IL BOARD OF PEACE: LA PACE IN VENDITA, LA COSTITUZIONE IN IMBARAZZO, GAZA IN RISTRUTTURAZIONE

Ci sono parole che, quando le senti pronunciare dal potere, diventano subito sospette. “Pace” è una di queste. Perché dipende sempre da chi la dice, dove la dice, e soprattutto su chi ricade il conto.

A Davos, nel cuore ovattato del capitalismo globale, Donald Trump ha presentato il suo Board of Peace: un organismo che nasce formalmente per “gestire” Gaza, ma che nelle intenzioni si propone come una specie di ONU privata, più veloce, più “efficiente”, più ubbidiente. Trump lo vende come l’idea del secolo: “tutti vogliono farne parte”. Ma quando guardi bene chi c’è sul palco e chi non c’è, la frase suona diversa: non sembra un invito, sembra un ricatto diplomatico travestito da opportunità.

Perché la prima fotografia è questa: si parla di Gaza senza i palestinesi. E già qui finisce la retorica e comincia la vergogna.

Non stiamo assistendo a un tentativo di pace. Stiamo assistendo a una riorganizzazione del potere, dove la sofferenza di un popolo viene trasformata in materiale politico, mediatico, finanziario. Un popolo viene ridotto a scenario, la distruzione diventa “fase uno”, e le macerie sono solo un problema di logistica.

Questa non è pace. È colonialismo in abito da sera.

I. Una “pace” senza popolo: il conflitto ridotto a pratica amministrativa

Il Board of Peace, almeno nella cerimonia di lancio, è stato rappresentato da Paesi firmatari che hanno più o meno tutti una caratteristica in comune: sono compatibili con l’agenda di Washington e con l’idea di un Medio Oriente “messo in ordine” dall’alto. Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Marocco, Bahrein, Turchia, Ungheria, Argentina e altri. Mancano diversi Paesi europei e alcuni alleati storici degli Stati Uniti.

E qui si capisce il punto: non è una “pace” costruita con il diritto internazionale e con la rappresentanza dei popoli, ma un tavolo di gestione in cui la questione palestinese diventa un dossier, una transizione, un progetto. Un problema da “mettere a posto”.

Quando la pace non nasce dal diritto, nasce dalla forza.
Quando la pace non nasce dalla giustizia, nasce dall’obbedienza.

E l’obbedienza, sappiamo bene dove porta: porta sempre alla stessa cosa, alla normalizzazione dell’ingiustizia.

II. Gaza come “posizione perfetta”: il salto dall’orrore all’immobiliare

C’è un passaggio che sintetizza l’intera operazione, e non lo dico per metafora. Sullo stesso palco di Davos, Jared Kushner mostra slide e mappe della “Nuova Gaza”. E Trump, da immobiliarista, commenta come se stesse valutando un investimento: la posizione sul mare, il potenziale, il “pezzo di proprietà” che può diventare fantastico.

E io mi fermo e lo dico senza girarci intorno: questa è pornografia del potere.

Qui non siamo davanti a un piano di ricostruzione. Siamo davanti a un’operazione più cinica: la trasformazione della tragedia in occasione. Gaza non è più un popolo sotto macerie, è un “waterfront”. Non è più un cimitero a cielo aperto, è un rendering. È la geopolitica che diventa brochure, e il dolore che diventa marketing.

Se riesci a guardare un territorio devastato e a vederci una “grande opportunità”, vuol dire che hai perso l’umanità. E quando il potere perde l’umanità, non costruisce futuro: costruisce solo rovine più grandi.

III. Dentro il Board ci sono i “grandi leader”. Fuori, c’è la Corte Penale Internazionale

In questo teatro, il paradosso è talmente enorme che non puoi nemmeno chiamarlo ironia: si costruisce un “board di pace” includendo o evocando figure gravate da guerre, repressioni, crimini.

Benjamin Netanyahu non si è presentato di persona anche per un motivo semplicissimo: su di lui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità (assieme all’ex ministro Gallant). È un fatto, non un’opinione.
Ed è altrettanto chiaro che Paesi aderenti allo Statuto di Roma, come la Svizzera, hanno obblighi di cooperazione con la CPI.

E allora la scena diventa grottesca: la “pace” viene celebrata in un luogo dove alcuni dei protagonisti non possono fisicamente mettere piede senza rischiare l’arresto. È come inaugurare un tribunale con gli imputati che dettano le regole, o come fare una marcia contro l’incendio mentre qualcuno distribuisce benzina.

Questa non è diplomazia. È un sistema che pretende impunità come condizione di partenza. E la chiama “stabilità”.

IV. L’Italia e l’arte della furbizia: quando la Costituzione diventa un alibi

E arriviamo a noi. L’Italia, a quanto risulta, non ha aderito. E Giorgia Meloni, secondo ricostruzioni giornalistiche, avrebbe tentato la classica formula da equilibrista: “esserci” senza esserci, stare dentro la foto senza firmare davvero, rimandare, prendere tempo, evitare impegni espliciti.

La motivazione evocata sarebbe addirittura “costituzionale”, con riferimento all’articolo 11.
Ora, l’articolo 11 è una cosa seria: ripudia la guerra, non la cosmetizza. È nato dalle macerie vere del Novecento, non dai panel di Davos.

Ma qui la verità è un’altra: la premier sa benissimo che aderire oggi significa sporcarsi le mani domani. Perché la storia non resta ferma. Le opinioni pubbliche non restano addormentate per sempre. E certi meccanismi, quando girano troppo, cominciano a ingoiare anche chi li ha alimentati.

Meloni non è “prudente” per moralità: è prudente per calcolo. Perché sa che l’onda nera globale, questa nuova stagione di suprematismo bianco in versione 3.0, non è un destino inevitabile: è un progetto politico. E i progetti politici, prima o poi, finiscono. Quando finiscono, restano i nomi, restano gli atti, restano le complicità.

E chi oggi gioca a fare l’astuto rischia domani di diventare il bersaglio della memoria. Perché la memoria, quando torna, torna con forza. E non chiede permesso.

V. Antisemitismo e memoria selettiva: quando si combatte l’odio cancellando il fascismo

In questi stessi giorni, in Italia, si discute di antisemitismo (tema serio e reale, da combattere senza ambiguità) e intanto affiora la solita malattia nazionale: la memoria selettiva.

È stata presentata una proposta di legge contro l’antisemitismo che, secondo quanto riportato, ricostruirebbe le persecuzioni subite dagli ebrei nel corso della storia, ma omettendo un passaggio che per l’Italia è dirimente: le leggi razziali fasciste del 1938.

E questa omissione non è una distrazione. È un gesto politico.

Perché le leggi razziali del 1938 non sono un dettaglio: sono la prova storica che il fascismo italiano non fu soltanto autoritarismo e manganello, ma anche ideologia razzista, persecuzione, disumanizzazione di Stato. Cancellarle, o “dimenticarle” mentre si fa la predica morale, significa una cosa sola: significa voler ripulire l’origine, rendere la destra di oggi più presentabile, più innocente, più “istituzionale”.

Ma c’è un problema: questo governo non ha mai fatto una denuncia netta, inequivocabile, definitiva del fascismo come radice politica e culturale da recidere. E quando il presidente del Senato è noto anche per aver dichiarato di conservare un busto di Mussolini, capiamo che non è soltanto folclore: è un segnale.

Un segnale di appartenenza, di continuità simbolica, di ammiccamento.
Un messaggio alla propria base: “tranquilli, non rinneghiamo niente”.

E allora io lo dico chiaramente: non si combatte l’antisemitismo cancellando la storia.
Non si difende la dignità umana usando la dignità umana come scudo retorico mentre si tollera la disumanizzazione di un altro popolo.

Se vuoi davvero la memoria, devi avere il coraggio di guardare anche la tua faccia nello specchio. Altrimenti non è memoria: è propaganda.

VI. La verità brutale: questa non è pace, è controllo

Se guardo il Board of Peace con gli occhi della realtà, vedo una cosa molto semplice:

I) si costruisce un organismo “leggero”, controllabile, fondato sul potere del più forte
II) si scavalcano o si umiliano le sedi multilaterali quando diventano scomode
III) si mette Gaza sotto tutela politica e narrativa
IV) si vende la ricostruzione come opportunità, non come riparazione
V) si pretende che il mondo applauda

Il punto non è “Trump sì o Trump no”. Il punto è il modello: la pace come transazione. La pace come franchising. La pace come contratto.

E in quel contratto, il popolo palestinese rischia di essere l’unico a non avere firma. Perché per i nuovi padroni del mondo i popoli non sono soggetti: sono variabili. Sono ostacoli. Sono “problematiche”.

Questo è il nuovo volto dell’Occidente: un potere che si crede eterno, che si crede superiore, che si crede autorizzato a decidere chi merita di vivere e chi deve essere spostato, ridotto, rieducato, cancellato.

Nazisti del terzo millennio, con giacca e cravatta, con grafici e piani triennali, con parole pulite e mani sporche. E la cosa più tragica è che non si accorgono nemmeno che così facendo stanno scavando la fossa sotto i loro stessi piedi. Perché un mondo fondato sull’impunità e sull’arroganza non regge: collassa. E quando collassa, travolge tutti.

quando la pace è un brand, la giustizia diventa un intralcio

Io non ho paura delle parole. Ho paura quando le parole vengono usate per coprire i fatti.

Se “Board of Peace” significa una Gaza ridisegnata da chi l’ha bombardata o da chi l’ha coperta, se significa una pace senza libertà, senza rappresentanza, senza diritto, allora quella non è pace. È un nuovo nome per la stessa vecchia dominazione.

E l’Italia, se davvero non aderisce, non lo fa per moralità: lo fa per prudenza, per istinto di sopravvivenza politica, per l’odore del futuro che arriva. Perché sedersi a quel tavolo significa anche sedersi con l’ombra lunga della Corte Penale Internazionale sullo sfondo.

La storia non perdona chi scambia la dignità per una “grande opportunità”.

La pace non è un palco. È un debito verso i vivi. E un dovere verso i morti.

Fonti essenziali
Il Fatto Quotidiano, Board of Peace e dichiarazioni di Meloni (21 gennaio 2026)
Reuters, dibattito e pressioni sul Board of Peace (21 gennaio 2026)
Associated Press, lancio del Board e assenze degli alleati USA (21 gennaio 2026)
Euronews, posizioni europee e dubbi italiani sul Board (21 gennaio 2026)
ONU, nota sui mandati d’arresto CPI per Netanyahu e Gallant (22 novembre 2024)
La Repubblica, ddl antisemitismo e omissione delle leggi razziali del 1938 (21 gennaio 2026)
Pagella Politica e La Repubblica, dichiarazioni di La Russa sul busto di Mussolini (2023)

Il popolo kurdo tra guerra permanente e pace negata: la tragedia che l’Occidente finge di non vedere

Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi perfetto per essere ignorato.

Eppure basta pochissimo perché quel silenzio si riveli per quello che è: una complicità. Basta che Aleppo torni a bruciare nei suoi quartieri kurdi, basta che un cessate il fuoco venga venduto come svolta “storica” e poi evapori come una promessa in campagna elettorale. E io capisco subito che non siamo davanti a una serie di incidenti: siamo dentro un metodo. La violenza come amministrazione della realtà. L’impunità come sistema. La propaganda come anestesia.

Negli ultimi giorni la Siria si è rimessa in moto come una scacchiera impazzita. Da un lato un accordo che dovrebbe “integrare” le forze kurde nelle strutture statali, dall’altro il rischio concreto che quell’integrazione sia una resa mascherata, un modo pulito per smontare l’autonomia pezzo dopo pezzo, senza dichiarare mai apertamente l’obiettivo finale.

La Turchia parla di “svolta storica”. E quando Ankara usa queste parole io non mi tranquillizzo mai: mi viene il dubbio che stia solo incassando, lentamente e con metodo, una partita che dura da decenni.

I. Aleppo e la Siria della normalizzazione: quando l’orrore diventa gestibile

Il punto non è solo la ripresa degli scontri. È il contesto politico che li rende possibili. La Siria di oggi è attraversata da un paradosso che dovrebbe far vergognare chiunque osi ancora parlare di “valori occidentali”: figure e apparati che fino a ieri venivano presentati come un problema globale diventano, nel giro di poco, interlocutori credibili, partner possibili, volti “pragmatici” nelle foto ufficiali.

