L’ultimatum dei padroni del mondo: quando la pace si misura al barile

C’è un’ora, fissata a Washington, oltre la quale un uomo ha deciso che un altro popolo potrà essere cancellato nel giro di una notte. Non è una frase di un romanzo distopico, non è il delirio di un tiranno confinato in una stanza buia. È la dichiarazione pubblica, ripetuta davanti alle telecamere e rilanciata da tutti i notiziari del pianeta, del presidente degli Stati Uniti d’America. Che un simile linguaggio venga accolto come materiale giornalistico di routine, registrato come cronaca e discusso in termini di tattica negoziale, è già di per sé la misura del punto a cui siamo arrivati. La minaccia di annientamento di una nazione di quasi novanta milioni di abitanti è diventata una leva contrattuale, uno strumento di pressione sui mercati, una battuta da conferenza stampa. E noi, cittadini europei, assistiamo in silenzio, mentre il prezzo della benzina sale e qualcuno, altrove, firma comunicati sulla nostra pelle.

La cronaca di un ricatto travestito da diplomazia
Viene chiamato pomposamente accordo di Islamabad, come se il nome di una capitale fosse sufficiente a conferire dignità a quello che è, nei fatti, un ultimatum mascherato da proposta. Quarantacinque giorni di tregua, presentati come gesto di buona volontà, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, dello smantellamento delle scorte di uranio e di una rinegoziazione complessiva che dovrebbe ridurre l’Iran al rango di protettorato energetico. A Teheran è stato chiesto di consegnare le chiavi di casa propria sotto la minaccia di essere polverizzata entro martedì notte. La risposta iraniana, un controproposta in dieci punti che rivendica la fine definitiva delle ostilità, il risarcimento dei danni subiti e la revoca delle sanzioni, è stata liquidata come insufficiente. In qualsiasi linguaggio umano decente, questa si chiama estorsione. Nel linguaggio delle cancellerie occidentali si chiama negoziato.

Il laboratorio israeliano e il veto alla pace
Mentre Washington recita la parte del poliziotto cattivo e del mediatore possibile, Tel Aviv ha già sciolto ogni ambiguità. Netanyahu bombarda i complessi petrolchimici, colpisce South Pars, rivendica l’uccisione di comandanti e vertici dell’intelligence iraniana come trofei da esporre sui social, e nel frattempo telefona a Trump pregandolo di non fermarsi. Il primo ministro di un governo politicamente moribondo, tenuto in piedi dall’estrema destra suprematista e dalla necessità personalissima di evitare il tribunale, ha bisogno della guerra come ossigeno. Ogni giorno di cessate il fuoco è un giorno in più che lo avvicina alla resa dei conti con il proprio elettorato e con la giustizia del suo Paese. È grottesco, ed è atroce, che la sopravvivenza politica di un uomo possa pesare sulle vite di milioni di civili. Ma è esattamente ciò a cui stiamo assistendo, mentre le istituzioni europee tacciono o, peggio, annuiscono con l’aria imbarazzata di chi teme di disturbare l’alleato.

Chi brinda quando il barile sale
Dietro la retorica della sicurezza collettiva e della difesa dell’ordine internazionale, si muovono interessi concretissimi che nessun telegiornale si prende la briga di nominare. Il prezzo del greggio oscilla sopra i centoquattordici dollari al barile, lo Stoxx 600 brucia oltre millecento miliardi di capitalizzazione, e intanto le grandi compagnie energetiche, i fondi speculativi esposti sulle materie prime, il complesso militare-industriale e le banche d’investimento che gestiscono i derivati sul petrolio registrano trimestrali da incorniciare. Quando l’amministratore delegato della più grande banca americana scrive ai propri azionisti per avvertirli di un imminente shock inflazionistico, non lo fa per allarmare l’opinione pubblica: lo fa perché quella stessa banca si sta già posizionando per trarne profitto. La guerra, nel capitalismo finanziario contemporaneo, non è una disfunzione del sistema. È una delle sue modalità operative più redditizie.

L’Europa come vaso di coccio, per scelta
Chi pagherà il conto di questa partita? Non i diplomatici che la giocano, non gli analisti che la commentano, non i generali che la pianificano. Lo pagheranno le famiglie italiane che già oggi faticano ad arrivare a fine mese, gli operai degli stabilimenti energivori che vedranno i loro contratti sospesi, i pensionati a reddito fisso travolti da una nuova ondata inflazionistica, i giovani precari per cui l’ennesima stretta monetaria significherà mutui impossibili e affitti fuori portata. Lo pagherà il Sud del mondo, dove ogni dollaro in più sul barile si traduce in fame aggiuntiva e in crisi del debito sovrano. Lo pagheremo tutti, tranne quelli che hanno scelto questa rotta. E la scelta europea, va detto con chiarezza, è stata quella della subalternità volontaria: nessuna politica energetica comune, nessuna iniziativa diplomatica autonoma, nessun tentativo serio di mediazione, solo comunicati di circostanza e allineamento automatico all’alleato d’oltreoceano. Chiamarla neutralità è una bestemmia. È complicità per omissione.

La fabbrica del consenso e il vocabolario della guerra
Si osservi il lessico con cui i grandi media raccontano queste ore. Teheran respinge, Washington propone. Trump avverte, l’Iran minaccia. L’Occidente negozia, la Repubblica islamica resiste. Ogni parola è un piccolo atto politico, ogni scelta lessicale orienta il giudizio prima ancora che il lettore ne sia consapevole. L’ultimatum di Trump diventa fermezza, i raid israeliani diventano operazioni mirate, i civili uccisi diventano danni collaterali, i dieci punti iraniani diventano rigidità ideologica. È la grammatica della guerra preventiva, già vista e già smascherata ai tempi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, delle incubatrici del Kuwait, dei dossier fabbricati sul programma nucleare iracheno. Allora come oggi, la macchina della manipolazione lavora a pieno regime, e chiunque provi a ricordarlo viene etichettato come putiniano, come fiancheggiatore, come utile idiota. Il paradosso è che gli idioti utili, allora come oggi, sono proprio quelli che firmano editoriali a favore delle guerre degli altri senza mai pagarne il prezzo.

Le connessioni rimosse: Ucraina, Gaza, Taiwan
Nessuna di queste crisi è isolabile dalle altre. L’attacco all’Iran distoglie risorse dal fronte ucraino e offre a Mosca un respiro inatteso. La distruzione di Gaza, che continua a sfondare ogni soglia di decenza sotto gli occhi di un’Onu paralizzata, è il laboratorio morale in cui si è normalizzato l’indicibile, rendendo accettabile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato condannato da qualsiasi governo democratico. La postura aggressiva verso la Cina nell’Indo-Pacifico, infine, chiude il cerchio di una strategia globale che non ha più niente di difensivo e tutto di imperiale. I nomi dei teatri cambiano, le bandiere dei nemici si alternano, ma la logica è una sola: il tentativo disperato di una superpotenza in declino relativo di conservare con la forza ciò che non riesce più a garantire con il consenso e con la competizione economica. È il crepuscolo di un impero che preferisce incendiare il mondo piuttosto che accettare di dividerlo con altri.

Le responsabilità italiane di cui nessuno parla
E il nostro governo? Il governo italiano, guidato da una destra che si riempie la bocca di sovranità e interesse nazionale, su questa crisi ha scelto la strada più vile: il silenzio operoso. Basi militari a disposizione, logistica garantita, allineamento automatico sulle posizioni atlantiche, nessuna voce che si levi a chiedere almeno una moratoria, una tregua, un corridoio umanitario. La stessa maggioranza che ha appena subito la bocciatura popolare del referendum costituzionale di marzo, la stessa classe dirigente che predica austerità ai poveri mentre finanzia il riarmo, oggi accompagna senza esitazioni il Paese in un conflitto che non ha deciso, non ha discusso in Parlamento, non ha sottoposto al giudizio dei cittadini. La Costituzione che ripudia la guerra, articolo undici, viene citata solo nelle celebrazioni di routine. Nella pratica quotidiana è carta straccia. E la sinistra istituzionale, quando non balbetta, si limita a distinguo tecnici, come se il problema fosse la procedura e non la sostanza.

Una presa di posizione che non può essere rimandata
Ci sono momenti nella storia in cui la neutralità non è possibile e l’equidistanza è una forma di viltà. Questo è uno di quei momenti. Non si tratta di difendere il regime di Teheran, che ha sulle spalle repressioni interne documentate e pagine oscure. Si tratta di rifiutare con fermezza la logica secondo cui un presidente straniero può minacciare l’annichilimento di un popolo come strumento di trattativa, e di pretendere che le istituzioni che ci rappresentano alzino la voce invece di chinare il capo. Si tratta di ricordare che la pace non è un lusso per anime belle: è la precondizione di qualsiasi giustizia sociale, di qualsiasi transizione ecologica, di qualsiasi futuro per i nostri figli. Ogni barile di petrolio in più che pagheremo nelle prossime settimane è la misura esatta del prezzo che il potere ha deciso di farci pagare per le sue scelte. Ed è arrivato il momento di dire, senza ambiguità, che quel prezzo non lo accettiamo. Che non lo paghiamo in nostro nome. Che la guerra non si combatte con gli ultimatum e non si ferma con il silenzio, ma con la mobilitazione di chi ancora crede che le parole pace, giustizia e dignità abbiano un significato concreto. Per noi, oggi, riappropriarcene è già un atto di resistenza.

Fonti
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Yearbook on Armaments, edizioni recenti.

International Energy Agency, Oil Market Report.

United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), rapporti sulla situazione umanitaria in Medio Oriente.

Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti annuali su Iran, Israele e Territori Palestinesi Occupati.

Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11.

Transnational Institute, studi sul complesso militare-industriale e sulle economie di guerra.

Bloomberg Intelligence, European Equity Strategy Reports.

Centro studi Archivio Disarmo, analisi sulle spese militari italiane.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

Quando nel 1989 il muro crollò, l’Alleanza Atlantica avrebbe dovuto seguirlo nella polvere della storia. Aveva esaurito la propria funzione. Il nemico era scomparso. Il Patto di Varsavia si dissolse formalmente nel luglio 1991. Ma la NATO no: sopravvisse, si allargò, si reinventò. Non più strumento difensivo, bensì mazza da baseball geopolitica al servizio degli interessi di Washington. Lo aveva previsto George Kennan, l’architetto stesso del contenimento antisovietico, che nel 1997 definì l’espansione della NATO verso est il più grave errore strategico americano dal dopoguerra. Nessuno lo ascoltò.

Da quel momento in poi, la lista dei nemici fabbricati ad hoc si allunga anno dopo anno con una regolarità implacabile: la Serbia di Milošević bombardata nel 1999 senza mandato ONU; l’Afghanistan invaso nel 2001 e abbandonato vent’anni dopo nel caos più totale; l’Iraq distrutto nel 2003 sulla base di menzogne sulle armi di distruzione di massa, menzogne poi conclamate; la Libia di Gheddafi rasa al suolo nel 2011, oggi Stato fallito e terra di traffici umani; la Siria destabilizzata per un decennio. E sempre, invariabilmente, la Russia: il nemico necessario, quello che giustifica bilanci militari miliardari e basi americane disseminate in mezzo mondo. Non erano più i nemici dell’Europa. Erano i nemici dell’America — o più spesso, semplicemente, gli ostacoli alle sue mire: Paesi sovrani che avevano il torto di dare noia a Washington e, non di rado, di possedere troppo gas e troppo petrolio.

L’eurosuicidio energetico e la trappola ucraina

Il conflitto russo-ucraino, scoppiato nel febbraio 2022, rappresenta il capolavoro dell’autolesionismo europeo orchestrato da Washington. La celebre intercettazione telefonica del 2014, in cui la sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland pronunciava il leggendario “Fuck the EU!” mentre decideva a tavolino il futuro governo ucraino, avrebbe dovuto far suonare ogni campanello d’allarme nelle capitali europee. Invece nulla. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra per procura che non era la sua, sanzionando il proprio principale fornitore energetico e tagliandosi le gambe con le proprie mani.

La distruzione dei gasdotti NordStream nel settembre 2022 — un atto di sabotaggio che in qualsiasi contesto storico precedente sarebbe stato considerato un casus belli — è passata nel silenzio più assordante. Nessuna commissione d’inchiesta europea degna di questo nome. L’Europa ha semplicemente accettato di perdere l’accesso al gas russo a buon mercato, quel gas che unito alla potenza industriale tedesca e al know-how tecnologico continentale stava costruendo una superpotenza economica eurasiatica insidiosissima per l’impero americano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il GNL americano — che ha rapidamente sostituito il gas russo via gasdotto — costa almeno il doppio rispetto al metano che arrivava dalla Russia, ma può arrivare a costare quattro o cinque volte tanto quando viene acquistato tramite intermediari sul mercato spot, come documentato dal Sole 24 Ore già nel 2022 e confermato dalle analisi del Fatto Quotidiano nel 2025. L’Italia, che oggi importa il 45 per cento del proprio GNL dagli Stati Uniti — diventati primo fornitore dal 2024 —, ha semplicemente sostituito la dipendenza dal gasdotto russo con la dipendenza dalle navi metaniere americane. Come ha sintetizzato il ricercatore Raffaele Piria dell’Ecologic Institute di Berlino, nel 2025 oltre il 59 per cento del GNL e oltre il 38 per cento del gas importati dall’UE provenivano da Paesi esterni al blocco, con gli Stati Uniti in posizione dominante.

