Guerra, petrolio e scandali: come il potere si protegge mentre noi paghiamo il conto

L’attacco all’Iran fa impennare i prezzi dell’energia, le borse europee perdono quasi 900 miliardi in due giorni e Meloni convoca vertici d’emergenza senza avere risorse per intervenire. Nel frattempo, le industrie belliche incassano profitti record e oltreoceano gli Epstein Files svelano le reti oscure che tengono insieme il potere occidentale.

Il conto della guerra lo paghiamo noi

C’era da aspettarselo. Come sempre accade quando il mondo decide di fare la guerra invece della pace, i primi a pagare il conto non sono i generali, non sono i ministri, non sono i banchieri che finanziano gli arsenali: siamo noi. Famiglie, lavoratori, pensionati, piccole imprese. Quelli che non hanno fondi speculativi con cui coprirsi dai rischi, né contratti energetici blindati per anni.

L’escalation militare contro l’Iran ha già prodotto i suoi effetti sui mercati: il gas europeo è schizzato a 53,5 euro al megawattora, più che raddoppiato rispetto ai 30 euro di fine febbraio. Il petrolio Brent viaggia sopra gli 81 dollari al barile, contro i 59 di inizio anno. Le borse europee hanno bruciato in appena due sedute 879 miliardi di euro di capitalizzazione. Milano ha ceduto il 3,9% in una sola giornata.

Mentre le famiglie si preparano a ricevere bollette più care, c’è chi in questi momenti guadagna. I grandi trader energetici, i fondi speculativi posizionati long sul petrolio, le compagnie che vendono gas ai prezzi spot impazziti. Il capitalismo della guerra ha questa caratteristica strutturale: trasforma il dolore collettivo in profitto privato. Ogni bomba che cade da qualche parte nel mondo si traduce in un centesimo in più sul litro di benzina che mettiamo nel serbatoio.

I veri vincitori: il complesso militare-industriale

Eisenhower, nel suo discorso d’addio del 1961, avvertì l’America — e il mondo — del pericolo rappresentato da quello che lui stesso chiamò il “complesso militare-industriale”: quella commistione pericolosa tra industrie della difesa, apparato militare e potere politico capace di plasmare le decisioni di guerra e pace non secondo l’interesse dei popoli, ma secondo le logiche del profitto. Sessant’anni dopo, quella profezia si è avverata e amplificata oltre ogni previsione.

Ogni nuovo fronte di guerra — dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza all’Iran — è, per le grandi corporation della difesa, un’opportunità di business senza precedenti. Aziende come Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman, BAE Systems, Leonardo-Finmeccanica registrano trimestrali da record ogni volta che il termometro geopolitico sale. I contratti di fornitura si moltiplicano, i portafogli ordini esplodono, le azioni schizzano in borsa proprio mentre le borse europee affondano e le bollette delle famiglie italiane aumentano.

Non è una coincidenza: è un meccanismo. Le guerre non scoppiano nel vuoto. Vengono preparate, alimentate, a volte provocate, da un sistema di interessi in cui le lobby dell’industria bellica finanziano campagne elettorali, occupano posizioni nei ministeri della difesa attraverso le cosiddette “porte girevoli”, e contribuiscono a costruire il clima di emergenza permanente necessario a giustificare spese militari sempre crescenti. L’Europa, che per decenni aveva mantenuto un profilo relativamente prudente, si ritrova oggi a correre verso il riarmo: la NATO ha fissato al 3,5% del PIL il target minimo di spesa militare, e si parla già di portarlo al 5% o oltre.

In Italia, il governo Meloni — che pure si presenta come paladino degli “interessi nazionali” — ha già portato la spesa militare a circa 32 miliardi di euro annui e continua a spingere verso il 3,5% del PIL, il che significherebbe avvicinarsi ai 40 miliardi. Ogni euro in più per cannoni e cacciabombardieri è un euro in meno per sanità, scuola, sostegno alle famiglie in difficoltà. Un trasferimento di risorse dal basso verso l’alto, mascherato da imperativo geopolitico.

