Il sangue a basso costo: il Sudan, l’oro dell’imperialismo e le vite che non contano

C’è una ferita aperta nel cuore dell’Africa orientale che nessun telegiornale serale degna di un titolo di apertura. Un popolo di cinquanta milioni di persone viene schiacciato, sfollato, affamato, sterminato sotto gli occhi di un mondo che ha deciso — perché di decisione si tratta, non di disattenzione — che quelle vite non valgono abbastanza. Dal 15 aprile 2023, il Sudan brucia. Oltre quindici milioni di esseri umani sono stati strappati alle proprie case, circa duecentomila sono morti in combattimento, milioni altri agonizzano di fame, colera, stenti. Eppure nessuna manifestazione di piazza, nessuna risoluzione muscolare, nessun pacchetto di sanzioni emergenziali, nessun minuto di silenzio nei palinsesti televisivi. Il Sudan è la prova provata che, nell’ordine globale contemporaneo, il dolore ha un prezzo, e quel prezzo è fissato dal mercato della rilevanza geopolitica.

Il razzismo dei riflettori

Che cosa rende una tragedia degna di essere raccontata? La risposta onesta è scomoda: serve che le vittime assomiglino abbastanza a noi. Quando a morire sono famiglie europee, bionde, affacciate su capitali riconoscibili, si mobilitano corridoi umanitari, accoglienze straordinarie, copertine settimanali. Quando a morire sono africani neri, musulmani o animisti, contadini di villaggi dai nomi impronunciabili, la macchina della compassione si inceppa. Non è un caso, è una struttura. È la stessa struttura che dopo il naufragio di Cutro ha richiesto settimane per produrre qualche riga di indignazione, mentre davanti a un hotel di Mariupol bastavano poche ore. È la logica razziale — ereditata dal colonialismo, mai davvero dismessa — secondo cui alcune vite incarnano il lutto universale e altre restano materiale statistico. Il Sudan, in questa griglia, è il paradigma perfetto della vita nera che sparisce: i morti si contano, non si ricordano; gli sfollati diventano numeri, non volti; le stragi non chiedono giustizia, solo un aggiornamento trimestrale.

I grandi media occidentali, quando si decidono a dedicare un servizio al Sudan, lo fanno con il tono dell’inevitabilità. Si parla di «scontri tribali», di «instabilità endemica», di «caos africano», come se il continente fosse preda di un destino biologico. È la riscrittura mediatica del cliché coloniale: l’Africa che si autodistrugge, incapace di pace, bisognosa di tutela. Di rado, quasi mai, si nomina la mano straniera che arma, finanzia, addestra, protegge. Di rado si racconta che le armi usate in Darfur vengono fabbricate altrove, che l’oro estratto a Jebel Amer finisce nei forzieri di Dubai, che i droni che colpiscono gli ospedali attraversano cieli sorvegliati da radar alleati. La narrazione dominante deruba il Sudan perfino della propria tragedia: gli nega la dignità di essere compreso come vittima di un sistema, relegandolo a spettacolo di barbarie indigena.

Il capitalismo dell’oro: economia politica di un massacro

Se si vuole capire davvero perché la guerra sudanese non si ferma, bisogna smettere di guardare ai due generali che si contendono Khartoum e cominciare a seguire i flussi di denaro. Il Sudan è uno dei maggiori produttori d’oro dell’Africa. Nelle miniere del Darfur meridionale, in particolare a Jebel Amer e ad Al Junaid, si estrae un metallo che vale, secondo le stime indipendenti, circa tredici miliardi di dollari l’anno di traffico illecito. Quasi il novanta per cento di quell’oro esce dal Paese clandestinamente, attraverso rotte che toccano il Ciad, il Sud Sudan, l’Uganda, l’Etiopia, la Libia orientale di Khalifa Haftar, e approda infine sui mercati degli Emirati Arabi Uniti, dove viene raffinato, rimesso in circolo, e riconsegnato al capitale globale completamente ripulito. Nelle collane, nei lingotti delle banche centrali, nei circuiti tecnologici dei nostri smartphone, può esserci oro estratto col lavoro forzato di bambini sudanesi sorvegliati da miliziani con il kalashnikov. Il capitalismo estrattivo non ha bisogno di giustificazioni etiche: ha bisogno solo che nessuno faccia domande.