Ahmed al-Sharaa è l’emblema di questa normalizzazione. Il messaggio è chiarissimo: non conta cosa sei stato, non contano le tue ombre, non contano le tue alleanze. Conta solo se servi. Se ti inserisci nell’ordine nuovo che qualcuno ha deciso.

In questa Siria “ripulita” per la diplomazia, i kurdi non sono un dettaglio etnico. Sono un ostacolo politico. Perché rappresentano un’idea incompatibile con l’ordine che si vuole ripristinare. E quando un’idea è incompatibile, non la si discute: la si cancella.

II. Un popolo spezzato in quattro: la condanna della statelessness

La questione kurda è, prima di tutto, una condanna geopolitica. Un popolo grande, antico, radicato, ma frammentato tra quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq, Iran. Una nazione senza Stato è una ferita permanente, perché ogni confine diventa una gabbia e ogni governo trova comodo dipingere quel popolo come un problema di sicurezza, mai come una questione di diritti.

E qui sta l’inganno più vecchio e più efficace: si pronuncia la parola “terrorismo” come una formula magica, e tutto il resto scompare. Scompaiono le lingue proibite. Scompaiono gli arresti politici. Scompaiono le città svuotate. Scompare la vita quotidiana trasformata in sospetto.

Così si ottiene la cosa più preziosa per chi domina: un popolo senza voce, ridotto a caso di cronaca, a nota a piè pagina, a minaccia astratta.

III. Rojava: la democrazia dal basso come nemico assoluto

In Siria, i kurdi hanno tentato qualcosa di rarissimo in Medio Oriente: un’esperienza di autogoverno che ha provato a tenere insieme pluralismo, convivenza tra comunità, partecipazione, centralità delle donne, e una cultura politica opposta alla logica del capo assoluto e dell’obbedienza cieca.

Non è stato un paradiso. Non è stato “puro”. Ma è stato reale. E questa è la vera colpa. Perché un esperimento reale, anche imperfetto, può diventare contagioso. Può far venire alle persone un’idea pericolosa: che esiste un’alternativa al dominio.

Le SDF sono state per anni l’ossatura militare della guerra contro l’ISIS, con il supporto statunitense. In parole brutali: sono state utili. Poi, quando l’utile rischia di diventare autonomo, si trasforma in problema. E il problema si risolve sempre allo stesso modo, con le parole che fanno sembrare “ragionevole” ciò che è una strangolatura: riorganizzazione, integrazione, stabilità.

L’autonomia può esistere, sì. Ma solo finché non disturba gli interessi dei grandi.

IV. Al-Shadadi: quando la “guerra al terrorismo” si rivela una recita

C’è un punto che per me è la cartina di tornasole dell’ipocrisia internazionale: le prigioni dove sono detenuti migliaia di membri dell’ISIS. Qui non si parla di opinioni. Qui si parla di rischio materiale, immediato: uomini addestrati alla ferocia, pronti a riemergere come un veleno mai davvero neutralizzato.

Ed è proprio qui che, in queste ore, il quadro si è fatto ancora più grave e più scandaloso.

Secondo quanto denunciato dalla Rete Kurdistan, le forze del governo di transizione siriano e milizie jihadiste alleate hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando i detenuti dell’ISIS. E la parte più inquietante non è soltanto l’attacco: è il contorno politico che lo rende qualcosa di più di un “fatto di guerra”.

La Coalizione Internazionale, quella che si riempie la bocca di lotta al terrorismo, avrebbe taciuto e non sarebbe intervenuta. Le SDF si sarebbero trovate da sole a contenere l’assalto, resistendo fino allo stremo, pagando con morti e feriti un prezzo altissimo. E il risultato sarebbe la fuga di un numero enorme di combattenti dell’ISIS.

Su quante persone siano scappate c’è già una guerra di numeri. Da un lato le versioni ufficiali che minimizzano, dall’altro stime molto più alte riportate da fonti kurde e da media internazionali. Ma il cuore del problema non cambia di una virgola: se anche “solo” decine di jihadisti tornano liberi, il danno è gigantesco. Se ne scappano centinaia, è una frattura strategica. Se sono migliaia, è un terremoto.

E qui il ricatto si mostra nella sua forma più nuda. Ci raccontano che ogni repressione, ogni invasione, ogni bombardamento preventivo è “necessario” per fermare il terrorismo. Poi però, quando il terrorismo si rialza davvero, quando lo si può toccare con mano, la macchina che dovrebbe intervenire resta ferma, muta, immobile.

Non è incoerenza. È cinismo. Perché il terrorismo, se resta una minaccia latente, diventa anche un’arma politica. Serve a giustificare occupazioni. Serve a cancellare diritti. Serve a costruire consenso con la paura. Serve a tenere intere popolazioni dentro il recinto della “sicurezza” mentre fuori, nell’ombra, si fanno affari e accordi.

E come se non bastasse, nello stesso quadro emerge la minaccia su Kobane. Kobane non è un posto qualsiasi. Kobane è un simbolo storico: è il luogo dove nel 2015 il mondo intero vide che l’ISIS poteva essere fermato. Non da un impero, ma da un popolo. Non da un bombardamento televisivo, ma dalla resistenza reale.

Vederla di nuovo sotto attacco significa una cosa sola: si sta tentando di cancellare non solo persone e territori, ma la memoria stessa di ciò che quel popolo ha rappresentato.

E io, davanti a questo, mi faccio una domanda che pesa come un macigno: com’è possibile che chi ha “salvato il mondo” dall’ISIS venga oggi lasciato solo mentre l’ISIS torna a camminare?

V. Turchia: pace come parola, repressione come struttura

Sul fronte turco, la narrazione ufficiale vorrebbe raccontare una fase nuova: annunci di fine della lotta armata, segnali simbolici, parole cariche di promessa, immagini costruite per dire “si volta pagina”.

Io però non riesco a leggere questa storia come una favola lineare. Perché conosco il copione della politica turca: quando serve dialogo, lo promette. Quando serve consenso nazionalista, reprime. La pace diventa una leva. Un interruttore da accendere e spegnere. Uno strumento, non un diritto.

E in una regione dove la guerra è sempre stata anche un’economia, nessuno rinuncia volentieri a quell’interruttore.

VI. Afrin e i territori occupati: la pulizia lenta, quotidiana, amministrata

Poi c’è Afrin. Un nome che dovrebbe pesare come una sentenza. In quelle aree sotto controllo turco e delle milizie alleate, da anni emergono segnalazioni di abusi: rapimenti, estorsioni, saccheggi, arresti arbitrari, violenze sistematiche. Non incidenti. Non mele marce. Una modalità di governo.

Qui la cancellazione non avviene solo con le bombe. Avviene con la paura quotidiana. Con la proprietà rubata. Con l’identità trasformata in colpa.

È una guerra che assomiglia a una burocrazia: lenta, ripetitiva, “gestibile”. E proprio per questo devastante.

VII. Iraq e Iran: autonomia sotto condizione, diritti sotto sorveglianza

In Iraq, la Regione autonoma del Kurdistan resta sospesa tra aspirazione e strangolamento politico. Dopo il referendum del 2017, la traiettoria indipendentista si è schiantata contro muri altissimi, costruiti da Baghdad, ma anche da chi a parole predica autodeterminazione e nei fatti la teme come un incendio.

E intanto petrolio e gas restano un cappio. L’autonomia è tollerata finché conviene. Finché non cambia gli equilibri. Finché non sposta il potere vero: quello economico.

In Iran, il copione è più duro ancora: ogni rivendicazione kurda viene trattata come minaccia interna. La parola “sicurezza” diventa una porta blindata, chiusa contro un popolo che chiede diritti elementari.

VIII. L’Occidente: i diritti come retorica, l’ordine come obiettivo

Ed eccoci al punto che mi brucia davvero: l’Occidente. Quello che ama raccontarsi come custode dei diritti umani, ma poi applica i diritti come un menu geopolitico.

A chi è alleato si perdona tutto.

A chi è utile si concede una tregua.

A chi è scomodo si nega perfino la dignità di esistere come soggetto politico.

Il popolo kurdo è stato una trincea contro l’ISIS. Un argine pagato col sangue. E oggi viene trattato come un dossier da archiviare: un fastidio da ridurre, un’anomalia da integrare, un sogno da spegnere.

E il caso di Al-Shadadi, così come viene denunciato e raccontato in queste ore, rende questa ipocrisia intollerabile. Perché se la coalizione internazionale tace mentre i detenuti dell’ISIS fuggono, allora la “guerra al terrorismo” non è più nemmeno un alibi: è un cartello stradale buono per tutte le direzioni, utile solo a far passare ciò che si vuole far passare.

Questa è la complicità vera: non sempre un crimine dichiarato, ma una somma di silenzi, strette di mano, riabilitazioni rapide, doppi standard. E soprattutto una complicità che si vede nel momento in cui sarebbe necessario agire, non parlare.

IX. L’unica alternativa alla guerra: un futuro politico, non militare

Io non ho illusioni romantiche. So che la pace non nasce da una poesia, e so che ogni percorso politico in quella regione è attraversato da contraddizioni enormi.

Però una cosa mi sembra limpida: l’unico scenario che non sia eliminazione a bassa intensità, deportazione permanente, repressione ciclica, è una soluzione politica vera. Un modello federale o confederale, pluralista, dove i popoli non siano ospiti tollerati ma cittadini riconosciuti.

La proposta di Öcalan, al netto di tutto, mette il dito nella ferita: se continuiamo a lasciare il destino dei popoli al linguaggio delle armi, allora vincerà sempre chi ha più droni, più soldi, più alleati, più propaganda. Ma se proviamo a restituire cittadinanza all’immaginario politico, allora la parola “futuro” smette di essere una presa in giro.

E forse è proprio questo che spaventa: non la forza militare kurda, ma l’idea kurda. L’idea che un popolo possa vivere senza chiedere il permesso all’impero di turno.

Chi guarda, oggi, non può dire “non sapevo”. La storia kurda è scritta in piena luce. È l’Occidente che continua a spegnere la lampada, ogni volta che quella luce illumina le sue responsabilità.

E io, sinceramente, non ho più voglia di fingere che sia solo “complessità geopolitica”. Qui c’è una scelta. E il mondo, ancora una volta, sta scegliendo di voltarsi dall’altra parte.

LA PACE È UN’INSURREZIONE CIVILE: CONTRO LA GUERRA NORMALIZZATA E LA REGRESSIONE REAZIONARIA

Ci stanno addestrando. Con pazienza, con ripetizione, con una propaganda che fa sembrare inevitabile ciò che è soltanto voluto. Ci stanno abituando alla “normalità” della guerra: come se fosse un fatto atmosferico, come la pioggia. Come se fosse un destino. E invece la guerra non è mai un destino: è sempre una scelta politica, economica, ideologica.

E quando la guerra diventa normalità, succede una cosa precisa: la vita perde valore. Le vittime si trasformano in numeri. Il diritto diventa un intralcio. La democrazia viene riscritta come una complicazione. E il futuro, che dovrebbe essere un campo aperto, viene ristretto fino a diventare una gabbia.

Questo non riguarda solo Gaza. Non riguarda solo l’Ucraina. Non riguarda solo i conflitti che “fanno notizia” quando conviene. Riguarda noi. Riguarda l’Italia. Riguarda la qualità della nostra libertà e il senso stesso della parola civiltà.

Il diritto internazionale non è un optional: o lo difendi o scivoli nella barbarie

Il punto centrale è semplice, e proprio per questo dà fastidio: senza diritto internazionale non esiste pace, e senza pace non esiste democrazia.

La Carta delle Nazioni Unite nasce per impedire che la forza sostituisca la legge, e mette nero su bianco un principio elementare: gli Stati devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati. 

Quel principio oggi viene trattato come carta straccia. Si condanna la violazione del diritto quando conviene, e la si ignora quando è “amica”. Si invoca la legalità contro i nemici e si pratica l’impunità per gli alleati. È il doppio standard come forma di governo del mondo. È l’ipocrisia elevata a sistema.

E quando il diritto internazionale viene umiliato, la conseguenza non resta fuori dai confini: torna dentro casa, come un boomerang. Perché se la legge del più forte diventa il modello globale, prima o poi diventa anche il modello interno.

