Il nemico necessarioDa Parigi a Torino: come il fascismo 2.0 trasforma la politica in “ordine pubblico”

C’è un filo che unisce due scene solo apparentemente lontane. La prima è un convegno internazionale a Parigi dedicato a “neoliberalismi, neofascismi, neopopulismi”, con una traccia dichiaratamente foucaultiana (“Spettri di Foucault”) e l’allarme, lucidissimo, sul ritorno del fascismo come dispositivo moderno di governo. La seconda è Torino, corso Regina Margherita 47, lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il quartiere blindato, le cariche, gli idranti, i lacrimogeni, la narrazione pubblica ridotta a un unico spartito: sicurezza, decoro, legalità.

Se vogliamo capire che cosa sta succedendo, dobbiamo guardare quel filo senza spezzarlo. Perché il punto non è Askatasuna “in sé”, e non è nemmeno la singola misura repressiva “in sé”. Il punto è la tecnica politica che torna, aggiornata: creare il nemico per governare, dividere per comandare, usare paura e disciplinamento come collante di un ordine sociale sempre più ingiusto. È il fascismo senza fez e senza olio di ricino: cravatta blu, talk show, algoritmi, decreti, questure. È un fascismo 2.0, che ha imparato a presentarsi come semplice amministrazione dell’esistente.

La fabbrica del nemico: quando la guerra entra nella politica

Nel ragionamento emerso a Parigi, e rilanciato con forza da chi in quell’ambiente ha ancora la statura dei “grandi vecchi” della teoria critica, il fascismo non è un’icona museale: è un risultato politico possibile quando il liberalismo si corrompe, quando il neoliberismo si fa autoritario, quando il turbocapitalismo (oggi tecnocapitalismo) ha bisogno di una società docile, sorvegliata, mobilitata e divisa.

Qui sta il cuore del meccanismo: per trasformare una comunità in una folla governabile, serve una minaccia continua. Un nemico “alle porte” e, soprattutto, un nemico “interno” da stanare. A quel punto la politica smette di essere confronto e diventa prosecuzione del conflitto con altri mezzi: una guerra a bassa intensità condotta dentro la società, sulle parole, sulle immagini, sulle categorie morali. E più cresce l’insicurezza materiale, più questo teatro funziona: perché la paura cerca scorciatoie, e il potere è sempre felice di offrirgliene una.

Torino, corso Regina 47: un caso che parla a tutto il Paese

Dentro questa cornice, Askatasuna diventa un simbolo comodo. Non perché “tutto sia giusto” o “tutto sia sbagliato” in ciò che ruota attorno a un centro sociale. Ma perché uno spazio così, quando è radicato, quando produce mutualismo, cultura, relazioni, perfino una forma di socialità non mercificata, è l’esatto contrario della cittadinanza passiva che il neoliberismo preferisce. E quindi va ricondotto a problema di ordine pubblico.

I fatti recenti sono noti: il centro sociale Askatasuna è stato sgomberato il 18 dicembre 2025, con un’operazione della Digos; nei giorni successivi si sono svolte manifestazioni e scontri, con l’uso di idranti e lacrimogeni e una città messa in assetto di contenimento.

Il messaggio politico è stato esplicito anche nelle dichiarazioni: il ministro dell’Interno ha rivendicato una linea di “sgomberi” e una regola operativa di intervento rapido sulle nuove occupazioni, presentando l’azione come segnale dello Stato e come parte di una strategia più ampia.

Ma c’è un dettaglio che, se lo guardi bene, illumina la scena: negli stessi mesi in cui si discuteva del destino di Askatasuna, emergeva anche il percorso (difficile e contestato) di riconoscimento/coprogettazione con il Comune come “bene comune”, cioè come spazio da normare e rendere trasparente senza cancellarne la funzione sociale. Ed è qui che la vicenda diventa rivelatrice: quando un territorio tenta una mediazione amministrativa e politica, il potere centrale può scegliere la scorciatoia muscolare, scavalcando la grammatica locale e imponendo la grammatica nazionale dell’emergenza.

Non solo: sul piano giudiziario, nel maxi-processo legato ad Askatasuna, l’impianto più pesante (l’associazione a delinquere) è stato respinto in primo grado, pur restando condanne per singoli reati. Questo non “assolve” un mondo, ma mostra quanto sia delicata la linea che separa la giustizia dai teoremi politici.

La base materiale: salari, precarietà, frustrazione come carburante politico

La fabbrica del nemico non nasce nel vuoto. Ha bisogno di un combustibile sociale. E quel combustibile, in Italia, è la fatica quotidiana: lavoro povero, precarietà, ascensore sociale rotto, rabbia che non trova rappresentanza. Quando le condizioni materiali peggiorano, il potere ha due strade: redistribuire o distrarre. La prima costa. La seconda rende.

Qui i numeri sono impietosi: l’OCSE ha segnalato che l’Italia è tra i Paesi dove la caduta dei salari reali è stata più marcata tra le grandi economie, e che a inizio 2024 i salari reali erano ancora sotto i livelli pre-pandemia.
In parallelo, le statistiche europee sui costi del lavoro mostrano fratture enormi tra Paesi UE, che alimentano competizione al ribasso e insicurezza sociale.

In un contesto così, l’ossessione per il “nemico interno” diventa una scorciatoia narrativa perfetta: sposti l’asse dal conflitto verticale (chi concentra ricchezza e potere, chi lavora e perde terreno) al conflitto orizzontale (noi contro loro), e il gioco è fatto. Il nemico è il migrante, il “fannullone”, l’attivista, lo studente, il centro sociale, il picchetto, il corteo. Intanto, però, le gerarchie sociali si irrigidiscono e gli apparati di controllo si espandono, anche grazie alle tecnologie che colonizzano attenzione e immaginario. È esattamente ciò che, a Parigi, veniva descritto come ritorno del fascismo nella forma della mobilitazione permanente e della sorveglianza normalizzata.

Askatasuna come cartina di tornasole: colpire l’esempio, non solo il luogo

Ecco perché Askatasuna non è solo un indirizzo. È una cartina di tornasole.

Uno spazio fisico di aggregazione autonoma, se funziona davvero, produce tre cose che al potere danno fastidio:
produce legami (quindi fiducia tra persone non “intermediate”);
produce pratiche (mutualismo, cultura, autoformazione);
produce senso comune alternativo (cioè un’altra idea di normalità).

Per dirla in modo semplice: se in un quartiere esiste un luogo dove la gente impara che si può vivere anche senza chiedere il permesso al mercato per ogni respiro, quel luogo è un precedente. E i precedenti, in politica, sono più pericolosi delle parole.

Da qui la logica dell’esibizione muscolare: non basta chiudere una porta, bisogna mostrare che la porta la chiude “lo Stato”, e che chi prova a riaprirla verrà trattato come minaccia. È un teatro pedagogico: serve a educare, non solo a reprimere.

Che fare: cento spazi, mille ponti, una politica che torni a respirare

La risposta più intelligente, paradossalmente, è già dentro il problema: ricostruire luoghi. Luoghi fisici, non solo pagine social. Luoghi dove la politica torna a essere relazione, organizzazione, cura, conflitto ragionato. Perché se il fascismo 2.0 lavora sulla solitudine e sulla paura, l’antidoto è comunità e coraggio.

Non si tratta di santificare ogni esperienza, né di inseguire avanguardie autoreferenziali. Si tratta di una cosa più difficile e più concreta: creare spazi “abitabili” anche da chi oggi non milita, da chi diffida dei partiti, da chi ha smesso di credere alle sigle ma non ha smesso di avere bisogno di senso e dignità. E allora sì, l’idea “facciamone cento, mille” non è retorica: è un programma minimo di difesa democratica.

Perché il vero spartiacque, oggi, è questo: o accettiamo che la politica diventi una questione di polizia, o ricominciamo a fare politica come costruzione di popolo, nel senso più alto e costituzionale del termine. Senza nemici inventati. Con i conflitti reali messi finalmente sul tavolo: lavoro, diritti, disuguaglianze, guerra, riarmo, autoritarismo strisciante.

Fonti essenziali
• Angelo d’Orsi, “La creazione del nemico è un nuovo ‘fascismo 2.0’”, Il Fatto Quotidiano, 23 dicembre 2025.
• Cronache sullo sgombero di Askatasuna e sulle manifestazioni (ANSA; RaiNews; Sky TG24).
• Interventi e interviste del ministro dell’Interno sul tema sgomberi (Ministero dell’Interno).
• Dibattito su coprogettazione/beni comuni e iter amministrativo (Jacobin Italia; il manifesto).
• Esiti e quadro del maxi-processo (il manifesto; La Stampa).
• Dati su salari reali e mercato del lavoro (OCSE; Eurostat).

L’armata di Trump contro il Venezuela: delirio di onnipotenza dell’impero del male

Quando un post social diventa una quasi-dichiarazione di guerra

Con poche righe su Truth Social, Donald Trump ha trasformato un social network in un megafono per un atto di ostilità che sfiora la dichiarazione di guerra. Ha annunciato un blocco “totale e completo” di tutte le petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, ha definito il governo di Nicolás Maduro una “organizzazione terroristica straniera” e ha accusato Caracas di aver “rubato” petrolio, terra e beni che, a suo dire, apparterrebbero agli Stati Uniti.

In quelle frasi non c’è soltanto arroganza personale. C’è la logica di quello che oggi, senza infingimenti, può essere definito l’impero del male a stelle e strisce: una potenza che si arroga il diritto di dettare la gerarchia dei popoli, rovescia il senso di parole come legalità, proprietà, sicurezza, e pretende di trasformare ogni esercizio di sovranità in un sospetto di criminalità.

Il registro scelto da Trump non è solo imperiale, è anche apertamente mafioso. Il messaggio ricorda quello di un boss che si presenta dal commerciante di quartiere: “Questo territorio è mio, stai usando i miei marciapiedi, i miei muri, i miei clienti. Se non paghi, ti chiudo”. Solo che qui non si parla di un negozio a Brooklyn, ma di uno Stato sovrano, delle sue risorse energetiche, del suo mare, del suo popolo.

Il Venezuela diventa così il laboratorio dove l’impero del male mostra il suo volto più nudo. E il rischio non riguarda solo Caracas. Una simile escalation, se non viene fermata politicamente e diplomaticamente, può trasformare il Centro e il Sudamerica in un nuovo fronte di tensione permanente, aperto in nome dell’ordine, ma costruito per difendere profitti, controllo delle risorse e gerarchie di potere.
1. Che cosa significa davvero “blocco totale” delle petroliere

Trump annuncia un blocco “totale e completo” delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela. Tecnicamente il riferimento è alle navi già inserite nelle liste unilaterali del Tesoro statunitense, ma al di là del linguaggio burocratico l’operazione è chiaramente politica.

In concreto significa tre cose. Primo, gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere quali navi possano circolare, quali merci possano muoversi, quali transazioni energetiche siano “legittime”, non in base al diritto internazionale, ma alle proprie liste di proscrizione. Secondo, questo potere non si limita ai porti statunitensi, ma viene proiettato sulle rotte marittime, trasformando tratti di oceano in uno spazio di polizia privata dell’impero. Terzo, il confine tra sanzione economica e blocco navale di fatto si assottiglia, perché un paese la cui economia si regge sull’export di energia viene colpito nei canali fondamentali della propria sopravvivenza.

Nel diritto internazionale classico, un blocco navale è un atto di guerra, anche quando viene mascherato da misura “tecnica” o “difensiva”. Qui la parola guerra non viene pronunciata, ma se un paese annuncia che fermerà tutte le navi “sospette”, circonda militarmente un’area e rivendica il potere di sequestrare o attaccare, la sostanza non cambia. È un’operazione economico-militare condotta contro uno Stato che non ha aggredito gli Stati Uniti, se non osando riportare sotto controllo pubblico il proprio petrolio e le proprie risorse.
2. Dal “regime canaglia” al “governo terrorista”: manuale per costruire un nemico assoluto

Nel post di Trump, il governo venezuelano non è trattato come un interlocutore politico, ma come una “organizzazione terroristica straniera”. È un salto di qualità gravissimo nel linguaggio e nella dottrina.

Quando una potenza imperiale decide che un altro Stato non è più un governo ma un soggetto criminale equiparabile a un gruppo terrorista, accadono almeno tre cose. Primo, viene cancellata la possibilità stessa di riconoscere la legittimità di un conflitto politico. Secondo, ogni misura ostile – sanzioni, sequestri, blocchi, perfino bombardamenti – può essere presentata come operazione di polizia, non come atto di guerra. Terzo, chiunque, nel mondo, intrattenga rapporti economici o diplomatici con quello Stato può essere delegittimato come “complice del terrorismo”.

È una tecnica collaudata. Prima si demonizza, poi si disumanizza, infine si criminalizza. L’avversario non è più qualcuno con cui si discute, diventa “male assoluto”. A quel punto, quasi ogni forma di violenza può essere raccontata come necessaria.

Su questa costruzione si innesta l’elemento mafioso. Un boss non riconosce l’esistenza di eguali, vede soltanto territori da controllare e bande “rivali” da eliminare. Quando Trump parla del Venezuela non come Stato ma come “organizzazione terrorista”, il messaggio implicito è chiaro: state occupando un deposito di risorse che, in fondo, considero mio.
3. L’armata nel Caribe: la forza come linguaggio dell’impero

Trump scrive che il Venezuela è “completamente circondato dalla più grande armata mai radunata nella storia del Sud America” e annuncia che quella presenza “diventerà sempre più grande”. L’iperbole propagandistica è evidente, ma il segnale politico non va sottovalutato: l’impero del male sta dispiegando in modo visibile la propria capacità militare alle porte del paese che vuole piegare.

La militarizzazione del Caribe, con navi da guerra, aerei, sottomarini, basi avanzate e manovre congiunte, non è un’esercitazione neutra. È una pressione strutturale. Serve a intimidire il governo venezuelano, spingendolo ad accettare condizioni economiche e politiche imposte dall’esterno. Serve a seminare paura nella popolazione, alimentando la percezione di un conflitto imminente e facendo apparire la “transizione” gradita a Washington come unico scudo possibile. Serve anche a lanciare un messaggio a tutta l’America Latina: chi proverà a seguire la stessa strada di autonomia sarà esposto allo stesso dispositivo di accerchiamento.

È la logica della “lezione esemplare” già applicata in altre stagioni storiche. Ogni paese che tenta di sottrarsi al dogma neoliberista, che prova a ridistribuire le proprie ricchezze e a riorientare la politica estera, viene trasformato in bersaglio, affinché gli altri imparino. Oggi i Caraibi tornano ad essere il teatro di questa pedagogia del terrore, in una versione ancora più spregiudicata, amplificata dai social e dalla retorica della “guerra al crimine”.
4. Dalla guerra economica alla caccia all’uomo in mare

Il blocco annunciato alle petroliere arriva al termine di anni di guerra economica: sanzioni devastanti, congelamento di beni, contenziosi sugli asset all’estero, esclusione di fatto dai circuiti finanziari dominanti. L’obiettivo dichiarato da falchi e strateghi dell’amministrazione è sempre lo stesso: “far collassare il regime”, cioè piegare un intero paese affamandolo.

Negli ultimi mesi questo assedio ha assunto anche una forma brutale sul mare. In nome della “lotta al narcotraffico”, unità militari statunitensi hanno colpito imbarcazioni considerate “sospette”, causando decine di morti. Nel racconto ufficiale, sono sempre “narcos” o “terroristi”. Ma le testimonianze raccolte in Venezuela parlano di pescatori, lavoratori poveri, persone che cercavano di sopravvivere in un’economia strangolata dalle sanzioni.

Il punto di non ritorno è rappresentato dall’episodio più recente, quello dei naufraghi: dopo l’affondamento di una barca, fonti venezuelane denunciano che navi militari statunitensi hanno aperto il fuoco su chi si trovava già in acqua. L’immagine è di una crudeltà spietata. Non basta neutralizzare il mezzo, bisogna colpire chi tenta di salvarsi, cancellare i corpi, eliminare i testimoni.

Sul piano politico-giuridico, è un salto drammatico: dalla guerra alle infrastrutture alla soppressione fisica di esseri umani inermi. È l’equivalente marittimo di un’esecuzione a sangue freddo, ammantata dal linguaggio della “sicurezza” e del “contrasto al crimine organizzato”.

