Quando un post social diventa una quasi-dichiarazione di guerra
Con poche righe su Truth Social, Donald Trump ha trasformato un social network in un megafono per un atto di ostilità che sfiora la dichiarazione di guerra. Ha annunciato un blocco “totale e completo” di tutte le petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, ha definito il governo di Nicolás Maduro una “organizzazione terroristica straniera” e ha accusato Caracas di aver “rubato” petrolio, terra e beni che, a suo dire, apparterrebbero agli Stati Uniti.
In quelle frasi non c’è soltanto arroganza personale. C’è la logica di quello che oggi, senza infingimenti, può essere definito l’impero del male a stelle e strisce: una potenza che si arroga il diritto di dettare la gerarchia dei popoli, rovescia il senso di parole come legalità, proprietà, sicurezza, e pretende di trasformare ogni esercizio di sovranità in un sospetto di criminalità.
Il registro scelto da Trump non è solo imperiale, è anche apertamente mafioso. Il messaggio ricorda quello di un boss che si presenta dal commerciante di quartiere: “Questo territorio è mio, stai usando i miei marciapiedi, i miei muri, i miei clienti. Se non paghi, ti chiudo”. Solo che qui non si parla di un negozio a Brooklyn, ma di uno Stato sovrano, delle sue risorse energetiche, del suo mare, del suo popolo.
Il Venezuela diventa così il laboratorio dove l’impero del male mostra il suo volto più nudo. E il rischio non riguarda solo Caracas. Una simile escalation, se non viene fermata politicamente e diplomaticamente, può trasformare il Centro e il Sudamerica in un nuovo fronte di tensione permanente, aperto in nome dell’ordine, ma costruito per difendere profitti, controllo delle risorse e gerarchie di potere.
1. Che cosa significa davvero “blocco totale” delle petroliere
Trump annuncia un blocco “totale e completo” delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela. Tecnicamente il riferimento è alle navi già inserite nelle liste unilaterali del Tesoro statunitense, ma al di là del linguaggio burocratico l’operazione è chiaramente politica.
In concreto significa tre cose. Primo, gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere quali navi possano circolare, quali merci possano muoversi, quali transazioni energetiche siano “legittime”, non in base al diritto internazionale, ma alle proprie liste di proscrizione. Secondo, questo potere non si limita ai porti statunitensi, ma viene proiettato sulle rotte marittime, trasformando tratti di oceano in uno spazio di polizia privata dell’impero. Terzo, il confine tra sanzione economica e blocco navale di fatto si assottiglia, perché un paese la cui economia si regge sull’export di energia viene colpito nei canali fondamentali della propria sopravvivenza.
Nel diritto internazionale classico, un blocco navale è un atto di guerra, anche quando viene mascherato da misura “tecnica” o “difensiva”. Qui la parola guerra non viene pronunciata, ma se un paese annuncia che fermerà tutte le navi “sospette”, circonda militarmente un’area e rivendica il potere di sequestrare o attaccare, la sostanza non cambia. È un’operazione economico-militare condotta contro uno Stato che non ha aggredito gli Stati Uniti, se non osando riportare sotto controllo pubblico il proprio petrolio e le proprie risorse.
2. Dal “regime canaglia” al “governo terrorista”: manuale per costruire un nemico assoluto
Nel post di Trump, il governo venezuelano non è trattato come un interlocutore politico, ma come una “organizzazione terroristica straniera”. È un salto di qualità gravissimo nel linguaggio e nella dottrina.
Quando una potenza imperiale decide che un altro Stato non è più un governo ma un soggetto criminale equiparabile a un gruppo terrorista, accadono almeno tre cose. Primo, viene cancellata la possibilità stessa di riconoscere la legittimità di un conflitto politico. Secondo, ogni misura ostile – sanzioni, sequestri, blocchi, perfino bombardamenti – può essere presentata come operazione di polizia, non come atto di guerra. Terzo, chiunque, nel mondo, intrattenga rapporti economici o diplomatici con quello Stato può essere delegittimato come “complice del terrorismo”.
