Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo

La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa è sempre la stessa, ma l’aria è diversa: è più difficile respirare, è più facile avere paura, è più comodo obbedire.

Il cuore della regressione sta qui: la democrazia non viene negata, viene riscritta per funzionare anche senza diritti effettivi. Si conserva l’involucro, si svuota la sostanza. Le elezioni restano, ma diventano un rituale dentro un ecosistema mediatico deformato e un apparato istituzionale che punisce i contropoteri. Le libertà formali restano, ma scivolano nella pratica quotidiana, dove la persona comune impara che parlare costa, manifestare rischia, aiutare può diventare reato morale.

Negli ultimi anni questo processo ha accelerato. Non perché un solo leader abbia inventato tutto, ma perché alcuni governi hanno deciso di trasformare l’eccezione in normalità, e la forza in un criterio di verità. Un rapporto recente descrive il fenomeno con un’immagine netta: secondo alcuni indicatori la democrazia globale sarebbe tornata ai livelli del 1985, con circa il 72% della popolazione mondiale che vive sotto regimi autocratici. E non parla solo di Russia o Cina: include anche gli Stati Uniti come parte del quadro di deterioramento. Il punto politico non è la classifica, è il segnale: l’idea stessa di “diritti” sta perdendo terreno davanti all’idea di “potere”.

Quando i diritti arretrano, non arretra soltanto la libertà. Arretra la possibilità di riconoscere la realtà. È qui che la regressione diventa davvero pericolosa: non si limita a colpire chi protesta, colpisce la percezione collettiva. Introduce un nuovo senso comune: se sei vulnerabile, è colpa tua; se chiedi tutele, sei un peso; se denunci i crimini, sei un estremista; se difendi il diritto internazionale, sei un ingenuo; se metti in discussione la guerra, sei un traditore. Così la democrazia si riduce a una parola decorativa, buona per i discorsi ufficiali e inutile nella vita reale.

Il laboratorio della paura

La paura è l’infrastruttura politica più economica e più redditizia. Costa meno della sanità, rende più della scuola, funziona meglio del lavoro stabile. La paura crea cittadini soli, e la solitudine crea sudditi. In questo quadro, la gestione dei flussi migratori diventa un dispositivo perfetto: produce un nemico immediato, visibile, vulnerabile. Si sposta l’ansia sociale su un bersaglio e si costruisce un consenso disciplinare: “o con noi o con il caos”.

Le politiche e la retorica securitaria trasformano la frontiera in una scena permanente. La promessa è sempre la stessa: protezione. Il risultato, spesso, è un allargamento dell’arbitrio. Il salto di qualità arriva quando la violenza non è più un eccesso, ma una prassi: operazioni spettacolari, detenzioni degradanti, deportazioni rapide, controllo aggressivo. E quando qualcuno protesta, lo si definisce “terrorista”, “sovversivo”, “minaccia”.

Qui il dettaglio giuridico è rivelatore: l’uso di una legge del 1798, pensata per tempi di guerra, per deportazioni e rimozioni accelerate. È un segnale culturale prima ancora che legale: quando si riesuma l’archivio dell’eccezione per governare il presente, significa che lo Stato si sta abituando a non giustificare più le sue scelte con la legalità ordinaria. Significa che la politica non cerca consenso con i diritti, lo cerca con lo shock.

Il messaggio implicito è brutale: la persona può essere spostata come un pacco, senza che la sua storia conti. E quando un essere umano diventa spostabile, anche i diritti di chi oggi si sente al sicuro diventano negoziabili. È sempre così: prima tocca agli ultimi, poi si allarga.

La guerra contro le regole

C’è una contraddizione che definisce il tempo che viviamo: si invoca l’“ordine basato sulle regole” e intanto si colpiscono le istituzioni che incarnano quelle regole. Il diritto internazionale, che dovrebbe essere l’argine contro i crimini e gli abusi, viene trattato come un ostacolo geopolitico. E quando un tribunale internazionale prova ad avvicinarsi ai potenti, la reazione non è la difesa nel merito, ma la punizione dell’istituzione stessa.

Il salto di qualità è arrivato con le sanzioni: non contro un paese, ma contro giudici, procuratori, funzionari e perfino figure delle Nazioni Unite. Sanzioni impostate con lo stesso linguaggio e la stessa meccanica usata per i terroristi e i narcotrafficanti, come se difendere i diritti umani fosse una forma di ostilità verso lo Stato. Questa è una svolta storica: perché non è più soltanto un conflitto tra diplomazie. È una guerra preventiva contro l’idea che esista un limite giuridico universale.

Qui non si parla più solo di geopolitica. Si parla di antropologia del potere: se la giustizia internazionale viene piegata a colpi di sanzioni, allora la violenza torna a essere il criterio ultimo. E se la violenza diventa criterio, la democrazia non regge, perché la democrazia vive di limiti, non di prepotenze.

L’ipocrisia come sistema

La regressione democratica non avrebbe successo senza una cosa: la menzogna organizzata. Non la bugia occasionale, ma un ecosistema intero di narrazioni che rovesciano i fatti e addestrano le persone a non fidarsi più dei propri occhi.

È un metodo antico, modernizzato dalla tecnologia. Oggi la propaganda non deve convincere tutti: le basta confondere abbastanza. Non deve produrre verità: le basta produrre rumore. Non deve censurare tutto: le basta rendere tutto “controverso”. Così ogni crimine diventa opinione, ogni prova diventa tifo, ogni strage diventa “complessità”, ogni vittima diventa statistica.

Il doppio standard è il cardine morale di questo sistema.

I) La violenza degli “alleati” è sempre un errore, una necessità, una “reazione”.
II) La violenza dei “nemici” è sempre barbarie, terrorismo, minaccia alla civiltà.
III) Le vittime “giuste” ricevono empatia e telecamere. Le vittime “sbagliate” ricevono silenzi e sospetti.
IV) Chi denuncia i crimini dei potenti viene dipinto come radicale, antinazionale, complice.

Questa asimmetria morale non è un dettaglio: è il collante che tiene insieme la regressione. Perché se la morale diventa selettiva, la legge diventa selettiva. E quando la legge è selettiva, la democrazia è già in fase terminale: resta in piedi solo la facciata.

La cartina di tornasole: Palestina e la gerarchia delle vittime

Nessun tema ha mostrato con altrettanta chiarezza la crisi morale dell’Occidente come la tragedia palestinese. Non serve nemmeno discutere di retoriche: basta osservare la sproporzione tra parole e azioni, tra indignazione e complicità, tra “valori” dichiarati e realtà praticata.

Il punto è semplice e terribile: se si accetta che un popolo possa essere punito collettivamente, bombardato, affamato, espulso, e nello stesso tempo si colpiscono i meccanismi internazionali che provano a giudicare i crimini, allora si sta dicendo al mondo che esistono esseri umani di serie A e di serie B. E quando questa gerarchia diventa “normale”, la democrazia globale scivola in un’epoca coloniale mascherata da modernità.

Un ordine internazionale fondato su questa gerarchia non è un ordine: è un dominio.

L’Europa: autonomia proclamata, dipendenza praticata

L’Europa vive un paradosso che la indebolisce e la espone. Da un lato rivendica “valori” e “diritti”. Dall’altro accetta una subordinazione politica, militare ed energetica che riduce quei valori a carta intestata. È una condizione che produce due effetti tossici:

I) All’esterno, l’Europa appare incoerente: predica diritti universali, ma li applica a geometria variabile.
II) All’interno, l’Europa alimenta frustrazione sociale: chiede sacrifici, ma non offre protezione; chiede disciplina, ma non restituisce futuro.

In questo vuoto cresce l’autoritarismo: perché quando la democrazia non garantisce più sicurezza sociale, la “sicurezza” viene sostituita con il manganello e con il capro espiatorio. Ed è qui che le destre, e non solo le destre, trovano terreno fertile: promettono ordine perché il sistema ha smesso di promettere giustizia.

La regressione è una tecnica: ecco come funziona

Non serve immaginare un complotto. Basta osservare una sequenza ricorrente.

I) Si crea un’emergenza permanente.
II) Si introduce un linguaggio morale che giustifica l’eccezione.
III) Si colpiscono i corpi intermedi: ONG, sindacati, università, magistrature, stampa.
IV) Si restringono gli spazi di dissenso: norme, prassi, repressione, criminalizzazione.
V) Si sostituisce la cittadinanza con il sospetto: alcuni sono “veri”, altri sono “ospiti”, “nemici”, “parassiti”.
VI) Si trasforma la verità in un campo di battaglia, non in un terreno comune.

Quando questo processo è compiuto, la democrazia resta solo come teatro. Il potere non ha più bisogno di convincere: gli basta gestire la paura e impedire l’organizzazione collettiva.

La via d’uscita: ricostruire sostanza, non nostalgia

Denunciare è necessario, ma non basta. Perché la regressione non si combatte con un ricordo romantico della democrazia. Si combatte ricostruendo la materia concreta che rende la democrazia desiderabile e difendibile.

I) Verità pubblica come bene comune
Serve un ecosistema informativo pluralista, indipendente, capace di rompere la saturazione e smontare la propaganda. Non per “vincere una polemica”, ma per restituire ai cittadini un terreno comune di realtà. Quando la realtà sparisce, la politica diventa una lotta tra tribù guidate dall’odio.

II) Diritti sociali come argine democratico
Sanità, scuola, lavoro stabile, casa, welfare territoriale non sono capitoli di bilancio: sono dispositivi di libertà. Senza protezione sociale, le persone cercano protezione autoritaria. È una legge storica. Dove cresce la precarietà, cresce la disponibilità a cedere diritti in cambio di promesse di ordine.

III) Diritto internazionale senza ipocrisie
O si difendono le regole anche quando colpiscono gli alleati, oppure non si difendono affatto. Se la giustizia internazionale viene intimidita e sanzionata, la risposta non può essere il silenzio diplomatico. Il silenzio è complicità strutturale: rende la regressione un nuovo standard.

IV) Diritto di protesta come termometro democratico
Una società che punisce la protesta sta punendo il futuro. La violenza va isolata e perseguita, sempre, ma senza trasformare il dissenso in una minaccia ontologica. Se pochi episodi diventano pretesto per restringere libertà collettive, la democrazia entra in modalità di auto-sabotaggio.

V) Alleanze civiche e politiche, dentro e oltre i confini
La risposta più efficace all’ondata autoritaria non è l’individuo eroico. È la rete: associazioni, amministrazioni locali, sindacati, movimenti, giuristi, giornalisti, scuole, comunità. È una sfida generazionale: o si ricostruiscono comunità politiche capaci di proteggere diritti e verità, oppure la regressione continuerà a sembrare inevitabile.

Conclusione: la sovranità vera è mentale

La regressione democratica si alimenta di una resa invisibile: l’abitudine alla menzogna. Quando ci si abitua, tutto diventa normale. La guerra diventa normalità. L’ingiustizia diventa paesaggio. La povertà diventa colpa. La repressione diventa “sicurezza”. E la democrazia diventa un’insegna luminosa sopra un edificio vuoto.