Un potere che ordina di affondare barche e poi di sparare sui naufraghi somiglia meno a uno Stato di diritto che a una cosca armata con bandiera e ambasciate. Con una differenza decisiva: questa cosca dispone di portaerei, basi militari in mezzo mondo, una rete di alleanze e un apparato mediatico in grado di raccontare tutto questo come difesa della legalità.
5. Il mito del petrolio “rubato”: quando il rapinatore grida al ladro

Tra le frasi pronunciate da Trump ce n’è una che sintetizza la logica predatoria di questa fase: il Venezuela, dice, deve “restituire tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci ha rubato”.

La realtà è esattamente rovesciata. Primo, il petrolio del sottosuolo venezuelano appartiene, per qualsiasi criterio di diritto internazionale, al popolo venezuelano. Secondo, le nazionalizzazioni e le riforme bolivariane hanno avuto un obiettivo preciso: interrompere un sistema di spoliazione in cui le corporation straniere, protette politicamente da Washington, estraevano valore in cambio di ritorni minimi per la popolazione locale. Terzo, se c’è stato un “furto”, esso va cercato in decenni di rendita coloniale, non in un processo di ripubblicizzazione delle risorse.

Eppure l’impero ha bisogno di raccontarsi come vittima. Come spesso avviene nelle dinamiche mafiose, il pizzo viene rappresentato come un diritto naturale, e il rifiuto di pagarlo come un’ingiustizia intollerabile. Il linguaggio di Trump non è una gaffe estemporanea, è la confessione del movente: considerare il petrolio venezuelano “nostro”, parte del patrimonio strategico dell’Occidente, di cui Caracas avrebbe abusato.

Questa retorica serve a costruire un alibi morale per il saccheggio. Se si convince l’opinione pubblica che qualcuno ha sottratto ciò che “apparteneva” agli Stati Uniti, ogni azione per “recuperarlo” sembrerà più accettabile: sequestri, blocchi, cambi di regime. Che “quel qualcosa” siano milioni di barili e interi pezzi di territorio nazionale passa in secondo piano, inghiottito dallo spettacolo mediatico.
6. Politiche redistributive sotto assedio: il vero peccato capitale agli occhi dell’impero

Dietro la cortina fumogena di parole come “corruzione”, “inefficienza”, “instabilità”, il cuore del conflitto resta uno: il Venezuela viene punito perché ha usato la propria ricchezza per redistribuire.

L’esperienza bolivariana – soprattutto nella fase di Hugo Chávez – ha rappresentato uno scandalo concreto per il neoliberismo globale. La rendita petrolifera è stata impiegata per finanziare sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali diffusi. I livelli di povertà estrema e analfabetismo sono stati ridotti in modo significativo in un paese che era stato modellato per restare dipendente e diseguale. Sono state valorizzate forme di partecipazione popolare, comunas, spazi di controllo sociale sulle scelte strategiche.

In un mondo governato dalla logica del profitto privato e dalla redistribuzione verso l’alto, un governo che tenta di invertire il flusso diventa inevitabilmente nemico. Non perché sia immune da errori o contraddizioni, ma perché dimostra, nella pratica, che una parte della ricchezza nazionale può essere destinata al benessere collettivo invece che ai bilanci delle multinazionali.

In questo quadro, insistere esclusivamente sui “limiti” del modello venezuelano, senza nominare la guerra economica che lo colpisce, significa adottare la lente dell’aggressore. La fame, la scarsità, il crollo di interi settori produttivi non sono il frutto di un astratto peccato di “populismo”, ma l’effetto di un assedio coordinato. Il vero crimine, agli occhi dell’impero, non è aver governato male, ma aver tentato di governare contro il dogma neoliberista.
7. L’impero del male a stelle e strisce: da Reagan a Trump, un rovesciamento necessario

Negli anni Ottanta, Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero del male”. Era lo slogan perfetto per la guerra fredda: dividere il mondo in campi morali contrapposti e occultare, dietro quella retorica, colpi di Stato, dittature amiche, guerre sporche in America Latina finanziate e armate da Washington.

Oggi, di fronte a quanto accade in Venezuela e in molti altri scenari, quella etichetta può essere restituita al mittente. L’impero del male è quello che devasta paesi con guerre illegali, dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia all’Afghanistan, lasciando scie di macerie e instabilità. È quello che impone sanzioni che affamano intere popolazioni, per poi accusare i governi colpiti di “non saper gestire l’economia”. È quello che sostiene colpi di Stato “costituzionali”, golpe militari e cambi di regime ogni volta che una scelta democratica contrasta con i propri interessi. Ed è quello che ora, nel cuore del continente latinoamericano, circonda un paese con una flotta, blocca le sue navi, colpisce le sue imbarcazioni, pretende di dettare la sua politica energetica.

La continuità è evidente: l’impero continua a presentarsi come garante della libertà, mentre considera il resto del mondo come uno spazio da riorganizzare secondo le proprie convenienze. La novità della fase Trump è soprattutto stilistica: non occorrono più grandi architetture ideologiche. Basta scrivere su un social che “il petrolio, la terra e le ricchezze di un altro paese sono nostre” e che, se non vengono “restituite”, scatterà il blocco totale.

È un linguaggio che chi conosce il potere delle mafie riconosce immediatamente. È la stessa grammatica del pizzo, trasferita dal bar di quartiere alla geopolitica globale.
8. Trump come capo-clan: il metodo mafioso elevato a politica estera

Se si spogliano le dichiarazioni di Trump delle bandiere e della retorica patriottica, ciò che resta è il comportamento tipico di un capo-clan.

Gli elementi sono tutti lì. C’è la pretesa di proprietà su qualcosa che non appartiene agli Stati Uniti, ma a un altro popolo. C’è la minaccia esplicita: o “restituite” le vostre ricchezze, o scatterà un blocco totale delle vostre rotte energetiche. C’è il dispiegamento ostentato di forza: la più grande armata nel Caribe, navi, aerei, sottomarini, a segnalare che la punizione è pronta. C’è la trasformazione di un intero territorio in “zona controllata”, dove il transito è consentito solo a chi accetta le regole e i ricatti del potere dominante.

La differenza con un’organizzazione criminale tradizionale è che, qui, il capo-clan agisce all’interno della copertura di uno Stato che da decenni si pone di fatto al di sopra del diritto internazionale. Questo intreccio tra logica mafiosa e potenza imperiale rende la situazione ancora più pericolosa, perché riduce al minimo i possibili contrappesi.

Il messaggio rivolto al Venezuela, in filigrana, è brutale: avete osato cambiare le regole, usare la vostra ricchezza per il vostro popolo e non per i miei alleati. Ora vi chiudo i rubinetti, vi circondo, distruggo le vostre navi, vi lascio senza ossigeno economico. E chiamerò tutto questo difesa della libertà, lotta al terrorismo, tutela della sicurezza.

È la logica del racket, proiettata su scala planetaria.
9. Il rischio di un incendio continentale

Un blocco navale di fatto, la designazione del governo venezuelano come “organizzazione terroristica”, la guerra alle imbarcazioni, il dispiegamento di una flotta nel Caribe: nulla di tutto questo resterà senza conseguenze regionali.

L’America Latina è un sistema intrecciato, dove economie, rotte commerciali, processi politici sono profondamente interdipendenti. Un’escalation contro Caracas può innanzitutto innescare tensioni con paesi confinanti o vicini, obbligati a scegliere se adeguarsi alle richieste statunitensi o difendere la propria sovranità commerciale. Può approfondire la frattura tra governi completamente allineati all’agenda di Washington e governi che cercano, pur tra mille limiti, una collocazione più autonoma. Può alimentare nuovi cicli di militarizzazione interna, repressione e criminalizzazione dei movimenti sociali, con il pretesto di “contenere” l’influenza di uno Stato ormai dipinto come focolaio di terrorismo e narcotraffico.

La storia contemporanea del continente è piena di “lezioni esemplari” impartite dagli Stati Uniti: dal Guatemala al Cile, da Grenada a Panama. Ogni volta che Washington ha “rimesso ordine”, ha lasciato dietro di sé dittature, desaparecidos, tortura, privatizzazioni selvagge, svendita delle risorse. Illudersi che questa volta possa essere diverso, solo perché la retorica parla di diritti umani e guerra alla droga, significa chiudere gli occhi di fronte alle continuità storiche.
10. Diritto internazionale, Nazioni Unite e il silenzio delle complicità

Il governo venezuelano ha annunciato l’intenzione di portare il caso alle Nazioni Unite, denunciando la violazione del diritto internazionale, del libero commercio e della libertà di navigazione. È un atto necessario, ma anche un test sulla credibilità dell’ordine giuridico globale.

La sproporzione è evidente. Se un paese del Sud del mondo tentasse di imporre un blocco navale unilaterale in un’area strategica, verrebbe immediatamente definito aggressore e colpito da sanzioni. Se un governo non allineato affondasse imbarcazioni e aprisse il fuoco sui naufraghi, verrebbero invocati tribunali penali internazionali, commissioni d’inchiesta, condanne ufficiali. Se uno Stato dichiarasse pubblicamente che il sottosuolo e le ricchezze di un altro paese “gli appartengono”, verrebbe considerato una minaccia diretta alla pace.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la reazione prevalente è spesso il silenzio, qualche comunicato prudente, al massimo un generico richiamo alla “moderazione”. È il doppio standard strutturale dell’impero: le regole per gli altri, le eccezioni per sé.

In questo copione, l’ONU rischia di ridursi al ruolo di archivio delle proteste, più che di arena capace di imporre vincoli effettivi. La partita vera si gioca nei rapporti di forza politici e nella capacità dei paesi e dei movimenti popolari di costruire un fronte che rifiuti questo tipo di ricatto. Se questo non avverrà, l’assedio al Venezuela diventerà un modello esportabile: uno schema da applicare, domani, contro qualsiasi Stato non allineato che osi mettere le risorse nazionali al servizio della propria popolazione.

In conclusione, Difendere il Venezuela per difendere il principio di sovranità

Il caso del Venezuela, con il blocco annunciato delle petroliere, la militarizzazione del Caribe, gli attacchi alle imbarcazioni e il fuoco sui naufraghi, è una radiografia dell’epoca che stiamo attraversando.

Da una parte c’è un paese che, con tutte le sue difficoltà, ha provato a usare la ricchezza del sottosuolo per ridurre povertà e analfabetismo, per costruire una sanità pubblica più estesa, per sperimentare forme di partecipazione popolare. Un paese che rivendica il diritto elementare di decidere cosa fare del proprio petrolio, della propria terra, delle proprie risorse.

Dall’altra c’è un impero che non tollera che un popolo si emancipi dalla sua tutela, considera la redistribuzione un affronto alla propria religione neoliberista, si comporta come un potere mafioso con mezzi illimitati, pretendendo “restituzioni” di ricchezze che non gli appartengono e punendo la disobbedienza con sanzioni, blocchi, minacce armate.

La domanda che il Venezuela pone al mondo è semplice e decisiva: vogliamo un ordine internazionale in cui sovranità, redistribuzione, giustizia sociale siano considerati diritti, o vogliamo un sistema in cui diventano reati se contraddicono gli interessi dell’impero? È accettabile che un presidente possa trasformare un post sui social nel pretesto per circondare un paese con una flotta e strangolarne l’economia?

Difendere oggi il diritto del Venezuela a esistere e a decidere del proprio destino non significa chiudere gli occhi su ogni contraddizione interna. Significa difendere un principio universale: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più armamenti e più influenza finanziaria. Significa rifiutare che la “lotta alla droga” diventi copertura per affondare barche e colpire naufraghi. Significa dire, con chiarezza, che il linguaggio mafioso non può essere normalizzato come lingua ufficiale delle relazioni internazionali.

Se l’impero del male riuscirà a piegare il Venezuela, avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà imposto un precedente: che uno Stato che osa redistribuire, che prova a liberare il proprio popolo dalla fame e dalla dipendenza, può essere circondato, strangolato, umiliato, e che tutto questo può essere raccontato come “pace” e “sicurezza”.

Sta a noi decidere se accettare questa riscrittura o se, almeno, iniziare a smascherarla. Perché prima di cambiare i rapporti di forza, occorre riconoscere le parole per ciò che sono: non “difesa della libertà”, ma ricatto; non “guerra al crimine”, ma guerra ai popoli; non “ordine internazionale”, ma dominio mafioso rivestito di legalità apparente.

Fonti
1. Adnkronos, “Venezuela, Trump ordina blocco totale petroliere sanzionate in entrata e in uscita”, 17 dicembre 2025.
2. RaiNews, servizi e approfondimenti sul dispiegamento navale statunitense nel Caribe e sulle reazioni di Venezuela, Russia, Cina e Nazioni Unite.
3. Il Fatto Quotidiano, articoli su sequestro di petroliere, blocco navale di fatto e tensioni USA-Venezuela nel dicembre 2025.
4. Milano Finanza e altre testate economiche, analisi sull’impatto del blocco delle petroliere venezuelane sui prezzi del greggio e sui mercati energetici.
5. Pino Arlacchi, “La grande bufala contro il Venezuela: la geopolitica del petrolio travestita da lotta alla droga”, L’Antidiplomatico.
6. Dossier e interviste a Pino Arlacchi su Vietato Parlare, CESDA e PeaceLink sul ruolo reale del Venezuela nelle rotte del narcotraffico e sulla costruzione del “narco-Stato”.
7. Geraldina Colotti, articoli e reportage su guarimbas, Operazione Gedeón, destabilizzazione del Venezuela e ruolo dell’opposizione filo-statunitense, pubblicati su La Città Futura, Sinistra in Rete, CubaInformazione, Pagine Esteri.
8. Analisi e commenti di Geraldina Colotti e altri autori critici sull’assegnazione del Nobel a María Corina Machado e sulla sua funzione politica in chiave di cambio di regime.
9. UNODC, World Drug Report (edizioni recenti), dati su produzione di coca, rotte della cocaina e ruolo dei diversi paesi latinoamericani nel traffico internazionale.
10. OPEC, Annual Statistical Bulletin, tabelle e dati comparati sulle riserve petrolifere mondiali, con particolare riferimento alla posizione del Venezuela e alla Faja del Orinoco.
11. Center for Economic and Policy Research (CEPR), studi di Mark Weisbrot, Jeffrey Sachs e altri sull’impatto delle sanzioni economiche sul Venezuela e sul nesso tra misure coercitive unilaterali e crisi umanitaria.
12. Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) e relazioni di esperti indipendenti sulle conseguenze delle sanzioni unilaterali sui diritti economici e sociali della popolazione venezuelana.
13. Voci enciclopediche e saggi storici sulla Dottrina Monroe e sulle politiche di ingerenza statunitense in America Latina (Encyclopedia Britannica, U.S. Office of the Historian).
14. Studi storici e articoli di analisi su interventi militari, colpi di Stato, guerre per procura e sostegno statunitense a dittature in America Latina nel secondo dopoguerra.
15. Inchieste internazionali (The Guardian e altre testate) sui raid navali statunitensi nella “guerra alla droga” e sulle uccisioni in mare di presunti narcos e migranti, con denunce di possibili crimini di guerra.
16. Lanci Reuters, Financial Times, Washington Post, New York Times e altre testate internazionali sulla crisi USA-Venezuela del 2025, le reazioni dei principali attori geopolitici e il dibattito interno negli Stati Uniti.

Il confine che non esplode piùAldo Moro, l’Alto Adige e la lezione politica che l’Europa si ostina a dimenticare

Ho fatto questa ricerca per un motivo preciso, e non è nostalgia storiografica. È perché mentre l’Europa ripete che “non c’è alternativa” alla guerra lunga, nel Donbass e nei territori contesi tra Russia e Ucraina la parola confine è tornata a essere ciò che in Europa è sempre stata nei suoi momenti peggiori: una ferita aperta, una riga armata, una identità trasformata in trincea. E allora mi sono chiesto: esiste, nella storia europea, un caso in cui una contesa identitaria e territoriale, con morti, bombe, propaganda e odio, sia stata riportata dentro la politica fino a spegnersi davvero, senza cancellare le differenze ma rendendole governabili? La risposta è sì. Si chiama Alto Adige, Sudtirolo. E al centro di quella soluzione c’è un metodo politico, non un miracolo.