È una tecnica collaudata. Prima si demonizza, poi si disumanizza, infine si criminalizza. L’avversario non è più qualcuno con cui si discute, diventa “male assoluto”. A quel punto, quasi ogni forma di violenza può essere raccontata come necessaria.
Su questa costruzione si innesta l’elemento mafioso. Un boss non riconosce l’esistenza di eguali, vede soltanto territori da controllare e bande “rivali” da eliminare. Quando Trump parla del Venezuela non come Stato ma come “organizzazione terrorista”, il messaggio implicito è chiaro: state occupando un deposito di risorse che, in fondo, considero mio.
3. L’armata nel Caribe: la forza come linguaggio dell’impero
Trump scrive che il Venezuela è “completamente circondato dalla più grande armata mai radunata nella storia del Sud America” e annuncia che quella presenza “diventerà sempre più grande”. L’iperbole propagandistica è evidente, ma il segnale politico non va sottovalutato: l’impero del male sta dispiegando in modo visibile la propria capacità militare alle porte del paese che vuole piegare.
La militarizzazione del Caribe, con navi da guerra, aerei, sottomarini, basi avanzate e manovre congiunte, non è un’esercitazione neutra. È una pressione strutturale. Serve a intimidire il governo venezuelano, spingendolo ad accettare condizioni economiche e politiche imposte dall’esterno. Serve a seminare paura nella popolazione, alimentando la percezione di un conflitto imminente e facendo apparire la “transizione” gradita a Washington come unico scudo possibile. Serve anche a lanciare un messaggio a tutta l’America Latina: chi proverà a seguire la stessa strada di autonomia sarà esposto allo stesso dispositivo di accerchiamento.
È la logica della “lezione esemplare” già applicata in altre stagioni storiche. Ogni paese che tenta di sottrarsi al dogma neoliberista, che prova a ridistribuire le proprie ricchezze e a riorientare la politica estera, viene trasformato in bersaglio, affinché gli altri imparino. Oggi i Caraibi tornano ad essere il teatro di questa pedagogia del terrore, in una versione ancora più spregiudicata, amplificata dai social e dalla retorica della “guerra al crimine”.
4. Dalla guerra economica alla caccia all’uomo in mare
Il blocco annunciato alle petroliere arriva al termine di anni di guerra economica: sanzioni devastanti, congelamento di beni, contenziosi sugli asset all’estero, esclusione di fatto dai circuiti finanziari dominanti. L’obiettivo dichiarato da falchi e strateghi dell’amministrazione è sempre lo stesso: “far collassare il regime”, cioè piegare un intero paese affamandolo.
Negli ultimi mesi questo assedio ha assunto anche una forma brutale sul mare. In nome della “lotta al narcotraffico”, unità militari statunitensi hanno colpito imbarcazioni considerate “sospette”, causando decine di morti. Nel racconto ufficiale, sono sempre “narcos” o “terroristi”. Ma le testimonianze raccolte in Venezuela parlano di pescatori, lavoratori poveri, persone che cercavano di sopravvivere in un’economia strangolata dalle sanzioni.
Il punto di non ritorno è rappresentato dall’episodio più recente, quello dei naufraghi: dopo l’affondamento di una barca, fonti venezuelane denunciano che navi militari statunitensi hanno aperto il fuoco su chi si trovava già in acqua. L’immagine è di una crudeltà spietata. Non basta neutralizzare il mezzo, bisogna colpire chi tenta di salvarsi, cancellare i corpi, eliminare i testimoni.
Sul piano politico-giuridico, è un salto drammatico: dalla guerra alle infrastrutture alla soppressione fisica di esseri umani inermi. È l’equivalente marittimo di un’esecuzione a sangue freddo, ammantata dal linguaggio della “sicurezza” e del “contrasto al crimine organizzato”.