Il prezzo di questa sostituzione non è solo economico: è strategico. Il gas via gasdotto garantiva stabilità, contratti pluriennali, prezzi agganciati a indici prevedibili. Il GNL naviga per il mondo inseguendo il prezzo più alto: le navi vanno dove conviene al venditore, non al compratore. L’Europa si trova a competere con l’Asia per ogni carico, con una volatilità che trasforma ogni crisi geopolitica in un’emorragia economica. Non a caso, a marzo 2026, con la guerra in Iran che ha reso la navigazione nel Canale di Suez un’impresa ad alto rischio, le importazioni europee di gas russo via gasdotto sono aumentate del 22 per cento: la matematica della sopravvivenza ha superato la morale della politica. Deindustrializzazione strisciante, competitività in caduta libera, inflazione da offerta che colpisce i redditi più bassi con una violenza senza precedenti: questo è il bilancio dell’eurosuicidio energetico.

La guerra all’Iran e il dissanguamento europeo

Ma non bastava l’Ucraina. Trump, quello che aveva promesso isolazionismo e “mai più guerre”, ha lanciato il 28 febbraio 2026, insieme a Israele, l’operazione “Ruggito del Leone” contro l’Iran — proprio mentre la diplomazia omanita stava ottenendo risultati concreti e Teheran si era dichiarata disponibile, tramite l’AIEA, a rinunciare all’uranio arricchito. Una guerra scatenata nel momento peggiore possibile, che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 25 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20 per cento del GNL globale.

L’impatto sull’economia europea è devastante e i numeri parlano da soli. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha certificato che, in appena trenta giorni di conflitto, i prezzi del gas nell’Unione Europea sono aumentati del 70 per cento e quelli del petrolio del 60 per cento, generando un aggravio di 14 miliardi di euro sulla spesa energetica europea. Il Brent ha toccato i 108 dollari al barile, il prezzo del gas al TTF è aumentato di 26 euro per megawattora (più 81 per cento), quello dell’energia elettrica di 41 euro per megawattora (più 38 per cento). Secondo le stime della CGIA di Mestre, i rincari complessivi per l’Italia potrebbero raggiungere i 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi sull’energia elettrica e 5 miliardi sul gas. Facile.it ha calcolato un aumento medio di 630 euro all’anno per famiglia, portando la spesa energetica annua a quasi tremila euro, un incremento del 21,5 per cento rispetto alle previsioni pre-conflitto.

Il quadro macroeconomico è altrettanto cupo. La BCE ha rivisto al rialzo l’inflazione dell’Eurozona al 2,6 per cento e ridotto le aspettative di crescita del PIL allo 0,9 per cento. L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a più 2,9 per cento, cancellando la revisione al rialzo prevista lo scorso dicembre. L’Italia è fanalino di coda: il Centro Studi Confindustria prevede una crescita dello 0,5 per cento nel migliore degli scenari — guerra conclusa entro marzo —, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione al meno 0,7 per cento se si protrae per tutto l’anno. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme in un report firmato dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas: l’Italia e il Regno Unito sono i Paesi europei più esposti alla crisi, a causa della dipendenza dall’energia elettrica prodotta dal gas, mentre Francia e Spagna sono relativamente protette dal nucleare e dalle rinnovabili. Confartigianato ha stimato che la guerra in Iran mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano verso l’area del Golfo.

Gli analisti di JP Morgan hanno usato una metafora efficace: una “sacca d’aria” che si muove lungo i flussi di esportazione dal Golfo. Il petrolio che manca oggi non è ancora del tutto percepito, perché le navi partite prima della chiusura dello Stretto stanno ancora arrivando a destinazione. Ma dietro di loro non c’è nulla. Quando questa sacca d’aria raggiungerà l’Europa, previsto per metà aprile, la carenza fisica diventerà evidente e i prezzi potrebbero superare i massimi storici del 2008. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già coordinato il più grande rilascio di riserve strategiche di sempre, pari a 400 milioni di barili. Ma è un cerotto su un’emorragia. La Harvard Business Review lo ha scritto senza giri di parole: bisogna ricalcolare tutto, perché la velocità e l’intensità degli eventi hanno già invalidato ogni previsione precedente.

L’Europa tra Sigonella e la coscienza sporca

Di fronte a questa catastrofe, la reazione europea è stata schizofrenica. Da un lato, una dignità inattesa. La Spagna ha dichiarato il conflitto illegale e ha materialmente chiuso le basi ai velivoli americani, trasferendo quindici aerei statunitensi dalle basi di Morón de la Frontera e Rota in Francia e Germania. L’Italia, con il ministro della Difesa Crosetto, ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi che pianificavano uno scalo senza nemmeno chiedere l’autorizzazione al governo — un’arroganza che evoca la crisi di Sigonella del 1985, ai tempi di Craxi. La Polonia ha rifiutato di inviare i sistemi Patriot in Medio Oriente. Persino il Regno Unito di Starmer ha inizialmente rifiutato l’uso delle basi per operazioni offensive, giudicandole illegali.

Dall’altro lato, però, l’ipocrisia. Come ha denunciato Angelo Bonelli di Europa Verde, da Sigonella continuano a partire droni Triton di sorveglianza che individuano gli obiettivi poi colpiti dai cacciabombardieri; dalla base di Camp Darby, a Pisa, vengono caricati missili e armi che finiscono in Iran; i tracciati radar documentano il transito di cacciabombardieri F-15 americani in configurazione da combattimento, mentre la sottosegretaria Rauti liquida tutto come “ricostruzioni fantasiose”. E soprattutto il MUOS di Niscemi, il sistema satellitare della Marina militare americana, resta completamente fuori dal controllo italiano: attraverso di esso transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. L’Italia è, contemporaneamente, la portaerei della NATO nel Mediterraneo e il Paese che finge di avere voce in capitolo su come quella portaerei viene utilizzata.

Il riarmo dei sonnambuli

Ma la risposta più dissennata dell’Europa alla crisi in corso non è la complicità con la guerra americana: è il piano ReArm Europe. Presentato da Ursula von der Leyen il 4 marzo 2025, approvato all’unanimità dal Consiglio europeo due giorni dopo, prevede la mobilitazione di ottocento miliardi di euro in quattro anni per il riarmo del continente. Centocinquanta miliardi in eurobond per prestiti agli Stati membri, seicentocinquanta attraverso una deroga al Patto di stabilità che consente fino all’1,5 per cento del PIL in più per la difesa, con un tetto per l’Italia di 33 miliardi annui. A questo si aggiungono la modifica dello statuto della Banca Europea per gli Investimenti, che potrà finanziare il settore militare, e la possibilità di dirottare i fondi di coesione verso gli armamenti.

L’ironia è feroce. L’Europa nel 2025 spende già circa 381 miliardi di euro per la difesa, con un aumento del 62 per cento rispetto al 2020. La spesa militare aggregata dei ventisette Paesi UE — 370 miliardi di dollari nel 2024 secondo il SIPRI — è la seconda più alta al mondo dopo quella degli Stati Uniti. L’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica ha dimostrato che, a parità di definizioni contabili e a parità di potere d’acquisto, nel 2024 la spesa militare europea superava quella russa del 58 per cento. Non è un problema di quanto si spende. È un problema di come, di perché e di per chi. Ventisette eserciti diversi, ventisette catene di comando, ventisette sistemi di approvvigionamento, ventisette dottrine strategiche. La duplicazione prevale sulla sinergia, gli interessi nazionali impediscono qualunque standardizzazione, e nessuna delle principali aziende europee della difesa — né Airbus, né Leonardo — riesce a entrare nella top ten mondiale.

Come ha osservato Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio, decidere a ventisette è come fare una riunione di condominio: mettersi d’accordo è praticamente impossibile. Ogni Stato cercherà di agganciare i fondi per sostenere i propri campioni nazionali. La concorrenza interna peggiorerà. L’interoperabilità resterà un miraggio. Non si sta costruendo un esercito europeo: si stanno semplicemente gonfiando ventisette eserciti nazionali ridondanti e inefficienti. E nel frattempo, quei soldi verranno sottratti alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica, alle infrastrutture civili. Come ha avvertito un alto funzionario europeo, queste spese aggiuntive “dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o riducendo la spesa”. Il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.

Le due strade: sovranità o servaggio

Se Trump dovesse ritirare gli Stati Uniti dalla NATO — impresa tutt’altro che semplice, dato che il National Defense Authorization Act del 2024, promosso dallo stesso Marco Rubio oggi segretario di Stato, richiede una maggioranza di due terzi al Senato o un atto del Congresso —, l’Europa si troverebbe di fronte a un bivio radicale.

La prima strada è quella dell’intelligenza strategica: prendere atto che l’Europa non ha nemici esistenziali; che la Russia, pur con tutte le sue ambiguità e le sue colpe in Ucraina, è un partner naturale per la cooperazione energetica e commerciale; che la Cina, l’India, i BRICS rappresentano il futuro dell’economia mondiale; che l’Iran, sanzionato dal 1979 per ordine americano senza alcun vantaggio per gli europei, è un mercato di ottanta milioni di persone e una potenza regionale con cui dialogare. Significherebbe revocare le auto-sanzioni suicide, ricostruire le relazioni commerciali più convenienti, progettare una vera difesa europea da tempo di pace: snella, integrata, tecnologicamente avanzata, non il carrozzone ridondante dei ventisette eserciti attuali. E soprattutto, investire il risparmio non in armi ma in welfare, innovazione e transizione energetica — le uniche cose che garantiscono vera sicurezza ai popoli.

La seconda strada è quella dell’autolesionismo cronico: continuare a svenarsi per combattere i nemici degli americani, anche quando gli americani stessi avranno fatto pace con loro. Continuare a comprare gas americano a prezzi da quattro a cinque volte superiori al costo del gas russo via gasdotto. Continuare a militarizzare il continente senza una visione strategica autonoma. Continuare a trattare la NATO come un feticcio anche quando il suo principale azionista l’ha dichiarata morta. È la strada che le classi dirigenti europee conoscono meglio, perché è l’unica che non richiede coraggio, visione e capacità decisionale autonoma. Gli “euro-dementi” — per usare un’espressione che rende l’idea — sono capacissimi di continuare a correre a precipizio verso il baratro anche dopo che il burattinaio avrà tagliato i fili.

Il sonno della ragione

La vera notizia, dunque, non è che Trump voglia uscire dalla NATO. La vera notizia è che l’Europa, dopo trentasette anni di sopravvivenza artificiale di un’alleanza nata contro un nemico che non esiste più, non abbia ancora trovato il coraggio di uscirne da sola. Che abbia bisogno dello schizofrenico di turno alla Casa Bianca per porre la domanda più ovvia del dopoguerra: a che cosa serve, esattamente, la NATO nel 2026?

A nulla che faccia l’interesse dei popoli europei. Serve a mantenere l’egemonia americana sul continente. Serve a garantire commesse miliardarie ai produttori di armi. Serve a impedire che l’Europa diventi ciò che la geografia, la storia e l’economia la predestinano a essere: un ponte tra Occidente e Oriente, una potenza commerciale e culturale capace di dialogare con tutti, un modello sociale alternativo alla brutalità del capitalismo predatorio anglo-americano. Serve, soprattutto, a tenere i popoli europei nella paura permanente di un nemico che, se non c’è, si inventa: ieri la Russia, oggi l’Iran, domani chissà.

Intanto, mentre l’Europa sonnambula marcia verso il baratro, la guerra in Iran le dissangua l’economia, il riarmo senza strategia le prosciuga i bilanci, e la dipendenza energetica dagli Stati Uniti le strangola l’industria. Il FMI avverte che tutte le strade portano a prezzi più alti e crescita più lenta. L’OCSE taglia le previsioni. Confindustria prepara tre scenari e nessuno è buono. Ma i sonnambuli a Bruxelles, a Berlino, a Parigi e a Roma continuano a camminare ad occhi chiusi, incapaci di pensare un futuro che non sia scritto a Washington, terrorizzati dall’idea di dover decidere da soli. Anche dopo che l’America li avrà mollati, continueranno a correre dietro al padrone che se ne va, scodinzolando. Furbi, noi.

Fonti

CNN, “Trump suggests he is ‘absolutely’ considering withdrawing US from NATO”, 1 aprile 2026.

TIME, “Trump Threatens to Pull U.S. Out of NATO Amid Fallout Over Iran War”, 1 aprile 2026.

CNBC, “Trump says he’s considering pulling U.S. out of ‘paper tiger’ NATO”, 1 aprile 2026.