Oggi, mentre a Berlino si riaprono colloqui e proposte di compromesso che ruotano attorno a cessate il fuoco sulle linee attuali e a garanzie di sicurezza, e mentre l’opinione pubblica ucraina mostra insieme disponibilità a un congelamento del fronte e rifiuto netto di concessioni “a perdere”, l’idea che “non si può negoziare” sembra più una postura che un’analisi.
Questo testo non assolve nessuno e non banalizza il presente. Prova a fare una cosa più difficile: recuperare una grammatica europea della soluzione politica, e usarla per immaginare un’uscita che non sia resa, né escalation, ma costruzione di sicurezza comune.

C’è una parola che in Europa torna sempre, quando la storia si arrabbia: confine. A volte è una riga su una mappa. Più spesso è una ferita. E quasi sempre, quando la ferita non viene medicata con diritti, istituzioni e pazienza, qualcuno prova a chiuderla con la forza. La vicenda del Sudtirolo Alto Adige non è una cartolina alpina, né una nota a piè di pagina della politica italiana: è un laboratorio europeo di gestione del conflitto etnolinguistico, passato attraverso l’annessione, l’assimilazione, la radicalizzazione, le bombe, la diplomazia, e infine una soluzione che regge da mezzo secolo perché si è fatta carne in norme, soldi, scuola, lingua, poteri reali.

E proprio per questo, quando qualcuno la richiama per parlare dell’Europa di oggi e delle sue guerre, non sta giocando con i paragoni. Sta dicendo una cosa più scomoda: che la politica, quando vuole, può disinnescare perfino i conflitti identitari più duri. Il punto è che deve volerlo.

Dalla fine dell’Impero alla riga del Brennero

Il Sudtirolo, chiamato in Italia Alto Adige, passa all’Italia nel riassetto post Prima guerra mondiale, dentro la logica dei trattati che smontano l’Impero austro ungarico e ridisegnano l’Europa centrale. La sostanza, per chi ci viveva, è semplice: un cambiamento di sovranità sopra teste che non avevano chiesto quel cambio.

Nel 1921, nella provincia di Bolzano la popolazione germanofona è maggioritaria; le percentuali che circolano spesso (circa tre quarti di lingua tedesca, intorno a un decimo italiana, e una quota ladina) trovano riscontro nelle pubblicazioni storiche, con le cautele del caso su serie e criteri di rilevazione.

Poi arriva il fascismo, e la questione non è più solo di confini: diventa un progetto di ingegneria culturale. Italianizzazione, pressione sulla lingua, trasformazione amministrativa. Nelle società miste, quando lo Stato decide che una lingua deve diventare “di troppo”, la politica smette di essere mediazione e diventa imposizione. E l’imposizione, prima o poi, presenta il conto.

Le opzioni del 1939: scegliere tra casa e identità

Il 1939 è una data che pesa come piombo: l’accordo tra regime fascista e regime nazista porta alle opzioni, cioè alla richiesta rivolta alle comunità germanofone (e ladine) di scegliere tra l’emigrazione nel Reich o la permanenza in Italia dentro un percorso di assimilazione. È una scelta costruita per lacerare: non ti chiede di decidere un futuro, ti costringe a amputare una parte di te.

Qui serve precisione: optare e partire non coincidono automaticamente. La storiografia mostra che i numeri dell’opzione e quelli delle partenze effettive vanno maneggiati con cautela e dentro la cronologia bellica. È uno di quei casi in cui la propaganda ama le cifre nette, mentre la storia reale è fatta di rinvii, ripensamenti, costrizioni, famiglie divise.

Il dopoguerra e l’Accordo De Gasperi Gruber: un diritto internazionalizzato

Dopo la Seconda guerra mondiale, la disputa torna sul tavolo internazionale: l’Austria chiede garanzie, l’Italia difende il confine, e si arriva all’Accordo De Gasperi Gruber del 5 settembre 1946, noto anche come Accordo di Parigi. È un testo decisivo perché riconosce tutela e parità di diritti per la minoranza di lingua tedesca, include la scuola nella lingua madre, e apre la strada a una forma di autonomia. In pratica, trasforma una questione nazionale in un impegno con rilevanza internazionale.

Nel 1948 arriva il primo Statuto speciale, però impostato soprattutto sul livello regionale e non sulla provincia di Bolzano come cuore del problema. Questo punto è centrale per capire perché la tensione non si spegne: quando l’architettura istituzionale non corrisponde alla geografia del conflitto, l’autonomia rischia di apparire come una promessa scritta bene e vissuta male.

ONU, attentati e Commissione dei 19: quando la politica riprende in mano il filo

A inizio anni Sessanta la frattura esplode. La Notte dei fuochi del 1961 è lo spartiacque simbolico e operativo: una stagione di violenza che costringe lo Stato a scegliere tra sola repressione e ricerca di una soluzione.

In quel passaggio entra anche l’ONU: l’Assemblea Generale adotta la Risoluzione 1497 (1960) e poi la 1661 (1961), sollecitando Italia e Austria a riprendere negoziati per una soluzione conforme agli impegni del 1946. Non impone un modello, ma inchioda le parti a un fatto: il problema non è interno quanto basta per essere ignorato.

La Commissione dei 19 nasce in quel clima come tentativo di tradurre la vertenza in un percorso istituzionale: una camera di decompressione che prepara il terreno al compromesso. È un passaggio cruciale, perché segna il momento in cui la politica smette di inseguire l’emergenza e torna a costruire una struttura.

E va detto anche questo, con prudenza e senza propaganda: gli anni della tensione non furono solo bombe e ordine pubblico. Nelle ricostruzioni istituzionali e negli studi successivi restano anche ombre su pratiche repressive e violazioni dei diritti. Se si vuole un articolo serio, questo lato non si brandisce come slogan: si documenta, caso per caso, con gli atti e con la memoria civile.

Il Pacchetto e il secondo Statuto: autonomia come potere vero, non come gentile concessione

Il punto di svolta arriva con il Pacchetto (1969), cioè l’insieme di misure che costruisce l’autonomia provinciale e ridisegna l’assetto a favore delle Province, riducendo il ruolo della Regione. È l’idea che cambia: non più un’autonomia di cornice, ma un’autonomia che sposta davvero competenze e responsabilità.

La traduzione giuridica stabile di quel percorso è lo Statuto del 1972, con l’impianto provinciale che ancora oggi regge.

Un meccanismo cruciale, poco raccontato ma decisivo, sono le norme di attuazione e le commissioni paritetiche: strumenti con cui l’autonomia viene resa concreta nel tempo, attraverso decreti attuativi e un metodo di co decisione tra livello statale e autonomie. È una macchina paziente, tecnica, a volte lenta. Ma è proprio quella macchina che evita che ogni conflitto torni a essere identità contro identità senza mediazioni.

La chiusura del 1992: quando una disputa smette di essere internazionale

C’è un’altra data chiave: 1992. Dopo decenni di attuazione delle misure, la controversia viene formalmente chiusa con un atto che certifica, sul piano internazionale, la sostanziale composizione della vertenza. Non è un gesto simbolico: è la conferma che l’autonomia non era un anestetico momentaneo, ma un impianto capace di reggere nel lungo periodo.

Il cuore materiale della soluzione: lingua, scuola, soldi, e la dignità di non essere ospiti

Se si vuole capire perché questo caso ha funzionato, bisogna dirlo senza giri di parole: perché ha dato potere reale e riconoscimento reale.

La lingua non è stata trattata come folklore. È diventata diritto, amministrazione, scuola, bilinguismo istituzionale. Questo, in regioni miste, significa una cosa enorme: lo Stato smette di chiederti di tradurti per essere cittadino.

La finanza è stata costruita come autonomia sostanziale. Le fonti specialistiche sul modello altoatesino descrivono un principio chiaro: una quota molto alta delle entrate fiscali raccolte sul territorio resta sul territorio (spesso sintetizzata nel 90%). È qui che la politica diventa architettura: senza risorse, l’autonomia resta carta; con le risorse, diventa capacità di governo.

Ecco perché, nel tempo, la provincia di Bolzano è diventata uno dei territori più prosperi del Paese: non per miracolo alpino, ma per una combinazione di stabilità, competenze, responsabilità e capacità di pianificazione. Il benessere non cancella i conflitti identitari, ma li rende meno infiammabili, perché abbassa la percezione di essere colonizzati o marginalizzati.

La lezione politica, e il punto che mi interessa per il Donbass

Fin qui la storia. Adesso il motivo della ricerca.

Nel Donbass non siamo in una disputa “fredda”, ma dentro una guerra aperta e una contesa di sovranità che Mosca rivendica anche sul piano costituzionale, includendo formalmente territori che non controlla integralmente e che Kyiv considera parte inalienabile dello Stato ucraino.
È esattamente questo nodo che rende ogni discorso “facile” impraticabile: non basta dire cessate il fuoco, non basta dire confini intoccabili, non basta dire referendum. Se la politica vuole essere soluzione, deve disegnare una struttura che consenta due cose insieme: sicurezza e dignità. E deve farlo sapendo che oggi la società ucraina rifiuta in larga maggioranza concessioni percepite come punitive, pur mostrando aperture a formule di cessate il fuoco sulle linee attuali solo se accompagnate da garanzie credibili.

Qui è dove l’Alto Adige smette di essere un “paragone” e diventa una cassetta degli attrezzi. Non perché l’Ucraina possa copiare l’Italia del 1972. Ma perché il metodo altoatesino insegna cinque regole politiche che l’Europa oggi tende a rimuovere.

Primo: internazionalizzare le garanzie, non l’umiliazione
Nel Sudtirolo, l’Accordo del 1946 non fu un annuncio morale: fu un vincolo internazionale che obbligava lo Stato a riconoscere diritti e a costruire autonomia. Nel Donbass, qualsiasi soluzione che non sia solo una pausa armata deve poggiare su garanzie multilaterali scritte, verificabili, con meccanismi di controllo e sanzioni per la violazione. Se la cornice resta solo “fiducia”, il ritorno delle armi è una previsione, non un rischio.

Secondo: spostare il conflitto dal piano etnico a quello istituzionale
Il Pacchetto non spense la differenza linguistica: la rese governabile. La trasformò da motivo di dominio in materia di diritto. Nel Donbass, questo significa una cosa concreta e controversa: prevedere un regime speciale di tutela linguistica e culturale, non come concessione “pro Russia”, ma come standard europeo di diritti delle minoranze. Il punto non è legittimare l’aggressione. È togliere terreno, per il futuro, alla propaganda che si nutre di discriminazioni reali o presunte.

Terzo: autonomia vera implica responsabilità vera
L’autonomia funziona quando non è decorativa. Nel modello altoatesino, competenze e finanza sono sostanza, non ornamento. Nel Donbass, se mai si arrivasse a una formula di autonomia interna dentro l’Ucraina, dovrebbe essere concreta: poteri amministrativi chiari, budget definito, partecipazione reale alle decisioni locali, e al tempo stesso una architettura che impedisca la trasformazione dell’autonomia in secessione strisciante o in enclave militarizzata. Questa è la difficoltà: autonomia sì, ma dentro uno Stato che deve tornare a sentirsi integro.

Quarto: tempi lunghi, attuazione tecnica, verifiche continue
Il Sudtirolo non è “risolto” in un giorno: è una soluzione che dura perché ha norme di attuazione, commissioni paritetiche, manutenzione costante. È l’opposto del tweet geopolitico. Nel Donbass, anche il miglior accordo senza una fase lunga di implementazione, con verifiche terze e strumenti tecnici, sarebbe solo carta. Qui entrano in gioco missioni di monitoraggio, garanzie di sicurezza, e un lavoro paziente di reintegrazione di servizi, scuole, anagrafi, giustizia, economia.

Quinto: sicurezza comune, non vittoria totale
Questo è il nodo che oggi manca all’Europa: l’idea che la sicurezza non è mai solo tua. Nel 2025, mentre si discute di piani di pace e di cessate il fuoco, la retorica dominante resta spesso quella della vittoria finale o della sconfitta totale, come se la storia fosse un videogioco. E invece l’esperienza europea migliore dice altro: una pace sostenibile nasce quando anche l’avversario, pur avendo torti e responsabilità, non ha più incentivi né paura tali da tornare alle armi. Questo non significa equiparare aggressore e aggredito. Significa costruire un’uscita dal ciclo della paura.

È qui che la lezione di Moro diventa attuale. Non perché Moro “assomigli” a qualcuno di oggi, ma perché il suo metodo trattava il conflitto identitario come questione politica risolvibile, non come destino tragico: tradurre convivenza in istituzioni e risorse; tenere insieme dignità e ordine, diritti e stabilità, senza umiliare nessuno. E soprattutto, creare un percorso che renda la pace più conveniente della guerra.

Il confine, quando smette di essere una trincea, può diventare una cerniera. Ma una cerniera non nasce da sola: la costruisci, vita dopo vita, legge dopo legge, compromesso dopo compromesso. Ed è proprio questo che oggi l’Europa sembra non voler più fare: la fatica della politica.

Fonti essenziali
Eurac Research, A Primer on the Autonomy of South Tyrol (2022).
Oxford Public International Law, voce South Tyrol e richiamo alle risoluzioni ONU.
Studio comparativo su modelli di risoluzione dei conflitti (Aland e South Tyrol).
Reuters su colloqui e cornici di compromesso e su opinione pubblica ucraina rispetto a concessioni e garanzie.
ISW su rivendicazioni russe e quadro operativo; Bloomberg sul peso territoriale del Donbas in ogni negoziato.

La guerra immaginaria: il piano tedesco contro la Russia e l’economia di guerra europea

Quando ho letto dello “scoop” del Wall Street Journal sul piano di guerra tedesco contro la Russia, ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo. Non alla Guerra fredda, ma a qualcosa di peggiore: un’Europa che, pur in crisi industriale e sociale profonda, trova nella minaccia esterna il collante per chiedere sacrifici infiniti ai cittadini e profitti infiniti al complesso militare-industriale.

Secondo quanto ricostruito dal WSJ e ripreso da diversi media, Berlino ha messo nero su bianco un maxi-piano di 1.200 pagine, battezzato “Operation Plan Germany” (OPLAN DEU), che descrive nel dettaglio come fino a 800 mila soldati tedeschi, americani e di altri paesi Nato verrebbero proiettati verso est, attraverso porti, fiumi, ferrovie e autostrade tedesche, in caso di attacco russo all’Alleanza. Il documento viene presentato come un ritorno alla “mentalità da Guerra fredda”, con un coinvolgimento “di tutta la società”, cioè con infrastrutture civili integrate strutturalmente nella macchina militare.

Il tutto parte da una premessa: funzionari tedeschi e comandanti Nato sostengono che la Russia potrebbe essere “pronta e disposta” ad attaccare l’Europa tra i due e i cinque anni, e che un eventuale armistizio in Ucraina le consentirebbe di riorganizzarsi per colpire un paese Nato. Quindi, dicono, bisogna prepararsi subito.

Io penso esattamente il contrario: questo tipo di narrazione non serve a “prevenire” una guerra, ma a renderla più probabile e a blindare un gigantesco riarmo che ha molto più a che vedere con i conti dell’industria che con la sicurezza delle persone.

Un colosso territoriale in crisi demografica, non un impero in espansione

Partiamo dalla “minaccia russa” così come viene raccontata. La Russia è il paese più esteso del pianeta, con una popolazione che oggi si aggira attorno ai 144-146 milioni di abitanti, in calo e con un’età mediana alta.

È un gigante territoriale che fatica già a presidiare il proprio spazio, attraversato da problemi demografici, sanitari, infrastrutturali. In più, è un’economia basata sull’export di materie prime – gas, petrolio, minerali – che ha sempre avuto nell’Europa un mercato fondamentale.

La domanda è semplice: perché un paese di questo tipo dovrebbe imbarcarsi nell’avventura folle di occupare parte dell’Europa, cioè un continente che non ha grandi materie prime, ma ha invece un enorme fabbisogno energetico e sociale da finanziare? Che interesse avrebbe Mosca a prendersi in carico nuove infrastrutture da mantenere, nuove popolazioni da governare, nuove resistenze da reprimere, mentre già oggi fatica a reggere una guerra logorante in Ucraina?

