Le elezioni tedesche hanno emesso un verdetto chiaro: la destra cresce, la sinistra si disgrega, il centro affonda. L’Unione Cristiano-Democratica (CDU-CSU) segna un deciso +4,4% e si attesta al 28,5%, mentre Alternative für Deutschland (AfD) raddoppia i voti e raggiunge il 20,8%. Insieme, queste due forze totalizzano il 49,3% dei consensi, una percentuale che ricorda da vicino il 49,8% ottenuto da Trump lo scorso novembre. La Germania, culla della memoria antifascista europea, sembra aver dato un segnale inquietante: il passato non è solo una lezione da ricordare, ma anche una tentazione sempre più forte.
Eppure, nonostante questa avanzata numerica, l’estrema destra non governerà. Friedrich Merz, futuro cancelliere, ha tentato di strizzare l’occhio ai voti di AfD con una legge anti-immigrazione, ma la risposta popolare è stata immediata e dura: proteste di massa, una rivolta civile che ha costretto Merz a una marcia indietro precipitosa. L’ombra del Terzo Reich è ancora un limite invalicabile per la maggioranza dei tedeschi. E qui emerge una contraddizione potente: mentre la paura dell’altro, del diverso, dell’immigrato cresce nelle urne, la coscienza storica della Germania impone ancora un argine, almeno per ora.
La disfatta della coalizione di governo
Chi ha perso? La risposta è netta: la coalizione di centrosinistra che governava. L’SPD di Olaf Scholz crolla al 16,4% (-9,3%), i Verdi si fermano all’11,6% (-3,2%) e i liberali del FDP scivolano sotto il 5%, sparendo dal Bundestag. La loro è una sconfitta meritata, figlia di una gestione politica priva di visione e coraggio. La Germania, che per decenni è stata il motore economico d’Europa, è oggi in recessione. Ha perso l’energia a basso costo proveniente dalla Russia e ha accettato senza battere ciglio il sabotaggio del Nord Stream, un atto di guerra su cui Scholz ha preferito chiudere gli occhi.
E quando il governo ha provato a recuperare terreno con una politica di destra sui migranti, il risultato è stato disastroso: nessuna nuova fiducia dagli elettori conservatori e una perdita irreparabile di credibilità tra i progressisti. La sinistra che copia la destra finisce per essere percepita come una versione sbiadita e poco convincente dell’originale. Il prezzo? Un tracollo elettorale senza appello.
La sinistra tra illusioni e realismo
Se il centro affonda e la destra avanza, la sinistra si divide. La Linke, forza storica della sinistra radicale, raddoppia i voti e arriva all’8,8%. Ma la scissione rosso-bruna di Sahra Wagenknecht non riesce a superare lo sbarramento del 5% e resta fuori dal Parlamento. Il suo tentativo di intercettare il malcontento popolare con una miscela di nazionalismo economico e retorica anti-immigrazione non ha convinto. L’elettorato progressista non si è lasciato sedurre dall’illusione di una sinistra che flirta con il sovranismo.
Questa è una lezione importante: la sinistra può essere forte solo se resta fedele ai suoi principi e non cede alla tentazione di inseguire le paure della destra. La questione migratoria non si risolve con i muri, ma con una politica sociale capace di garantire dignità e sicurezza a tutti. La crisi dell’Europa non è l’immigrazione, ma l’incapacità dei governi di affrontare le disuguaglianze che alimentano il rancore sociale.
Il vento della destra e la lezione italiana
Questo voto tedesco conferma un trend globale: la destra avanza perché cavalca paure profonde. Paura della globalizzazione, del cambiamento sociale, della crisi dell’ordine internazionale. Ma in Europa, a differenza degli Stati Uniti, il peso della storia frena gli entusiasmi per i nuovi nazionalismi.
Il rischio è che questa onda nera non trovi sbocco immediato, ma resti latente, pronta a emergere con ancora più forza. I 10 milioni di voti di AfD potrebbero congelarsi, come i 10,6 milioni raccolti da Bardella (Le Pen) in Francia. Ma il ghiaccio, lo sappiamo, non è eterno.
L’eccezione europea resta l’Italia. Qui la destra estrema governa, e governa senza vergogna. Non è stato Giorgia Meloni a rendere possibile tutto questo, ma Silvio Berlusconi, che ha normalizzato l’estrema destra trasformandola in una forza accettabile per il sistema. Il suo modello? Meno diritti, meno sindacati, meno tasse per i ricchi e una magistratura addomesticata.
Meloni oggi vuole ereditare quel sistema, ma con ambizioni globali: in inglese fluente si presenta come la perfetta alleata di Biden e di Trump, di Netanyahu e di Ursula von der Leyen, dei dittatori arabi e dei conservatori americani. Il suo obiettivo è il Premierato, un sistema che le permetterebbe di rafforzare il suo potere, eliminare i concorrenti interni e costringere l’opposizione a una battaglia tutta in salita.
Conclusione: un bivio per l’Europa
La Germania ci mostra un bivio chiaro per l’Europa: da un lato, il rischio di una svolta reazionaria che potrebbe prendere piede se le forze progressiste continueranno a mostrarsi deboli e incoerenti. Dall’altro, la possibilità di una risposta politica nuova, capace di affrontare le paure senza cedere al populismo.
Il vento soffia forte, e la direzione dipenderà dalla capacità di chi si oppone a questa deriva di costruire un’alternativa credibile. Perché il problema non è solo la destra che avanza, ma la sinistra che non riesce a essere all’altezza della sfida.