Sotto il sole della sovranità: come la rivoluzione solare cinese sta smontando l’ultimo bloqueo imperiale

Mentre Trump trasforma Cuba in «minaccia inusuale e straordinaria» e ne strangola l’energia, Pechino installa novanta parchi fotovoltaici sull’isola. È la più rapida transizione verde mai vista in un Paese del Sud globale, ed è anche la dimostrazione concreta che l’egemonia statunitense, oggi, non è più una condanna inevitabile.

Il 29 gennaio 2026 Donald Trump firma l’ordine esecutivo 14380. Sul foglio della Casa Bianca Cuba diventa, per la diciassettesima volta in sessantacinque anni di assedio, una «minaccia inusuale e straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Undici milioni di abitanti, un’isola caraibica priva di armi nucleari, di flotte oceaniche, di basi militari fuori dal proprio territorio. La minaccia, secondo Washington, è un’altra: l’esistenza stessa di un sistema sanitario universale, di un sistema educativo gratuito, di un modello sociale che — pur tra contraddizioni feroci — continua a sopravvivere a ogni embargo, a ogni sabotaggio, a ogni tentativo di liquidazione.

L’assedio come metodo di governo

L’ordine esecutivo non si limita a inasprire le sanzioni dirette. Introduce un meccanismo del tutto inedito nel diritto internazionale: dazi punitivi su qualunque Paese, fornitore o terzo, che venda petrolio a Cuba. È un’arma extraterritoriale che colpisce la sovranità altrui per piegare quella cubana. Gli esperti delle Nazioni Unite non hanno usato giri di parole: «grave violazione del diritto internazionale», «forma estrema di coercizione economica unilaterale», misure che potrebbero configurare la «punizione collettiva di civili». Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato» per una situazione umanitaria che, ha avvertito, rischia il collasso totale.

L’innesco è chirurgico. A dicembre 2025, l’amministrazione Trump aveva già lanciato l’operazione Absolute Resolve, conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’interruzione delle forniture petrolifere venezuelane all’isola. Un mese dopo, l’ordine esecutivo chiude ogni alternativa: Pemex messicana, raffinerie russe, fornitori algerini — tutti potenziali bersagli di tariffe ad valorem. A febbraio, le navi cisterna iniziano a essere intercettate nei Caraibi. Secondo il New York Times, è il primo blocco navale effettivo contro Cuba dai tempi della crisi dei missili del 1962. Gli importi di petrolio crollano del 90 per cento.

Quando l’embargo diventa genocidio lento

Le conseguenze materiali di una decisione presa a duemila chilometri di distanza si abbattono sui corpi della popolazione cubana con la prevedibilità di un esperimento da laboratorio. A metà marzo 2026 il sistema elettrico nazionale collassa. I blackout diventano la norma quotidiana: in molte zone superano le venti ore consecutive, in alcune raggiungono picchi di venticinque. Una popolazione intera viene costretta a vivere al ritmo arbitrario delle interruzioni di corrente, a programmare ogni atto della propria esistenza — la cottura del cibo, la conservazione dei medicinali, il sonno dei figli — sull’agenda imprevedibile di un razionamento elettrico imposto dall’esterno.

Il primo a cedere è il sistema sanitario, che era stato per decenni il fiore all’occhiello del socialismo cubano. Migliaia di interventi chirurgici rinviati nel giro di tre mesi, decine di migliaia di vaccinazioni pediatriche posticipate proprio mentre le condizioni igieniche dell’isola si avvicinano al collasso. Oltre un milione di abitanti dipende totalmente dalle autocisterne per l’approvvigionamento idrico, ma le autocisterne sono ferme nei depositi per mancanza di gasolio. I camion della raccolta rifiuti sono fermi anche loro. La spazzatura si accumula sotto il sole tropicale dei trentacinque gradi, mentre le autorità sanitarie segnalano l’incubazione di una nuova epidemia di dengue. Il 13 febbraio, un incendio devasta un magazzino della raffineria Nico López nella baia dell’Avana. Il fumo sale sopra la capitale come la firma visiva di una guerra a bassa intensità che ha smesso di mascherarsi.