C’è una contraddizione logica che nessuno a Bruxelles e a Berlino sembra voler vedere. Da un lato ci ripetono che le sanzioni hanno “messo in ginocchio” la Russia, che il suo bilancio è strangolato e il Pil sotto pressione. Dall’altro ci raccontano che, nonostante tutto questo, Mosca sarebbe in grado tra pochi anni non solo di tener testa alla Nato, ma addirittura di attaccarla frontalmente e reggere una guerra convenzionale su scala continentale. O è stremata o è onnipotente: le due cose insieme non stanno in piedi.

I numeri della spesa militare: chi minaccia chi?

Se guardiamo i dati, la sproporzione è impressionante. Secondo le stime del SIPRI, nel 2024 la Russia ha speso circa 149 miliardi di dollari in spese militari, pari a circa il 7,1 per cento del suo Pil.

Nello stesso periodo, la spesa complessiva dei paesi Nato supera abbondantemente i 1.300 miliardi di euro: solo i membri dell’Alleanza in Europa e Nord America hanno raggiunto circa 1.362 miliardi di euro di spesa nel 2024.

Dentro questo quadro c’è poi l’accelerazione europea: nel 2024 i 27 paesi dell’Unione hanno portato le spese militari a circa 343 miliardi di euro, pari all’1,9 per cento del Pil, con una crescita del 19 per cento in un solo anno.

In altre parole: siamo noi, l’Occidente allargato, a spendere circa dieci volte la Russia in armamenti. Eppure la narrazione dominante è che saremmo sul punto di essere travolti da un impero che non si ferma più.

Io non sto dicendo che la Russia sia un attore “innocuo” o rassicurante, pur nelle sue ragioni. È una potenza nucleare autoritaria, che ha invaso l’Ucraina e che ha interessi geopolitici duri, spesso in aperto conflitto con quelli europei. Ma un conto è riconoscere la realtà delle tensioni, un altro è costruire una minaccia caricaturale per giustificare un cambio strutturale di modello economico e sociale in senso bellico.

La promessa di Putin e il rifiuto europeo

In questo contesto, è passata quasi sotto traccia una dichiarazione che a me sembra politicamente decisiva. In una recente conferenza stampa, Vladimir Putin ha dichiarato di essere pronto a garantire “per iscritto” che la Russia non attaccherà nessun altro paese europeo, definendo come una “menzogna totale” l’idea di un’imminente invasione del continente.

Io non ho nessuna vocazione a fare l’avvocato difensore del Cremlino, e so bene che le parole di un leader politico non bastano a rassicurare il mondo. Ma una cosa è certa: se uno dice “mettiamo una garanzia per iscritto”, l’unica risposta razionale è mettersi seduti a un tavolo e vedere se e come si può tradurre quella promessa in un accordo verificabile, multilaterale, con meccanismi di controllo.

Invece la reazione europea è stata l’ennesimo rilancio del riarmo, come se ogni apertura – vera o presunta – fosse un fastidio da archiviare in fretta perché rischia di disturbare il grande affare della militarizzazione permanente.

ReArm Europe: il riarmo come politica industriale

Qui arriviamo al cuore del problema. Il piano tedesco non è un fulmine a ciel sereno. Si inserisce dentro una strategia europea già tracciata, che ha un nome eloquente: “ReArm Europe”.

La Commissione europea, nel suo Libro bianco sulla difesa “Readiness 2030”, scrive esplicitamente che l’obiettivo è “riarmare l’Europa” e trasformare questo sforzo in una leva di competitività economica. Il piano prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro di spesa per la difesa nei prossimi anni, questo importo tenderà sicuramente a salire, offrendo agli Stati margini extra rispetto alle regole di bilancio, e affiancando a questo un nuovo strumento di prestito europeo, il programma SAFE, da 150 miliardi di euro, dedicato proprio ad armamenti, difesa missilistica, droni, cyber-security.

Tradotto in termini semplici: si apre una gigantesca linea di credito comune, pubblica, per sostenere il complesso militare-industriale europeo, a partire dai grandi gruppi di Germania, Francia, Italia, Spagna. La Commissione lo dice apertamente: il riarmo dovrebbe creare “nuove fabbriche, nuove linee di produzione e nuovi posti di lavoro in Europa”.

Qui il punto politico diventa chiarissimo. La guerra non è solo una tragedia umana o un rischio di escalation nucleare: è anche un modello economico. Nel momento in cui l’industria europea, e in particolare quella tedesca, fatica a reggere la concorrenza cinese sulle auto elettriche, sulla chimica, sull’acciaio, la produzione di armi e mezzi militari diventa la scorciatoia più comoda per gonfiare il Pil, salvare bilanci aziendali, garantire profitti e dividendi stratosferici nelle mani di pochi, e tenere a galla l‘occupazione.

La crisi dell’auto tedesca e la tentazione dell’economia di guerra

Non è un caso che tutto questo avvenga mentre il motore industriale europeo, l’auto tedesca, è in piena crisi strutturale. I grandi marchi tedeschi stanno scontando ritardi enormi sull’auto elettrica, sotto pressione per i costi dell’energia, colpiti da dazi incrociati e, soprattutto, travolti dalla concorrenza cinese, che domina ormai la produzione globale di veicoli elettrici.

La stessa Germania prevede di portare il proprio bilancio per la difesa da 86 miliardi di euro nel 2025 a 152 miliardi nel 2029, a cui si aggiunge il vecchio fondo speciale da 100 miliardi lanciato ai tempi della “Zeitenwende”.

Non è solo una questione di “sicurezza”, è un vero e proprio cambio di paradigma: una parte significativa dell’economia tedesca viene orientata verso la produzione militare. Le stesse tecnologie, linee produttive, competenze della meccanica e dell’automotive possono essere riconvertite a carri armati, blindati, sistemi d’arma. Il piano logistico per far passare 800 mila soldati attraverso la Germania è il pezzo militare di un disegno che, sul piano industriale e finanziario, è già in corso.

Ecco perché l’ipotesi di una Russia che non attaccherà mai l’Europa non è solo “inconcepibile” per alcuni strateghi: è scomoda. Se si toglie lo spettro dell’invasione, crolla la giustificazione politica per questa nuova economia di guerra. Resterebbero solo gli squilibri sociali, le disuguaglianze, la precarietà, il declino industriale, il fallimento delle politiche energetiche. Meglio allora tenersi un nemico assoluto da agitare a ogni voto, a ogni bilancio, a ogni summit.

Un’Europa che non sa più parlare di pace

La cosa che mi colpisce di più, in tutta questa vicenda, è il rovesciamento semantico. Chi prova a parlare di cessate il fuoco, di negoziato, di garanzie di sicurezza reciproche viene trattato come un ingenuo o un complice del nemico. Chi invece prepara piani per portare 800 mila soldati al fronte, scommette centinaia di miliardi di euro su armi e munizioni, costruisce corridoi militari lungo tutto il continente, viene celebrato come “realista” e “responsabile”.

Ma se siamo davvero seduti su un barile di polvere da sparo nucleare, la scelta razionale non è alzare la fiamma sotto la pentola. È fare di tutto per abbassarla. Una guerra convenzionale su vasta scala tra Nato e Russia, oggi, non sarebbe un nuovo 1940: molto probabilmente innescherebbe una rapida escalation nucleare, prima tattica e poi strategica. E in quel caso, tutte le nostre discussioni su pensioni, Pil, spread, Tavares, Merz, Von der Leyen, diventerebbero un ricordo lontano in un mondo devastato.

Io non ho certezze assolute, perché viviamo davvero in un mondo probabilistico, pieno di variabili incontrollabili. So però una cosa: non sono disposto ad accettare che l’ipotesi di “difendere i nostri valori” includa, come scenario concreto, il rischio di un olocausto nucleare su scala continentale soltanto per proteggere il business di pochi colossi industriali.

Russia, Europa e la grande menzogna utile

Torniamo allora alla domanda iniziale: perché la Russia dovrebbe invadere l’Europa? Io continuo a non vedere una risposta razionale. Posso immaginare conflitti locali, provocazioni ai confini, crisi ibride, ricatti energetici, campagne di influenza. Tutto questo è già in corso e continuerà. Ma un’occupazione di parte dell’Europa occidentale richiederebbe una combinazione di capacità militari, economiche e politiche che Mosca semplicemente non ha.

E soprattutto, non le converrebbe. La Russia ha bisogno di vendere materie prime e difendere le proprie aree d’influenza, non di mantenere città europee distrutte e popoli ostili. È semmai l’Europa che, incapace di affrontare la propria crisi sociale e industriale, ha bisogno di un nemico esistenziale per legittimare un salto di qualità nella militarizzazione.

Lo vediamo chiaramente: il grande riarmo viene presentato come una nuova “politica industriale” europea. I cittadini pagano con tasse, tagli al welfare, inflazione e precarietà. Le industrie degli armamenti incassano contratti pluriennali e garanzie pubbliche. La politica si presenta come “difesa della libertà” mentre in realtà consegna interi settori produttivi a un’economia di guerra permanente.

Che cosa dovremmo pretendere, invece

Se prendiamo sul serio la minaccia di una guerra globale, la risposta non può essere quella di moltiplicare le esercitazioni, i piani segreti, i corridoi per i carri armati. Dovremmo pretendere esattamente il contrario.

Dovremmo pretendere che ogni dichiarazione russa di disponibilità a un patto di non aggressione venga presa sul serio, verificata, messa alla prova diplomatica, incardinata dentro un sistema di garanzie reciproche. Dovremmo avere il coraggio di dire che la sicurezza non si costruisce solo con i bilanci della difesa, ma anche con la riduzione delle tensioni, con il disarmo controllato, con la riforma delle istituzioni internazionali.

Dovremmo riconoscere che la vera urgenza per l’Europa non è preparare l’autostrada perfetta per le colonne Nato, ma affrontare la crisi sociale, ecologica e industriale che sta sgretolando le basi della democrazia: salari bassi, precarietà dilagante, servizi pubblici al collasso, industria in affanno, giovani costretti a emigrare.

In conclusione

Il piano segreto tedesco non mi dice che la Russia sta per attaccare. Mi dice, piuttosto, che un pezzo delle élite europee ha scelto la via dell’economia di guerra come risposta alla propria crisi di modello. E ha bisogno, per legittimarla, di un nemico assoluto, irrazionale, incombente.

Io non credo a questa narrazione. Penso che la Russia non abbia nessun interesse a occupare l’Europa, che l’ipotesi di un attacco su vasta scala sia politicamente irrazionale e militarmente suicida. Penso anche che un continente che investe quasi mille miliardi tra riarmo nazionale, fondi speciali e strumenti europei, mentre taglia sul sociale e precarizza intere generazioni, non stia difendendo la “democrazia”, ma un ordine economico in crisi che non vuole mettersi in discussione.

Per questo guardo con grande sospetto a piani come OPLAN DEU. Non perché neghi i rischi, ma perché vedo chiaramente l’uso strumentale della paura. La vera domanda, oggi, non è se la Russia invaderà l’Europa. La vera domanda è se l’Europa deciderà di smettere di trasformare la guerra in una politica industriale, e tornerà a parlare seriamente di pace, giustizia sociale e riconversione civile delle proprie economie.

Un’Europa senza pace né politica

In questi giorni, mentre a Ginevra, ad Abu Dhabi e a Washington si intrecciano colloqui, bozze di piani di pace, fughe di notizie e telefonate riservate, l’Unione Europea resta lì, a bordo campo, con lo sguardo fisso sul tabellone sbagliato. Gli Stati Uniti trattano con Kiev e con Mosca, la Russia continua a bombardare e a avanzare a piccoli passi, l’Ucraina sanguina. L’Europa, quella reale, non quella dei discorsi sul “progetto dei padri fondatori”, reagisce come sempre: con riflessi pavloviani, frasi fatte e moralismi a vuoto.

Ogni volta che si parla di pace – o almeno di cessate il fuoco – da Bruxelles e dalle capitali più atlantiste parte lo stesso mantra: “non possiamo umiliare l’Ucraina”, “non possiamo premiare l’aggressore”, “la Russia ha già perso la guerra”. Una formula, quest’ultima, che non nasce oggi: è da tempo che alcuni esponenti di punta dell’establishment europeo la ripetono come un dogma, a partire da chi, come Nathalie Tocci, ha teorizzato che Mosca avrebbe “già perso la guerra” e che il problema sarebbe semmai evitare che “la perda l’Ucraina”. 

Il risultato è un distacco crescente tra la retorica e la realtà, tra la guerra raccontata sugli editoriali e quella vissuta nelle trincee e nelle città colpite. E in mezzo, un’Unione che pretende di dare lezioni di “valori europei”, ma che sul piano geopolitico è ormai ridotta – lo dico senza giri di parole – a un cadavere politico collegato ai macchinari della NATO e della finanza globale.

Il dogma dell’“Europa umiliata”

Mi colpisce una cosa: in queste settimane, molti commentatori europei non contestano il merito del piano di pace discusso tra Washington e Kiev. Non si interrogano su quale possa essere una via credibile per salvare vite umane, ricostruire un minimo di stabilità, evitare una guerra infinita alle porte del continente. No: il problema, dicono, è che “l’Europa viene umiliata”, che “non è al tavolo”, che “Trump e Putin decidono sopra le nostre teste”.

Ma per essere umiliati bisogna prima esistere. Politicamente.
Da anni l’Unione ha rinunciato a qualsiasi autonomia strategica: si è consegnata mani e piedi alla logica del fronte unico NATO, ha trasformato le sanzioni in un automatismo, ha bruciato in pochi mesi la propria competitività energetica e industriale, ha militarizzato il linguaggio pubblico trasformando ogni dubbio in “putinismo” e ogni richiesta di negoziato in “tradimento dell’Occidente”.

Abbiamo assistito a una vera e propria catechesi di guerra: “non ci sono alternative alla sconfitta militare della Russia”, “la pace si farà solo dopo la vittoria”, “nessun cedimento, mai”. Intanto, al fronte muoiono soldati ucraini e russi, le città vengono colpite a ripetizione, milioni di persone fuggono, intere generazioni vengono sacrificate. Ma la narrativa resta la stessa: la guerra come condanna metafisica, la pace come premio differito, da concedere solo quando il nemico sarà in ginocchio.

Il piano americano: realismo sporco, non filorussismo

Dentro questo quadro si inserisce il famigerato piano di pace in 28 punti elaborato dall’amministrazione Trump. Un piano che – al netto di modifiche e limature successive – si regge su alcuni pilastri chiari: riconoscere l’impossibilità di riportare l’Ucraina ai confini del 2014, congelare di fatto la questione Crimea e Donbass a favore di Mosca, escludere definitivamente Kiev dalla NATO in cambio di robuste garanzie di sicurezza statunitensi, limitare dimensioni e armamenti dell’esercito ucraino, riaprire canali economici ed energetici tra Russia ed Europa in una cornice controllata da Washington. 

Non è un piano “giusto”, non è un piano “equilibrato”, non è un piano “neutrale”: è un tentativo brutale, spregiudicato, tipicamente americano di trasformare una sconfitta potenziale (per Kiev, per la NATO, per la stessa Washington) in un compromesso gestibile. È, se vogliamo, realpolitik allo stato puro: si riconosce che la Russia non è stata né sconfitta né isolata, che l’Ucraina non può riconquistare tutto, che la guerra sta logorando anche l’Occidente, e si prova a chiudere la partita sul filo del possibile.

Che quel piano sia stato plasmato anche su un documento di origine russa – come hanno rivelato fonti diplomatiche riportate da agenzie internazionali – la dice lunga sul tipo di partita che si sta giocando: Mosca ha messo sul tavolo da tempo i suoi “punti non negoziabili”, e Washington, pur tra mille contraddizioni, ha dovuto prenderli in considerazione. 

Se guardo questo quadro con occhi europei, vedo una cosa molto semplice: non è in corso uno scontro metafisico tra Bene e Male, ma una dura trattativa tra potenze che difendono interessi, zone di influenza, equilibri interni. L’Ucraina, purtroppo, è al tempo stesso vittima, pedina e attore limitato. L’Europa, ancora una volta, è spettatrice pagante.

Il teatro delle trattative: Ginevra, Abu Dhabi, Washington

Le cronache di questi giorni raccontano una sequenza che sembra uscita da un romanzo di politica estera, ma è purtroppo fin troppo reale. A Ginevra, rappresentanti di Stati Uniti, Ucraina e alcuni paesi europei si sono incontrati per discutere la bozza di piano americano: da 28 punti originari si è scesi a 19, con qualche concessione in più alle richieste di Kiev e alle pressioni dell’establishment euro-atlantico. 

