Trump e l’Ucraina: La riscrittura della storia e la realtà degli interessi americani

Le dichiarazioni di Donald Trump sul conflitto in Ucraina rappresentano un’operazione narrativa che ha poco a che vedere con la realtà storica e molto con la strategia politica degli Stati Uniti. Il presidente, ora al suo secondo mandato, sta ridisegnando la percezione pubblica della guerra, facendo apparire gli USA come vittime di un’ingenua generosità e Zelensky come il responsabile di uno spreco insensato di risorse.

La realtà dietro la guerra: gli interessi americani

Trump sostiene che “un comico di modesto successo” abbia convinto gli Stati Uniti a spendere 350 miliardi di dollari per una guerra “che non poteva essere vinta”. Questa affermazione non solo banalizza il ruolo di Zelensky, ma omette completamente il contesto storico e politico che ha portato al conflitto.

L’influenza americana in Ucraina non inizia certo con Zelensky, ma ha radici ben più profonde. L’intervento di Victoria Nuland nel 2014 e il ruolo attivo degli Stati Uniti nel cambio di regime in Ucraina sono documentati. L’amministrazione americana ha investito risorse non per generosità, ma per consolidare il proprio dominio strategico in un’area di interesse geopolitico fondamentale.

Inoltre, Trump omette un dettaglio chiave: non sono forse gli Stati Uniti ad aver venduto armi all’Ucraina, armi pagate dai contribuenti americani ed europei? L’industria bellica americana è tra le principali beneficiarie di questo conflitto, con profitti stellari per aziende come Lockheed Martin e Raytheon.

E che dire del gas naturale liquefatto? Gli USA hanno imposto all’Europa di interrompere le forniture russe, sostituendole con il proprio gas a prezzi cinque volte superiori, rendendo l’industria europea meno competitiva rispetto a quella americana, di fatto mandando l’Europa in recessione economica,. E il sabotaggio del gasdotto Nord Stream? Anche qui, gli indizi puntano verso un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti per garantire la dipendenza energetica europea da Washington.

Il vero prezzo della pace: le terre rare ucraine

Trump afferma che Zelensky ha fatto un “pessimo lavoro” e che metà dei fondi americani “sono mancanti”. La narrativa dello spreco e della corruzione serve solo a costruire un alibi perfetto per gli Stati Uniti: scaricare il fallimento dell’operazione su un leader ormai non più utile.
La realtà dice che la guerra è stata voluta da Washington e Londra, combattuta dall’esercito ucraino, con centinaia di migliaia di morti, la distruzione di una nazione, conseguentemente l’indebolimento strategico dell’Europa.

Ma c’è di più. Nelle trattative per la pace con la Russia, emerge una richiesta chiave degli Stati Uniti: lo sfruttamento delle riserve ucraine di terre rare. L’Ucraina possiede alcune delle più ricche riserve di minerali strategici necessari per le tecnologie avanzate, dalle batterie ai semiconduttori. La prospettiva americana non è mai stata quella di “salvare” l’Ucraina è la libertà di una nazione, tutto questo per la difesa di una democrazia esportata con devastazioni con un prezzo altissimo pagato con il sangue del popolo ucraino,  nella realtà solo per beceri interessi, ma di ottenere un controllo sulle sue risorse, garantendo così il predominio industriale e tecnologico degli Stati Uniti nei prossimi decenni.

Demolire l’Europa come entità politica unitaria

Tutto questo non è avvenuto per caso. Il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato quello di mantenere l’Europa in una condizione di subordinazione. Il conflitto in Ucraina ha permesso agli USA di rafforzare il loro dominio militare ed economico sul continente, spingendo molti Stati europei a incrementare le spese militari e a dipendere sempre più dalla NATO, un’alleanza che, nata per contrastare l’URSS, oggi sembra servire più agli interessi americani che a quelli europei.

L’Europa avrebbe potuto giocare un ruolo autonomo nella gestione della crisi ucraina, ma è stata sistematicamente divisa e frammentata. L’asse Washington-Londra ha lavorato per impedire un’intesa tra UE e Russia, promuovendo invece una politica di scontro che ha portato l’Europa a indebolirsi economicamente e politicamente. Il risultato? Un’Europa sempre più dipendente dagli Stati Uniti per energia, sicurezza e decisioni strategiche.

La pace in Ucraina è auspicabile, ma non deve avvenire alle condizioni imposte da chi ha prima sfruttato il conflitto e ora vuole abbandonarlo per calcolo politico. Se davvero si vuole parlare di responsabilità, allora bisogna guardare all’intera strategia americana in Europa, che ha usato il conflitto per consolidare il proprio dominio e ora, come sempre, sta cercando di riscrivere la storia a proprio vantaggio.

I volti predatori del capitalismo neoliberale: tra cinismo e strategia di potere

Il capitalismo neoliberale ha assunto nel tempo molteplici volti, alcuni più spietatamente cinici, altri abilmente mascherati da progressismo sociale. Quello che rimane invariato è il suo obiettivo fondamentale: la preservazione e l’espansione del potere economico e politico delle élite finanziarie. Un potere che, lungi dall’essere messo in discussione dai movimenti emancipatori o dalle istanze di giustizia sociale, viene spesso abilmente cooptato e trasformato in una strategia di mercato.

La riflessione di Carl Rhodes nel saggio Capitalismo Woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia è un punto di partenza prezioso per comprendere questa dinamica. L’autore individua con lucidità il modo in cui il capitalismo contemporaneo ha adottato e strumentalizzato cause sociali come la lotta per i diritti civili, il femminismo, l’ambientalismo e le battaglie LGBTQ+ per trasformarle in strumenti di marketing e di consolidamento del proprio dominio.

Dal capitalismo conservatore al capitalismo woke: due facce della stessa medaglia

Il dibattito sul capitalismo neoliberale si sviluppa lungo due assi principali. Da un lato, il capitalismo di stampo conservatore, che si richiama all’ortodossia di Milton Friedman e della Scuola di Chicago. Qui, l’unico interesse legittimo è quello degli azionisti e dei detentori del capitale, con l’impresa come motore della creazione di ricchezza e lo Stato relegato a un ruolo marginale, se non osteggiato apertamente.

Dall’altro lato, troviamo il cosiddetto capitalismo woke, che si veste di valori progressisti e si presenta come attento ai temi dell’inclusione e della sostenibilità. Ma questa attenzione è reale o si tratta di una mossa strategica per blindare la propria egemonia?

L’analisi di Rhodes svela il meccanismo dietro questa apparente svolta etica del grande capitale: le multinazionali non hanno abbracciato i temi sociali per convinzione, ma perché hanno compreso che il mercato li richiede. Numerosi studi di marketing hanno dimostrato che i consumatori tendono a preferire prodotti e brand associati a messaggi di giustizia sociale. Di conseguenza, le aziende hanno iniziato a promuovere campagne pubblicitarie in cui si dichiarano paladine della diversità, dell’empowerment femminile o della lotta contro il razzismo, non per un’autentica adesione a questi valori, ma perché ciò le rende più competitive e inaccessibili alle critiche.

La differenza tra capitalismo woke e capitalismo conservatore non sta quindi nella sostanza, ma nella strategia. Mentre il primo si mimetizza dietro una retorica inclusiva, il secondo continua a difendere apertamente il dogma del mercato libero da ogni interferenza pubblica. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: il potere economico rimane saldamente nelle mani di un’élite sempre più ristretta.

