: di una strategia globale che non nasce a Roma, ma affonda le radici molto più lontano.

L’Internazionale nera: chi tira i fili

Per capire cosa accade in Italia bisogna alzare lo sguardo. Le riforme del governo Meloni non sono un prodotto autoctono del conservatorismo italiano: sono un capitolo locale di un copione scritto altrove, da attori che operano su scala planetaria.

Tutto ha un’origine riconoscibile. Negli Stati Uniti, nel cuore dell’alt-right americana, nasce e si consolida una dottrina che potremmo definire il capitalismo autoritario del XXI secolo. Il “Project 2025”, elaborato da una coalizione di organizzazioni ultra-conservatrici nel documento “Mandate for Leadership”, propone una profonda ristrutturazione dell’architettura amministrativa degli Stati Uniti con l’obiettivo dichiarato di “assemblare un esercito di conservatori allineati, controllati, addestrati e preparati per decostruire lo Stato amministrativo”, mettendo l’intera macchina federale — dal Dipartimento di Giustizia alle agenzie indipendenti — sotto il controllo del potere esecutivo. La decostruzione dello Stato come programma. Non come effetto collaterale, ma come fine dichiarato.

Il nome che emerge al centro di questa rete è quello di Steve Bannon, ideologo e stratega della destra radicale globale. Bannon si era messo a capo del progetto ambizioso di costruire un ponte ideologico tra Stati Uniti ed Europa, una casa comune chiamata The Movement per tutti i populisti e sovranisti del Vecchio e Nuovo Continente. È la persona che in Brasile e in Europa ha spinto per la formazione di un’internazionale nazional-sovranista, con contatti in Italia, Polonia e Ungheria. Non si tratta di suggestioni ideologiche astratte: dagli Epstein Files recentemente desecretati emerge una rete politica che connette figure dell’estrema destra europea — da Salvini a Le Pen all’AfD tedesco — attraverso scambi, networking e posizionamento politico coordinato a livello transnazionale.

Il secondo grande attore di questa regia è Elon Musk, l’uomo più ricco del pianeta. La sua interferenza nella politica europea è diventata esplicita e spregiudicata. Musk ha sostenuto pubblicamente l’AfD nella campagna elettorale tedesca del febbraio 2025, affermando che il partito di estrema destra è “l’ultima possibilità per la Germania”, e non ha nascosto che i suoi investimenti in quel Paese gli conferiscono il diritto di intervenire nella politica interna tedesca. Ha lanciato ufficialmente il movimento MEGA — “Make Europe Great Again” — ottenendo 60 milioni di visualizzazioni con adesioni entusiaste dei leader sovranisti europei. Nel frattempo, l’Italia sta diventando il luogo di sperimentazione dell’era di Musk, con la complicità esplicita del governo.

La logica è trasparente. Musk non è un politico: è un imprenditore globale con interessi vastissimi in satelliti, intelligenza artificiale, automobili elettriche, reti sociali. Ciò che vuole dai governi è deregolamentazione, smantellamento dei controlli pubblici, riduzione di ogni limite alla sua espansione commerciale. I governi sovranisti, in cambio, ottengono amplificazione mediatica, legittimazione internazionale e accesso tecnologico. È un patto sinallagmatico tra capitalismo oligarchico e populismo autoritario: tu mi dai il potere, io ti tolgo i vincoli.

Da un punto di vista accademico, oggi è possibile parlare di un vero ecosistema politico della destra radicale transnazionale: una rete sempre più fitta di incontri, alleanze formali e informali, sostegni elettorali reciproci e collaborazioni all’interno delle istituzioni sovranazionali. I temi che fungono da collante ideologico — opposizione al multiculturalismo, contestazione dell’integrazione europea, narrazione di una “crisi” culturale occidentale — non sono spontanei: sono costruiti, veicolati e finanziati.

Siamo, in altri termini, di fronte a un’Internazionale nera: sovranista nell’etichetta, globalista nella struttura, suprematista nella visione del mondo. Una rete che predica la difesa delle nazioni mentre coordina il proprio operato attraverso i confini, che proclama il primato del popolo mentre mette il potere nelle mani di pochissimi, che agita il fantasma delle élite cosmopolite mentre è essa stessa la più compatta, radicata e finanziata delle élite.

Il patto tra vassalli

In questo contesto globale, il progetto del governo Meloni si rivela per quello che è: non un programma di governo italiano, ma un’implementazione locale di un disegno più ampio. Alla Lega l’autonomia regionale, a Forza Italia la riforma della magistratura, a Fratelli d’Italia il premierato. Non interventi separati, ma un disegno organico che tiene insieme redistribuzione dei poteri territoriali, ridefinizione dei rapporti tra politica e magistratura e rafforzamento dell’esecutivo. Ciascun partner ottiene la propria fetta, e insieme costruiscono qualcosa che nessuno dei tre avrebbe potuto edificare da solo: un sistema in cui il potere si concentra verticalmente verso il centro e si distribuisce orizzontalmente verso i territori fidelizzati, lasciando ai cittadini il ruolo che ogni sistema autoritario riserva loro — quello di destinatari passivi delle decisioni altrui.

L’autonomia differenziata: la secessione del benessere

Iniziamo dal cantiere più dirompente nei suoi effetti materiali sulla vita quotidiana: l’autonomia differenziata. L’idea, nella sua versione più aggressiva, è quella di consentire alle regioni più ricche — Veneto, Lombardia, Piemonte in testa — di trattenere sul proprio territorio una quota crescente del gettito fiscale, decidendo in autonomia come spenderlo, inclusa la gestione della sanità pubblica che, è bene ricordarlo, assorbe oltre l’80% dei bilanci regionali.

La Corte costituzionale, con la sentenza del novembre 2024, ha dichiarato illegittime parti sostanziali della legge Calderoli, smontandone l’impianto. La risposta del governo è stata però di straordinaria arroganza istituzionale: anziché adeguarsi alle pronunce della Corte, ha firmato pre-intese con quattro regioni del Nord — Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria — con l’impegno formale di avvio dell’autonomia entro il 31 dicembre 2025, aggirando di fatto i vincoli posti dalla Corte costituzionale. Un governo che scavalca la Corte non sta riformando lo Stato: lo sta destrutturando.

Le conseguenze materiali sono già leggibili. Le pre-intese aprono alla possibilità di differenziali retributivi per il personale sanitario solo in alcune regioni, con il rischio concreto di un esodo di professionisti dal Mezzogiorno. Si tratta di un meccanismo perverso: le regioni ricche attraggono medici e infermieri con salari più alti, le regioni povere rimangono senza personale, i cittadini del Sud sono costretti a curarsi altrove pagando di tasca propria o rinunciando alle cure. La sanità — bene comune per eccellenza, presidio della solidarietà nazionale sancita dalla Costituzione — diventa merce di scambio tra centri di potere territoriale.

Il quadro che emerge non è autonomia: è separazione. Non tra popoli diversi, ma tra classi sociali diverse. Al Nord, chi può permettersi un sistema regionale ricco di risorse. Al Sud, chi deve accontentarsi dei residui. Il territorio diventa la variabile che determina la qualità della vita, dei servizi, della sanità. L’articolo 3 della Costituzione — che sancisce il dovere della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’uguaglianza tra i cittadini — viene svuotato dall’interno, senza nemmeno doverlo abrogare formalmente.

Il premierato: l’investitura del capo

Se l’autonomia differenziata è la riforma dei territori, il premierato è la riforma del comando. Il disegno di legge costituzionale prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio da parte dei cittadini, con un premio di maggioranza che garantirebbe alla lista collegata una maggioranza dei seggi in entrambe le Camere. Il premier potrà rimanere in carica per non più di due legislature consecutive.

La retorica ufficiale parla di “restituire ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati”. È una narrazione seducente quanto ingannevole. La democrazia non è solo il momento del voto: è l’insieme dei contrappesi, delle istituzioni autonome, dei poteri indipendenti che impediscono a chi governa di diventare arbitro di sé stesso. Un premier eletto direttamente con un premio di maggioranza che gli assicura la maggioranza in entrambe le camere è, nei fatti, un governante che non risponde a nessuno tra un’elezione e l’altra. Il Parlamento diventa ratificatore. Il Presidente della Repubblica viene ridotto a figura notarile. I corpi intermedi — sindacati, associazioni, magistratura — diventano “corpi estranei” da neutralizzare.

Non è democrazia rafforzata: è democrazia ridotta al solo momento elettorale, svuotata di tutti gli strumenti di controllo e partecipazione che la rendono viva tra un voto e l’altro. È esattamente il modello che Orbán ha costruito in Ungheria, che Erdoğan ha consolidato in Turchia, che Trump sta inseguendo negli Stati Uniti: una democrazia di facciata che legittima il potere di uno solo attraverso il rito periodico del voto, mantenendo nel frattempo ogni altra forma di contropotere sotto controllo.

La magistratura: neutralizzare il cane da guardia

Ed è qui che entra in scena la terza gamba del progetto: la riforma della magistratura, firmata dal ministro Nordio, approvata il 30 ottobre 2025 e ora sottoposta a referendum confermativo il 22 e 23 marzo 2026.

La narrazione ufficiale parla di “separazione delle carriere”. La realtà è più complessa e più inquietante. La riforma prevede l’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri — con i componenti togati estratti a sorte anziché eletti, e la creazione di una terza istituzione, l’Alta Corte disciplinare, sottratta al CSM e chiamata a giudicare i magistrati. In apparenza, una questione tecnica. Nella sostanza, un ridisegno degli equilibri di potere tra politica e giustizia.

Il punto critico non è solo nell’Alta Corte, ma nel cuore stesso dei due nuovi CSM. La riforma sostituisce l’elezione dei componenti togati con il sorteggio, prelevandoli dall’intero corpo della magistratura senza alcun filtro rappresentativo. In apparenza, una garanzia di neutralità. Nella realtà, un meccanismo di isolamento.

Occorre capire come funzionano oggi le correnti interne alla magistratura. Esattamente come i sindacati rappresentano i lavoratori nel mondo del lavoro, le correnti rappresentano i magistrati all’interno del corpo professionale: sono la loro voce organizzata, la loro capacità collettiva di orientare indirizzi, difendere posizioni, resistere a pressioni esterne. Un magistrato che appartiene a una corrente non è un magistrato politicizzato nel senso deteriore del termine: è un magistrato che ha una sponda istituzionale, una rappresentanza, una tutela.

Il sorteggio distrugge esattamente questa protezione. Il giudice estratto a sorte approda nel nuovo CSM come individuo solo, svincolato da qualsiasi corrente, privo di rete e di mandato rappresentativo. Di fronte a lui siedono i componenti laici di nomina politica: giuristi selezionati dal Parlamento, spesso con forti legami con i partiti che li hanno designati, esperti nelle dinamiche istituzionali, navigati nel gioco della pressione e dell’influenza. Anche se numericamente in minoranza, questi ultimi possono esercitare un’influenza sproporzionata rispetto al loro peso formale, proprio perché il togato estratto a sorte non ha spalle coperte, non rappresenta nessuno se non sé stesso, e si trova strutturalmente in una posizione di vulnerabilità.

Il risultato non è la neutralizzazione delle correnti — che pure qualcuno potrebbe ritenere auspicabile — ma la creazione di un vuoto di rappresentanza che il potere politico si affretta a riempire. Un magistrato solitario, senza corrente e senza mandato, è un magistrato più permeabile: alle pressioni, alle convenienze, alle valutazioni opportunistiche sul proprio futuro professionale. È, in altri termini, un magistrato più facilmente condizionabile da chi, in quel consiglio, porta con sé il peso esplicito della designazione politica. E quando questo meccanismo si estende all’Alta Corte disciplinare — l’organo chiamato a giudicare i magistrati che indagano sui potenti — il cerchio si chiude con geometrica perfezione: chi decide il destino professionale di un giudice o di un pubblico ministero è un collegio in cui la voce politica, anche se formalmente minoritaria, pesa assai più di quanto i numeri farebbero supporre.

La domanda che ne consegue è brutalmente semplice: se i PM dipendono da organi disciplinari permeabili all’influenza politica e la polizia giudiziaria dipende dal governo, chi indagherà sui governanti? Il risultato prevedibile è una giustizia dura con i deboli e indulgente con i potenti.

Il capitalismo autoritario: prendere tutto il banco

Occorre però andare ancora più a fondo. Perché tutto questo accade adesso? Perché questa accelerazione, questa urgenza nel ridisegnare le istituzioni?

La risposta non è nel calendario elettorale né negli appetiti di singoli leader. È nella crisi strutturale di un modello economico. Il capitalismo finanziario degli ultimi quarant’anni ha prodotto una concentrazione di ricchezza senza precedenti nella storia moderna: secondo le stime di Oxfam, l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene oggi più ricchezza dell’altro 99% combinato. In Europa, le disuguaglianze sono cresciute ovunque, la precarizzazione del lavoro ha eroso le certezze di intere generazioni, la sanità pubblica è stata sistematicamente indebolita da politiche di austerity, i servizi comuni sono stati privatizzati.