La riunione è stata presentata da tutti come “molto produttiva”, ma dietro le dichiarazioni ufficiali le tensioni sono esplose: Washington ha accusato Kiev di aver fatto filtrare in modo strumentale dettagli del piano a una testata americana, per dipingerlo come un “tradimento” e mettere pressione sull’amministrazione Trump. 

Nel frattempo, l’inviato originario per l’Ucraina, il generale Keith Kellogg, viene di fatto messo da parte. Al suo posto, Trump affida il dossier al Segretario all’Esercito Dan Driscoll, figura molto vicina al vicepresidente Vance, che vola prima a Kiev e poi ad Abu Dhabi per incontrare, a margine di altre riunioni, emissari russi e ucraini. 

Mentre la diplomazia viaggia, però, i missili non si fermano: proprio nei giorni delle trattative, Mosca lancia nuovi raid su diverse città ucraine, ricordando a tutti che la guerra non aspetta i tempi dei comunicati stampa. 

Al tempo stesso, negli Stati Uniti si consuma lo scontro interno tra “realisti” e “falchi”: da una parte chi, come Vance e figure vicine al Pentagono più scettiche sulle guerre infinite, spinge per un accordo che consenta a Washington di ridimensionare il fronte ucraino e concentrarsi sulla competizione con la Cina; dall’altra, i neoconservatori, bipartisan, che vedono in ogni concessione alla Russia una catastrofe strategica e un cedimento imperdonabile dell’egemonia americana.

L’Europa, tra sabotaggio e irrilevanza

In questo gioco di forze, che ruolo ha l’Unione Europea? Da una parte, è evidente che alcuni governi, in particolare quelli più allineati alla retorica bellicista – penso ai paesi baltici, alla Polonia, ma anche a settori influenti in Germania e nei paesi nordici – vedono con terrore l’ipotesi di un compromesso che riconosca a Mosca guadagni territoriali e un ruolo nella futura architettura di sicurezza europea.

Questi paesi spingono per una linea durissima: nessuna limitazione significativa alle forze armate ucraine, porte della NATO aperte o comunque socchiuse, zero concessioni territoriali formalmente riconosciute, sanzioni modulabili come interruttori a seconda del comportamento russo, disponibilità a inviare truppe “di supporto” e armamenti sempre più avanzati. È, nei fatti, un “piano di pace” costruito per non funzionare: una piattaforma massimalista che rende impossibile qualsiasi incontro tra le esigenze minime della Russia e quelle massime dell’Occidente.

Dall’altra parte, l’Europa “economica” – quella della manifattura, dell’energia, dell’agroalimentare – ha già pagato e continua a pagare un prezzo altissimo: deindustrializzazione accelerata, dipendenza ancora più forte dal gas liquefatto americano, perdita di mercati tradizionali, aumento strutturale dei costi di produzione. Dietro le grandi parole, la sostanza è chiara: l’Unione, in questi anni, ha sacrificato sull’altare della “guerra per procura” la propria base materiale, rafforzando al tempo stesso la subordinazione strategica a Washington.

Quando si dice che “l’Europa sta sabotando il piano di pace americano”, la frase è vera solo a metà. Sì, una parte dell’élite europea – soprattutto quella politico-militare – sta lavorando per irrigidire il testo, introdurre condizioni inaccettabili, far saltare il tavolo. Ma questo sabotaggio non nasce da una sovranità ritrovata, da un sussulto di autonomia, da una visione alternativa del futuro europeo: nasce dal fanatismo ideologico di chi ha interiorizzato fino in fondo l’idea che il destino dell’Europa sia essere avamposto militare dell’Occidente in una nuova guerra fredda infinita.

Nel frattempo, i governi che avrebbero tutto l’interesse a chiudere il conflitto – perché strangolati da crisi sociale, inflazione, costi energetici – restano in silenzio o si accodano, prigionieri di un discorso pubblico in cui chiunque osi parlare di cessate il fuoco viene immediatamente dipinto come “filorusso”.

L’Ucraina come laboratorio, non come alleato

Se sposto lo sguardo su Kiev, vedo un paese ostaggio di tre forze:
– la Russia, che ha deciso di usare la forza militare per ridisegnare il proprio spazio di influenza e non ha alcuna intenzione di tornare alla situazione precedente il 2022;
– gli Stati Uniti, che hanno trasformato l’Ucraina in un laboratorio di guerra ibrida, armi, sanzioni, propaganda, e ora cercano una via d’uscita che salvi la faccia senza ammettere il fallimento della strategia massimalista “fino alla vittoria”;
– l’Unione Europea, che usa la retorica dell’allargamento e dei “valori” per coprire un ruolo subalterno, mentre finanzia la guerra con miliardi e applaude un governo che anche fonti occidentali definiscono minato da corruzione, repressione del dissenso, messa fuorilegge di partiti, restrizioni alla libertà di stampa.

In mezzo, c’è il popolo ucraino:
– quello che ha creduto sinceramente nella promessa di un’Europa di diritti e benessere;
– quello che parla russo e che si è ritrovato schiacciato tra nazionalismo radicale e occupazione militare;
– quello che vive al fronte, che perde figli e figlie, che vede distrutte le proprie città.

Di questo popolo, l’Unione Europea parla solo in due linguaggi: quello della santificazione (gli “eroi che difendono la nostra libertà”) e quello della gestione securitaria (i profughi da smaltire, da distribuire, da “integrare” o rispedire indietro a seconda delle convenienze). In mezzo, non c’è una riflessione seria su quale possa essere un futuro per l’Ucraina che non sia quella di un paese amputato, militarizzato, economicamente dipendente e politicamente commissariato.

Il paradosso dell’Europa: sempre più bellicista, sempre meno protagonista

Il paradosso è tutto qui: più l’Unione alza la voce, più si schiera per la “guerra fino alla vittoria”, più perde peso reale nei luoghi dove quella guerra si decide. Non scrive i piani, non guida le trattative, non controlla le leve decisive dell’escalation o della de-escalation.

Siamo passati dal sogno – mai pienamente realizzato – di un’Europa “potenza civile”, capace di mediare, di proporre soluzioni politiche, di usare il proprio peso economico e culturale per costruire ponti, a una realtà in cui la politica estera europea è la copia carbone di quella americana, quando non un suo riflesso più estremista.

Nel frattempo, gli stessi che ci spiegano che “la Russia ha già perso” non riescono a spiegare perché, a quasi quattro anni dall’inizio del conflitto su larga scala, il fronte non si sia dissolto, la leadership russa sia ancora saldamente al potere, l’economia russa regga l’urto delle sanzioni meglio del previsto e il resto del mondo – dal Sud globale alla stessa Cina – non si sia allineato alla crociata occidentale.

Di che pace parliamo quando parliamo di pace?

Nel lessico politico europeo è comparsa da tempo una formula curiosa: non basta la pace, serve una “pace giusta”, una “pace dignitosa”. A parole è ineccepibile: nessuno vuole una resa unilaterale, un trattato imposto, un’umiliazione di una delle parti. Ma il modo in cui questa formula viene usata è perverso: diventa il pretesto per non fare mai un passo indietro, per trasformare ogni proposta concreta in “resa”, per dire no a qualsiasi compromesso che non coincida con la cancellazione politica e militare del nemico.

Io penso che una pace “giusta” non esista come categoria astratta; esistono compromessi più o meno accettabili, più o meno duri, più o meno stabili. Una pace “dignitosa” non è quella che salva la faccia dei leader, ma quella che salva il maggior numero possibile di vite e lascia uno spazio, per quanto stretto, a una futura coesistenza.

Oggi in Ucraina la vera alternativa non è tra “pace giusta” e “pace ingiusta”, ma tra guerra infinita e cessazione del massacro. Il resto è storytelling.

Che cosa dovrebbe fare davvero l’Europa

Se davvero volessimo essere all’altezza delle parole che pronunciamo – memoria della guerra, mai più fascismo, centralità dei diritti umani – l’Europa dovrebbe fare tre cose semplici e radicali:
1. Riconoscere che la strategia della vittoria totale è fallita
Che la Russia non è stata né sconfitta né isolata; che l’Ucraina non riconquisterà ogni centimetro; che la prosecuzione della guerra logora l’Europa più di quanto logori Washington; che il resto del mondo guarda con crescente insofferenza a un Occidente che chiede sacrifici agli altri mentre difende i propri interessi.
2. Rivendicare un proprio piano di pace realmente autonomo
Non un “piano UE” pensato per sabotare quello americano o per alzare il prezzo al tavolo, ma una proposta che:
– accetti l’idea di neutralità dell’Ucraina, con garanzie multilaterali reali;
– preveda forme di autonomia e protezione per le popolazioni del Donbass, al di là del controllo formale dei confini;
– rilanci una conferenza di sicurezza europea che includa la Russia, gli Stati Uniti, i paesi del Caucaso e dell’Asia centrale, il Mediterraneo allargato.
3. Smettere di avere paura della propria opinione pubblica
Per anni ci hanno detto che “i cittadini europei vogliono la guerra fino alla vittoria”. La verità è che, alla lunga, la maggioranza delle persone vuole solo che la guerra finisca, che le bollette scendano, che i prezzi smettano di correre, che i figli non debbano morire in trincea per decisioni prese sopra le loro teste.

Un’Europa che avesse il coraggio di dire apertamente ai propri cittadini: “abbiamo sbagliato strategia, ora cerchiamo una via d’uscita”, sarebbe un’Europa politicamente viva, non un cadavere che recita copioni scritti da altri.

Perché scrivo tutto questo

Scrivo in prima persona perché non mi interessa fare il commentatore neutrale. Guardo a questa guerra da cittadino europeo, da uomo di sinistra, da persona che crede ancora che la politica serva a ridurre la sofferenza, non a giustificarla.

Non ho nessuna simpatia per l’idea di un mondo dominato da potenze imperiali che si spartiscono sfere di influenza. Ma proprio per questo non posso accettare l’illusione tossica di un’Europa che si crede “potenza morale” mentre delega a Washington ogni decisione, demonizza il nemico di turno, sacrifica i propri popoli sull’altare di un atlantismo messianico, chiude gli occhi davanti alle proprie responsabilità nell’escalation degli ultimi decenni.

Non so se il piano americano, rivisto e corretto, andrà in porto. Non so quale sarà la forma concreta dell’accordo, se ci sarà. So però una cosa: se e quando la guerra in Ucraina finirà, non sarà grazie all’Europa, ma nonostante l’Europa.

E questo, per chi come me ha creduto a lungo nella possibilità di un’Unione capace di tenere insieme pace, diritti e giustizia sociale, è forse l’umiliazione più grande. Non quella inflitta da Washington o da Mosca, ma quella che ci siamo inflitti da soli, scegliendo di essere spettatori rumorosi invece che protagonisti responsabili.

America in svendita. Trump, il potere personale e il lato più oscuro degli Epstein files

C’è un filo rosso che attraversa la cronaca statunitense del 2025 e il ritratto spietato di Chris Hedges: la presidenza come potere personale, spettacolare, vendicativo. Non è un semplice eccesso di stile. È un cambio di regime dentro la forma democratica. Nel secondo mandato Trump sta spingendo gli Stati Uniti verso una democrazia plebiscitaria dove il leader pretende fedeltà, non consenso; dove la realtà viene piegata alla mitologia; dove la legge diventa clava contro gli avversari e scudo per gli amici.

Questa deriva non è astratta. Sta in una catena di fatti: monetizzazione della carica, emergenza permanente interna, manipolazione delle regole elettorali, commissariamento del simbolico. E dentro questo quadro c’è una questione che Hedges mette al centro perché tocca il cuore morale del potere: l’ombra lunga del caso Epstein, riemersa con forza dalle carte, dalle testimonianze e dal materiale depositato negli anni, oggi rilanciato nel dibattito come “Epstein files”.

Il potere come impresa privata

Il primo segnale della deriva è la fusione fra Stato e marchio personale. La Casa Bianca, per Trump, non è soltanto un’istituzione: è un moltiplicatore di affari. Monitoraggi indipendenti e ricostruzioni giornalistiche sostengono che dal ritorno al potere la rete familiare trumpiana abbia incassato una quantità enorme di soldi fra donazioni, regali, accordi commerciali e iniziative cripto che vivono di prossimità alla presidenza.

Il nodo politico è semplice: se la presidenza diventa un acceleratore di profitto privato, ogni atto pubblico comincia a odorare di business. Non è più conflitto di interessi: è privatizzazione dell’interesse pubblico, trasformazione del governo in un ramo della holding.

Paura interna e governo per eccezione

La seconda gamba del potere personale è la paura. Sul fronte migratorio, la politica trumpiana ha assunto il volto dell’emergenza permanente. I centri federali di detenzione sono a livelli record; dossier civili e inchieste parlano di sovraffollamento, detenzioni prolungate, condizioni sanitarie degradate, apparato sempre più militarizzato. Il DHS, secondo reporter investigativi, scivola verso pratiche da polizia federale opaca, alimentata da una retorica del “nemico interno”.

Non è solo un giro di vite sull’immigrazione. È un laboratorio di governo per eccezione: si sospende la normalità democratica “per proteggere la nazione”. Una volta normalizzato su un gruppo vulnerabile, questo schema diventa trasferibile ad altri ambiti della vita civile.

Democrazia ingegnerizzata

Hedges parla di elezioni “truccate”. La formula è dura, ma la traiettoria va in quella direzione. Nel marzo 2025 un ordine esecutivo ha tentato di imporre prove di cittadinanza più rigide per la registrazione federale e di limitare il voto postale, con minacce di tagli ai fondi agli Stati non allineati. I tribunali ne hanno bloccato parti, ma l’offensiva resta. A cascata arrivano leggi statali coordinate, verifiche documentali onerose, ridisegni dei distretti e “pulizia” delle liste elettorali.

Il voto non viene abolito. Viene filtrato. Si riduce la platea, si alza il costo sociale della partecipazione. L’autoritarismo contemporaneo conserva l’urna, ma svuota la cittadinanza.

Giustizia come arma politica

Terzo passaggio: la legge come strumento di intimidazione. Osservatori e inchieste segnalano un uso aggressivo delle leve federali e del Dipartimento di Giustizia contro avversari politici e figure istituzionali ostili, secondo una logica di vendetta pubblica. Anche quando i bersagli avessero zone d’ombra reali, il messaggio politico rimane: chi dissente rischia ritorsioni. La sfera pubblica si irrigidisce, la critica si autocensura, l’opposizione entra in apnea.

Conquista del simbolico

La presa del Kennedy Center è un indicatore quasi didattico: cultura pubblica commissariata come parte della guerra culturale del leader. Trump ha rimosso consiglieri, nominato fedelissimi e imposto una direzione che artisti e operatori hanno definito epurazione politica. Non è un capriccio estetico: è un progetto di potere. La cultura non deve essere spazio critico, ma vetrina del leader.

Dentro questo scenario, l’ombra Epstein non entra come nota a margine. Entra come prova di un clima strutturale di impunità, sessuale e politica.

Gli Epstein files e Trump: la zona più “piccante” e politicamente decisiva

Qui serve rigore. Gli Epstein files non sono un fascicolo unico: sono un mosaico di documenti, testimonianze, rubriche di contatti, logbook di volo, materiali emersi nei processi Epstein-Maxwell e nel 2025 rilanciati dalla pubblicazione del birthday book e dal dibattito sulla declassificazione dei file non segreti. Dentro questo mosaico ci sono fatti documentati, accuse civili dettagliate e testimonianze personali. Vanno tenuti insieme distinguendo i piani.

Un rapporto lungo, mondano, reale
Trump ed Epstein non furono conoscenze lampo. La loro frequentazione parte alla fine degli anni ’80, si estende ai ’90 e arriva almeno ai primi 2000. Foto, video e presenze reciproche a feste e proprietà li collocano nello stesso circuito di élite. Hedges lo sottolinea perché è il contrario della versione “ci conoscevamo appena”.

Le frasi di Trump sulle ragazze “molto giovani”
Nel 2002 Trump lodò Epstein pubblicamente e aggiunse una battuta sul fatto che gli piacevano donne “piuttosto giovani”. È un dettaglio simbolico, ma pesantissimo: dipinge un orizzonte culturale dove l’oggetto del desiderio è anche l’asimmetria di potere.