Il riarmo è un furto: ci tolgono il welfare per finanziare la guerra

La guerra non è soltanto bombe e carri armati. La guerra è un’economia. E l’economia di guerra non è neutrale: redistribuisce ricchezza verso l’alto, e scarica il costo verso il basso.

Il dato parla da solo: la spesa militare mondiale ha raggiunto circa 2.718 miliardi di dollari nel 2024, il livello più alto mai registrato, con una crescita rapidissima anche in Europa e in Medio Oriente. 

Ora, proviamo a dirlo senza giri di parole: quei soldi sono ospedali non costruiti, scuole impoverite, trasporti pubblici lasciati marcire, case popolari mai realizzate, salari congelati, precarietà resa permanente. È lo Stato sociale che viene smontato pezzo dopo pezzo mentre ci ripetono che “non ci sono risorse”.

Le risorse ci sono. Solo che cambiano destinazione. E quando cambiano destinazione, cambia anche la società: diventa più dura, più diseguale, più militarizzata, più cinica.

La destra reazionaria non vuole sicurezza: vuole obbedienza

Qui si vede il cuore nero della regressione: la trasformazione della politica in ordine pubblico. La pace non serve solo a evitare le guerre lontane: serve a impedire che la guerra diventi un metodo di governo qui, tra noi.

Quando un governo si allinea alla logica della forza, poi ha bisogno di controllare il dissenso. E allora arrivano norme punitive, strette repressive, criminalizzazione delle piazze, intimidazioni verso chi sciopera, verso chi protesta, verso chi “disturba”.

Il messaggio è brutale: se ti muovi, sei un problema. Se alzi la voce, sei un pericolo. Se chiedi pace, vieni trattato come un nemico interno.

E questa è la vera malattia democratica: non la conflittualità sociale, ma l’idea che la conflittualità sia illegittima. È la politica che torna indietro di decenni, verso un modello disciplinare e autoritario, dove lo Stato non garantisce diritti: li concede. E può ritirarli.

L’Italia ha una bussola: ripudia la guerra (ma qualcuno prova a spezzarla)

Noi non dovremmo nemmeno discutere, su certe cose. Perché nella nostra Costituzione c’è una frase che dovrebbe essere scolpita sulle porte del Parlamento, dei ministeri, delle redazioni e dei talk show.

L’Italia ripudia la guerra. Non la “limita”. Non la “regola”. La ripudia. E ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. 

Quell’articolo non è poesia: è una scelta di civiltà. È l’antidoto storico contro il fascismo, contro l’imperialismo, contro la violenza come strumento politico.

Ecco perché oggi dà fastidio. Perché chi spinge il riarmo, chi vuole il Paese più duro e più obbediente, ha bisogno di trasformare quell’articolo in un reperto da museo. Ha bisogno di farci credere che sia “superato”. Ha bisogno di staccarci dalla memoria.

Ma la memoria, qui, è una forma di resistenza. Ed è l’unico modo per non diventare complici.

Pace, disarmo, unità: il fronte necessario

La pace non è una candela accesa al balcone. È un progetto politico collettivo. E per diventare reale ha bisogno di una cosa che oggi fa paura ai potenti: unità.

Unità tra movimenti, associazioni, sindacati, territori, scuole, università, enti locali. Unità non come parola buona, ma come rete concreta: una sola voce capace di reggere l’urto della propaganda, capace di spezzare l’isolamento mediatico, capace di impedire che la pace venga ridotta a un’infantile ingenuità.

Perché la pace è realismo. Il vero irrealismo è credere che l’escalation non ci travolgerà. Il vero infantilismo è pensare che la guerra sia “lontana” mentre cambia già le nostre leggi, il nostro linguaggio, le nostre priorità, i nostri bilanci, e perfino la nostra idea di umanità.

La scelta è adesso: o ricostruiamo civiltà, o ci abituiamo alla barbarie

Io non ci sto a vivere in un Paese dove la guerra diventa un’abitudine e la repressione un’abitudine ancora più grande. Non ci sto a vedere il diritto internazionale ridotto a propaganda, la Costituzione trasformata in cerimoniale, la pace trattata come un’utopia ridicola.

La guerra è una fabbrica: produce profitti, produce paura, produce obbedienza. E proprio per questo va fermata alla radice, prima che divori tutto.

La pace è un bene primario. Senza pace non c’è giustizia sociale. Senza pace non c’è democrazia. E senza democrazia, anche la vita quotidiana diventa una trincea.

Per questo oggi il compito è uno solo: rompere la normalizzazione. Dire no al riarmo. Dire no al doppio standard. Dire no alla regressione autoritaria. E costruire un fronte umano, popolare, costituzionale, capace di rimettere al centro la cosa più rivoluzionaria di tutte: la vita.

Fonti essenziali

Carta delle Nazioni Unite (testo integrale, principio del divieto di uso della forza: art. 2, par. 4).  SIPRI, Trends in World Military Expenditure, 2024 (spesa militare globale 2024: 2.718 miliardi di dollari).  Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 11 (testo ufficiale). 

MINNEAPOLIS NON È LONTANA: QUANDO IL POTERE CHIEDE IL BUIO

Minneapolis ci sembra lontana. Ma io non riesco più a trattarla come una notizia “americana”, come una parentesi violenta dentro un Paese già abituato agli eccessi. Perché dentro quei fatti vedo uno specchio. E lo specchio, quando si incrina, non riflette solo gli Stati Uniti: riflette anche noi. Riflette l’Europa che scivola. Riflette l’Italia che rischia di copiare il peggio proprio mentre si racconta che sta “modernizzando” la democrazia.

Quello che vedo, con una chiarezza che fa male, è una traiettoria precisa: il potere politico che pretende una magistratura docile, un diritto piegato come metallo caldo, e una società che si abitua lentamente al buio. Non succede in un giorno. Non arriva con i carri armati. Arriva a piccoli passi. Un abuso che passa. Un sopruso che diventa “normale”. Una garanzia che si “semplifica”. E quando te ne accorgi, spesso è già tardi.

MINNEAPOLIS: QUANDO LA LEGGE DIVENTA UN CAPPUCCIO

La storia di Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, uccisa a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE, è il volto più nitido di quella zona grigia in cui il confine tra diritto e arbitrio scompare.

Non un conflitto a fuoco. Non una sparatoria nel caos. Ma una dinamica raccontata come esecuzione, con colpi esplosi a breve distanza, con la sensazione netta che la forza non sia stata l’ultima risorsa, ma la prima lingua parlata. E già questo dovrebbe bastare: una democrazia che tollera la forza come scorciatoia, prima o poi se la ritrova come sistema.

Ma c’è un dettaglio ancora più importante. Dopo la violenza arriva la narrazione. L’amministrazione parla, giustifica, incornicia, sposta l’attenzione. È sempre così: il potere non si limita a colpire, pretende anche di raccontare perché era “necessario”. E intanto perfino una decisione giudiziaria in Minnesota è intervenuta per imporre limiti ai metodi delle forze federali verso manifestanti e osservatori, segnalando che il confine tra ordine pubblico e abuso stava diventando una terra di nessuno.

Qui sta la crepa: quando un apparato armato risponde solo al centro del potere e può agire come se fosse una milizia, la legge smette di essere una casa comune e diventa un’arma selettiva. Il cappuccio non è solo quello sugli agenti: è quello calato sul principio di responsabilità. È l’anonimato morale dello Stato.

IL MESSAGGIO DEL POTERE: GARANZIE AI CARNEFICI, NUDITÀ PER LE VITTIME

Un altro caso aggiunge un tassello che non lascia scampo: Geraldo Lunas Campos, detenuto cubano, muore in custodia e l’autopsia preliminare parla di asfissia dovuta a compressione del torace e del collo, quindi di una dinamica compatibile con un soffocamento fisico. La versione ufficiale prova a spostare tutto su un gesto suicidario, ma testimonianze e primi riscontri aprono uno squarcio netto.

Qui bisogna essere duri e lucidi. Non si tratta di simpatia. Non si tratta di precedenti. Queste sono scuse comode, e infatti sono sempre pronte. Si tratta di un principio: lo Stato può trattenere un essere umano, non può umiliarlo, torturarlo, spegnerlo. Se accettiamo che la dignità sia condizionata dalla biografia del singolo, abbiamo già buttato via la civiltà giuridica e stiamo solo scegliendo chi sacrificare per primi.

Dentro questa logica, i numeri diventano benzina: decine di migliaia di persone rinchiuse, molte senza precedenti penali, un aumento delle morti nei centri di detenzione. La disumanizzazione non è un incidente. È una tecnica. E quando la tecnica funziona, viene replicata. Quando viene replicata, diventa sistema. Quando diventa sistema, diventa cultura. E allora la democrazia, lentamente, smette di vergognarsi.

ALLIGATOR ALCATRAZ: LA CRUDELTÀ COME LINGUAGGIO DI GOVERNO

C’è poi un elemento che io considero decisivo, perché riguarda il futuro possibile: la normalizzazione del trattamento degradante come strumento di governo.

Amnesty International denuncia trattamenti crudeli, inumani e degradanti in strutture di detenzione in Florida, inclusi luoghi diventati simbolo di una barbarie amministrativa che si fa prassi. Non è “polemica”. È documentazione. È materia. È corpo. È prova.

Ed è qui che io vedo la mutazione più pericolosa dell’Occidente: non si limita a gestire la paura, la produce. La coltiva. La trasforma in consenso. La crudeltà diventa messaggio, e il messaggio diventa metodo.

Quando lo Stato usa l’umiliazione come deterrente, sta dicendo una cosa molto semplice: “posso farlo”. E quando lo può fare su alcuni, domani lo potrà fare su altri. È solo una questione di tempo e di bersagli.

SCHMITT E MONTESQUIEU: QUANDO I FRENI SALTANO, IL POTERE NON SI FERMA

Questo passaggio si capisce con due idee che oggi tornano come lame.

Carl Schmitt ci mette davanti allo stato d’eccezione: il momento in cui il sovrano decide fuori dalla regola, sospendendo la regola in nome della necessità.

Montesquieu ci ricorda invece la condizione minima della libertà politica: la democrazia esiste solo se il potere arresta il potere.

Minneapolis è precisamente questo: l’eccezione che si finge normalità. La forza che si presenta come tutela mentre esercita arbitrio. E quando l’arbitrio si installa, non si accontenta mai. Chiede protezione legale. Chiede ampliamento. Chiede impunità.

Le “città santuario” non sono una curiosità americana. Sono un laboratorio. Se “proteggere” significa sospendere diritti, allora la regola è già stata piegata. E quando la regola si piega, il potere prende gusto: capisce che può farlo ancora, e meglio.

L’ITALIA E IL REFERENDUM: IL COLPO NON È TECNICO, È STRUTTURALE

Ed eccoci a noi. Al referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia, spesso ridotta alla formula innocua della “separazione delle carriere”.

Io qui voglio essere chiaro: non è un ritocco tecnico. È un intervento sui pilastri. Quando tocchi l’architettura dei poteri, non stai spostando un mobile: stai cambiando il modo in cui una democrazia riesce a non diventare proprietà privata del governo di turno.

La riforma introduce una separazione di percorso tra magistratura requirente e giudicante e un riassetto dell’autogoverno, con organi distinti e nuovi meccanismi disciplinari. Tradotto: cambia il rapporto tra politica e giustizia. Cambia la resistenza del sistema alle pressioni. Cambia la possibilità che un pubblico ministero resti libero di guardare dove deve guardare.

E qui torna la lezione più dura: quando il pubblico ministero viene isolato e reso più esposto al clima politico del tempo, aumenta la probabilità, prima politica che giuridica, di una giustizia usata come leva.

Oggi ti accendo un processo.

Domani te lo spengo.

Oggi ti costruisco un nemico.

Domani proteggo un amico.

Non è modernizzazione. È governo del conflitto attraverso la giustizia.

LE FIRME: QUANDO IL POPOLO PARLA E IL PALAZZO FA FINTA DI NON SENTIRE

E poi c’è un fatto che per me pesa come un macigno, perché dice tutto del clima.

Mentre la consultazione viene fissata con una rapidità quasi ossessiva, la mobilitazione popolare che chiede di essere ascoltata viene trattata come rumore di fondo. Ma non lo è. È un fatto politico enorme.