La neutralizzazione dei movimenti sociali

Uno degli aspetti più subdoli del capitalismo woke è la sua capacità di neutralizzare il potenziale rivoluzionario delle lotte sociali. Un tempo, le grandi battaglie per i diritti civili e per la giustizia sociale erano condotte contro il sistema capitalista, percepito come un ostacolo alla realizzazione di una società più equa. Oggi, invece, quelle stesse battaglie vengono trasformate in strumenti di marketing, svuotandole del loro significato originario.

Si pensi, per esempio, alle campagne pubblicitarie di colossi come Nike o Coca-Cola, che associano i loro prodotti a messaggi di inclusione e diversità, mentre nel frattempo continuano a sfruttare il lavoro minorile o a devastare l’ambiente. Oppure al caso di aziende tecnologiche come Google, Facebook e Microsoft, che si presentano come progressiste e impegnate per il bene sociale, mentre accumulano enormi ricchezze attraverso pratiche monopolistiche e il controllo dei dati personali.

L’operazione di rebranding del capitalismo, quindi, ha un duplice effetto: da un lato, impedisce che si sviluppi un’opposizione radicale al sistema economico, dall’altro, priva i movimenti sociali della loro spinta rivoluzionaria, trasformandoli in semplici nicchie di mercato.

La filantropia come strumento di dominio

Un altro volto predatorio del capitalismo neoliberale è quello della filantropia. La donazione di ingenti somme di denaro da parte di miliardari come Bill Gates, Jeff Bezos o Elon Musk viene spesso presentata come un gesto di altruismo e responsabilità sociale. In realtà, si tratta di un ulteriore meccanismo di consolidamento del potere.

Attraverso le loro fondazioni, i grandi capitalisti non solo godono di vantaggi fiscali enormi, ma influenzano direttamente le politiche pubbliche, bypassando i processi democratici. Quando la sanità, l’istruzione o la ricerca scientifica dipendono dai finanziamenti privati di pochi individui, significa che sono questi ultimi, e non la collettività, a decidere le priorità sociali.

Non è un caso che le politiche sanitarie globali siano fortemente influenzate da enti privati come la Bill & Melinda Gates Foundation, e che persino l’ONU e l’OMS dipendano sempre più da finanziamenti di multinazionali e filantropi miliardari. Ciò dimostra come il capitalismo neoliberale non abbia abbandonato il suo obiettivo primario: sostituire lo Stato e le istituzioni democratiche con il potere diretto del mercato e della finanza.

Verso una risposta politica e sociale

Se il capitalismo woke è una strategia di conservazione del potere, allora la risposta non può limitarsi a una denuncia teorica, ma deve tradursi in un’azione politica concreta. L’analisi di Rhodes ci suggerisce una via: recuperare il significato originario del termine woke, che in gergo afroamericano significa “stare attenti, vigilare”.

Essere realmente woke, quindi, significa smascherare l’ipocrisia del capitalismo che si traveste da paladino della giustizia sociale. Significa capire che l’inclusione e la sostenibilità non possono essere affidate alle logiche di mercato, ma devono essere il frutto di un processo politico e democratico.

Serve una nuova stagione di lotte sociali che non si lascino cooptare dal marketing aziendale. Serve un recupero del ruolo dello Stato come garante del benessere collettivo, sottraendo servizi essenziali alla logica del profitto. E serve, soprattutto, una riorganizzazione politica che rimetta al centro l’interesse della collettività, contrastando la concentrazione della ricchezza e la privatizzazione della democrazia.

Il capitalismo neoliberale ha dimostrato di sapersi adattare a ogni sfida, trasformandola in un’opportunità di profitto. Se vogliamo evitare che anche le nostre battaglie vengano ridotte a slogan pubblicitari, dobbiamo costruire un’alternativa che non si lasci sedurre dalle lusinghe del mercato. Solo così potremo riappropriarci del nostro futuro.
Fonte: articolo di Stefano Zamagni pubblicato su Avvenire il 7 febbraio 2025

La disperazione non è un’opzione. Dobbiamo reagire in ogni modo possibile. 

di: Bernie Sanders


Non mi capita spesso di ringraziare Elon Musk, ma ha fatto un lavoro eccezionale nel rendere evidente un punto che sosteniamo da anni: viviamo in una società oligarchica in cui i miliardari dominano non solo la politica e le informazioni che consumiamo, ma anche l’amministrazione e la vita economica. Questo non è mai stato così chiaro come oggi. Ma date le notizie e l’attenzione che il signor Musk ha ricevuto nelle ultime settimane mentre smantellava illegalmente e incostituzionalmente le agenzie governative, ho pensato che fosse il momento giusto per porre la domanda che i media e la maggior parte dei politici non sembrano porsi: cosa vogliono davvero lui e gli altri multimiliardari? Qual è il loro obiettivo finale?

A mio parere, ciò per cui Musk e chi gli sta intorno si stanno battendo aggressivamente non è una novità, non è complicato e non è nuovo. È ciò che le classi dominanti nel corso della storia hanno sempre voluto e hanno sempre creduto fosse loro di diritto: più potere, più controllo, più ricchezza. E non vogliono che la gente comune e la democrazia si mettano sulla loro strada. Elon Musk e i suoi colleghi oligarchi credono che il governo e le leggi siano semplicemente un ostacolo ai loro interessi e a ciò a cui hanno diritto.

Nell’America pre-rivoluzionaria, la classe dirigente governava attraverso il “diritto divino dei re”, la convinzione che il re d’Inghilterra fosse un agente di Dio, da non mettere in discussione. Nei tempi moderni, gli oligarchi credono che, in quanto padroni della tecnologia e “individui con un QI elevato”, sia loro assoluto diritto governare. In altre parole, sono i nostri re moderni. E non si tratta solo potere, ma anche di un’incredibile ricchezza. Oggi, Musk, Bezos e Zuckerberg hanno un patrimonio combinato di 903 miliardi di dollari, più della metà più povera della società americana, 170 milioni di persone. Da quando Trump è stato eletto, la loro ricchezza è salita alle stelle. Elon Musk è diventato più ricco di 138 miliardi di dollari, Zuckerberg si è arricchito di 49 miliardi di dollari e Bezos di 28 miliardi di dollari. Sommando tutto, i tre uomini più ricchi d’America sono diventati più ricchi di 215 miliardi di dollari dal giorno delle elezioni. Nel frattempo, mentre i ricchissimi diventano ancora più ricchi, il 60% degli americani vive alla giornata, 85 milioni di persone non hanno assicurazione sanitaria o sono sottoassicurate, il 25% degli anziani cerca di sopravvivere con 15.000 dollari o meno, 800.000 persone sono senza casa e abbiamo il tasso di povertà infantile più alto di quasi tutti i paesi più economicamente sviluppati.