Stars and Stripes, “Trump says NATO withdrawal under consideration amid Iran tensions”, 1 aprile 2026.

Newsweek, “Trump Faces Major Hurdle To Pull US Out Of NATO”, 1 aprile 2026.

Sky TG24, “Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a USA per operazioni in Iran”, 31 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, “Dal gas russo al GNL USA: l’Europa rischia una nuova dipendenza energetica”, 28 luglio 2025.

Il Sole 24 ORE, “Perché acquistare il GNL americano costa il 50% in più del gas russo”, 13 aprile 2022; “Difesa Ue: piano da 800 miliardi”, 4 marzo 2025.

Editoriale Domani, “Nel 2026 l’Europa importerà una quota record di GNL. Dalla dipendenza russa a quella americana”, 29 gennaio 2026.

MeteoWeb, “Guerra Iran, stangata sull’Europa: 14 miliardi in più per gas e petrolio in un mese”, 31 marzo 2026; “L’Europa ha aumentato l’import di gas russo del 22% a marzo 2026”, 2 aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, “L’impatto sull’economia di 5 settimane di guerra in Iran”, 1 aprile 2026.

CGIA Mestre / BlogSicilia, “Bollette luce e gas 2026: quanto costano in più con la guerra in Iran”, 28 marzo 2026.

Centro Studi Confindustria, Rapporto di previsione Primavera 2026: “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, marzo 2026.

FMI, Report sull’impatto economico della guerra in Iran (Gourinchas et al.), 30 marzo 2026.

OCSE, Revisione previsioni crescita globale 2026, marzo 2026.

Osservatorio CPI — Università Cattolica del Sacro Cuore, “Facciamo chiarezza: nel 2024 la spesa militare europea eccedeva quella russa del 58%”, 22 febbraio 2025.

SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, rapporto spese militari globali 2024.

Consiglio dell’Unione Europea, “La difesa dell’UE in cifre”, aggiornamento 2025-2026.

Harvard Business Review, Analisi impatto economico guerra Iran, marzo 2026.

Vatican News, “L’Europa si riarma, approvati 800 miliardi per la difesa comune”, 7 marzo 2025.

Quest’opera è distribuita con licenza Creative Commons
Attribuzione — Non commerciale — Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (CC BY-NC-SA 4.0)
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

L’Iran, Trump e la guerra come terapia del capitale

Non tutte le guerre nascono da un’ideologia. Alcune nascono da un bilancio in sofferenza, da un impero che teme di perdere quota, da una catena logistica che deve essere messa in sicurezza, da un mercato che ha bisogno di nuovi nemici per continuare a respirare. Il pregio dell’intervista di Emiliano Brancaccio sta proprio qui: nel riportare il discorso sulla guerra dal teatro delle ipocrisie morali al terreno duro dei rapporti di forza, degli interessi materiali, delle rendite strategiche. E in questo passaggio c’è una chiave che oggi diventa essenziale, perché mentre la propaganda occidentale continua a vendere l’ennesimo conflitto come una battaglia per la libertà, i fatti mostrano altro: mostrano una guerra che si allarga, una legalità internazionale violata, mercati energetici sotto shock, un’Europa ricattata e una democrazia liberale sempre più svuotata nei suoi stessi centri decisionali.

L’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran, iniziato il 28 febbraio 2026, non è un episodio isolato. È il punto di condensazione di una crisi più ampia, in cui l’asse Washington-Tel Aviv prova a riorganizzare con la forza un Medio Oriente attraversato da nuove linee commerciali, nuovi equilibri energetici e nuove rivalità globali. Non siamo davanti a una deviazione improvvisa rispetto al trumpismo declamato come isolazionista. Siamo, al contrario, di fronte alla sua verità più profonda: un unilateralismo aggressivo che non rinuncia all’impero, ma tenta di amministrarne il declino col linguaggio della forza, della minaccia e della destabilizzazione preventiva. La Camera dei Rappresentanti statunitense ha perfino respinto una risoluzione volta a limitare l’azione militare del presidente contro l’Iran, segno che il riequilibrio tra Congresso e Casa Bianca, evocato dopo il Vietnam dalla War Powers Resolution, si sta ulteriormente assottigliando proprio nel momento in cui il rischio di escalation cresce. 

Brancaccio coglie un punto che molti commentatori continuano a eludere: l’idea che Stati Uniti e Israele bombardino per “liberare” il popolo iraniano non regge alla prova dei fatti. I due alleati intrattengono da decenni rapporti stretti con monarchie e regimi dell’area che non possono certo essere assunti a modelli di emancipazione civile, di pluralismo politico o di diritti sociali. Il lessico umanitario viene riesumato ogni volta che serve coprire una torsione di potenza, proprio come accadde in Iraq con il repertorio delle prove manipolate e delle minacce gonfiate ad arte. Anche oggi la cornice morale serve a rendere digeribile ciò che, nella sostanza, resta una proiezione armata di interessi geopolitici, economici e strategici. 

Il nodo energetico rimane centrale, ma sarebbe riduttivo fermarsi al petrolio in senso stretto. Lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi decisivi del sistema energetico mondiale: Reuters segnala che da lì transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, e le perturbazioni degli ultimi giorni hanno già provocato tagli produttivi in Kuwait, rialzi dei prezzi del greggio e forti timori di shock prolungati sui mercati internazionali. Non è un dettaglio tecnico: chi controlla o destabilizza quello snodo dispone di una leva enorme sui costi dell’energia, sull’inflazione, sulle catene del trasporto e quindi sul conflitto distributivo interno alle economie europee e asiatiche. Quando Brancaccio insiste sulla materialità della guerra, parla anche di questo: del fatto che le bombe, prima ancora di distruggere città, ridisegnano flussi, premi di rischio, rendite e subordinazioni. 

Ma c’è un secondo livello, forse ancora più importante, ed è quello richiamato dall’analisi sul corridoio IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor. Questo progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel settembre 2023, punta a costruire una nuova architettura di connettività tra India, Golfo, Israele ed Europa, ed è stato presentato apertamente come infrastruttura strategica alternativa ai corridoi della proiezione cinese. Non si tratta quindi soltanto di commercio, ma di una geografia del potere. In questa cornice, l’Iran rappresenta un fattore di disturbo strutturale: per la sua posizione, per le sue alleanze, per la sua capacità di rendere instabile l’area necessaria a quel disegno. Letta così, la guerra non appare come una reazione episodica a una minaccia immediata, ma come un tassello della competizione globale per il controllo delle rotte, delle interconnessioni e delle mediazioni regionali. Gli Accordi di Abramo e la centralità assegnata a Israele dentro l’assetto di sicurezza del corridoio acquistano qui un significato ulteriore: non semplice diplomazia regionale, ma costruzione politico-militare di uno spazio economico funzionale agli interessi occidentali. 

Se questo è il quadro, allora la formula di Brancaccio sulla “scommessa capitalista” è tutt’altro che una provocazione. È una definizione precisa. Il capitale, soprattutto nella sua fase finanziarizzata e imperiale, scommette continuamente: scommette sulla tenuta dei mercati, sulla docilità dei governi subordinati, sulla possibilità di scaricare altrove i costi della propria crisi. Anche la guerra diventa una scommessa. Si investe distruzione nella speranza di ottenere in cambio controllo politico, apertura commerciale, disciplinamento dei concorrenti, rendite energetiche e riconfigurazione delle aree di influenza. Ma ogni scommessa comporta rischio. E qui il rischio è enorme, perché la macchina statunitense opera oggi dentro vincoli che non aveva nelle stagioni precedenti. Il dato sulla posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti è eloquente: alla fine del terzo trimestre 2025 il saldo netto era negativo per 27,61 trilioni di dollari, secondo il Bureau of Economic Analysis. Questo non significa un collasso immediato, ma segnala una struttura egemonica sempre più dipendente dalla capacità di attrarre capitale, imporre dollaro, controllare mercati e usare la superiorità politico-militare per compensare fragilità sistemiche. 

Dentro questo scenario, la guerra non è una parentesi che interrompe l’economia: ne è una prosecuzione estrema. Il complesso militare-industriale non è più soltanto la fabbrica di armi novecentesca; è ormai intrecciato ai sistemi di intelligence, alle piattaforme digitali, alla finanza, ai corridoi logistici, alla sicurezza delle forniture, alle assicurazioni, ai futures energetici. È una filiera. E quando questa filiera incontra una fase di rallentamento, di rivalità strategica con la Cina e di fragilità del consenso interno, la tentazione di militarizzare il conflitto economico diventa quasi fisiologica. In questo senso, la lettura materialista non riduce la realtà: la restituisce nella sua concretezza. Mostra cioè che dietro il vocabolario dei valori universali agiscono soggetti molto meno nobili, assai più recognoscibili: classi dirigenti, interessi multinazionali, stati in competizione, apparati di sicurezza, élite finanziarie e blocchi imperiali. 

Gli effetti economici stanno già emergendo con nettezza. Reuters ha documentato che il greggio statunitense è balzato di 12 dollari al barile il 6 marzo, mentre il Brent ha superato i 90 dollari per la prima volta da aprile 2024; altri report parlano di una sospensione di fatto del traffico regolare nello Stretto di Hormuz e di riduzioni produttive preventive da parte dei paesi del Golfo. Quando il prezzo dell’energia sale per effetto della guerra, non pagano i signori dell’alta finanza, che anzi spesso trovano nuove occasioni speculative. Pagano i salariati, i pensionati, le piccole imprese, i sistemi produttivi europei già compressi da anni di inflazione importata e di stagnazione. La guerra moderna, insomma, non devasta solo i paesi bombardati: trasferisce il proprio costo sociale dentro le economie formalmente “in pace”, aggravando il conflitto di classe e comprimendo ulteriormente il margine democratico delle società occidentali. 

Qui si apre un altro capitolo decisivo: l’Europa. L’intervista di Brancaccio ha il merito di denunciare il tentativo americano di spezzare la già fragile unità europea sul terreno commerciale e politico. Le tensioni con la Spagna e le minacce rivolte a Madrid rientrano in una logica più ampia: dividere gli alleati, negoziare bilateralmente da una posizione di forza, ridurre l’Unione a sommatoria di vassalli ricattabili. Non è una novità, ma oggi il meccanismo appare più sfacciato. Da un lato Bruxelles assume pose muscolari quando si tratta di riarmo e fedeltà atlantica; dall’altro tace o balbetta quando dovrebbe difendere gli interessi materiali del continente e la tenuta del diritto internazionale. Anche per questo la guerra in Iran non riguarda soltanto il Medio Oriente: riguarda la natura stessa del progetto europeo, la sua autonomia mancata, la sua incapacità di sottrarsi alla funzione subordinata che le è stata assegnata dentro l’ordine atlantico. 

E tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto si riduca a cinismo economico e a meccanismi automatici. La guerra produce anche un salto politico-ideologico. La concentrazione delle decisioni, la compressione del dissenso, l’uso sistematico della paura, la sospensione di fatto dei corpi intermedi e dei controlli parlamentari sono parte del problema. L’erosione della democrazia liberale non avviene soltanto perché i governi fanno scelte sbagliate; avviene perché, nella fase della crisi imperiale, le classi dirigenti tendono a considerare troppo costosi i vecchi rituali del compromesso democratico. Così la guerra esterna si salda alla verticalizzazione interna del potere. Non è un caso che, mentre il conflitto si allarga, il dibattito pubblico venga saturato da narrazioni binarie, da emergenze permanenti, da moralismi selettivi che rendono sospetta ogni lettura strutturale. Chi prova a chiedere quali interessi economici siano in gioco viene subito accusato di riduzionismo, come se fosse più serio spiegare la geopolitica con la psicologia dei leader o con la metafisica delle civiltà. 

La verità è che l’Occidente continua a invocare i diritti solo quando non intralciano la gerarchia dei propri interessi. Se un regime è utile, i suoi crimini diventano marginali o negoziabili. Se un paese si colloca fuori dal perimetro di obbedienza, allora i diritti umani vengono riesumati come atto d’accusa assoluto. Non si tratta di assolvere la repressione iraniana, che esiste ed è documentata. Si tratta di rifiutare l’ipocrisia di chi usa la sofferenza reale dei popoli come lasciapassare per ridisegnare con la violenza gli assetti regionali. Il punto non è scegliere tra l’ayatollah e il bombardiere. Il punto è rifiutare la menzogna secondo cui i bombardieri sarebbero il veicolo dell’emancipazione. 

Per questo l’intervista di Brancaccio merita attenzione. Non perché offra una formula definitiva, ma perché rompe il recinto della narrazione dominante. Ricorda che la guerra va letta dentro le contraddizioni del capitalismo globale, del debito, dell’energia, delle rotte commerciali, delle nuove rivalità tra blocchi. E ricorda anche che, senza una ripresa forte del movimento pacifista su basi sociali e materiali, il rischio è quello di lasciare l’opinione pubblica in balia di due menzogne complementari: da un lato l’umanitarismo armato, dall’altro la rassegnazione fatalistica secondo cui le guerre sarebbero eventi inevitabili, quasi naturali. In realtà non c’è nulla di naturale in tutto questo. C’è un ordine economico che entra in crisi e tenta di salvarsi militarizzando il mondo.