La prima riconquista è mentale: rifiutare l’anestesia. Rifiutare la gerarchia delle vittime. Rifiutare il doppio standard. Rifiutare l’idea che la legge valga solo per i deboli. E poi, con questa lucidità, fare ciò che il potere teme davvero: organizzare la speranza in forme concrete, sociali, collettive, durature.

Perché la democrazia non muore quando perde un’elezione. Muore quando perde la verità, la solidarietà e il coraggio di guardare in faccia i propri crimini. E se vogliamo impedire che le lancette tornino indietro ancora, non basta indignarsi: bisogna ricostruire, pezzo per pezzo, i pilastri della dignità.

Fonti essenziali (per archivio)

I) Human Rights Watch, World Report 2026, sezione di sintesi sul “democratic recession” e indicatori 1985/72% autocracy.
II) The Guardian, 4 febbraio 2026, ricostruzione del report HRW e contesto sulla “democratic recession”.
III) Reuters, 6 febbraio 2026, inchiesta sulle sanzioni “terrorist-grade” contro personale ICC e una relatrice ONU.
IV) U.S. Supreme Court, 7 aprile 2025, Trump v. J.G.G., contesto e limiti procedurali sull’uso dell’Alien Enemies Act (PDF).
V) U.S. Treasury (OFAC), 13 febbraio 2025, annuncio ufficiale su E.O. 14203 e designazioni ICC-related.

IL CAPITALE CONTRO LA VITA

Quando l’1% divora il clima, accende le guerre e chiude la porta al futuro

Io non riesco più a separare le cose. Non riesco più a parlare di disuguaglianza come se fosse un tema “economico” e, a parte, di crisi climatica come se fosse un tema “ambientale”. Non ci riesco, perché ormai il quadro è troppo evidente: è lo stesso sistema che accumula ricchezza nelle mani di pochi a consumare il pianeta, a bruciare risorse, a spingere popoli interi dentro la precarietà permanente.

C’è un’idea tossica che ci hanno messo in testa per anni: che l’economia sia una cosa “neutra”, una specie di meteo naturale. E invece no. L’economia che stiamo vivendo è una scelta politica continua. È una macchina costruita per concentrare potere. E quando concentri potere, concentri anche la capacità di distruggere.

Il 2026 si è aperto con una fotografia che da sola basterebbe a zittire mille dibattiti televisivi: secondo Oxfam, l’1% più ricco del pianeta ha già esaurito la propria quota annuale di emissioni in appena dieci giorni. Lo 0,1% ha sforato in circa tre giorni. Il 10 gennaio è diventato “Pollutocrat Day”: il giorno in cui i signori del carbonio finiscono il loro “anno” e cominciano, di fatto, a usare quello degli altri. 

E lì capisco che non stiamo parlando di “stili di vita”. Stiamo parlando di un rapporto di forza. Stiamo parlando di dominio.

Perché se il budget compatibile con la soglia dell’1,5°C è intorno a 2,1 tonnellate di CO₂ pro capite, l’1% viaggia su una media di circa 75 tonnellate. Non è una differenza, è una frattura. È un mondo che si divide in due: chi vive dentro i limiti del corpo e del salario, e chi vive sopra ogni limite, come se il pianeta fosse un bancomat senza fondo. 

A quel punto la verità diventa quasi brutale nella sua semplicità: il capitale non è solo contro l’uguaglianza, è contro la vita.

Perché l’accumulo non resta fermo in cassaforte. L’accumulo deve crescere, deve espandersi, deve divorare. E quando una minoranza possiede una quota enorme di ricchezza, quella minoranza non “consuma” soltanto: decide cosa produrre, dove investire, quali governi influenzare, quali regole piegare, quali guerre rendere possibili.

Il punto è proprio questo: l’1% non inquina solo con i jet privati e i superyacht. L’1% inquina perché possiede le leve del mondo. Possiede filiere, fondi, energia, logistica, estrazioni, industrie, “piani di sviluppo” che sono spesso piani di saccheggio. Possiede anche la narrazione. E quando possiedi la narrazione, riesci a far sembrare “naturale” perfino ciò che è criminale.

È qui che le disuguaglianze economiche si incastrano con quelle ambientali come due lame della stessa forbice. Il risultato lo vediamo già adesso: i danni sono collettivi, i profitti sono privati. Sempre.

Le stime collegate a queste analisi parlano di perdite gigantesche per i paesi più vulnerabili, fino a decine di trilioni di dollari entro metà secolo. Ma a me colpisce soprattutto una cosa: questa non è una tragedia “futura”, è una tassa sul presente. La crisi climatica è già una riduzione del reddito, una caduta del potere d’acquisto, un peggioramento della salute, una precarietà della vita. 

E quando la vita diventa più fragile, chi paga di più? Sempre gli ultimi.

Io vedo una continuità spaventosa tra tutto questo e il mondo che ci stanno consegnando sul piano geopolitico.

Le guerre non sono mai state soltanto “ideali”, “valori”, “esportazioni di democrazia”. Dentro le guerre, sempre, c’è la lotta per le risorse, per le rotte, per l’energia, per la rendita. È la stessa fame che divora la terra a divorare anche i popoli.

E infatti oggi mi sembra sempre più chiaro che la crisi climatica, il riarmo, la destabilizzazione, il furto di risorse, non sono deviazioni dal sistema: sono la sua forma finale. La sua modalità terminale. Quando un modello economico non sa più generare benessere diffuso, comincia a generare paura, conflitto, militarizzazione. E intanto continua a far crescere i dividendi di pochi.

Per questo non mi basta più sentire discorsi “verdi” che non toccano i rapporti di potere. Non mi basta la transizione raccontata come un prodotto da vendere. Perché se non tocchi l’accumulo, se non tocchi l’1%, stai solo spostando la scenografia mentre la sostanza resta intatta.

E qui arriva un nodo che considero decisivo: il diritto internazionale.

Per anni ci hanno trattato come ingenui, quando parlavamo di ONU, di tribunali internazionali, di legalità globale. Ci hanno detto che era fumo, che il mondo vero è “realista”, che contano solo i rapporti di forza. Ma oggi proprio la brutalità del potere occidentale, la sua nudità, la sua arroganza, sta facendo cadere i veli e ci costringe a una scelta: o accettiamo la legge del più forte, o rimettiamo al centro la legge dei popoli.

In questo senso, la svolta arrivata dalla Corte Internazionale di Giustizia il 23 luglio 2025 è un fatto enorme: la Corte ha collegato gli obblighi climatici alla tutela dei diritti fondamentali e ha rafforzato l’idea che non agire non è solo un “errore”, può essere una violazione del diritto internazionale. 

E non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Perché significa una cosa semplice: il clima non è un’opinione. Il clima è un dovere.

Lo stesso vale per la giustizia internazionale quando finalmente prova, almeno in parte, a non essere un tribunale dei vinti: i mandati di cattura emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant nel novembre 2024, per crimini legati alla guerra di Gaza, hanno rappresentato un momento di rottura simbolica. Non perfetto, non risolutivo, ma comunque un segnale: esiste un limite, almeno sulla carta. 

E qui torna il punto politico che mi ossessiona: quando il potere si sente intoccabile, diventa illimitato. Quando diventa illimitato, divora tutto. Divora il diritto, divora la democrazia, divora la verità, divora la vita.

Per questo io non penso che “solo il diritto” possa salvare il pianeta come se fosse un automatismo. Il diritto da solo non basta, se resta un foglio. Ma penso una cosa molto concreta: il diritto, senza popolo, è carta. Il popolo, senza diritto, è carne da macello.

Le conquiste civili non sono mai piovute dall’alto. Sono sempre nate dalla mobilitazione. E quindi la strada, se vogliamo dirla senza illusioni, è questa: rimettere insieme la giustizia sociale e la giustizia ambientale, e farle diventare una forza politica reale.

Non mi interessa più la favola secondo cui “siamo tutti responsabili allo stesso modo”. Io vedo una responsabilità concentrata, quasi aristocratica, quasi feudale. Un’elite che consuma e comanda, e una moltitudine che paga e subisce.

E allora la domanda non è più: “che cosa possiamo fare noi, come individui?”. La domanda vera è: che cosa dobbiamo imporre come società, come popolo, come democrazia?

Io una risposta me la sono fatta, netta:

I) colpire la ricchezza inquinante, non con simboli ma con misure reali e progressive

II) togliere impunità politica e fiscale alle grandi rendite, soprattutto fossili e finanziarie

III) fermare la militarizzazione come modello di sviluppo e come economia di emergenza permanente

IV) ricostruire servizi pubblici, trasporti, sanità climatica, protezione sociale, perché è lì che si difende la vita quotidiana

V) difendere lo Stato di diritto e l’indipendenza della giustizia, perché senza argini il potere diventa predazione

Non sto parlando di utopie. Sto parlando di sopravvivenza.

Perché oggi il capitale non si limita più a sfruttare l’uomo: sta rendendo invivibile il mondo. È un sistema che non redistribuisce, non ripara, non cura. Accumula e brucia. E quando brucia, presenta il conto ai poveri, ai lavoratori, ai territori fragili, ai popoli del Sud globale, a chi ha meno strumenti per difendersi.

Ecco perché io non riesco più a guardare la crisi climatica come una questione “verde”. Per me è una questione rossa. Di classe. Di potere. Di vita.

E se non lo capiamo adesso, se continuiamo a farci ipnotizzare dalle parole senza sostanza, allora sì: il futuro non sarà condiviso. Sarà recintato. Sarà privato. Sarà armato.

Io invece voglio un futuro umano. E un futuro umano non può essere costruito sull’1% che divora tutto.

Fonti essenziali

Oxfam, disuguaglianze ed emissioni dell’1% (“Pollutocrat Day”). 

Corte Internazionale di Giustizia, opinione consultiva su obblighi degli Stati rispetto al clima (23 luglio 2025). 

ICC, mandati di cattura (Netanyahu, Gallant) e sviluppi successivi. 

Fabio Marcelli, riflessione su diritto internazionale, guerra e sopravvivenza del pianeta (23 dicembre 2025). 

A un soffio da mezzanotteIl capitalismo a mano armata, la psicopolitica del consenso e la maschera volgare del potere

C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folklore. È un termometro politico e scientifico dell’epoca: rischi nucleari, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti. E quando quel termometro sale, non è solo perché “il mondo è cattivo”, ma perché un certo modo di organizzare la vita e il potere ha bisogno della minaccia come carburante.

Negli ultimi giorni, la temperatura è salita di colpo. E il primo atto, quello che sposta l’asse morale e giuridico dell’intera sequenza, non è stato in mare. È stato a Caracas.

Il 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores in un’operazione militare nella capitale venezuelana, trasferendoli negli Stati Uniti e portandoli davanti a un tribunale federale a New York. Maduro, in aula, ha parlato di “rapimento” e ha rivendicato di essere ancora il presidente del Venezuela.

Qui non siamo davanti a una sanzione o a una pressione diplomatica. È la pretesa di esercitare cattura e processo su un capo di Stato tramite la forza, scavalcando la grammatica minima della sovranità e aprendo una voragine nel diritto internazionale. Non a caso, analisi e osservatori hanno discusso subito le implicazioni legali e il precedente che questo gesto crea.