Un sistema economico che non riesce più a produrre benessere diffuso, che non ha più la capacità di comprare il consenso attraverso il miglioramento materiale delle condizioni di vita, ha bisogno di uno Stato che garantisca l’ordine anche contro la volontà dei governati. Non uno Stato forte nel senso della democrazia sociale — capace cioè di redistribuire, proteggere, includere — ma uno Stato forte nel senso dell’autoritarismo: capace di reprimere, controllare, silenziare.

È questa la logica profonda delle riforme. Il premierato serve a concentrare il potere decisionale al riparo dal voto parlamentare. L’autonomia differenziata serve a redistribuire risorse ai territori fidelizzati, costruendo una base di consenso territoriale al riparo dalla solidarietà nazionale. La riforma della magistratura serve a neutralizzare l’unico potere che, in un sistema democratico, non si può comprare né eleggere e che ha la facoltà di fermare il potente: il giudice terzo e indipendente.

Le politiche securitarie — i decreti che criminalizzano il blocco stradale, che inaspriscono le pene per chi occupa una scuola, che trasformano il dissenso in minaccia all’ordine pubblico — non sono accessori del programma: ne sono il logico complemento. Il capitale che non riesce a comprare il consenso deve assicurarsi di poter reprimere il dissenso.

Il tradimento della Costituzione

Eppure, proprio qui, il confronto con la nostra Carta costituzionale diventa insostenibile per chi la vuole smantellare. La Costituzione del 1948 non è un documento astratto: è il prodotto di chi aveva conosciuto il fascismo sulla propria pelle, di chi sapeva cosa significa uno Stato senza contrappesi, un giudice senza indipendenza, un lavoratore senza diritti. È la cristallizzazione di una promessa collettiva: non si tornerà indietro.

L’articolo 3 sancisce che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono l’uguaglianza sostanziale tra i cittadini. L’autonomia differenziata, nella sua versione aggressiva, fa l’esatto contrario: cementa le disuguaglianze territoriali, trasformandole in diritto acquisito delle regioni più ricche. L’articolo 101 stabilisce che la magistratura è soggetta soltanto alla legge. La riforma Nordio introduce meccanismi attraverso cui la magistratura può essere soggetta anche all’influenza politica. L’articolo 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo. Un premierato con premio di maggioranza garantito e opposizione strutturalmente incapace di incidere svuota questa sovranità del suo significato reale, riducendola al gesto periodico del voto.

La magistratura è un presidio essenziale per la tutela dei diritti. L’indipendenza e l’autonomia sono gli antidoti contro la concentrazione dei poteri. Il CSM presieduto dal Capo dello Stato rappresenta il connotato essenziale per questo equilibrio. Sono parole di costituzionalisti, non di militanti. E descrivono con precisione ciò che è in gioco: non una riforma tecnica, ma il cuore del patto democratico.

Il referendum del 22 marzo: un voto sulla Repubblica

Il 22 e 23 marzo il popolo sovrano sarà chiamato a esprimersi. Non su un articolo tecnico di procedura giudiziaria, ma su quale Repubblica vuole abitare — e, implicitamente, su quale posto nella storia mondiale vuole occupare l’Italia di fronte all’ondata sovranista che risale dall’America verso l’Europa.

Se prevarrà il No, si incrina l’intera impalcatura. Si frena lo slancio verso il premierato, si manda un segnale politico inequivocabile in vista del 2027, si dimostra che la cittadinanza non si lascia ridurre a massa di manovra da attivare al momento del voto e da silenziare negli anni di mezzo. Ma soprattutto si afferma qualcosa di più profondo: che il capitolo italiano dell’Internazionale nera ha trovato un limite che non riesce a superare — la volontà di un popolo che riconosce ancora sé stesso nei principi scritti settantasette anni fa da chi aveva pagato il costo della loro assenza.

O il popolo con questo voto si rende protagonista, o l’Italia rischia di diventare l’ennesimo laboratorio dove testare fin dove si può spingere la demolizione della democrazia liberale senza che nessuno si alzi ad opporre resistenza.

La scelta non potrebbe essere più chiara. Né le conseguenze, in caso di errore, più durature.

Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo

Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.

La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.

Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.

Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.

La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da classificazione.

Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico e il potere militare si fondono.

Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune, stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence, comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato un’arma di sistema.

E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto: il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali.

La fine dell’innocenza tecnologica

Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o male, dipende dagli utenti, dipende dai governi.

Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti, video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre.

Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza statale e con la macchina militare.

La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda, quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una giustificazione morale.

È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta come brutalità, ma come responsabilità.

Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico

Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus, l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza.

Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma per resistere al conflitto politico e morale.

Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno esposta alla pressione dell’opinione pubblica.

Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto. Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe drasticamente.

A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità, priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti gli effetti, una componente della macchina bellica.

Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico

Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma: trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa.

Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting. L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi, la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena decisionale che termina con una bomba?

La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso della decisione. E in guerra, il ritmo è potere.

La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa

C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale, consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e committenza statale si alimentano a vicenda.

È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione, posizione dominante.

Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche. I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente politico.

In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market applicato ai sistemi di combattimento.

La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo

Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici.

Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni. È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la militarizzazione.

La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni, marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata.

Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che oggi può davvero incidere.

Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale

La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato, industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali, produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture per la sicurezza.

È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la filiera della forza iniziano a coincidere.

Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche. Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra.

Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare.

La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale

Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile.

I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali, finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del sistema. Diventa una sua componente funzionale.

Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della sovranità armata.

Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele, all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita, costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne è l’infrastruttura principale.

Riconoscere la catena, per poterla spezzare

La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite?

Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa.

Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il nuovo volto dell’industria degli armamenti.

Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra.

Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La forma è cambiata, la logica del dominio molto meno.

Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia perde un pezzo della propria sovranità.

Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo.

Fonti essenziali

I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari (Brown University, San José State University, progetto Costs of War)

II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti cloud militari

III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (The Guardian, Washington Post, +972 Magazine, Local Call)

IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla revisione delle policy aziendali

La Premier delle Mille Bugie. Quando il Palazzo mente più dello Schermomariosommella.wordpress.com

C’è un principio elementare nel giornalismo, così antico da sembrare ovvio eppure così sistematicamente violato da chi governa: chi occupa una posizione pubblica di potere risponde delle proprie parole. Non alle telecamere dell’alleato di turno, non ai commenti del proprio esercito mediatico, ma ai fatti. Nudi, verificabili, documentati. È su questo principio che poggia la credibilità di un’istituzione democratica. E su questo stesso principio che il governo Meloni costruisce ogni giorno la propria narrazione alternativa alla realtà.
Giorgia Meloni mente. Lo fa con metodo, con continuità, con la serenità di chi sa di disporre di una rete di protezione mediatica che la solleva da qualsiasi conseguenza. Un esercito silenzioso ma capillare, fatto di reti televisive, quotidiani allineati, alleati di governo che amplificano ogni affermazione senza interrogarsi sulla sua veridicità. Forza Italia e Mediaset, in questo schema, non sono semplici partner politici: sono ingranaggi essenziali di una macchina della disinformazione di Stato.

Le Sentenze Senza Leggerle
L’ultima tecnica prediletta dalla Presidente del Consiglio è quella di pescare sentenze dal cassetto della giurisprudenza, non leggerle, e usarle come clava politica contro la magistratura. Il meccanismo si ripete con sconcertante regolarità.
Prendiamo il caso dell’algerino Redouane Laaleg, undici volte arrestato, ventitré volte condannato, espulso per pericolosità sociale. Meloni ha individuato in questo caso il simbolo di una magistratura che protegge i criminali contro la volontà del governo. La realtà, per chi si prende il tempo di leggere gli atti, racconta tutt’altra storia: nessun giudice ha mai vietato l’espulsione di Laaleg. È il Viminale che non lo ha espulso. Non per una sentenza ostile, ma per un’incapacità amministrativa imbarazzante: il governo ha comunicato all’uomo il trasferimento a Brindisi, lo ha poi condotto con l’inganno in Albania — paese dal quale non può essere rimpatriato —, e non gli ha nemmeno notificato la misura restrittiva. Risultato: l’avvocato ha ottenuto dal giudice, che era stato consulente di Berlusconi, la condanna dello Stato a pagare settecento euro di danni. Non una vittoria ideologica delle toghe rosse. Un errore operativo del governo, pagato dai contribuenti.
Stessa dinamica nella vicenda della nave SeaWatch e della capitana Carola Rackete. Mercoledì la Meloni ha sventolato il risarcimento di novantamila euro all’ong come prova dell’assurdità delle sentenze. Ma la sentenza del Tribunale civile di Palermo non menziona la capitana, non giustifica la speronata, non assolve l’ong dall’aver forzato il porto. Si occupa esclusivamente di ciò che è accaduto dopo: il fermo amministrativo della nave. E lo motiva non con una scelta politica, ma con un silenzio burocratico. La Prefettura di Agrigento aveva dieci giorni di tempo per confermare il fermo, come impone la legge. Non rispose. Il silenzio-assenso rese nullo il blocco. La nave restò ferma altri due mesi in modo illegale. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore. Il fermo era legale, l’omissione della Prefettura non lo era. Novantamila euro pagati per un modulo sbagliato e un ufficio che non ha risposto nei tempi previsti. Non è la magistratura che condanna il governo. È il governo che si condanna da solo.
Va aggiunto che nelle cause civili i pubblici ministeri non esistono: i giudici civili non sono pm. La separazione delle carriere, dunque, di cui Meloni fa un cavallo di battaglia referendario, non avrebbe cambiato nulla in nessuno di questi procedimenti. Per capirlo non serve essere giuristi. Basta leggere le sentenze.

Le Bollette: Il Gioco delle Tre Carte
Sul fronte energetico il metodo non cambia, si affina. Il decreto bollette, presentato dalla premier come un provvedimento strutturale che garantirebbe uno sconto di trecentoquindici euro a 2,7 milioni di famiglie, è in realtà un esercizio di contabilità creativa che nasconde un taglio netto agli aiuti rispetto all’anno precedente.
I fatti: nel 2025 le famiglie con ISEE fino a venticinquemila euro percepivano un bonus straordinario di duecento euro, che si sommava al bonus ordinario erogato dall’Autorità per l’Energia. Per un nucleo con più di quattro componenti, il totale superava i quattrocentoquaranta euro. Quel contributo straordinario da duecento euro non è stato rinnovato nel 2026. Al suo posto è stato introdotto un bonus di centoquindici euro, con una soglia ISEE drasticamente abbassata a 9.796 euro. Solo per i nuclei con almeno quattro figli a carico sopravvive la vecchia soglia di ventimila euro.
I trecentoquindici euro promessi dalla premier li percepiranno quindi le sole famiglie numerose con ISEE inferiore alla soglia ridotta: un’esigua minoranza. Le famiglie fino a due componenti che già beneficiavano del bonus ordinario di centoquarantasei euro riceveranno nel 2026 un totale di duecentosessantuno euro. I nuclei con tre o quattro componenti arriveranno a trecentouno euro. In ogni caso, meno dell’anno scorso. Lo ha spiegato senza margini di ambiguità il vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori: il decreto è un passo indietro, non un passo avanti. L’unica novità è che costa meno, aiuta meno persone, e le aiuta di meno.
Il ministro dell’Ambiente si è esibito in una performance parallela, mescolando bonus e contributi straordinari in un modo tale da far apparire ogni famiglia come beneficiaria di uno sconto che la maggior parte di esse non vedrà mai. A questa confusione si aggiungono misure ancora ipotetiche, come l’annullamento della tassa europea sulle emissioni — oltre quattro miliardi e mezzo — che entrerà in vigore solo nel 2027 e solo se la Commissione Europea darà il via libera, possibilità al momento ritenuta improbabile dagli stessi analisti del settore.
Il mercato ha capito prima del cittadino medio: i titoli dei principali gruppi energetici hanno chiuso in rosso, da Enel ad A2A, da Italgas a Hera. Non per paura dell’opposizione politica. Per timore di misure che minacciano i ricavi del comparto senza un quadro normativo europeo stabile.