Credi che agli oligarchi importi qualcosa di queste persone? Fidati, non gliene frega niente. La decisione di Musk di smantellare l’USAID significa che migliaia di persone tra le più povere del mondo soffriranno la fame o moriranno di malattie prevenibili. Ma il problema non è solo cosa accadrà all’estero. Qui negli Stati Uniti presto si scaglieranno contro i programmi di assistenza sanitaria, nutrizione, edilizia abitativa ed educazione, che proteggono le persone più vulnerabili del nostro Paese, in modo che il Congresso possa fornire enormi agevolazioni fiscali per loro e per i loro colleghi miliardari. Come re moderni, che credono di avere il diritto assoluto di governare, sacrificheranno, senza esitazione, il benessere dei lavoratori per proteggere i loro privilegi. Inoltre, useranno le enormi operazioni mediatiche di loro proprietà per distogliere l’attenzione dall’impatto delle loro politiche mentre “ci intrattengono fino alla morte”. Mentiranno, mentiranno e mentiranno. Continueranno a spendere enormi quantità di denaro per comprare politici in entrambi i principali partiti politici. Stanno conducendo una guerra contro la classe operaia di questo Paese e sono intenzionati a vincerla.

Non vi prenderò in giro: i problemi che questo paese sta affrontando in questo momento sono seri e non sono facili da risolvere. L’economia è truccata, il nostro sistema di finanziamento delle campagne elettorali è corrotto e, in mezzo a tutto ciò, stiamo lottando per controllare il cambiamento climatico.

Ma questo è quello che so. La paura più grande della classe dirigente di questo Paese è che gli americani (neri, bianchi, latini, cittadini e rurali, gay ed eterosessuali) si uniscano per chiedere un governo che rappresenti tutti noi, non solo i pochi ricchi. Il loro incubo è che non ci lasceremo dividere in base alla razza, alla religione, all’orientamento sessuale o al paese di origine e che, insieme, avremo il coraggio di affrontarli.

Sarà facile? Ovviamente no. La classe dirigente di questo paese ti ricorderà costantemente che hanno tutto il potere. Controllano il governo, posseggono i media. “Vuoi sfidarci? Buona fortuna”, diranno. “Non c’è niente che tu possa fare al riguardo”. Ma il nostro compito oggi è non dimenticare le grandi lotte e i sacrifici che milioni di persone hanno sostenuto nel corso dei secoli per creare una società più democratica, giusta e umana:

  • Rovesciare il re d’Inghilterra per creare una nuova nazione e autogovernarsi. Impossibile.
  • Istituire il suffragio universale. Impossibile.
  • Porre fine alla schiavitù e alla segregazione. Impossibile.
  • Concedere ai lavoratori il diritto di formare sindacati e porre fine al lavoro minorile. Impossibile.
  • Dare alle donne il controllo sui propri corpi. Impossibile.
  • Approvare una legge per stabilire la previdenza sociale, Medicare, Medicaid, un salario minimo, standard di aria e acqua pulita. Impossibile.

In questi tempi difficili la disperazione non è un’opzione. Dobbiamo reagire in ogni modo possibile. Dobbiamo essere coinvolti nel processo politico: candidarci, entrare in contatto con i nostri legislatori locali, statali e federali, fare donazioni ai candidati che combatteranno per la classe operaia di questo paese. Dobbiamo creare nuovi canali per la comunicazione e la condivisione delle informazioni. Dobbiamo fare volontariato non solo a livello politico, ma anche per costruire una comunità a livello locale. Tutto ciò che possiamo fare è ciò che dobbiamo fare.

Inutile dire che intendo fare la mia parte, sia all’interno della Beltway che viaggiando per tutto il paese, per sostenere la classe operaia di questo paese. Nei giorni, nelle settimane e nei mesi a venire, spero che vi unirete a me in questa lotta.

La traduzione della lettera è quella del testo comparso nel sito del CRS

Trump Primo Mese

Il primo mese di Trump: un ribaltamento globale

L’inizio del secondo mandato di Donald Trump ha segnato una svolta radicale nella politica internazionale e interna degli Stati Uniti. Con una serie di atti e dichiarazioni provocatorie, il presidente ha messo in discussione decenni di strategie diplomatiche, travolgendo alleati e avversari con una visione che destabilizza i tradizionali equilibri mondiali.

Una nuova narrativa sulla guerra in Ucraina

Una delle dichiarazioni più sconvolgenti di Trump riguarda la guerra in Ucraina. Attribuire a Volodymyr Zelensky la responsabilità dell’inizio del conflitto rappresenta un tentativo di riscrivere la storia, in linea con la strategia del “flood the zone” teorizzata da Steve Bannon: sommergere il dibattito pubblico con un torrente di affermazioni capaci di generare confusione e paralizzare gli avversari. Questa visione revisionista si accompagna a un ritiro sempre più netto del sostegno americano a Kiev, lasciando l’Europa a fronteggiare da sola la minaccia russa.

Il Medio Oriente e la fine della soluzione dei due Stati

Forse il cambiamento più drammatico riguarda il Medio Oriente. L’idea di trasformare Gaza in una località turistica per miliardari cancella decenni di diplomazia americana orientata alla soluzione dei due Stati. La Casa Bianca ha ufficialmente dichiarato che l’evacuazione di Gaza è una politica governativa, con Trump che rassicura – senza dettagli concreti – sulla possibilità di trovare “un pezzo di terra fresca e bellissima” per i palestinesi. Contemporaneamente, la Cisgiordania viene lasciata interamente alle decisioni di Israele, sancendo la scomparsa de facto dello Stato palestinese.

Un’America isolazionista e il tramonto dell’alleanza transatlantica

Sul fronte delle relazioni internazionali, Trump ha imposto una rottura netta con l’Europa. Il suo vice, JD Vance, ha dichiarato senza mezzi termini che Stati Uniti ed Europa “non hanno più la stessa visione della democrazia”. Dopo aver aumentato del 25% i dazi su Canada e Messico, Trump ha avvertito che l’Europa sarà la prossima a subire misure protezionistiche. L’America sembra così abbandonare definitivamente il ruolo di garante dell’ordine globale, come confermato dalla posizione ambigua nei confronti della Russia. Mentre Reagan chiedeva a Gorbaciov di abbattere il Muro di Berlino, Trump lascia a Putin mano libera sull’Europa.

Provocazioni e mosse geopolitiche imprevedibili

Le dichiarazioni e le decisioni del presidente si susseguono con una velocità destabilizzante. Tra le proposte più eclatanti figurano l’occupazione del Canale di Panama, l’acquisto della Groenlandia, l’annessione del Canada come 51° Stato americano e la riapertura di Guantanamo come centro di detenzione per i migranti. Inoltre, definire Zelensky “un dittatore” e progettare una “cooperazione geopolitica ed economica” con Vladimir Putin segna un punto di non ritorno nella politica estera americana.

Demolizione dello Stato federale e accentramento del potere

Parallelamente ai cambiamenti internazionali, Trump sta operando una radicale trasformazione all’interno degli Stati Uniti. Attraverso centinaia di ordini esecutivi, sta ridisegnando l’architettura istituzionale del Paese. Tra le misure più controverse troviamo:

  • L’abolizione dello ius soli;
  • Licenziamenti di massa nell’amministrazione pubblica;
  • Soppressione delle agenzie federali non allineate con l’ideologia dell’amministrazione, tra cui la Security and Exchange Commission e la Federal Deposit Insurance Corporation;
  • Bando contro le persone transgender;
  • Eliminazione del board del Kennedy Center, la principale istituzione culturale federale, sostituito da una sola figura: Donald Trump in persona.