E se vogliamo essere coerenti, il punto politico non può essere la moraletta sul “regime”, la scorciatoia retorica che l’Occidente usa per sentirsi pulito mentre stringe un cappio. Il punto è il popolo venezuelano, che da decenni è sotto assedio economico e finanziario: sanzioni, blocchi di fatto, strangolamento dei pagamenti, ricatti commerciali, guerra ibrida. Quando la politica diventa punizione economica, a pagare non sono i palazzi, ma i quartieri, gli ospedali, i salari, le famiglie. È la vecchia legge dell’impero: colpire la vita quotidiana per piegare la volontà collettiva.

Dentro questo quadro, i governi socialisti venezuelani degli ultimi vent’anni hanno rappresentato una rottura concreta con il modello coloniale e subordinato: redistribuzione, investimenti sociali, difesa della sovranità, idea che la ricchezza nazionale debba servire chi lavora e chi vive, non chi specula. È esattamente questo che l’imperialismo non perdona: non la “simpatia” per un governo, ma il principio che un Paese possa tentare di sottrarsi alla piena disponibilità del capitale globale, costruendo un altro orizzonte di diritti e dignità.

E qui entra l’altro movente, quello che non ha bisogno di retorica perché parla con i numeri: il Venezuela rivendica circa 300 miliardi di barili di riserve provate, spesso citate come le più grandi al mondo. Chi controlla quel rubinetto, controlla una leva. Chi decide a chi appartengono quelle risorse decide anche chi può respirare e chi deve inginocchiarsi. È per questo che Caracas è nel mirino da anni: perché la questione non è “la democrazia”, è la proprietà. Non è “la legalità”, è l’appropriazione.

L’architrave narrativo dell’operazione del 3 gennaio è stato presentato come lotta al “narcoterrorismo” e al presunto ruolo di Maduro come capo di un grande cartello internazionale. Qui entra in scena l’etichetta più potente e più ambigua: il cosiddetto Cartel de los Soles.

Il Cartello dei Soli, la parola che semplifica e la realtà che non sta in un titolo

“Cartello” evoca un’organizzazione compatta, gerarchica, con un comando unico. Ma su Cartel de los Soles la realtà è meno cinematografica e molto più sporca. Diverse ricostruzioni investigative insistono su un punto: più che un cartello nel senso classico, è spesso una scorciatoia per descrivere reti e complicità dentro apparati militari e istituzionali, non un’unica struttura monolitica con un organigramma da manuale.

L’origine del nome spiega già l’equivoco. “Soles” richiama i soli sulle spalline e sulle uniformi dei generali venezuelani: un segno di grado, non il logo di un’azienda criminale. Il termine circola dagli anni Novanta in relazione a scandali e indagini su ufficiali, e da lì cresce fino a diventare un’etichetta ombrello: utile per descrivere un contesto, ma soprattutto utilissima per costruire un nemico immediatamente riconoscibile nel racconto pubblico.

C’è un elemento in più, importante perché tocca direttamente la solidità dell’impianto accusatorio: fonti giornalistiche hanno riportato che, dopo l’arresto di gennaio 2026, le carte aggiornate dell’accusa avrebbero ridimensionato l’idea di Maduro come “capo” di un cartello strutturato, descrivendo piuttosto un sistema più diffuso e meno verticistico. In parallelo viene richiamato il lavoro di InSight Crime, che da anni contesta la rappresentazione di un’unica organizzazione gerarchica come semplificazione politicamente conveniente.

Detto in modo netto: trasformare un insieme complesso di reti, interessi e dinamiche in un “cartello” monolitico guidato da un solo uomo è un salto narrativo enorme. Ed è proprio su salti narrativi di questo tipo che l’impero costruisce le sue licenze morali: se il nemico è un mostro, allora tutto è permesso. Se il nemico è un “cartello”, allora il rapimento diventa “giustizia”. È la grammatica del dominio, ripetuta mille volte nella storia.

Dal blitz a Caracas al mare: la coercizione diventa procedura

È su questa scia che si inserisce il secondo atto, quello navale. Il 7 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, la Marinera (ex Bella 1), in Atlantico, dopo un inseguimento durato settimane e con un’operazione che, nelle ricostruzioni, ha incluso elicotteri e asset militari. Mosca ha protestato parlando di violazione del diritto marittimo e “pirateria”.

Nello stesso quadro è stata segnalata l’intercettazione di un’altra nave collegata ai traffici venezuelani. Il punto non è la singola nave, né la singola bandiera. Il punto è la logica: l’enforcement delle sanzioni si trasforma in interdizione armata; l’interdizione armata si racconta come “applicazione della legge”; e così la coercizione diventa procedura, normalità amministrativa, routine geopolitica.

Ed eccoci alla questione più ampia, quella che non riguarda solo un presidente o una contingenza, ma la natura del capitalismo quando entra nella fase in cui, per restare in piedi, ha bisogno di mettere il mondo sotto pressione.

Il profitto come guerra permanente

Il capitalismo, nella sua forma matura, non è semplicemente “mercato” o “impresa”. È un dispositivo di accumulazione. Vive di una legge dura e semplice: trasformare tutto in valore scambiabile e trasformare quel valore in potere. Per farlo, sfrutta due miniere.

La prima miniera è il lavoro umano: tempo, salute, energia, vita. La seconda miniera è la natura: suolo, acqua, minerali, energia, ecosistemi. Solo che questa seconda miniera non è infinita. E quando la crescita diventa un dogma, e l’infinito diventa una pretesa, la contraddizione esplode: o si riduce l’avidità del sistema, o si aumenta la violenza con cui si impone.

Qui il conflitto non è un incidente. È una funzione. Quando l’economia reale rallenta e l’egemonia traballa, la guerra torna a essere la scorciatoia più antica: crea domanda, disciplina la società, ridisegna rotte e risorse. La guerra, o la minaccia della guerra, diventa l’ossigeno di un ordine che non sa più legittimarsi con benessere e progresso.

Ecco perché le discussioni sulla “dedollarizzazione” non sono folclore geopolitico. Il dollaro resta dominante, ma la sua quota nelle riserve mondiali mostra un declino a lungo periodo; l’IMF COFER indica valori attorno al 57% nel 2025 (con oscillazioni anche legate ai cambi), mentre analisi della Federal Reserve ricordano che la supremazia resta netta ma non più intoccabile come nel passato.

Quando un potere globale percepisce che la rendita geopolitica può restringersi, tende a reagire non con sobrietà ma con eccesso. E l’eccesso, storicamente, ha sempre un vocabolario: blocchi, sequestri, ultimatum, “azioni mirate”, punizioni esemplari.

Il patriarcato proprietario, la radice arcaica del comando

C’è poi un livello più profondo, spesso rimosso perché scomodo: il capitalismo moderno non nasce in un vuoto antropologico. Si innesta su un comportamento arcaico, quello del possesso. Il patriarcato è l’alfabeto originario della proprietà totale: il capo possiede la casa, la terra, la discendenza, e persino i corpi. È un’antropologia del comando che precede il capitalismo ma che il capitalismo perfeziona e industrializza.

Il mercato, quando diventa totalitario, non compra solo merci: compra tempo, attenzione, desideri, corpi. E l’idea patriarcale di dominio, traslata in economia, diventa una grammatica del mondo: chi ha comanda, chi non ha obbedisce, chi non obbedisce viene punito o reso invisibile. Questa è la base semplice del potere capitalistico: una visione povera dell’umano, ridotta a competizione, gerarchia, sopraffazione.

Psicopolitica e ipnosi, il consenso come colonizzazione mentale

Il potere, oggi, non si regge solo sulle armi o sul denaro. Si regge sul controllo del senso. La mente collettiva è diventata un campo di battaglia più importante del territorio, perché se governi la percezione governi anche l’obbedienza.

Qui la psicopolitica non è un concetto astratto. È la capacità di trasformare l’emozione in disciplina, la paura in fedeltà, l’indignazione in consumo di notizie, la stanchezza in rassegnazione. È un sistema ipnotico non perché “magico”, ma perché ripetitivo: feed che premiano l’odio semplice, format che teatralizzano il conflitto, titoli che sostituiscono i fatti, algoritmi che amplificano lo scontro più vendibile.

E il possesso dei mezzi di comunicazione, soprattutto nel perimetro occidentale, è parte integrante del dispositivo: non serve dire “questa è propaganda”, basta costruire un ambiente dove ciò che conta non è vero o falso, ma utile o inutile al mantenimento dell’ordine. A quel punto, anche un blitz extraterritoriale può essere riverniciato come “giustizia”, e un sequestro in mare può essere venduto come “tutela della legalità”.

Trump come sintomo, la volgarità del potere quando smette di fingere

E poi c’è Trump. Non come uomo solo, ma come sintomo. Trump è l’esternazione senza trucco di ciò che, per decenni, il capitalismo occidentale ha fatto con linguaggio educato. È il capitale che smette di chiedere permesso, che parla come un padrone e pretende che il mondo obbedisca perché “si è sempre fatto così”.

La sua forza non è l’originalità. È la coerenza brutale. Dice ad alta voce ciò che molti apparati hanno praticato a bassa voce: l’intimidazione come negoziazione, la minaccia come diplomazia, la coercizione come amministrazione.

Le basi, il mare, il cappio

C’è un dettaglio che fa capire la sproporzione strutturale su cui si fonda questa postura: la presenza militare globale. Le stime variano, ma diverse analisi parlano di centinaia di basi e siti militari statunitensi all’estero, in un ordine di grandezza spesso riportato tra 750 e 800.

E poi c’è il mare: circa il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Quando qualcuno prova a trasformare quel sistema in un rubinetto politico, sta mettendo un cappio potenziale al collo di economie intere. Il passo tra interdizione selettiva e strangolamento strategico può diventare brevissimo, soprattutto quando la logica è quella del tutto o niente.

Quando la mezzanotte non è un simbolo

Il capitalismo, arrivato a questo punto della sua parabola, mostra la sua natura senza poesia: sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sfruttamento dell’uomo sulla natura, e infine conflitto come metodo di gestione della crisi. Il patriarcato gli fornisce la cultura del possesso. La psicopolitica gli fornisce la colonizzazione mentale. La macchina militare gli fornisce l’esecuzione. Trump gli fornisce la voce.

Se l’orologio del mondo è vicino alla mezzanotte, non è perché il destino è scritto. È perché qualcuno continua a scriverlo con l’inchiostro del profitto e con la penna della forza. E la cosa più tragica è che questa scrittura viene spesso presentata come “realismo”.

Il realismo vero, invece, è un altro: o si spezza la dipendenza del sistema dalla guerra e dalla minaccia, o il secolo finirà governato dall’emergenza permanente. Un pianeta sotto stress, società polarizzate, democrazie ridotte a ordine pubblico, e un’umanità costretta a vivere come se l’Armageddon fosse un’ipotesi tra le altre, anziché la negazione stessa della politica.