A questo crocevia, la vera scelta non è tra Occidente e Oriente, tra un impero “buono” e un impero “cattivo”, tra propaganda rivale e propaganda nemica. La scelta è tra un mondo governato dai corridoi del profitto e un mondo fondato sul diritto dei popoli, sulla cooperazione, sulla sovranità democratica, sulla pace come questione sociale e non come semplice appello morale. È qui che la guerra all’Iran svela il proprio significato più profondo. Non è soltanto un altro fronte. È l’immagine di un capitalismo che, non sapendo più promettere benessere, prova ancora una volta a imporre obbedienza attraverso la paura, la scarsità e il fuoco.

Fonti essenziali

Intervista a Emiliano Brancaccio ripresa da Rifondazione, 7 marzo 2026. 

Reuters, aggiornamenti sul conflitto e sull’escalation regionale dell’8 marzo 2026. 

Reuters, voto della Camera USA sulla war powers resolution, 5 marzo 2026. 

Bureau of Economic Analysis, posizione finanziaria internazionale netta degli Stati Uniti, terzo trimestre 2025. 

Reuters, impatto della guerra sui mercati energetici e sul prezzo del petrolio, 6-7 marzo 2026. 

Materiali sul corridoio IMEC e sul suo inquadramento strategico.

L’inginocchiata italiana e il coraggio spagnolo

Mentre Madrid difende la sovranità e il diritto internazionale, Roma non viene nemmeno avvisata dell’attacco all’Iran. Il servilismo dell’Italia verso Washington raggiunge il suo punto più basso.

C’è un momento, nella storia di un paese, in cui la sua dignità viene misurata non dalle parole dei suoi governanti, ma dal peso del silenzio che li avvolge. Quel momento, per l’Italia, è arrivato il 28 febbraio 2026, all’alba, quando i missili americani e israeliani hanno cominciato a piovere su Teheran, su Isfahan, su Qom. Mentre una scuola femminile veniva rasa al suolo uccidendo quasi centosettanta bambine, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto era a Dubai con la famiglia, in vacanza, bloccato come un qualsiasi turista. Il vicepremier Matteo Salvini, a quell’ora, si complimentava su X con il cantante Ermal Meta per le sue doti linguistiche.

Giorgia Meloni — la stessa Meloni che aveva costruito la sua immagine internazionale sull’amicizia personale con Donald Trump, sul filo diretto con la Casa Bianca, sulla presunta centralità dell’Italia nelle grandi partite geopolitiche — non è stata avvisata. Non prima, non durante i preparativi. Solo a cose fatte, ad attacco già iniziato. Come ha dovuto ammettere lo stesso Tajani: il ministro degli Esteri israeliano Saar lo ha chiamato “quando l’attacco era già iniziato”. Come ha confermato Crosetto: gli americani hanno avvisato “quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso”.

Ecco, dunque, il valore reale dell’amicizia con Trump. Ecco il dividendo della genuflessione.

La lezione di Madrid

Mentre Roma taceva — o balbettava giustificazioni — dall’altra parte della penisola iberica Pedro Sánchez parlava con la chiarezza di chi sa dove stare. Il premier spagnolo ha rifiutato l’uso delle basi militari congiunte di Morón e Rota, in Andalusia, per l’offensiva contro l’Iran. Lo ha fatto richiamando un principio elementare: quelle basi esistono in base a un accordo bilaterale preciso, e quell’accordo non prevede il loro utilizzo al di fuori del quadro delle Nazioni Unite.

Non si trattava di ingenuità o di debolezza. Era, al contrario, l’esercizio pieno della sovranità nazionale. “La Spagna è un paese sovrano che prende autonomamente le proprie decisioni in politica estera”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Albares. E Sánchez ha aggiunto, con una lucidità che imbarazza per contrasto la pochezza del dibattito italiano: “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità: è così che iniziano i disastri dell’umanità”.

È una posizione che non ha nulla di astrattamente pacifista. Sánchez ha condannato il regime degli Ayatollah — che “reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne” — ma ha tenuto ferma la distinzione fondamentale tra il giudizio morale su un regime e la legittimità di un’azione militare condotta al di fuori del diritto internazionale. L’Iran, per quanto tirannico e teocratico, rimane uno stato sovrano. Nessuna potenza, nemmeno la più forte del mondo, può violare questa sovranità a proprio arbitrio senza sanzione delle Nazioni Unite.

Ancora più importante: l’attacco di Usa e Israele è avvenuto mentre era in corso una mediazione concreta. La sera del 27 febbraio, l’Oman aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie riserve di uranio arricchito. Un accordo era a portata di mano. Poche ore dopo, i missili erano già in volo.

La zona grigia dell’Italia

Il governo Meloni ha scelto la sua posizione con una cura quasi chirurgica nell’evitare qualunque posizione netta. Nessuna condanna dell’attacco. Nessuna richiesta di cessate il fuoco immediato. Nessuna solidarietà alla Spagna, bersaglio delle minacce economiche di Trump. Dal Palazzo Chigi è arrivata la solita formula anestetizzata: preoccupazione per la “stabilità regionale”, invito a “evitare l’escalation”, dichiarazione che da basi italiane non sono partiti aerei americani per attacchi — come se questo bastasse a lavare la coscienza.

Ma la realtà parla da sola. Le basi di Sigonella e del sistema MUOS di Niscemi sono state intensamente utilizzate per monitoraggio e intelligence prima e durante l’attacco. Il drone Global Hawk è decollato da Sigonella più volte nelle ore precedenti all’offensiva. Le infrastrutture militari americane sul territorio italiano — circa 12.000 soldati statunitensi presenti nel paese — hanno svolto un ruolo attivo nel sostenere l’operazione. “Le basi militari italiane gli Usa le hanno già”, ha ammesso lo stesso Crosetto. E allora la distinzione tra “supporto difensivo” e “partecipazione offensiva” diventa una finzione semantica.

Mentre Meloni non interveniva, la segretaria del PD Elly Schlein chiamava Sánchez per esprimere solidarietà. Il M5S e AVS chiedevano al governo di fare altrettanto. La risposta del centrodestra al potere: silenzio, o peggio, imbarazzanti giustificazioni per il mancato preavviso. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha persino osservato che “bastava osservare i movimenti della flotta Usa” per capire che l’attacco era imminente. Come se la subalternità fosse da giustificare con l’autosufficienza informativa.

La strada verso il baratro

C’è qualcosa di strutturalmente pericoloso nel comportamento degli Stati Uniti di Trump. Non è soltanto l’aggressività diplomatica — le minacce commerciali alla Spagna, gli insulti agli alleati “terribili”, i ricatti tarifari. È la logica profonda di un’amministrazione che ha deciso di smantellare il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale e di sostituirlo con la legge del più forte.

Sánchez ha evocato l’Iraq con una precisione dolorosa: ventitré anni fa, un’altra amministrazione americana trascinò l’Europa in una guerra presentata come necessaria, liberatrice, chirurgica. Il risultato fu la destabilizzazione dell’intera regione, un’ondata di terrorismo jihadista, milioni di morti, una crisi migratoria senza precedenti. Oggi si ripete lo stesso copione, con attori parzialmente diversi e con l’aggravante di una potenza nucleare — l’Iran — coinvolta direttamente.

La Rete Italiana Pace e Disarmo lo ha detto con parole inequivocabili: questo attacco “non aiuterà la società civile iraniana a liberarsi del regime teocratico ma darà nuove motivazioni a Teheran per accelerare il proprio riarmo e rafforzare la repressione interna”. La strage delle bambine nella scuola di Minab — quasi 170 vittime — non è un effetto collaterale: è il volto reale della guerra, comunque si chiami l’operazione che la produce.

E mentre lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale — è paralizzato dalle petroliere ferme in attesa della fine delle ostilità, mentre i prezzi del petrolio e del gas salgono e l’incertezza economica si diffonde, l’Italia tace. Perché tacere, per Meloni, è più comodo che scegliere.

Quando l’obbedienza servile non è leadership

Pedro Sánchez ha lanciato un messaggio che va ben oltre la disputa sulle basi militari. Ha parlato all’Europa intera, e in particolare a quei leader — tra cui è lecito includere Meloni — che scambiano l’allineamento con Washington per politica estera: “Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie nascano dalle rovine, ingenuo è pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership”.

Ha ragione. L’obbedienza servile non è leadership. È abdicazione. È la rinuncia a quella funzione di mediazione, di dialogo, di costruzione del diritto internazionale che l’Europa avrebbe potuto e dovuto esercitare. Invece, la gran parte dei governi europei ha scelto l’ambiguità, quando non la complicità. L’Italia, in questo, non fa eccezione: anzi, primeggia per la combinazione di subalternità politica e imbarazzante impreparazione operativa.

Mentre Macron e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimevano solidarietà a Sánchez, mentre la Francia dispiegava la portaerei De Gaulle nel Mediterraneo per operazioni esplicitamente difensive — non offensive — il governo italiano aspettava che qualcuno decidesse per lui. Aspettava le richieste formali degli americani, valutava, monitorava, dichiarava di non essere stato coinvolto. Una posizione che è, nei fatti, il contrario della sovranità.

Una scelta di civiltà

Di fronte a un’aggressione militare condotta al di fuori di qualsiasi mandato delle Nazioni Unite, su uno Stato sovrano — per quanto illiberale, per quanto tirannico — la risposta di un paese che si definisce democratico non può essere il silenzio complice. Né può essere la retorica del “dobbiamo aspettare che la situazione si chiarisca”.

La Spagna ha scelto. Ha scelto il diritto internazionale contro la forza bruta. Ha scelto la diplomazia contro la guerra preventiva. Ha scelto la propria sovranità contro le pressioni di un’amministrazione che usa le ritorsioni commerciali come strumento di ricatto tra alleati. E ha pagato un prezzo: le minacce di Trump, le critiche inopportune del cancelliere Merz, l’isolamento momentaneo.

Ma ha guadagnato qualcosa di più prezioso: la sua dignità. E, con essa, la solidarietà di Macron, di Costa, di tutti gli europei che sanno distinguere tra un alleato e un padrone.

L’Italia avrebbe potuto fare lo stesso. Aveva ogni strumento giuridico e politico per farlo. Il Parlamento, secondo la Costituzione, avrebbe dovuto essere informato e coinvolto in qualsiasi decisione sull’uso delle basi militari per azioni offensive. Invece, il governo ha preferito la zona grigia, il non detto, l’attesa delle richieste formali. Una postura che, nella migliore delle ipotesi, è ignavia. Nella peggiore, è complicità.

“Fermatevi prima che sia troppo tardi”, ha detto Sánchez rivolgendosi a Washington, Tel Aviv e Teheran. È una frase semplice, quasi elementare. Ma in questo momento, quella semplicità è rivoluzionaria. Perché i governanti che avrebbero il dovere di pronunciarla — e in primo luogo quelli italiani — scelgono invece di inginocchiarsi.

E la storia, quando arriverà il momento del giudizio, non dimenticherà chi ha scelto di tacere mentre il mondo bruciava.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”

Guerra, petrolio e scandali: come il potere si protegge mentre noi paghiamo il conto

L’attacco all’Iran fa impennare i prezzi dell’energia, le borse europee perdono quasi 900 miliardi in due giorni e Meloni convoca vertici d’emergenza senza avere risorse per intervenire. Nel frattempo, le industrie belliche incassano profitti record e oltreoceano gli Epstein Files svelano le reti oscure che tengono insieme il potere occidentale.

Il conto della guerra lo paghiamo noi

C’era da aspettarselo. Come sempre accade quando il mondo decide di fare la guerra invece della pace, i primi a pagare il conto non sono i generali, non sono i ministri, non sono i banchieri che finanziano gli arsenali: siamo noi. Famiglie, lavoratori, pensionati, piccole imprese. Quelli che non hanno fondi speculativi con cui coprirsi dai rischi, né contratti energetici blindati per anni.

L’escalation militare contro l’Iran ha già prodotto i suoi effetti sui mercati: il gas europeo è schizzato a 53,5 euro al megawattora, più che raddoppiato rispetto ai 30 euro di fine febbraio. Il petrolio Brent viaggia sopra gli 81 dollari al barile, contro i 59 di inizio anno. Le borse europee hanno bruciato in appena due sedute 879 miliardi di euro di capitalizzazione. Milano ha ceduto il 3,9% in una sola giornata.

Mentre le famiglie si preparano a ricevere bollette più care, c’è chi in questi momenti guadagna. I grandi trader energetici, i fondi speculativi posizionati long sul petrolio, le compagnie che vendono gas ai prezzi spot impazziti. Il capitalismo della guerra ha questa caratteristica strutturale: trasforma il dolore collettivo in profitto privato. Ogni bomba che cade da qualche parte nel mondo si traduce in un centesimo in più sul litro di benzina che mettiamo nel serbatoio.