Il Catalogo delle Falsità: Un Inventario Necessario
Sarebbe un errore trattare le menzogne sul decreto energia e sulle sentenze come episodi isolati. Sono invece l’espressione più recente di un repertorio sistematico. Un catalogo che vale la pena tenere aperto.
La crescita economica superiore alla media europea, rivendicata con orgoglio: falsa. La Commissione Europea stima la crescita italiana allo 0,9 per cento, quella europea all’1,3. Secondo l’ISTAT, il dato italiano potrebbe fermarsi allo 0,7. La crescita avviata con il governo Draghi è stata poi frenata, non accelerata, dall’esecutivo attuale.
Le tasse non aumentate: falsa. Sono cresciute le accise su benzina e tabacchi, l’IVA su beni di prima necessità come pannolini e assorbenti, la cedolare secca sugli affitti brevi per le seconde case, gli oneri in bolletta. La maggior parte degli interventi è stata finanziata con sedici miliardi di nuovo deficit, non con tagli alla spesa pubblica.
La tassazione sulle banche per finanziare la sanità: falsa. Non c’è stata alcuna tassazione sugli extraprofitti bancari. Gli istituti di credito hanno effettuato un prestito allo Stato che andrà restituito a partire dal 2027.
I finanziamenti record alla sanità: parzialmente falsa. In termini assoluti i numeri crescono, ma rapportati al PIL la spesa sanitaria del 2024 risulta in calo rispetto all’anno precedente. Nel frattempo sono aumentati i tempi di attesa e i casi di rinuncia alle cure.
Il tasso di occupazione più alto di sempre: ambigua e fuorviante. L’occupazione cresce, ma l’Italia detiene il record europeo di lavoratori dipendenti sotto la soglia di povertà. Non è aumentato il lavoro dignitoso: è aumentato lo sfruttamento.
I salari che crescono più dell’inflazione: falsa. L’aumento dei prezzi è stato il doppio rispetto all’aumento dei salari. Le retribuzioni con contratto nazionale sono cresciute del 3,1 per cento in un anno in cui l’inflazione si attestava al 5,7.
Il caso Almasri: una narrazione cambiata tre volte in una settimana. Prima un complotto della Corte Penale Internazionale contro l’Italia, poi un’espulsione per ragioni di sicurezza, poi la responsabilità scaricata sulla Corte d’Appello di Roma. Tre versioni incompatibili per coprire un fatto semplice: un uomo ricercato per crimini contro l’umanità è stato liberato e rispedito in Libia con un volo di Stato.
Il premierato che non toccherà i poteri del Presidente della Repubblica: falsa per definizione. L’elezione diretta del presidente del Consiglio è già di per sé una sottrazione di prerogative al Capo dello Stato, che perderebbe il potere di conferire il mandato esplorativo. È scritto nel testo della riforma stessa.
Sul MES, ha sostenuto che la mancata ratifica potesse diventare occasione per rivedere il trattato: falsa. Tutti i dirigenti delle strutture legate al meccanismo hanno ribadito che la ratifica era condizione previa per qualsiasi rinegoziazione. L’Italia si è isolata diplomaticamente senza ottenere nulla in cambio.
Il riarmo presentato come investimento strategico neutro, senza costi sociali: falsa e pericolosa. Il governo Meloni ha aderito con entusiasmo alla nuova corsa agli armamenti europea, impegnandosi a portare la spesa militare italiana al due per cento del PIL — e con le pressioni NATO potenzialmente oltre — per un ammontare che si traduce in decine di miliardi sottratti ogni anno al bilancio ordinario. Miliardi che non andranno a ridurre le liste d’attesa negli ospedali, a stabilizzare i precari della scuola, a finanziare gli asili nido che mancano al Sud, a sostenere i Comuni che tagliano i servizi sociali perché le risorse non bastano. La premier non ha mai spiegato agli italiani questa aritmetica elementare: ogni euro destinato ai carri armati è un euro in meno per un’aula scolastica, per un reparto di oncologia, per una casa famiglia. Il riarmo non è una scelta indolore. È una scelta di priorità. E questa scelta, come tutte le altre, viene occultata dietro una narrazione di sicurezza e orgoglio nazionale che non prevede domande, né conti in chiaro.

Il Precedente Petrecca e la Domanda che Nessuno Vuole Fare
In questi stessi giorni, un direttore di una testata del servizio pubblico ha rimesso il proprio mandato. Paolo Petrecca, alla guida di RaiSport, si è dimesso dopo tredici giorni di proteste della redazione, innescate da una serie di errori grossolani durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina. Gaffe, inesattezze, improvvisazione: un professionista che si era cimentato in un compito per il quale, secondo i colleghi, non aveva le competenze necessarie. La redazione ha ritirato le firme, ha scioperato, ha reso pubblico il proprio dissenso. L’azienda ha preso atto. Il direttore si è fatto da parte.
È un precedente significativo. Non per le dimensioni dello scandalo — le gaffe di una telecronaca hanno un peso limitato nella vita del Paese — ma per il principio che esso incarna: chi ricopre una funzione pubblica e si dimostra inadeguato, chi diffonde informazioni false o gravemente errate nell’esercizio del proprio ruolo, risponde. Si dimette. Lascia il campo.
La domanda che sorge spontanea, e che nessun giornalista del perimetro governativo si sognerebbe di formulare, è la seguente: se il direttore di RaiSport ha lasciato l’incarico per una serie di errori commessi nel corso di una diretta televisiva, qual è la soglia di tolleranza per chi guida il Paese?
Giorgia Meloni non commette errori sporadici in momenti di pressione. Mente sistematicamente, strategicamente, con piena consapevolezza. Lo fa nelle conferenze stampa, nelle dirette social dei suoi “Appunti di Giorgia”, nei comunicati di Palazzo Chigi, nei post sui social network. Lo fa sulle sentenze che non legge, sui bonus che taglia presentandoli come aumenti, sui crimini di guerra che minimizza, sull’economia che dipinge rosa mentre i dati la descrivono grigia, sulle spese militari che gonfia senza dire ai cittadini cosa viene tagliato in cambio. Lo fa con la tutela di un sistema mediatico che non corregge, non contraddice, non verifica.
Petrecca ha lasciato perché una redazione libera ha preteso responsabilità. Meloni resta perché l’esercito mediatico alle sue spalle non pretende nulla, se non sottomissione.

La Verità come Atto Sovversivo
In questo scenario, seguire le notizie in modo alternativo — verificare i dati, leggere le sentenze per intero, confrontare i numeri con le fonti primarie — è diventato un atto quasi sovversivo. Non perché le informazioni siano inaccessibili: tutto è pubblico, tutto è verificabile. Ma perché il sistema informativo dominante non ha interesse a verificare, a smentire, a correggere.
La democrazia non muore solo con i colpi di Stato. Muore anche quando chi governa può mentire liberamente, ogni giorno, sapendo che nessuno dei grandi media chiederà conto. Quando la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa diventa incolmabile, e quella distanza viene accettata come una caratteristica del potere e non come una sua distorsione patologica.
Il Paese che Meloni governa — e che racconta — non esiste. Esiste un’Italia con i salari più bassi d’Europa, con la spesa sanitaria in declino relativo, con un debito che cresce, con le bollette che costano più dell’anno scorso nonostante i comunicati trionfalistici, con un bilancio della difesa in espansione mentre ospedali, scuole e servizi sociali raccolgono briciole. Esiste un’Italia in cui i più vulnerabili ricevono meno di prima, pur leggendo ogni giorno che il governo li protegge.
Se i fatti contano ancora qualcosa — e devono contare, perché altrimenti non ha senso fare informazione — allora la domanda rimane aperta, senza risposta istituzionale ma con tutta la sua urgenza morale: quante bugie può permettersi chi guida un Paese prima che qualcuno, oltre alla redazione di RaiSport, pretenda che faccia un passo di lato?

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Quando lo Stato attacca se stesso: Nordio, Gratteri, Mattarella e la provocazione che non si ferma

I. Il linguaggio come arma
Esiste un livello al quale le parole smettono di essere semplici opinioni e diventano atti politici con conseguenze istituzionali misurabili. Carlo Nordio, Ministro della Giustizia della Repubblica Italiana, ha attraversato quel livello il 15 febbraio 2026, quando ha accostato il Consiglio Superiore della Magistratura — organo di rilievo costituzionale previsto dall’articolo 104 della Carta — al metodo para-mafioso. Non si trattava di una provocazione da talk-show né di un’esternazione a caldo: era la voce istituzionale del guardasigilli che demoliva, con vocabolario criminale, un pilastro dell’architettura democratica che egli stesso è chiamato a presidiare.
Il termine “mafioso”, nella cultura giuridica e nel senso comune italiano, non è un aggettivo neutro. È una categoria penale, un marchio d’infamia, la sintesi di decenni di sangue versato da magistrati, poliziotti, giornalisti e cittadini che hanno combattuto le organizzazioni criminali a costo della vita. Applicarlo — fosse pure nella forma attenuata del prefisso “para” — a un organo costituzionale significa compiere un atto di delegittimazione sistemica che va ben oltre il disaccordo politico.

II. Gratteri: il magistrato che i boss vogliono morto
Per comprendere l’ironia feroce di questa vicenda, è necessario partire da un’intercettazione ambientale registrata a Siderno nell’agosto 2024, ora acquisita agli atti del provvedimento di fermo emesso dalla Procura di Reggio Calabria nei confronti di esponenti della cosca Commisso. Frank Albanese, elemento di spicco della ’ndrangheta italo-americana e punto di raccordo tra la Locride e le sue diramazioni nel Nord America, parla con uno zio. Il tema è Nicola Gratteri.
“Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro.”
“Nicola Gratteri?”
“Il peggiore che abbiamo.”
“È ancora vivo o morto?”
“No, è ancora vivo.”
Questa conversazione — fredda, valutativa, inquietante nella sua domesticità — è il certificato più autentico del valore del lavoro di Gratteri. La ’ndrangheta non si esprime in questi termini per i magistrati che la turbano blandamente. Lo fa per quelli che la distruggono: Falcone e Borsellino insegnano, tragicamente. Il procuratore di Napoli ha trascorso decenni a Reggio Calabria e Locri accumulando processi, condanne, anni di carcere inflitti a boss e gregari. I clan lo sanno. I clan lo misurano. E lo trovano pericoloso come i giudici che la mafia ha già ucciso.
Mentre i boss intercettati si chiedevano se Gratteri fosse “ancora vivo”, il Ministro della Giustizia chiedeva per lui i test psicoattitudinali, e deputati della maggioranza minacciavano interrogazioni parlamentari e procedimenti disciplinari. La coincidenza di obiettivi — tra la criminalità organizzata e una parte del potere politico — non richiede l’attribuzione di responsabilità condivise, ma esige quantomeno una riflessione pubblica sul perché le stesse persone finiscano nel mirino di mondi così distanti.

III. Settanta secondi che pesano come anni
Sergio Mattarella non è un uomo di gesti improvvisati. Ogni sua mossa istituzionale è il prodotto di una valutazione ponderata, di una ricerca della “cornice giusta” nella quale collocare l’azione. Per questa ragione, la mattina del 19 febbraio 2026, quando il Presidente della Repubblica ha deciso di presiedere personalmente una seduta ordinaria del plenum del CSM, il peso di quel gesto ha travalicato di gran lunga i settanta secondi della sua dichiarazione.
Non era mai accaduto in undici anni. Una seduta minore, chiamata ad approvare nomine di ordinaria amministrazione, è diventata il palcoscenico istituzionale più significativo degli ultimi mesi. Mattarella vi si è presentato non in veste di presidente del CSM — ruolo che ricopre ex officio — ma come Presidente della Repubblica, cioè come garante dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, tutore della Costituzione, custode dell’unità nazionale.
Le sue parole hanno tracciato una distinzione fondamentale che il dibattito pubblico stava volutamente obliterando: la critica alle istituzioni è legittima, doverosa, anzi salutare in una democrazia. Il CSM non è esente da difetti, lacune ed errori, ha detto Mattarella senza infingimenti. Ma la critica deve rimanere — ha precisato con chirurgica precisione — “rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica”. Specie, ha aggiunto, quando proviene da chi rappresenta un’altra istituzione dello Stato.

IV. La Costituzione come argine
L’architettura istituzionale della Repubblica italiana si regge su un principio fondamentale: la separazione e il reciproco rispetto tra i tre poteri. Non si tratta di un formalismo accademico, ma di una scelta storica compiuta dai Padri Costituenti con la memoria viva di ciò che accade quando un potere dello Stato ne degrada un altro: si apre la strada all’autoritarismo.
L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Il CSM è il presidio di quella indipendenza. Definirlo “para-mafioso” non è un’iperbole retorica: è un attentato simbolico all’indipendenza della magistratura, funzionale a condizionarne l’autorevolezza nel momento più delicato — quello della campagna referendaria sulla separazione delle carriere.
La coincidenza temporale non sfugge a nessun osservatore attento: siamo a meno di quaranta giorni dal referendum del 22 e 23 marzo. La campagna è incandescente. Il No ha guadagnato terreno nei sondaggi. In questo contesto, l’attacco di Nordio al CSM assume una valenza politica esplicita: delegittimare l’organo costituzionale nel momento in cui molti dei suoi componenti si esprimono pubblicamente a favore del No. È una strategia di discredito istituzionale al servizio di una battaglia elettorale.