Le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo — il signor Hemedti — si finanziano in buona parte con questo oro. Lo estraggono, lo vendono, ci comprano armi e mercenari. L’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan fa lo stesso, nei territori che controlla, appoggiandosi a canali diversi ma analoghi. In questa simmetria sta l’essenza del conflitto: non è una guerra per vincere, è una guerra per gestire la rendita. I due generali sono in disaccordo su chi debba incassare, non su cosa fare del Paese. Il Sudan è, in questo senso, una forma avanzata di capitalismo della catastrofe: una macchina economica che consuma vite umane e produce lingotti, che trasforma la carestia in margine di profitto, che rende il caos una condizione strutturale della propria redditività. Finché l’oro continuerà a uscire, la guerra continuerà a bruciare. È meno una guerra civile che una filiera produttiva.

Gli imperialismi rivestiti di diplomazia

Dietro i due contendenti interni, si staglia una galleria di potenze regionali e globali che spingono, armano, rallentano, negoziano, prolungano. Gli Emirati Arabi Uniti sono il principale sponsor delle Rapid Support Forces: forniscono armi attraverso canali clandestini che Amnesty International, Le Monde, il New York Times, le Nazioni Unite e numerose agenzie investigative hanno documentato, muovono denaro, proteggono l’infrastruttura commerciale dell’oro, reclutano mercenari nel proprio circuito regionale. Lo fanno per una ragione semplice: controllare un pezzo d’Africa significa dominare le rotte del Mar Rosso, dominare le rotte del Mar Rosso significa controllare l’energia che scorre fra Golfo ed Europa. E intanto Abu Dhabi compra la neutralità egiziana con un pacchetto di investimenti da trentacinque miliardi di dollari, che è un modo elegante per acquistare il silenzio di un vicino che sostiene il fronte opposto. L’Egitto di al-Sisi, infatti, arma l’esercito regolare sudanese, condividendo con Burhan decenni di scuola militare comune e una stessa avversione per qualunque transizione democratica.

La Russia gioca su entrambe le sponde. La galassia Wagner, oggi riorganizzata sotto altri marchi ma sostanzialmente intatta, ha per anni addestrato e sostenuto le Rapid Support Forces in cambio di concessioni aurifere; parallelamente, Mosca negozia con Burhan la costruzione di una base navale a Port Sudan, che garantirebbe al Cremlino un piede permanente sul Mar Rosso, a poche centinaia di chilometri dal canale di Suez. Iran e Turchia si schierano con l’esercito, cercando ciascuno il proprio ritorno strategico. L’Etiopia, in funzione anti-egiziana, ha iniziato a fornire sostegno alle Rapid Support Forces. Haftar, dalla sua Cirenaica armata da molte potenze insieme, apre corridoi logistici verso Dubai. Gli Stati Uniti, che pure dispongono degli strumenti di intelligence e di pressione più sofisticati del pianeta, si limitano a un coinvolgimento intermittente, guidando formalmente il cosiddetto Quad insieme a Egitto, Arabia Saudita ed Emirati. Ma affidare una mediazione a chi arma entrambe le parti non è negoziato: è complicità istituzionalizzata. È la privatizzazione della diplomazia, il trionfo dell’imperialismo che non si chiama più con il proprio nome e si traveste da cooperazione regionale.

La complicità europea e il rituale dell’aiuto

Il copione europeo, davanti a tutto questo, è disciplinato e ipocrita. Si convocano conferenze umanitarie — l’ultima a Berlino, il 15 aprile 2026, con la partecipazione del ministro degli Esteri italiano — si annunciano pacchetti di aiuti, si stringono mani, si pubblicano comunicati di «profonda preoccupazione». Poi si torna a casa e si firmano nuove licenze per esportare armi agli stessi Emirati che le girano alle Rapid Support Forces. Il piano di aiuti delle Nazioni Unite per il 2026 è finanziato per appena il sedici per cento: una miseria che dice tutto di quanto valga, davvero, il Sudan nelle agende europee. Le stesse agenzie che dovrebbero soccorrere la popolazione subiscono attacchi sistematici: ambulanze bombardate da droni, magazzini saccheggiati, operatori uccisi o rapiti, corridoi umanitari chiusi a oltranza. La fame è stata trasformata in arma di guerra, e la risposta del mondo ricco è un bonifico ridicolo accompagnato da un selfie istituzionale.