Un potere che ordina di affondare barche e poi di sparare sui naufraghi somiglia meno a uno Stato di diritto che a una cosca armata con bandiera e ambasciate. Con una differenza decisiva: questa cosca dispone di portaerei, basi militari in mezzo mondo, una rete di alleanze e un apparato mediatico in grado di raccontare tutto questo come difesa della legalità.
5. Il mito del petrolio “rubato”: quando il rapinatore grida al ladro
Tra le frasi pronunciate da Trump ce n’è una che sintetizza la logica predatoria di questa fase: il Venezuela, dice, deve “restituire tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci ha rubato”.
La realtà è esattamente rovesciata. Primo, il petrolio del sottosuolo venezuelano appartiene, per qualsiasi criterio di diritto internazionale, al popolo venezuelano. Secondo, le nazionalizzazioni e le riforme bolivariane hanno avuto un obiettivo preciso: interrompere un sistema di spoliazione in cui le corporation straniere, protette politicamente da Washington, estraevano valore in cambio di ritorni minimi per la popolazione locale. Terzo, se c’è stato un “furto”, esso va cercato in decenni di rendita coloniale, non in un processo di ripubblicizzazione delle risorse.
Eppure l’impero ha bisogno di raccontarsi come vittima. Come spesso avviene nelle dinamiche mafiose, il pizzo viene rappresentato come un diritto naturale, e il rifiuto di pagarlo come un’ingiustizia intollerabile. Il linguaggio di Trump non è una gaffe estemporanea, è la confessione del movente: considerare il petrolio venezuelano “nostro”, parte del patrimonio strategico dell’Occidente, di cui Caracas avrebbe abusato.
Questa retorica serve a costruire un alibi morale per il saccheggio. Se si convince l’opinione pubblica che qualcuno ha sottratto ciò che “apparteneva” agli Stati Uniti, ogni azione per “recuperarlo” sembrerà più accettabile: sequestri, blocchi, cambi di regime. Che “quel qualcosa” siano milioni di barili e interi pezzi di territorio nazionale passa in secondo piano, inghiottito dallo spettacolo mediatico.
6. Politiche redistributive sotto assedio: il vero peccato capitale agli occhi dell’impero
Dietro la cortina fumogena di parole come “corruzione”, “inefficienza”, “instabilità”, il cuore del conflitto resta uno: il Venezuela viene punito perché ha usato la propria ricchezza per redistribuire.
L’esperienza bolivariana – soprattutto nella fase di Hugo Chávez – ha rappresentato uno scandalo concreto per il neoliberismo globale. La rendita petrolifera è stata impiegata per finanziare sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali diffusi. I livelli di povertà estrema e analfabetismo sono stati ridotti in modo significativo in un paese che era stato modellato per restare dipendente e diseguale. Sono state valorizzate forme di partecipazione popolare, comunas, spazi di controllo sociale sulle scelte strategiche.
In un mondo governato dalla logica del profitto privato e dalla redistribuzione verso l’alto, un governo che tenta di invertire il flusso diventa inevitabilmente nemico. Non perché sia immune da errori o contraddizioni, ma perché dimostra, nella pratica, che una parte della ricchezza nazionale può essere destinata al benessere collettivo invece che ai bilanci delle multinazionali.
In questo quadro, insistere esclusivamente sui “limiti” del modello venezuelano, senza nominare la guerra economica che lo colpisce, significa adottare la lente dell’aggressore. La fame, la scarsità, il crollo di interi settori produttivi non sono il frutto di un astratto peccato di “populismo”, ma l’effetto di un assedio coordinato. Il vero crimine, agli occhi dell’impero, non è aver governato male, ma aver tentato di governare contro il dogma neoliberista.
7. L’impero del male a stelle e strisce: da Reagan a Trump, un rovesciamento necessario
Negli anni Ottanta, Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero del male”. Era lo slogan perfetto per la guerra fredda: dividere il mondo in campi morali contrapposti e occultare, dietro quella retorica, colpi di Stato, dittature amiche, guerre sporche in America Latina finanziate e armate da Washington.