L’ombra di Elon Musk e la rivoluzione burocratica

Un ulteriore elemento di caos è rappresentato dall’intervento diretto di Elon Musk nell’apparato amministrativo. I suoi giovani collaboratori, a capo di un non meglio identificato Department of Government Efficiency, hanno preso il controllo di dipartimenti e agenzie, accedendo ai dati di milioni di cittadini americani con azioni quasi clandestine. Musk, dal canto suo, celebra questa attività come una “rivoluzione burocratica”, mentre cresce il timore per un’intrusione senza precedenti nei diritti e nella privacy dei cittadini.

Una crisi costituzionale senza precedenti

L’accelerazione con cui Trump sta smantellando il sistema istituzionale ha portato la questione davanti alla Corte Suprema, chiamata a stabilire se il presidente stia operando oltre i limiti costituzionali. La decisione si preannuncia incerta, ma la crisi costituzionale appare ormai inevitabile. Alcuni commentatori parlano apertamente di un “colpo di Stato” strisciante, in cui la sistematica demolizione delle regole democratiche avviene sotto la copertura della legalità formale.

Conclusioni: un nuovo ordine mondiale?

Il primo mese del nuovo mandato di Donald Trump ha già riscritto le regole della politica americana e internazionale. La sua amministrazione sta plasmando un mondo in cui gli Stati Uniti non sono più i garanti della stabilità globale, ma un attore imprevedibile e solitario. L’Europa si trova di fronte alla necessità di ridefinire il proprio ruolo geopolitico, mentre all’interno degli Stati Uniti il rischio di un accentramento autoritario del potere diventa sempre più tangibile.

Il futuro è incerto, ma una cosa è chiara: l’America di Trump ha aperto una nuova era di discontinuità politica, i cui effetti si faranno sentire ben oltre i confini degli Stati Uniti.


L’Ucraina tra pace e ridefinizione degli equilibri globali: oltre le parole di Sachs

L’analisi di Jeffrey Sachs sul conflitto ucraino e sulle implicazioni della politica estera statunitense con l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca offre spunti interessanti, ma non basta per comprendere appieno il quadro geopolitico attuale. Le sue osservazioni, seppur acute, si inseriscono in un contesto molto più complesso, dove gli attori in gioco non sono solo gli Stati Uniti e la Russia, ma anche l’Europa, la Cina e una molteplicità di forze interne all’Ucraina. Per questo, è necessario andare oltre l’intervista e inserire il conflitto ucraino in una prospettiva più ampia, analizzando i cambiamenti strutturali in corso e le possibili evoluzioni nel medio e lungo termine.

La fine dell’era neo-conservatrice? Una lettura parziale

Uno degli elementi chiave della riflessione di Sachs è l’idea che Trump, rompendo con la tradizione neo-conservatrice della politica estera statunitense, possa facilitare la fine della guerra in Ucraina. È indubbio che l’espansione della NATO verso est sia stata un fattore determinante nella percezione russa di minaccia strategica, ma è altrettanto vero che la politica estera americana non è mai stata monolitica. Anche sotto le amministrazioni Biden e Obama, vi sono state frange più realiste che avrebbero preferito un diverso approccio verso Mosca.

L’errore che si compie spesso è quello di considerare gli Stati Uniti come un’entità omogenea, mentre in realtà esistono tensioni interne tra fautori di un interventismo muscolare e sostenitori di una politica più pragmatica. Trump stesso, pur con la sua retorica di rottura, ha mantenuto una linea ambigua: da un lato ha ridotto la pressione diretta sulla Russia, dall’altro ha fornito armi all’Ucraina e imposto nuove sanzioni a Mosca. Quindi, la sua eventuale presidenza potrebbe sì modificare gli assetti diplomatici, ma non necessariamente garantire una pace duratura in Ucraina.

Il destino dell’Ucraina: una pace imposta o un compromesso sostenibile?

Sachs sostiene che il conflitto ucraino sia avviato verso la conclusione perché gli Stati Uniti, sotto Trump, potrebbero abbandonare l’idea di un’espansione della NATO in Ucraina e Georgia. Ma il problema è più complesso: la Russia ha chiarito fin dall’inizio che il suo obiettivo non era solo fermare l’espansione della NATO, ma anche ridisegnare completamente l’assetto politico e territoriale dell’Ucraina. E questo è un punto su cui Washington – anche con Trump – potrebbe non cedere facilmente.

La guerra in Ucraina, infatti, non è soltanto una questione di sicurezza internazionale, ma anche una crisi identitaria e nazionale. L’Ucraina di oggi è profondamente diversa da quella del 2014: il conflitto ha cementato un’identità nazionale più forte e ostile a Mosca, rendendo improbabile una soluzione diplomatica che preveda una neutralità pura senza garanzie concrete di sicurezza. Inoltre, la Russia ha annesso formalmente quattro regioni ucraine e difficilmente accetterà di restituirle senza ottenere qualcosa in cambio.

Per questo, il vero nodo della questione non è solo se gli Stati Uniti smetteranno di spingere per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, ma se esiste uno scenario realistico in cui Mosca e Kiev possano accettare un compromesso territoriale e politico. E qui si apre un altro interrogativo: l’Europa è disposta a farsi carico di un negoziato serio, o continuerà a rimanere spettatrice delle decisioni prese altrove?

L’Europa tra subalternità e risveglio strategico

Uno degli aspetti più critici dell’analisi di Sachs è l’accusa all’Europa di essersi autoesclusa dal gioco diplomatico, allineandosi acriticamente alla politica neo-conservatrice americana. In parte, questa osservazione è corretta: dal 2022 in poi, l’Unione Europea ha adottato una linea dura nei confronti della Russia, sposando la strategia statunitense senza proporre una propria alternativa diplomatica. Tuttavia, non bisogna dimenticare che l’UE ha anche interessi specifici da difendere, in primis la sicurezza energetica e la stabilità economica.

Con l’inverno politico del trumpismo alle porte, l’Europa rischia di trovarsi in una posizione difficile: se gli Stati Uniti dovessero realmente ridimensionare il loro impegno in Ucraina, l’UE dovrà decidere se continuare a sostenere militarmente Kiev o cercare una via d’uscita negoziata. E questo metterà in evidenza tutte le fragilità strutturali della politica estera europea, divisa tra paesi come la Polonia e i Baltici, che vedono la Russia come una minaccia esistenziale, e altri come la Francia e la Germania, più inclini a una soluzione diplomatica.

Il ruolo della Cina e il futuro dell’ordine globale

Un elemento spesso trascurato nel dibattito sulla guerra in Ucraina è il ruolo della Cina. Mentre Stati Uniti ed Europa si concentrano sulla Russia, Pechino sta consolidando la sua posizione come principale mediatore globale. Il suo piano di pace per l’Ucraina, seppur vago, è stato accolto con interesse da Mosca e con prudenza da Kiev. Inoltre, la Cina sta costruendo un nuovo ordine economico che sfida direttamente l’egemonia occidentale, rafforzando i legami con paesi emergenti e riducendo la dipendenza dal dollaro.

Se Trump dovesse effettivamente ridimensionare l’impegno americano in Ucraina, la Cina potrebbe assumere un ruolo ancora più centrale nei negoziati, ridisegnando gli equilibri geopolitici in modo inaspettato. Questo potrebbe portare a un nuovo paradigma in cui la Russia non dipende più esclusivamente dall’Occidente per il proprio sviluppo economico, ma si integra sempre più nella sfera d’influenza cinese, creando un asse Mosca-Pechino che sfida direttamente gli interessi euro-americani.