L’Italia non è una spettatrice innocente. Il governo Meloni, come i suoi predecessori, ha mantenuto saldi rapporti di cooperazione militare ed economica con gli Emirati Arabi Uniti e con l’Egitto di al-Sisi, nonostante sul tavolo restino aperti dossier pesantissimi — a cominciare dall’omicidio di Giulio Regeni, mai davvero affrontato come avrebbe meritato. Le licenze di esportazione di sistemi d’arma verso Abu Dhabi sono continuate anche mentre si accumulavano le prove del ruolo emiratino nel conflitto sudanese. Fincantieri, Leonardo, la filiera della difesa italiana: nessuno ha pagato un prezzo politico. Le parole della carità cristiana, così frequenti nella retorica governativa, si spengono davanti alla dogana dei porti militari. È la contraddizione permanente del capitalismo europeo: umanitarismo al microfono, industria bellica al bilancio. E nessuna forza politica maggioritaria, in Parlamento, ha avuto la forza di rompere questa ipocrisia.

I volti della catastrofe

Al di sotto della geopolitica, sotto le cifre, sotto le rotte dell’oro e delle armi, ci sono persone. Ci sono madri che partoriscono in tende senza elettricità, bambini che muoiono di malnutrizione nelle aree assediate, contadini che assistono al saccheggio dei propri raccolti, intere comunità — i Masalit, i Fur, gli Zaghawa del Darfur — che subiscono una pulizia etnica riconosciuta da osservatori internazionali come tale. I dati dell’UNICEF sono un atto di accusa permanente: più di cinque milioni di minori sfollati, almeno centosessanta bambini uccisi e ottantacinque mutilati nei primi tre mesi del 2026, con un incremento del cinquanta per cento rispetto all’anno precedente. Il settantotto per cento delle vittime infantili è causato da attacchi con droni. Droni fabbricati altrove, venduti ad Abu Dhabi, spediti a Hemedti, pilotati da qualche parte verso una scuola coranica, una fila per l’acqua, un mercato. La tecnologia della morte, nel ventunesimo secolo, è una filiera globale che attraversa continenti e ripulisce coscienze.

La povertà, in tre anni, è esplosa dal ventuno al settantuno per cento. Ventitré milioni di sudanesi vivono oggi sotto la soglia minima. La carestia è stata formalmente certificata a El Fasher e a Kadugli. Il sistema sanitario è ridotto al venti per cento della capacità originaria: le donne muoiono di parto in locali senza acqua corrente, i diabetici muoiono di mancanza di insulina, i bambini muoiono di morbillo e di diarrea acuta. Il colera si espande liberamente là dove gli acquedotti sono ormai scheletri arrugginiti. Ogni cifra è un funerale moltiplicato per milioni. Ogni percentuale è una storia che nessuno leggerà.

L’indifferenza come progetto politico

Non si può più parlare di questa guerra come di una «tragedia dimenticata». L’espressione è consolatoria, quasi assolutoria: suggerisce che qualcuno, semplicemente, si è distratto. La verità è diversa e più dura. Il Sudan non è dimenticato: è stato rimosso. È stato rimosso perché la sua tragedia metterebbe in discussione i fondamenti stessi dell’ordine globale che beneficia dei suoi morti. Ricordarsene significherebbe interrogare il ruolo del capitalismo estrattivo, le filiere dell’oro e dei minerali critici, le esportazioni d’armi verso regimi autoritari, la collusione fra democrazie occidentali e monarchie del Golfo, la gerarchia razziale che struttura ancora la nostra percezione del lutto. Significherebbe chiedere conto a banche, industrie, governi, media. Significherebbe, in una parola, politicizzare il dolore. E niente è più pericoloso, per l’ordine costituito, di un dolore politicizzato.

La gerarchia del visibile non è un incidente culturale. È un dispositivo di potere. Seleziona quali tragedie possano diventare mobilitazione e quali debbano restare inquietudine privata. Decide che cosa è un genocidio e che cosa è «violenza etnica». Stabilisce chi merita un tribunale internazionale e chi merita, al massimo, una nota a piè di pagina. Il Sudan, in questa macchina selettiva, è la dimostrazione plastica di come l’informazione globale sia, anzitutto, un’economia: domanda, offerta, marginalità, dismissione. Dove il pubblico non reagisce, l’offerta si ritira. Dove l’offerta si ritira, il pubblico smette di chiedere. Il ciclo si chiude, e il silenzio diventa sistema.