Una boccata d’ossigeno arriva il 30 marzo, sotto forma di una petroliera russa carica di centomila tonnellate di greggio attraccata al porto dell’Avana. Equivalgono a circa duecentocinquantamila barili di diesel: dodici giorni e mezzo di consumi cubani. Quando si parla di rispetto delle regole democratiche internazionali, evidentemente, Mosca non sempre ha tutti i torti. Ma una nave non fa primavera. E i conti, soprattutto, non tornano: il Fondo Monetario Internazionale stima per il 2026 un crollo del prodotto interno lordo cubano del 7,2 per cento. È in questo punto preciso che il copione di Washington si inceppa.

La velocità del sole: cosa sta accadendo davvero a Cuba

Nei dodici mesi compresi tra l’inizio del 2025 e l’inizio del 2026, l’isola ha collegato alla rete elettrica nazionale quarantanove nuovi parchi fotovoltaici. Equipaggiamenti e finanziamenti arrivano integralmente dalla Cina. La quota del solare nel mix energetico cubano è passata dal 5,8 per cento di un anno fa a oltre il 20 per cento di oggi. L’11 febbraio 2026, per la prima volta nella storia del Paese, il fotovoltaico ha superato i novecento megawatt di potenza erogata in un solo pomeriggio, frantumando un record stabilito appena ventiquattro ore prima. Gli analisti dell’energia parlano senza enfasi: si tratta della più rapida transizione rinnovabile mai realizzata da una nazione in via di sviluppo.

L’ambizione del piano è di dimensione continentale. Entro il 2028 dovranno essere costruiti novantadue parchi solari, per una capacità complessiva di duemila megawatt. Una cifra equivalente all’intera potenza fossile attualmente installata sull’isola. Significa, in chiaro, che Cuba si sta preparando a rendere economicamente irrilevante l’arma del bloqueo petrolifero. Ogni megawatt di solare installato corrisponde a circa diciottomila tonnellate di combustibile importato che diventano superflue. Se il traguardo del 2028 verrà raggiunto, l’arsenale economico statunitense costruito in sessantacinque anni potrà essere riposto nel cassetto come una reliquia novecentesca. È esattamente questo, e non altro, ciò che terrorizza Washington.

I numeri della cooperazione sino-cubana sono impressionanti soprattutto quando vengono confrontati con la loro stessa storia recente. Le esportazioni di tecnologia solare dalla Cina a Cuba erano cinque milioni di dollari nel 2023; sono diventate centodiciassette milioni nel 2025: un incremento del duemiladuecentoquaranta per cento in due anni. Solo nel mese di gennaio 2026, l’isola ha importato batterie per oltre quindici milioni di dollari: più del doppio di quanto importato in tutto il 2024. Alcuni impianti sono entrati in funzione in trentacinque giorni dall’arrivo delle apparecchiature: una velocità impressionante perfino per i leggendari standard cinesi.

La solidarietà che non si vede dai grandi giornali

C’è poi il livello capillare, quello che non finisce mai sui titoli dei principali quotidiani occidentali. Pechino ha donato a Cuba diecimila kit fotovoltaici autonomi destinati a case isolate, ambulatori rurali, sale parto, cliniche di emergenza, centrali radiofoniche municipali. Altri cinquemila kit, ciascuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di centosessantotto comuni. A questo si aggiungono settanta tonnellate di componenti per generatori elettrici donate gratuitamente, una flotta di autobus elettrici che cresce dal 2005, l’assemblaggio di scooter e biciclette elettriche tramite la joint venture VEDCA, diciannove parchi eolici in costruzione per quattrocentoquindici megawatt complessivi. Nel gennaio 2026, di fronte all’aggravarsi della crisi, il presidente Xi Jinping ha personalmente approvato ottanta milioni di dollari di aiuti finanziari di emergenza per attrezzature elettriche, accompagnati da sessantamila tonnellate di riso.

Una donna che dirige il progetto di installazione presso l’Unione Elettrica cubana lo ha riassunto con la concretezza di chi vede le cose accadere ogni giorno: un sistema da due chilowatt installato in una casa rurale isolata permette a una famiglia di avere un frigorifero, un ventilatore, una televisione. Sembra poco. È, in realtà, la differenza tra restare e migrare, tra dignità e abbandono. È la traduzione minuta, capillare, di che cosa significhi la parola sovranità quando smette di essere un’astrazione retorica e ridiventa un atto pratico.