V. Il parallelo che illumina
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato società civile per il No, ha evocato un precedente che vale la pena approfondire. Nell’ottobre 1980, Sandro Pertini presiedette una seduta del CSM dopo che un parlamentare aveva definito Magistratura Democratica “fiancheggiatrice delle Brigate Rosse”. Pochi mesi dopo, Vittorio Bachelet — vicepresidente del CSM — veniva assassinato. Pertini non aveva aspettato che la calunnia si sedimentasse nell’opinione pubblica. Era intervenuto subito, con autorità morale e istituzionale, a difesa dell’organo attaccato.
Mattarella ha compiuto lo stesso gesto quarantasei anni dopo. Il fatto che sia stato costretto a farlo — che l’attacco di un ministro al CSM fosse tale da richiedere un intervento presidenziale senza precedenti — misura la profondità della crisi istituzionale che attraversiamo.

VI. La tregua durata un pomeriggio
È durata quanto un temporale estivo. Non un giorno intero, non una notte, non il tempo necessario a far sedimentare le parole del Presidente della Repubblica nei palazzi del potere. Poche ore dopo che Mattarella aveva presieduto il plenum del CSM invitando all’abbassamento dei toni e al rispetto reciproco tra le istituzioni, Giorgia Meloni pubblicava un nuovo video sui suoi canali social per attaccare ancora una volta la magistratura.
Il pretesto, questa volta, è una sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire la ong tedesca Sea Watch per il fermo amministrativo della nave Sea Watch 3, bloccata a Lampedusa dal luglio al dicembre 2019: 76mila euro per danni patrimoniali, più 14mila di spese di giudizio. Una decisione che discende da un meccanismo giuridico elementare: il prefetto di Agrigento non aveva mai risposto all’opposizione presentata dalla ong, e il silenzio — per legge — equivaleva all’accoglimento dell’istanza. La nave rimase bloccata per mesi in violazione di quel silenzio-assenso, fino all’ordinanza del tribunale. Il risarcimento consegue direttamente all’illegittimità del fermo prolungato.
Nulla di tutto questo appare nel video della presidente del Consiglio. Non il dato giuridico, non la ricostruzione procedurale, non la distinzione tra una sentenza contestabile — come ogni sentenza, peraltro appellabile — e una magistratura da delegittimare in blocco. Quello che appare, invece, è la domanda retorica che ormai costituisce il registro fisso di questo governo nei confronti del potere giudiziario: “Il compito dei magistrati è far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla?”
La risposta che questa domanda presuppone è già inclusa nella domanda stessa. È retorica da campagna elettorale permanente, non da capo di governo che si relaziona con un potere dello Stato indipendente.

VII. Il video come arma politica
Vale la pena soffermarsi sul metodo prima ancora del merito. Meloni sceglie i social per attaccare la magistratura. Lo ha già fatto quando, sul caso Almasri, aveva annunciato l’avviso di garanzia ricevuto attaccando la procura di Roma prima ancora che i propri legali avessero valutato la situazione. Lo fa di nuovo adesso. Il video postato sui canali personali della presidente del Consiglio — aggirando la mediazione istituzionale, il confronto parlamentare, persino la conferenza stampa — è diventato lo strumento di una comunicazione politica che mira deliberatamente al cortocircuito emotivo, alla radicalizzazione del conflitto, alla costruzione di un “noi” governativo contro un “loro” giudiziario da mobilitare in vista del referendum.
Non è libertà di espressione. È l’uso sistematico della comunicazione social per erodere l’autorevolezza di un potere indipendente dello Stato, costruendo nella percezione pubblica l’equazione magistratura uguale ostacolo alla volontà popolare. Una tecnica che i teorici del populismo autoritario conoscono bene, e che ha una lunga genealogia nei movimenti che hanno progressivamente svuotato le democrazie dall’interno senza formalmente abolirle.

VIII. La risposta dell’istituzione attaccata
A rispondere per la magistratura palermitana è stato Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo, che ha ricordato come la sentenza sia stata emessa da una magistrata competente, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti, e che come ogni decisione è impugnabile. La chiusa è lapidaria: “Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito non ha nulla a che vedere con il diritto di critica.”
È una risposta misurata, istituzionale, esattamente del tipo che Mattarella aveva invocato poche ore prima. Ma il punto non è la risposta: è che sia necessaria. Che ogni sentenza scomoda per il governo diventi il pretesto per un attacco pubblico alla magistratura come corpo, come ordine, come istituzione. Che il diritto di critica — sacrosanto, ribadito dallo stesso Mattarella — venga sistematicamente trasfigurato in una campagna di delegittimazione senza precedenti nella storia repubblicana recente.

IX. Una condanna senza equivoci
Non si può concludere questa analisi senza esprimere con nettezza una valutazione politica e morale.
Le dichiarazioni di Carlo Nordio sul CSM sono inaccettabili. Le intimidazioni nei confronti di Nicola Gratteri — test psicoattitudinali, minacce disciplinari, attacchi coordinati della maggioranza — sono vergognose, soprattutto alla luce di ciò che le intercettazioni rivelano: un magistrato così pericoloso per la criminalità organizzata da essere paragonato a Falcone e Borsellino non andrebbe attaccato dalla politica. Andrebbe protetto, rispettato, sostenuto.
Il comportamento di Giorgia Meloni, che in poche ore ha vanificato con un video social il gesto istituzionale più solenne del Presidente della Repubblica da undici anni a questa parte, è qualcosa di più di un eccesso polemico. È la dimostrazione che questo governo non cerca la pacificazione istituzionale, non intende abbassare i toni, non riconosce nel rispetto reciproco tra i poteri un valore fondante della democrazia. Cerca lo scontro. Lo coltiva. Lo alimenta come carburante di una campagna referendaria che si sta rivelando più difficile del previsto.
L’intervento di Mattarella è stato necessario, corretto e dignitoso. Ma il fatto che sia stato necessario è già una condanna. Il fatto che sia stato ignorato nel giro di poche ore è qualcosa di peggio: è il segnale che chi governa oggi questo Paese considera il richiamo del Capo dello Stato non un monito da rispettare, ma un ostacolo da aggirare.
La democrazia si difende ogni giorno, nelle aule dei tribunali come in quelle del Parlamento, con le sentenze come con le parole. Le parole di un ministro che definisce mafioso un organo costituzionale, e quelle di una presidente del Consiglio che attacca i giudici sui social poche ore dopo il richiamo del Quirinale, hanno il peso specifico delle istituzioni che li pronuncia: usarle per distruggere quelle stesse istituzioni non è libertà di espressione. È un tradimento della Carta.
E la storia — quella italiana in particolare — non ha mai perdonato chi ha scelto di stare dalla parte sbagliata quando la democrazia era sotto attacco. Nemmeno quando quell’attacco veniva dall’interno.

mariosommella.wordpress.com
“Quando l’ingiustizia diventa legge, la ribellione diventa un dovere”

Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta

1. Un palcoscenico costruito sulle macerie

Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.

E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realta’ che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.

2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace

Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva. La Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel novembre 2025, lo ha citato come organismo capace di supportare gli sforzi di ricostruzione a Gaza. Ma il testo della sua carta statutaria – circolato tra i Paesi invitati e analizzato da diverse testate internazionali – non menziona Gaza in alcun punto: descrive invece un’organizzazione internazionale che promuove stabilita’, governance affidabile e pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti. Un mandato universale, senza confini geografici ne’ temporali.

Trump ne e’ presidente a vita, con poteri esclusivi di invito, nomina e revoca dei membri. Non esiste un meccanismo elettorale ne’ di supervisione esterna. L’ammissione permanente richiede un contributo di un miliardo di dollari – una soglia che The Guardian ha definito un pay-to-play club. L’International Crisis Group ha sottolineato come il Board aspiri a esercitare un controllo sulla gestione globale dei conflitti che va ben oltre quanto la Risoluzione ONU aveva previsto, mentre un senior fellow dell’European Council on Foreign Relations ha definito l’organismo un progetto top-down per affermare il controllo di Trump sugli affari globali.

I Paesi che ne fanno parte descrivono una geografia politica eloquente: Ungheria, Argentina, Bielorussia di Lukashenko, Azerbaigian, Indonesia, Marocco, UAE, Bahrain. E Israele, ufficialmente aderito il 12 febbraio 2026, nonostante la sua leadership sia oggetto di procedimenti penali davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Paesi come Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Grecia, Slovenia e Ucraina hanno invece declinato l’invito.

3. La difesa di Tajani: tra retorica e realpolitik

Tajani ha articolato la posizione italiana su tre assi. Il primo e’ geopolitico: l’assenza dell’Italia sarebbe contraria all’articolo 11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Il secondo e’ strategico: il piano Trump sarebbe l’unica alternativa credibile per stabilizzare la Striscia. Il terzo e’ implicito ma potente: non possiamo perderci la ricostruzione, disse il giorno precedente, con una franchezza che vale piu’ di qualunque retorica successiva.

Sul piano costituzionale, l’argomentazione e’ debole fino al paradosso. L’articolo 11 impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo – cioe’ alla pace nel rispetto delle sovranita’. Aderire a un organismo che, secondo i critici piu’ autorevoli, mira a svuotare il sistema ONU della sua funzione regolatrice, non e’ promuovere il multilateralismo: e’ eluderlo. Francia e Germania non si sono assentate per disinteresse verso la pace palestinese; si sono assentate perche’ hanno valutato che questo organismo ponga seri interrogativi sui principi e la struttura delle Nazioni Unite, come ha dichiarato Parigi.

Sul piano strategico, affermare che il piano Trump sia l’unica alternativa praticabile e’ una tautologia costruita ad arte: lo diventa nel momento in cui i Paesi piu’ influenti smettono di proporne altri o di sostenere percorsi alternativi. Il rischio, concreto, e’ che l’Italia abbia scelto di essere seduta a un tavolo di cui non conosce ancora il vero menu, scambiando la presenza per influenza.

4. La questione palestinese: cio’ che non viene detto

Nel discorso di Tajani c’e’ un’assenza che parla piu’ forte di qualunque affermazione. Il ministro ha citato correttamente la necessita’ di riformare l’Autorita’ Nazionale Palestinese e ha condannato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Ma non ha pronunciato il nome di Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanita’. Lo stesso Netanyahu che siede, attraverso Israele, nel Board che l’Italia ha deciso di frequentare.

La questione palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, ne’ tantomeno nel 1948. Le sue radici affondano nella seconda meta’ dell’Ottocento, quando il movimento sionista – teorizzato da Theodor Herzl nel suo Der Judenstaat del 1896 e organizzato politicamente a partire dal Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 – avvio’ un progetto di colonizzazione della Palestina allora ottomana, territorio gia’ abitato da una popolazione araba radicata da secoli. Quella terra non era vuota: era abitata. Il mito del popolo senza terra per una terra senza popolo fu una costruzione ideologica funzionale alla giustificazione di uno spostamento demografico programmato, come documentato ampiamente dagli stessi storici israeliani – i cosiddetti nuovi storici come Ilan Pappe’, Benny Morris e Avi Shlaim – che a partire dagli anni Ottanta hanno decostruito la narrativa ufficiale con l’ausilio degli archivi di Stato israeliani.

Fu su questa traiettoria che si consumo’, nel 1948, la Nakba – la Catastrofe: la cacciata forzata di circa 750.000 palestinesi dalle loro terre durante la fondazione dello Stato di Israele, con la distruzione di oltre 400 villaggi e la trasformazione di un intero popolo in rifugiati permanenti. Come documenta in dettaglio il volume Palestina, terra vita e dignita’ – la cui pubblicazione e’ attesa a breve – quella non fu una conseguenza imprevista della guerra: fu, in larga misura, il risultato di una strategia deliberata, il Piano Dalet, attuato dalle forze paramilitari sioniste prima ancora della proclamazione dello Stato.

Da allora, la storia palestinese e’ una storia di occupazione militare, di insediamenti illegali che divorano la Cisgiordania anno dopo anno, di assedi, demolizioni di abitazioni, checkpoint, detenzioni amministrative senza processo. Un sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito, nei loro rapporti piu’ recenti, con una parola precisa: apartheid. Una commissione speciale dell’ONU, nel rapporto A/79/363 del settembre 2024, ha concluso che le pratiche di guerra israeliane a Gaza presentano elementi caratteristici del genocidio.

Ignorare tutto questo – come fa il dibattito parlamentare italiano quando si limita a discutere di Board e ricostruzione – significa affrontare il sintomo senza voler vedere la malattia. La soluzione a due Stati evocata da Tajani come orizzonte condiviso non puo’ essere raggiunta se nel frattempo Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania, se l’annessione formale di quest’ultima viene discussa apertamente nelle stanze del governo Netanyahu, se Gaza viene trasformata in un campo profughi a cielo aperto su cui si progettano, per bocca di Jared Kushner a Davos, grattacieli e data center su principi di libero mercato. Quella non e’ pace: e’ la sostituzione di un popolo con un modello di sviluppo.