Fonti essenziali
The Bulletin of the Atomic Scientists, Doomsday Clock (impostazione 2025 e contesto 2026).
Operazione del 3 gennaio 2026 e udienze a New York (House of Commons Library; Al Jazeera; CBS News).
Sequestro della petroliera Marinera e reazione russa (Reuters; The Guardian).
Origine e natura del termine “Cartel de los Soles” come etichetta legata alle insegne militari e come rete non monolitica (InSight Crime citato da fonti; ricostruzioni giornalistiche).
Impatto umanitario e quadro sociale della crisi, incluse sanzioni e bisogni umanitari (GAO; CRS; Rapporteur ONU su misure coercitive unilaterali).
Riserve petrolifere e discussione sulla sostenibilità economica del “primato” venezuelano (Reuters Breakingviews; Al Jazeera risorse).

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.

Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale

C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.

Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.

L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni. Dall’altro lato viene presentato SAFE, Security Action for Europe: fino a 150 miliardi di euro di prestiti per finanziare investimenti in settori come difesa missilistica, droni e cybersicurezza, raccolti sui mercati e poi prestati agli Stati. La Commissione segnala anche che il Consiglio ha adottato lo strumento nel maggio 2025. A questo si aggiunge il ruolo della BEI, che viene esplicitamente chiamata a rafforzare il supporto a difesa e sicurezza.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: è una risposta a un mondo più instabile. Il problema politico, però, sta nel passaggio successivo. Il piano collega la “prontezza” militare a una strategia più ampia che vuole mobilitare capitale privato, rendendo strutturale il flusso di denaro verso le priorità dichiarate. Qui entra in scena la Savings and Investments Union, l’Unione del risparmio e degli investimenti, presentata come la via per canalizzare i risparmi europei verso investimenti “produttivi” e verso gli obiettivi strategici dell’Unione, in un contesto di fabbisogni enormi. La Commissione richiama le stime del Rapporto Draghi su 750-800 miliardi annui di investimenti aggiuntivi fino al 2030, precisando che le nuove necessità includono anche quelle legate alla difesa.

È qui che la questione smette di essere solo contabile e diventa democratica. Perché “mobilitare il risparmio” non è una formula neutra: significa intervenire sui canali attraverso cui il denaro delle famiglie, spesso parcheggiato in depositi o in prodotti prudenziali, viene spinto verso strumenti di mercato, fondi, asset. Un briefing del Parlamento europeo, parlando della SIU, mette sul tavolo anche la revisione delle regole sulla cartolarizzazione e la spinta su prodotti e regole legati alle pensioni integrative. Non serve immaginare scenari cospirativi: basta osservare la direzione di marcia. Se la difesa diventa priorità dichiarata e contemporaneamente si costruisce un’infrastruttura finanziaria per far scorrere più capitale privato verso le priorità dell’Unione, il confine tra risparmio e industria bellica rischia di assottigliarsi fino a scomparire.

A quel punto la guerra non è più soltanto una decisione di politica estera, diventa una forma di governo interno. Perché quando una società si abitua all’idea che lo “sforzo” deve essere permanente, tutto il resto viene riscritto: il sacrificio diventa virtù, la compressione dei diritti diventa “necessità”, la critica diventa “irresponsabilità”. E la propaganda migliore è sempre quella che non si presenta come propaganda ma come procedura: non discutere, non dubitare, non guardare il costo sociale, limitati a prendere atto che “non c’è alternativa”.

Il pilastro industriale completa il quadro. In parallelo si rafforza la politica industriale della difesa attraverso strumenti come l’EDIP, presentato come ponte tra misure emergenziali e una capacità produttiva strutturale. A fine novembre 2025 Reuters ha riportato l’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’EDIP, un programma da 1,5 miliardi di euro di sovvenzioni del bilancio UE per il periodo 2025–2027 (circa 1,7 miliardi di dollari), con l’obiettivo di rafforzare procurement e produzione comuni e con criteri legati al contenuto europeo dei componenti. Anche qui: è facile vendere tutto come “autonomia strategica” e “posti di lavoro”, e una parte di verità esiste, perché ogni politica industriale genera filiere, ricerca, occupazione. Ma la domanda che non viene posta con sufficiente durezza è un’altra: quando crei un ecosistema che vive di commesse militari, poi devi alimentarlo. E un’economia che si nutre di deterrenza tende a cercare continuamente nuove ragioni per giustificare la propria crescita.

Il cortocircuito più tossico, però, è quello morale. Negli ultimi anni la finanza “sostenibile” è stata raccontata come l’argine etico del mercato: investire senza distruggere il pianeta, senza calpestare i diritti. Nel 2025 la Commissione ha pubblicato una comunicazione per chiarire che il quadro europeo di finanza sostenibile è “compatibile” con l’investimento nella difesa e che non contiene divieti settoriali generali, rimandando a valutazioni caso per caso e ricordando che solo alcune categorie di armi hanno trattamenti specifici di disclosure. Da un lato, analisi come quella di Bruegel sostengono che non siano le regole di sostenibilità in sé a bloccare i finanziamenti alla difesa, ma più spesso scelte reputazionali e decisioni dei gestori. Dall’altro lato, voci critiche come Finance Watch hanno denunciato il rischio di “warwashing”, cioè la normalizzazione della guerra dentro la retorica ESG. Reuters ha riportato chiaramente questo allarme.

Il punto non è fare i puri o gli ingenui. Il punto è non accettare la manipolazione semantica: chiamare “sostenibile” ciò che è strutturalmente legato alla capacità di distruzione significa spostare il confine del dicibile. E quando sposti il confine del dicibile, sposti anche quello del possibile. Oggi ti dicono che è “compatibile”. Domani ti diranno che è “necessario”. Dopodomani diventerà “normale”. E a quel punto, il cittadino non è più un soggetto politico ma un fornitore di capitale, un ingranaggio finanziario che alimenta priorità decise altrove.

Per un Paese come l’Italia, già stretto tra fragilità sociali e servizi pubblici in sofferenza, questa trasformazione è tutt’altro che astratta. Ogni miliardo reso facile per la difesa tende a contendersi spazio con ciò che dovrebbe garantire la vita quotidiana: ospedali che funzionano, scuola pubblica, territorio, sicurezza sul lavoro, diritto alla casa. Non perché esista un automatismo matematico, ma perché la politica è sempre una scelta di gerarchia. E la gerarchia che si sta imponendo rischia di dire questo: la protezione armata prima, la vita sociale dopo.

Resistere, allora, non significa chiudere gli occhi sul mondo. Significa smontare il meccanismo con cui la “minaccia” viene costruita, ingigantita o confezionata ad hoc per far passare tutto il resto. Il punto non è discutere se esistano tensioni geopolitiche, ma rifiutare l’uso politico della paura come scorciatoia: quando l’allarme diventa permanente, ogni taglio al welfare diventa “inevitabile”, ogni deroga ai vincoli diventa lecita solo se serve alle armi, ogni dissenso diventa sospetto. Resistere significa rimettere la politica sopra la tecnica, e l’etica sopra la paura. Significa pretendere trasparenza: se fondi pubblici e canali del risparmio vengono orientati verso la difesa, devono essere chiari i limiti, le esclusioni, i controlli democratici, le clausole sociali, la tracciabilità. Significa rifiutare l’automatismo morale per cui “sicurezza” diventa la parola passepartout per qualunque trasferimento di risorse verso l’apparato bellico. La sicurezza è anche sanità, salari, coesione, cultura, diritti. Se la società si sbriciola, la difesa diventa una facciata armata davanti a una casa vuota.

Soprattutto, significa rompere l’ipnosi dell’inevitabile. Perché la guerra come “nuovo contratto sociale” non è destino, è scelta. Una scelta che conviene a chi costruisce profitti sulla paura, e che scarica i costi su chi vive di lavoro, pensioni, servizi pubblici, risparmi. Se quel contratto passa, la cittadinanza si trasforma in mobilitazione permanente: meno diritti, più doveri, meno welfare, più “prontezza”. E quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi non è una frase da maglietta: diventa un dovere civile, l’ultimo gesto di umanità prima che l’eccezione diventi sistema.

Fonti

Commissione europea, “Future of European defence” e ReArm Europe plan / Readiness 2030.

Parlamento europeo, briefing su ReArm Europe / Readiness 2030 e strumento SAFE.

Parlamento europeo, briefing su Savings and Investments Union.

Commissione europea, pagina “Savings and investments union”.

Commissione europea, Notice su sustainable finance e difesa.

Bruegel, analisi su finanza sostenibile e difesa.

Reuters, dibattito su “warwashing” e finanza sostenibile applicata alla difesa.

Commissione europea, EDIP.

Reuters, approvazione del programma EDIP (novembre 2025).

Il nemico necessarioDa Parigi a Torino: come il fascismo 2.0 trasforma la politica in “ordine pubblico”

C’è un filo che unisce due scene solo apparentemente lontane. La prima è un convegno internazionale a Parigi dedicato a “neoliberalismi, neofascismi, neopopulismi”, con una traccia dichiaratamente foucaultiana (“Spettri di Foucault”) e l’allarme, lucidissimo, sul ritorno del fascismo come dispositivo moderno di governo. La seconda è Torino, corso Regina Margherita 47, lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il quartiere blindato, le cariche, gli idranti, i lacrimogeni, la narrazione pubblica ridotta a un unico spartito: sicurezza, decoro, legalità.

Se vogliamo capire che cosa sta succedendo, dobbiamo guardare quel filo senza spezzarlo. Perché il punto non è Askatasuna “in sé”, e non è nemmeno la singola misura repressiva “in sé”. Il punto è la tecnica politica che torna, aggiornata: creare il nemico per governare, dividere per comandare, usare paura e disciplinamento come collante di un ordine sociale sempre più ingiusto. È il fascismo senza fez e senza olio di ricino: cravatta blu, talk show, algoritmi, decreti, questure. È un fascismo 2.0, che ha imparato a presentarsi come semplice amministrazione dell’esistente.

La fabbrica del nemico: quando la guerra entra nella politica

Nel ragionamento emerso a Parigi, e rilanciato con forza da chi in quell’ambiente ha ancora la statura dei “grandi vecchi” della teoria critica, il fascismo non è un’icona museale: è un risultato politico possibile quando il liberalismo si corrompe, quando il neoliberismo si fa autoritario, quando il turbocapitalismo (oggi tecnocapitalismo) ha bisogno di una società docile, sorvegliata, mobilitata e divisa.

Qui sta il cuore del meccanismo: per trasformare una comunità in una folla governabile, serve una minaccia continua. Un nemico “alle porte” e, soprattutto, un nemico “interno” da stanare. A quel punto la politica smette di essere confronto e diventa prosecuzione del conflitto con altri mezzi: una guerra a bassa intensità condotta dentro la società, sulle parole, sulle immagini, sulle categorie morali. E più cresce l’insicurezza materiale, più questo teatro funziona: perché la paura cerca scorciatoie, e il potere è sempre felice di offrirgliene una.

Torino, corso Regina 47: un caso che parla a tutto il Paese

Dentro questa cornice, Askatasuna diventa un simbolo comodo. Non perché “tutto sia giusto” o “tutto sia sbagliato” in ciò che ruota attorno a un centro sociale. Ma perché uno spazio così, quando è radicato, quando produce mutualismo, cultura, relazioni, perfino una forma di socialità non mercificata, è l’esatto contrario della cittadinanza passiva che il neoliberismo preferisce. E quindi va ricondotto a problema di ordine pubblico.