Conclusione: verso un nuovo equilibrio instabile

L’idea che la guerra in Ucraina stia per concludersi perché Trump potrebbe smantellare l’espansionismo neo-conservatore è un’ipotesi suggestiva, ma semplificata. Il conflitto è il risultato di dinamiche storiche, identitarie e strategiche che vanno ben oltre le decisioni di un singolo leader americano.

Se davvero ci sarà un negoziato, non sarà una pace imposta dall’alto, ma il frutto di un complesso equilibrio di potere tra Stati Uniti, Russia, Cina e Unione Europea. La vera domanda è: l’Europa saprà ritrovare un ruolo autonomo in questo scenario, o resterà ancora una volta spettatrice delle scelte altrui? La risposta a questa domanda definirà non solo il destino dell’Ucraina, ma anche quello del continente europeo nei decenni a venire.
Fonte: intervista sul fatto quotidiano a Jeffrey Sachs, del 19 febbraio 2025.

Italia, la corsa al riarmo ci porterà alla bancarotta?

Quando la spesa militare diventa un pericolo per la stabilità economica

Le richieste di incremento della spesa militare avanzate dagli Stati Uniti agli alleati della NATO rischiano di trasformarsi in una vera e propria mina vagante per i conti pubblici europei e, in particolare, per quelli italiani. Un’analisi condotta da Standard & Poor’s (S&P) mette in evidenza il pericolo concreto che tale escalation possa far esplodere il deficit, portando il nostro Paese su una traiettoria finanziaria insostenibile.

La richiesta, avanzata dall’ex presidente Donald Trump, prevede che gli Stati membri della NATO aumentino il budget militare fino al 5% del PIL. Per l’Italia, questo significherebbe un incremento della spesa fino a 107 miliardi di euro l’anno, più di tre volte rispetto agli attuali 32 miliardi. Un impegno che supererebbe persino i 90 miliardi destinati alla previdenza sociale e si avvicinerebbe alla cifra stanziata per la Sanità (131 miliardi nel 2023).

Un buco nei conti pubblici senza precedenti

Secondo le proiezioni di S&P, se l’Italia aderisse a questa richiesta, il deficit pubblico schizzerebbe dall’attuale 3,6% del PIL al 7,1%, pari a 151,9 miliardi di euro l’anno. Un salto che raddoppierebbe il già pesante disavanzo statale.

Per avere un’idea dell’impatto, basti pensare che il “buco” generato da questo incremento sarebbe di 74,7 miliardi, una cifra pressoché identica ai 79 miliardi destinati all’istruzione pubblica nel 2022.

La NATO ha già visto crescere i contributi degli alleati europei, che dal 2014 hanno quasi raddoppiato le spese militari, pur restando in media sotto il 2% del PIL. Tuttavia, nonostante l’impegno, gli Stati Uniti continuano a finanziare da soli due terzi del bilancio dell’Alleanza e ora pretendono che il resto del mondo faccia lo stesso.

Chi guadagna da questa corsa al riarmo?

Un aspetto fondamentale di questa vicenda è la destinazione effettiva della spesa militare. Secondo i dati citati dal Fatto Quotidiano, ben il 78% della spesa aggiuntiva per la difesa europea finisce fuori dall’Unione Europea, principalmente nelle casse dell’industria bellica statunitense. In altre parole, l’Europa dovrebbe indebitarsi pesantemente per acquistare armamenti prodotti oltreoceano, senza che questo generi un significativo ritorno economico per i propri cittadini.

A conferma di ciò, gli studi dimostrano che l’impatto della spesa militare sul PIL è estremamente ridotto. Ogni euro investito nella difesa garantisce un recupero fiscale di appena 40-50 centesimi, a causa della frammentazione e delle debolezze strutturali dell’industria bellica europea.

Tagli al welfare per finanziare le armi?

L’Italia, già vincolata dai nuovi parametri del Patto di Stabilità europeo, si troverebbe costretta a compensare il costo del riarmo con tagli pesanti su settori essenziali come la sanità, l’istruzione e il welfare.

Ecco alcuni dati che fanno riflettere:
• Nel 2023 la spesa sanitaria italiana è stata di 131 miliardi di euro. L’aumento della spesa militare richiesto dalla NATO arriverebbe a 107 miliardi, una cifra che da sola basterebbe a coprire oltre l’80% del budget sanitario nazionale.
• La spesa per l’istruzione pubblica nel 2022 è stata di 79 miliardi. L’aumento del budget militare ammonterebbe a 74,7 miliardi in più, praticamente l’equivalente dell’intero comparto educativo del Paese.
• La spesa previdenziale nel 2023 è stata di 90 miliardi. L’incremento delle spese per la difesa la supererebbe di oltre 15 miliardi, mettendo a rischio il già precario equilibrio del sistema pensionistico.

Di fronte a questi numeri, appare chiaro che ogni euro speso per le armi sarà inevitabilmente sottratto ai servizi essenziali per i cittadini.

Un’Europa sotto ricatto?

Per finanziare questa folle corsa agli armamenti, si ipotizza l’emissione di debito comune europeo per la difesa, attraverso strumenti come gli eurobond o l’intervento di enti finanziari come la Banca Europea per gli Investimenti o il Meccanismo Europeo di Stabilità. Ma anche questa soluzione avrebbe conseguenze devastanti:
• Aumento del debito pubblico europeo, con tassi di interesse più alti per tutti gli Stati membri.
• Nuove ondate di austerità e tagli ai servizi pubblici, per rispettare i vincoli di bilancio.
• Incremento della competizione tra Stati per l’accesso ai mercati finanziari, con il rischio di nuove crisi economiche.

Le scelte del governo: niente patrimoniale, nessuna lotta all’evasione

In tutto questo scenario, c’è da ricordare che il governo attuale di destra non ha assolutamente messo in conto di reperire eventuali fondi di bilancio né con una patrimoniale né attraverso una vera lotta all’evasione fiscale. Anzi, tutti i provvedimenti sinora attuati vanno in controtendenza rispetto a queste scelte.

Si preferisce chiudere un occhio sui 120 miliardi di euro di evasione fiscale annua, evitare qualsiasi tassazione progressiva sulla ricchezza e favorire con condoni e sanatorie chi ha sempre eluso i propri doveri fiscali.

Eppure, la strada sarebbe chiara: sì a una patrimoniale, sì a una lotta seria all’evasione fiscale e alla corruzione, ma non per finanziare le armi, bensì per sostenere il welfare e i servizi pubblici in Italia.

La follia di un mondo che si arma mentre crollano i servizi pubblici

In un contesto globale segnato da crisi economiche, emergenze sanitarie e cambiamenti climatici, l’idea di destinare centinaia di miliardi alle spese militari appare semplicemente assurda.

L’Italia è un Paese con ospedali al collasso, scuole che cadono a pezzi, trasporti pubblici inefficienti e un sistema pensionistico sempre più fragile. Eppure, il governo sembra più preoccupato di rispettare le richieste della NATO che di garantire un futuro dignitoso ai propri cittadini.

Se davvero fosse necessario aumentare la spesa pubblica, ci sarebbero mille altre priorità prima delle armi:
• Investire nella sanità pubblica, per ridurre le liste d’attesa e garantire cure accessibili a tutti.
• Migliorare il sistema scolastico e universitario, per formare nuove generazioni competitive e innovative.
• Potenziare le infrastrutture e i trasporti, per rilanciare l’economia e migliorare la qualità della vita.
• Sostenere la transizione ecologica, per affrontare le sfide ambientali del nostro tempo.