La raccolta firme promossa dalla società civile ha superato la soglia richiesta, ed è andata ben oltre: in queste ore, secondo i promotori, si è superata anche quota 540.000 sottoscrizioni. Un segnale netto, un corpo vivo di cittadinanza che chiede tempo, informazione, dibattito. E che rifiuta la scorciatoia della velocità imposta dall’alto.

Eppure quelle firme sono state disattese, non considerate, tenute ai margini del racconto pubblico, quasi censurate nel loro significato reale. Come se la partecipazione fosse una formalità fastidiosa e non la sostanza stessa della Costituzione.

Questo è il nodo: quando un governo impone una data senza rispettare fino in fondo il percorso democratico e la pressione civile in campo, non sta “organizzando”. Sta scegliendo il terreno di gioco. Sta riducendo il tempo democratico, che è l’unico tempo in cui le persone possono capire, discutere e decidere.

Per questo, oggi, lo slittamento della consultazione non è affatto un’ipotesi campata in aria. La questione delle firme, dei ricorsi e della corretta scansione dei tempi costituzionali è un punto politico e giuridico aperto. La data del 22-23 marzo è stata fissata, ma la pressione civile e i percorsi di contestazione potrebbero far convergere il voto su un’altra finestra, magari agganciandolo ad altre consultazioni, nel momento in cui si riconosca una cosa semplice: non si può schiacciare tutto con la logica del “prima possibile” quando in gioco c’è l’equilibrio dei poteri.

Questa non è burocrazia. È democrazia. È il diritto dei cittadini a non essere spettatori.

IL FALSO GARANTISMO: LA PAROLA PIÙ USATA PER SMONTARE I DIRITTI

E qui arriviamo al punto più subdolo, quello che in Italia produce danni da decenni perché si traveste da virtù.

Il falso garantismo non nasce per proteggere l’imputato o rendere più giusto il processo. Nasce per ridurre la magistratura a una funzione gestibile, prevedibile, addomesticabile, soprattutto quando la politica teme di essere guardata troppo da vicino.

Funziona così:

I) si prende un problema reale (lentezza, arretrati, carichi enormi, disfunzioni)

II) lo si attribuisce a un bersaglio conveniente (l’autonomia della magistratura, la caricatura delle “toghe politicizzate”)

III) si propone come cura ciò che, in realtà, è un trasferimento di potere verso l’alto

Il trucco riesce perché sfrutta la fatica delle persone. E la fatica, quando è vera, può essere manipolata con facilità. Ma una cosa è riformare per migliorare. Un’altra cosa è riformare per controllare.

Quando la parola “garanzie” viene usata per ridurre i controlli sul potere, non stai difendendo i cittadini. Stai difendendo chi comanda. E quando questo diventa normalità, la democrazia non perde solo qualità: perde natura.

PERCHÉ OGGI È DIVERSO DAL 1988: TRE CHIODI NEL MURO DELLA STORIA

C’è chi dice: “se ne parlava anche negli anni Ottanta”. Sì. Ma il contesto è tutto, e chi finge di non capirlo sta facendo propaganda, non analisi.

I) 1988, codice Vassalli

Il modello accusatorio viene introdotto in una stagione che prova a razionalizzare e garantire. Ma quel contesto politico non aveva ancora normalizzato l’attacco sistematico ai contrappesi come metodo di governo.

II) Anni Novanta, Mani Pulite e guerra contro la magistratura

Da quel momento una parte del potere capisce che la vera posta in gioco non è “la giustizia efficiente”, ma la giustizia controllabile.

III) Ventennio berlusconiano, delegittimazione e difesa dei vertici

Leggi difensive, immunità, campagne contro i giudici: si consolida una grammatica politica che tratta la magistratura come ostacolo, non come garanzia.

Ecco perché l’Italia del 1988 non è l’Italia del 2026. Oggi cresce una cultura politica che considera i contrappesi un intralcio e la forza un’ideologia. E quando la forza diventa ideologia, la libertà diventa concessione.

CHIUDIAMOLA QUI, SENZA IPOCRISIE

Io non mi faccio illusioni: questa è una partita di potere. E come tutte le partite di potere, viene giocata sul linguaggio prima ancora che sulle norme.

Prima ti dicono che è “solo una riforma tecnica”.

Poi ti dicono che chi critica è “ideologico”.

Poi ti dicono che la magistratura deve “stare al suo posto”.

Infine, quando il potere non trova più limiti, scopri che il tuo posto è diventato più piccolo.

Ecco perché Minneapolis parla di noi. Perché ci sta mostrando la scena finale di un film che molti, qui, stanno già provando a girare con attori diversi e la stessa sceneggiatura: un potere che pretende di non essere controllato.

Io non voglio uno Stato in cui il diritto diventa un cappuccio.

Non voglio uno Stato in cui l’eccezione diventa metodo.

Non voglio uno Stato in cui la giustizia viene addomesticata “per efficienza”.

Non voglio una democrazia che sopravvive solo come parola, mentre nella sostanza si trasforma in obbedienza.

La democrazia non muore quando arrivano i mostri. Muore quando le persone smettono di chiamarli per nome. Muore quando ci convincono che “è normale”. Muore quando accettiamo l’idea che i diritti siano un lusso e i contrappesi un fastidio.

E se c’è una cosa che oggi dobbiamo rifiutare, con fermezza, è proprio questa: l’idea che la libertà sia compatibile con il buio.

FONTI ESSENZIALI (PER APPROFONDIRE)

I) Reuters, “Italy to hold referendum on judicial reform on March 22-23” (12 gennaio 2026)

II) Pagella Politica, approfondimento su possibili slittamenti della consultazione (gennaio 2026)

III) Il Post, analisi su raccolta firme, ricorsi e data del voto (15 gennaio 2026)

IV) RaiNews, aggiornamenti su firme e ricorsi legati alla consultazione (15 gennaio 2026)

V) Sky TG24, aggiornamenti su firme e confronto politico sulla riforma (15 gennaio 2026)

VI) il manifesto, ricostruzione del quadro politico e dei comitati in campo (gennaio 2026)

VII) Il Fatto Quotidiano, analisi su firme e tempistiche della consultazione (gennaio 2026)

VIII) Amnesty International, rapporti e denunce su trattamenti inumani nelle strutture di detenzione in Florida

Il rial che brucia e l’assedio che uccide

Iran, sanzioni e guerra ibrida: quando la “democrazia” diventa il pretesto del dominio

C’è una parola che l’Occidente usa come una chiave universale, buona per tutte le serrature: “regime”. La pronuncia, e la realtà diventa semplice. Diventa un film morale: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. E tutto ciò che accade dopo, ogni fame, ogni crisi, ogni piazza insanguinata, diventa automaticamente colpa di chi sta dentro quella parola.

Eppure l’Iran di oggi, se lo si guarda senza le lenti ideologiche prefabbricate, è qualcosa di più complesso e, soprattutto, più inquietante. Perché l’Iran non è soltanto un Paese con un potere interno duro, autoritario, teocratico, spesso repressivo. L’Iran è anche un Paese sottoposto da decenni a un assedio economico e finanziario che non è più “pressione diplomatica”: è una guerra. Una guerra che non si dichiara, non si vota nei parlamenti con la stessa gravità delle invasioni, non porta bare di soldati occidentali. Ma porta comunque vittime. Solo che le vittime sono quasi sempre dall’altra parte dello schermo.

Io non difendo la teocrazia iraniana, né la idealizzo. Ma non accetto la narrazione truccata che assolve a priori chi strangola un popolo e poi lo rimprovera perché, a un certo punto, quel popolo si ribella.

E per capire davvero cosa sta accadendo oggi, bisogna partire da lontano. Da un anno che, per l’Iran, non è solo storia. È memoria politica. È ferita nazionale. È la radice di una sfiducia che, da allora, non si è più spenta.

1953: il peccato originale dell’ordine occidentale in Iran

Nel 1951, Mohammad Mossadegh (Mossadeq) diventa primo ministro e compie un atto che, in un Paese sovrano, dovrebbe essere normale: decide di nazionalizzare il petrolio. Non per capriccio ideologico, ma perché l’Anglo-Iranian Oil Company era il simbolo di un rapporto coloniale mascherato da contratto. L’Iran, pur essendo il Paese produttore, non vedeva davvero i conti, non decideva, non comandava. In pratica: possedeva il sottosuolo, ma non possedeva la propria ricchezza.

Quel gesto, a Londra e Washington, non viene letto come un atto di sovranità economica, ma come una minaccia strategica. E la reazione è quella che l’Occidente “non ricorda mai” quando parla di democrazia: l’intervento.

Agosto 1953: Mossadegh viene rovesciato. Il golpe è finanziato e sostenuto dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, nell’ambito di quella che è passata alla storia come Operation Ajax. Non è un’opinione, è una pagina documentata. Perfino enciclopedie generaliste e fonti storiche mainstream lo riportano senza ambiguità: la democrazia iraniana viene spezzata e lo Shah torna al centro del potere.

Qui si forma la prima lezione, quella che molti analisti occidentali fingono di non capire: per l’Iran moderno, l’Occidente non è stato il garante della libertà. È stato il regista della rottura. La “democrazia” è stata sacrificata in nome del petrolio e della stabilità strategica. E quando una nazione vive un trauma così, non lo archivia. Lo incorpora.

Da quel momento, la monarchia si rafforza, le opposizioni vengono schiacciate, e la storia accelera verso il 1979: la rivoluzione islamica non nasce nel vuoto, nasce anche da questa frattura. Perché quando spegni con la forza una democrazia imperfetta, lasci campo a ciò che viene dopo. E spesso ciò che viene dopo è più duro, più radicale, più impermeabile.

Non è “colpa dell’Occidente” se l’Iran è diventato una teocrazia. Ma è un fatto che l’Occidente ha contribuito a creare il terreno che ha reso possibile l’esplosione.

E questo pesa ancora oggi, quando si pretende che Teheran “si fidi” di Washington e Bruxelles.

Dalla sovranità economica al sospetto permanente

Dopo il 1953, l’Iran impara un linguaggio geopolitico brutale: chi possiede la ricchezza può non possedere la libertà di gestirla. Il petrolio diventa una maledizione e una calamita. Attira alleanze, ma anche manovre. Attira modernizzazione, ma anche dipendenza.

Ecco perché, quando oggi si parla dell’Iran come se fosse “solo un problema interno”, si sta mentendo per omissione. L’Iran è un Paese che, nel secondo dopoguerra, è stato trattato come una pedina. E le pedine, quando provano a diventare giocatori, vengono riportate al loro posto.

Questa è la cornice storica senza la quale l’attualità non si capisce.

La moneta che muore, la vita che si restringe

Arriviamo all’oggi. O meglio: all’ultima fiammata di una crisi lunga.

Ci sono crisi economiche che nascono dal basso: corruzione, inefficienze, disuguaglianze, apparati di potere che drenano risorse. E l’Iran ne ha, eccome. Ma ci sono anche crisi che vengono alimentate, trasformate in detonatori. Perché il collasso economico è una leva politica perfetta: non ha il rumore delle bombe, ma produce panico, instabilità e impoverimento di massa.

Quando a fine dicembre 2025 il rial tocca livelli catastrofici, fino a oscillare attorno a 1,4 milioni per un dollaro sul mercato informale, quel numero non è una curiosità statistica. È un referto. È la fotografia di una società che vede evaporare risparmi, stipendi, futuro.

E quando il 28 dicembre 2025 le proteste ripartono dai commercianti e dai luoghi della vita reale, dai bazar, dai mercati, dalle serrande abbassate, il segnale è limpido: non è una scossa passeggera. È il punto in cui la gente non ce la fa più. Il Financial Times racconta la centralità simbolica del Grand Bazaar di Teheran e il passaggio dalla protesta economica al terremoto politico.

Da lì, la protesta dilaga. AP descrive una diffusione rapidissima, centinaia di località coinvolte, repressione, arresti e blackout comunicativi.

La domanda non è soltanto “perché protestano?”. La domanda è: perché protestano adesso, con questa intensità, dopo anni di sofferenza?

Perché l’economia è arrivata al limite. E quando una moneta muore, muore la normalità.

Le sanzioni come punizione collettiva travestita da virtù

La grande ipocrisia delle sanzioni è la loro presentazione morale. In Occidente vengono vendute come uno strumento “non violento”, chirurgico, elegante: colpi mirati contro i vertici del potere. Ma l’esperienza storica dice l’opposto.