La logica è perversa nella sua semplicità: più il mondo è instabile, più le armi si vendono. Più le armi si vendono, più il mondo diventa instabile. Un circolo vizioso che arricchisce pochi e impoverisce molti, che trasforma i conflitti in commodity e i morti in voci di bilancio. Il tutto con la copertura ideologica della “difesa della democrazia”, dello “scudo atlantico”, dell'”ordine internazionale basato sulle regole” — regole che, guarda caso, vengono scritte sempre dagli stessi.

Meloni conta i centesimi mentre il fuoco divampa

La premier Giorgia Meloni ha convocato un vertice d’emergenza con i ministri competenti e gli amministratori delegati di Eni e Snam. Nell’apposita velina governativa si legge di “analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia”. Tradotto dal burocratese: nessuno sa cosa fare, ma bisogna dare l’impressione di stare facendo qualcosa.

La differenza con il passato è impietosa. Quando nel 2022 i prezzi dell’energia esplosero sull’onda dell’invasione russa dell’Ucraina, il governo Draghi impiegò quasi 50 miliardi di euro per tentare di tamponare. Il decreto d’emergenza valeva quasi 6 miliardi. L’attuale governo Meloni ha varato un provvedimento da meno di 3 miliardi, con effetti definiti “minimi” per le fasce di reddito basso e “risibili” per gli altri: 15-20 euro l’anno di risparmio. Una beffa.

L’Italia si trova relativamente ben posizionata sugli stoccaggi di gas — al 47,3% contro il 20,8% della Germania — ma riempirli in primavera a prezzi superiori ai 50 euro al megawattora significa caricare costi enormi sulle bollette future. Il governo aspetta e spera. Nessun provvedimento straordinario, nessuna visione d’insieme. Solo l’attesa che la tempesta passi, possibilmente prima delle prossime elezioni.

La doppia funzione della guerra: distrazione di massa

Le guerre capitalistiche servono sempre a due scopi: fare profitti e distrarre l’opinione pubblica. L’escalation militare contro l’Iran arriva in un momento particolarmente opportuno per certi ambienti del potere occidentale: proprio mentre negli Stati Uniti si apre uno dei capitoli più esplosivi della storia politica recente. Parliamo degli Epstein Files — tre milioni di pagine di documenti federali relativi al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, rilasciati in ottemperanza all’Epstein Files Transparency Act firmato dallo stesso Trump a novembre 2025.

Un gesto presentato come atto di trasparenza, che si sta rivelando un boomerang. Perché il nome di Trump compare in quei documenti con una frequenza che nessuna comunicazione presidenziale può silenziare. E perché proprio i file che lo riguardano più da vicino sono quelli che il Dipartimento di Giustizia — controllato dalla sua stessa amministrazione — si è affrettato a sottrarre alla consultazione pubblica.

Gli Epstein Files: il potere nella rete della vergogna

I numeri sono clamorosi: il nome di Donald Trump compare più di 38.000 volte nei 5.300 file del caso Epstein, stando all’analisi del New York Times. I documenti smentiscono dichiarazioni pubbliche dello stesso presidente: nel 2024 aveva affermato di non essere “mai stato sull’aereo di Epstein”, ma i file federali rivelano che i procuratori avevano raccolto prove del contrario già nel 2020. Un’email interna di Epstein del 2011 riferiva che Trump “sapeva delle ragazze” e “trascorreva ore a casa mia”.

Nei documenti FBI del 2021, una testimone racconta che Ghislaine Maxwell — condannata a 20 anni per traffico sessuale di minorenni — l’aveva “presentata” a Trump durante una festa di New York, illustrandone le qualità come si fa con un curriculum professionale. Il contesto che emerge è quello di un ambiente in cui le donne venivano trattate come merci da mostrare e condividere tra potenti.

Tra i nomi citati nei file compaiono, oltre a Trump, il principe Andrea d’Inghilterra, l’ex presidente Clinton, il segretario al Commercio Howard Lutnick ed Elon Musk. Tutti hanno negato ogni illecito. Ma il punto non è la singola accusa: è la rete, l’ambiente, il sistema di relazioni. È l’ecosistema in cui il potere si auto-riproduce, si protegge e decide le sorti del mondo.