Ma no, si preferisce buttare miliardi in armamenti, senza alcuna strategia chiara, solo per obbedire a diktat esterni che servono più agli interessi dell’industria bellica che alla sicurezza dei cittadini.

Siamo davvero disposti ad accettarlo?

La Guerra in Ucraina: Il Silenzio dell’Europa e la Nuova Geopolitica del Conflitto

Mentre gli Stati Uniti premono per un cessate il fuoco in Ucraina entro Pasqua, l’Europa si risveglia bruscamente dal torpore strategico in cui ha navigato fin dall’inizio del conflitto. La riunione d’emergenza convocata da Macron a Parigi è il sintomo evidente di una crisi non solo militare, ma anche politica e diplomatica: un’Unione Europea che si scopre marginalizzata, incapace di incidere realmente sul proprio destino.

L’esclusione dell’Europa dal tavolo negoziale non è un semplice affronto diplomatico, ma la conferma di un ridimensionamento del suo ruolo nella geopolitica globale. La Casa Bianca, sotto l’amministrazione Trump, ha chiaramente scelto un approccio più diretto: meno attori, decisioni più rapide, una diplomazia che si basa su rapporti di forza piuttosto che su mediazioni multilaterali. Ma questa esclusione non è un caso: è la conseguenza della dipendenza europea dagli Stati Uniti, sia dal punto di vista militare che strategico.

L’America Traccia la Rotta, l’Europa Insegue

Le parole di Keith Kellogg, inviato di Trump, sono state spietate: se gli europei vogliono un posto al tavolo, devono smettere di lamentarsi e iniziare a investire nella propria difesa. È una dichiarazione che suona come una sentenza: Washington considera l’UE più un osservatore che un attore decisivo. Da qui la riunione a Parigi, un tentativo quasi disperato di riorganizzare una risposta politica e militare comune.

Questa reazione, tuttavia, arriva in ritardo. Negli ultimi due anni, l’Unione Europea ha dimostrato tutta la sua fragilità sul piano strategico. Mentre gli Stati Uniti e la NATO decidevano le linee guida del sostegno militare a Kiev, i Paesi europei oscillavano tra promesse di aiuti e timori di escalation. Il risultato è stato un supporto frammentato e insufficiente, che ha lasciato all’Ucraina l’illusione di un aiuto costante e all’Europa l’amara consapevolezza della propria irrilevanza.

Ora, mentre a Riad si aprono negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, senza un vero coinvolgimento europeo, la debolezza dell’UE appare ancora più evidente. Persino Zelensky ha chiesto all’Europa di avere una “voce unica”, segno che il mosaico di interessi nazionali che caratterizza l’Unione continua a essere un ostacolo insormontabile per una politica estera credibile.

Il Nuovo Ordine Mondiale: Oltre l’Atlantico

L’altro elemento chiave di questa fase negoziale è la scelta dell’Arabia Saudita come sede dei colloqui. Questo spostamento geografico non è casuale: indica che il baricentro della diplomazia internazionale non è più esclusivamente occidentale. Riad sta assumendo un ruolo sempre più centrale nei conflitti globali, sfruttando la sua posizione di potenza economica e mediatore tra blocchi opposti.

Questa dinamica si inserisce in un quadro più ampio, in cui la Russia, pur sotto sanzioni, ha trovato sponde solide nel Sud globale, dalla Cina all’India, dal Medio Oriente all’Africa. Gli equilibri post-Guerra Fredda stanno mutando, e l’Europa sembra non essersene accorta.

L’idea della Finlandia di nominare un inviato speciale europeo per i negoziati appare come un tentativo di riguadagnare centralità, ma difficilmente basterà. La verità è che, senza un investimento concreto in autonomia strategica e politica, l’Europa continuerà a dipendere da decisioni prese altrove.

Un’ipotesi possibile,
L’ipotesi di incaricare Angela Merkel nelle trattative di pace è senza dubbio una proposta sensata e strategica. Merkel è una delle poche figure europee che gode di credibilità sia a Mosca che a Washington, oltre ad avere un profondo legame con Kiev. Durante il suo cancellierato, ha svolto un ruolo chiave nei negoziati di Minsk, dimostrando capacità di mediazione e pragmatismo politico.

In un’Europa priva di una leadership unitaria, il suo ritorno sulla scena internazionale potrebbe rappresentare una soluzione concreta per ridare peso all’UE nei negoziati. La sua esperienza, la sua conoscenza della Russia e la sua reputazione come interlocutrice affidabile la renderebbero una candidata naturale per il ruolo di inviato speciale europeo per l’Ucraina.

Tuttavia, il successo di questa ipotesi dipenderebbe dalla volontà degli Stati Uniti e della Russia di accettare il suo coinvolgimento. L’attuale amministrazione Trump potrebbe essere scettica nel rimettere in gioco un’ex leader europea, ma la necessità di una figura capace di gestire le tensioni potrebbe rendere questa opzione percorribile. Anche la Russia, pur avendo avuto momenti di forte contrasto con Merkel, potrebbe vederla come un’alternativa più accettabile rispetto ad altri esponenti della politica europea attuale.

Se l’Europa vuole davvero contare in questa fase cruciale, deve agire rapidamente e proporre figure di alto profilo che possano trattare alla pari con Washington e Mosca. Merkel potrebbe essere la chiave per ridare all’Europa un ruolo attivo, evitando che il futuro dell’Ucraina venga deciso esclusivamente tra Stati Uniti e Russia.

Una Pace Imposta o un Riconoscimento della Realtà?

Se il cessate il fuoco verrà effettivamente raggiunto entro Pasqua, sarà una tregua imposta dagli Stati Uniti e accettata da Mosca e Kiev. Ma a che prezzo? L’Ucraina dovrà rinunciare a una parte del suo territorio? Putin otterrà il riconoscimento di una qualche forma di controllo sulle aree occupate?

L’Europa, in questa fase è relegata a spettatrice, potrà solo prenderne atto. Ma questa vicenda deve essere un campanello d’allarme: se il Vecchio Continente vuole davvero contare nel futuro degli equilibri mondiali, deve smettere di essere una periferia politica e tornare a essere un centro decisionale. E questo non può avvenire senza una chiara volontà di emanciparsi dalla tutela statunitense e costruire una difesa comune credibile.

Il mondo sta cambiando, e se l’Europa non lo capisce in tempo, sarà destinata a restare un’ombra della sua stessa storia.

Verso un Fronte Popolare per la Giustizia Sociale,: Oltre le Ambiguità della Sinistra Ufficiale

Il recente convegno organizzato da Oxfam Italia, Nens e Icrict sul tema della tassazione e della lotta alle disuguaglianze ha messo in luce una questione fondamentale per il futuro politico del nostro Paese: la necessità di una visione chiara e coraggiosa in materia di redistribuzione della ricchezza. La presenza di un economista di fama mondiale come Joseph Stiglitz, insieme ad altri studiosi e leader politici come Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni, ha offerto spunti interessanti, ma ha anche evidenziato i limiti dell’attuale opposizione.