Le sanzioni non colpiscono prima i potenti. Colpiscono prima la vita quotidiana. Colpiscono prezzi, salari, importazioni, filiere, cure, accesso alla normalità. Colpiscono la società civile molto più di quanto indeboliscano le élite, che spesso hanno vie di fuga, reti, canali, protezioni.

Il punto più crudele è che questo meccanismo è invisibile e quindi facilmente negabile: anche quando farmaci e beni umanitari sono formalmente esentati, nella pratica vengono bloccati da ciò che nessun comunicato può cancellare, la paura bancaria e finanziaria.

Human Rights Watch lo ha spiegato senza giri di parole: le sanzioni e soprattutto la minaccia delle “secondarie” generano un clima di terrore tra gli intermediari finanziari, così le transazioni lecite vengono congelate. E qui emergono casi che non sono dettagli: sono corpi, sono vite. Pazienti con epidermolisi bollosa che restano senza medicazioni essenziali. Bambini che soffrono perché ciò che sarebbe “esente” diventa “irraggiungibile”.

È la violenza moderna: non ti sparo addosso, ma ti rendo la salute una lotteria.

E quando qualcuno ripete “ma i medicinali sono esclusi dalle sanzioni”, sta dicendo una verità formale che, nella pratica, diventa una menzogna operativa.

Il JCPOA: la promessa tradita e il ritorno della gabbia

Chi parla dell’Iran senza citare il JCPOA racconta una storia tagliata a metà.

Nel 2015 viene firmato l’accordo sul nucleare, un patto imperfetto ma funzionale: limitazioni e controlli in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Poi arriva il 2018: gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo e ripristinano le sanzioni, inaugurando la stagione del “maximum pressure”. È un passaggio spartiacque che segna la politica iraniana interna e la percezione esterna: l’idea che ogni compromesso possa essere cancellato unilateralmente.

E quando un Paese riceve questo messaggio, la logica è semplice: se il patto vale finché conviene all’altra parte, allora il patto non è una garanzia, è una trappola.

Nel 2025, secondo analisi e ricostruzioni, la vicenda del JCPOA entra definitivamente nella sua fase terminale, con la reimposizione di sanzioni ONU tramite meccanismi di “snapback” e uno scenario di rottura sempre più completo.

E intanto la società paga.

La protesta e il sangue: quando la pressione diventa esplosione

Se strangoli un popolo abbastanza a lungo, quel popolo prima o poi scende in piazza. Non perché sia manovrato. Perché non respira.

Ma qui entra in gioco una verità che molti fingono di non conoscere: quando un Paese è strategico, ogni protesta diventa un terreno di guerra ibrida.

Questo non significa che le proteste siano finte. Sarebbe un insulto a chi rischia la vita. Significa che dentro il caos entrano sempre interessi, infiltrazioni, provocazioni, accelerazioni. Significa che il disordine viene usato. Che l’instabilità può diventare un obiettivo, non solo un effetto.

AP riporta un aumento drammatico del bilancio delle vittime secondo attivisti, con la protesta che si trasforma in uno dei momenti più critici degli ultimi decenni per la Repubblica Islamica.

Non è necessario credere a ogni versione, né interna né esterna. Basta una constatazione: la catena causale è evidente.

I) strangolamento economico
II) collasso sociale
III) protesta
IV) repressione
V) sangue

E chi impone lo strangolamento non può fingersi estraneo al punto IV e V.

L’Iran come obiettivo strategico: nodo Russia-Cina e frattura del sistema mondiale

Chi riduce tutto al “programma nucleare” sta facendo finta di non capire. Il nucleare è una parte. Ma non è il cuore.

Il cuore è geopolitico. L’Iran è energia, corridoi, rotte, equilibrio regionale. È un alleato di un mondo che sta cercando di sfuggire alla disciplina occidentale: Cina e Russia, il multipolarismo, l’idea che esista un futuro fuori dal recinto del dollaro e delle sanzioni.

In questa cornice, le sanzioni non sono un messaggio etico. Sono un’arma di dominio. Uno strumento per rendere impraticabile l’autonomia. Una punizione esemplare rivolta anche agli altri: guardate cosa succede a chi prova a uscire dalla linea.

E infatti le pressioni non colpiscono solo Teheran, ma anche chi commercia con Teheran, in una logica extraterritoriale che ha sempre meno a che fare con la diplomazia e sempre più con il controllo delle catene globali.

Rising Lion e poi i bombardieri americani: quando l’assedio diventa anche profondità

Qui si arriva al punto che molti provano a minimizzare, perché rompe l’illusione dell’Occidente come “moderatore”.

Nel giugno 2025 lo scontro supera un confine. Prima gli attacchi israeliani, che aprono la fase militare dell’escalation. Poi il salto di livello: l’intervento diretto degli Stati Uniti.

Reuters racconta un’operazione militare statunitense che colpisce i principali siti nucleari iraniani, mentre altre fonti descrivono dettagli operativi e strategici dell’attacco. È in questo contesto che entra in gioco ciò che rende tutto più chiaro e più grave: l’uso dei bombardieri B-2 e delle bombe di profondità “bunker buster” GBU-57, strumenti progettati per colpire strutture fortificate sotterranee. Reuters parla di una missione impostata anche con inganno e decoy, mentre USNI News e altre ricostruzioni riportano la scala dell’impiego di questi ordigni.

Questo va detto senza ambiguità: non è stata “solo Israele”. A un certo punto sono entrati direttamente gli Stati Uniti, con il loro arsenale e la loro firma politica. Il che significa una sola cosa: la pressione economica non è separata dall’opzione militare. Fa parte dello stesso schema.

E in un Paese già strangolato finanziariamente, un attacco del genere non “corregge” nulla: radicalizza, irrigidisce, destabilizza. Trasforma l’economia in campo minato, la società in camera a pressione.

La salute come campo di battaglia: il corpo civile dentro la guerra economica

Quando un Paese viene colpito in questo modo, la guerra entra in ospedale. Non serve che sia dichiarata: basta che funzioni.

Human Rights Watch non parla di geopolitica astratta. Parla di effetti concreti: banche che non processano pagamenti per importare medicine e attrezzature, aziende che si ritirano per timore legale, forniture che spariscono. E nella loro analisi emerge un dettaglio rivelatore: l’“overcompliance” è un dispositivo di potere, perché crea un blocco sistemico anche dove le norme direbbero il contrario.

Questa è una forma di punizione collettiva legalizzata. E non serve essere “pro Iran” per chiamarla col suo nome.

Quante morti produce una sanzione?

È qui che il discorso diventa inevitabilmente morale.

Uno studio pubblicato su The Lancet Global Health ha cercato di stimare l’impatto delle sanzioni sulla mortalità, con risultati che nel dibattito internazionale hanno fatto rumore: le sanzioni, nel lungo periodo, producono un peso enorme in termini di morti, e colpiscono in modo sproporzionato i più vulnerabili.

Questi studi non servono per fare propaganda. Servono per togliere alle sanzioni la loro maschera “pulita”. Servono per ricordare che quando blocchi l’economia reale, non stai facendo filosofia politica: stai toccando la speranza di vita.

Palestina, Iran e doppio standard: la morale come arma, non come principio

A questo punto resta una domanda che non si può evitare, se si vuole essere onesti: perché lo stesso Occidente che si erge a giudice morale tollera, copre e legittima ciò che fa Israele ai palestinesi, mentre altrove predica diritto e libertà?

La risposta è amara ma lineare: la morale viene spesso usata come arma. Si accende quando serve, si spegne quando disturba. Non è incoerenza accidentale: è logica di potere.

In Iran, la democrazia viene invocata come pretesto per strangolare.
In Palestina, i diritti vengono sospesi perché l’alleato non si tocca.
Nel Sud del mondo, la sovranità diventa colpa quando non coincide con gli interessi occidentali.

Il vero doppio standard non è l’errore: è il sistema.

Chiusura: il rial che brucia non è la causa, è il sintomo

Il rial che brucia non è il centro della storia. È la spia rossa sul cruscotto di un assedio.

Un popolo può essere oppresso dal proprio potere interno e, nello stesso tempo, schiacciato da una violenza esterna che si presenta come “necessaria” e “responsabile”. E quando quel popolo scende in strada, spesso lo fa con la disperazione di chi non ha più margini. Ma la disperazione non nasce solo nei palazzi del regime. Nasce anche nei palazzi di chi, da decenni, ha scelto la guerra economica come forma moderna della conquista.

Io non assolvo la teocrazia. Ma non assolvo nemmeno chi ha trasformato le sanzioni in una pedagogia della fame e la geopolitica in una macchina di collasso sociale.

La guerra è già qui. Solo che oggi non avanza sempre con i carri armati. Avanza col tasso di cambio, coi circuiti bancari, con l’assedio finanziario, e quando serve con le bombe di profondità. E quando l’economia diventa un’arma, la democrazia diventa spesso soltanto una parola d’accompagnamento, utile a rendere accettabile ciò che, in altre epoche, avremmo chiamato con il suo nome: dominio.

Fonti (siti di riferimento)

I) Financial Times – proteste partite dal Grand Bazaar di Teheran e contesto economico-sociale
II) Associated Press (AP News) – cronologia e diffusione delle proteste dicembre 2025-gennaio 2026
III) TIME – quadro generale della crisi e incertezza sulla conta delle vittime
IV) Encyclopaedia Britannica – golpe del 1953 e rimozione di Mossadegh con supporto USA-UK
V) History.com – ricostruzione divulgativa del golpe del 1953 e ruolo statunitense
VI) Human Rights Watch (HRW) – impatto delle sanzioni sulla sanità e caso epidermolisi bollosa
VII) The Lancet Global Health – studio sugli effetti delle sanzioni sulla mortalità
VIII) CEPR (Center for Economic and Policy Research) – sintesi e discussione pubblica dei risultati del lavoro su mortalità e sanzioni
IX) Reuters – operazione militare USA contro siti nucleari iraniani e dettagli sull’azione
X) USNI News – uso di ordigni GBU-57 e quadro operativo dello strike USA
XI) Al Jazeera – sintesi tecnica sugli strike USA e tipologia di munizionamento impiegato

Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.

Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine. 

Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.

La seconda pallottola: riscrivere la realtà

In questi casi la sequenza è quasi un copione.

Prima fase: si spara.

Seconda fase: si costruisce una storia che trasformi la vittima in colpevole e l’agente in inevitabile strumento del destino. Una parola-bulldozer (“minaccia”) e il cervello collettivo dovrebbe smettere di pensare.

Terza fase: si blindano prove, tempi, competenze, perimetri. Non è un dettaglio tecnico: è politica applicata. Perché quando un potere è davvero sicuro della propria versione, non teme un’indagine trasparente e indipendente. Se invece controlla, filtra, rallenta, seleziona, sta dicendo chiaramente qual è la priorità: non la giustizia, ma la protezione dell’apparato. 

E la società, intanto, viene addestrata. Non a capire: ad accettare.

La polizia come continuazione della guerra

Quello che accade a Minneapolis non nasce nel vuoto. Da decenni l’Occidente si muove dentro una mutazione profonda: la guerra viene raccontata come “operazione di polizia” e la polizia viene organizzata, mentalmente e materialmente, come un esercito.

Dopo la guerra del Golfo del 1991, una parte della dottrina politica e mediatica ha normalizzato un paradigma: il nemico non è più un soggetto politico con cui si ammette, almeno formalmente, un conflitto; è un criminale da neutralizzare. Quando il conflitto viene riscritto come questione penale, la politica diventa procura e la sicurezza diventa un lasciapassare per l’eccezione permanente. Questo schema non resta “fuori”, nelle guerre: rientra a casa e colonizza le nostre strade. 

Ecco perché l’uccisione di Renee Good brucia come un segnale: non è soltanto un abuso. È l’ombra lunga di un modello, dove l’avversario sociale è trattato come bersaglio e il dissenso viene degradato a pericolosità.

Italia: quando lo Stato prepara lo scudo per i propri cani da guardia

Chi pensa che “da noi” sia un altro pianeta si illude. In Italia abbiamo memoria diretta di cosa significa trasformare la protesta in ordine pubblico e l’ordine pubblico in zona di sospensione dei diritti: Genova 2001, l’uccisione di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto. La storia ha già mostrato cosa succede quando l’apparato si sente autorizzato e quando, dopo, le istituzioni tentano di minimizzare, coprire, spostare colpe.