5. Il costo dell’allineamento e la perdita dell’identita’

L’Italia ha una tradizione diplomatica che le ha consentito, in passato, di essere interlocutore credibile in aree di crisi. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ha sostenuto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, anche quando altri la abbandonavano. Ha avuto una voce autonoma nel Mediterraneo. Quella credibilita’ non e’ un ornamento: e’ uno strumento politico che va preservato con scelte coerenti.

Aderire – sia pure come osservatore – a un organismo che la Francia ha rifiutato, che la Germania ha declinato, che la Norvegia ha respinto, significa scegliere un’appartenenza politica ben precisa. Significa allinearsi a una visione del mondo in cui il diritto internazionale e’ negoziabile, in cui le istituzioni multilaterali si svuotano quando non producono i risultati desiderati, in cui la pace e’ un progetto commerciale prima di essere un diritto umano.

Tajani ha detto di non voler scodinzolare. Ma scodinzolare non richiede entusiasmo: a volte basta la presenza silenziosa accanto a chi detta le regole.

6. Conclusione: la pace non si compra a Davos

Gaza non e’ un problema di marketing istituzionale. E’ una questione di diritto, di giustizia e di memoria storica. Oltre 72.000 morti certificati – e forse il triplo se si contano le vittime indirette – non possono essere la premessa di un progetto immobiliare. Un cessate il fuoco che lascia ancora 590 morti palestinesi dall’ottobre 2025, con Israele che continua a colpire nelle cosiddette zone cuscinetto, non e’ pace: e’ una pausa armata.

L’Italia avrebbe potuto usare la propria voce – quella voce che Tajani rivendica con orgoglio – per condizionare la propria partecipazione al riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, all’interruzione degli insediamenti in Cisgiordania, alla comparsa di Netanyahu davanti alla Corte Penale Internazionale. Avrebbe potuto fare della propria adesione un atto politico alto, anziche’ una scelta di convenienza travestita da necessita’ costituzionale.

Non lo ha fatto. E questo, piu’ di qualunque intervento parlamentare, e’ il dato politico da cui non si puo’ prescindere.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.

L’emergenza invisibile: il silenzio della politica di fronte a mille morti sul lavoro

Mentre il governo mobilita l’apparato repressivo per gli scontri di Torino e Meloni difende Pucci a Sanremo, 1.093 lavoratori morti e 600.000 infortuni nel 2025 passano sotto silenzio. Un’analisi delle priorità distorte della destra italiana.

La tempistica è stata perfetta, quasi cinica nella sua sincronia. Mentre l’Italia si divideva sugli scontri del corteo di Torino del 31 gennaio — con i titoli dei giornali che gridavano all’emergenza sicurezza e i partiti di governo che annunciavano nuove strette repressive — l’INAIL pubblicava i dati relativi alle denunce di infortuni e malattie professionali del 2025. Numeri che certificano l’ennesima strage di lavoratrici e lavoratori che si consuma quotidianamente nel nostro Paese. Ma questi numeri non hanno meritato nessun decreto d’urgenza, nessuna conferenza stampa indignata, nessuna mobilitazione politica.

Il contrasto è stridente. Un poliziotto ferito — certamente un fatto grave — è bastato a scatenare l’intero apparato repressivo dello Stato, con tanto di decreto sicurezza approvato in pochi giorni. Mille e novantatré morti sul lavoro, seicento mila infortuni, centomila malattie professionali non hanno suscitato nemmeno un commento di sdegno dalla maggioranza.

E mentre il Paese affrontava queste emergenze reali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni trovava il tempo di intervenire pubblicamente sulla rinuncia del comico Andrea Pucci alla co-conduzione di una serata del Festival di Sanremo. Post sui social, accuse alla “deriva illiberale della sinistra”, solidarietà all’artista. Un caso che ha mobilitato premier, vicepremier e ministri in una gara di dichiarazioni. Mentre sui morti del lavoro: silenzio.

Quando un comico vale più di mille morti: il caso Pucci

L’8 febbraio 2026, Andrea Pucci ha annunciato la rinuncia alla co-conduzione della terza serata di Sanremo, dopo giorni di polemiche. Deputati del PD avevano chiesto spiegazioni sulla sua scelta, citando episodi passati di battute considerate offensive. Pucci ha parlato di “insulti, minacce, onda mediatica negativa” ricevuti da lui e dalla sua famiglia.

La reazione del governo è stata rapidissima. Meloni sui social: “È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco. Questo racconta il doppiopesismo della sinistra. La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa”. Salvini, Tajani, il presidente del Senato La Russa: tutti mobilitati. La RAI ha emesso un comunicato parlando di “clima d’intolleranza” e “forma di censura”.

Le opposizioni hanno immediatamente colto la contraddizione. Giuseppe Conte: “Avevo chiesto a Meloni di dirci cosa vuole fare contro il boom di cassa integrazione ma nulla. Ora deve parlare del comico Pucci. Cari italiani, dei vostri problemi con la sanità, le bollette, i bassi salari a questo governo interessa poco o nulla”. Renzi con ironia: “Fa ridere un governo in cui premier e vicepremier danno solidarietà a un comico e non parlano di tasse e sicurezza”.

Un comico che rinuncia a un festival merita l’intervento della presidente del Consiglio, del presidente del Senato, dei vicepremier, dei ministri. Oltre mille morti sul lavoro in un anno no. Questa è la fotografia dell’Italia di Meloni.

Decreto lampo per Torino, nulla per i morti sul lavoro

L’altra emergenza che ha mobilitato il governo: gli scontri di Torino del 31 gennaio. Circa 50.000 persone in piazza contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Scontri violenti con oltre cento agenti feriti, tra cui Alessandro Calista, aggredito con un martello. Una camionetta incendiata, ore di guerriglia urbana.

La reazione: Meloni ha parlato di “tentato omicidio”, visitando i feriti. Il ministro Piantedosi di “matrice eversiva e potenzialmente terroristica”. Nel giro di pochi giorni, il 5 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza: fermo preventivo fino a 12-24 ore per i manifestanti sospetti, scudo penale per gli agenti, sanzioni più pesanti per i cortei non autorizzati, divieto di porto di coltelli oltre i 5 centimetri.

Ricapitoliamo: per gli scontri di Torino, decreto d’urgenza in cinque giorni. Per la rinuncia di Pucci a Sanremo, intervento pubblico della premier e di tutto il governo. Per 1.093 morti sul lavoro: nulla.

I numeri della strage quotidiana

Mentre accadeva tutto questo, i dati INAIL raccontavano un’altra Italia. Nel 2025, 1.093 persone hanno perso la vita mentre lavoravano: 798 in occasione di lavoro e 295 in itinere. Tre morti al giorno, tutti i giorni, per tutto l’anno. Le denunce di infortunio totali sono state circa 600.000. Le malattie professionali denunciate hanno raggiunto le 100.000 unità, con un aumento del 10,2% rispetto al 2024.

Eppure, nessun decreto d’urgenza. Nessuna conferenza stampa. Nessuna visita ai familiari delle vittime. Nessun post sui social della premier. Solo la solita “retorica dell’incidente”: fatalità, tragico evento, inspiegabile disattenzione. Un linguaggio studiato per normalizzare l’orrore.

Chi muore: donne, anziani e stranieri

L’analisi dei dati INAIL rivela tre elementi fondamentali. Il primo riguarda le lavoratrici: 98 donne morte, di cui 52 — più della metà — in itinere, nel tragitto casa-lavoro. Un dato che non può essere separato dall’organizzazione sociale patriarcale, dove il lavoro di cura ricade quasi interamente sulle donne. Il doppio o triplo lavoro si traduce in fatica, stress, fretta: fattori che uccidono sulla strada.

Il secondo elemento: l’età. L’incidenza più elevata si registra tra gli ultrasessantacinquenni: 108,7 decessi ogni milione di occupati, quasi quattro volte la media nazionale. La fascia più colpita numericamente è 55-64 anni, con 300 vittime. Sono le conseguenze della legge Fornero: persone con corpi consumati, riflessi rallentati, costrette a lavorare nei settori più pericolosi ben oltre i limiti fisici ragionevoli. L’innalzamento dell’età pensionabile è una condanna a morte.

Il terzo elemento è il più inquietante: i lavoratori stranieri. Su 1.093 morti, 251 erano migranti — circa un quarto del totale. Il rischio di morte per un lavoratore straniero è più che doppio: 72,4 contro 28,8 ogni milione di occupati. La spiegazione va cercata nella legge Bossi-Fini del 2002, che lega permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Questo meccanismo fornisce un’arma micidiale: il ricatto della clandestinità. Chi protesta per le condizioni di sicurezza rischia di perdere non solo il lavoro ma anche il diritto a rimanere in Italia. Nel lavoro nero, negli appalti infiniti, nelle cooperative fittizie, i lavoratori stranieri diventano carne da macello.

Le malattie che il sistema nasconde e le stragi dimenticate

Oltre agli infortuni, l’INAIL registra le malattie professionali: patologie che si sviluppano negli anni per esposizione a rischi lavorativi. Nel 2025 le denunce hanno raggiunto quota 100.000, con un aumento dell’80% rispetto al 2021. Tra queste, oltre 2.000 sono patologie tumorali. Il “miracolo italiano” si è sviluppato avvelenando territori e vite. Il caso Miteni di Trissino, dove per decenni si sono prodotte sostanze che hanno contaminato le falde acquifere di un’area vastissima. Ancora oggi muoiono di mesotelioma lavoratori esposti all’amianto decenni fa. L’Italia lo ha vietato solo nel 1992, con decenni di ritardo.

Il 2024 è stato costellato di stragi sul lavoro che hanno brevemente attirato l’attenzione dei media: 16 febbraio, 5 operai morti nel cantiere Esselunga a Firenze; 9 aprile, 7 lavoratori nell’esplosione della centrale Enel di Suviana; 6 maggio, 5 operai asfissiati in una fognatura a Casteldaccia; 9 dicembre, 5 lavoratori nell’esplosione del deposito Eni di Calenzano. In ognuno di questi casi, cordoglio istituzionale, promesse di controlli. Poi il silenzio. Le famiglie restano sole, il sistema riprende a girare esattamente come prima.

Perché nessuno reagisce: il sistema che non vuole vedere

I numeri restano così alti perché il sistema dei controlli è largamente inadeguato. L’ISTAT certifica che nei cantieri edili il livello di irregolarità supera il 75%. Tre cantieri su quattro violano le norme di sicurezza. Gli ispettori sono troppo pochi. Le sanzioni, quando ci sono, sono irrisorie rispetto ai profitti realizzati risparmiando sulla sicurezza. I processi si trascinano per anni e spesso finiscono in prescrizione. Il messaggio è chiaro: violare le norme conviene.

Vale la pena un confronto. L’ISTAT aveva certificato circa 150 femminicidi all’anno tra il 2012 e il 2016. Ci sono volute le mobilitazioni femministe, la voce del padre di Giulia Cecchettin, per alzare finalmente l’attenzione sociale e politica. Oggi si parla di femminicidio, ci sono fondi (insufficienti) per i centri antiviolenza, si discute di educazione. La seconda guerra di mafia ha provocato tra 400 e 1.000 morti: lo Stato ha reagito con il pool antimafia, il 416-bis, le leggi sulla confisca.

Di fronte a oltre mille morti sul lavoro all’anno, invece, nessuna reazione paragonabile. Non c’è una “Direzione Nazionale Anti-Strage”, non ci sono leggi speciali, non ci sono mobilitazioni di massa. Perché? Perché le morti sul lavoro sono il prodotto diretto del normale funzionamento del capitalismo, del suo bisogno di comprimere i costi e massimizzare i profitti. Sono, usando un termine marxiano, “omicidi necessari” alla riproduzione del sistema. Combatterli davvero significherebbe mettere in discussione i meccanismi fondamentali dell’organizzazione produttiva.

I sindacati confederali sono oggi deboli, divisi, a volte silenziosi. Quando parlano di sicurezza, evocano la necessità di aumentare la “cultura della sicurezza”: una locuzione generica che rimuove l’analisi sistemica e le responsabilità concrete. Come se il problema fosse una mancanza di consapevolezza individuale e non invece un sistema che strutturalmente sacrifica la vita al profitto. La classe lavoratrice è atomizzata, frammentata dal precariato, dal subappalto, dalle false partite IVA. Il ricatto è sempre lo stesso: o accetti queste condizioni, o qualcun altro lo farà al posto tuo.

Un’altra economia è possibile: la lezione della GKN

Eppure emergono segnali di resistenza. La vicenda dei lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio rappresenta un esempio di come sia possibile immaginare forme diverse di organizzazione del lavoro. Quando nel luglio 2021 la multinazionale ha chiuso lo stabilimento con un licenziamento collettivo via email, i 422 lavoratori hanno occupato la fabbrica e costruito un’alternativa produttiva basata sull’autogestione e sulla conversione ecologica. Il progetto “Insorgiamo” propone di riconvertire lo stabilimento per produrre pannelli solari e cargo-bike, senza padroni, in forme di proprietà collettiva.