I veri vincitori: il complesso militare-industriale

Eisenhower, nel suo discorso d’addio del 1961, avvertì l’America — e il mondo — del pericolo rappresentato da quello che lui stesso chiamò il “complesso militare-industriale”: quella commistione pericolosa tra industrie della difesa, apparato militare e potere politico capace di plasmare le decisioni di guerra e pace non secondo l’interesse dei popoli, ma secondo le logiche del profitto. Sessant’anni dopo, quella profezia si è avverata e amplificata oltre ogni previsione.

Ogni nuovo fronte di guerra — dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza all’Iran — è, per le grandi corporation della difesa, un’opportunità di business senza precedenti. Aziende come Lockheed Martin, Raytheon, Northrop Grumman, BAE Systems, Leonardo-Finmeccanica registrano trimestrali da record ogni volta che il termometro geopolitico sale. I contratti di fornitura si moltiplicano, i portafogli ordini esplodono, le azioni schizzano in borsa proprio mentre le borse europee affondano e le bollette delle famiglie italiane aumentano.

Non è una coincidenza: è un meccanismo. Le guerre non scoppiano nel vuoto. Vengono preparate, alimentate, a volte provocate, da un sistema di interessi in cui le lobby dell’industria bellica finanziano campagne elettorali, occupano posizioni nei ministeri della difesa attraverso le cosiddette “porte girevoli”, e contribuiscono a costruire il clima di emergenza permanente necessario a giustificare spese militari sempre crescenti. L’Europa, che per decenni aveva mantenuto un profilo relativamente prudente, si ritrova oggi a correre verso il riarmo: la NATO ha fissato al 3,5% del PIL il target minimo di spesa militare, e si parla già di portarlo al 5% o oltre.

In Italia, il governo Meloni — che pure si presenta come paladino degli “interessi nazionali” — ha già portato la spesa militare a circa 32 miliardi di euro annui e continua a spingere verso il 3,5% del PIL, il che significherebbe avvicinarsi ai 40 miliardi. Ogni euro in più per cannoni e cacciabombardieri è un euro in meno per sanità, scuola, sostegno alle famiglie in difficoltà. Un trasferimento di risorse dal basso verso l’alto, mascherato da imperativo geopolitico.

La logica è perversa nella sua semplicità: più il mondo è instabile, più le armi si vendono. Più le armi si vendono, più il mondo diventa instabile. Un circolo vizioso che arricchisce pochi e impoverisce molti, che trasforma i conflitti in commodity e i morti in voci di bilancio. Il tutto con la copertura ideologica della “difesa della democrazia”, dello “scudo atlantico”, dell'”ordine internazionale basato sulle regole” — regole che, guarda caso, vengono scritte sempre dagli stessi.

Meloni conta i centesimi mentre il fuoco divampa

La premier Giorgia Meloni ha convocato un vertice d’emergenza con i ministri competenti e gli amministratori delegati di Eni e Snam. Nell’apposita velina governativa si legge di “analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia”. Tradotto dal burocratese: nessuno sa cosa fare, ma bisogna dare l’impressione di stare facendo qualcosa.

La differenza con il passato è impietosa. Quando nel 2022 i prezzi dell’energia esplosero sull’onda dell’invasione russa dell’Ucraina, il governo Draghi impiegò quasi 50 miliardi di euro per tentare di tamponare. Il decreto d’emergenza valeva quasi 6 miliardi. L’attuale governo Meloni ha varato un provvedimento da meno di 3 miliardi, con effetti definiti “minimi” per le fasce di reddito basso e “risibili” per gli altri: 15-20 euro l’anno di risparmio. Una beffa.

L’Italia si trova relativamente ben posizionata sugli stoccaggi di gas — al 47,3% contro il 20,8% della Germania — ma riempirli in primavera a prezzi superiori ai 50 euro al megawattora significa caricare costi enormi sulle bollette future. Il governo aspetta e spera. Nessun provvedimento straordinario, nessuna visione d’insieme. Solo l’attesa che la tempesta passi, possibilmente prima delle prossime elezioni.

La doppia funzione della guerra: distrazione di massa

Le guerre capitalistiche servono sempre a due scopi: fare profitti e distrarre l’opinione pubblica. L’escalation militare contro l’Iran arriva in un momento particolarmente opportuno per certi ambienti del potere occidentale: proprio mentre negli Stati Uniti si apre uno dei capitoli più esplosivi della storia politica recente. Parliamo degli Epstein Files — tre milioni di pagine di documenti federali relativi al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, rilasciati in ottemperanza all’Epstein Files Transparency Act firmato dallo stesso Trump a novembre 2025.

Un gesto presentato come atto di trasparenza, che si sta rivelando un boomerang. Perché il nome di Trump compare in quei documenti con una frequenza che nessuna comunicazione presidenziale può silenziare. E perché proprio i file che lo riguardano più da vicino sono quelli che il Dipartimento di Giustizia — controllato dalla sua stessa amministrazione — si è affrettato a sottrarre alla consultazione pubblica.

Gli Epstein Files: il potere nella rete della vergogna

I numeri sono clamorosi: il nome di Donald Trump compare più di 38.000 volte nei 5.300 file del caso Epstein, stando all’analisi del New York Times. I documenti smentiscono dichiarazioni pubbliche dello stesso presidente: nel 2024 aveva affermato di non essere “mai stato sull’aereo di Epstein”, ma i file federali rivelano che i procuratori avevano raccolto prove del contrario già nel 2020. Un’email interna di Epstein del 2011 riferiva che Trump “sapeva delle ragazze” e “trascorreva ore a casa mia”.

Nei documenti FBI del 2021, una testimone racconta che Ghislaine Maxwell — condannata a 20 anni per traffico sessuale di minorenni — l’aveva “presentata” a Trump durante una festa di New York, illustrandone le qualità come si fa con un curriculum professionale. Il contesto che emerge è quello di un ambiente in cui le donne venivano trattate come merci da mostrare e condividere tra potenti.

Tra i nomi citati nei file compaiono, oltre a Trump, il principe Andrea d’Inghilterra, l’ex presidente Clinton, il segretario al Commercio Howard Lutnick ed Elon Musk. Tutti hanno negato ogni illecito. Ma il punto non è la singola accusa: è la rete, l’ambiente, il sistema di relazioni. È l’ecosistema in cui il potere si auto-riproduce, si protegge e decide le sorti del mondo.

Il depistaggio: quando il potere censura se stesso

La vera bomba, però, riguarda quello che manca dai file. Un’inchiesta dell’NPR ha rivelato che il Dipartimento di Giustizia ha ritirato o non pubblicato documenti specificamente legati ad accuse di abuso sessuale contro Trump: oltre cinquanta pagine di interviste FBI e note di conversazioni con una donna che avrebbe accusato il presidente di violenza sessuale quando era minorenne, intorno al 1983. Di quattro sessioni di intervista condotte dall’FBI tra il 2019 e il 2021, solo una è stata resa pubblica.

Il deputato Robert Garcia ha dichiarato di aver personalmente verificato l’assenza dei documenti mancanti anche nell’archivio riservato ai parlamentari: “C’è evidenza di un insabbiamento in corso. I documenti sono scomparsi dall’FBI e ora sono scomparsi anche dalla versione non redatta.” La risposta della Casa Bianca è stata affidata alla portavoce Abigail Jackson: “Trump è stato completamente scagionato da qualsiasi cosa riguardi Epstein.” Ma come si può essere scagionati da prove che non vengono rilasciate?

La domanda è così dirompente che persino il repubblicano James Comer, presidente del Comitato di Supervisione della Camera, ha annunciato un’indagine sul Dipartimento di Giustizia per i file mancanti. Quando un sistema di potere comincia a mangiarsi la propria narrativa, è il segnale che qualcosa di strutturalmente importante si sta incrinando.

Un sistema che si protegge: dalla guerra agli abusi di potere

C’è un filo rosso che unisce la crisi energetica che ci opprime, i profitti dell’industria bellica e lo scandalo Epstein che scuote il potere americano. Non è un filo di complotto: è di sistema. Chi detiene il potere — economico, militare, politico — usa quel potere per proteggersi, moltiplicarsi e perpetuarsi. I costi delle guerre li paghiamo noi. I proventi li incassano i fondi speculativi, le major petrolifere, i grandi appaltatori della difesa.

La rete di Epstein era la manifestazione più oscura di come il potere si consolida. Mettendo insieme i potenti in situazioni di complicità reciproca che diventano strumenti di mutuo ricatto e protezione. Non è un caso che Epstein sia morto in carcere in circostanze mai chiarite mentre attendeva il processo, e che il suo archivio di informazioni sui potenti sia diventato oggetto di una battaglia politica e giudiziaria senza precedenti.

Il complesso militare-industriale che lucra sulle guerre, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono attraverso scandali insabbiati, i governi che non hanno risorse per le famiglie ma trovano miliardi per i cannoni: sono le tre facce di uno stesso sistema. Un sistema che ha bisogno di crisi permanenti per sopravvivere, che ha bisogno di nemici da costruire e guerre da vendere.

Nessuna opposizione all’altezza: il vuoto che ci lascia soli

Di fronte a tutto questo, in Italia come altrove, non si intravede all’orizzonte alcuna opposizione capace di nominare le cose con il loro nome. Le forze di centrosinistra discutono di leadership e coalizioni, mentre le bollette salgono, i documenti sui potenti scompaiono dai database federali americani e le industrie belliche distribuiscono dividendi record. Si fa finta di non vedere il nesso tra le guerre che producono inflazione e i meccanismi di controllo e corruzione che tengono in piedi il sistema.

Viviamo in un mondo paradossale in cui chi dovrebbe rappresentarci si trova spesso dalla stessa parte di chi ci sfrutta. In cui le guerre vengono vendute come difesa della democrazia mentre servono a controllare risorse e mercati. In cui gli scandali dei potenti vengono usati come strumenti di ricatto reciproco tra élite, mentre si chiede alla gente comune moralità e rispetto delle regole.

Documentare, denunciare, connettere i puntini: è l’unico antidoto al conformismo e al silenzio. Non basta indignarsi: bisogna capire. E capire che la crisi energetica che ci stritola, le reti di potere corrotte che si auto-proteggono e il complesso militare-industriale che trasforma la guerra in business non sono fenomeni separati. Sono le facce dello stesso sistema. Il sistema che siamo chiamati a cambiare, con la forza della conoscenza, dell’organizzazione e della partecipazione democratica dal basso.

Mario Sommella

mariosommella.wordpress.com

IL RUGGITO DEL LEONE SUI CIELI DI TEHERAN

Washington e Tel Aviv scatenano la guerra: l’imperialismo colpisce ancora l’Iran

Si chiamava “diplomazia”. Si chiamava “negoziato di buona fede”. Si chiamava “ultima possibilità”. Fino a quarantotto ore fa, a Ginevra, le delegazioni di Washington e Teheran erano ancora sedute attorno a un tavolo per discutere del programma nucleare iraniano. Oggi, 28 febbraio 2026, quei tavoli sono stati rovesciati. Al loro posto, le bombe. L’Operazione “Ruggito del Leone” — denominata “Epic Fury” dal Pentagono — è esplosa all’alba, via aria e via mare, trasformando i cieli della Repubblica Islamica in un teatro di fuoco e macerie.

Il Medio Oriente non ha mai conosciuto, nella sua storia recente, un’aggressione di questa portata: un attacco congiunto, pianificato per mesi negli stati maggiori di Tel Aviv e Washington, contro uno Stato sovrano che, malgrado tutto, aveva scelto la via del confronto diplomatico. La “pace” di Trump si è rivelata, ancora una volta, la foglia di fico di una guerra già scritta.

L’alba dell’aggressione: fuoco su Teheran e le altre città

Nelle prime ore del mattino del 28 febbraio, esplosioni hanno squarciato i cieli di Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Colonne di fumo nero si sono levate nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei — assente dalla capitale, trasferito in un luogo sicuro e non rintracciabile — e del palazzo presidenziale. Missili hanno colpito la base aerea di Mehrabad, la sede del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza, il palazzo della Corte Suprema e l’area di Qom. Almeno trenta esplosioni registrate in quattro città in quella che fonti israeliane definiscono, con algida eufemistica precisione, un’operazione “altamente selettiva” che avrebbe mirato ai “vertici politici, militari e religiosi del Paese”. Decine i morti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, incluse alcune figure chiave del comando.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato in tutto Israele”, presentando l’aggressione come un “attacco preventivo per rimuovere le minacce nei confronti dello Stato”. Donald Trump, dal suo social Truth, ha scandito con toni da crociata: “L’Iran non avrà mai il nucleare. Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo le strutture di produzione di armamenti. Abbiamo cercato di fare un accordo, ma hanno rifiutato ogni occasione di rinunciare alle loro ambizioni nucleari.” Poi, rivolgendosi ai Pasdaran: “Deponete le armi e avrete l’immunità totale, o affronterete una morte certa.” Un ultimatum da imperatore romano, non da presidente di una democrazia che si proclama difensore della libertà dei popoli.

