Mentre il mondo brucia e il tempo stringe, si riaccende in Italia il dibattito sul ritorno all’energia nucleare. Un ritorno travestito da modernità, mascherato da progresso, che cerca di scrollarsi di dosso l’ingombrante eredità lasciata da due referendum popolari — quello del 1987 e quello del 2011 — che hanno bocciato senza appello il ricorso all’atomo per produrre energia. Ma dietro questa narrazione di rinascita tecnologica si cela una realtà ben diversa: una scelta dispendiosa, lenta, rischiosa e — soprattutto — inutile.
Chi oggi spinge per la “rinuclearizzazione” dell’Italia lo fa inseguendo una chimera alimentata più dagli interessi economici che dalla razionalità energetica. È una corsa senza meta verso una tecnologia che, nei fatti, si dimostra inadeguata a fronteggiare la crisi climatica, inadatta a rispondere ai bisogni energetici del presente e profondamente gravata da interrogativi irrisolti: dove collocare le scorie? Chi pagherà il conto salatissimo della costruzione e dello smantellamento? Quanto tempo occorre per far partire realmente un reattore? Chi davvero ne trarrà beneficio?
La lentezza atomica contro l’urgenza climatica
Siamo nel pieno di una crisi climatica senza precedenti. Ogni frazione di grado in più significa distruzione, povertà, migrazione, guerre. Eppure, chi promuove il ritorno al nucleare sembra dimenticare che i tempi tecnici per costruire una centrale superano abbondantemente i 15-20 anni.
Olkiluoto 3, in Finlandia, è stato completato dopo 18 anni.
Flamanville, in Francia, ha richiesto 17 anni e costi decuplicati.
Hinkley Point C, nel Regno Unito, sarà pronta (forse) nel 2031, 21 anni dopo la decisione iniziale.
Nel frattempo, tra il 2004 e il 2023, la capacità solare mondiale è passata da 7 GW a 1650 GW. Le rinnovabili non solo crescono a ritmi esponenziali, ma producono energia con tempi e costi che il nucleare non riesce nemmeno a sognare.
Una tecnologia vecchia per un mondo che cambia
Si parla con enfasi di “piccoli reattori modulari” (SMR) e di “nucleare sostenibile”, ma la realtà è che nessuno di questi impianti è ancora operativo su larga scala. Il costo stimato per un solo SMR BWRX-300 di GE-Hitachi è di oltre 5,4 miliardi di dollari, con data di completamento ipotetica nel 2033. E questi sono solo prototipi.
Nel frattempo, il costo dell’elettricità da nuove centrali nucleari è salito del 46% in 14 anni, passando da 123 a 180 $/MWh. Le rinnovabili, al contrario, hanno raggiunto una media mondiale (LCOE) di 53 $/MWh per l’eolico e 68 $/MWh per il fotovoltaico.
Perché insistere con una tecnologia più costosa, più lenta e più pericolosa?
Il buco nero delle scorie
È il nodo che nessuno vuole affrontare: dove mettiamo le scorie radioattive?
Per rendere il nucleare “sostenibile” secondo la tassonomia UE, un Paese dovrebbe:
• Avere già operativo un deposito per i rifiuti a bassa e media intensità;
• Avere un sito funzionante entro il 2050 per i rifiuti ad alta attività e per il combustibile esausto;
• Istiuire un fondo per smantellamento e gestione post-operativa.
In Italia tutto questo è inesistente.
Il progetto per un Deposito Nazionale è fermo da anni tra opposizioni locali e scarsa volontà politica. Intanto, le scorie restano stipate in 24 siti provvisori sparsi sul territorio, un’eredità scomoda che nessuno vuole accogliere, ma che tutti devono temere.
Un affare d’oro (per chi costruisce)
Dietro il ritorno al nucleare si intravede un’enorme operazione industriale, una manna per le multinazionali del settore. Gli Stati Uniti hanno già fatto capolino come “partner tecnologici”, pronti a vendere know-how, materiali, software, componenti. Un déjà-vu: come per gli armamenti, anche per l’atomo saremmo acquirenti passivi. E non è un caso se il ddl del governo prevede aiuti pubblici e silenzi sulle ricadute in bolletta.
A pagare saranno i cittadini, a guadagnare saranno le solite grandi imprese. Ancora una volta, la politica si mostra più attenta ai dividendi dei costruttori che al destino delle future generazioni.
Il legame occulto con l’industria bellica
C’è poi un altro aspetto spesso taciuto, ma che è impossibile ignorare: il legame tra energia nucleare e armamenti nucleari.
I residui della produzione nelle centrali — in particolare il plutonio — possono essere riconvertiti, con procedimenti specifici, in materiale fissile per testate nucleari tattiche e strategiche.
La storia ci insegna che dove c’è una filiera energetica nucleare, c’è anche una potenziale filiera bellica. Alcuni Stati non nascondono neppure più questa connessione, e l’interesse geopolitico per dotarsi di una “copertura civile” per poi evolvere in armamento nucleare è ben documentato.
Accettare oggi il ritorno al nucleare in Italia, senza garanzie assolute sulla non proliferazione, significa spalancare una porta anche a derive militari. Una tentazione inquietante, in un mondo già sull’orlo di troppi conflitti.
L’alternativa concreta c’è: le rinnovabili e… la fusione
La vera rivoluzione non è nel ritorno all’atomo del Novecento, ma nella ricerca e nell’innovazione verso una nuova frontiera dell’energia pulita e abbondante: la fusione nucleare, cioè l’unione di isotopi dell’idrogeno che riproduce il processo energetico del Sole.
Nessuna scoria a lunga durata, nessun rischio di meltdown, nessun bisogno di uranio, nessuna dipendenza geopolitica.
Il progetto ITER (Francia) e gli esperimenti privati come Commonwealth Fusion Systems (USA) e Tokamak Energy (UK) stanno accelerando. Si tratta di una sfida scientifica ancora aperta, certo, ma il potenziale è gigantesco. E va sostenuto.
Scommettere sulla fusione ha senso. Tornare alla fissione è come investire sul telegrafo mentre il mondo costruisce reti 5G.
La memoria dei referendum: un mandato ancora vivo
Due volte gli italiani hanno detto no. Non a caso. Hanno scelto la precauzione, la sostenibilità, la democrazia energetica. Ignorare quella volontà, o peggio cercare scorciatoie per aggirarla, è un tradimento politico e morale.
Nel 1987 fu Chernobyl a svegliare le coscienze. Nel 2011 fu Fukushima a confermare i timori. Ora si tenta di tornare indietro, approfittando della crisi climatica per rianimare un cadavere.
Ma il futuro non si scava nella terra. Non si costruisce sulle scorie del passato.
Il futuro è solare, eolico, intelligente, condiviso. È un’energia che non ha bisogno di blindature e barriere, ma di reti e comunità.
Non abbiamo bisogno di più centrali. Abbiamo bisogno di più coscienza.
E, finalmente, di scelte all’altezza della sfida che ci sta davanti.