Il futuro non si scava nella terra: verità e illusioni del ritorno al nucleare

Mentre il mondo brucia e il tempo stringe, si riaccende in Italia il dibattito sul ritorno all’energia nucleare. Un ritorno travestito da modernità, mascherato da progresso, che cerca di scrollarsi di dosso l’ingombrante eredità lasciata da due referendum popolari — quello del 1987 e quello del 2011 — che hanno bocciato senza appello il ricorso all’atomo per produrre energia. Ma dietro questa narrazione di rinascita tecnologica si cela una realtà ben diversa: una scelta dispendiosa, lenta, rischiosa e — soprattutto — inutile.

Chi oggi spinge per la “rinuclearizzazione” dell’Italia lo fa inseguendo una chimera alimentata più dagli interessi economici che dalla razionalità energetica. È una corsa senza meta verso una tecnologia che, nei fatti, si dimostra inadeguata a fronteggiare la crisi climatica, inadatta a rispondere ai bisogni energetici del presente e profondamente gravata da interrogativi irrisolti: dove collocare le scorie? Chi pagherà il conto salatissimo della costruzione e dello smantellamento? Quanto tempo occorre per far partire realmente un reattore? Chi davvero ne trarrà beneficio?

La lentezza atomica contro l’urgenza climatica

Siamo nel pieno di una crisi climatica senza precedenti. Ogni frazione di grado in più significa distruzione, povertà, migrazione, guerre. Eppure, chi promuove il ritorno al nucleare sembra dimenticare che i tempi tecnici per costruire una centrale superano abbondantemente i 15-20 anni.

Olkiluoto 3, in Finlandia, è stato completato dopo 18 anni.

Flamanville, in Francia, ha richiesto 17 anni e costi decuplicati.

Hinkley Point C, nel Regno Unito, sarà pronta (forse) nel 2031, 21 anni dopo la decisione iniziale.

Nel frattempo, tra il 2004 e il 2023, la capacità solare mondiale è passata da 7 GW a 1650 GW. Le rinnovabili non solo crescono a ritmi esponenziali, ma producono energia con tempi e costi che il nucleare non riesce nemmeno a sognare.

Una tecnologia vecchia per un mondo che cambia

Si parla con enfasi di “piccoli reattori modulari” (SMR) e di “nucleare sostenibile”, ma la realtà è che nessuno di questi impianti è ancora operativo su larga scala. Il costo stimato per un solo SMR BWRX-300 di GE-Hitachi è di oltre 5,4 miliardi di dollari, con data di completamento ipotetica nel 2033. E questi sono solo prototipi.

Nel frattempo, il costo dell’elettricità da nuove centrali nucleari è salito del 46% in 14 anni, passando da 123 a 180 $/MWh. Le rinnovabili, al contrario, hanno raggiunto una media mondiale (LCOE) di 53 $/MWh per l’eolico e 68 $/MWh per il fotovoltaico.

Perché insistere con una tecnologia più costosa, più lenta e più pericolosa?

Il buco nero delle scorie

È il nodo che nessuno vuole affrontare: dove mettiamo le scorie radioattive?

Per rendere il nucleare “sostenibile” secondo la tassonomia UE, un Paese dovrebbe:

• Avere già operativo un deposito per i rifiuti a bassa e media intensità;

• Avere un sito funzionante entro il 2050 per i rifiuti ad alta attività e per il combustibile esausto;

• Istiuire un fondo per smantellamento e gestione post-operativa.

In Italia tutto questo è inesistente.

Il progetto per un Deposito Nazionale è fermo da anni tra opposizioni locali e scarsa volontà politica. Intanto, le scorie restano stipate in 24 siti provvisori sparsi sul territorio, un’eredità scomoda che nessuno vuole accogliere, ma che tutti devono temere.

Un affare d’oro (per chi costruisce)

Dietro il ritorno al nucleare si intravede un’enorme operazione industriale, una manna per le multinazionali del settore. Gli Stati Uniti hanno già fatto capolino come “partner tecnologici”, pronti a vendere know-how, materiali, software, componenti. Un déjà-vu: come per gli armamenti, anche per l’atomo saremmo acquirenti passivi. E non è un caso se il ddl del governo prevede aiuti pubblici e silenzi sulle ricadute in bolletta.

A pagare saranno i cittadini, a guadagnare saranno le solite grandi imprese. Ancora una volta, la politica si mostra più attenta ai dividendi dei costruttori che al destino delle future generazioni.