Oggi, di fronte a quanto accade in Venezuela e in molti altri scenari, quella etichetta può essere restituita al mittente. L’impero del male è quello che devasta paesi con guerre illegali, dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia all’Afghanistan, lasciando scie di macerie e instabilità. È quello che impone sanzioni che affamano intere popolazioni, per poi accusare i governi colpiti di “non saper gestire l’economia”. È quello che sostiene colpi di Stato “costituzionali”, golpe militari e cambi di regime ogni volta che una scelta democratica contrasta con i propri interessi. Ed è quello che ora, nel cuore del continente latinoamericano, circonda un paese con una flotta, blocca le sue navi, colpisce le sue imbarcazioni, pretende di dettare la sua politica energetica.
La continuità è evidente: l’impero continua a presentarsi come garante della libertà, mentre considera il resto del mondo come uno spazio da riorganizzare secondo le proprie convenienze. La novità della fase Trump è soprattutto stilistica: non occorrono più grandi architetture ideologiche. Basta scrivere su un social che “il petrolio, la terra e le ricchezze di un altro paese sono nostre” e che, se non vengono “restituite”, scatterà il blocco totale.
È un linguaggio che chi conosce il potere delle mafie riconosce immediatamente. È la stessa grammatica del pizzo, trasferita dal bar di quartiere alla geopolitica globale.
8. Trump come capo-clan: il metodo mafioso elevato a politica estera
Se si spogliano le dichiarazioni di Trump delle bandiere e della retorica patriottica, ciò che resta è il comportamento tipico di un capo-clan.
Gli elementi sono tutti lì. C’è la pretesa di proprietà su qualcosa che non appartiene agli Stati Uniti, ma a un altro popolo. C’è la minaccia esplicita: o “restituite” le vostre ricchezze, o scatterà un blocco totale delle vostre rotte energetiche. C’è il dispiegamento ostentato di forza: la più grande armata nel Caribe, navi, aerei, sottomarini, a segnalare che la punizione è pronta. C’è la trasformazione di un intero territorio in “zona controllata”, dove il transito è consentito solo a chi accetta le regole e i ricatti del potere dominante.
La differenza con un’organizzazione criminale tradizionale è che, qui, il capo-clan agisce all’interno della copertura di uno Stato che da decenni si pone di fatto al di sopra del diritto internazionale. Questo intreccio tra logica mafiosa e potenza imperiale rende la situazione ancora più pericolosa, perché riduce al minimo i possibili contrappesi.
Il messaggio rivolto al Venezuela, in filigrana, è brutale: avete osato cambiare le regole, usare la vostra ricchezza per il vostro popolo e non per i miei alleati. Ora vi chiudo i rubinetti, vi circondo, distruggo le vostre navi, vi lascio senza ossigeno economico. E chiamerò tutto questo difesa della libertà, lotta al terrorismo, tutela della sicurezza.
È la logica del racket, proiettata su scala planetaria.
9. Il rischio di un incendio continentale
Un blocco navale di fatto, la designazione del governo venezuelano come “organizzazione terroristica”, la guerra alle imbarcazioni, il dispiegamento di una flotta nel Caribe: nulla di tutto questo resterà senza conseguenze regionali.
L’America Latina è un sistema intrecciato, dove economie, rotte commerciali, processi politici sono profondamente interdipendenti. Un’escalation contro Caracas può innanzitutto innescare tensioni con paesi confinanti o vicini, obbligati a scegliere se adeguarsi alle richieste statunitensi o difendere la propria sovranità commerciale. Può approfondire la frattura tra governi completamente allineati all’agenda di Washington e governi che cercano, pur tra mille limiti, una collocazione più autonoma. Può alimentare nuovi cicli di militarizzazione interna, repressione e criminalizzazione dei movimenti sociali, con il pretesto di “contenere” l’influenza di uno Stato ormai dipinto come focolaio di terrorismo e narcotraffico.