Logbook e rubrica
I registri di volo dell’aereo di Epstein riportano Trump come passeggero in alcune tratte tra 1993 e 1997; il suo nome compare anche nella rubrica dei contatti di Epstein. Nessuno di questi dati prova un reato, ma insieme smontano l’idea di rapporto marginale.

Il birthday book del 2003: lettera, disegno e tono confidenziale
La parte più clamorosa del 2025 è il birthday book preparato per i 50 anni di Epstein, poi ottenuto dal Congresso e reso pubblico. Dentro c’è una lettera attribuita a Trump, esplicitamente sessuale nel tono, incorniciata dal profilo di una donna nuda disegnata a mano. Trump nega di averla scritta e ha fatto causa al Wall Street Journal che l’aveva anticipata. Ma il documento è oggi materiale congressuale ufficiale e ha riacceso lo scandalo proprio perché rivela intimità e complicità, non semplice contiguità mondana.

Maria Farmer e l’ambiente predatorio
Una delle prime denunciatrici di Epstein e Maxwell, Maria Farmer, ha raccontato di aver incontrato Trump nell’ufficio di Epstein nel 1995 e di aver percepito un comportamento invadente, fermato dallo stesso Epstein. È testimonianza, non sentenza, ma descrive l’habitat di predazione e di impunità in cui quella frequentazione avveniva.

Virginia Giuffre reclutata a Mar-a-Lago
Virginia Giuffre lavorava minorenne nella spa di Mar-a-Lago quando Maxwell la agganciò per Epstein. Nel 2025 Trump ha ammesso che Epstein “rubò” giovani dipendenti dal suo club, includendo Giuffre; i registri però indicano che Epstein restò membro ancora per anni. Hedges usa questo passaggio per una ragione politica: non stiamo parlando di una ragazza astratta, ma di un luogo preciso, un club di proprietà di Trump, diventato snodo del reclutamento.

Le email del 2019 riemerse nel 2025
Alcune email di Epstein del 2019, rese note nel 2025, sostengono che Trump “sapeva delle ragazze” e che avrebbe chiesto a Maxwell di smettere. Provenendo da Epstein, non sono prova definitiva: un criminale può mentire. Ma politicamente aprono il varco della domanda decisiva: cosa sapeva Trump e quando lo seppe.

La denuncia “Katie Johnson”: il nucleo più crudo del racconto di Hedges
Hedges riprende la causa civile del 2016 presentata da una donna sotto lo pseudonimo “Katie Johnson”. La denuncia sosteneva che nel 1994, quando aveva 13 anni, sarebbe stata condotta a più feste organizzate da Epstein a New York e lì costretta ad atti sessuali con Trump e con Epstein. Nel testo della causa compaiono dettagli di coercizione, violenze, umiliazioni e minacce verso la vittima e la famiglia. La causa fu ritirata prima del processo e non produsse condanne penali, perciò sul piano giudiziario non è un fatto accertato. Ma è uno dei passaggi più “piccanti” e insieme più politici, perché descrive il livello di brutalità possibile dentro il perimetro di quella cerchia e il clima intimidatorio che poteva portare una vittima a sparire dalla scena pubblica.

Che cosa non c’è, finora
I materiali pubblici su Epstein non contengono ad oggi un’incriminazione penale contro Trump per traffico sessuale di minorenni. Alcune testate e fact-checker sottolineano che non esistono prove pubbliche definitive del suo coinvolgimento diretto nei crimini di Epstein. Dire questo non è assoluzione morale. È tenere la bussola sul fatto che il piano giudiziario e quello politico non coincidono.

Perché questa parte è centrale nella deriva autoritaria

Gli Epstein files contano perché non raccontano solo uno scandalo sessuale: raccontano la logica della casta. Un presidente che ha minimizzato o negato rapporti lunghi con un trafficante di minorenni, e che oggi alterna la parola “bufala” al ruolo di finto paladino della trasparenza, usa la verità come plastilina.

Non è un caso che il 19 novembre 2025 Trump abbia firmato una legge che impone al DOJ di pubblicare entro 30 giorni i documenti non classificati sul caso Epstein, lasciando però ampi margini per oscuramenti. Suona come trasparenza, rischia di diventare controllo della narrazione.

In sostanza, la vicenda Epstein illumina il cuore della presidenza Trump: potere personale, reti opache, riscrittura del passato, richiesta di impunità. Anche senza una sentenza definitiva, la prossimità con Epstein e il modo in cui quella prossimità viene raccontata restano un danno politico strutturale. Perché chi tratta la verità come un accessorio non si fermerà davanti ai diritti civili, alle regole elettorali, alle istituzioni culturali.

Il nodo storico

La domanda finale non è quanto Trump sia “estremo”. È perché il sistema lo consente. La risposta sta nella crisi lunga della democrazia statunitense: disuguaglianza sociale estrema, politica ridotta a marketing identitario, media polarizzati, oligarchie economiche invasive, cittadini educati alla paura più che alla partecipazione.

Trump è sintomo e acceleratore. Un caudillo moderno dentro una potenza che perde il senso del limite. Hedges coglie l’essenziale: quando il capo si fa Stato, lo Stato diventa palco, e il palco diventa azienda, la democrazia resta in piedi solo come scenografia. Gli Epstein files sono un riflettore acceso dietro le quinte: mostrano che quell’azienda del potere non tollera la luce, perché la luce distrugge il culto.

Fonti

Chris Hedges, “Gli USA sono una repubblica delle banane”, Scheerpost, trad. SinistraInRete, 11–12 novembre 2025.
Reuters, “Congress releases Epstein’s ‘birthday book,’ including alleged Trump letter”, 8–9 settembre 2025.
Associated Press, “Trump note to Epstein that he denies writing is released by Congress”, 8 settembre 2025.
Politico, “White House issues fresh denials upon release of Epstein birthday greeting”, 8 settembre 2025.
The Guardian, “Release of sexually suggestive Epstein ‘birthday book’ piles pressure on Trump”, 8 settembre 2025.
PolitiFact, “What we know about the Trump-Epstein falling out”, 31 luglio 2025.
Wikipedia, “Relationship of Donald Trump and Jeffrey Epstein” e materiali collegati al filone 2025.

Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano

Genocidi a geometria variabile

Nell’ultimo anno il dibattito pubblico è stato costellato di parole enormi: “genocidio”, “crimini di guerra”, “pulizia etnica”. Si discute, spesso in modo strumentale, di Gaza e della Palestina; si invocano i tribunali internazionali, si litiga sui numeri, si prova perfino a stabilire una gerarchia del dolore. Ma mentre il mondo si accapiglia su ciò che vuole o non vuole vedere, c’è un altro genocidio che si consuma quasi nel silenzio: quello in Sudan.

Non è una tragedia minore. È semplicemente un genocidio che cade fuori dall’inquadratura: troppe poche telecamere, troppo nero il colore dei corpi massacrati, troppo evidente l’intreccio tra rapina di risorse, neocolonialismo, interessi militari e finanziari di mezzo mondo.

Dal 2023 ad oggi, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e spinto alla fuga oltre 12 milioni di esseri umani: la più grande crisi di sfollamento al mondo, con più di 8 milioni di profughi interni e milioni di rifugiati nei paesi vicini.
Alcune stime parlano ormai di oltre 150 mila morti complessivi, solo nell’ultima fase del conflitto.

Eppure, nelle scalette dei telegiornali, questa guerra quasi non esiste.

Dal Darfur a El Fasher: un genocidio annunciato

Per capire che cosa sta accadendo oggi, bisogna tornare al Darfur, inizio anni Duemila: il governo di Omar al-Bashir arma le milizie arabe janjāwīd per reprimere la ribellione delle popolazioni non arabe. Villaggi rasi al suolo, stupri di massa, deportazioni: un’intera regione trasformata in laboratorio di pulizia etnica. La comunità internazionale arriverà a parlare di genocidio, gli Stati Uniti lo dichiarano formalmente nel 2004, ma la macchina di morte non verrà mai davvero smantellata.

Quelle milizie, nel frattempo, cambiano uniforme: si trasformano nelle Rapid Support Forces guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. La sigla cambia, la logica no.

Quando nell’aprile 2023 esplode la guerra aperta tra l’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan e le RSF, il copione è già scritto: le città diventano fronti di battaglia, i civili bersaglio quotidiano di bombardamenti, esecuzioni sommarie, violenze sessuali, saccheggi. Amnesty International parla di “diffuse violazioni del diritto internazionale” da parte di entrambe le parti, documentando attacchi indiscriminati, stupri usati come arma di guerra, blocchi degli aiuti umanitari.

Il caso di El Fasher, capitale del Nord Darfur, è simbolico. Per oltre un anno la città è rimasta sotto assedio, ultimo bastione governativo in una regione largamente controllata dalle RSF. Intorno, campi di sfollati già saturi; dentro, fame, malattie, mancanza di acqua e cure. Le Nazioni Unite e le ONG hanno lanciato per mesi l’allarme sul rischio di un massacro su base etnica.

Quando le RSF hanno preso la città, alla fine del 2025, i racconti convergono: migliaia di civili uccisi, esecuzioni di massa, stupri, fosse comuni, famiglie intere scomparse nella fuga verso Tawila e altre località già esauste.

È questo che significa genocidio: non solo uccisioni su larga scala, ma la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo identificato per etnia, appartenenza comunitaria, origine. In Darfur, come già vent’anni fa, il bersaglio sono le popolazioni non arabe: Masalit, Fur, e altre comunità accusate di “non appartenere” a un ordine sociale costruito sul dominio delle élite arabe armate.

La Convenzione tradita: quando chiamare le cose col loro nome diventa pericoloso

Dal 1948 esiste una Convenzione ONU che definisce il genocidio come il compimento, con intenzione distruttiva, di atti quali uccisioni, gravi lesioni fisiche o mentali, imposizione di condizioni di vita destinate a portare alla distruzione di un gruppo, impedimento delle nascite, deportazione dei bambini. È un testo che si cita spesso, ma che si applica pochissimo.

In Sudan la parola “genocidio” resta accuratamente schermata dal linguaggio diplomatico. L’ONU parla di “rischio elevato”, di “indicatori allarmanti”, di “violazioni massicce”. Ma non si spinge a definire giuridicamente ciò che Accordi e rapporti sul campo ormai descrivono come campagne sistematiche di pulizia etnica.

La differenza non è solo semantica. Se un genocidio viene riconosciuto come tale dagli organi competenti, scattano obblighi internazionali: protezione della popolazione, missioni di interposizione, sanzioni vincolanti, giurisdizione penale sui responsabili. Se resta nel limbo del “rischio”, ci si limita a raccomandazioni, appelli, dichiarazioni indignate. Intanto si continua a morire.

Il Sudan è il caso esemplare di come la comunità internazionale scelga le parole in base alla convenienza politica, non alla realtà dei fatti. L’etichetta di genocidio è un’arma morale potente: si usa – o si evita – a seconda di chi sono le vittime e di chi arma i carnefici.

La maledizione dell’oro: quando un paese ricco deve restare povero

Il Sudan potrebbe essere uno dei paesi più prosperi dell’Africa: possiede enormi terre coltivabili, abbondanti risorse idriche sotterranee, un patrimonio zootecnico enorme. Soprattutto, è diventato uno dei principali produttori di oro al mondo.

Ma nel sistema neoliberale globale, le ricchezze naturali di un paese fragile non sono una benedizione: sono una condanna. Le miniere d’oro in Darfur e in altre regioni sono finite sotto il controllo diretto delle RSF e di reti di società di comodo collegate alla famiglia di Hemedti. Indagini di Global Witness e di altre organizzazioni hanno mostrato come il metallo prezioso venga estratto in condizioni brutali, spesso da lavoratori poverissimi o bambini, quindi contrabbandato verso gli Emirati Arabi Uniti e altri hub, dove entra nel mercato globale ripulito da ogni traccia di sangue.

In cambio dell’oro, arrivano armi, veicoli militari, denaro liquido. Un vero modello di investimento neocoloniale: le milizie si finanziano trasformando una risorsa nazionale in carburante per la guerra; le élite economiche e finanziarie esterne assicurano a sé stesse profitti stellari, mentre il paese sprofonda nel caos.

Il Sudan non è un’anomalia, è un caso scuola. Lo stesso schema si è visto nel Congo per coltan e altri minerali tecnologici, in altri contesti africani per petrolio, diamanti, gas. La guerra non è un incidente sul cammino dello sviluppo: è un dispositivo funzionale alla rapina, che rende impossibile la costruzione di uno Stato sovrano, costringendo la popolazione a sopravvivere in una precarietà permanente.

Mar Rosso, Port Sudan e la geopolitica della frammentazione

A rendere il paese ancora più strategico c’è la geografia: il Sudan si affaccia sul Mar Rosso, attraverso il porto di Port Sudan, crocevia essenziale per le rotte commerciali e militari che collegano Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano. Chi controlla quel tratto di costa influisce sugli equilibri di sicurezza di Egitto, Arabia Saudita, Israele, Iran, Turchia, nonché sulle ambizioni russe di avere una base stabile nella regione.

Attorno al conflitto interno si muove così un vero condominio di potenze: gli Emirati Arabi Uniti accusati di armare e finanziare le RSF, mentre Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Iran e altri attori regionali sostengono in varia misura l’esercito regolare.
Anche potenze europee giocano partite ambigue: rapporti di Amnesty International hanno documentato, ad esempio, l’uso in Sudan di sistemi d’arma prodotti in paesi UE e giunti sul teatro di guerra tramite stati intermedi, in potenziale violazione di embargo e norme sul controllo degli armamenti.

In questa logica, la frammentazione del Sudan non è un rischio collaterale, ma una prospettiva appetibile. Un paese spezzato in più entità deboli, magari con “cripto-Stati” controllati da milizie economico-militari, è più facile da gestire per chi è interessato solo a corridoi logistici, basi militari e contratti sulle risorse. La tragedia del Sud Sudan, nato nel 2011 e già precipitato in una nuova guerra civile, è un avvertimento che nessuno sembra voler ascoltare.

Negrofobia integrata: perché questo genocidio non “fa notizia”

Perché, nonostante i numeri e la brutalità documentata, quello sudanese resta un genocidio fuori campo?

C’è una componente di cinismo geopolitico: ammettere la portata del massacro significherebbe interrogare la complicità diretta e indiretta di governi occidentali, monarchie del Golfo, alleati strategici come Israele nella catena economica e militare che alimenta il conflitto. È più comodo ridurre tutto a “guerre tribali”, fatalismo africano, conflitti “troppo complicati”.

Ma c’è anche qualcosa di più profondo: una gerarchia razziale delle vite. Le vite nere del Sudan – come quelle del Congo, del Sahel, di tante altre periferie – vengono percepite come intrinsecamente meno degne di lutto e di attenzione. La loro morte è considerata, in fondo, “normale”: un rumore di fondo della storia, non una rottura insopportabile dell’ordine morale.

Quello che alcuni studiosi chiamano “negrofobia integrata” si traduce nella pratica in questo: una strage di civili europei o mediorientali inquadrati nel conflitto “giusto” riempie le prime pagine; un milione di sfrattati dalla fame e dalle bombe in Darfur scivola nei trafiletti, quando va bene, o nelle statistiche nascoste nei report umanitari.

Lo stesso doppio standard si vede nella gestione dei rifugiati: le frontiere si aprono – tra mille ipocrisie – per alcune categorie di profughi, mentre i sudanesi che attraversano il deserto e il mare vengono abbandonati nelle prigioni libiche, respinti, ricacciati nell’invisibilità.

Genocidio come dispositivo economico e politico

Il Sudan dimostra che il genocidio non è solo un eccesso di violenza, ma un dispositivo politico-economico. Eliminare, terrorizzare, sfollare un gruppo significa liberare territori, romperne i legami sociali, disarticolare qualunque forma di resistenza organizzata. Significa creare spazi vuoti da riempire con miniere, basi, corridoi energetici, agricoltura d’esportazione.

Le RSF non sono semplicemente una banda di predoni; sono un attore politico-militare moderno, con un proprio network di imprese, banche, società di facciata, conti offshore. Indagini dell’ONU, di Global Witness, di The Sentry ricostruiscono una rete che incrocia l’industria dell’oro, del trasporto, della sicurezza privata, con ramificazioni soprattutto negli Emirati Arabi Uniti.