Netanyahu, in un videomessaggio alla nazione, ha evocato la “minaccia esistenziale” rappresentata dal regime di Teheran e ha invitato i popoli dell’Iran — persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi — a “liberarsi dal giogo della tirannia”. Il copione è quello già collaudato, dall’Iraq alla Libia, dall’Afghanistan alla Siria: si bombarda un Paese e si dice di farlo per liberarne il popolo.

Una guerra pianificata, non improvvisata

Non si tratta di una reazione d’impulso. L’Operazione “Ruggito del Leone” è il risultato di mesi di coordinamento tra i comandi militari israeliani e americani. La data dei raid era stata stabilita settimane prima che i diplomatici si sedessero a Ginevra. Mentre le delegazioni negoziavano, i generali tracciavano gli obiettivi sulle mappe. Gli Stati Uniti avevano già radunato nella regione una vasta flotta di aerei da combattimento e navi da guerra, ufficialmente per “fare pressione” su Teheran affinché raggiungesse un accordo sul suo programma nucleare. Era, nei fatti, la preparazione logistica dell’attacco.

Secondo il New York Times, che cita funzionari americani, l’operazione di oggi è “molto più estesa” rispetto ai raid del giugno scorso contro i siti nucleari: stavolta nel mirino c’è l’intero apparato di potere iraniano, compresa l’eliminazione fisica dei circa 2.000 missili balistici che Teheran avrebbe dislocato in tutto il territorio nazionale. L’operazione durerà “diversi giorni, e anche di più, se necessario”, hanno confermato fonti israeliane alla CNN.

La risposta di Teheran: il fuoco si allarga al Golfo

L’Iran non è rimasto in silenzio. I Guardiani della rivoluzione hanno annunciato “la prima estesa ondata di attacchi con missili e droni” contro Israele. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme e nell’area di Haifa, nel nord del Paese. La risposta iraniana ha però aperto un secondo fronte: le basi militari americane disseminate nel Golfo Persico sono diventate bersagli diretti. Missili dei Pasdaran hanno preso di mira la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, le installazioni americane in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Qatar ed Emirati avrebbero per il momento respinto gli attacchi con missili intercettori, mentre la situazione in Kuwait rimane incerta.

In Iraq, un raid ha colpito la base di Jurf al-Sakher, nel sud del Paese, dove operano le milizie di Kataeb Hezbollah: almeno due morti secondo fonti delle Forze di mobilitazione popolare. Gli Houthi dello Yemen, fedeli all’asse di Teheran, hanno intanto annunciato la ripresa degli attacchi alle navi commerciali nel Mar Rosso, riaprendo la crisi delle rotte marittime internazionali.

Il ministero degli Esteri iraniano ha denunciato che gli attacchi hanno violato “l’integrità territoriale e la sovranità nazionale del Paese, comprese le infrastrutture difensive e le località non militari in varie città”. Teheran definisce l’operazione “una chiara violazione della pace e della sicurezza internazionali”, invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite sul diritto all’autodifesa e avverte: la risposta “sarà schiacciante”.

I negoziati come operazione di copertura

La dimensione più ipocrita di quanto accade risiede nel cinismo con cui la diplomazia è stata usata come schermo. Israele aveva insistito che qualsiasi accordo con l’Iran dovesse includere non solo la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, ma lo smantellamento totale dell’intera infrastruttura nucleare, nonché restrizioni al programma missilistico. L’Iran aveva dichiarato disponibilità a limitare il programma nucleare in cambio della revoca delle sanzioni, ma aveva nettamente escluso di collegare alla questione i propri missili — strumento di deterrenza considerato irrinunciabile per la propria sovranità. Quando il confronto diplomatico non produce la resa totale, la risposta di Washington e Tel Aviv è sempre la stessa: le bombe.

Dmitry Medvedev, con la franchezza amara di chi osserva da Mosca, ha scritto su Telegram: “Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto. Tutti i negoziati con l’Iran erano un’operazione di copertura, nessuno voleva davvero negoziare qualcosa di specifico.” E ha aggiunto, evocando la profondità abissale del confronto storico: “Gli Stati Uniti hanno solo 249 anni. L’impero persiano è stato fondato più di 2500 anni fa. Vedremo tra 100 anni.” Una prospettiva che, al netto delle evidenti contraddizioni della posizione russa, coglie una verità strutturale.

Radici profonde: quarantasette anni di guerra non dichiarata

Quello che accade oggi non è comprensibile senza conoscere la storia dei decenni precedenti. Dal 1979, anno della rivoluzione islamica e della crisi degli ostaggi che tenne gli Usa in scacco per 444 giorni, il rapporto tra Washington, Tel Aviv e Teheran è stato una guerra non dichiarata, combattuta con spie, virus informatici, scienziati assassinati e sanzioni economiche devastanti.

Il virus Stuxnet, creato congiuntamente da Usa e Israele, sabotò le centrifughe di Natanz nel 2010. Nel novembre 2020, lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh fu assassinato con una mitragliatrice telecomandata da remoto: omicidio mirato di Stato, attribuito al Mossad. Il JCPOA del 2015, l’accordo nucleare multilaterale che aveva aperto uno spiraglio di normalizzazione, fu fatto a pezzi nel 2018 dal primo Trump con un ritiro unilaterale che non aveva alcuna giustificazione tecnica nei comportamenti iraniani. Da allora, la spirale di provocazioni e rappresaglie si è avvitata inesorabilmente verso il precipizio odierno: il consolato di Damasco colpito nell’aprile 2024, la morte di Haniyeh a Teheran nel luglio successivo, quella di Nasrallah a settembre, il primo attacco diretto iraniano su Israele nell’ottobre 2024, la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — e infine il cessate il fuoco, fragile e violato quasi immediatamente, che non era che una tregua armata in attesa del round successivo. Quel round è oggi.

L’Italia vassalla: informata a cose fatte

Roma ha convocato riunioni d’emergenza. Giorgia Meloni ha presieduto una cellula di crisi con il ministro degli Esteri Tajani, il vicepremier Salvini e il ministro della Difesa Crosetto, oltre ai vertici dell’Intelligence. Il risultato? Tajani ha annunciato di essere “pronto all’evacuazione degli italiani” rimasti in Iran — perlopiù connazionali sposati con cittadini iraniani, dopo che turisti e lavoratori avevano già lasciato il Paese su invito del governo nelle settimane precedenti. Salvini, raggiunto dai giornalisti a un gazebo della Lega a Milano, ha ammesso senza imbarazzo: “A quanto mi risulta siamo stati avvertiti ad attacco cominciato.”

L’Italia, Paese membro della NATO e alleato strategico degli Stati Uniti, non è stata nemmeno consultata prima che si scatenasse una guerra capace di incendiare l’intera regione. A Roma, nel frattempo, è stata innalzata sin dalle prime ore del mattino l’attenzione su obiettivi sensibili: sedi di ambasciate e il Ghetto ebraico, nel timore di ritorsioni o attentati. Palazzo Chigi ha prodotto una nota di “vicinanza alla popolazione civile iraniana”. Un atto di pietas verbale, mentre le bombe cadono.

Verso l’incendio globale

Il Medio Oriente brucia. Dopo la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 — conclusasi con un cessate il fuoco che Trump aveva proclamato “pienamente concordato” e che Netanyahu aveva celebrato come il raggiungimento di “tutti gli obiettivi”, ma che si era già incrinato nel giro di un’ora dal suo annuncio — la tregua non era altro che una pausa per ricaricare le armi e ridisegnare i piani di attacco. Oggi l’Operazione “Ruggito del Leone” non è un raid chirurgico: è un’offensiva totale contro uno Stato sovrano, con un fronte che si estende dal Mar Rosso al Golfo Persico, da Baghdad a Gerusalemme, dal Libano fino alle rotte commerciali dell’Indo-Pacifico.

Il figlio dello scà Reza Pahlavi ha salutato gli attacchi dichiarando che “la vittoria finale è vicina”. È la cifra ideologica dell’operazione: non solo la distruzione del programma nucleare iraniano, ma il tentativo di determinare un cambio di regime, di rovesciare dall’esterno e con la forza militare un governo che, per quanto autoritario e repressivo, è l’espressione di una sovranità nazionale che nessun bombardiere ha il diritto di cancellare.

Il diritto internazionale, le Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza: tutto tace o è paralizzato. Il mondo guarda. E mentre i missili solcano i cieli di Teheran e le sirene suonano a Gerusalemme, la Grande Guerra del Medio Oriente — quella che molti avevano temuto e che troppi avevano contribuito a preparare con decenni di sopraffazioni, sanzioni collettive, assassinii di Stato e doppi standard — sembra aver trovato il suo atto inaugurale.

Ma la storia — quella lunga, quella che si misura in millenni e non in mandati presidenziali — insegna che nessun “Ruggito del Leone” dura per sempre. L’impero persiano ha tremila anni. Non è il primo a sentirlo, quel ruggito. E non è mai stato l’ultimo a restare in piedi.

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo

Per anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.

La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.

Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.

Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.

La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno. Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da classificazione.

Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico e il potere militare si fondono.

Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune, stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence, comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato un’arma di sistema.

E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto: il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali.

La fine dell’innocenza tecnologica

Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o male, dipende dagli utenti, dipende dai governi.

Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti, video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre.

Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza statale e con la macchina militare.

La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda, quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una giustificazione morale.

È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta come brutalità, ma come responsabilità.

Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico

Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus, l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza.

Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma per resistere al conflitto politico e morale.

Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno esposta alla pressione dell’opinione pubblica.

Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto. Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe drasticamente.

A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità, priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti gli effetti, una componente della macchina bellica.

Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico

Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma: trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa.

Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting. L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi, la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena decisionale che termina con una bomba?

La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso della decisione. E in guerra, il ritmo è potere.

La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa

C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale, consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e committenza statale si alimentano a vicenda.

È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione, posizione dominante.

Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche. I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente politico.

In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market applicato ai sistemi di combattimento.

La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo

Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici.

Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni. È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la militarizzazione.

La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni, marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata.

Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che oggi può davvero incidere.

Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale

La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato, industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali, produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture per la sicurezza.

È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la filiera della forza iniziano a coincidere.

Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche. Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra.

Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare.

La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale

Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile.

I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali, finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del sistema. Diventa una sua componente funzionale.

Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della sovranità armata.

Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele, all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita, costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne è l’infrastruttura principale.

Riconoscere la catena, per poterla spezzare

La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite?

Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa.

Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il nuovo volto dell’industria degli armamenti.

Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra.

Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La forma è cambiata, la logica del dominio molto meno.

Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia perde un pezzo della propria sovranità.

Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo.

Fonti essenziali

I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari (Brown University, San José State University, progetto Costs of War)

II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti cloud militari

III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (The Guardian, Washington Post, +972 Magazine, Local Call)

IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla revisione delle policy aziendali

Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta

1. Un palcoscenico costruito sulle macerie

Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.

E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realta’ che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.

2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace

Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva. La Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel novembre 2025, lo ha citato come organismo capace di supportare gli sforzi di ricostruzione a Gaza. Ma il testo della sua carta statutaria – circolato tra i Paesi invitati e analizzato da diverse testate internazionali – non menziona Gaza in alcun punto: descrive invece un’organizzazione internazionale che promuove stabilita’, governance affidabile e pace duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti. Un mandato universale, senza confini geografici ne’ temporali.

Trump ne e’ presidente a vita, con poteri esclusivi di invito, nomina e revoca dei membri. Non esiste un meccanismo elettorale ne’ di supervisione esterna. L’ammissione permanente richiede un contributo di un miliardo di dollari – una soglia che The Guardian ha definito un pay-to-play club. L’International Crisis Group ha sottolineato come il Board aspiri a esercitare un controllo sulla gestione globale dei conflitti che va ben oltre quanto la Risoluzione ONU aveva previsto, mentre un senior fellow dell’European Council on Foreign Relations ha definito l’organismo un progetto top-down per affermare il controllo di Trump sugli affari globali.

I Paesi che ne fanno parte descrivono una geografia politica eloquente: Ungheria, Argentina, Bielorussia di Lukashenko, Azerbaigian, Indonesia, Marocco, UAE, Bahrain. E Israele, ufficialmente aderito il 12 febbraio 2026, nonostante la sua leadership sia oggetto di procedimenti penali davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Paesi come Francia, Germania, Norvegia, Svezia, Grecia, Slovenia e Ucraina hanno invece declinato l’invito.

3. La difesa di Tajani: tra retorica e realpolitik

Tajani ha articolato la posizione italiana su tre assi. Il primo e’ geopolitico: l’assenza dell’Italia sarebbe contraria all’articolo 11 della Costituzione che sancisce il ripudio della guerra. Il secondo e’ strategico: il piano Trump sarebbe l’unica alternativa credibile per stabilizzare la Striscia. Il terzo e’ implicito ma potente: non possiamo perderci la ricostruzione, disse il giorno precedente, con una franchezza che vale piu’ di qualunque retorica successiva.