L’esperienza dimostra che è possibile pensare a un lavoro dignitoso e sicuro, che consenta di autogestire la propria vita. Quando sono i lavoratori stessi a decidere come, cosa e per chi produrre, la sicurezza diventa una priorità intrinseca e non un costo da minimizzare. Nessun lavoratore sceglierebbe liberamente di mettere a rischio la propria vita o quella dei colleghi per aumentare i profitti di un azionista lontano. L’autogestione è anche una garanzia di sicurezza, perché elimina alla radice il conflitto di interessi tra chi lucra sul lavoro altrui e chi quel lavoro lo svolve con il proprio corpo.

Quale emergenza? La gerarchia delle priorità della destra

Torniamo al punto di partenza: la coincidenza tra scontri di Torino, caso Pucci-Sanremo e pubblicazione dei dati INAIL. Questa coincidenza illumina perfettamente le priorità del governo Meloni. Da un lato, mobilitazione massiccia per alcuni danneggiamenti e il ferimento di agenti: decreti d’urgenza, nuove norme liberticide. Dall’altro, tutta la compagine governativa mobilitata per difendere un comico che rinuncia a Sanremo: post della premier, dichiarazioni dei vicepremier, telefonate del presidente del Senato.

E dall’altra parte? Silenzio su 1.093 morti, 600.000 infortuni, 100.000 malattie professionali. Nessun decreto d’urgenza per la sicurezza sul lavoro. Nessun post di Meloni sui tre lavoratori che muoiono ogni giorno. Nessuna telefonata alle famiglie delle vittime.

Questa asimmetria non è casuale. Rivela la natura di classe di questo governo. Le manifestazioni di piazza rappresentano una minaccia all’ordine costituito: vanno represse. Un comico “di destra” che rinuncia a Sanremo diventa l’occasione per denunciare la “deriva illiberale della sinistra”, per costruire una narrazione di vittimismo. Le morti sul lavoro, invece, sono funzionali al sistema. Sono il prezzo che il capitalismo esige per continuare a funzionare. Per questo non c’è decreto che tenga. Per questo non c’è post sui social. Per questo il governo può guardare altrove mentre ogni giorno tre lavoratori muoiono.

In estrema sintesi: cos’è il capitalismo se non lo sfruttamento della maggioranza di esseri umani, costretti a vendere la propria forza lavoro per vivere, da parte di pochi detentori dei mezzi di produzione, in nome di un profitto che non guarda in faccia niente e nessuno? Le mille morti sul lavoro dell’Italia del 2025 non sono un’anomalia. Sono la manifestazione più brutale di questo meccanismo.

Constatata l’incompatibilità del capitalismo con la vita e la dignità umana, ciò che appare sempre più necessario è un’azione collettiva che dimostri, come testimonia la vicenda della GKN, che è possibile una lotta per un lavoro dignitoso e sicuro. Che si può immaginare una via d’uscita alla crisi in nome della giustizia sociale e climatica. Che i morti sul lavoro non sono una fatalità inevitabile, ma il prodotto di scelte precise che possono e devono essere cambiate.

Fino ad allora, continueremo a contare i morti. Tre al giorno. Mille all’anno. Mentre il governo si occupa di Sanremo e di chi può salire sul palco dell’Ariston. In un silenzio assordante che è la vera emergenza di questo Paese.

Dalla gogna alla norma: il caso Albanese e la scorciatoia “antisemitismo” come dispositivo di censura

Una frase può essere un bisturi o un’arma impropria. Può servire a incidere la realtà, oppure a ferire chi prova a descriverla. Nel caso di Francesca Albanese la dinamica è stata questa: non si è discusso il merito delle sue denunce, ma si è tentato di fabbricare un “reato morale” da appendere al suo mandato. E lo si è fatto con un meccanismo da manuale: una clip tagliata, un’accusa ripetuta come se fosse un fatto, la richiesta di dimissioni elevata a prova di “responsabilità”, mentre intorno cresce un rumore di fondo fatto di allusioni, insinuazioni e intimidazioni.

Il 10 febbraio, in conferenza stampa a Ginevra, l’Ufficio ONU per i diritti umani ha pronunciato parole pesanti e chiarissime: “Siamo molto preoccupati” per l’aumento di attacchi personali, minacce e disinformazione contro funzionari ONU, esperti indipendenti e operatori della giustizia, perché questa aggressione distoglie l’attenzione dalle gravi questioni sui diritti umani. E soprattutto ha rimesso in asse il punto centrale: Albanese “non ha caratterizzato alcuno Stato come nemico dell’umanità”. 

I. L’accusa francese: la parola “indifendibile” e la richiesta di dimissioni
La miccia politica, però, era già stata accesa. L’11 febbraio 2026 il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha chiesto le dimissioni di Albanese, parlando di dichiarazioni “oltraggiose e riprovevoli”. La contestazione, per come è stata presentata, non riguardava la critica a un governo, ma avrebbe colpito Israele come “popolo” e “nazione”, cioè su un piano identitario: una soglia che, se vera, cambierebbe completamente la questione. Ma è proprio qui che la costruzione scricchiola, perché il presupposto fattuale risulta contestato e non confermato dai materiali completi. 

Secondo diverse ricostruzioni, la pressione politica in Francia è cresciuta dopo l’intervento della deputata Caroline Yadan, che ha attribuito ad Albanese la frase “Israele è il nemico comune dell’umanità” sulla base di un video circolato online. 
È qui che si innesta il punto più grave: l’accusa si è nutrita di un contenuto audiovisivo contestato, presentato come prova, rilanciato come verdetto.

II. Il “video prova” e la manipolazione: quando il montaggio sostituisce la realtà
Reuters ha riferito un elemento decisivo: una trascrizione dell’intervento a Doha del 7 febbraio, visionata dall’agenzia, non supporta l’idea che Albanese abbia definito Israele “nemico comune dell’umanità”.
Parallelamente, la stessa Albanese ha pubblicato il filmato integrale (o comunque una versione non tagliata) chiarendo che il “nemico comune” a cui si riferiva non era uno Stato, ma “il sistema” che, nella sua analisi, rende possibili impunità, violenze e devastazione: capitale finanziario, algoritmi che oscurano, armi che vaporizzano corpi e distruggono tutto in maniera indiscriminata. Amnesty International, intervenendo sul caso, ha richiamato esplicitamente la distorsione e ha chiesto ai governi europei di ritirare gli attacchi. 
Anche Al Jazeera ha parlato di “fake video” o filmato “doctored” (manomesso) che avrebbe attribuito ad Albanese una formulazione più diretta contro Israele. 

Questo passaggio è politicamente esplosivo: se una richiesta di dimissioni di un relatore ONU nasce da un contenuto montato o decontestualizzato, non siamo davanti a un “equivoco”. Siamo davanti a un’operazione. La disinformazione non è un incidente collaterale: diventa il carburante del procedimento.

III. L’obiettivo reale: non una persona, ma la funzione del diritto internazionale
La conseguenza è doppia. Da un lato si tenta di isolare Albanese e indebolire il suo mandato: una forma di intimidazione reale, perché colpisce la sua credibilità e mira a rendere tossico chiunque pronunci parole come “apartheid”, “occupazione”, “genocidio”, “crimini”. Dall’altro lato si manda un messaggio a tutti gli altri: chi porta in superficie certe accuse verrà trascinato in un processo mediatico-politico, anche se le “prove” sono fragili o manipolate.

Non è un caso che l’ONU abbia parlato apertamente di “misinformation” e attacchi personali: è il riconoscimento istituzionale del metodo. 

IV. Dalla gogna alla norma: i ddl antisemitismo come possibile salto di qualità repressivo
Ed è qui che le due notizie si agganciano. Il caso Albanese mostra una macchina di delegittimazione che opera sul piano politico-mediatico. I ddl antisemitismo, se scritti male o usati in modo strumentale, rischiano di portare lo stesso schema sul piano normativo, dove la pressione diventa più fredda e più potente: non più soltanto reputazione, ma rischio di sanzioni, procedimenti, esclusione.

Nessuno mette in discussione la necessità di contrastare l’antisemitismo. Il punto è: con quali strumenti e con quali definizioni. In alcune proposte legislative il perno concettuale richiamato è la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). È una definizione operativa nata in un contesto di memoria e contrasto dell’odio antiebraico, ma il dibattito critico riguarda l’uso delle esemplificazioni che la accompagnano e la possibilità di far scivolare, nella pratica, la critica al sionismo o alle politiche dello Stato d’Israele dentro l’etichetta di antisemitismo. 

Quando quel confine si fa incerto, si produce il famigerato “chilling effect”: non serve condannare qualcuno per ottenere la censura, basta rendere plausibile il rischio. E così molti evitano di parlare, di scrivere, di insegnare, di organizzare convegni, di pubblicare inchieste. Il dissenso si ritira prima ancora di essere attaccato.

V. Distinguere per proteggere: antisemitismo non è antisionismo
La distinzione è semplice, ma oggi viene deliberatamente confusa.

1) Antisemitismo: odio verso persone ebree in quanto ebree, discriminazione, violenza, teorie del complotto, de-umanizzazione.
2) Critica politica: contestazione di un governo, di uno Stato, di una dottrina politico-nazionalista, di politiche militari e di occupazione.
3) Antisionismo: opposizione al sionismo come ideologia o progetto storico-politico, che può essere argomentata in modo legittimo, oppure può scadere in odio antiebraico se usa stereotipi e colpisce gli ebrei come collettività.

Se si cancella questa distinzione, il risultato è perverso: si indebolisce la lotta vera contro l’antisemitismo e si trasforma la tutela in arma contro la libertà di critica. Amnesty International ha avvertito apertamente del rischio di collisione con principi costituzionali e con la libertà di espressione, se la definizione IHRA viene tradotta o usata in modo improprio come norma punitiva. 
Non a caso esistono definizioni alternative, come la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), nate proprio per evitare che la lotta all’odio venga piegata a funzioni di censura e per chiarire meglio il perimetro tra antisemitismo e critica politica. 

VI. La fotografia finale: un test democratico in corso
Il caso Albanese è il laboratorio perfetto: si parte da un video contestato, si costruisce un’accusa, si chiede la testa della relatrice, e intanto la sostanza del suo lavoro viene spinta fuori campo. 
I ddl antisemitismo, se imboccano la scorciatoia dell’equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, rischiano di diventare il secondo anello della stessa catena: dal fango alla norma, dalla pressione politica alla pressione giuridica.

Una democrazia degna di questo nome può fare entrambe le cose insieme, senza barare: combattere l’antisemitismo con fermezza e proteggere la libertà di critica, anche radicale, verso uno Stato e una ideologia. Se invece sceglie la confusione, allora non sta difendendo valori: sta costruendo un recinto.

Fonti essenziali
Reuters; UN Geneva Press Briefing (UNOG); Le Monde; El País; Amnesty International; Al Jazeera. 

Dal “Sì o No” degli esperti al campo di gioco vero: perché voterò NO al referendum sulla giustizia

Quando sento ripetere che sul referendum sulla separazione delle carriere dovremmo “lasciare da parte l’ideologia” e “affidarci agli esperti”, mi torna in mente il richiamo al filosofo Abelardo, menzionato in un articolo di Francesco Coniglione su Volere la Luna, e il suo Sic et non. Allora erano i Padri della Chiesa a dire tutto e il contrario di tutto; oggi sono i costituzionalisti. Per ogni luminare che spiega perché bisogna votare Sì, ce n’è un altro che argomenta in modo limpido per il No. E alla fine chi decide non è il “miglior esperto”, ma quella testa apparentemente incompetente che è la nostra, di cittadini e cittadine.

Non è la fine del mondo, anzi: è il punto da cui partire. Perché nessuno di noi voterà in base alle technicalities della riforma, ma in base a una domanda molto più semplice e molto più politica: questa riforma è coerente con l’idea di società che voglio, o è coerente con quella del blocco di potere che oggi governa?

Se guardo a chi la propone, a come governa, a quali alleanze coltiva e a chi se ne rallegra, io la risposta ce l’ho: voterò NO. E provo a spiegare perché.

I. Una destra-destra trumpiana: il potere come diritto di comandare

Questa maggioranza non è un centrodestra temperato. È una destra-destra che guarda apertamente al trumpismo come modello culturale: America delle armi facili, che si arroga il diritto di rapire un capo di Stato nel disprezzo del diritto internazionale, con milizie (ICE) che interpretano la giustizia, al minimo sospetto, con esecuzioni extragiudiziali, dei muri contro i migranti, delle élite economiche che si sentono “scelte” dalla storia e dalla buona sorte, dei poveri trattati come colpevoli del proprio destino, quindi corpi estranei da espellere.