Il legame occulto con l’industria bellica

C’è poi un altro aspetto spesso taciuto, ma che è impossibile ignorare: il legame tra energia nucleare e armamenti nucleari.

I residui della produzione nelle centrali — in particolare il plutonio — possono essere riconvertiti, con procedimenti specifici, in materiale fissile per testate nucleari tattiche e strategiche.

La storia ci insegna che dove c’è una filiera energetica nucleare, c’è anche una potenziale filiera bellica. Alcuni Stati non nascondono neppure più questa connessione, e l’interesse geopolitico per dotarsi di una “copertura civile” per poi evolvere in armamento nucleare è ben documentato.

Accettare oggi il ritorno al nucleare in Italia, senza garanzie assolute sulla non proliferazione, significa spalancare una porta anche a derive militari. Una tentazione inquietante, in un mondo già sull’orlo di troppi conflitti.

L’alternativa concreta c’è: le rinnovabili e… la fusione

La vera rivoluzione non è nel ritorno all’atomo del Novecento, ma nella ricerca e nell’innovazione verso una nuova frontiera dell’energia pulita e abbondante: la fusione nucleare, cioè l’unione di isotopi dell’idrogeno che riproduce il processo energetico del Sole.

Nessuna scoria a lunga durata, nessun rischio di meltdown, nessun bisogno di uranio, nessuna dipendenza geopolitica.

Il progetto ITER (Francia) e gli esperimenti privati come Commonwealth Fusion Systems (USA) e Tokamak Energy (UK) stanno accelerando. Si tratta di una sfida scientifica ancora aperta, certo, ma il potenziale è gigantesco. E va sostenuto.

Scommettere sulla fusione ha senso. Tornare alla fissione è come investire sul telegrafo mentre il mondo costruisce reti 5G.

La memoria dei referendum: un mandato ancora vivo

Due volte gli italiani hanno detto no. Non a caso. Hanno scelto la precauzione, la sostenibilità, la democrazia energetica. Ignorare quella volontà, o peggio cercare scorciatoie per aggirarla, è un tradimento politico e morale.

Nel 1987 fu Chernobyl a svegliare le coscienze. Nel 2011 fu Fukushima a confermare i timori. Ora si tenta di tornare indietro, approfittando della crisi climatica per rianimare un cadavere.

Ma il futuro non si scava nella terra. Non si costruisce sulle scorie del passato.

Il futuro è solare, eolico, intelligente, condiviso. È un’energia che non ha bisogno di blindature e barriere, ma di reti e comunità.

Non abbiamo bisogno di più centrali. Abbiamo bisogno di più coscienza.

E, finalmente, di scelte all’altezza della sfida che ci sta davanti.

“Crisi climatica senza precedenti: CO₂ ai massimi storici e temperature oltre la soglia critica”

Il 2024 ha segnato un punto critico nella crisi climatica globale: la concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO₂) ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi 800.000 anni, e la temperatura media globale ha superato per la prima volta la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali.

Concentrazione di CO₂: un record storico

Secondo il rapporto della World Meteorological Organization (WMO), la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera ha raggiunto 420 parti per milione (ppm) nel 2023, con un incremento di 2,3 ppm rispetto all’anno precedente.  Questo aumento è attribuibile principalmente alle emissioni derivanti dalla combustione di combustibili fossili e da eventi naturali come gli incendi boschivi, intensificati dalle condizioni climatiche estreme. 

Superamento della soglia critica di 1,5°C

Il 2024 è stato probabilmente il primo anno in cui l’aumento della temperatura media globale ha superato gli 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, con un incremento stimato di 1,55°C.  Questo dato rappresenta un campanello d’allarme significativo, poiché la soglia di 1,5°C è considerata critica per evitare gli effetti più devastanti del cambiamento climatico.

Effetti sul clima e sugli ecosistemi

L’aumento delle temperature ha avuto impatti significativi sugli ecosistemi terrestri e marini. I ghiacciai hanno subito una perdita record tra il 2022 e il 2024, contribuendo all’innalzamento del livello del mare. Inoltre, gli oceani hanno registrato un riscaldamento senza precedenti per l’ottavo anno consecutivo, influenzando negativamente la biodiversità marina e la pesca. 

Eventi climatici estremi

Il 2024 ha visto un aumento degli eventi climatici estremi, con almeno 151 eventi meteorologici senza precedenti, tra cui ondate di calore, inondazioni e incendi boschivi. Questi fenomeni hanno causato ingenti danni economici e la perdita di vite umane, sottolineando l’urgenza di adottare misure efficaci per mitigare il cambiamento climatico. 