Rompere il silenzio è un atto politico

Cosa possiamo fare, noi che scriviamo, leggiamo, votiamo in Europa, mentre in Sudan si muore? Possiamo cominciare col rifiutarci di accettare le cornici che ci vengono imposte. Possiamo chiedere, ogni volta, di chi sono le armi, di chi è l’oro, di chi sono i droni, di chi sono i porti da cui partono le navi che armano la catastrofe. Possiamo pretendere dalle nostre istituzioni un embargo vero — non di facciata — verso gli Emirati e verso ogni governo che alimenti il conflitto. Possiamo chiedere che le aziende italiane ed europee che fanno affari con questi regimi rispondano pubblicamente del sangue che passa, anche indirettamente, dai loro bilanci. Possiamo fare in modo che il Sudan torni dentro il discorso pubblico, che entri nei comizi, nei dibattiti parlamentari, nelle piazze. Nessuna pace è stata mai conquistata dal silenzio.

Ricordare il Sudan significa rifiutare l’idea che esistano esseri umani di serie B. Significa riconoscere che il destino di un contadino di El Fasher, di una madre di Nyala, di un bambino di Kadugli è intrecciato — nelle miniere, nelle rotte dell’oro, negli accordi bilaterali, nelle licenze d’arma — al nostro destino. Significa smettere di credere all’alibi della distanza. Non c’è distanza, in un’economia globale: c’è solo volontà di non vedere. E quella volontà ha un nome politico preciso, ha ministri, ha amministratori delegati, ha direttori di giornale, ha parlamentari, ha azionisti. Il silenzio sul Sudan non è un silenzio orfano: ha padri e madri riconoscibili, e anche cognomi. Il primo atto di giustizia, verso quel popolo, è nominarli.

Finché continueremo a tollerare che il valore di una vita si misuri sulla sua utilità ai flussi di capitale e al branding geopolitico delle nazioni ricche, continueremo ad avere Sudan. E avremo altri Sudan. Nella Repubblica Democratica del Congo saccheggiato per il coltan, nello Yemen affamato dai bombardamenti sauditi e emiratini, nel Sahel lasciato alla disintegrazione, nella Somalia ridotta a terreno di caccia. Ogni volta che la politica abdica alla finanza e i diritti umani diventano pubblicità, una nuova catastrofe si accende lontano dai nostri schermi. Il Sudan non è un’eccezione: è l’avvertimento. Se non impariamo a guardarlo, non impareremo mai a guardare davvero nessun altro.

Fonti

UNHCR — Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, aggiornamenti sulla crisi degli sfollati sudanesi, aprile 2026
UNICEF, dichiarazioni della direttrice Catherine Russell e dati sui minori uccisi, feriti e sfollati, aprile 2026
IPC — Integrated Food Security Phase Classification, rapporti sulla sicurezza alimentare in Sudan, 2025-2026
Programma Alimentare Mondiale (WFP), conferenza stampa di Ross Smith, Ginevra, aprile 2026
OCHA — Ufficio ONU per gli Affari Umanitari, Humanitarian Needs and Response Plan 2026
Terza Conferenza Umanitaria Internazionale sul Sudan, Berlino, 15 aprile 2026
ISPI — Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, “Sudan: tre anni di guerra invisibile”, 2026
European Council on Foreign Relations, “The falcons and the secretary bird: Arab Gulf states in Sudan’s war”, 2025
Atlantic Council, analisi sull’interferenza esterna nel conflitto sudanese, 2025
Amnesty International, rapporti sulle violazioni dell’embargo e sulle forniture d’armi alle parti belligeranti, 2024-2025
The Sentry, rapporto sulle reti finanziarie delle Rapid Support Forces con base a Dubai, ottobre 2025
The New York Times, inchieste sulla filiera di armi verso le Rapid Support Forces
Le Monde, inchieste sulle rotte di rifornimento emiratine verso l’Africa orientale, marzo 2026
Global Initiative Against Transnational Organized Crime, “The illicit transnational supply chains sustaining Sudan’s conflict”, novembre 2025
Center for American Progress, analisi sul ruolo emiratino nel conflitto, 2025
African Arguments, “Sudan’s War Was Not a Breakdown. It Was the System Working”, marzo 2026
Yale University Humanitarian Research Lab, rapporti sugli attori esterni nel conflitto
Human Rights Watch, rapporti sulle atrocità in Darfur e sul coinvolgimento internazionale
Medici Senza Frontiere, testimonianze e denunce dal terreno
Save the Children, rapporti sull’impatto della guerra sui minori sudanesi
Vatican News, interviste a operatori UNHCR in Sudan
Il Post, ISPI, Sky TG24, L’Unità, AgenSIR, Tv2000 — coperture giornalistiche italiane sul conflitto
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia

I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata

Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.

Il paradigma della legge truffa

Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.

Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria. La mobilitazione lanciata in questi giorni richiama alla memoria le grandi battaglie costituzionali del dopoguerra, ed è condotta nella piena consapevolezza che oggi, come allora, in gioco non è una questione procedurale ma la natura stessa della democrazia parlamentare sancita dalla Carta del 1948. La parola «truffa», nel vocabolario dei costituzionalisti italiani, non è un’iperbole polemica: è una categoria storica precisa, che designa quei dispositivi normativi attraverso cui il potere tenta di preservarsi bypassando il libero esercizio della sovranità popolare.

Il meccanismo: premio abnorme, parlamento addomesticato

L’articolazione del testo incardinato alla Camera rivela con chiarezza la filosofia che la muove. Alla lista o alla coalizione vincente, anche per un margine risicato, verrebbe assegnato un bonus di settanta deputati alla Camera e trentacinque senatori a Palazzo Madama. Numeri che non servono a garantire la governabilità — feticcio invocato a ogni stagione per giustificare ogni forzatura — ma a produrre un’alterazione radicale della proporzione fra voti ricevuti e poltrone ottenute. Un partito o una coalizione che raccogliesse un sostegno appena superiore al trentacinque per cento potrebbe ritrovarsi, grazie all’effetto moltiplicatore del premio, a gestire la metà abbondante dell’assemblea. È la fine di qualunque corrispondenza fra numero di voti e numero di seggi, il principio fondativo di ogni rappresentanza democratica.

Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e presidente del Comitato Giusto Dire No durante il referendum di marzo, ha sintetizzato il vizio di fondo con chirurgica precisione: l’elettore non ha alcun ruolo nella selezione di quei settanta. Sono i partiti a decidere chi occuperà i seggi aggiuntivi, attraverso listini bloccati che riproducono lo schema già più volte bocciato dalla Corte costituzionale nelle sentenze sul Porcellum e sull’Italicum. Il cittadino è chiamato a ratificare una scelta compiuta a monte nelle stanze delle segreterie di partito. Vota, ma non sceglie. Assume un ruolo cerimoniale, quello di certificare con la matita copiativa decisioni già prese altrove. La Costituzione, all’articolo 67, vuole parlamentari liberi da vincoli di mandato perché eletti direttamente dal popolo; il Melonellum li vuole invece debitori delle nomenklature di partito, incapsulati in una catena di obblighi che rende vana ogni pretesa di autonomia.

La deriva dei tre quinti: anticamera dell’autocrazia

Il punto più inquietante della manovra riguarda la soglia dei tre quinti del Parlamento. Con il Melonellum, una coalizione vincente anche di pochissimo potrebbe raggiungere circa duecentotrenta deputati, a un soffio da quella quota aritmetica. E i tre quinti non sono un numero magico o un’astrazione accademica: sono la soglia che, in Italia, consente di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica a partire dal quarto scrutinio e di condizionare imodo decisivo la nomina dei giudici della Corte costituzionale di quota parlamentare. Tradotto: chi controlla i tre quinti controlla gli equilibri istituzionali dell’intero Paese.

Può scegliere il Capo dello Stato senza necessità di convergenza con le opposizioni, può plasmare la Consulta secondo le proprie inclinazioni ideologiche, può — nel medio periodo — orientare l’interpretazione stessa della Costituzione attraverso le sentenze dei giudici che ha contribuito a designare. È il percorso silenzioso attraverso cui una democrazia parlamentare può mutare fisionomia senza che sia necessario abolire formalmente nulla. Non servono proclami, non serve un Ventitré marzo rovesciato: basta un lento, paziente lavoro di erosione dei contrappesi, un’operazione di ingegneria istituzionale che modifichi le regole del gioco fino a rendere strutturalmente impossibile la sconfitta di chi governa. Villone usa una parola che non andrebbe sottovalutata e che merita di essere pronunciata per quello che è: autocrazia. Non si tratta di iperbole polemica, ma della descrizione tecnica di un sistema in cui il potere esecutivo, grazie a un dispositivo elettorale distorto, finisce per controllare anche i contrappesi pensati per limitarlo.

Il voto estero, laboratorio della manipolazione

Accanto al corpo principale della riforma, il governo ha già consumato nei giorni scorsi un’operazione che chiarisce il metodo e l’obiettivo: la riscrittura delle regole per il voto degli italiani residenti all’estero. Nelle ultime elezioni politiche, su dodici eletti nella circoscrizione Europa, sette erano del Partito democratico e uno del Movimento 5 Stelle, successivamente transitato ad Azione. Un dato scomodo per la maggioranza, che in Europa — dove risiedono le comunità italiane più integrate, più informate e culturalmente più esposte al dibattito democratico continentale — non riesce a sfondare. Le nuove generazioni di emigranti italiani, fuggite dalla precarietà cronica del mercato del lavoro interno, votano tendenzialmente a sinistra o verso forze progressiste. Un fenomeno che il governo intende semplicemente cancellare dalla statistica.