Dentro questa visione c’è un sottofondo teologico molto preciso, che Max Weber ha analizzato a suo tempo studiando il calvinismo: il successo materiale come segno della grazia, il fallimento come indizio di colpa o di indegnità. Tradotto in termini politici: chi sta in alto è legittimato a comandare; chi sta in basso è un gregge da governare, disciplinare, pacificare, all’occorrenza da reprimere. Non c’è interesse per le cause strutturali delle disuguaglianze, ma solo per la punizione degli “indisciplinati”.

Questa antropologia punitiva si sposa benissimo con l’idea di un esecutivo forte, poco controllato, libero di decidere chi è il “buon cittadino” e chi è il nemico interno: il povero “irregolare”, il migrante, il manifestante, lo studente che occupa, il lavoratore che sciopera “troppo”.

In questo schema, la magistratura indipendente è un corpo estraneo. Il pubblico ministero che indaga sui poteri forti non è un servitore dello Stato: è un disturbatore, uno che non ha “capito il suo posto”.

II. L’ombra lunga dei poteri opachi: affari, massoneria, mafie

Non possiamo fare finta che questa destra nasca oggi, dal nulla. Una parte importante del blocco che la sostiene affonda le radici in un’area di centrodestra affarista, massonica, intrecciata per decenni con zone grigie del potere economico, mediatico e, in alcuni casi, con l’universo delle mafie.

Qui non siamo nel terreno delle insinuazioni, ma dei fatti accertati:
1. Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, era iscritto alla loggia massonica P2 con la tessera n. 1816, come ricostruito dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta.
2. Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura decisiva nel legame tra il partito e certi ambienti economico-mediatici, è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con Cosa Nostra fino agli anni Novanta. Questo elenco sarebbe molto più lungo, per ragioni di spazio rimando ad altri articoli scritti in passato, su queste persone, la maggior parte appartenenti a quell’area politica, oggi governativa.
3. Il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, documentato e smontato da un’altra Commissione parlamentare, disegnava già quarant’anni fa un progetto di controllo dei media, indebolimento del Parlamento, normalizzazione della magistratura, a uso e consumo di un blocco di potere economico e politico ristretto. Sulla loggia massonica Propaganda 2 si è veramente scritto tantissimo, ed atti passati in giudicato hanno appurato la contiguità a quel periodo di tentati golpe e stragi “di Stato”, dove pezzi di apparati di sicurezza statali, destra fascista eversiva, agivano insieme nel torbido, contro l’ordinamento democratico.

Quando oggi questa destra mette mano alla Costituzione e all’ordinamento giudiziario senza avere un proprio pensiero organico sulla giustizia sociale, sulla sanità, sulla scuola, è chiaro che l’unico “manuale” disponibile resta quello: più potere all’esecutivo, meno spazi di controllo, meno conflitto, meno contropoteri.

Dentro questo scenario, la separazione delle carriere non è un ritocco tecnico: è un modo per togliere di mezzo il pubblico ministero come soggetto davvero autonomo, soprattutto quando indaga su colletti bianchi, comitati d’affari, reti massoniche, ceti politici in odore di mafia.

III. Il diritto penale del gregge: punire i deboli, proteggere i forti

Negli ultimi anni abbiamo visto costruirsi, decreto dopo decreto, quello che molti giuristi hanno chiamato “diritto penale dell’insicurezza”.

I tratti essenziali, al netto delle differenze, sono ormai chiari:
1. Verso il basso, un diritto penale del nemico: più reati, più aggravanti, pene sproporzionate per comportamenti che hanno a che fare con il disagio sociale, la protesta, la marginalità (dai rave agli imbrattamenti, fino alle azioni dei movimenti climatici), uso compulsivo dei decreti emergenziali come risposta a ogni allarme mediatico.
2. Verso l’alto, un diritto penale dell’amico: depenalizzazioni, allentamenti prescrizionali, trucchi procedurali che rendono la vita più facile a chi può permettersi grandi studi legali, ai colletti bianchi, alle grandi imprese, con una particolare attenzione a evitare che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri di comando.
3. In mezzo, uno Stato che offre tutele crescenti alle forze dell’ordine, anche quando emergono abusi, e che si abituata a pensare la sicurezza più come ordine pubblico che come sicurezza sociale.

È la traduzione giuridica dell’idea calvinista rovesciata in chiave politica: chi è “benedetto” dal successo economico è legittimato a fare quasi tutto; chi è povero, fragile, conflittuale è un problema da disciplinare.

Per governare un gregge, non serve la giustizia; bastano la paura e il codice penale. Ecco perché questo assetto ha bisogno di una magistratura meno autonoma, meno imprevedibile, più “affidabile” per chi governa.

IV. Chi vota Sì? La linea di faglia tra cittadini e impuniti

In questo contesto la domanda diventa brutale: chi ha davvero interesse a questa riforma?

Non credo sia una frase infelice o improvvisata quando, in incontri pubblici, magistrati che vivono ogni giorno il processo penale ricordano che questa riforma piace soprattutto a chi ha conti aperti con la giustizia: indagati eccellenti, imputati, condannati che sognano un sistema in cui il pubblico ministero sia meno libero di toccarli, meno vicino al giudice, più esposto alla pressione politica e disciplinare.

Se guardiamo alla storia recente, vediamo un filo rosso:
1. Ogni volta che le indagini hanno provato a scalfire l’impunità dei poteri forti, dai sindacalisti uccisi e mai vendicati in Sicilia, alle inchieste sulle stragi di Stato, fino a Mani Pulite, si è alzata una controffensiva politica e mediatica contro le “toghe politicizzate”.
2. Ogni volta che un processo ha sfiorato o coinvolto i vertici della politica e dell’imprenditoria, subito è partita la campagna contro gli “abusi” dei pubblici ministeri, contro l’“invasione di campo” della magistratura.
3. Ogni volta che si è parlato di riforma della giustizia da parte di questa area politica, al centro non c’era il cittadino comune, ma il problema di “limitare il potere dei giudici” e, soprattutto, dei PM.

Se metto insieme questi elementi, faccio fatica a immaginare che la riforma Meloni–Nordio sia nata per difendere il cittadino vittima o la persona fragile che aspetta un processo più equo. Sembra fatta su misura per chi non sopporta più l’idea di poter essere indagato senza controllo politico.

V. La scelta non è tecnica: è una scelta di campo

Il cuore del ragionamento, a questo punto, è molto semplice. La domanda non è:

“È più elegante, dal punto di vista dogmatico, un processo con carriere separate o un processo con PM e giudici nello stesso ordine?”

La domanda vera è:

“Io, con la mia storia, i miei valori, la mia idea di società, mi riconosco nel progetto di mondo che sta dietro questa riforma?”

Se guardo ai tratti fondamentali di questa maggioranza:
1. Filoatlantismo spinto fino all’allineamento acritico con la destra trumpiana e con i suoi modelli di “legge e ordine”, con un’idea di sovranità usata più per reprimere conflitti interni che per difendere i diritti sociali.
2. Visione autoritaria della sicurezza, che preferisce il manganello ai servizi sociali, l’inasprimento delle pene alla prevenzione, la retorica dei “nemici interni” a una seria politica di coesione.
3. Continuità con una tradizione di centrodestra che ha intrecciato poteri opachi, massoneria, affari e, in alcune sue componenti, rapporti con le mafie e con la criminalità organizzata.
4. Rancore strutturale verso la Costituzione antifascista, percepita come un freno: premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura sono tutte mosse nella stessa direzione, concentrare potere e ridurre contropoteri.

Allora so che NON posso affidare alla stessa mano anche la riscrittura delle regole del gioco giudiziario, tanto meno quelle che riguardano l’organo che deve indagare proprio sui poteri forti.

VI. Perché il NO è l’unica risposta coerente

Io non voto No perché penso che la magistratura italiana sia perfetta. Non lo è. Conosco bene corporativismi, immobilismi, storture, correntismi degenerati. So che esistono abusi e errori anche tra i pubblici ministeri.

Voto No perché questa riforma non nasce per correggere quegli abusi, ma per ridurre lo spazio di conflitto tra i poteri. Nasce per rendere più prevedibile e più controllabile il ruolo del pubblico ministero. Nasce per rassicurare chi teme indagini scomode, non chi aspetta giustizia.

Voto No perché non accetto l’idea calvinista di una società divisa tra “eletti” e “dannati”, tra vincenti che comandano e perdenti che devono solo obbedire. La giustizia repubblicana, con tutti i suoi limiti, è stata uno dei pochi strumenti con cui i cittadini comuni hanno potuto, a volte, bussare alla porta dei “signori sopra la legge”.

Voto No perché non voglio vivere in un Paese in cui la paura diventa programma di governo, il diritto penale diventa lingua ufficiale del potere e la Costituzione viene ritagliata addosso alle esigenze di chi, oggi, occupa Palazzo Chigi e, domani, potrebbe essere chiunque altro.

Voto No perché penso che la vera alternativa non sia tra “giudici buoni” e “giudici cattivi”, ma tra una Repubblica in cui i poteri si controllano a vicenda e una Repubblica in cui uno solo, l’esecutivo, decide chi deve avere paura e chi no.

Se condividiamo l’idea di una società più giusta, più eguale, più aperta, se pensiamo che la Costituzione antifascista sia ancora il nostro orizzonte, allora non possiamo limitarci a dubitare. Dobbiamo dirlo con chiarezza: a questo disegno di giustizia piegata al potere la nostra risposta è NO.

Fonti essenziali (selezione)

I.

Francesco Coniglione: Sì o No nel referendum, la risposta non è tecnica ma politica.
Di Francesco Coniglione, pubblicato il 13 febbraio 2026 su Volere la Luna.

Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia, 2026.
II. Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (sul nesso tra calvinismo, predestinazione e successo economico).
III. Atti e documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (in particolare sulla tessera n. 1816 intestata a Silvio Berlusconi e sul Piano di rinascita democratica).
IV. Sentenze della Corte di Cassazione sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa (2014) e relative ricostruzioni giornalistiche.
V. Approfondimenti su riforma Meloni–Nordio, separazione delle carriere, doppio CSM e riforma disciplinare dei magistrati, con particolare riferimento al dibattito dottrinale e alle critiche di magistrati e costituzionalisti.

Generazione sotto assedio: come trasformare la rabbia in futuro e la solitudine in comunità

C’è una truffa che funziona meglio di tutte: convincere i giovani che il mondo com’è sia l’unico mondo possibile. È la truffa della guerra presentata come normalità, della violenza elevata a linguaggio pubblico, delle diseguaglianze spacciate per merito, del suprematismo capitalistico travestito da modernità. È la truffa più efficace perché non chiede adesione entusiasta: le basta l’abitudine. Le basta che si smetta di immaginare.

Eppure, se c’è un luogo dove l’abitudine non è mai stata davvero una casa, quel luogo è la giovinezza. Non per romanticismo, ma per condizione: chi vive un presente senza garanzie e un futuro senza promessa sviluppa una sensibilità particolare per la menzogna. Per questo, spesso, il conflitto generazionale non è un capriccio: è un verdetto. Non riguarda lo stile, ma la credibilità. Non riguarda i “modi”, ma la sostanza.

Qui si apre la domanda decisiva. Come si fa a rendere i giovani partecipi, senza ridurli a pubblico? Come si fa a farli autodeterminare, senza trasformare l’autonomia in una parola comoda da usare e impossibile da praticare?

La prima risposta è dura, ma liberante: non serve “includere” i giovani dentro cornici già decise. Serve che possano decidere la cornice. Perché la partecipazione, troppo spesso, è una poltrona in ultima fila in un teatro dove la sceneggiatura è già scritta. L’autodeterminazione, invece, è la possibilità di scrivere insieme la scena, di scegliere i personaggi, di cambiare la trama. Non è una concessione: è potere concreto.

C’è poi un equivoco che va dissolto. Quando esplode la rabbia giovanile, il mondo adulto tende a ridurla a problema di educazione o di ordine pubblico: “tornate nei ranghi”, “non è così che si protesta”, “dovete essere costruttivi”. Ma la rabbia non è un vizio morale. È spesso la forma grezza di una diagnosi: isolamento, esclusione, precarietà, umiliazione, mancanza di futuro. Non è solo povertà economica, è povertà di legami e di senso. È la sensazione di essere superflui in una società che pretende di essere meritocratica ma distribuisce possibilità come privilegi.

In questo vuoto, succedono due cose speculari. Da una parte, l’antagonismo rischia di diventare un gesto identitario, uno scontro fine a sé stesso: un modo per dire “esisto” quando ogni altra strada sembra chiusa. Dall’altra parte, la solidarietà rischia di ridursi a gesto buono e impotente, una compassione che consola chi la pratica ma non sposta i rapporti di forza. È proprio qui che si gioca la partita: ricomporre ciò che il sistema separa. Antagonismo e solidarietà non sono alternative, sono due polmoni della stessa lotta. Se ne manca uno, il respiro si spezza.