La storia contemporanea del continente è piena di “lezioni esemplari” impartite dagli Stati Uniti: dal Guatemala al Cile, da Grenada a Panama. Ogni volta che Washington ha “rimesso ordine”, ha lasciato dietro di sé dittature, desaparecidos, tortura, privatizzazioni selvagge, svendita delle risorse. Illudersi che questa volta possa essere diverso, solo perché la retorica parla di diritti umani e guerra alla droga, significa chiudere gli occhi di fronte alle continuità storiche.
10. Diritto internazionale, Nazioni Unite e il silenzio delle complicità
Il governo venezuelano ha annunciato l’intenzione di portare il caso alle Nazioni Unite, denunciando la violazione del diritto internazionale, del libero commercio e della libertà di navigazione. È un atto necessario, ma anche un test sulla credibilità dell’ordine giuridico globale.
La sproporzione è evidente. Se un paese del Sud del mondo tentasse di imporre un blocco navale unilaterale in un’area strategica, verrebbe immediatamente definito aggressore e colpito da sanzioni. Se un governo non allineato affondasse imbarcazioni e aprisse il fuoco sui naufraghi, verrebbero invocati tribunali penali internazionali, commissioni d’inchiesta, condanne ufficiali. Se uno Stato dichiarasse pubblicamente che il sottosuolo e le ricchezze di un altro paese “gli appartengono”, verrebbe considerato una minaccia diretta alla pace.
Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la reazione prevalente è spesso il silenzio, qualche comunicato prudente, al massimo un generico richiamo alla “moderazione”. È il doppio standard strutturale dell’impero: le regole per gli altri, le eccezioni per sé.
In questo copione, l’ONU rischia di ridursi al ruolo di archivio delle proteste, più che di arena capace di imporre vincoli effettivi. La partita vera si gioca nei rapporti di forza politici e nella capacità dei paesi e dei movimenti popolari di costruire un fronte che rifiuti questo tipo di ricatto. Se questo non avverrà, l’assedio al Venezuela diventerà un modello esportabile: uno schema da applicare, domani, contro qualsiasi Stato non allineato che osi mettere le risorse nazionali al servizio della propria popolazione.
In conclusione, Difendere il Venezuela per difendere il principio di sovranità
Il caso del Venezuela, con il blocco annunciato delle petroliere, la militarizzazione del Caribe, gli attacchi alle imbarcazioni e il fuoco sui naufraghi, è una radiografia dell’epoca che stiamo attraversando.
Da una parte c’è un paese che, con tutte le sue difficoltà, ha provato a usare la ricchezza del sottosuolo per ridurre povertà e analfabetismo, per costruire una sanità pubblica più estesa, per sperimentare forme di partecipazione popolare. Un paese che rivendica il diritto elementare di decidere cosa fare del proprio petrolio, della propria terra, delle proprie risorse.
Dall’altra c’è un impero che non tollera che un popolo si emancipi dalla sua tutela, considera la redistribuzione un affronto alla propria religione neoliberista, si comporta come un potere mafioso con mezzi illimitati, pretendendo “restituzioni” di ricchezze che non gli appartengono e punendo la disobbedienza con sanzioni, blocchi, minacce armate.
La domanda che il Venezuela pone al mondo è semplice e decisiva: vogliamo un ordine internazionale in cui sovranità, redistribuzione, giustizia sociale siano considerati diritti, o vogliamo un sistema in cui diventano reati se contraddicono gli interessi dell’impero? È accettabile che un presidente possa trasformare un post sui social nel pretesto per circondare un paese con una flotta e strangolarne l’economia?
Difendere oggi il diritto del Venezuela a esistere e a decidere del proprio destino non significa chiudere gli occhi su ogni contraddizione interna. Significa difendere un principio universale: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più armamenti e più influenza finanziaria. Significa rifiutare che la “lotta alla droga” diventi copertura per affondare barche e colpire naufraghi. Significa dire, con chiarezza, che il linguaggio mafioso non può essere normalizzato come lingua ufficiale delle relazioni internazionali.