La risposta è stata chirurgica: alterare i confini dei collegi esteri per annacquare il peso delle zone sfavorevoli e sovrarappresentare quelle dove il voto pende a destra. Il deputato Toni Ricciardi del Partito democratico, eletto proprio nel collegio Europa, ha denunciato apertamente l’operazione, mentre Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi e Sinistra ha fornito un dato eloquente: nel recente referendum costituzionale, in Sud America il Sì ha raccolto oltre il settanta per cento dei consensi, con picchi dell’ottantasette per cento in Venezuela, mentre in Europa ha prevalso nettamente il No. Ridisegnare i collegi per far pesare di più i voti delle zone favorevoli significa una cosa sola: piegare la geografia elettorale all’esigenza del vincitore. È la logica del gerrymandering americano traslata nel contesto italiano, un’operazione che negli Stati Uniti ha progressivamente svuotato di senso il principio una persona, un voto, producendo distorsioni sistemiche nella rappresentanza federale.

La catena spezzata: da Porcellum a Melonellum

L’ingegneria elettorale truffaldina non è un’invenzione della Meloni. È il prodotto di una sedimentazione ventennale che attraversa la storia della cosiddetta seconda Repubblica e si prolunga fino all’attuale stagione. Il Porcellum, architettato nel 2005 da Roberto Calderoli per blindare il potere di Silvio Berlusconi, fu dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte con la sentenza numero uno del 2014 proprio per il meccanismo del premio abnorme e dei listini interamente bloccati. L’Italicum renziano, approvato con il voto di fiducia e al centro del compromesso politico culminato nel referendum costituzionale del dicembre 2016, rilanciò la stessa logica attraverso il ballottaggio a due turni fra le liste più votate: bocciato anch’esso dalla Consulta con la sentenza trentacinque del 2017. Il Rosatellum, costruito sotto il governo Gentiloni con una maggioranza trasversale che includeva il Partito democratico e ampi settori del centrodestra, sopravvisse ai ricorsi ma confermò l’impianto delle candidature multiple e dei collegi uninominali di fatto blindati attraverso la compensazione proporzionale.

Sergio Bagnasco, che con il compianto Felice Carlo Besostri elaborò i referendum contro il Rosatellum, ha colto con lucidità il punto politico: il Melonellum è la figlia legittima del Porcellum, ma è anche il frutto della complicità bipartisan che ha impedito, nel corso di due decenni, il ritorno a un sistema elettorale che restituisse centralità al Parlamento e dignità alla funzione rappresentativa. Il campo progressista, se davvero vuole contrastare questa deriva, dovrà assumersi un impegno preciso e pubblico: non limitarsi a combattere questa legge nelle aule parlamentari e nelle eventuali sedi giurisdizionali, ma impegnarsi fin da ora a scriverne una radicalmente diversa in caso di vittoria alle prossime politiche. Una legge che non riproduca la logica capocratica, che abolisca premi sproporzionati e listini bloccati, che restituisca ai cittadini la facoltà effettiva di scegliere i propri rappresentanti e al Parlamento la dignità di luogo della deliberazione e del controllo sull’esecutivo. Senza questo impegno preventivo, la prossima alternanza rischia di limitarsi a una staffetta fra padroni diversi dello stesso meccanismo.

La sopravvivenza come principio politico

Villone ha usato una formula tagliente: per la destra si tratta di una questione di sopravvivenza. È la chiave per leggere non solo il Melonellum ma l’intera strategia del governo negli ultimi mesi. Il referendum di marzo ha mostrato alla maggioranza che il consenso del 2022 era anomalo e difficilmente ripetibile, frutto di un campo progressista frammentato più che di un’adesione profonda e duratura al programma della coalizione. L’astensione storica che aveva spalancato la strada a Palazzo Chigi non si ripeterà con la stessa intensità, anche perché il voto referendario ha dimostrato che una parte consistente dell’elettorato sa ancora mobilitarsi su questioni costituzionali. I sondaggi registrano da mesi un’erosione costante del consenso, aggravata dalla crisi economica, dall’inflazione che morde i salari reali, dall’impotenza mostrata di fronte all’escalation militare in Medio Oriente seguita alla campagna statunitense e israeliana contro l’Iran, con tutto ciò che ne è derivato sul piano dei prezzi dell’energia e della dipendenza strategica europea.