I fatti recenti sono noti: il centro sociale Askatasuna è stato sgomberato il 18 dicembre 2025, con un’operazione della Digos; nei giorni successivi si sono svolte manifestazioni e scontri, con l’uso di idranti e lacrimogeni e una città messa in assetto di contenimento.

Il messaggio politico è stato esplicito anche nelle dichiarazioni: il ministro dell’Interno ha rivendicato una linea di “sgomberi” e una regola operativa di intervento rapido sulle nuove occupazioni, presentando l’azione come segnale dello Stato e come parte di una strategia più ampia.

Ma c’è un dettaglio che, se lo guardi bene, illumina la scena: negli stessi mesi in cui si discuteva del destino di Askatasuna, emergeva anche il percorso (difficile e contestato) di riconoscimento/coprogettazione con il Comune come “bene comune”, cioè come spazio da normare e rendere trasparente senza cancellarne la funzione sociale. Ed è qui che la vicenda diventa rivelatrice: quando un territorio tenta una mediazione amministrativa e politica, il potere centrale può scegliere la scorciatoia muscolare, scavalcando la grammatica locale e imponendo la grammatica nazionale dell’emergenza.

Non solo: sul piano giudiziario, nel maxi-processo legato ad Askatasuna, l’impianto più pesante (l’associazione a delinquere) è stato respinto in primo grado, pur restando condanne per singoli reati. Questo non “assolve” un mondo, ma mostra quanto sia delicata la linea che separa la giustizia dai teoremi politici.

La base materiale: salari, precarietà, frustrazione come carburante politico

La fabbrica del nemico non nasce nel vuoto. Ha bisogno di un combustibile sociale. E quel combustibile, in Italia, è la fatica quotidiana: lavoro povero, precarietà, ascensore sociale rotto, rabbia che non trova rappresentanza. Quando le condizioni materiali peggiorano, il potere ha due strade: redistribuire o distrarre. La prima costa. La seconda rende.

Qui i numeri sono impietosi: l’OCSE ha segnalato che l’Italia è tra i Paesi dove la caduta dei salari reali è stata più marcata tra le grandi economie, e che a inizio 2024 i salari reali erano ancora sotto i livelli pre-pandemia.
In parallelo, le statistiche europee sui costi del lavoro mostrano fratture enormi tra Paesi UE, che alimentano competizione al ribasso e insicurezza sociale.

In un contesto così, l’ossessione per il “nemico interno” diventa una scorciatoia narrativa perfetta: sposti l’asse dal conflitto verticale (chi concentra ricchezza e potere, chi lavora e perde terreno) al conflitto orizzontale (noi contro loro), e il gioco è fatto. Il nemico è il migrante, il “fannullone”, l’attivista, lo studente, il centro sociale, il picchetto, il corteo. Intanto, però, le gerarchie sociali si irrigidiscono e gli apparati di controllo si espandono, anche grazie alle tecnologie che colonizzano attenzione e immaginario. È esattamente ciò che, a Parigi, veniva descritto come ritorno del fascismo nella forma della mobilitazione permanente e della sorveglianza normalizzata.

Askatasuna come cartina di tornasole: colpire l’esempio, non solo il luogo

Ecco perché Askatasuna non è solo un indirizzo. È una cartina di tornasole.

Uno spazio fisico di aggregazione autonoma, se funziona davvero, produce tre cose che al potere danno fastidio:
produce legami (quindi fiducia tra persone non “intermediate”);
produce pratiche (mutualismo, cultura, autoformazione);
produce senso comune alternativo (cioè un’altra idea di normalità).

Per dirla in modo semplice: se in un quartiere esiste un luogo dove la gente impara che si può vivere anche senza chiedere il permesso al mercato per ogni respiro, quel luogo è un precedente. E i precedenti, in politica, sono più pericolosi delle parole.

Da qui la logica dell’esibizione muscolare: non basta chiudere una porta, bisogna mostrare che la porta la chiude “lo Stato”, e che chi prova a riaprirla verrà trattato come minaccia. È un teatro pedagogico: serve a educare, non solo a reprimere.

Che fare: cento spazi, mille ponti, una politica che torni a respirare

La risposta più intelligente, paradossalmente, è già dentro il problema: ricostruire luoghi. Luoghi fisici, non solo pagine social. Luoghi dove la politica torna a essere relazione, organizzazione, cura, conflitto ragionato. Perché se il fascismo 2.0 lavora sulla solitudine e sulla paura, l’antidoto è comunità e coraggio.

Non si tratta di santificare ogni esperienza, né di inseguire avanguardie autoreferenziali. Si tratta di una cosa più difficile e più concreta: creare spazi “abitabili” anche da chi oggi non milita, da chi diffida dei partiti, da chi ha smesso di credere alle sigle ma non ha smesso di avere bisogno di senso e dignità. E allora sì, l’idea “facciamone cento, mille” non è retorica: è un programma minimo di difesa democratica.

Perché il vero spartiacque, oggi, è questo: o accettiamo che la politica diventi una questione di polizia, o ricominciamo a fare politica come costruzione di popolo, nel senso più alto e costituzionale del termine. Senza nemici inventati. Con i conflitti reali messi finalmente sul tavolo: lavoro, diritti, disuguaglianze, guerra, riarmo, autoritarismo strisciante.

Fonti essenziali
• Angelo d’Orsi, “La creazione del nemico è un nuovo ‘fascismo 2.0’”, Il Fatto Quotidiano, 23 dicembre 2025.
• Cronache sullo sgombero di Askatasuna e sulle manifestazioni (ANSA; RaiNews; Sky TG24).
• Interventi e interviste del ministro dell’Interno sul tema sgomberi (Ministero dell’Interno).
• Dibattito su coprogettazione/beni comuni e iter amministrativo (Jacobin Italia; il manifesto).
• Esiti e quadro del maxi-processo (il manifesto; La Stampa).
• Dati su salari reali e mercato del lavoro (OCSE; Eurostat).

Programma di ri-educazione globale: perché la mente smette di ribellarsi

Ci sono testi che non chiedono di essere “commentati”. Chiedono di essere ascoltati, come si ascolta un rumore di fondo che a forza di stare lì, ogni giorno, smetti di notare. Il post di Luca Casarini funziona così: non è solo un’opinione su un tema, è un tentativo di nominare un processo. La tesi, detta in modo semplice, è questa: non ci stanno soltanto informando male. Ci stanno allenando a sentire meno, a riconoscere meno, a reagire meno. E quando la mente entra in questa postura, la ribellione non viene sconfitta in campo aperto. Si spegne per esaurimento, come una brace coperta di cenere.

L’intuizione di Casarini parte da una contraddizione che molti conoscono: più cerchi di “ragionare bene”, più ti accorgi che quel ragionare viene risucchiato in un grande vortice. Un calderone dove tutto si mescola, dove le parole diventano carburante per la macchina che vorresti fermare. È la sensazione di parlare dentro una stanza piena di eco: qualunque frase pronunci, torna indietro come rumore, si confonde, perde presa sul reale.

L’arruolamento forzato: la trincea mentale

Il primo meccanismo che Casarini descrive è quello che potremmo chiamare arruolamento forzato. In un contesto di “guerra permanente”, l’informazione e la politica smettono di essere luoghi di comprensione e diventano strumenti di schieramento. Il punto non è capire. Il punto è stare “di qua” o “di là”.

Qui la dinamica è quasi fisiologica. La mente umana, sotto stress, cerca scorciatoie. Riduce la complessità, si aggrappa a un’identità, si affida al gruppo. È un istinto di sopravvivenza, non un difetto morale. Ma quando l’ambiente comunicativo viene costruito per innescare sempre quello stato, allora la società diventa una trincea continua. Anche se non vuoi, finisci dentro la guerra. E, come nota Casarini, la guerra contemporanea non ha un solo obiettivo classico come “vincere”. Ha un obiettivo più subdolo: durare, non cessare mai.

Se il conflitto deve essere permanente, l’industria del discorso diventa una catena di montaggio: ogni evento viene trasformato in occasione per polarizzare, ogni dolore in un test di appartenenza, ogni strage in una contesa semantica. È così che lo sdegno si trasforma in tifo, e il tifo in anestesia.

Allontanare dall’essenziale: quando il reale diventa irriconoscibile

Il secondo meccanismo, ancora più profondo, è l’allontanamento dall’essenziale. Casarini insiste su una cosa che sembra quasi ovvia e invece oggi è rivoluzionaria: alcune realtà non hanno bisogno di infinite sovrastrutture. Hanno bisogno di essere riconosciute. Vita, morte, dolore, gioia, odio, amore. Cose elementari, radici dell’umano.

Eppure, proprio lì interviene la macchina di cattura. Non ti impedisce di vedere l’orrore. Ti abitua a vederlo senza sentirlo. Ti porta a un punto in cui l’orrore diventa un oggetto tra gli altri, un contenuto tra i contenuti, uno scorrimento tra gli scorrimenti. La mente, per difendersi, può fare due cose: o collassa, o si indurisce. Il potere, quando è intelligente, scommette sulla seconda.

È qui che la domanda centrale smette di essere “chi ha ragione?” e diventa “che cosa sta succedendo alla nostra capacità di riconoscere l’altro?”.

Il livello materiale: neuroscienze come lingua del presente, con prudenza

Casarini sceglie di parlare il linguaggio del materiale: cervello, circuiti, ormoni, ricompensa, empatia. È una scelta comprensibile: in un’epoca che idolatra la tecnica, dire “non è filosofia, è materia” è un modo per non farsi liquidare come moralismo.

Un esempio che usa riguarda la delega cognitiva. Richiama esperimenti e discussioni sull’orientamento: quando deleghi sistematicamente a un apparato tecnico funzioni che prima allenavi, cambi abitudini mentali. La letteratura sul rapporto tra navigazione spaziale e ippocampo è reale e famosa, inclusi studi sui tassisti londinesi che mostrano differenze strutturali associate a lunga esperienza di navigazione. Il punto politico, però, non è fare anatomia del cervello. È l’immagine: una società che delega sempre, alla fine disimpara. E chi disimpara, dipende.

Ancora più delicato e interessante è il passaggio sulla Schadenfreude, la “gioia per il danno altrui”. Casarini la usa come sintomo e come bersaglio di una rieducazione emotiva: se ti abitui a godere del dolore dell’altro, l’empatia si spegne e la crudeltà diventa normale. Dal punto di vista scientifico, ci sono lavori che collegano la Schadenfreude e i meccanismi di ricompensa, con attivazioni nello striato ventrale in contesti di confronto sociale, soprattutto quando la sventura colpisce persone percepite come rivali o “invidiate”. Anche qui, la lezione politica è chiara: se l’ambiente sociale premia il disprezzo e punisce la pietà, non serve più censurare la coscienza. La si riplasma per rinforzo.