Se da un lato è positivo che forze progressiste si confrontino su temi cruciali come il fisco e la giustizia sociale, dall’altro è evidente che manchi ancora una vera volontà di costruire un’alternativa radicale al modello neoliberista dominante. Le dichiarazioni di Stiglitz, che ha smontato il mito della “mano invisibile” del mercato e ha sottolineato l’importanza della fiscalità progressiva, hanno trovato terreno fertile tra gli interlocutori, ma il dibattito politico ha dimostrato che i leader della sinistra italiana esitano ancora a proporre soluzioni nette e incisive a livello nazionale.

L’Equivoco della Patrimoniale e l’Attesa dell’Europa

Uno dei nodi centrali emersi dal convegno riguarda la patrimoniale. Fratoianni ne ha parlato apertamente, citando le analisi dell’economista Andrea Roventini, che ha mostrato come un’imposta del 2% sui patrimoni miliardari avrebbe un impatto redistributivo significativo. Tuttavia, sia Schlein che Conte hanno preferito spostare la discussione su un piano più prudente, parlando della necessità di un approccio coordinato a livello europeo.

Questa posizione appare come l’ennesima giustificazione per non agire. L’idea di una patrimoniale coordinata a livello UE è senza dubbio sensata, ma è anche un obiettivo di lungo periodo, che rischia di rimanere una promessa senza concretezza.
Nel frattempo, le disuguaglianze in Italia aumentano, il sistema fiscale diventa sempre più regressivo, e il governo Meloni continua a favorire i grandi patrimoni con politiche di tagli fiscali ai più ricchi e riduzioni dei diritti sociali.

Perché allora non iniziare subito con una riforma fiscale nazionale coraggiosa, senza aspettare l’Europa? L’atteggiamento esitante della sinistra ufficiale dimostra ancora una volta che esiste un vuoto di rappresentanza per chi desidera una trasformazione radicale della società.

Un Fronte Popolare per Colmare il Vuoto

Il dibattito sulla tassazione non è solo una questione tecnica, ma un punto centrale nella costruzione di un nuovo progetto politico.
La disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza di potere, e senza una redistribuzione della ricchezza non è possibile costruire una società giusta e realmente democratica.

Per questo, il convegno dimostra una verità ormai evidente: la sinistra tradizionale, pur riconoscendo i problemi, non è pronta a proporre soluzioni radicali.
Questo lascia uno spazio politico enorme per la nascita di un Fronte Popolare per la Giustizia Sociale, il Lavoro, i Beni Comuni e l’Ambiente,, capace di unire chi non si riconosce né nelle politiche neoliberiste della destra né nelle incertezze del centrosinistra.

Il fronte dovrebbe basarsi su alcuni principi chiave:
• Una fiscalità progressiva e redistributiva, con una patrimoniale immediata sui grandi patrimoni e una lotta seria all’evasione fiscale.
• Un’economia democratica, che riduca il potere dei grandi monopoli e favorisca modelli di gestione collettiva delle risorse.
• Un welfare universale e garantito, che assicuri sanità, istruzione e protezione sociale a tutti.
• Una politica partecipativa, con strumenti che permettano ai cittadini di incidere realmente sulle decisioni politiche, anche attraverso piattaforme digitali autonome, come suggerito da Stiglitz.

L’obiettivo non è semplicemente creare un altro partito, ma costruire un movimento che dia voce a tutti coloro che oggi sono esclusi dalla rappresentanza politica.

La Necessità di un Salto di Qualità

La domanda posta da Elly Schlein durante il convegno – “Ci sono qui le forze per farlo insieme?” – rimane aperta. Il Partito Democratico dice di esserci, ma la sua storia recente dimostra il contrario: quando ha avuto la possibilità di attuare riforme strutturali, non lo ha fatto. Conte e Fratoianni appaiono più radicali, ma anche loro sembrano ancora legati a un’idea di politica che non rompe con il sistema attuale.

Ecco perché è necessario un salto di qualità. Non possiamo più limitarci a convegni e buoni propositi: servono azioni concrete, una rete organizzata e un progetto chiaro. La nascita di un Fronte Popolare non è solo un’idea, ma una necessità storica per chi crede in una società più giusta e democratica.

Il tempo delle esitazioni è finito. È ora di agire.

Come Lottare Contro l’Università Neoliberista? Una Critica e una Prospettiva di Lotta

Il dibattito sulla trasformazione dell’università italiana è tornato prepotentemente al centro della discussione pubblica. La riforma Bernini e i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) hanno innescato una mobilitazione che sta coinvolgendo docenti, ricercatori e studenti. Tuttavia, come sottolineato da Gianni Del Panta nel suo articolo per Jacobin, limitarsi alla critica del sottofinanziamento e della precarizzazione rischia di rafforzare, piuttosto che scardinare, il modello neoliberista dell’università. Questo testo si propone di approfondire la questione, individuando le radici del problema e delineando una strategia di lotta che vada oltre la semplice richiesta di più risorse e stabilizzazioni.

L’Università come Apparato Ideologico dello Stato

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Del Panta riguarda il ruolo dell’università all’interno dello Stato neoliberista. Seguendo la teoria dello Stato integrale di Antonio Gramsci, l’università non è un semplice luogo di formazione e ricerca, ma un apparato ideologico fondamentale per la riproduzione dell’egemonia della classe dominante. Se da un lato la società politica esercita la coercizione (tramite forze di polizia, esercito, magistratura), la società civile legittima il dominio attraverso istituzioni come scuola, università, media e partiti politici. In questo senso, l’università è uno strumento attraverso cui il sapere viene filtrato, selezionato e indirizzato per consolidare i rapporti di forza esistenti.

Questa chiave di lettura ci impone una domanda cruciale: può un’università più finanziata e con un minor tasso di precarizzazione essere radicalmente diversa da quella attuale? La risposta è no, se non si interviene sui meccanismi strutturali che regolano la produzione e la trasmissione del sapere. Più fondi e più stabilità contrattuale sono certamente richieste legittime, ma non intaccano il problema di fondo: la funzione dell’università come dispositivo di disciplinamento sociale ed economico.

L’Illusione del Rifinanziamento Senza Riforma Strutturale

Uno degli errori del dibattito sulla riforma dell’università è credere che il semplice aumento dei fondi possa risolvere il problema. Questo approccio ignora che il neoliberismo non si caratterizza solo per il sottofinanziamento delle istituzioni pubbliche, ma anche per la loro trasformazione in organismi funzionali alle logiche di mercato. L’università attuale è un’istituzione sempre più aziendalizzata, in cui il valore del sapere è subordinato alla sua spendibilità economica e alla capacità di attrarre investimenti privati.

I meccanismi di valutazione della ricerca, il precariato strutturale, la competizione tra atenei per ottenere finanziamenti e l’ingresso massiccio di capitali privati sono tutti elementi che modellano un’università sempre più distante da un luogo di formazione critica e sempre più simile a un’industria della conoscenza. In questo contesto, il rischio è che un rifinanziamento dell’università senza un ripensamento strutturale non faccia altro che consolidare il modello esistente, rendendolo più efficiente senza modificarne la natura.

Una Nuova Università è Possibile? Il Ruolo degli Studenti nella Lotta

Del Panta evidenzia come il vero potenziale di mobilitazione non risieda tanto negli accademici strutturati, quanto negli studenti e nei ricercatori precari. Gli strutturati, infatti, pur subendo le conseguenze del neoliberismo accademico, ne sono anche in parte beneficiari. Il loro ruolo all’interno del sistema li rende difficilmente mobilitabili su posizioni radicali. Diversamente, gli studenti e i precari sono i soggetti che più di tutti pagano il prezzo di questa trasformazione e che hanno un interesse diretto nel mettere in discussione il modello esistente.