In questo quadro, per la maggioranza non si tratta più di vincere con un programma convincente, ma di costruirsi le condizioni per non perdere. Il Melonellum è esattamente questo: l’architrave di una strategia di conservazione del potere che rinuncia alla conquista del consenso per dedicarsi alla manipolazione delle regole. Chi, all’interno della coalizione, non vuole rinunciare ai collegi uninominali — si pensi alla Lega, che su di essi ha storicamente fondato la propria radicazione territoriale settentrionale — verrà compensato con posti blindati nei listini proporzionali. L’accordo interno è già sostanzialmente scritto: nessun partito della maggioranza può permettersi il lusso di andare alle urne con regole eque, perché nessuno di essi, singolarmente o insieme, è in grado di garantirsi la vittoria senza un vantaggio strutturale iscritto nella legge. È la confessione implicita della propria debolezza: ci si blinda perché si sa di essere minoritari.

La posta in gioco

Ciò che è in gioco con il Melonellum non è una diatriba tecnica fra costituzionalisti o l’ennesima querelle sulla legge elettorale. È la domanda fondamentale di ogni democrazia: a chi appartiene il potere? La risposta che la Costituzione italiana ha dato nel 1948 è inequivocabile — appartiene al popolo, che lo esercita attraverso rappresentanti liberamente scelti e vincolati al mandato ricevuto. Settantotto anni dopo, quella risposta è sotto assedio. Il percorso di svuotamento è graduale, spesso invisibile all’elettore distratto: un premio di maggioranza qui, un listino bloccato là, una ridistribuzione dei collegi, un’alterazione della quota estera. Ogni singolo passo sembra marginale. Sommati, disegnano il profilo di un sistema in cui chi vince — anche per un voto — ottiene le chiavi dell’intera macchina istituzionale e può usarle per consolidare il proprio dominio ben oltre la legittimazione ricevuta alle urne.

La storia repubblicana ha già conosciuto questa tentazione. L’ha affrontata nel 1953 e l’ha respinta con le armi della mobilitazione politica e culturale. L’ha riconosciuta nel 2005 con il Porcellum e, dopo anni di ritardo, l’ha smontata grazie alle sentenze della Corte costituzionale. L’ha incontrata di nuovo con l’Italicum e l’ha fermata alle urne del dicembre 2016. Oggi la affronta nella sua versione più sofisticata e spregiudicata, confezionata da una maggioranza che ha compreso come il vero terreno di conquista non siano più le coscienze degli elettori ma le regole con cui il loro voto viene pesato. La battaglia contro il Melonellum non è una questione di schieramento partitico ma di principio democratico elementare. Perché una democrazia che rinuncia al diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti cessa, semplicemente, di essere una democrazia. Diventa altro. E l’altro ha già un nome, scomodo e preciso, che i costituzionalisti italiani non hanno più paura di pronunciare.

Fonti

• Comitato di difesa costituzionale (CdC) — documenti, comunicati e appelli alla mobilitazione contro la riforma elettorale.

• Enrico Grosso, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Giurisprudenza — interventi pubblici e analisi sulla proposta di riforma.

• Massimo Villone — editoriali e saggi pubblicati su «il manifesto» sul sistema elettorale italiano e sui suoi rapporti con il dettato costituzionale.

• Sergio Bagnasco e Felice Carlo Besostri — ricorsi e materiali dei referendum contro il Rosatellum.

• Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014 (incostituzionalità parziale del Porcellum) e sentenza n. 35/2017 (incostituzionalità parziale dell’Italicum).

• Camera dei Deputati — atti parlamentari e testo della proposta di riforma del sistema elettorale incardinata in Commissione Affari costituzionali.

• Costituzione della Repubblica italiana — in particolare articoli 1, 48, 56, 67, 83 e 135.

• Archivio storico Senato della Repubblica — documenti sulla legge elettorale del 1953 (cosiddetta «legge truffa»).