C’è poi un tratto del post che scivola verso affermazioni più controverse, quando parla del cuore come “secondo cervello” e di campi elettromagnetici con effetti interpersonali misurabili. Sono temi molto presenti in divulgazioni specifiche, ma come base “dura” rischiano di essere un punto debole argomentativo se trasformati in certezza universale. In un articolo pubblico conviene trattarli, se li si cita, come metafora potente o come suggestione, non come prova definitiva. Il corpo conta, eccome. Ma proprio perché l’impianto di Casarini è forte, non ha bisogno di appoggiarsi a ciò che può essere contestato facilmente.

Sentire e pensare: la tensione vera, e come trasformarla in forza

Il cuore filosofico del post è una scelta: coltivare il sentire più che il pensare. Casarini arriva perfino a dire che il pensiero, in fondo, “non ci appartiene”, perché siamo dentro flussi di idee che precedono noi.

È una provocazione utile, ma va governata. Perché il rischio è evidente: se il discorso è sempre cattura, allora ogni analisi diventa sospetta e l’unica via resta la testimonianza morale. Bellissima, necessaria, ma politicamente fragile.

E qui è interessante ciò che emerge nei commenti: qualcuno obietta che le neuroscienze possono descrivere conseguenze, ma per capire le cause servono strumenti storici, economici, sociali. È una critica che merita rispetto. Non per mettere Casarini “contro” Marx o “contro” il materialismo, ma per fare una sintesi più robusta: il sentire è la bussola che impedisce la disumanizzazione, il pensare è la mappa per colpire le cause e non restare bloccati sulle sole conseguenze. Se tieni insieme bussola e mappa, allora la resistenza non diventa un gesto solitario. Diventa un progetto.

Un dettaglio che rende attuale la tesi: il lessico ufficiale del potere

Uno degli elementi più forti del post è che non resta nel vago. Casarini richiama un documento strategico statunitense recente, presentandolo come parte di un’operazione culturale, non solo geopolitica. E qui il contesto conta: la Casa Bianca ha pubblicato a inizio dicembre 2025 una nuova National Security Strategy che contiene formulazioni durissime sull’Europa, parlando di rischio di “civilisational erasure”, criticando politiche migratorie e dinamiche europee, e invitando a un cambio di traiettoria.

Che cosa c’entra con la psiche? C’entra eccome. Perché quando parole così entrano nei documenti ufficiali e nel circuito mediatico, diventano cornici. E le cornici non sono neutre: addestrano lo sguardo, decidono chi è “minaccia”, chi è “noi”, chi è “altro”. Su questa scia si è aperto un dibattito in Europa, con reazioni politiche e analisi che hanno sottolineato l’uso di un immaginario compatibile con retoriche identitarie e far right.

L’essenziale incarnato: il gesto umano contro la macchina

Casarini non resta nel concetto. Porta tutto su una domanda semplice e spietata: come mi sento davanti alle stragi, ai bambini morti, ai profughi, ai massacri dimenticati. E chiude con un criterio che taglia via la nebbia: una strage è una strage, uccidere un bambino è uccidere un bambino.

È una frase che oggi fa paura, perché spegne il gioco delle giustificazioni infinite. E, nello stesso tempo, indica una via: restare all’essenziale non significa essere ingenui. Significa rifiutare che l’orrore venga trasformato in una disputa tra tifoserie.

In questo senso, la pratica del soccorso in mare che Casarini racconta non è solo attivismo. È un laboratorio antropologico. Un esercizio quotidiano di riconoscimento: chiamare “fratello” e “sorella” chi il sistema ti chiede di percepire come invasore, rifiuto, scarto. E la formula “noi li soccorriamo, loro ci salvano” dice proprio questo: ci salvano dalla nostra metamorfosi in spettatori freddi.

Lo stesso vale per il riferimento a gesti concreti di coraggio civile. In questi giorni, ad esempio, l’Australia è stata scossa da un attacco armato a Bondi Beach, e la figura di Ahmed al-Ahmed è diventata simbolo perché ha disarmato uno degli aggressori rischiando la vita. È il punto che Casarini cerca: l’umano non è un’idea. È un gesto, un corpo che si muove, una decisione che rompe la passività.

Resistere al programma: tre mosse sobrie, non eroiche

Se trasformiamo l’impianto del post in una piccola pratica quotidiana, senza retorica, restano tre mosse.

La prima è igiene dell’attenzione. Non significa ignorare. Significa ridurre l’esposizione a quelle forme di comunicazione costruite per portarti in trincea, per renderti dipendente dall’indignazione, per tenerti nel binario.

La seconda è allenamento del sentire. Non “commuoversi” a comando, ma recuperare la capacità di riconoscere il dolore come reale, non come contenuto. Riconoscere vuol dire non contrattare con l’evidenza.

La terza è pratica di riconnessione. Fare qualcosa che ricuce il noi, anche piccolo, ma ripetuto. Un gesto che interrompe l’atrofia. Perché l’atrofia non si combatte con un post, si combatte con esercizio.

Conclusione

L’idea più inquietante di Casarini è anche la più utile: il dominio più efficace non ti ordina di diventare crudele. Ti convince che la crudeltà è normale, inevitabile, razionale. E quando ci arrivi, non c’è più bisogno di reprimerti. Ti governi da solo, con una mente stanca e un cuore disabituato.

Restare all’essenziale, allora, non è un rifugio spirituale. È una scelta politica radicale. Significa rompere l’incantesimo prima che diventi carattere, abitudine, destino.

Fonti principali
Luca Casarini, post su Facebook del 17/12/2025: https://www.facebook.com/share/p/1BjDejw6kH/?mibextid=wwXIfr
National Security Strategy della Casa Bianca (dicembre 2025).
Copertura e reazioni europee al documento, Reuters e Guardian.
Studi su navigazione e ippocampo nei tassisti londinesi (PNAS, PubMed).
Neuroscienze di invidia e Schadenfreude (Takahashi 2009, sintesi ScienceDirect).
Cronaca su Bondi Beach e figura di Ahmed al-Ahmed (Reuters, Al Jazeera, Guardian).

Bombe, libri e verità scomode: perché l’Italia continua a voltarsi dall’altra parte

Parto da qui: Antonio Ingroia. Il suo nome è il filo rosso che tiene insieme due libri e due notizie speculari sullo stato della nostra democrazia informativa.

Primo: Io so (Chiarelettere), scritto da Ingroia con Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Per quel libro Fininvest — l’impero privato di famiglia nel campo della televisione, dell’editoria e dei media — ha fatto causa: i telegiornali aprivano, le prime pagine urlavano. Oggi la Corte di Cassazione ha chiuso la partita: “è diritto di critica”, ricorso rigettato e spese a carico di chi aveva citato. Eppure la notizia scivola in fondo ai siti. Questo è il manuale di istruzioni del potere mediatico: il clamore quando si minaccia, il sussurro quando la realtà rimette i fatti in riga. Lo ha ricordato pubblicamente anche la FNSI, riportata da diverse testate.

Secondo: Traditi (Piemme), Ingroia con Massimo Giletti. Qui non c’è nostalgia giudiziaria: c’è l’ostinazione di rimettere al centro gli atti, a partire dalla vecchia, decisiva sentenza palermitana sul covo di Riina e dalla lunga trafila del processo “trattativa”. Per aver ricordato quelle pagine, il “capitano Ultimo” ha preannunciato una citazione per danni. Il messaggio è chiaro: quando tocchi nervi scoperti, la reazione è sempre la stessa — prima il tribunale mediatico, poi (forse) quello vero.

Io so: cosa ha detto davvero la Cassazione

La Suprema Corte ha confermato l’ovvio, che ovvio non è più: se una critica si appoggia su un nucleo fattuale vero e rilevante, è legittima. Nel caso di Io so, quel nucleo è la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e l’ampia documentazione sul sistema di relazioni tra business e Cosa Nostra prima del ’94. Non stiamo parlando di slogan: stiamo parlando di diritto e di sentenze.

Dell’Utri: i fatti essenziali, senza nebbia

Nel 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a sette anni per concorso esterno. Nel cuore delle motivazioni c’è l’idea-chiave: un “accordo mafia–imprenditore” che, nel tempo, ha garantito protezione in cambio di utilità. Dell’Utri è la cerniera tra i capi mafiosi e il mondo economico legato a Silvio Berlusconi. Questo prima che Berlusconi scendesse in politica. È la fotografia giudiziaria di una contiguità stabile, non un incidente di percorso.

Dentro quel quadro c’è Vittorio Mangano, uomo d’onore di Porta Nuova “trasferito” ad Arcore negli anni Settanta. Paolo Borsellino lo indicò come “testa di ponte” dei rapporti al Nord; anni dopo Silvio Berlusconi lo chiamò in pubblico “un eroe” perché non “cedette al ricatto dei giudici”. A rafforzare il quadro c’è l’intervista di Borsellino alla televisione francese (Canal+, 21 maggio 1992), registrata due mesi prima della strage di via D’Amelio e mandata in onda postuma: lì il magistrato ricostruisce il ruolo di Mangano come cerniera tra l’imprenditoria milanese e Cosa Nostra. È tutto documentato, e non è una parentesi di costume: è il rovesciamento morale che ci ha educati a scambiare l’omertà per virtù.

Traditi: cosa c’è negli atti (e perché brucia ancora)

Nel 2006 il Tribunale di Palermo assolse Mori, De Donno e De Caprio sul “covo di Riina” ma scrisse che la cessazione della vigilanza, senza avvisare la Procura, era condotta “certamente idonea all’insorgere di una responsabilità disciplinare”, sebbene “equivoca” ai fini di una condanna penale. In Traditi quella pagina viene ricordata, insieme alla lettura, poi ripresa in primo grado nel processo “trattativa”, della mancata perquisizione come “segnale” per tenere aperto un canale con la componente “moderata” di Cosa Nostra.

Il processo “trattativa Stato–mafia” si è chiuso nel 2023 con assoluzioni per gli imputati istituzionali: il reato non regge “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ma nelle motivazioni di primo e secondo grado resta il mosaico di contatti e di sconcertanti omissioni. La Cassazione ha spento il reato, non ha cancellato la storia. E questa storia, con i suoi lampi e le sue ombre, va raccontata per intero.

Le bombe che ci hanno cambiati: i nomi, uno per uno

Non c’è pagina sui rapporti tra Stato, mafia e poteri che possa prescindere dai caduti.

23 maggio 1992, Capaci: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Ventitré feriti. È la strage che squarcia il Paese.

19 luglio 1992, via D’Amelio: Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia caduta in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico superstite è Antonino Vullo.

3 settembre 1982: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, Domenico Russo.

29 luglio 1983: Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere Stefano Li Sacchi.

30 aprile 1982: Pio La Torre e Rosario Di Salvo. La Torre, autore e simbolo della legge Rognoni–La Torre (art. 416-bis e confisca dei beni), ucciso per aver alzato il livello della sfida istituzionale alla mafia.

6 gennaio 1980: Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, assassinato sotto casa mentre provava a “rimettere le carte in regola” nella pubblica amministrazione.

Poi il 1993: Firenze, via dei Georgofili (Angela e Fabrizio Nencioni, le figlie Nadia e Caterina, lo studente Dario Capolicchio), Milano, via Palestro (cinque vittime, tra cui tre vigili del fuoco e un agente della Polizia locale), Roma, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (decine di feriti). È il terrorismo mafioso che devasta persone, città e patrimonio.