Oggi questa torsione torna in forme nuove: militarizzazione dello spazio pubblico, “zone rosse”, dispositivi sempre più pesanti nelle piazze, criminalizzazione di pratiche di conflitto sociale, fino al punto decisivo: l’idea che le forze dell’ordine debbano essere protette “a prescindere”, messe al riparo, scudate.

Il cosiddetto Decreto Sicurezza del 2025 (poi convertito in legge) ha rafforzato misure di sostegno e tutela legale per appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate indagati o imputati per fatti di servizio, includendo meccanismi di copertura/anticipazione delle spese legali e altre tutele. È un passaggio politico delicatissimo, perché sposta l’asse: da “accertare i fatti” a “proteggere l’apparato”. 

Attenzione: nessuno nega che un operatore possa aver diritto a difesa. Il punto è un altro, ed è enorme: quando la difesa diventa scudo preventivo, quando la politica costruisce una cintura di protezione prima ancora della verità, allora il messaggio agli agenti peggiori è chiarissimo: “Se succede qualcosa, non sei solo. Ti copriamo noi”. Ed è così che l’impunità si trasforma da eccezione vergognosa a incentivo strutturale.

Il filo nero che unisce Minneapolis e Palestina

Minneapolis non è Gaza. Sarebbe folle e disonesto sovrapporle. Ma c’è un meccanismo comune, ed è quello che conta: la disumanizzazione che rende la violenza praticabile e l’impunità che rende la violenza ripetibile.

A Gaza, Amnesty International ha dichiarato (dicembre 2024) di aver trovato basi sufficienti per concludere che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi. 

Sul piano giuridico internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia ha indicato misure provvisorie nel caso Sudafrica c. Israele, richiamando obblighi di prevenzione e protezione e intervenendo anche sulla situazione di Rafah con ulteriori misure nel maggio 2024. 

In Cisgiordania, intanto, il tema dell’impunità dei coloni e delle violenze contro comunità palestinesi è documentato con continuità dagli aggiornamenti ONU e da organizzazioni per i diritti umani: aggressioni, sfollamenti, attacchi alle proprietà, restrizioni e protezione di fatto per chi aggredisce. 

Che cosa c’entra con Renee Good? C’entra perché l’impunità non è solo “mancanza di condanna”: è una cultura di potere. È l’idea che alcune vite valgano meno e che alcuni corpi siano amministrabili. Quando questo accade, la legge smette di essere limite e diventa copertura. E la copertura diventa un invito: si può fare ancora.

Il baratro morale: l’applauso al boia

Poi c’è l’altra metà dell’orrore: la folla che applaude. La gente che, davanti a un video, non prova nemmeno il disagio elementare del “fermiamoci, capiamo, chiediamo giustizia”, ma parte col tifo. È il punto più basso: la trasformazione dell’empatia in debolezza, della giustizia in “buonismo”, della vita in dettaglio trascurabile.

E qui bisogna essere netti, senza recite:

Una democrazia non è compatibile con l’impunità armata.

Uno Stato di diritto non può tollerare esecuzioni senza processo.

Un governo che copre a prescindere i propri apparati sta scavando sotto la propria legittimità.

Cosa pretendere, adesso, senza sconti

Trasparenza totale e immediata: video integrali, audio, catena di comando, regole d’ingaggio, comunicazioni operative.

Indagine indipendente e pienamente verificabile, con accesso alle prove anche per le autorità locali/statali.

Sospensione operativa degli agenti coinvolti fino all’accertamento dei fatti.

Stop all’uso propagandistico di etichette come “terrorismo” per costruire colpe preventive e spegnere il giudizio critico. 

In Italia: nessuna norma che diventi paracadute preventivo per abusi. Le tutele non possono trasformarsi in impunità. Se lo Stato prepara lo scudo, qualcun altro preparerà il manganello e, prima o poi, il grilletto.

Fonti principali

Caso Renee Nicole Good (Minneapolis, gennaio 2026)

Reuters, ricostruzione del caso e scontro istituzionale su indagine, prove e narrazione ufficiale.  The Guardian, dettagli sui filmati e sul dibattito pubblico.  Associated Press, ricostruzioni e reazioni.  ABC News, approfondimenti e dichiarazioni. 

Polizia come guerra e criminalizzazione del conflitto

“La continuazione della guerra”, Vincenzo Scalia, Parole Libere (2026). 

Italia: sicurezza e tutele per forze dell’ordine

Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 (Gazzetta Ufficiale).  Legge di conversione 9 giugno 2025, n. 80 (Gazzetta Ufficiale). 

Palestina: genocidio, diritto internazionale, impunità e violenza dei coloni

Amnesty International, comunicato e rapporto (5 dicembre 2024).  ICJ / ONU-UNISPAL, misure provvisorie (26 gennaio 2024) e materiali collegati; Reuters sull’ordine del 24 maggio 2024.  ONU OCHA, aggiornamenti su Cisgiordania: violenza dei coloni, sfollamenti, restrizioni. 

Note sitografiche (video e immagini)

Video e frame dell’operazione a Minneapolis pubblicati/analizzati da testate internazionali (consultabili nelle ricostruzioni di Guardian e AP).  Fotogrammi e immagini riprese dai servizi Reuters/ABC News collegati al caso (utili come riscontro visivo delle sequenze e della gestione delle prove). 

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.

Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

Nella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.

Cuba 1961: lo sbarco fallito alla Baia dei Porci, esuli addestrati dalla CIA per abbattere il governo rivoluzionario di Fidel Castro.

Repubblica Dominicana 1965: truppe statunitensi sbarcano per “ristabilire l’ordine”, soffocando un tentativo di ritorno alla legittimità costituzionale.

Cile 11 settembre 1973: il colpo di Stato militare che uccide Salvador Allende e apre la strada alla dittatura di Pinochet, con documentata regia politico-militare di Washington sullo sfondo.

Grenada 1983: Operazione “Urgent Fury”, invasione di un micro-Stato per impedire che si consolidi un governo percepito come troppo vicino a Cuba e all’URSS.

Panama 1989: Operazione “Just Cause”, bombardamenti su quartieri popolari e cattura del presidente Manuel Noriega, trascinato in catene negli USA.

Caracas 2026 è dentro questa genealogia. La “Dottrina Trump” non è una rottura, ma l’aggiornamento brutale di una logica costante: il diritto internazionale è valido per gli altri, mentre gli Stati Uniti conservano per sé il privilegio dell’eccezione permanente.

La foglia di fico della droga: quando gli esperti smentiscono la propaganda

Come giustificare oggi un bombardamento e un rapimento di un presidente straniero? Trump ha scelto la foglia di fico della “guerra alla droga”. Maduro viene dipinto come capo del “Cartel de los soles”, il Venezuela trasformato in narco-Stato minaccioso per la sicurezza degli statunitensi.

Ma se si guarda ai dati, la narrazione crolla. Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali di criminalità organizzata, autore con Nicola Gratteri del volume “Cartelli di sangue”, ricorda che il Venezuela è marginale nelle rotte del narcotraffico internazionale: il cuore della produzione di cocaina resta la Colombia, con Perù e Bolivia a seguire, mentre grandi hub logistici sono oggi Ecuador, alcuni porti centroamericani e naturalmente il Messico per quanto riguarda il fentanyl.

La stessa DEA, che non è certo tenera con Caracas, descrive il “Tren de Aragua” come gruppo violento e pervasivo ma con ruolo principalmente interno o regionale, e indica il coinvolgimento in traffici di droga “su piccola scala”.

Se davvero l’obiettivo fosse la droga, l’ordine di battaglia statunitense si rivolgerebbe altrove: contro i cartelli messicani che inondano gli USA di fentanyl, contro le aree di coltivazione colombiane, contro i porti e i terminal container dove passa la maggior parte della cocaina diretta in Nordamerica e in Europa. Il fatto che si sia scelto il Venezuela – marginale rispetto a questi flussi – rende evidente ciò che Nicaso riassume con una chiarezza disarmante: il narcotraffico non c’entra, la motivazione reale è un’altra.

Petrolio, tre volte petrolio: l’obiettivo vero

La reale motivazione si chiama petrolio. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di greggio al mondo, oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja del Orinoco, un petrolio “pesante” ma strategico in un pianeta che, nonostante la retorica green, resta strutturalmente dipendente dagli idrocarburi.

Lo dice senza giri di parole l’economista Jeffrey Sachs: per Washington, la priorità è “ricostruire e gestire” i giacimenti venezuelani, non certo liberare il popolo. È l’ennesimo regime change pensato e preparato da oltre vent’anni – fin dal colpo di Stato fallito del 2002 contro Hugo Chávez – oggi condotto in modalità apertamente arbitraria, aggirando ONU e diritto internazionale.

Il paradosso più violento è nella retorica proprietaria usata da Trump: Maduro e il suo governo vengono accusati di aver “rubato” petrolio, terra e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È un rovesciamento totale della legalità: il petrolio che giace nel sottosuolo venezuelano, per ogni concezione minimamente decente del diritto internazionale, appartiene al popolo venezuelano. È quell’appropriazione coloniale – considerare “nostre” le risorse altrui – a costituire il crimine originario.

Dire che i venezuelani hanno “rubato” il petrolio americano è un cortocircuito logico e giuridico: è come se il rapinatore accusasse il proprietario di avergli sottratto il bottino. Eppure questa è la narrazione che viene confezionata e rilanciata, pronta per essere introiettata dall’opinione pubblica occidentale.

Dal narco-Stato alle “armi di distruzione di massa”: il copione che si ripete

Il copione è fin troppo noto. Prima si costruisce un’accusa assoluta – il dittatore come capo di un cartello, il regime come minaccia globale – poi, a posteriori, si cercherà di “trovare” prove per darle una parvenza di credibilità. Ma ad oggi non esiste alcuna dimostrazione seria che Maduro sia il vertice operativo di un’organizzazione criminale internazionale.

Il parallelo con le “armi di distruzione di massa” in Iraq è inevitabile. Anche allora si costruì un castello di menzogne – dossier manipolati, prove inesistenti, ricostruzioni fantasiose – per invadere un paese sovrano, rovesciare un governo sgradito e ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Quelle armi non furono mai trovate; a restare fu solo un Paese devastato, centinaia di migliaia di morti, una regione destabilizzata per decenni.

Oggi, l’accusa di essere il “capo dei narcos” serve a svolgere la stessa funzione: giustificare l’ingiustificabile. Si ripete la sequenza: demonizzare, isolare, colpire. Solo che la scala del crimine, questa volta, comprende anche il rapimento di un capo di Stato, trasportato in un luogo ignoto, al di fuori di qualsiasi giurisdizione riconoscibile.

Il diritto internazionale in macerie: Atene, Milo e la realpolitik a stelle e strisce

Sachs, richiamando Tucidide, riporta alla memoria il celebre dialogo tra Atene e gli abitanti di Milo: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. È il manifesto più limpido del potere nudo, che non ha bisogno di maschere giuridiche.

Nel caso venezuelano, la violazione della Carta delle Nazioni Unite è persino scolastica:

non c’è stata alcuna aggressione armata del Venezuela contro gli Stati Uniti;

non esiste un mandato del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’uso della forza;

non c’è alcun contesto di legittima difesa, individuale o collettiva.

Eppure missili, incursioni e “commando” aviolanciati hanno colpito un paese sovrano, rapendone il presidente. È difficile immaginare un caso più lampante di guerra di aggressione. Ma a Washington questo non interessa: là dove la ragione del più forte diventa l’unico criterio, ONU, corti penali internazionali e convenzioni multilaterali sono orpelli da aggirare.

Questa è, in filigrana, la vera Dottrina Trump: il mondo come scacchiera in cui non esistono regole, solo rapporti di forza. Chi ha portaerei e basi militari decide; chi non le ha, subisce.

Il “cortile di casa” 4.0: egemonia, petrolio e multipolarismo autoritario

L’attacco al Venezuela va letto anche nel quadro della competizione globale tra potenze. Per gli Stati Uniti, il paese bolivariano è un tassello chiave di almeno tre partite:

controllo delle risorse energetiche (la Faja dell’Orinoco come gigantesca riserva di greggio;

contenimento della presenza russa e cinese in America Latina;

disciplinamento di ogni progetto politico sovranista e redistributivo nel continente.