Conclusione

I dati del 2024 evidenziano la necessità urgente di ridurre le emissioni di gas serra e di adottare politiche climatiche più ambiziose. Il superamento della soglia di 1,5°C e l’aumento record della concentrazione di CO₂ rappresentano segnali inequivocabili della gravità della crisi climatica in corso. È fondamentale che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi per limitare il riscaldamento globale e proteggere il nostro pianeta per le generazioni future.

L’Europa Senz’Anima: Tra Guerra e Clima, un Continente alla Deriva

L’Unione Europea è un gigante senza anima, un colosso che vacilla sotto il peso delle proprie contraddizioni. Si arma per proteggere la pace, ma nel farlo alimenta l’industria bellica e si lega mani e piedi a strategie dettate da altri. Si proclama leader nella lotta al cambiamento climatico, ma poi sacrifica le sue stesse promesse sull’altare di un’economia che non può permettersi di rinunciare ai combustibili fossili. E in questo limbo di incoerenza, si condanna a un ruolo marginale nella grande scacchiera geopolitica.

Sanzioni e Armi: Un Boomerang per l’Europa

Le sanzioni imposte alla Russia avrebbero dovuto piegare l’economia di Mosca e indebolirne il potenziale bellico. Ma la realtà racconta un’altra storia. L’economia russa ha riorientato i propri mercati verso la Cina, l’India e il Medio Oriente, mentre l’Europa ha visto esplodere i costi energetici e industriali, subendo un colpo durissimo alla propria competitività. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno colto l’occasione per imporsi come principali fornitori di gas liquefatto a prezzi spropositati, arricchendo le proprie aziende a spese delle economie europee.

A peggiorare le cose, la corsa al riarmo sta divorando risorse che fino a ieri erano ritenute indisponibili per il welfare o la transizione ecologica. Ogni Stato membro dell’UE è stato autorizzato a sforare i limiti di bilancio per acquistare armamenti, senza però una visione comune, senza una politica estera unitaria, senza un reale progetto di difesa europea. Ci si arma, insomma, senza sapere esattamente per cosa o per chi.

Un’Europa Senza Sovranità Tecnologica e Militare

L’Europa parla di difesa comune, ma la sua autonomia strategica è un’illusione. Il supporto informativo alle forze ucraine, ad esempio, dipende da sistemi che Bruxelles non possiede e non controlla. Satelliti, sistemi di intelligence e capacità di cyber warfare sono ancora una prerogativa americana. Perfino la deterrenza nucleare europea è un concetto velleitario: le testate francesi e britanniche impallidiscono di fronte all’arsenale russo, e senza il supporto di Washington non avrebbero alcuna credibilità strategica.

Trump e la Nuova Geopolitica: L’Europa Sempre Più Marginale

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e il suo insediamento ufficiale, gli equilibri internazionali stanno già mutando radicalmente. La sua amministrazione ha avviato trattative di pace con la Russia, portando l’Europa in una posizione ancora più incerta e debole. Se da una parte questo può rappresentare un passo per la de-escalation del conflitto ucraino, dall’altra l’UE si trova nella scomoda posizione di aver costruito un intero impianto politico e strategico basato sulla contrapposizione con Mosca. Ora, con Washington che dialoga direttamente con il Cremlino, l’Europa si scopre sempre più irrilevante.

L’Unione Europea si era fatta trascinare in una trappola geopolitica senza mai prospettare un’alternativa che non fosse la vittoria sul campo. Ma la vittoria non è mai arrivata, e ora la realtà impone un cambio di rotta che i governi europei non sembrano pronti ad affrontare. Trump, fedele alla sua dottrina isolazionista e mercantilista, ha già fatto capire che l’Europa dovrà cavarsela da sola sul fronte della sicurezza, ma dovrà continuare a pagare il prezzo della presenza militare americana sul proprio territorio.

La Minaccia Reale: Il Clima, non la Guerra

Mentre l’Europa si fa trascinare nel vortice del riarmo, ignora la vera minaccia esistenziale: la crisi climatica. Gli scienziati dell’IPCC hanno avvertito che abbiamo solo pochi anni per invertire la rotta, ma le risposte politiche sono state deboli, contraddittorie e spesso ipocrite.