14 maggio 1993, Roma, via Fauro: l’autobomba contro Maurizio Costanzo, che si salva insieme a Maria De Filippi; ventiquattro feriti e danni ingenti. È uno dei bersagli simbolici dell’offensiva, colpire un volto tv che aveva dato spazio pubblico all’antimafia.

23 gennaio 1994, Stadio Olimpico: l’autobomba pronta per falciare i carabinieri non esplode per un malfunzionamento. La strage che non fu, e che avrebbe potuto cambiare tutto.

Perché la notizia “scompare” quando vince la verità

Torniamo al punto di partenza: Ingroia e Io so. Quando la querela parte da un grande gruppo, i titoli aprono; quando la Cassazione ristabilisce che quella critica è lecita perché fondata su atti e sentenze, la notizia si spegne. Non è una distrazione: è la fisiologia di un sistema informativo concentrato, dove chi controlla i megafoni decide anche la gerarchia delle correzioni. La FNSI lo ha ricordato con nettezza; diverse testate lo hanno riportato, ma in sordina rispetto al fragore dell’atto iniziale.

Questa asimmetria uccide la memoria. Perché nel frattempo, mentre discutiamo di “toni”, restano gli atti: la Cassazione 2014 su Dell’Utri; le motivazioni 2006 sul covo di Riina; le sentenze 2018/2021 e la Cassazione 2023 sulla trattativa. E restano i nomi dei caduti, che andrebbero ripetuti più spesso dei nomi degli imputati.

Cosa c’è da capire, adesso

1. La verità giudiziaria non è un’opinione. Io so non “offendeva”: esercitava un diritto fondato su fatti. Lo dice la Cassazione, non un blog.

2. La storia della trattativa esiste, anche quando il reato non regge. Le assoluzioni non cancellano i contatti e le omissioni che le corti di merito hanno descritto. La Cassazione ha spento il profilo penale; la responsabilità politica e morale resta a verbale.

3. Il rovesciamento etico è un fatto, non una sensazione. Dire “Mangano eroe” in pubblico ha normalizzato l’omertà. Quel rovesciamento continua a produrre smemoratezza collettiva.

Che cosa dobbiamo pretendere, da cittadini

– Parità di spazio: se apri i telegiornali quando parte una querela, apri quando cade in Cassazione. Altrimenti non è informazione: è propaganda.

– Rispetto per i libri scomodi: Io so e Traditi non sono invettive, sono opere di interesse pubblico che rimettono gli atti al centro. Minacciarle di continuo con azioni civili è manganello simbolico.

– Memoria con nome e cognome: i magistrati e le scorte; le vittime civili e i soccorritori; e, accanto a loro, le figure istituzionali come Pio La Torre e Piersanti Mattarella, caduti perché hanno osato sfidare la mafia sul terreno delle leggi e del governo della cosa pubblica. Senza questa lingua franca, ogni discussione sullo Stato di diritto è chiacchiera.

Non abbiamo bisogno di eroi di cartone: abbiamo bisogno di nomi, date, responsabilità. Ingroia — con Lo Bianco e Rizza in Io so, e con Giletti in Traditi — ha riportato sul tavolo ciò che gli atti dicono. La Cassazione, adesso, ha rimesso a posto anche il diritto di dirlo. Sta a noi fare il resto: leggere, ricordare, pretendere che le verità scomode abbiano lo stesso volume delle menzogne comode. Solo così le bombe di ieri smetteranno di esplodere, in silenzio, anche oggi.

Fonti essenziali

– FNSI, “È diritto di critica: la Cassazione dà ragione ai giornalisti Lo Bianco e Rizza (caso Io so)”.

– Il Fatto Quotidiano, “Fininvest sconfitta, Cassazione dà ragione ai cronisti” (sintesi).

– Corte di Cassazione, condanna Dell’Utri (notizia e testo, n. 28225/2014).

– Tribunale di Palermo, sentenza “covo di Riina”, 20 febbraio 2006 (estratti).

– Trattativa Stato–mafia: motivazioni 2018 e conferma Cassazione 2023 (assoluzioni imputati istituzionali).

– Borsellino, intervista Canal+ del 21 maggio 1992 (RaiNews e Archivio Antimafia).

– Stragi 1993: via dei Georgofili e via Palestro (portali istituzionali MiC e Regione Toscana).

– Fallito attentato a Maurizio Costanzo, via Fauro (DIA; RaiNews; Sky TG24; dossier sentenze Firenze).

– Fallito attentato Stadio Olimpico (schede e rassegne).

Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal

Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.

La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout

Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.

Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.

In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”. I nomi che emergono sono pesanti, con un baricentro evidente nel mondo oil and gas e nella chimica globale: ExxonMobil, Chevron, Dow Chemical, Koch Industries, TotalEnergies. L’obiettivo non appare come un aggiustamento tecnico o un compromesso fisiologico. Il centro della manovra sembra essere lo svuotamento politico della direttiva, fino a renderla innocua.

La tecnica del “divide et impera” parlamentare

Il cuore della strategia non è soltanto la pressione economica. È l’ingegneria politica della maggioranza. Dai documenti e dalle ricostruzioni disponibili emerge una metodologia quasi da manuale:

costruire un fronte pro-business trasversale spingere il relatore verso un’alleanza stabile con i gruppi di destra usare ECR come ponte verso l’estrema destra più dura dividere Renew e S&D sfruttando le delegazioni nazionali

Questa architettura si innesta nella fase in cui la Commissione ha aperto lo spazio istituzionale per la retromarcia, proponendo il pacchetto di semplificazione “Omnibus I” il 26 febbraio 2025, ufficialmente per ridurre gli oneri amministrativi e riequilibrare competitività e sostenibilità.

Il Consiglio ha poi assunto una posizione negoziale di semplificazione il 23 giugno 2025, trattando il dossier come priorità economica. E il Parlamento è arrivato al nodo politico dell’autunno con il voto in plenaria del 13 novembre 2025 e il ruolo centrale del relatore Jörgen Warborn.

Il quadro complessivo suggerisce una tendenza più ampia: la deregolazione presentata come modernizzazione, e la sostenibilità ridotta a cornice narrativa, non più a vincolo reale.

L’Italia come perno di una minoranza di blocco

Dentro questa geometria di potere, l’Italia emerge come possibile perno di una minoranza di blocco utile a colpire la responsabilità civile armonizzata e a indebolire gli obblighi più scomodi della direttiva.

È una dinamica coerente con la nuova grammatica del potere europeo. Quando una norma rischia di toccare margini industriali e finanziari, la battaglia non si combatte solo nei corridoi di Bruxelles. Si combatte nelle capitali, nei grandi forum globali, in quegli incontri laterali dove l’agenda reale spesso non coincide con quella ufficiale.

Il braccio americano e l’ombra del negoziato commerciale

Il dato più istruttivo è forse quello transatlantico. L’offensiva ha cercato di trasformare la CSDDD in una “barriera non tariffaria”, portandola dentro il lessico delle trattative commerciali USA-UE e sollecitando un aumento di pressione da Washington.

Nel frattempo, anche attori energetici non europei hanno alzato la posta. Un segnale forte è arrivato dal Qatar, che nei primi giorni di dicembre 2025 ha ribadito le sue critiche alla direttiva e si è detto fiducioso che l’Unione arrivi a un compromesso entro fine mese, contestando in particolare il livello delle sanzioni potenziali.

Questa pressione esterna rende la partita ancora più politica. Non si discute solo di filiere etiche. Si discute di equilibri energetici, di dipendenze strategiche, e di quale tipo di globalizzazione l’Europa voglia accettare o subire.

La contraddizione che divora il Green Deal

Il punto non è negare che alcune imprese fatichino a implementare diligence complesse. Il punto è un altro: quando la “semplificazione” diventa un cavallo di Troia per eliminare i piani di transizione climatica, ridurre la responsabilità lungo le filiere extra-UE e depotenziare la leva della responsabilità civile, non siamo più nel campo della manutenzione normativa. Siamo nel campo della restaurazione industriale.

Il patto tra una parte della destra europea e gli interessi fossili assume così una forma concreta: usare maggioranze alternative come grimaldello permanente per ridisegnare il Green Deal da progetto trasformativo a etichetta compatibile con qualunque status quo.

Non a caso, nell’autunno 2025 alcuni grandi gruppi industriali hanno spinto apertamente per l’abolizione della direttiva, segnalando che l’obiettivo massimo non è l’attenuazione ma la cancellazione.

Che cosa ci dice davvero questa storia

Questa vicenda è un promemoria duro e utile:

Le norme ambientali più efficaci sono quelle che toccano profitti e responsabilità legale. Le lobby non cercano solo di convincere: cercano di ricostruire maggioranze. La parola “competitività” può essere un concetto economico legittimo o un’arma retorica totale. Dipende da chi la impugna e per cosa. Il Green Deal è ormai un campo di battaglia sulla democrazia economica europea.

In altre parole, la partita sulla CSDDD non è un capitolo tecnico tra tanti. È un test di sovranità politica. Se l’Europa accetta che la sostenibilità venga riscritta da una coalizione di interessi fossili e da un nuovo asse parlamentare di destra, allora il Green Deal non viene “corretto”. Viene addomesticato.

E un Green Deal addomesticato è come un ombrello bucato in pieno temporale: ti fa credere di essere protetto proprio mentre ti stai bagnando fino alle ossa.

Fonti

Somo, documenti e ricostruzioni sul ruolo di Teneo e dell’alleanza industriale contro la direttiva sul dovere di vigilanza. Mediapart, inchiesta sulla strategia di lobbying delle multinazionali fossili e chimiche in Europa. Commissione europea, documentazione ufficiale sulla CSDDD e sul pacchetto di semplificazione “Omnibus I” (26 febbraio 2025). Consiglio dell’Unione europea, posizione negoziale sulla semplificazione della normativa (23 giugno 2025). Parlamento europeo, iter e passaggi di voto relativi alla revisione della direttiva (voto del 13 novembre 2025). Politico e altre testate europee, ricostruzioni sul clima politico e sulle nuove maggioranze alternative attorno ai dossier del Green Deal. Dichiarazioni e prese di posizione di attori energetici extra-UE sul dossier CSDDD, inclusi i rilievi del Qatar (dicembre 2025).

La tempesta non passa da sola: come le nuove destre svuotano la democrazia dall’interno

La frase scelta da Frank-Walter Steinmeier per il discorso del 9 novembre è una diagnosi e, insieme, un avvertimento: non basta aspettare che la tempesta passi, perché la tempesta è proprio il modo in cui la democrazia viene erosa, un granello alla volta.
Il testo di Massimo Giannini, pubblicato su La Repubblica, fotografa con lucidità questo passaggio d’epoca: non si tratta di qualche eccesso folkloristico della destra al governo, ma di un progetto sistematico di riscrittura dei rapporti di forza tra poteri, istituzioni e società. La forma è quella del “patriottismo” identitario e del decisionismo muscolare. La sostanza è la riduzione progressiva degli spazi di controllo, di critica e di conflitto democratico.