Sul piano costituzionale, l’argomentazione e’ debole fino al paradosso. L’articolo 11 impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo – cioe’ alla pace nel rispetto delle sovranita’. Aderire a un organismo che, secondo i critici piu’ autorevoli, mira a svuotare il sistema ONU della sua funzione regolatrice, non e’ promuovere il multilateralismo: e’ eluderlo. Francia e Germania non si sono assentate per disinteresse verso la pace palestinese; si sono assentate perche’ hanno valutato che questo organismo ponga seri interrogativi sui principi e la struttura delle Nazioni Unite, come ha dichiarato Parigi.

Sul piano strategico, affermare che il piano Trump sia l’unica alternativa praticabile e’ una tautologia costruita ad arte: lo diventa nel momento in cui i Paesi piu’ influenti smettono di proporne altri o di sostenere percorsi alternativi. Il rischio, concreto, e’ che l’Italia abbia scelto di essere seduta a un tavolo di cui non conosce ancora il vero menu, scambiando la presenza per influenza.

4. La questione palestinese: cio’ che non viene detto

Nel discorso di Tajani c’e’ un’assenza che parla piu’ forte di qualunque affermazione. Il ministro ha citato correttamente la necessita’ di riformare l’Autorita’ Nazionale Palestinese e ha condannato le aggressioni dei coloni in Cisgiordania. Ma non ha pronunciato il nome di Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanita’. Lo stesso Netanyahu che siede, attraverso Israele, nel Board che l’Italia ha deciso di frequentare.

La questione palestinese non inizia il 7 ottobre 2023, ne’ tantomeno nel 1948. Le sue radici affondano nella seconda meta’ dell’Ottocento, quando il movimento sionista – teorizzato da Theodor Herzl nel suo Der Judenstaat del 1896 e organizzato politicamente a partire dal Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 – avvio’ un progetto di colonizzazione della Palestina allora ottomana, territorio gia’ abitato da una popolazione araba radicata da secoli. Quella terra non era vuota: era abitata. Il mito del popolo senza terra per una terra senza popolo fu una costruzione ideologica funzionale alla giustificazione di uno spostamento demografico programmato, come documentato ampiamente dagli stessi storici israeliani – i cosiddetti nuovi storici come Ilan Pappe’, Benny Morris e Avi Shlaim – che a partire dagli anni Ottanta hanno decostruito la narrativa ufficiale con l’ausilio degli archivi di Stato israeliani.

Fu su questa traiettoria che si consumo’, nel 1948, la Nakba – la Catastrofe: la cacciata forzata di circa 750.000 palestinesi dalle loro terre durante la fondazione dello Stato di Israele, con la distruzione di oltre 400 villaggi e la trasformazione di un intero popolo in rifugiati permanenti. Come documenta in dettaglio il volume Palestina, terra vita e dignita’ – la cui pubblicazione e’ attesa a breve – quella non fu una conseguenza imprevista della guerra: fu, in larga misura, il risultato di una strategia deliberata, il Piano Dalet, attuato dalle forze paramilitari sioniste prima ancora della proclamazione dello Stato.

Da allora, la storia palestinese e’ una storia di occupazione militare, di insediamenti illegali che divorano la Cisgiordania anno dopo anno, di assedi, demolizioni di abitazioni, checkpoint, detenzioni amministrative senza processo. Un sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito, nei loro rapporti piu’ recenti, con una parola precisa: apartheid. Una commissione speciale dell’ONU, nel rapporto A/79/363 del settembre 2024, ha concluso che le pratiche di guerra israeliane a Gaza presentano elementi caratteristici del genocidio.

Ignorare tutto questo – come fa il dibattito parlamentare italiano quando si limita a discutere di Board e ricostruzione – significa affrontare il sintomo senza voler vedere la malattia. La soluzione a due Stati evocata da Tajani come orizzonte condiviso non puo’ essere raggiunta se nel frattempo Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania, se l’annessione formale di quest’ultima viene discussa apertamente nelle stanze del governo Netanyahu, se Gaza viene trasformata in un campo profughi a cielo aperto su cui si progettano, per bocca di Jared Kushner a Davos, grattacieli e data center su principi di libero mercato. Quella non e’ pace: e’ la sostituzione di un popolo con un modello di sviluppo.

5. Il costo dell’allineamento e la perdita dell’identita’

L’Italia ha una tradizione diplomatica che le ha consentito, in passato, di essere interlocutore credibile in aree di crisi. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Ha sostenuto l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, anche quando altri la abbandonavano. Ha avuto una voce autonoma nel Mediterraneo. Quella credibilita’ non e’ un ornamento: e’ uno strumento politico che va preservato con scelte coerenti.

Aderire – sia pure come osservatore – a un organismo che la Francia ha rifiutato, che la Germania ha declinato, che la Norvegia ha respinto, significa scegliere un’appartenenza politica ben precisa. Significa allinearsi a una visione del mondo in cui il diritto internazionale e’ negoziabile, in cui le istituzioni multilaterali si svuotano quando non producono i risultati desiderati, in cui la pace e’ un progetto commerciale prima di essere un diritto umano.

Tajani ha detto di non voler scodinzolare. Ma scodinzolare non richiede entusiasmo: a volte basta la presenza silenziosa accanto a chi detta le regole.

6. Conclusione: la pace non si compra a Davos

Gaza non e’ un problema di marketing istituzionale. E’ una questione di diritto, di giustizia e di memoria storica. Oltre 72.000 morti certificati – e forse il triplo se si contano le vittime indirette – non possono essere la premessa di un progetto immobiliare. Un cessate il fuoco che lascia ancora 590 morti palestinesi dall’ottobre 2025, con Israele che continua a colpire nelle cosiddette zone cuscinetto, non e’ pace: e’ una pausa armata.

L’Italia avrebbe potuto usare la propria voce – quella voce che Tajani rivendica con orgoglio – per condizionare la propria partecipazione al riconoscimento pieno dello Stato di Palestina, all’interruzione degli insediamenti in Cisgiordania, alla comparsa di Netanyahu davanti alla Corte Penale Internazionale. Avrebbe potuto fare della propria adesione un atto politico alto, anziche’ una scelta di convenienza travestita da necessita’ costituzionale.

Non lo ha fatto. E questo, piu’ di qualunque intervento parlamentare, e’ il dato politico da cui non si puo’ prescindere.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.

IL FISCHIETTO E LA COSTITUZIONE VIVENTEMinneapolis, il mutuo appoggio e la democrazia che ricomincia dal basso

C’è una domanda che oggi non possiamo più trattare come una frase da convegno o un titolo da editoriale: chi rifonderà la democrazia? Perché la democrazia, quella sostanziale, non sta “in salute” e non sta nemmeno “male”. Sta in terapia intensiva. E la cosa più inquietante è che la diagnosi non riguarda un singolo Paese, né un singolo governo: riguarda un clima generale, una deriva comune, un modo di intendere la politica come gestione dell’emergenza permanente.

E allora Minneapolis, all’improvviso, diventa più vicina di quanto ci piaccia ammettere.

Nel Minnesota, in questi giorni, si è acceso un conflitto durissimo intorno alle operazioni dell’ICE, la milizia federale, simil Gestapo, che negli Stati Uniti si occupa di immigrazione e deportazioni, che annovera tra i suoi capi quel Greg bovino che si lascia immortalare in divisa da SS nazista. Il punto non è solo la “linea dura”: è il tipo di società che quella linea dura costruisce. Paura quotidiana, retate, famiglie che si chiudono in casa, comunità che si trasformano in bersagli. La reazione, però, non è stata l’ennesimo appello alle istituzioni, né la solita protesta rituale da social network. È stata una città che si è organizzata come ci si organizza sotto un’occupazione.

Parliamo di una resistenza capillare: vicini che fanno la spesa per chi non può uscire, che portano fuori la spazzatura, che aiutano con i panni, che “coprono” le famiglie terrorizzate dal rischio di essere deportate per strada. E poi i gruppi di osservatori sul territorio, con fischietti e megafoni, pronti a lanciare l’allarme quando arrivano “i miliziani”. Un codice semplice, popolare, quasi arcaico: “La migra, la migra”. Non è solo attivismo. È la società civile che smette di delegare e ricomincia a proteggersi da sola.

Il cuore di questa vicenda, infatti, non sta soltanto nella cronaca. Sta nel salto mentale: quando una comunità capisce che non basta più “essere dalla parte giusta”, non basta più indignarsi, non basta più votare. Deve agire. Deve diventare struttura.

Ed è qui che la domanda iniziale cambia consistenza: chi rifonderà la democrazia? Forse la rifonderà chi, davanti allo Stato che si trasforma in milizia, scopre di avere ancora un’arma antica e potentissima: il mutuo appoggio.

Minneapolis non è un caso isolato. Nelle proteste di gennaio 2026 si è arrivati persino a una forma di sciopero sociale ed economico, con chiusure di attività e partecipazione di sindacati, comunità religiose, studenti. Il messaggio è chiarissimo: se lo Stato usa la forza per spezzare la vita delle persone, allora una città può usare la propria vita quotidiana come leva di resistenza.

E dentro questa storia c’è un elemento che la rende ancora più esplosiva: la tensione è salita anche dopo l’uccisione di Renée Good, una cittadina statunitense vittima di un’esecuzione da un agente dell’ICE. È uno di quei punti di rottura che strappano via la maschera, perché mostrano una cosa semplice: quando la repressione diventa sistema, non colpisce più solo “gli altri”. Colpisce chiunque finisca nella traiettoria della violenza istituzionale.

A questo punto però bisogna fare un passo in più, quello che spesso manca nei commenti rapidi e nelle analisi superficiali: il mutuo appoggio non è un gesto “buono”. È un pezzo di politica concreta. È la materia prima con cui si costruiscono comunità resistenti. Ma soprattutto è un indizio: significa che la distinzione tra “società civile” e “militanza” salta, si dissolve. La città intera diventa organismo.

E qui si tocca un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo: la democrazia non muore sempre con i carri armati. Spesso muore con la normalità. Muore quando la paura diventa routine, quando la delazione diventa cultura, quando la propaganda trasforma un essere umano in bersaglio. E poi, un giorno, muore anche il linguaggio. Perché quando un governo riesce a far passare l’idea che esistono vite “meno degne”, allora la democrazia ha già perso. Anche se formalmente voti ancora, anche se formalmente il Parlamento è aperto, anche se formalmente la Costituzione non è stata abolita.

Il punto è che tutto questo non riguarda solo l’immigrazione. Qui entra il tema grande e centrale: l’intreccio tra guerra esterna, nemico interno e crisi climatica.

Da anni la crisi climatica produce eventi estremi che non sono più eccezioni, ma anticipazioni del futuro: incendi, alluvioni, uragani, siccità. Eppure la politica globale sembra aver “spostato lo sguardo”. La scena è occupata dalle guerre, dagli armamenti, dalla retorica bellica che divora ogni cosa. La guerra diventa la lente con cui si interpreta il mondo, e quindi anche il modo con cui si decide dove mettere i soldi, le tecnologie, le priorità, perfino l’educazione.

La conseguenza è una corsa agli armamenti che non è solo “quantitativa”, ma qualitativa. Non parliamo soltanto di bombe e carri armati: parliamo di droni, satelliti, sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, reti informatiche. La guerra moderna è un ecosistema tecnologico. E proprio qui entra in gioco l’aspetto più inquietante: queste tecnologie sono quasi tutte “dual use”. Cioè possono essere usate fuori e dentro. Su un fronte e in una città. Contro un esercito e contro una popolazione.

In altre parole: il riarmo non è soltanto preparazione alla guerra esterna. È anche preparazione al controllo interno.

Ed è esattamente quello che vediamo, in forme diverse, negli Stati Uniti e in Europa: confini trasformati in laboratori di sorveglianza, dati trasformati in catene, algoritmi trasformati in giudici invisibili. Un esempio concreto, documentato, è l’uso crescente di strumenti di analisi e incrocio dati per l’enforcement migratorio, con il ricorso a tecnologie e servizi di tipo predittivo e investigativo.

Questo meccanismo, però, non resta “ai confini”. Scivola dentro la vita sociale. Perché ciò che si sperimenta sui corpi più fragili, prima o poi, diventa standard.

Ecco perché Minneapolis non è solo un episodio americano. Minneapolis è un segnale. È la prova che l’idea del nemico interno non è propaganda astratta: è un dispositivo operativo. Oggi il nemico interno sono i migranti. Domani saranno i dissidenti. Dopodomani saranno i poveri, i superflui, i “problematici”, quelli che protestano perché hanno perso tutto in un’alluvione o perché vivono in un quartiere contaminato o perché non hanno più diritto a un futuro.

E qui il cerchio si chiude con ciò che abbiamo visto a Valencia dopo le catastrofiche alluvioni del 2024: centinaia di migliaia di persone in piazza, rabbia sociale, sfiducia verso le istituzioni accusate di incapacità e ritardi, e allo stesso tempo un enorme protagonismo dal basso, con reti di volontariato e solidarietà. Quando lo Stato fallisce, la comunità tenta di salvare ciò che può. Ma quella solidarietà, se resta solo emergenza, non basta: deve diventare forza politica, capacità di pressione, struttura permanente.