L’imperialismo del petrolio contro l’imperialismo del sole

Per cogliere la portata di quanto sta accadendo a Cuba bisogna alzare lo sguardo dall’isola e ricomporre il quadro mondiale. L’aggressione anglo-americana e israeliana contro l’Iran nell’estate del 2025 ha innescato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito senza eufemismi la peggiore crisi energetica della storia. L’amministrazione Trump ha tentato di sfruttare quella crisi per ridisegnare l’architettura energetica globale a proprio vantaggio, riproponendo un’egemonia imperiale fondata sul controllo del mercato delle fonti fossili. Ha calcolato male. Ha sottovalutato la capacità del Sud globale di leggere il proprio interesse e di attrezzarsi per perseguirlo.

Il ministro turco per il clima Murat Kurum, che presiederà la COP31 delle Nazioni Unite, ha capovolto la narrazione dominante con una frase tagliente: il modo migliore per proteggere i cittadini dalle convulsioni violente dei mercati energetici è accelerare la transizione verso l’energia pulita. Simon Stiell, segretario esecutivo dell’agenzia ONU per il clima, è stato persino più diretto: chi ha lottato per mantenere il mondo dipendente dai combustibili fossili sta inavvertitamente accelerando il boom globale delle rinnovabili. La svolta cubana, da questo punto di vista, non è un’eccezione esotica. È un caso di scuola. È il prototipo di una possibilità.

Il cuore della questione è politico, non tecnologico. La Cina è il leader mondiale indiscusso delle filiere che permettono la transizione ecologica: pannelli fotovoltaici, batterie agli ioni di litio, turbine eoliche, veicoli elettrici. Mentre l’Unione Europea — Italia in testa — alza dazi commerciali sui prodotti cinesi puliti per proteggere industrie automobilistiche moribonde e oligarchie fossili in declino, Pechino mette le sue tecnologie a disposizione del Sud globale a condizioni che nessun creditore occidentale ha mai concesso negli ultimi quarant’anni. Senza condizionalità neoliberali, senza piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, senza richieste di liberalizzazione dei servizi pubblici, senza esproprio delle risorse strategiche, senza l’imposizione di basi militari come pegno politico. Tutto ciò che l’Occidente ha sempre preteso, viene qui sostituito da un principio diverso: cooperazione Sud-Sud, mutuo beneficio, rispetto della sovranità.

Il silenzio assordante della stampa occidentale

Vale la pena chiedersi perché tutto ciò non occupi le prime pagine dei nostri giornali. Perché il maggiore esperimento di transizione ecologica di un Paese del Sud globale, condotto per giunta sotto un blocco economico da sessantacinque anni, sia trattato dai media italiani come una notizia di terza fascia, quando viene trattato. La risposta richiede onestà. La macchina informativa occidentale è strutturalmente incapace di raccontare un mondo in cui il vincitore della corsa alla decarbonizzazione non è la solita combinazione di democrazie liberali e mercati finanziari, ma un Paese socialista capace di pianificare a lungo termine e di investire dove i tassi di rendimento di Wall Street giudicherebbero «non profittevole». Ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento di un’intera architettura ideologica costruita pazientemente dagli anni Ottanta in poi.

Così, mentre il Washington Post fa qualche timida concessione e il Financial Times pubblica numeri che parlano da soli, sui telegiornali italiani Cuba continua a essere descritta esclusivamente attraverso il filtro umanitario delle sue sofferenze — sofferenze che, va notato, non hanno mai un autore identificabile. Il bloqueo statunitense scompare, l’embargo diventa semplicemente «la crisi cubana», e l’eroica resistenza popolare di un’isola che si reinventa con i pannelli solari cinesi viene trasformata, nel migliore dei casi, in una notizia di curiosità. È un esempio da manuale di ciò che Noam Chomsky chiamava la fabbricazione del consenso. Non si tratta di censura: si tratta di cornice. Cambia la cornice e il mondo cambia di significato.