Dai “predatori” alla “tempesta”: il passaggio di fase dell’Occidente

Giannini richiama i “predatori” descritti da Giuliano Da Empoli: leader politici ibridati con i titani del digitale, capaci di trasformare il caos in strumento di governo. Non sono solo uomini forti in senso tradizionale; sono nodi di una rete di potere che passa per piattaforme, algoritmi, disinformazione, controllo dei flussi comunicativi e finanziari.

È questo il tratto comune alle destre che avanzano in Europa e nel mondo: un “patriottismo” che misura la grandezza della nazione sulla paura che riesce a suscitare, all’interno e all’esterno. Una sovranità usata come clava contro chiunque ponga limiti: le Corti, le istituzioni sovranazionali, i media indipendenti, i corpi intermedi, i movimenti sociali.

Il discorso di Steinmeier non è un esercizio retorico ma il segnale che anche una democrazia storicamente solida come quella tedesca percepisce il rischio di un salto di qualità nell’offensiva autoritaria. Il presidente parla di una democrazia “mai così sotto attacco” e avverte che non si può “aspettare che la tempesta passi”, ma occorre reagire, perché gli assalti iniziano quasi sempre dalla delegittimazione dei giudici e delle istituzioni di garanzia.

La Rete come falsa agorà: dove il caos diventa metodo di governo

Giannini individua un secondo elemento strutturale: la centralità della Rete come “falsa agorà”. Umberto Eco lo aveva anticipato: il digitale ha messo sullo stesso piano lo scienziato e il complottista, il Nobel e lo “scemo del villaggio”. Ma oggi questo livellamento non è più solo un effetto collaterale del web: è diventato strumento consapevole di potere.

La costruzione del consenso passa da community coltivate nell’analfabetismo funzionale, in cui il linguaggio politico si riduce a slogan emotivi, meme identitari, teorie del complotto e campagne d’odio. È qui che le “verità alternative” vengono testate, raffinate e poi rilanciate nello spazio pubblico tradizionale. L’obiettivo è duplice: demolire la fiducia nella verità fattuale e screditare preventivamente ogni mediazione istituzionale, giudiziaria o scientifica.

Non si tratta di una deriva generica del capitalismo digitale, ma di una combinazione precisa tra piattaforme private e progetto politico: in tutta l’UE, studiosi e rapporti ufficiali mostrano come l’avanzata delle destre radicali sia strettamente intrecciata con la diffusione di disinformazione mirata e campagne coordinate contro il “globalismo”, i diritti umani e lo stato di diritto.

Dall’America all’Europa: perché l’attacco parte sempre dai giudici

Giannini ricorda che “America docet”: Trump pretende immunità dalla Corte Suprema, accusa le Corti di “persecuzione politica”, ignora o delegittima le giurisdizioni internazionali, mentre alimenta un clima di ostilità verso giornalisti, media e funzionari pubblici. È lo stesso copione usato da altri leader populisti e autoritari, dall’Argentina alla Turchia, dall’India a Israele: trasformare ogni controllo legale in “lawfare”, guerra giudiziaria, e ogni indagine in complotto.

La letteratura giuridica più recente ha messo a fuoco proprio questo punto: nelle fasi di arretramento democratico, la magistratura diventa bersaglio privilegiato perché rappresenta l’ostacolo più solido all’onnipotenza dell’esecutivo. Gli attacchi partono con campagne mediatiche contro le “toghe politicizzate”, proseguono con riforme strutturali che riducono l’indipendenza dei giudici, e si consolidano con la colonizzazione degli organi di autogoverno, delle Corti costituzionali e degli strumenti disciplinari.

Polonia e Ungheria sono stati i laboratori di questa strategia in Europa: riforme della giustizia, controllo politico delle nomine, sanzioni disciplinari per i magistrati critici, limitazione della libertà di stampa e delle ONG. Studi recenti indicano questi paesi come casi emblematici di “backsliding”, regressione dello stato di diritto, con effetti contagiosi sul resto dell’UE.

Il caso italiano: una “spallata” che arriva in silenzio

Dentro questo quadro si colloca il caso italiano, al centro dell’analisi di Giannini. L’elenco è noto, ma raramente viene tenuto insieme come un disegno coerente.

Da un lato, l’uso sistematico dell’aggressione politica contro i contropoteri interni: tribunali che “intralciano” operazioni come il piano Albania sui migranti, Corte dei conti che “blocca” le grandi opere, procure accusate di invadere il campo della politica. L’obiettivo è spostare il baricentro del conflitto: non più tra governo e opposizioni, ma tra governo “legittimato dal popolo” e tecnocrazie “che ostacolano la volontà popolare”.

Dall’altro, il lavoro paziente di colonizzazione e pressione sui media pubblici e privati. Organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di stampa hanno documentato negli ultimi anni un forte aumento dell’ingerenza del governo sulla Rai: nomine pilotate, dimissioni forzate di dirigenti sgraditi, riduzione del canone sostituita da trasferimenti discrezionali del governo, scioperi dei giornalisti che denunciano il rischio di trasformare il servizio pubblico in megafono della maggioranza.

Su questo sfondo, la riforma costituzionale della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri segna uno spartiacque. Con il voto definitivo del Senato del 30 ottobre 2025, il disegno di legge è stato approvato senza maggioranza qualificata, aprendo la strada a un referendum confermativo. La premier parla di “traguardo storico”, mentre l’Associazione nazionale magistrati denuncia il rischio di subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo e di indebolire la capacità della giustizia penale di indagare sui reati dei ceti dirigenti.

Giannini sottolinea un dato rivelatore: per una riforma che altera in modo strutturale il rapporto tra poteri dello Stato sono bastate meno di cento ore di dibattito parlamentare, a fronte dei tempi medi molto più lunghi per una legge ordinaria. Il Parlamento ridotto a “votificio” non è solo un problema di stile istituzionale: è la prova che la maggioranza interpreta la propria forza numerica come delega in bianco a rifare l’architettura costituzionale.

Non sorprende che un recente rapporto della Civil Liberties Union for Europe abbia inserito l’Italia tra i cinque paesi “dismantlers”, cioè tra coloro che stanno contribuendo alla “recessione democratica” nel continente, al pari di governi già ampiamente discussi come quello ungherese. Nel mirino ci sono l’ingerenza politica sulla magistratura, l’indebolimento delle misure anticorruzione, le restrizioni alle proteste e le pressioni sulla stampa.

Le Corti internazionali come nemico: dalla CEDU alla Corte penale

Giannini richiama anche gli attacchi rivolti alle Corti internazionali e alle istituzioni sovranazionali. Non è un dettaglio. Quando le destre mettono nel mirino l’Onu, la Corte penale internazionale, la Corte europea dei diritti umani, non stanno solo giocando una partita ideologica: stanno cercando di liberarsi degli ultimi vincoli esterni che impediscono ai governi di fare “come vogliono” su migrazioni, guerra, sicurezza, repressione del dissenso.

Emblematico, in questo senso, il documento firmato lo scorso maggio da nove paesi europei, guidati proprio dall’Italia, per chiedere una revisione del modo in cui la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea dei diritti umani in materia di immigrazione. Il messaggio è chiaro: i giudici internazionali “invadono” il campo politico e vanno ricondotti all’ordine, soprattutto quando ostacolano espulsioni, respingimenti e politiche securitarie.

Lo stesso schema si ripete quando la Corte penale internazionale viene accusata di “politicizzazione” per le sue indagini sui crimini di guerra, o quando le istituzioni europee vengono dipinte come “burocrazie nemiche” perché pretendono il rispetto dello stato di diritto in cambio di fondi. La sovranità viene brandita come scudo per sottrarre le classi dirigenti a ogni responsabilità, interna e internazionale.

Forma e sostanza di una deriva: il folklore non è più folklore

Giannini distingue giustamente tra episodi “minori” e attacco sistemico. Ma i primi non possono più essere archiviati come folklore. Quando un presidente del Senato cita Almirante come modello, minimizzando la storia di un capo dei picchiatori neri, non sta compiendo una semplice gaffe: sta contribuendo a riscrivere la memoria pubblica, normalizzando tradizioni politiche che la Costituzione era nata per superare.

Quando un generale candidato alle europee parla della marcia su Roma come “manifestazione di piazza” e delle leggi razziali come norme “regolarmente approvate dal Parlamento”, non sta solo deformando la storia: sta legittimando l’idea che la forma legale basti a rendere giusto qualsiasi contenuto, anche il più discriminatorio. È esattamente il contrario del costituzionalismo democratico, che nasce per porre limiti sostanziali al potere della maggioranza.

In questo quadro, lo stigma rovesciato contro chi denuncia il rischio eversivo delle destre – intellettuali, giuristi, storici, scrittori – è un ulteriore pezzo del mosaico. Il trattamento riservato a figure come Antonio Scurati o Luciano Canfora, accusati di “odio ideologico” solo per aver richiamato la continuità tra fascismo storico e neofascismo contemporaneo, conferma che il problema non è solo ciò che si fa, ma anche ciò che non deve più essere nominato.

Non è una tempesta passeggera: o la democrazia si difende, o arretra

L’intuizione finale di Giannini si innesta perfettamente sull’appello di Steinmeier. La regressione democratica non è un evento spettacolare, ma un processo graduale. Non arriva con un colpo di Stato, ma con una serie di “aggiustamenti” presentati come tecnici, modernizzatori, semplificatori: riformare la giustizia, snellire il Parlamento, mettere ordine nei media, disciplinare le Corti, “riequilibrare” i rapporti con l’Europa, “difendere” i confini.

La tempesta, dunque, non va “lasciata passare”. Perché quando il cielo tornerà sereno, il paesaggio istituzionale sarà irriconoscibile: meno contropoteri, meno spazi di conflitto sociale, meno diritti sostanziali, più governabilità per chi già governa.

Chiamare le cose con il loro nome, come invita a fare Giannini, significa riconoscere che la democrazia non è solo procedura elettorale, ma equilibrio dinamico tra poteri, diritti, conflitto e pluralismo. E che questo equilibrio oggi è sotto assedio, in Italia come in molti altri paesi europei e occidentali.

Chi finge di non vederlo, chi archivia ogni allarme come “esagerazione antifascista”, non è neutrale: è parte del problema. Perché, come ricordano sia Giannini sia Steinmeier, le democrazie non muoiono tutte in un colpo; muoiono quando troppi, per stanchezza o convenienza, si convincono che la tempesta, dopotutto, passerà da sola.

Note
1. Massimo Giannini, Tutti i rischi per la democrazia, in «la Repubblica», 15 novembre 2025.
2. Frank-Walter Steinmeier, Die Selbstbehauptung der Demokratie – das ist unser Auftrag (discorso per il 9 novembre, Schloss Bellevue, Berlino), 9 novembre 2025, testo disponibile sul sito della Presidenza federale tedesca.
3. Per una sintesi in lingua inglese del discorso di Steinmeier: Steinmeier warns on November 9: “Democracy needs defenders”, SBS German, 9 novembre 2025; e Nie in der Geschichte unseres wiedervereinten Landes waren Demokratie und Freiheit so angegriffen, in «Die Zeit», 9 novembre 2025.