Dall’altra parte, l’esercito regolare non è un campione di democrazia: bombardamenti indiscriminati, violenze su civili, uso strumentale della fame e dell’assedio come arma sono prassi consolidate.
Il popolo sudanese, che nel 2018-2019 aveva riempito le piazze reclamando “libertà, pace e giustizia” e aperto una breccia rivoluzionaria nel continente, oggi è schiacciato tra due apparati armati che si spartiscono il paese e le sue ricchezze.

Rompe il silenzio chi rifiuta la gerarchia del dolore

Raccontare il genocidio in Sudan non significa “spostare l’attenzione” da Gaza, né attenuare la gravità del massacro del popolo palestinese. Significa, al contrario, rifiutare l’idea che la solidarietà sia un gioco a somma zero, dove un dolore cancella l’altro.

Il filo che unisce Darfur e Gaza, Congo e Cisgiordania, Yemen e Ucraina non è una contabilità macabra di vittime, ma la struttura di fondo: un ordine mondiale in cui la vita vale in proporzione al suo peso politico, alla sua utilità economica, alla sua compatibilità con i disegni delle potenze.

Parlare del Sudan, nominarlo, seguirne le vicende, dare spazio alle voci sudanesi in diaspora, significa incrinare questa gerarchia. Significa ricordare che nessun genocidio è “periferico”, che nessuna guerra di rapina può essere normalizzata in nome del realismo geopolitico.

La prima forma di complicità è il silenzio.
La prima forma di resistenza è rompere quel silenzio, chiamare le cose col loro nome, mettere in fila i nessi tra oro, armi, frontiere, razzismo, potere. Il genocidio sudanese, oggi, è anche questo: una prova della nostra capacità – o incapacità – di guardare oltre il perimetro rassicurante delle vite considerate “importanti”.

Chi pretende di difendere i diritti umani solo quando gli conviene, chi parla di “vita sacra” solo a intermittenza, non sta difendendo nessuno: sta semplicemente scegliendo da che parte della rapina stare.

Southern Spear: la guerra alla “droga” con il mirino puntato sul petrolio venezuelano

La scena è questa: un gruppo di navi da guerra statunitensi staziona a poche decine di chilometri dalle coste venezuelane, all’interno della zona economica esclusiva di Caracas. Incrociatori, cacciatorpediniere, droni, una portaerei nucleare come la Gerald Ford: una potenza di fuoco smisurata per quella che, sulla carta, dovrebbe essere un’operazione “contro il narcotraffico”, battezzata con un nome epico, Southern Spear.

Washington parla di “narco-terroristi”, di rotte della droga da spezzare, di barconi da affondare prima che “veleni” raggiungano le coste degli Stati Uniti. Il Venezuela viene dipinto come un buco nero di criminalità, complici i toni da crociata di Trump e del suo segretario alla Guerra Pete Hegseth, che non escludono neppure opzioni di invasione via terra.

Ma chi guarda la storia con un minimo di memoria sa che le cose non tornano. Ogni volta che Washington parla di “libertà”, “democrazia”, “lotta alla droga” o “armi di distruzione di massa”, da qualche parte nel mondo qualcuno sta per essere bombardato. E quasi sempre, sotto la retorica morale, scorrono flussi molto più concreti: petrolio, gas, materie prime, controllo delle rotte e dei governi.

Dal Golfo del Tonchino a Baghdad: il copione delle guerre su pretesto

Non è la prima volta che gli Stati Uniti costruiscono un casus belli su basi fragili, distorte o apertamente false.

  • Nel 1964 il presunto attacco nordvietnamita nel Golfo del Tonchino – un episodio mai chiarito e in parte smentito dagli stessi documenti americani declassificati – servì a Johnson per ottenere dal Congresso il via libera a una guerra totale in Vietnam.
  • Nel 2003 le “prove” sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, agitate da Colin Powell all’ONU, si rivelarono un castello di bugie: l’Iraq fu devastato, le armi non furono mai trovate.
  • In Afghanistan i talebani, a lungo tollerati e in parte utilizzati nella stagione della guerra antisovietica – quando gli USA alimentarono la galassia dei mujaheddin, da cui germoglierà anche Al Qaeda – diventarono all’improvviso il volto assoluto del male, utile a giustificare vent’anni di occupazione e bombardamenti.

Il filo rosso è la costruzione di un nemico assoluto e di una narrazione semplificata, dove Washington incarna il bene, l’ordine, la legge internazionale, mentre dall’altra parte c’è solo barbarie. Ogni volta, a conflitto esploso, saltano fuori dettagli imbarazzanti, contraddizioni, omissioni. Ma a quel punto i morti sono già morti.

Il Venezuela nel mirino: dove c’è petrolio, c’è “crisi democratica”

Il Venezuela non è un paese qualsiasi. È seduto letteralmente su un mare di petrolio: con oltre 300 miliardi di barili di riserve provate, è il primo paese al mondo per riserve di greggio, davanti a Arabia Saudita, Iran e Canada.

Non è solo una questione quantitativa. È una questione di controllo. Un paese che gestisce direttamente, con una compagnia nazionale, la principale ricchezza energetica del pianeta, e che usa parte di quelle rendite per finanziare programmi sociali, sanità, istruzione, sussidi ai più poveri, rappresenta per Washington un doppio problema:
1. Limita il campo d’azione delle grandi major petrolifere occidentali.
2. Propone un modello politico-sociale – con tutte le sue contraddizioni – che sfida l’ortodossia neoliberista nella regione.

Non a caso il conflitto tra Stati Uniti e Venezuela non nasce oggi. Già nel 2002, sotto la presidenza di Hugo Chávez, un colpo di Stato appoggiato da settori dell’élite economica e di una parte delle forze armate rovesciò il governo per 48 ore. Declassificazioni successive hanno mostrato la “tacita approvazione” di Washington, ben consapevole dei preparativi del golpe.

Da allora si sono succedute sanzioni economiche sempre più pesanti, tentativi di isolamento diplomatico, riconoscimento di governi paralleli, come quello di Juan Guaidó, inventato in laboratorio e rapidamente imploso. Il tutto dentro un quadro storico secolare: la dottrina Monroe, secondo cui l’America Latina è il “cortile di casa” degli Stati Uniti, da governare con colpi di Stato, interventi militari, ritorsioni economiche.

La favola del “narco-Stato”: cosa dicono davvero i dati sulla cocaina

La nuova retorica statunitense dipinge il Venezuela come epicentro del narcotraffico emisferico, un “narco-Stato” da neutralizzare con mezzi militari. Ma i dati degli organismi internazionali raccontano un’altra storia.

Le relazioni dell’UNODC (Ufficio ONU per la droga e il crimine) ripetono da anni la stessa fotografia: la coltivazione di coca e la produzione di cocaina sono concentrate essenzialmente in tre paesi andini – Colombia, Perù e Bolivia – che assorbono oltre il 99% delle coltivazioni e dei laboratori individuati. Il Venezuela non figura tra i paesi produttori.

Dove entra in gioco, allora, il Venezuela? Nei documenti tecnici viene indicato come uno dei diversi paesi di transito dei carichi di cocaina diretti verso Nord America ed Europa, accanto a Brasile, Ecuador, Panama, Messico e altri. In alcune analisi è stato definito “principale paese di transito” in una certa fase delle rotte atlantiche, ma sempre in quanto corridoio logistico, non come paese coltivatore o grande hub di raffinazione.

Persino stime utilizzate da organismi vicini agli Stati Uniti riconoscono che solo una quota minoritaria della cocaina colombiana transita dal territorio venezuelano, mentre quantità molto maggiori passano da altri scali e porti, in America Latina e in Africa occidentale.

È su questo scarto tra realtà e racconto che si innesta la propaganda. Alcune ricostruzioni filo-governative arrivano a sintetizzare così la situazione: “il Venezuela non è produttore, né trafficante, né deposito di droghe; i rapporti specializzati lo dicono chiaramente”. La formulazione è evidentemente polemica, ma il cuore del ragionamento è corretto: nessun rapporto ONU accredita il Venezuela come paese produttore di coca o hub primario della cocaina; la sua centralità nella narrazione della “guerra alla droga” è politica, non statistica.

Il Venezuela è, al massimo, uno dei tanti paesi di transito, schiacciato tra la domanda statunitense di stupefacenti e le reti dei cartelli. Inserirlo nel frame di “narco-Stato” serve a criminalizzare l’intero governo, a trasformare Maduro in una sorta di Pablo Escobar in salsa bolivariana, a legittimare l’uso delle forze armate come se si trattasse di una gigantesca operazione di polizia.

In questo quadro, l’operazione Southern Spear – con affondamento di imbarcazioni sospette, uccisione di decine di persone senza processo né prove rese pubbliche – appare per quello che è: una campagna militare a bassa intensità, costruita su regole d’ingaggio opache, che sposta la “guerra alla droga” sul terreno della guerra vera, con bombe e missili.

Non stupisce che la Russia denunci apertamente la mossa statunitense come “inaccettabile”, accusando Washington di agire al di sopra del diritto internazionale, distruggendo imbarcazioni e uccidendo persone senza indagini, né accuse formali. Una critica che suona tanto più credibile quanto più gli USA si arrogano il diritto di colpire chi vogliono, dove vogliono, in nome di un’emergenza che nessuno, fuori da loro stessi, ha mai certificato.

Socialismo, redistribuzione e l’odio di classe delle élite americane

Dietro l’enfasi sulla droga c’è un altro elemento che pesa come un macigno: la natura politica del governo venezuelano. Con tutte le sue distorsioni e i suoi limiti, il chavismo e il successivo madurismo hanno messo al centro un discorso di redistribuzione del reddito, alfabetizzazione, sanità pubblica, sovranità sulle risorse strategiche, cooperazione con Cuba e con altri paesi dell’Alba.

Per l’establishment statunitense questa è una provocazione intollerabile per almeno tre ragioni:

  • dimostra che, in America Latina, è possibile costruire modelli di welfare e di inclusione sociale sganciati dalle ricette del Fondo Monetario Internazionale;
  • fornisce una narrazione alternativa, quella del “socialismo del XXI secolo”, capace di parlare a milioni di poveri, lavoratori, comunità indigene;
  • rafforza blocchi geopolitici non allineati a Washington, avvicinando Caracas a Mosca, Pechino, Teheran, L’Avana.

L’ossessione americana per la “minaccia socialista” non è un retaggio della Guerra fredda mai elaborato: è uno strumento attualissimo per reprimere qualunque tentativo di allargare diritti sociali, nazionalizzare risorse, spezzare la catena del debito e della dipendenza. Non si perdona a un governo il fatto di usare i proventi del petrolio per finanziare hospice, cliniche, scuole, case popolari, quando quel petrolio potrebbe finire nei bilanci delle grandi compagnie occidentali.

Maria Corina Machado: un Nobel per la pace che applaude i cannoni

In questo scenario entra in scena una figura chiave dell’opposizione venezuelana: María Corina Machado. Leader storica dell’area più oltranzista anti-chavista, negli ultimi mesi è stata consacrata dai comitati di Oslo come nuova premio Nobel per la Pace, trasformata dai media occidentali in volto “democratico” della lotta contro Maduro.

Eppure, dietro l’icona liberal, c’è una linea politica che di pacifico ha ben poco. In più interviste – dalla stampa spagnola ai talk statunitensi – Machado ha salutato con favore l’escalation militare americana nei Caraibi, definendo la pressione di Washington sui “narcos venezuelani” come “assolutamente corretta” e arrivando a sostenere che l’intervento degli Stati Uniti sia “l’unico modo per mandare via Maduro”, se il regime non cede.

La neo Nobel non si limita a chiedere sanzioni o isolamento diplomatico: ringrazia esplicitamente Trump per i bombardamenti contro imbarcazioni accusate di trasportare droga, appoggia il massiccio dispiegamento di navi da guerra al largo delle coste venezuelane, considera la minaccia di uno sbarco via terra come una “leva necessaria” per arrivare al cambio di regime.

Si produce così un paradosso grottesco: il massimo riconoscimento internazionale dedicato alla pace viene assegnato a una leader politica che legittima, e in parte invoca, l’intervento armato di una superpotenza straniera contro il proprio paese. Non per difendere una popolazione da un genocidio in corso, ma per accelerare una transizione politica che una parte dell’opposizione vorrebbe comunque realizzare con strumenti istituzionali.

Machado incarna alla perfezione la figura della “dissidenza utile”: da un lato parla il linguaggio dei diritti umani, della democrazia liberale, della “lotta contro la corruzione”; dall’altro offre alle élite statunitensi il viatico morale di cui hanno bisogno per presentare un’operazione di potenza come una missione umanitaria, spalancando al contempo la prospettiva di un Venezuela “aperto ai mercati”, pronto ad attrarre 1.700 miliardi di dollari di investimenti in quindici anni, come lei stessa ha promesso ai potenziali investitori occidentali.

Trump petroliere e l’impero costruito nell’opacità

La figura di Donald Trump rende il quadro ancora più trasparente. Parliamo di un uomo che ha costruito la propria carriera dentro il capitalismo immobiliare e finanziario, ereditando un vasto patrimonio dal padre Fred – imprenditore attivissimo nell’edilizia newyorkese del dopoguerra – e ampliandolo grazie a torri, hotel, casinò, campi da golf.

Quella storia familiare è tutt’altro che limpida. Inchieste giornalistiche e libri d’indagine hanno ricostruito il ruolo di Fred Trump nel sistema di potere immobiliare di New York, fatto di rapporti incrociati con la politica cittadina, pratiche discriminatorie nei confronti degli inquilini afroamericani e un uso spregiudicato delle agevolazioni fiscali.

Quando il testimone passa a Donald, lo scenario è quello di una città – la New York degli anni Settanta e Ottanta – in cui l’edilizia residenziale e i grandi cantieri sono pesantemente infiltrati dalle famiglie mafiose. Documentari, articoli e atti di commissioni d’inchiesta hanno mostrato come la costruzione della stessa Trump Tower e di altri progetti del gruppo si sia appoggiata a imprese del cemento e ditte di demolizione legate a Cosa Nostra, dentro un sistema in cui nessun grande costruttore poteva davvero chiamarsi fuori.

Non si tratta di romanzi noir, ma di un contesto storico ben documentato, in cui Trump si muove assistito dall’avvocato Roy Cohn – a sua volta ponte tra il mondo politico, gli affari e la mafia – e costruisce il proprio mito di “self-made man” proprio mentre cavalca quell’intreccio opaco tra finanza, poteri locali e criminalità organizzata.

A completare il quadro, negli ultimi anni sono arrivate sentenze pesantissime sulla natura fraudolenta dei bilanci della Trump Organization: un tribunale di New York ha condannato Trump e i figli per aver gonfiato in modo sistematico il valore degli asset al fine di ottenere prestiti e condizioni favorevoli dalle banche, parlando di “dati finanziari apertamente falsi” e infliggendo centinaia di milioni di dollari di multe, oltre al divieto temporaneo di fare affari nello Stato.

È poco credibile che un uomo con questa storia alle spalle si commuova d’improvviso per le vittime dell’eroina nell’Ohio o del fentanyl nelle periferie americane. Se la salute pubblica fosse davvero al centro delle sue preoccupazioni, basterebbe guardare in casa propria: al sistema sanitario che esclude milioni di persone, al business delle big pharma, all’abuso legale di oppioidi prodotto da aziende statunitensi.

La “guerra alla droga” è il racconto di facciata. La partita reale è un’altra: mettere le mani sul più grande giacimento di petrolio del pianeta, ridisegnare gli equilibri energetici del continente, abbattere un governo considerato ostile e sostituirlo con un esecutivo amico dei mercati, pronto a privatizzare tutto ciò che oggi è pubblico.

Un conflitto che rischia di incendiare l’intero Caribe

Una guerra aperta nel Caribe non sarebbe un conflitto “locale”. La presenza russa al fianco del Venezuela, le relazioni con Cuba, le tensioni interne alla Colombia, il ruolo di potenze emergenti come la Cina nella regione trasformerebbero immediatamente un’eventuale invasione in un banco di prova globale.

Mosca ha già dichiarato la propria “solidarietà incrollabile” a Caracas e non può permettersi di assistere passivamente a un cambio di regime imposto da Washington in quella che è diventata una delle sue principali teste di ponte in America Latina.