La trasformazione più difficile, allora, è questa: convertire la rabbia in progetto e la solidarietà in forza. Non significa addomesticare il conflitto, significa renderlo intelligente. Non significa spegnere l’indignazione, significa darle direzione. Perché il potere teme la rabbia solo finché è incontrollata; quando diventa organizzazione, quando diventa cultura, quando diventa comunità, allora diventa davvero pericolosa. Pericolosa nel senso più alto: capace di cambiare le cose.

Ma l’autodeterminazione non cresce nell’aria. Ha bisogno di condizioni materiali. E qui arriva il punto più concreto, quello che di solito viene ignorato da chi predica “partecipazione” senza mai sporcarsi le mani: servono spazi. Spazi fisici e spazi culturali.

Servono spazi fisici perché senza luoghi liberi, accessibili, non mercificati, la socialità viene compressa in due gabbie: consumo o solitudine. O ti ritrovi dove devi pagare per esistere, o ti ritrovi in una stanza dove l’unico mondo è uno schermo. Gli spazi fisici sono infrastrutture politiche: laboratori, circoli, case del popolo nuove, officine culturali, luoghi di studio e di creazione. Non sono un lusso per “fare aggregazione”: sono l’ossatura di una comunità che si educa da sé, che discute, che sperimenta, che costruisce.

Servono spazi culturali perché senza autonomia informativa l’immaginario resta colonizzato. Se i giovani vedono il mondo solo attraverso le lenti dei grandi media e degli algoritmi, la guerra diventa inevitabile, le diseguaglianze diventano naturali, la competizione diventa virtù, la povertà diventa colpa. L’autodeterminazione passa anche da una alfabetizzazione politica nuova: leggere il potere, riconoscere la propaganda, smontare le narrazioni che trasformano gli oppressi in colpevoli e i dominanti in amministratori “responsabili”.

Ed ecco che la partecipazione vera smette di essere un invito e diventa un processo. Un processo fatto di pratiche quotidiane che uniscono utilità sociale e coscienza politica, senza cadere né nel moralismo né nel velleitarismo.

Qui la strada non è un “modello” da imporre, ma alcune scelte nette che possono fare da bussola.

I) Autoformazione tra pari: non lezioni dall’alto, ma laboratori costruiti e guidati dai giovani, con strumenti reali per capire lavoro, precarietà, guerra, industria delle armi, ambiente, abitare, media, diritti.

II) Mutualismo che non si vergogna del conflitto: sportelli, reti di aiuto, casse di resistenza, doposcuola popolari, sostegno legale e sociale, pratiche che ricostruiscono legami e allo stesso tempo rendono visibile chi produce la sofferenza e chi la gestisce.

III) Regole condivise del dissenso: non per addomesticare la piazza, ma per proteggerla. Perché quando il conflitto si riduce a gesto individuale, spezza la massa, isola i più esposti, offre al potere il pretesto perfetto per reprimere.

IV) Autonomia comunicativa: canali, archivi, podcast, radio, giornalini, reti locali. Non per “fare marketing”, ma per sottrarre pezzi di realtà al monopolio della narrazione dominante.

A questo punto bisogna dire una verità che spesso viene taciuta: ogni volta che nascono spazi autonomi e pratiche collettive, prima o poi arrivano delegittimazione e repressione. In nome dell’ordine, della sicurezza, della decenza. È una costante storica: la società che predica libertà si irrigidisce appena qualcuno prova a esercitarla davvero, fuori dai recinti. Per questo l’autodeterminazione giovanile non ha bisogno di tutori, ma di alleati. Il ruolo del mondo adulto, quando vuole essere utile, non è guidare: è facilitare. Mettere a disposizione luoghi, competenze, coperture legali, reti, senza commissariare. Offrire infrastruttura, non paternalismo. E soprattutto: dare l’unico insegnamento che non suona falso, quello dell’esempio. Coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

In fondo, la posta in gioco è più grande dei giovani stessi. Se una generazione viene consegnata al cinismo o alla disperazione, l’intera società scivola verso la guerra di tutti contro tutti: tra poveri, tra territori, tra identità ferite. Se invece quella generazione trova strumenti, spazi, cultura, comunità, allora il futuro non è più una promessa elettorale: diventa un cantiere reale.

Il potere contemporaneo ha un’abilità raffinata: non si limita a governare i corpi, prova a spegnere l’immaginazione. Per questo l’autodeterminazione è già una forma di resistenza. E la partecipazione vera non è entrare in un sistema: è smettere di accettare che quel sistema sia l’orizzonte definitivo.

Chi teme i giovani non teme la loro rabbia. Teme la loro possibilità. Teme che trasformino la solitudine in comunità e la paura in dignità. Teme che, invece di adattarsi al mondo che gli viene servito, decidano di costruirne uno diverso.

Fonti essenziali
Guido Viale, “Antagonismo e solidarietà” (documento).

Francesca Albanese sotto accusa: quando dire la verità diventa un reato politico

C’è un momento preciso, quasi chirurgico, in cui capisci che non stanno discutendo una frase: stanno processando una funzione. Quando una relatrice delle Nazioni Unite viene trascinata in un processo alle intenzioni per parole mai pronunciate e strumentalmente interpretate, non è solo una persona a finire sotto tiro. È l’idea stessa che il diritto internazionale possa nominare i fatti, chiamare le responsabilità per nome, disturbare i potenti senza essere punito.

Il caso che investe Francesca Albanese non nasce da un refuso, né da una disputa accademica sul linguaggio. È una storia politica, con un innesco istituzionale chiaro e una traiettoria ancora più chiara: trasformare una denuncia in colpa, una critica in “odio”, un mandato ONU in un bersaglio da abbattere.

Dove parte davvero l’attacco: l’Assemblea nazionale come grilletto

Il punto di partenza è il forum di Doha del 7 febbraio 2026, organizzato da Al Jazeera, dove Albanese interviene con un videomessaggio. Nei giorni successivi, però, l’offensiva prende forma in Francia non sui social, ma nei palazzi.

Il 10 febbraio, la deputata Caroline Yadan e altri parlamentari francesi chiedono apertamente la rimozione della relatrice. Non è un dettaglio: è l’anticamera politica che prepara il terreno alla legittimazione governativa. La richiesta viene incastonata in un’accusa pesante, progettata per fare presa: si parla di “retorica demonizzatrice” e si spinge l’interpretazione fino a insinuare radici antisemite. 

L’11 febbraio, il passaggio di livello avviene nel luogo che conta: l’Assemblea nazionale. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot interviene in Parlamento, definisce le parole di Albanese “oltraggiose e irresponsabili” e sostiene che non avrebbero preso di mira il governo israeliano, ma “Israele come popolo e come nazione”. Annuncia inoltre che la Francia porterà la richiesta di dimissioni il 23 febbraio davanti al Consiglio dei diritti umani ONU. 

Questa sequenza è decisiva: prima la miccia parlamentare, poi la consacrazione governativa, infine l’atto formale in sede ONU. È così che un attacco mediatico diventa un caso diplomatico.

La frase contesa e la manipolazione del senso

Qui sta il nodo, prima ancora che linguistico: Francesca Albanese contesta di aver mai detto che “Israele è il nemico dell’umanità”. Il suo ragionamento, come riportato e poi chiarito pubblicamente, ruota su un’altra formula: il “nemico comune” non sarebbe un popolo, ma un sistema di complicità che rende possibile ciò che lei denuncia, fatto di coperture politiche, sostegno economico e finanziario, armi, e dispositivi tecnologici e comunicativi capaci di oscurare e normalizzare. 

La differenza è enorme, e proprio per questo viene schiacciata. Perché un conto è criticare un apparato di potere, un conto è colpire un’identità collettiva. Se trasformi la prima cosa nella seconda, hai già vinto: non devi più rispondere nel merito, devi solo invocare la scomunica.

Il riverbero italiano: UCEI e Lega, la stessa logica dell’espulsione

Come spesso accade, quando un Paese “autorevole” apre la strada, l’eco si propaga. In Italia interviene l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, con parole durissime, e la Lega annuncia una risoluzione che si unisce alla richiesta di dimissioni, sostenendo che chi parla in quei termini “fomenta sospetti” di antisemitismo e non sarebbe “super partes”. 

Il punto non è elencare le reazioni, ma coglierne la forma. La forma è sempre la stessa: non si entra nel merito delle denunce, si mette sotto processo la legittimità di chi denuncia.

La delegittimazione in tre mosse: come si fabbrica un bersaglio

Questo tipo di attacco funziona perché è una procedura, non un impulso.

I) Si sposta il fuoco dal contenuto al tono. La sostanza svanisce: non si discute ciò che viene denunciato, ma come viene detto, con l’obiettivo di rendere il linguaggio più scandaloso del fatto.

II) Si applica un marchio morale totalizzante. “Antisemita” diventa una parola-chiavistello: non serve a comprendere, serve a espellere. Chi la riceve non va confutato, va rimosso.

III) Si costruisce l’incompatibilità con il ruolo. La relatrice non è più una giurista con un mandato: diventa “un’attivista”. E quando la categoria cambia, la conclusione è automatica: dimissioni.

È una macchina che produce intimidazione. Non solo verso Albanese, ma verso chiunque, domani, vorrà usare il diritto internazionale come lente e non come cerimonia.

Perché i Relatori Speciali danno fastidio: indipendenti per definizione

Qui bisogna ricordare un fatto semplice, spesso cancellato dal rumore: le Special Procedures del Consiglio ONU per i diritti umani sono mandati affidati a esperti indipendenti, incaricati di monitorare, documentare e riferire pubblicamente. Il loro compito non è piacere agli Stati, ma mettere a verbale ciò che emerge dalle fonti e dalle verifiche, chiedere accesso, sollecitare cooperazione. 

Francesca Albanese è la Relatrice speciale per i territori palestinesi occupati dal 1967. Il suo mandato ha una ragion d’essere precisa: osservare e riferire, anche quando ciò che riferisce è scomodo. Se ogni parola che disturba viene trasformata in reato d’opinione, allora non resta un mandato: resta un ruolo ornamentale, buono per le foto e inutile per la verità.

Il precedente che pesa: quando la critica diventa punizione

Chi guarda questa vicenda come un episodio isolato sbaglia bersaglio. La pressione sui mandati ONU, quando toccano nervi scoperti, è diventata negli anni una pratica sistemica. Nel caso di Albanese, il contesto recente è già segnato da attacchi e tentativi di delegittimazione che mirano a svuotare la funzione stessa del relatore: non “controllo democratico”, ma neutralizzazione preventiva.

Quando la politica passa dalla critica alla punizione, il messaggio è sempre identico: “Se continui, paghi”. E quel messaggio, di solito, non è indirizzato a una sola persona.

L’accusa come clava: il danno doppio

C’è un danno doppio, e andrebbe detto senza paura.

Il primo danno colpisce la lotta reale contro l’antisemitismo. Se tutto diventa antisemitismo, la parola perde precisione, si trasforma in arma politica e finisce per banalizzare ciò che invece va riconosciuto e contrastato con rigore.

Il secondo danno colpisce la libertà del discorso pubblico. La critica a uno Stato e alle sue politiche viene riscritta come attacco identitario. È una scorciatoia pericolosa: sostituisce i fatti con le appartenenze, il merito con l’anatema.

Ed è qui che il caso Albanese diventa più grande di Albanese: perché riguarda la possibilità stessa di parlare dei fatti senza essere trascinati davanti a un tribunale morale.

La posta in gioco: o faro o lampione decorativo

Alla fine il discrimine è semplice.

O si accetta che un Relatore speciale possa essere rimosso perché un governo giudica “oltraggiose” parole, mal interpretate è strumentalizzate, che denunciano un sistema di complicità.

Oppure si difende un principio: questi mandati esistono proprio per dire ciò che gli Stati non vogliono sentirsi dire.

Se passa l’idea che basti un’etichetta morale, amplificata da una dinamica parlamentare e trasformata in iniziativa diplomatica, per far saltare un incarico ONU, allora domani qualunque relatore potrà essere neutralizzato allo stesso modo, su qualunque dossier scomodo. Il diritto internazionale, da faro, diventerà un lampione decorativo: acceso per scena, spento quando serve davvero.

Fonti

Sky TG24, “La Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese…” (11 febbraio 2026). 
Avvenire, “Israele, le parole di Francesca Albanese aprono un caso diplomatico e politico” (11 febbraio 2026). 
ANSA, “C’è un nemico comune dell’umanità: le parole sotto accusa…” (11 febbraio 2026). 
Il Fatto Quotidiano, ricostruzione della sequenza Yadan–Barrot e richiesta di dimissioni (11 febbraio 2026). 
Quotidiano.net, riferimento alla lettera di circa quaranta deputati macroniani e alla richiesta di iniziativa formale (11 febbraio 2026). 
Domani, dichiarazioni di Barrot all’Assemblea nazionale e richiesta al Consiglio ONU (11 febbraio 2026). 
Swissinfo (Keystone-ATS), dichiarazioni di Barrot e data del 23 febbraio (11 febbraio 2026).