Il depistaggio: quando il potere censura se stesso

La vera bomba, però, riguarda quello che manca dai file. Un’inchiesta dell’NPR ha rivelato che il Dipartimento di Giustizia ha ritirato o non pubblicato documenti specificamente legati ad accuse di abuso sessuale contro Trump: oltre cinquanta pagine di interviste FBI e note di conversazioni con una donna che avrebbe accusato il presidente di violenza sessuale quando era minorenne, intorno al 1983. Di quattro sessioni di intervista condotte dall’FBI tra il 2019 e il 2021, solo una è stata resa pubblica.

Il deputato Robert Garcia ha dichiarato di aver personalmente verificato l’assenza dei documenti mancanti anche nell’archivio riservato ai parlamentari: “C’è evidenza di un insabbiamento in corso. I documenti sono scomparsi dall’FBI e ora sono scomparsi anche dalla versione non redatta.” La risposta della Casa Bianca è stata affidata alla portavoce Abigail Jackson: “Trump è stato completamente scagionato da qualsiasi cosa riguardi Epstein.” Ma come si può essere scagionati da prove che non vengono rilasciate?

La domanda è così dirompente che persino il repubblicano James Comer, presidente del Comitato di Supervisione della Camera, ha annunciato un’indagine sul Dipartimento di Giustizia per i file mancanti. Quando un sistema di potere comincia a mangiarsi la propria narrativa, è il segnale che qualcosa di strutturalmente importante si sta incrinando.

Un sistema che si protegge: dalla guerra agli abusi di potere

C’è un filo rosso che unisce la crisi energetica che ci opprime, i profitti dell’industria bellica e lo scandalo Epstein che scuote il potere americano. Non è un filo di complotto: è di sistema. Chi detiene il potere — economico, militare, politico — usa quel potere per proteggersi, moltiplicarsi e perpetuarsi. I costi delle guerre li paghiamo noi. I proventi li incassano i fondi speculativi, le major petrolifere, i grandi appaltatori della difesa.

La rete di Epstein era la manifestazione più oscura di come il potere si consolida. Mettendo insieme i potenti in situazioni di complicità reciproca che diventano strumenti di mutuo ricatto e protezione. Non è un caso che Epstein sia morto in carcere in circostanze mai chiarite mentre attendeva il processo, e che il suo archivio di informazioni sui potenti sia diventato oggetto di una battaglia politica e giudiziaria senza precedenti.

Il complesso militare-industriale che lucra sulle guerre, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono attraverso scandali insabbiati, i governi che non hanno risorse per le famiglie ma trovano miliardi per i cannoni: sono le tre facce di uno stesso sistema. Un sistema che ha bisogno di crisi permanenti per sopravvivere, che ha bisogno di nemici da costruire e guerre da vendere.

Nessuna opposizione all’altezza: il vuoto che ci lascia soli

Di fronte a tutto questo, in Italia come altrove, non si intravede all’orizzonte alcuna opposizione capace di nominare le cose con il loro nome. Le forze di centrosinistra discutono di leadership e coalizioni, mentre le bollette salgono, i documenti sui potenti scompaiono dai database federali americani e le industrie belliche distribuiscono dividendi record. Si fa finta di non vedere il nesso tra le guerre che producono inflazione e i meccanismi di controllo e corruzione che tengono in piedi il sistema.

Viviamo in un mondo paradossale in cui chi dovrebbe rappresentarci si trova spesso dalla stessa parte di chi ci sfrutta. In cui le guerre vengono vendute come difesa della democrazia mentre servono a controllare risorse e mercati. In cui gli scandali dei potenti vengono usati come strumenti di ricatto reciproco tra élite, mentre si chiede alla gente comune moralità e rispetto delle regole.

Documentare, denunciare, connettere i puntini: è l’unico antidoto al conformismo e al silenzio. Non basta indignarsi: bisogna capire. E capire che la crisi energetica che ci stritola, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono e il complesso militare-industriale che trasforma la guerra in business non sono fenomeni separati. Sono le facce dello stesso sistema. Il sistema che siamo chiamati a cambiare, con la forza della conoscenza, dell’organizzazione e della partecipazione democratica dal basso.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com

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