È qui che la “Dottrina Trump” mostra la sua natura di risposta aggressiva al mondo multipolare in costruzione: non si tratta di difendere la democrazia, ma di riaffermare una gerarchia imperiale lì dove sono emerse alternative, per quanto contraddittorie. Il linguaggio da padrone di piantagione – “gestiremo noi il Venezuela finché non ci sarà una transizione giusta” – lo conferma: non si riconosce soggettività politica al popolo venezuelano, ma solo una condizione di tutela coloniale.

Europa, Italia e il silenzio complice

La reazione europea è, ancora una volta, la cartina di tornasole dei doppi standard. Mentre perfino una parte del mondo accademico e dei movimenti negli Stati Uniti denuncia l’arbitrarietà di un’operazione che calpesta ONU e diritto internazionale, diversi governi europei si trincerano dietro formule ambigue o, peggio, definiscono l’intervento “legittimo”, come emerso da dichiarazioni riportate dalla stampa italiana.

Siamo di fronte allo stesso schema già visto altrove: la violenza dell’alleato principale viene derubricata a “azione controversa”, per non mettere in discussione l’architettura politico-militare dell’Occidente. Gli stessi governi che invocano il diritto internazionale quando a violarlo è un avversario geopolitico, improvvisamente lo relativizzano quando a sganciare le bombe è Washington.

Questo scarto non è solo ipocrisia morale. È un pezzo della crisi profonda delle istituzioni nate dopo il 1945: un ordine internazionale in cui alcune potenze si sentono autorizzate a violare la Carta dell’ONU a piacimento è un ordine già in frantumi. Caracas è il luogo in cui queste crepe diventano visibili a occhio nudo.

Un nuovo internazionalismo o il far west globale

L’appello che arriva dai movimenti sociali e da voci critiche come quelle raccolte da Dinamopress è chiaro: di fronte a questo salto di qualità, non basta indignarsi a giorni alterni. Serve un nuovo internazionalismo, capace di tenere insieme lotte sociali, difesa dei diritti, critica dell’imperialismo vecchio e nuovo.

Significa rifiutare i “campismi” che sostituiscono l’analisi con la tifoseria per questo o quel leader autoritario; ma significa anche avere il coraggio di un giudizio netto quando una potenza rapisce un presidente straniero e bombarda una capitale in nome del proprio interesse energetico.

Dire oggi “no alla guerra contro il Venezuela” non è uno slogan astratto. Vuol dire:

difendere il principio che le risorse di un paese appartengono al suo popolo;

rifiutare che la “guerra alla droga” diventi copertura permanente per guerre di aggressione;

schierarsi con le popolazioni che subiscono sanzioni, blocchi e bombardamenti, senza farsi incastrare nei giochi di prestigio di chi brandisce i diritti umani come arma selettiva.

10.Conclusione: Caracas non è un’eccezione, è uno specchio

L’attacco al Venezuela, la “Dottrina Trump”, la riduzione del diritto internazionale a carta straccia non sono un incidente di percorso. Sono la fotografia del mondo che abbiamo di fronte: un ordine in cui la forza pretende di farsi diritto e in cui la sovranità di popoli disobbedienti viene trattata come un crimine.

Caracas è oggi il laboratorio in cui questo nuovo far west viene testato. Se l’aggressione passerà senza una risposta forte – sociale, politica, culturale – il precedente sarà scolpito nella pietra: uno Stato socialista, che ridistribuisce, che investe in sanità e istruzione pubblica, potrà essere trasformato in “banda criminale” e messo sotto tutela armata.

Sta alle coscienze critiche, ai movimenti, a chi ancora crede che la parola “diritto” debba significare qualcosa, decidere se normalizzare questo orrore o chiamarlo con il suo nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso in giacca e cravatta.

Fonti essenziali

– Serie di articoli de Il Fatto Quotidiano sull’attacco al Venezuela, incluse le interviste ad Antonio Nicaso (“Droga? È la scusa, Caracas non conta nel narcotraffico”) e a Jeffrey Sachs (“Non esiste né Onu né diritto per gli Usa, solo potere e denaro”).

– Dossier de Il Fatto Quotidiano “Attacco al Venezuela: dalla Baia dei Porci a Noriega, Washington ha un ‘cortile di casa’”.

– Articolo “Un nuovo internazionalismo contro l’aggressione statunitense in Venezuela”, pubblicato su Dinamopress e rilanciato da reti militanti latinoamericane ed europee.

– Documentazione storica su dottrina Monroe e interventi USA in America Latina (Office of the Historian, voci enciclopediche su Guatemala 1954, Baia dei Porci, Repubblica Dominicana 1965, Cile 1973, Grenada 1983, Panama 1989).

– Dati su riserve petrolifere venezuelane e ruolo nel mercato energetico globale (OPEC, EIA e studi di settore).

Golpe dal cielo su Caracas: l’impero del male entra nella fase del sequestro

La notte in cui il bombardamento diventa golpe

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana è stato squarciato da una serie di esplosioni. Obiettivi colpiti: Fuerte Tiuna, cuore militare del paese; la base aerea Generalissimo Francisco de Miranda (La Carlota); altri siti strategici nell’area metropolitana e lungo la costa centrale, tra La Guaira e lo Stato di Miranda. Le prime ricostruzioni parlano di almeno sette deflagrazioni, sorvoli a bassa quota, blackout in vari quartieri.

Nel giro di poche ore, da fonti statunitensi filtra l’annuncio che Nicolás Maduro e la moglie sarebbero stati catturati e già trasferiti all’estero, mentre circolano notizie – ancora da verificare in modo indipendente – sull’uccisione del ministro della Difesa, colpito durante i raid su installazioni militari.

Siamo oltre la “rappresaglia mirata”. Siamo di fronte a un salto di qualità politico e simbolico: l’attacco dall’aria si combina con la decapitazione forzata della leadership del paese. È, in senso proprio, un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Dal blocco navale alle bombe: un crimine annunciato

Quello che accade oggi non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una strategia costruita passo dopo passo.

Prima fase: la demonizzazione totale del Venezuela. Da mesi l’amministrazione Trump ha definito il governo Maduro una “organizzazione terroristica straniera”, lo ha accostato ai cartelli della droga, lo ha descritto come un narco-Stato fuori controllo. L’etichetta non è retorica: serve a spostare il conflitto dal terreno politico a quello penale, presentando ogni azione ostile come “lotta al crimine”.

Seconda fase: la guerra economica e il blocco di fatto. Le sanzioni unilaterali hanno colpito la compagnia petrolifera PDVSA, congelato asset all’estero, reso difficilissime le transazioni per cibo e medicine. Studi indipendenti hanno documentato decine di migliaia di morti attribuibili all’impatto delle misure coercitive su sanità e approvvigionamenti, parlando apertamente di “punizione collettiva” contro la popolazione venezuelana.

A questo assedio economico si è aggiunto, nelle ultime settimane, il dispiegamento della più grande forza navale statunitense mai vista nel Mar dei Caraibi, con il pretesto di fermare le “navi della droga” e un blocco selettivo sulle petroliere venezuelane. Un blocco che, dal punto di vista del diritto internazionale classico, equivale già a un atto di guerra.

Terza fase: il passaggio alle bombe. L’attacco del 3 gennaio arriva dopo giorni di minacce su Truth Social, in cui Trump annunciava l’inizio imminente di “operazioni all’interno del territorio venezuelano”, accusando il paese di aver “rubato petrolio, terra e ricchezze che appartengono agli Stati Uniti”.

Non è quindi una reazione “d’impulso”. È la prosecuzione, con altri mezzi, di una guerra ibrida già in corso: economica, diplomatica, mediatica.

Il sequestro di Maduro: “rendition” imperiale in versione latinoamericana

Il tassello forse più grave, sul piano politico, è l’annuncio – proveniente da fonti statunitensi e rilanciato dai media – dell’arresto di Maduro e di sua moglie e del loro espatrio forzato.

Se confermata, non saremmo solo di fronte a bombardamenti su un paese sovrano, ma a una vera e propria operazione di “rendition” ai danni di un capo di Stato in carica: un sequestro di persona mascherato da azione di polizia internazionale. Il precedente più vicino è forse quello di Manuel Noriega a Panama, catturato nel 1989 dopo un’invasione militare, portato via in catene e processato negli Stati Uniti.

Ma qui lo scenario è ancora più esplicito: non c’è neppure la finzione di un mandato ONU, di una coalizione multilaterale, di un processo nella giurisdizione del paese aggredito. C’è una potenza che decide che il presidente di un altro Stato è un criminale da prelevare con la forza, giudicare altrove e, nel frattempo, sostituire con un esecutivo gradito.

È l’idea stessa di sovranità ad essere colpita. Oggi tocca al Venezuela. Domani, il messaggio è chiaro, potrebbe toccare a chiunque non si allinei.

Il petrolio come movente: dietro la retorica della droga, la geografia delle risorse

Per capire perché il Venezuela è diventato il bersaglio privilegiato, basta guardare la mappa dell’energia. Il paese possiede le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja dell’Orinoco.

Un tesoro di questa portata, in un mondo ancora dipendente dagli idrocarburi e attraversato da crisi energetiche ricorrenti, è un magnete irresistibile per le grandi potenze. Che quelle risorse siano controllate da un governo socialista, che ha scelto di destinarne una parte consistente a sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali e democrazia partecipativa, è un oltraggio intollerabile per il capitale globale.

Non è un caso se, nelle prime reazioni venezuelane all’attacco, il riferimento centrale è proprio al petrolio: le autorità parlano di aggressione motivata dalla volontà statunitense di “controllare le enormi risorse petrolifere del paese”.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è, in questo quadro, una copertura. I dati sulla produzione di coca e sulle rotte del narcotraffico indicano come principali hub altri paesi dell’area andina e centroamericana, non il Venezuela. Eppure l’etichetta di narco-Stato viene appiccicata a Caracas perché funziona benissimo sul piano mediatico: permette di trasformare un’operazione di conquista energetica in un’azione “per la sicurezza degli americani”.

Uccisioni mirate e vite cancellate: chi paga il prezzo del raid

Le prime notizie parlano di obiettivi militari colpiti e di una possibile uccisione del ministro della Difesa. Ma attacchi di questo tipo, nella storia recente, hanno sempre avuto una ricaduta diretta sulle popolazioni civili: infrastrutture danneggiate, blackout, ospedali in difficoltà, quartieri vicini alle aree strategiche trasformati in zone di paura.

A tutto questo si somma l’effetto cumulativo degli anni di sanzioni, che hanno già falcidiato l’accesso a medicine, apparecchiature mediche, alimenti di base. Un rapporto del Center for Economic and Policy Research, firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs, stimava già per il biennio 2017-2018 circa 40.000 morti attribuibili all’impatto delle misure economiche sulla salute e sull’alimentazione della popolazione.

Le bombe arrivano su un tessuto sociale già stremato. Il risultato non è la “liberazione” di un popolo, ma la sua ulteriore precarizzazione. Ogni esplosione su un deposito, su una pista, su un nodo energetico si traduce, qualche settimana dopo, in un letto in meno in ospedale, in una fila più lunga per il cibo, in un farmaco che manca.

Il cortile di casa 4.0: ritorno alla dottrina Monroe

L’attacco a Caracas ha anche un significato geopolitico chiarissimo: riaffermare l’America Latina come “cortile di casa” degli Stati Uniti, in un contesto in cui Russia e Cina hanno costruito negli anni relazioni economiche e militari importanti con il Venezuela, dal credito alle forniture di armamenti.

Il messaggio di Washington è brutale: nessuna potenza rivale può stabilire un avamposto strategico nell’emisfero occidentale, soprattutto se questo coincide con le maggiori riserve petrolifere del pianeta. Per riconquistare quel controllo, ogni mezzo è legittimo: sanzioni, blocchi, operazioni coperte della CIA, e ora bombardamenti mirati e sequestro del presidente.

È il ritorno, in versione aggiornata, della dottrina Monroe e delle “aree di influenza” regolate a colpi di golpe, blitz militari, assassinii politici. Non a caso, da Mosca è arrivata una condanna immediata dell’attacco, mentre l’Europa, salvo poche voci isolate, resta impantanata in dichiarazioni prudenti e ambigue.