Il Green Deal europeo, sbandierato come un trionfo, è costellato di deroghe e compromessi che ne hanno svuotato l’efficacia. Le lobby del gas hanno ottenuto proroghe sull’uso di combustibili fossili, il nucleare è stato riabilitato come “energia verde”, e la transizione verso l’auto elettrica è stata gestita in modo tale da preservare l’industria automobilistica più che il pianeta.

L’Italia, poi, ha offerto l’esempio più emblematico dello spreco di risorse: il PNRR, che avrebbe potuto essere un volano per la riconversione ecologica, è stato dilapidato in progetti discutibili e frammentati, mentre l’emergenza ambientale è rimasta fuori dall’agenda politica.

Guerra e Clima: Due Destini Incompatibili

L’equazione è semplice: investire in guerra significa sottrarre risorse alla lotta contro il cambiamento climatico. Le spese militari assorbono fondi che potrebbero essere destinati alla decarbonizzazione, alla resilienza delle infrastrutture, alla tutela delle risorse idriche e alla riconversione delle economie locali.

Ma c’è di più: la guerra stessa è un fattore devastante per l’ambiente. Distrugge ecosistemi, contamina suoli e falde acquifere, produce emissioni incontrollate. Eppure, pochi parlano dell’impatto ambientale dei conflitti, come se fosse un dettaglio secondario.

L’Europa Può Ancora Scegliere?

L’Unione Europea si trova a un bivio: può continuare a seguire la strada dell’atlantismo acritico, dell’aumento delle spese militari e della marginalità politica, oppure può provare a costruire una propria identità basata sulla pace, sulla sostenibilità e sulla giustizia sociale.

Un progetto serio di conversione ecologica, con il coinvolgimento reale della popolazione, potrebbe essere l’unico modo per dare all’Europa un futuro che non sia solo una riproposizione del suo passato di guerre e colonialismo. Questo significa ripensare l’economia, ridefinire le priorità, rimettere al centro il benessere dei cittadini invece della corsa agli armamenti.

Ma il tempo stringe. Se l’Europa non prenderà in mano il proprio destino ora, rischia di diventare poco più che una pedina nel gioco altrui. E a quel punto, sarà troppo tardi per recuperare.

Effetto “Serra”: come si soffocano i popoli

Ci sono momenti nella storia in cui l’aria diventa irrespirabile. Non perché manchi ossigeno, ma perché è satura di menzogne, ipocrisie e manipolazioni. Oggi ci troviamo in uno di questi momenti. Si soffoca. Si soffoca sotto il peso di decisioni prese sopra le teste dei popoli, sotto il fumo nero di un’Europa che invece di costruire pace, sceglie di alimentare il fuoco della guerra.

L’ultima mossa di Bruxelles è chiara: 800 miliardi di euro per il riarmo. Per la sanità? Non c’erano soldi. Per la scuola? Sacrifici. Per il lavoro? Austerità. Per i diritti sociali? Le solite prediche sui “bilanci sostenibili”. Ma quando si tratta di produrre armi, improvvisamente i forzieri si spalancano e le casse si riempiono. E lo fanno in poche ore. Senza discussione, senza esitazione. L’Europa che ci bacchettava come bambini quando chiedevamo risorse per la giustizia sociale, ora firma assegni a 11 zeri per un’economia di guerra.

Il grande inganno: spezzare il dissenso

Questa manovra non è solo un colpo mortale alla pace, ma è anche un’arma contro il dissenso. Perché chiunque osi mettere in discussione questa deriva viene frantumato, isolato, relegato ai margini del dibattito pubblico. La strategia è sottile ma letale: frammentare, dividere, indebolire.

Lo vediamo nelle associazioni, nei sindacati, nei movimenti. C’è chi aderisce con entusiasmo alla piazza dell’“Europa unita”, c’è chi partecipa per ribadire un messaggio di pace, c’è chi si dissocia con sgomento, e c’è chi resta paralizzato, incapace di capire se quella sia ancora la sua battaglia o solo una trappola ben orchestrata. La Cgil è spaccata, l’Anpi in subbuglio, l’Arci si tira indietro, le Acli abbracciano la causa. Un caos calcolato, progettato a tavolino per disorientare le masse e annullare qualsiasi possibilità di opposizione strutturata.

L’illusione di un’Europa unita nella difesa della democrazia è stata tradita dal piano ReArm Europe. Altro che democrazia, altro che pace: siamo di fronte alla più grande militarizzazione del continente dai tempi della Guerra Fredda.