E allora la domanda torna, più pesante di prima: come si rifonda la democrazia, se i governi sembrano muoversi tutti dentro la stessa nebbia tossica, quella della guerra come orizzonte naturale?

Perché la guerra non è solo un evento. È un linguaggio. È un’educazione sentimentale. È un modo di guardare l’altro. E quando la guerra diventa il respiro della politica, tutto il resto viene riorganizzato intorno a quel respiro: l’economia, la ricerca, la scuola, l’informazione. Persino la parola “sicurezza” cambia senso: non è più protezione della vita, è protezione dell’ordine. E l’ordine, quando si fa ossessione, diventa sempre repressione.

È qui che il mutuo appoggio assume un significato enorme: non è beneficenza. È ricostruzione di una sovranità popolare reale. È la politica che torna a essere ciò che dovrebbe essere: cura collettiva della vita.

Ma c’è un punto cruciale che non va romanticizzato. Le reti di solidarietà non bastano se restano solo “buone pratiche”. Se non diventano comunità strutturate, permanenti, capaci di contare. Capacità di confliggere, quando serve. Capacità di imporre un limite al potere.

Perché oggi il potere, troppo spesso, ha una strategia semplice: frammentare, isolare, spaventare. Ognuno chiuso nella sua paura. Ognuno convinto di essere solo. Ognuno persuaso che “non si può fare niente”. È una forma di ipnosi sociale: ti lasciano parlare, ma ti impediscono di agire.

Ecco perché il fischietto di Minneapolis è più di un dettaglio. È un simbolo di risveglio. È l’opposto dell’ipnosi. È il suono che interrompe la normalità. È la prova che la società può ancora reagire, può ancora inventarsi, può ancora proteggersi.

E allora, alla fine, la risposta alla domanda iniziale non è una formula: è una direzione.

La democrazia non verrà rifondata da chi la svuota ogni giorno in nome dell’emergenza, della sicurezza, della disciplina, della guerra. Verrà rifondata da chi rimette al centro la vita concreta: chi difende la persona che rischia di essere trascinata via, chi ricostruisce comunità dove lo Stato costruisce paura, chi trasforma la solidarietà in organizzazione.

E se devo dirlo in modo netto, senza diplomazie: oggi la democrazia ricomincia dove la gente smette di aspettare permessi.

Ricomincia dal basso, o non ricomincia affatto.

Fonti essenziali
Articolo di Guido Viale, Chi rifonderà la democrazia?
The Guardian, proteste e blackout economico in Minnesota contro ICE (23 gennaio 2026).
TIME, “Day of Truth and Freedom” e mobilitazione in Minnesota (23 gennaio 2026).
Al Jazeera, aziende chiuse e protesta contro ICE a Minneapolis (23 gennaio 2026).
RSI, reportage “Minneapolis, una città sotto assedio” (16 gennaio 2026).
American Immigration Council, uso di AI e servizi digitali nell’enforcement di ICE (18 dicembre 2025).
Le Monde, proteste a Valencia dopo le alluvioni e crisi di fiducia istituzionale (9 novembre 2024).
LSE Blog, analisi politica e istituzionale delle alluvioni in Spagna e accountability (24 gennaio 2025).

72 minuti di potere fuori controllo: quando l’impero si mette a bluffare in diretta

C’è una cosa che dovrebbe spaventarci più di ogni singola frase sbagliata, più di ogni gaffe geografica, più di ogni numero inventato: il fatto che oggi la nazione più armata del pianeta sia guidata da un uomo che trasforma la politica mondiale in un flusso di coscienza, in uno show aggressivo, in una raffica di minacce e millanterie.

E la parte più inquietante non è nemmeno lui. È il “noi” che lo rende possibile. Perché se oggi sta lì, non è un incidente di percorso: è il prodotto di una società che ha normalizzato il narcisismo come leadership, la menzogna come stile comunicativo, la violenza come diplomazia, l’arroganza come destino manifesto.

Qui non siamo davanti a un semplice politico rozzo. Siamo davanti alla forma perfetta del capitalismo terminale: un potere che, sentendo di perdere presa sul mondo, alza il volume, stringe i pugni e si crede onnipotente. È l’impero che non sa più convincere e allora intimidisce. Che non sa più guidare e allora ricatta. Che non sa più governare e allora umilia. E lo fa in diretta.

A Davos, nel 2026, è andato in scena questo: 72 minuti in cui il Presidente degli Stati Uniti ha parlato come se la realtà fosse un optional. Non lo dico per insultare: lo dico perché è così che funziona oggi il comando. Non serve più essere credibili. Serve essere dominanti. Serve occupare l’aria, saturare lo spazio, ipnotizzare l’attenzione, far sentire tutti più piccoli.

Dentro quei 72 minuti c’è un catalogo del nuovo autoritarismo occidentale: la confusione elevata a comando, la bugia elevata a metodo, la minaccia elevata a geopolitica.

Basta prendere alcuni passaggi, quelli più simbolici.

I) La Groenlandia scambiata, ripetutamente, con l’Islanda, mentre si parla di “comprarla”. Non è solo una figuraccia: è la fotografia di un potere che tratta i popoli come oggetti, e i territori come merce.

II) La Danimarca, alleato NATO, trattata come un vassallo: “Potete dire sì e vi apprezzeremo. Potete dire no e ce lo ricorderemo.” Questa non è diplomazia: è estorsione da superpotenza.

III) La riscrittura della storia: “Abbiamo restituito la Groenlandia alla Danimarca dopo la Seconda guerra mondiale”. Peccato che gli Stati Uniti non abbiano mai “posseduto” la Groenlandia. E quando la storia non torna, pazienza: si inventa.

IV) La NATO “pagata al 100% dagli Stati Uniti”. Ed è falso. Ma la verità, in questa fase, non è più un vincolo. È un intralcio.

V) La Cina “senza pale eoliche”, detta con la supponenza di chi crede che il mondo sia ignorante come lo spettatore medio di una propaganda a reti unificate. Peccato che la Cina sia leader mondiale nell’eolico da anni.

VI) Il Venezuela raccontato come terra promessa per “tutte le grandi compagnie petrolifere”, mentre i fatti raccontano esattamente il contrario. Ma la politica, qui, non è più governo: è vanteria. È marketing di potenza.

VII) L’inflazione “praticamente non esiste”. Anche quando i dati dicono altro. Anche quando il portafoglio della gente sente altro. Ma se controlli il racconto, speri di controllare pure la rabbia.

Questo, messo insieme, non è folklore. È una tecnica di potere.

Ed è qui che entra in gioco la parola che tanti usano come se fosse una leggenda urbana e invece descrive un blocco materiale di interessi: Deep State. Solo che non possiamo ridurlo a una cosa sola, perché oggi non è più una stanza buia: è un sistema.

Non è soltanto fossile e petrolio, anche se il fossile rimane uno dei cuori neri della macchina. È anche finanziario e bancario, è Wall Street, è l’ossessione per la rendita, è il culto della speculazione che governa l’economia reale come fosse una colonia. È la finanza che decide guerre e ricostruzioni, sanzioni e “aiuti”, rialzi dei prezzi e impoverimenti programmati, e poi pretende pure l’applauso perché si presenta come “razionale”.

È anche apparato militare-industriale: fabbriche, commesse, contratti, lobby, think tank, consulenze, università catturate e trasformate in officine di giustificazione. La guerra come economia. Il conflitto come bilancio. La paura come investimento.

È anche intelligence e organismi governativi, perché la CIA e l’universo delle agenzie non sono un capitolo chiuso dei manuali di storia: sono parte di una strategia. Interventi, destabilizzazioni, colpi di mano, guerre segrete, operazioni “coperte” che poi diventano tragedie “spontanee” raccontate dai media come fatalità. E intanto la democrazia viene trattata come una scenografia: si sposta, si regola, si compra, si spegne.

E sì, dentro questo sistema ci sta anche il narcotraffico globale, non come fantasia complottista, ma come parte di quell’economia sporca che attraversa la finanza, ricicla, compra pezzi di mondo, sporca istituzioni, fa saltare paesi, corrompe apparati, alimenta milizie, si integra nei circuiti del potere. Perché quando hai un impero che vive di dominio, non ti fai scrupoli sul denaro: lo fai girare, lo ripulisci, lo reinvesti. E poi fai la morale agli altri.

Ecco perché la definizione più onesta, oggi, è una sola: sistema mafioso.

Non “mafioso” come insulto generico, ma nel senso tecnico e politico di un blocco che funziona con regole mafiose: lealtà interna, ricatto esterno, controllo dei flussi di denaro, disciplinamento dei dissidenti, violenza selettiva, propaganda costante, impunità come norma. Un sistema che decide chi conta e chi no, chi vive e chi muore, chi è “alleato” e chi diventa “nemico” nel giro di un tweet.

La cosa più oscena è che adesso quel sistema non si vergogna più. Sta svelando le sue carte senza pudore. Non ha più bisogno di essere elegante. Ha capito che le popolazioni sono disinnescate.

E qui arriviamo al punto vero, quello che ci riguarda tutti.

Le società occidentali, e non solo, sono state rese inermi. Non perché siano stupide. Ma perché sono state spezzate.

Frammentate. Annichilite. Ipnotizzate. Frastagliate. Ognuno chiuso nella propria gabbia emotiva, nel proprio schermo, nel proprio piccolo panico quotidiano, mentre sopra la testa passano decisioni enormi come meteoriti.

Ci hanno tolto la lingua comune. Ci hanno tolto il tempo della comprensione. Ci hanno tolto persino la capacità di indignarci a lungo. Un’ora di scandalo, due giorni di rumore, poi si passa oltre. È ipnosi di massa: la coscienza viene addormentata non con una sola menzogna, ma con mille micro-bugie, mille distrazioni, mille shock consecutivi. Così nessuno riesce a tenere il filo. E senza filo, non c’è reazione.

Per questo un discorso di 72 minuti, che in passato avrebbe chiuso carriere e aperto impeachment, oggi viene digerito come se fosse metodo. Si ride, si commenta, si scrolla, si cambia video. E intanto quel potere resta lì, armato, arrogante, pericoloso.

E attenzione: qui non è questione di destra o sinistra americana, come se bastasse cambiare colore per cambiare sistema. Il problema è la struttura: un impero costruito su basi militari, dollaro, sanzioni, operazioni clandestine, guerre per procura, propaganda. Poi certo, qualcuno lo interpreta in modo più “educato” e qualcuno in modo più brutale. Ma la traiettoria è la stessa.

Solo che oggi la brutalità è diventata linea politica dichiarata.

E il popolo che lo sostiene, in parte, è vittima. Ma in parte è anche complice. Perché quando accetti che un capo ti parli come un padrone, quando godi nel vedere l’umiliazione dell’altro, quando scambi l’arroganza per forza, allora non stai votando un programma: stai votando una patologia collettiva. Una cultura della sopraffazione. Un’identità costruita sull’idea che esistono popoli di serie A e popoli da comprare, punire o colonizzare.

È un virus, sì. E sta contagiando pure l’Europa.

Perché l’Europa, che dovrebbe essere un argine civile, sta diventando una provincia impaurita dell’impero: spende di più in armi, obbedisce di più, tace di più. E quando vede la follia in diretta, abbassa lo sguardo. Si aggrappa al “realismo”. Che poi è solo codardia mascherata.

Io invece questa cosa la dico chiara: qui non siamo di fronte a un leader “pittoresco”. Siamo di fronte a un rischio concreto per la pace mondiale. Perché quando metti il mondo nelle mani di un uomo che tratta la politica come un ring, il risultato è uno solo: escalation, ricatto, instabilità.

E allora sì, questa roba deve far paura. Ma non deve paralizzarci. Deve svegliarci.

Perché il capitalismo non “finirà” come un palazzo che crolla da solo. Finirà provando a trascinarsi dietro tutto: vite, diritti, ambiente, verità. È il paradosso del predatore: quando sente di avere fame, non diventa più saggio. Diventa più feroce.

E noi, se vogliamo salvarci, dobbiamo fare l’unica cosa che questo sistema teme davvero: ricostruire coscienza collettiva. Riprenderci la politica. Rimettere al centro la dignità umana. Dire no alla guerra come business. Dire no alle menzogne come metodo. Dire no a questa forma di potere che non governa: devasta.

Settantadue minuti, a Davos, sono bastati per vedere tutto.

E se il mondo resta in silenzio, allora non è solo colpa di chi delira. È colpa di chi lo lascia fare.

Fonti essenziali
World Economic Forum, trascrizione del discorso di Trump a Davos 2026
Fact-check e ricostruzioni su Groenlandia, Danimarca, NATO e dichiarazioni economiche (Reuters, Associated Press, NATO, BLS)
Eisenhower, Farewell Address (17 gennaio 1961), avvertimento sul complesso militare-industriale