Doppi standard e ipocrisia occidentale

Se un altro paese – qualunque altro paese del Sud del mondo – avesse bombardato di notte la capitale di uno Stato vicino, arrestato il suo presidente e portato via la sua famiglia, oggi parleremmo di “atto di aggressione”, “violazione grave del diritto internazionale”, “minaccia alla pace”. Si chiederebbero sanzioni, isolamento diplomatico, esclusione da eventi sportivi, boicottaggi economici.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la grammatica cambia. Molti governi europei scelgono il registro della “preoccupazione”, qualcun altro si limita a invocare la “moderazione da tutte le parti”, come se esistessero simmetrie tra chi sgancia bombe e chi le subisce. È lo stesso doppio standard che abbiamo visto all’opera in Ucraina, in Palestina, in decine di altri teatri: le regole valgono solo finché non intralciano gli interessi dell’alleato più potente.

Ma un ordine internazionale che accetta senza reagire un bombardamento su Caracas e il sequestro del suo presidente, solo perché il responsabile siede alla Casa Bianca, è un ordine già in frantumi. Ciò che oggi viene normalizzato contro il Venezuela diventa, automaticamente, precedenza giuridica e politica utilizzabile domani contro chiunque.

Oltre le opinioni su Maduro: una scelta di campo

Che in Venezuela esistano contraddizioni, zone d’ombra, vicende controverse – a partire dalla detenzione di cittadini stranieri, compreso un italiano – è un fatto che nessuno nega.

Ma confondere questo piano con il giudizio sull’aggressione in corso significa accettare la logica del ricatto: “siccome quel governo non mi piace, allora è meno grave se viene bombardato”. È la variante geopolitica del classico “se l’è cercata”, che conosciamo fin troppo bene in altri contesti.

In questo momento storico, la domanda è di una semplicità brutale: stai dalla parte di chi bombarda o di chi viene bombardato? Dalla parte di chi rapisce un presidente, o di chi vede la propria sovranità calpestata? Dalla parte di un impero che rivendica come “proprietà” il petrolio e la terra di un altro popolo, o dalla parte di quel popolo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi errori, le sue battaglie?

Schierarsi con il Venezuela non significa trasformare Maduro in un santo, né ignorare i problemi interni del paese. Significa, più semplicemente, rifiutare l’idea che esistano Stati e popoli “bombardabili” per definizione, perché troppo socialisti, troppo redistributivi, troppo disobbedienti.

Difendere il Venezuela per difendere tutti

L’offensiva su Caracas, l’arresto e l’espatrio forzato di Maduro, la combinazione tra blocco navale, sanzioni e bombardamenti non sono solo un’aggressione contro un paese specifico. Sono un messaggio al mondo intero.

Dicono, in sostanza:

chi prova a usare le proprie risorse per sanità, istruzione, giustizia sociale;

chi prova a sottrarsi alle ricette del Fondo Monetario e ai diktat dei mercati finanziari;

chi costruisce relazioni con potenze considerate “nemiche”;

può essere trasformato in narco-Stato, terrorista, minaccia alla sicurezza. E, a quel punto, può essere accerchiato, strangolato, bombardato.

Difendere oggi il Venezuela – con la parola, con l’informazione, con la mobilitazione, con la pressione politica perché i governi europei rompano il silenzio complice – significa difendere un principio che riguarda tutte e tutti: che le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, che nessuna potenza può arrogarsi il diritto di rapire presidenti e ridisegnare i confini politici altrui a colpi di missili.

Se questo precedente passerà senza una risposta forte, l’impero del male avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà normalizzato l’idea che uno Stato socialista, che ridistribuisce, che sperimenta forme di democrazia partecipativa e difende sanità e istruzione pubblica, può essere trattato come una “banda criminale” da sgominare.

Sta a noi decidere se ingoiare anche questa menzogna o se, almeno, cominciare a chiamare le cose con il loro nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso travestito da legalità.

Fonti essenziali di riferimento

– Live blog e ricostruzioni in tempo reale dei bombardamenti su Caracas e delle prime reazioni venezuelane, statunitensi e internazionali, Il Fatto Quotidiano e altre testate italiane. 

– Voce “2026 Venezuelan explosions” su Wikipedia, per la cronologia iniziale degli eventi e il quadro delle reazioni estere.

– Analisi e notizie sulle sanzioni economiche contro il Venezuela e sul loro impatto sociale, tra cui il rapporto del CEPR firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs e la sua sintesi su Venezuelanalysis. 

– Dati sulle riserve petrolifere venezuelane e la loro posizione nel quadro energetico mondiale, Energy Information Administration (EIA) e OPEC. 

– Articoli di approfondimento su dottrina Monroe, ingerenze statunitensi in America Latina e ruolo di Russia e Cina in Venezuela, tra cui ricostruzioni storiche e analisi di think tank internazionali. 

Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale

C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.

Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.

L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni. Dall’altro lato viene presentato SAFE, Security Action for Europe: fino a 150 miliardi di euro di prestiti per finanziare investimenti in settori come difesa missilistica, droni e cybersicurezza, raccolti sui mercati e poi prestati agli Stati. La Commissione segnala anche che il Consiglio ha adottato lo strumento nel maggio 2025. A questo si aggiunge il ruolo della BEI, che viene esplicitamente chiamata a rafforzare il supporto a difesa e sicurezza.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: è una risposta a un mondo più instabile. Il problema politico, però, sta nel passaggio successivo. Il piano collega la “prontezza” militare a una strategia più ampia che vuole mobilitare capitale privato, rendendo strutturale il flusso di denaro verso le priorità dichiarate. Qui entra in scena la Savings and Investments Union, l’Unione del risparmio e degli investimenti, presentata come la via per canalizzare i risparmi europei verso investimenti “produttivi” e verso gli obiettivi strategici dell’Unione, in un contesto di fabbisogni enormi. La Commissione richiama le stime del Rapporto Draghi su 750-800 miliardi annui di investimenti aggiuntivi fino al 2030, precisando che le nuove necessità includono anche quelle legate alla difesa.

È qui che la questione smette di essere solo contabile e diventa democratica. Perché “mobilitare il risparmio” non è una formula neutra: significa intervenire sui canali attraverso cui il denaro delle famiglie, spesso parcheggiato in depositi o in prodotti prudenziali, viene spinto verso strumenti di mercato, fondi, asset. Un briefing del Parlamento europeo, parlando della SIU, mette sul tavolo anche la revisione delle regole sulla cartolarizzazione e la spinta su prodotti e regole legati alle pensioni integrative. Non serve immaginare scenari cospirativi: basta osservare la direzione di marcia. Se la difesa diventa priorità dichiarata e contemporaneamente si costruisce un’infrastruttura finanziaria per far scorrere più capitale privato verso le priorità dell’Unione, il confine tra risparmio e industria bellica rischia di assottigliarsi fino a scomparire.

A quel punto la guerra non è più soltanto una decisione di politica estera, diventa una forma di governo interno. Perché quando una società si abitua all’idea che lo “sforzo” deve essere permanente, tutto il resto viene riscritto: il sacrificio diventa virtù, la compressione dei diritti diventa “necessità”, la critica diventa “irresponsabilità”. E la propaganda migliore è sempre quella che non si presenta come propaganda ma come procedura: non discutere, non dubitare, non guardare il costo sociale, limitati a prendere atto che “non c’è alternativa”.

Il pilastro industriale completa il quadro. In parallelo si rafforza la politica industriale della difesa attraverso strumenti come l’EDIP, presentato come ponte tra misure emergenziali e una capacità produttiva strutturale. A fine novembre 2025 Reuters ha riportato l’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’EDIP, un programma da 1,5 miliardi di euro di sovvenzioni del bilancio UE per il periodo 2025–2027 (circa 1,7 miliardi di dollari), con l’obiettivo di rafforzare procurement e produzione comuni e con criteri legati al contenuto europeo dei componenti. Anche qui: è facile vendere tutto come “autonomia strategica” e “posti di lavoro”, e una parte di verità esiste, perché ogni politica industriale genera filiere, ricerca, occupazione. Ma la domanda che non viene posta con sufficiente durezza è un’altra: quando crei un ecosistema che vive di commesse militari, poi devi alimentarlo. E un’economia che si nutre di deterrenza tende a cercare continuamente nuove ragioni per giustificare la propria crescita.

Il cortocircuito più tossico, però, è quello morale. Negli ultimi anni la finanza “sostenibile” è stata raccontata come l’argine etico del mercato: investire senza distruggere il pianeta, senza calpestare i diritti. Nel 2025 la Commissione ha pubblicato una comunicazione per chiarire che il quadro europeo di finanza sostenibile è “compatibile” con l’investimento nella difesa e che non contiene divieti settoriali generali, rimandando a valutazioni caso per caso e ricordando che solo alcune categorie di armi hanno trattamenti specifici di disclosure. Da un lato, analisi come quella di Bruegel sostengono che non siano le regole di sostenibilità in sé a bloccare i finanziamenti alla difesa, ma più spesso scelte reputazionali e decisioni dei gestori. Dall’altro lato, voci critiche come Finance Watch hanno denunciato il rischio di “warwashing”, cioè la normalizzazione della guerra dentro la retorica ESG. Reuters ha riportato chiaramente questo allarme.

Il punto non è fare i puri o gli ingenui. Il punto è non accettare la manipolazione semantica: chiamare “sostenibile” ciò che è strutturalmente legato alla capacità di distruzione significa spostare il confine del dicibile. E quando sposti il confine del dicibile, sposti anche quello del possibile. Oggi ti dicono che è “compatibile”. Domani ti diranno che è “necessario”. Dopodomani diventerà “normale”. E a quel punto, il cittadino non è più un soggetto politico ma un fornitore di capitale, un ingranaggio finanziario che alimenta priorità decise altrove.

Per un Paese come l’Italia, già stretto tra fragilità sociali e servizi pubblici in sofferenza, questa trasformazione è tutt’altro che astratta. Ogni miliardo reso facile per la difesa tende a contendersi spazio con ciò che dovrebbe garantire la vita quotidiana: ospedali che funzionano, scuola pubblica, territorio, sicurezza sul lavoro, diritto alla casa. Non perché esista un automatismo matematico, ma perché la politica è sempre una scelta di gerarchia. E la gerarchia che si sta imponendo rischia di dire questo: la protezione armata prima, la vita sociale dopo.

Resistere, allora, non significa chiudere gli occhi sul mondo. Significa smontare il meccanismo con cui la “minaccia” viene costruita, ingigantita o confezionata ad hoc per far passare tutto il resto. Il punto non è discutere se esistano tensioni geopolitiche, ma rifiutare l’uso politico della paura come scorciatoia: quando l’allarme diventa permanente, ogni taglio al welfare diventa “inevitabile”, ogni deroga ai vincoli diventa lecita solo se serve alle armi, ogni dissenso diventa sospetto. Resistere significa rimettere la politica sopra la tecnica, e l’etica sopra la paura. Significa pretendere trasparenza: se fondi pubblici e canali del risparmio vengono orientati verso la difesa, devono essere chiari i limiti, le esclusioni, i controlli democratici, le clausole sociali, la tracciabilità. Significa rifiutare l’automatismo morale per cui “sicurezza” diventa la parola passepartout per qualunque trasferimento di risorse verso l’apparato bellico. La sicurezza è anche sanità, salari, coesione, cultura, diritti. Se la società si sbriciola, la difesa diventa una facciata armata davanti a una casa vuota.

Soprattutto, significa rompere l’ipnosi dell’inevitabile. Perché la guerra come “nuovo contratto sociale” non è destino, è scelta. Una scelta che conviene a chi costruisce profitti sulla paura, e che scarica i costi su chi vive di lavoro, pensioni, servizi pubblici, risparmi. Se quel contratto passa, la cittadinanza si trasforma in mobilitazione permanente: meno diritti, più doveri, meno welfare, più “prontezza”. E quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi non è una frase da maglietta: diventa un dovere civile, l’ultimo gesto di umanità prima che l’eccezione diventi sistema.

Fonti

Commissione europea, “Future of European defence” e ReArm Europe plan / Readiness 2030.

Parlamento europeo, briefing su ReArm Europe / Readiness 2030 e strumento SAFE.

Parlamento europeo, briefing su Savings and Investments Union.

Commissione europea, pagina “Savings and investments union”.

Commissione europea, Notice su sustainable finance e difesa.

Bruegel, analisi su finanza sostenibile e difesa.

Reuters, dibattito su “warwashing” e finanza sostenibile applicata alla difesa.

Commissione europea, EDIP.

Reuters, approvazione del programma EDIP (novembre 2025).