Ma su quali basi può nascere un’alleanza tra il movimento studentesco e i precari della ricerca? Alcuni temi chiave emergono con forza nel dibattito attuale:

1. Diritto allo studio e diritto all’abitare – Il caro-affitti e la carenza di alloggi universitari sono problemi che colpiscono direttamente gli studenti e che si legano alle più ampie dinamiche di privatizzazione e mercificazione dell’istruzione superiore.

2. Precarizzazione del lavoro accademico – La lotta contro il precariato non può essere solo una battaglia per la stabilizzazione dei singoli lavoratori, ma deve diventare parte di una critica complessiva al modello neoliberista dell’università.

3. Militarizzazione dell’università e ricerca per fini bellici – In un contesto di crescente investimento nelle tecnologie dual use (civili e militari), è fondamentale interrogarsi sul ruolo dell’università nella produzione di sapere funzionale all’industria della guerra.

4. Modelli alternativi di governance accademica – La gestione universitaria deve essere ripensata in una logica di partecipazione democratica, sottraendo le decisioni strategiche alle sole logiche di mercato e alle dinamiche competitive tra atenei.

Quale Strategia per il Futuro?

Se il modello neoliberista dell’università non può essere scardinato con semplici richieste di rifinanziamento, allora è necessario costruire una strategia di lungo periodo che punti a un cambiamento radicale. Alcune linee d’azione possibili includono:

• Mobilitazioni su scala nazionale e internazionale – Le esperienze recenti in Argentina e Serbia dimostrano che movimenti studenteschi di massa possono effettivamente mettere sotto pressione i governi e imporre cambiamenti concreti.

• Creazione di spazi autonomi di formazione e ricerca – Laboratori autogestiti, università popolari e reti di ricerca indipendenti possono rappresentare un’alternativa concreta all’attuale modello accademico.

• Contestazione dei meccanismi di valutazione e finanziamento – Il sistema di premialità basato su parametri quantitativi deve essere sostituito da un modello che valorizzi la qualità della ricerca e la sua funzione sociale.

• Intersezione con altri movimenti sociali – Le lotte per il diritto alla casa, il reddito di base e la giustizia climatica sono strettamente legate alla trasformazione dell’università e possono creare alleanze strategiche per un cambiamento più ampio.

Conclusione: Ripensare l’Università per una Società Diversa

L’università neoliberista non è un’anomalia, ma un tassello di un modello di società basato sulla competizione, la precarietà e la subordinazione del sapere alle esigenze del mercato. Pensare di migliorarla senza metterne in discussione le fondamenta significa accettare passivamente il suo ruolo all’interno del sistema esistente. La sfida, quindi, è molto più ambiziosa: costruire un’università diversa per una società diversa. Questo richiede una lotta politica ampia, capace di superare le rivendicazioni settoriali e di immaginare un sapere libero, critico e accessibile a tutti.

“Dal Piano di Rinascita Democratica alle riforme della destra: un disegno autoritario lungo quarant’anni”

Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, maestro venerabile della loggia massonica P2 (Propaganda Due), rappresentava un progetto di ristrutturazione profonda dello Stato italiano. Redatto tra gli anni ‘70 e ‘80, aveva come obiettivo la trasformazione del sistema politico e istituzionale in senso autoritario, riducendo il pluralismo democratico e concentrando il potere nelle mani di un’élite tecnocratica e finanziaria.
Il piano prevedeva, tra le altre cose:
1. Il controllo dei media, con un’occupazione sistematica delle principali testate giornalistiche per orientare l’opinione pubblica.
2. La separazione delle carriere in magistratura, per indebolire l’indipendenza della magistratura e limitarne l’autonomia rispetto al potere politico.
3. La riforma del sistema parlamentare, con una drastica riduzione del potere legislativo del Parlamento a favore di un esecutivo forte, in un assetto che si avvicinava a un presidenzialismo autoritario.
4. L’accentramento del potere nelle mani di una ristretta élite, attraverso una rete di influenze che coinvolgeva politica, finanza, industria e apparati statali.

Se confrontiamo questi punti con le tre grandi riforme che l’attuale governo di destra sta cercando di portare avanti – separazione delle carriere dei magistrati (Forza Italia), premierato (Fratelli d’Italia), autonomia differenziata (Lega) – è evidente un filo conduttore che riconduce agli stessi principi del Piano di Rinascita Democratica.

  1. Separazione delle carriere dei magistrati

Questa proposta, sostenuta da Forza Italia, mira a distinguere nettamente tra pubblici ministeri e giudici. Sulla carta, potrebbe apparire una misura di garanzia, ma in realtà indebolisce l’indipendenza della magistratura, trasformando i PM in un corpo di fatto subordinato all’esecutivo, come avviene nei sistemi autoritari. Questo punto era centrale nel piano della P2, perché consentiva di limitare il potere giudiziario e renderlo meno pericoloso per la classe dirigente.

  1. Premierato

Il premierato, sostenuto da Fratelli d’Italia, prevede che il Presidente del Consiglio venga eletto direttamente dai cittadini, modificando l’attuale equilibrio costituzionale basato sulla centralità del Parlamento. Questa riforma mira a concentrare più potere nelle mani dell’esecutivo, riducendo il ruolo di controllo e mediazione delle altre istituzioni democratiche. Anche questo era un punto chiave della P2: l’indebolimento del Parlamento a favore di un governo forte, meno soggetto a vincoli democratici.

  1. Autonomia differenziata

L’autonomia differenziata, voluta dalla Lega, frammenta il sistema statale, assegnando maggiori poteri alle Regioni e aumentando le disuguaglianze territoriali. Questo principio rientrava nel piano di Gelli sotto l’idea di un controllo più efficace delle risorse e delle istituzioni locali da parte delle élite economiche, spezzando l’unità nazionale a vantaggio delle aree economicamente più forti.

L’inconsistenza propositiva del governo di destra

L’attuale governo di destra dimostra una mancanza di visione politica autonoma e coerente. Non propone riforme originali o un progetto di sviluppo del Paese, ma si limita a riprendere vecchi schemi elaborati da forze reazionarie già decenni fa. L’affinità con il Piano di Rinascita Democratica dimostra che questi partiti non stanno realmente rispondendo alle esigenze del presente, ma stanno attuando un’agenda che affonda le radici in un passato autoritario.

Questa continuità non è casuale: il governo attuale si inserisce in un contesto globale in cui le Upper Loges mondiali, cioè le élite finanziarie e industriali che influenzano i governi occidentali, stanno portando avanti un processo di ristrutturazione del potere. L’obiettivo è ridurre gli spazi di partecipazione democratica, aumentare il controllo sugli organi di giustizia e accentrare il potere nelle mani di pochi.

L’Italia, con il suo governo di destra, si allinea a questa tendenza senza sviluppare una propria strategia politica autonoma. Non si tratta di una reale innovazione, ma dell’applicazione di un modello deciso altrove, che mira a trasformare la democrazia parlamentare italiana in un sistema più controllabile dall’alto.

In definitiva, le riforme di questo governo non nascono da un’esigenza reale del Paese, ma sono il riflesso di un’agenda che mira a limitare la democrazia in favore di un sistema più elitario e autoritario, in perfetta continuità con il progetto che la P2 aveva concepito già quarant’anni fa.