Nel frattempo, il semplice dispiegamento di una flotta di queste dimensioni – portaerei, incrociatori, marines, droni, bombardieri in appoggio – ha già un effetto: alza la tensione, stringe il cappio economico e diplomatico attorno a Maduro, manda un messaggio minaccioso a tutti i governi che, nella regione, osano difendere la propria sovranità sulle risorse.

La vera posta in gioco: chi decide il futuro dell’America Latina

In ultima analisi, Southern Spear non è solo un’operazione militare. È un messaggio politico al resto del continente.

Dice ai governi: se provate a nazionalizzare, a tassare seriamente i colossi energetici, a costruire politiche sociali robuste, sappiate che l’ombrello stellato può trasformarsi in tempesta di fuoco.
Dice ai popoli: ogni tentativo di uscire dalla dipendenza economica e geopolitica ha un prezzo, e quel prezzo potrebbe essere una guerra scatenata in nome della “democrazia” o della “lotta al narcotraffico”.

Sta qui, nel cuore del conflitto, l’ipocrisia di chi si proclama campione dello “Stato di diritto” e, nello stesso tempo, affonda barche senza processo, prepara invasioni preventive, decide chi deve governare un paese sovrano in base alla propria convenienza energetica.

Difendere il diritto del Venezuela all’autodeterminazione non significa chiudere gli occhi sulle contraddizioni del suo sistema politico, né trasformare Maduro in un santo laico. Significa qualcosa di più semplice e radicale: rifiutare che le sorti di interi popoli vengano decise al Pentagono, tra mappe, target, flussi di greggio e grafici di Borsa.

Perché, al netto della propaganda, di una cosa si può essere certi: i missili che oggi puntano verso le coste venezuelane non hanno come obiettivo la coca. Hanno come bersaglio il petrolio, la sovranità e qualsiasi idea di giustizia sociale che provi, in America Latina, a mettere i diritti delle persone davanti ai profitti delle multinazionali.

New York accende la luce: perché l’elezione di Zohran Mamdani parla all’America intera e non solo

New York ha fatto una scelta che va ben oltre i confini della città. Ha eletto Zohran Mamdani, 34 anni, socialista, musulmano, primo sindaco con questo profilo nella storia della Grande Mela, dopo una campagna in cui Donald Trump in persona aveva cercato di trasformare la sua identità in un’arma politica, arrivando a dire agli ebrei newyorkesi che votare Mamdani sarebbe stato “da stupidi”. È andata al contrario: la città più osservata d’America ha scelto un sindaco che nel suo primo discorso ha promesso di combattere insieme antisemitismo e islamofobia, di congelare gli affitti per oltre due milioni di case a canone calmierato, di assumere insegnanti, di fare di New York “una luce in questo momento di oscurità politica”. È una risposta diretta alla politica della paura.

Il contesto rende il tutto ancora più chiaro. Nelle stesse ore in cui New York sceglie Mamdani, la Virginia elegge la democratica Abigail Spanberger, ex Cia e figura moderata ma solidamente democratica, diventata la prima governatrice donna dello Stato; nello stesso voto i democratici conquistano anche la vicegovernatura con Ghazala Hashmi, prima musulmana eletta a una carica statale in Virginia; il New Jersey conferma la democratica Mikie Sherrill alla guida dello Stato; Detroit fa la storia eleggendo Mary Sheffield, prima donna e afroamericana alla guida della città. Non è una serie di episodi isolati: è una giornata in cui i democratici, in città e stati diversi, rimettono al centro rappresentanza delle minoranze, diritti sociali e ritorno alla normalità istituzionale dopo anni di risse trumpiane.

Trump ha provato subito a giustificare la sconfitta con la solita formula autoassolutoria: i repubblicani hanno perso perché lui non era sulla scheda e per lo shutdown. Ma la realtà è più semplice. Gli elettori hanno respinto il tentativo di ridurre la politica a scontro etnico-religioso. Hanno visto un candidato che parlava di affitti, scuola, servizi, convivenza. E hanno visto un presidente che cercava di dire chi poteva o non poteva governare New York sulla base della religione. Hanno scelto il primo.

C’è poi un elemento che i conservatori stanno già provando a minimizzare con il solito refrain “New York non è l’America”. Certo, New York non è l’America rurale, quella viscerale e profonda. Ma New York, la Virginia e il New Jersey insieme sono America politica: sono luoghi che determinano dibattito nazionale, selezionano classe dirigente, fissano l’agenda. E la Virginia, che spesso vota in tendenza rispetto al presidente in carica, stavolta ha scelto una democratica proprio durante il secondo mandato di Trump: questo, politicamente, è un test superato dai dem.

Nel dibattito pubblico emergono già tre obiezioni tipiche. La prima: “se l’alternativa è l’Islam, mi tengo Trump”. È una frase sbagliata alla radice. Mamdani non è stato eletto perché musulmano, ma perché ha proposto politiche sociali concrete ed è apparso inclusivo. La sua fede è stata usata contro di lui, e gli elettori hanno risposto che non si fanno dividere su base religiosa. È il cuore della democrazia americana: nessun test religioso per le cariche pubbliche. Chi usa lo spauracchio religioso sta dicendo che una parte degli americani non può fare politica o addirittura governare, ed è una posizione reazionaria e antidemocratica.

La seconda obiezione: “New York è una bolla liberal”. Se fosse davvero solo una bolla, non avremmo nello stesso giorno la vittoria di Spanberger in Virginia e di Sherrill in New Jersey, due stati cruciali anche per i futuri ridisegni dei collegi. Evidentemente, quando l’offerta democratica è riconoscibile, sociale, non puramente identitaria e non schiacciata sul centro-business, gli elettori rispondono.

La terza: “Trump ha perso solo perché non c’era il suo nome”. No. Trump ha perso perché ha cercato di trasformare l’identità di un candidato in un fattore di esclusione e i votanti hanno rifiutato questa impostazione. E perché dall’altra parte c’erano candidature solide, spesso femminili, spesso con esperienza pubblica (Cia, Marina, amministrazioni locali), radicate nei territori. È esattamente lo scenario che il trumpismo teme: che gli Stati Uniti tornino a scegliere sulla base delle proposte e delle competenze, e non sul rumore social.

C’è anche un elemento strutturale da non dimenticare. In molti stati a guida repubblicana si stanno ridisegnando i distretti elettorali per blindare il potere conservatore. Nonostante questo, in una sola tornata i democratici portano a casa tre ruoli di governo più la capitale economica e simbolica del Paese. Questo significa che il gerrymandering non basta se l’offerta politica è forte e se l’affluenza è alta.
È esattamente ciò che i movimenti progressisti americani sostengono da anni: quando si parla di scuola, casa, sanità, diritti e convivenza, la destra identitaria perde terreno.

In fondo è questo il messaggio che parte da New York. L’America non è condannata a essere spaccata in razze, religioni e muri, oppure controllata dai militari inviati dalla casa Bianca. Può ancora scegliere una coalizione laica, multietnica, socialista sui servizi e democratica nei toni. Può ancora dire no alla politica dell’odio anche quando l’odio arriva dalla Casa Bianca. E può farlo indicando una strada molto concreta: blocco degli affitti, assunzioni nella scuola, città come argine all’oscurità federale. Quando Mamdani dice “New York sarà la luce”, non sta facendo poesia: sta dicendo che se il centro mediatico e finanziario d’America sceglie pluralismo e protezione sociale, per Trump diventa più difficile continuare a usare paura, religione e rancore come motore politico.

A questo punto è impossibile non volgere lo sguardo all’Europa, e in particolare all’Italia. Perché mentre negli Stati Uniti si vede una reazione civica alle pulsioni autoritarie e identitarie, in Italia il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di collocarsi nella scia del trumpismo di ritorno: centralità dell’alleanza con Washington, pieno allineamento alla postura atlantica, linguaggio securitario e culturale spesso più preoccupato di “chi entra” che di “chi resta indietro”. Dopo la rielezione di Trump nel 2024, Palazzo Chigi ha ribadito senza tentennamenti la “solidità del rapporto” e la “priorità strategica” degli Usa, presentandosi quasi come cinghia di trasmissione europea del nuovo corso americano. È una scelta politica precisa, non obbligata.

La differenza è che l’Italia non ha, oggi, una New York capace di opporsi sul terreno sociale e simbolico al governo nazionale. Le grandi città italiane oscillano, ma raramente riescono a imporre un modello alternativo fatto di casa, scuola, welfare urbano e convivenza multi etnica come baricentro. E allora la postura di Meloni risulta più sbilanciata: si presenta in Europa come “traduttrice” del leader americano, anche quando il leader americano è divisivo, imprevedibile o apertamente ostile a pezzi dell’integrazione europea. È un’operazione che regge finché la società resta passiva. Ma se anche in Europa dovesse emergere un’onda di amministrazioni urbane progressiste, come quella che oggi parte da New York, la linea iper-atlantista e subalterna di Palazzo Chigi apparirebbe per quella che è: un allineamento politico, non una necessità storica.

In altre parole: mentre una parte degli Stati Uniti sta dicendo che non vuole più essere governata dalla paura e dalle campagne d’odio, l’Italia ufficiale continua a mostrarsi obbediente alle oscillazioni di Washington. L’elezione di Mamdani ci dice che la seconda strada è praticabile: si può governare con diritti, servizi e pluralismo.
Tocca all’ alternativa politica italiana decidere se seguirla o continuare a fare la ventriloqua del trumpismo europeo.

Venezuela non si tocca: smascheriamo la guerra di rapina nel Caribe

Noi stiamo con il Venezuela, punto. Non per faziosità, ma perché qui si combatte una partita più grande: popoli e risorse contro un capitalismo predatore che usa la parola “narco” come foglia di fico per imporre missili, sanzioni, portaerei. Negli ultimi due mesi gli Stati Uniti hanno colpito ripetutamente piccole imbarcazioni nel Caribe e nel Pacifico, uccidendo decine di persone, senza rendere pubbliche prove verificabili. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi “inaccettabili” e ha chiesto lo stop immediato e indagini indipendenti. Nel frattempo Washington fa affluire navi da guerra e un’intera portaerei verso l’area venezuelana. Questo non è ordine pubblico: è prova generale di regime change.

Cosa sta succedendo, in concreto
Gli strike letali contro barche “sospette” sono iniziati a settembre e hanno già fatto oltre 60 morti. Le testate statunitensi parlano di “narcoterroristi”, ma ammettono che il governo non ha mostrato evidenze pubbliche sui carichi. Intanto il cacciatorpediniere USS Gravely è entrato e uscito da Port of Spain (Trinidad e Tobago), a pochi chilometri dalla costa venezuelana, per esercitazioni congiunte. In arrivo anche la portaerei USS Gerald R. Ford, che aggiunge migliaia di uomini e nuovi mezzi al dispositivo navale già presente. È un salto di scala.

Il “narco” è il pretesto, non il motivo
Le indagini internazionali – comprese quelle in ambito ONU – non indicano il Venezuela come produttore di cocaina; al contrario, registrano un contrasto attivo da parte del governo venezuelano contro la produzione e il transito del narcotraffico. La retorica “antidroga” è dunque un paravento. Il movente reale dell’amministrazione Trump è accaparrarsi risorse naturali (petrolio, gas e minerali strategici) e imporre un cambio di regime. Prima il Venezuela; poi, a ruota, gli altri Paesi non allineati dell’area, a partire da Cuba e Nicaragua. In una parola: geopolitica delle risorse.

Il bottino vero: petrolio e gas
Il Venezuela siede sulle più grandi riserve provate di petrolio al mondo (circa 303 miliardi di barili, stima EIA/OPEC) e, nonostante le sanzioni, ha riportato le esportazioni sopra 1 milione di barili/giorno a settembre. Sul gas, il campo offshore Dragon (in acque venezuelane, con 4+ Tcf) è diventato un dossier di pressione: prima licenze USA “a tempo”, poi strappi politici; Caracas ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad dopo l’attracco della nave USA. È qui che il puzzle si ricompone: hard power in superficie, leva energetica in profondità.

La miccia politica
Mentre cresce l’hardware militare, arriva anche la sanzione simbolica: il Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione. Un premio che, nel contesto attuale, funziona come scudo mediatico e come ulteriore delegittimazione del governo di Caracas. Il messaggio, per chi deve riceverlo, è chiarissimo.

Il rischio escalation è reale
Esponenti di primo piano del Partito Repubblicano (Lindsey Graham) parlano apertamente di “possibili” colpi di terra in Venezuela e perfino in Colombia. I media statunitensi riportano attività coperte dell’intelligence. Con portaerei, cacciatorpediniere e retorica d’assedio, l’incidente che trascina l’area in una crisi regionale è a un passo. E non illudiamoci: oggi Venezuela, domani Cuba o Nicaragua.

La nostra posizione (senza giri di parole)
Difendere l’autodeterminazione venezuelana significa dire no a esecuzioni extragiudiziali in mare, no a portaerei usate come clava diplomatica, no a “premi” e sanzioni come armi di guerra ibrida. Possiamo criticare dall’interno errori, corruzione, ferite sociali: è un diritto dei venezuelani. Ma non accettiamo che la legge internazionale diventi opzionale quando in gioco ci sono barili e giacimenti.

Cosa chiediamo e cosa facciamo
1. Stop immediato agli strike e indagine ONU indipendente su ogni attacco, vittime identificate, regole d’ingaggio pubbliche.
2. Tavolo CELAC–CARICOM–UNASUR su sicurezza marittima ed energia (incluso Dragon), per togliere ossigeno alla logica del fatto compiuto.
3. No all’allineamento europeo alla dottrina delle uccisioni senza processo: l’UE lavori a de-escalation, corridoi legali e cooperazione giudiziaria, non a “interventi per procura”.
4. Mobilitazione dal basso: presidi sotto le sedi diplomatiche del Venezuela e campagne di contro-informazione. La pace non è neutralità: è prendere parte contro la guerra di rapina.

O si accetta che i Caraibi diventino zona di caccia dove chi ha più missili comanda, o si difende l’unico principio che tiene insieme popoli diversi: la sovranità, con il diritto davanti ai cannoni. Noi scegliamo il Venezuela, oggi. Perché scegliere il Venezuela, adesso, significa scegliere tutti i popoli che non vogliono tornare colonia.

Fonti principali per dati e fatti
– Serie di attacchi navali USA e bilanci vittime; assenza di prove pubbliche; presenza di CIA/rafforzamento militare.
– Condanna ONU agli strike come contrari al diritto internazionale e richiesta di stop.
– Arrivo USS Gravely a Trinidad, esercitazioni congiunte, ridispiegamento della USS Gerald R. Ford.
– Riserve petrolifere e export venezuelani; dossier gas Dragon e sospensione cooperazione con Trinidad.
– Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado (contesto politico-mediatico).

Nota esplicativa:
Dragon è un giacimento offshore di gas naturale del Venezuela. Si trova nel Mar dei Caraibi, in acque venezuelane a nord della penisola di Paria, praticamente sul confine marittimo con Trinidad e Tobago.

In breve:

  • Dove sta: nel cluster “Plataforma Deltana”, circa 25 miglia a nord della costa venezuelana, a pochi chilometri da Trinidad.
  • Quanto gas c’è: stime tra 3,2 e 4,2 trilioni di piedi cubi (Tcf), fra i campi gas più importanti del Paese.
  • A cosa serve: il progetto prevede di collegare Dragon con una condotta sottomarina alle infrastrutture di Trinidad (Atlantic LNG) per liquefare ed esportare il gas. Shell e la statale di Trinidad (NGC) hanno negoziato con PDVSA; l’operatività è sempre dipesa dalle licenze USA sulle sanzioni.
  • Timeline recente (ballerina): Caracas ha concesso una licenza pluriennale a Shell nel 2023; Washington ha alternato via libera e strette (revoche in primavera 2025, nuova licenza ad ottobre 2025); subito dopo, però, il Venezuela ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad, congelando di fatto il dossier.

Perché conta: Trinidad soffre di carenza di gas per la propria filiera LNG/petrolchimica, e Dragon è la fonte più vicina e logica; per il Venezuela è moneta dura e leva geopolitica. Proprio per questo il campo è diventato un nodo strategico della crisi caraibica di queste settimane.