La follia della corsa al riarmo

Ci hanno raccontato che la pace si ottiene con le armi. Un assurdo logico, un abominio morale. La verità è un’altra: la guerra è un affare. Un affare sporco, cinico, mostruoso. Il complesso militare-industriale non ha mai smesso di prosperare e ora si prepara a fare il più grande balzo in avanti della sua storia. Chi pagherà? Noi. Con le nostre tasse, con il nostro futuro, con la nostra sicurezza sacrificata sull’altare del profitto.

Ci stanno portando verso il baratro. Non con proclami roboanti, ma con atti concreti. Non ci stanno chiedendo se vogliamo la guerra, ce la stanno imponendo pezzo dopo pezzo, spostando sempre più in là il confine della tollerabilità. Ci hanno abituati prima alle sanzioni, poi alle forniture militari, ora al riarmo totale. Il passo successivo sarà l’intervento diretto?

Se non apriamo gli occhi ora, quando? Se non troviamo la forza di opporci oggi, domani sarà troppo tardi.

Unire le voci, rovesciare la narrazione

Dobbiamo dirlo forte e chiaro: questo non è il nostro futuro. Questa non è la nostra Europa. Noi non vogliamo un continente trasformato in una fabbrica d’armi. Non vogliamo un’economia di guerra, vogliamo un’economia di giustizia. Non vogliamo una società piegata agli interessi delle lobby militari, vogliamo una società che investa nei diritti, nella salute, nell’istruzione, nel benessere collettivo.

Un’unica voce, un unico messaggio, un’unica battaglia: basta con questa follia! Chi si arrende alla logica del riarmo è complice di un sistema che ci sta portando alla distruzione.

Non possiamo più restare immobili. Dobbiamo unirci e cacciarli via. Prima che sia troppo tardi.

Sabato 15 marzo: un’altra Piazza sta nascendo

Mentre l’Europa apre le sue casse al riarmo e soffoca ogni voce contraria, noi diciamo NO. Non ci facciamo ingannare, non ci facciamo dividere, non ci facciamo spezzare.

Sabato 15 marzo, a Piazza Barberini, nascerà un nuovo spazio di resistenza. Una piazza per chi rifiuta l’Europa della guerra e rivendica un’Europa della pace, della giustizia sociale, dei diritti.

Saremo lì per denunciare lo scandalo degli 800 miliardi per le armi, mentre per la sanità, l’istruzione e il lavoro ci hanno sempre raccontato che “non ci sono risorse”. Saremo lì per dire che questa Europa non è la nostra Europa. Non vogliamo essere complici di chi ci sta trascinando nel baratro.

Dobbiamo unirci, perché divisi ci soffocano, uniti possiamo fermarli. Scendiamo in piazza. Facciamo sentire la nostra voce. Prima che sia troppo tardi.