Se l’impero del male riuscirà a piegare il Venezuela, avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà imposto un precedente: che uno Stato che osa redistribuire, che prova a liberare il proprio popolo dalla fame e dalla dipendenza, può essere circondato, strangolato, umiliato, e che tutto questo può essere raccontato come “pace” e “sicurezza”.
Sta a noi decidere se accettare questa riscrittura o se, almeno, iniziare a smascherarla. Perché prima di cambiare i rapporti di forza, occorre riconoscere le parole per ciò che sono: non “difesa della libertà”, ma ricatto; non “guerra al crimine”, ma guerra ai popoli; non “ordine internazionale”, ma dominio mafioso rivestito di legalità apparente.
Fonti
1. Adnkronos, “Venezuela, Trump ordina blocco totale petroliere sanzionate in entrata e in uscita”, 17 dicembre 2025.
2. RaiNews, servizi e approfondimenti sul dispiegamento navale statunitense nel Caribe e sulle reazioni di Venezuela, Russia, Cina e Nazioni Unite.
3. Il Fatto Quotidiano, articoli su sequestro di petroliere, blocco navale di fatto e tensioni USA-Venezuela nel dicembre 2025.
4. Milano Finanza e altre testate economiche, analisi sull’impatto del blocco delle petroliere venezuelane sui prezzi del greggio e sui mercati energetici.
5. Pino Arlacchi, “La grande bufala contro il Venezuela: la geopolitica del petrolio travestita da lotta alla droga”, L’Antidiplomatico.
6. Dossier e interviste a Pino Arlacchi su Vietato Parlare, CESDA e PeaceLink sul ruolo reale del Venezuela nelle rotte del narcotraffico e sulla costruzione del “narco-Stato”.
7. Geraldina Colotti, articoli e reportage su guarimbas, Operazione Gedeón, destabilizzazione del Venezuela e ruolo dell’opposizione filo-statunitense, pubblicati su La Città Futura, Sinistra in Rete, CubaInformazione, Pagine Esteri.
8. Analisi e commenti di Geraldina Colotti e altri autori critici sull’assegnazione del Nobel a María Corina Machado e sulla sua funzione politica in chiave di cambio di regime.
9. UNODC, World Drug Report (edizioni recenti), dati su produzione di coca, rotte della cocaina e ruolo dei diversi paesi latinoamericani nel traffico internazionale.
10. OPEC, Annual Statistical Bulletin, tabelle e dati comparati sulle riserve petrolifere mondiali, con particolare riferimento alla posizione del Venezuela e alla Faja del Orinoco.
11. Center for Economic and Policy Research (CEPR), studi di Mark Weisbrot, Jeffrey Sachs e altri sull’impatto delle sanzioni economiche sul Venezuela e sul nesso tra misure coercitive unilaterali e crisi umanitaria.
12. Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) e relazioni di esperti indipendenti sulle conseguenze delle sanzioni unilaterali sui diritti economici e sociali della popolazione venezuelana.
13. Voci enciclopediche e saggi storici sulla Dottrina Monroe e sulle politiche di ingerenza statunitense in America Latina (Encyclopedia Britannica, U.S. Office of the Historian).
14. Studi storici e articoli di analisi su interventi militari, colpi di Stato, guerre per procura e sostegno statunitense a dittature in America Latina nel secondo dopoguerra.
15. Inchieste internazionali (The Guardian e altre testate) sui raid navali statunitensi nella “guerra alla droga” e sulle uccisioni in mare di presunti narcos e migranti, con denunce di possibili crimini di guerra.
16. Lanci Reuters, Financial Times, Washington Post, New York Times e altre testate internazionali sulla crisi USA-Venezuela del 2025, le reazioni dei principali attori geopolitici e il dibattito interno negli Stati Uniti.