Quale lezione per noi

Ciò che sta prendendo forma a Cuba non è soltanto un caso di studio per ingegneri energetici. È una dimostrazione politica. È la prova vivente che l’idea di una transizione ecologica governata dalla cooperazione internazionale, sganciata dai diktat dei mercati finanziari occidentali e finanziata sulla base di accordi non coloniali, è realmente possibile. Ed è possibile anche — soprattutto — nelle condizioni più drammatiche, sotto l’assedio della prima potenza militare del pianeta. Hugo Chávez aveva chiamato i legami crescenti tra l’America Latina progressista e la Cina una grande muraglia contro l’egemonismo statunitense. La rivoluzione solare cubana è quella muraglia all’opera, mattone dopo mattone, pannello dopo pannello, megawatt dopo megawatt.

Per noi, che viviamo nell’Europa di un’Italia inchiodata a una NATO sempre più aggressiva, dipendente dal gas liquefatto americano e dai capricci tariffari della Casa Bianca, la lezione cubana dovrebbe essere materia di urgente riflessione. Non si tratta di idealizzare modelli altrui né di ignorare le contraddizioni del processo cubano, che esistono e sono note. Si tratta di riconoscere un fatto scomodo: il futuro dell’autonomia energetica, della sicurezza dei popoli, della giustizia climatica non passa più dai centri di comando dell’Occidente atlantico. Passa altrove. Passa, in larga misura, dalla capacità della Cina di tradurre la propria potenza tecnologica e produttiva in solidarietà concreta verso il Sud globale. E passa dalla capacità dei popoli del Sud — e perché no, anche di un certo Sud d’Europa — di leggere lucidamente questa contraddizione e di sfruttarla per i propri interessi reali, non per quelli che Washington ci ricorda ogni mattina di dover avere.

Il 1° maggio 2026, mentre la classe lavoratrice di mezzo mondo ricordava le proprie battaglie storiche, Donald Trump firmava un nuovo ordine esecutivo che congela i beni di chiunque cooperi con il governo cubano nei settori dell’energia, della difesa, della finanza. È la conferma definitiva che la traiettoria intrapresa è irreversibile. Non c’è negoziato possibile, non c’è ammorbidimento dietro l’angolo, non c’è soluzione diplomatica all’orizzonte. C’è soltanto un impero in declino che, come tutti gli imperi nella loro fase terminale, accelera la propria violenza nel tentativo di occultare la propria irrilevanza crescente. E c’è, dall’altra parte, un’isola di undici milioni di abitanti che continua, ostinatamente, a illuminarsi con la luce del sole. Quando la giustizia non scende dall’alto, è il sole stesso che diventa rivoluzionario.

Fonti

Carlos Martinez, «China and Cuba’s solar revolution: solidarity in practice», Morning Star — Friends of Socialist China, aprile 2026.

«With Chinese support, Cuba triples solar power in one year», Friends of Socialist China / Microgrid Media, 25 febbraio 2026.

Lyn Neeley, «China invests in a bright future for Cuba», International Action Center, 11 marzo 2026.

«Trump has choked off Cuba’s oil supply. China is stepping in with solar», The Washington Post, 28 febbraio 2026.

Haley Zaremba, «Cuba’s Fragile Power Grid Finds a Powerful New Partner», OilPrice.com, 19 marzo 2026.

«China to help Cuba with solar energy amid US oil blockade», South China Morning Post, 18 marzo 2026.

OHCHR — Nazioni Unite, «UN experts condemn US executive order imposing fuel blockade on Cuba», Ginevra, 12 febbraio 2026.

«2026 Cuban crisis», Wikipedia (consultato il 2 maggio 2026).

Greenberg Traurig LLP, «U.S. Declares National Emergency on Cuba and Announces Tariff Framework Targeting Oil Suppliers», 9 febbraio 2026.

Casa Bianca, Executive Order 14380 «Addressing Threats to the United States by the Government of Cuba», 29 gennaio 2026; Executive Order del 1° maggio 2026 sulle sanzioni individuali.

Ember Climate, dati sulle esportazioni cinesi di tecnologie solari e di accumulo, 2024–2026.

Financial Times, dati sulle importazioni cubane di pannelli e batterie, gennaio–aprile 2026.

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© 2026 Mario Sommella  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  |

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