Migrazioni ambientali e crisi climatica, il rapporto di A Sud 

Migrazioni Ambientali e Crisi Climatica: il Report di A Sud

Il cambiamento climatico è stato definito “la più grande e pervasiva minaccia alla società umana di cui il mondo abbia mai avuto esperienza”. Oltre agli impatti diretti sulle condizioni di vita, il clima e l’ambiente influenzano in modo significativo anche i fenomeni migratori, spesso senza trovare adeguata rappresentazione nelle analisi e nelle politiche migratorie.
È questo il punto centrale del Report Migrazioni ambientali e crisi climatica – Edizione Speciale Le Rotte del Clima, curato dall’associazione A Sud in collaborazione con il Centro Studi Systasis, ASGI, We World e altri partner. Il documento analizza le interconnessioni tra crisi ambientale e spostamenti di popolazione, basandosi su una ricerca condotta su 348 migranti, prevalentemente dal Bangladesh, per comprendere il peso dei fattori climatici e ambientali nelle loro scelte migratorie.
Il Clima tra le Cause della Migrazione
Il Report evidenzia un dato significativo: tra coloro che hanno dichiarato di migrare per motivi economici, il 69% ha identificato il peggioramento delle condizioni climatiche come una concausa del proprio spostamento. Ciò suggerisce che dietro la categoria tradizionale di “migranti economici” si nasconde spesso una realtà più complessa, soprattutto quando l’economia locale è strettamente legata alle condizioni ambientali.
Questo fenomeno è particolarmente evidente tra le popolazioni rurali, per le quali la perdita di mezzi di sussistenza dovuta al degrado ambientale diventa un fattore determinante nella decisione di partire. Inoltre, il 52% degli intervistati ha riportato un deterioramento climatico-ambientale protratto per oltre tre anni prima di intraprendere il percorso migratorio, confermando che si tratta di processi lenti e graduali, spesso invisibili nel dibattito pubblico.
La percezione dell’impatto climatico sulle condizioni di vita varia anche in base all’età: i migranti più anziani dimostrano maggiore consapevolezza delle conseguenze negative del cambiamento climatico rispetto ai più giovani, probabilmente per via di un’esperienza diretta più lunga con il peggioramento delle condizioni ambientali.
La Narrazione Distorta delle Migrazioni Climatiche
Uno degli aspetti più critici messi in luce dal Report è la sottovalutazione del ruolo del clima nella narrazione delle migrazioni. Spesso, infatti, i flussi migratori vengono attribuiti solo a fattori economici o conflitti, senza considerare che i fattori climatici agiscono come acceleratori o cause principali dello spostamento.
Un elemento che contribuisce a questa distorsione è il fatto che le migrazioni climatiche vengono spesso associate solo a eventi improvvisi e catastrofici, come uragani o inondazioni, mentre la maggior parte delle migrazioni ambientali è il risultato di processi lenti e progressivi, che restano invisibili all’opinione pubblica. Inoltre, molti degli spostamenti causati dal cambiamento climatico avvengono all’interno del Paese di origine e non oltre i confini nazionali, rendendo ancora più difficile collegare il fenomeno alle politiche migratorie globali.
Migrazione come Strategia di Adattamento
Il Report sottolinea come la migrazione possa essere interpretata non solo come una risposta alla necessità immediata di sopravvivenza, ma anche come una strategia proattiva di adattamento. In molte famiglie, la decisione di migrare non è una fuga improvvisa, ma una scelta consapevole per distribuire i rischi, diversificare le fonti di reddito e garantire un futuro migliore ai propri membri.
Un esempio concreto è rappresentato dalle rimesse economiche inviate dai migranti rimasti all’estero, che spesso costituiscono un’ancora di salvezza per le comunità d’origine. Tuttavia, le politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea stanno ostacolando questa possibilità, creando un paradosso: nel tentativo di contenere le migrazioni, si impedisce alle persone di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico, intrappolandole in situazioni di crescente vulnerabilità e alimentando ulteriormente la crisi sociale ed economica nei loro Paesi.
Le politiche di chiusura delle frontiere, infatti, non solo limitano l’accesso a territori più sicuri, ma privano anche intere comunità di un’importante fonte di sostentamento. Il risultato è una spirale negativa: il sovraffollamento delle aree più colpite dal degrado ambientale intensifica lo sfruttamento delle risorse naturali, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita e spingendo ancor più persone alla migrazione forzata.
Proposte di Policy per un Nuovo Approccio
Alla luce di queste dinamiche, il Report di A Sud propone tre linee guida per affrontare il fenomeno delle migrazioni ambientali in modo più efficace e giusto:
1. Incrementare la conoscenza del fenomeno
È essenziale migliorare la raccolta e l’analisi dei dati sulle migrazioni climatiche, per comprendere appieno l’impatto dei fattori ambientali e adottare politiche più mirate.
2. Riconoscere il rischio climatico nell’accesso alla protezione giuridica
Attualmente, i migranti climatici non rientrano nelle categorie di protezione previste dal diritto internazionale. È necessario includere il cambiamento climatico tra i criteri che consentono di ottenere protezione e status di rifugiato.
3. Sviluppare politiche migratorie basate sulle cause ambientali
Le politiche migratorie devono riconoscere il ruolo del cambiamento climatico e affrontarlo con strategie che tengano conto della realtà socio-economica delle popolazioni colpite. Un’attenzione particolare deve essere data all’intersezionalità di genere, poiché le donne, spesso responsabili della gestione delle risorse domestiche e agricole, sono tra le più vulnerabili agli effetti della crisi climatica.

Conclusioni
Il Report di A Sud evidenzia come il cambiamento climatico stia diventando una leva sempre più potente nei processi migratori, pur restando ancora poco riconosciuto nelle politiche globali. Le migrazioni ambientali non possono più essere considerate un fenomeno marginale o temporaneo: sono una realtà strutturale che richiede risposte concrete e inclusive.
Serve un nuovo approccio che non si limiti a chiudere le frontiere, ma che investa in adattamento, sviluppo sostenibile e protezione giuridica per i migranti climatici, affinché la migrazione possa diventare una scelta e non un’ultima risorsa dettata dalla disperazione.
Fonte: rapporto sulla migrazione climatica dell’associazione A Sud pubblicato su Pressenza