• Dichiarazioni pubbliche di Toni Ricciardi (PD) e Filiberto Zaratti (AVS) sulla riforma del voto degli italiani all’estero.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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Ventiquattro anni nelle segrete di IsraeleMarwan Barghouti, la tortura di un popolo e il silenzio complice dell’Occidente

C’è un uomo, in una cella israeliana, che da ventiquattro anni non vede la luce di una piazza, non stringe la mano dei suoi nipoti, non legge un giornale, non sa chi governa il mondo fuori. C’è un uomo che, nell’arco di sole due settimane, è stato pestato tre volte dalle guardie, aggredito da un cane aizzato contro di lui, lasciato a terra sanguinante senza cure. Quell’uomo si chiama Marwan Barghouti, è un parlamentare palestinese, e il suo corpo torturato è la fotografia più nitida di ciò che l’Occidente finge di non vedere: la natura coloniale, razziale e sistematica della detenzione israeliana dei prigionieri politici palestinesi.

Una fotografia che squarcia il velo

Il quotidiano comunista francese L’Humanité ha pubblicato la testimonianza dell’avvocato Ben Marmarelli, che ha potuto incontrare Barghouti il 12 aprile scorso dopo un’attesa umiliante di cinque ore in una stanza senz’acqua, senza cibo, senza la possibilità nemmeno di usare un bagno. I telefoni di collegamento non funzionavano. Il vetro che separava legale e detenuto imponeva di urlare per capirsi. In questa scenografia di diritto negato, si è consumato l’incontro tra un difensore impotente e un prigioniero lucido, consapevole, politicamente vivo nonostante l’isolamento totale.

Barghouti, racconta l’avvocato, è stato aggredito l’8 aprile nel carcere di Ganot: picchiato selvaggiamente, lasciato senza assistenza medica per ore, con le richieste di cure respinte dall’amministrazione penitenziaria. Il 25 marzo un altro pestaggio, durante il trasferimento da Megiddo a Ganot. Il 24 marzo, a Megiddo, le guardie erano entrate nella sua cella con un cane, lo avevano costretto a terra e avevano lasciato che l’animale lo aggredisse ripetutamente. Non sono eccessi individuali, né incidenti. È un metodo.

Il metodo, non l’eccezione

L’Israel Prison Service — il Servizio Penitenziario israeliano — non sta perdendo il controllo: lo esercita con precisione. La tortura nei confronti dei prigionieri politici palestinesi non è una deviazione del sistema, è il sistema. È la coerente estensione carceraria di un dispositivo di dominio che, fuori da quelle mura, si chiama occupazione, apartheid, espansione coloniale, guerra permanente. Marmarelli lo dice con le parole più semplici e più scandalose che si possano pronunciare di fronte a un’opinione pubblica europea anestetizzata: tutti i prigionieri politici palestinesi vengono torturati. Tutti, senza eccezione.

Isolamento totale dal mondo esterno. Nessuna televisione, nessun telefono, nessuna radio, nessun giornale, nessuna lettera, nessun libro — soltanto un Corano, due mutande, due camicie, due paia di calzini, una giacca, un paio di pantaloni. Razioni di cibo sotto soglia, tè senza zucchero, sette uscite in cortile in venti giorni laddove ne spetterebbe una al giorno. Detenuti con problemi di vista lasciati senza occhiali né prescrizione, dunque impossibilitati persino a leggere l’unico testo ammesso. È una sottrazione scientifica dell’umano, studiata per disgregare la persona prima ancora del prigioniero.

Chi è Marwan Barghouti, e perché fa così paura

Arrestato illegalmente a Ramallah il 15 aprile 2002 dall’esercito israeliano, Marwan Barghouti è un membro eletto del Consiglio Legislativo Palestinese, leader storico di Fatah, figura che da un quarto di secolo incarna ciò che Israele teme più di qualsiasi militante: un palestinese popolare, trasversale, capace di tenere insieme Cisgiordania e Gaza, capace di parlare alla propria base e insieme di interloquire con la comunità internazionale. In ogni sondaggio condotto nei territori occupati, il suo nome svetta come primo riferimento politico. È, agli occhi dei palestinesi, qualcosa di molto simile a ciò che Nelson Mandela fu per il Sudafrica in ostaggio dell’apartheid.

Per questo Israele non lo libera, non lo processa con garanzie, non gli consente una difesa reale. Per questo l’estrema destra al governo lo esibisce come trofeo: lo scorso agosto il ministro Itamar Ben Gvir — uomo con precedenti penali per incitamento al razzismo e sostegno al terrorismo ebraico — si è recato nella sua cella per minacciarlo in una miserabile trovata pubblicitaria. Non un atto istituzionale, ma una liturgia fascista, con la macchina da presa alle spalle e la vittima scelta per la sua vulnerabilità. È l’odio trasformato in comunicazione di governo.

La farsa del diritto e la sostanza del colonialismo

Marmarelli lo dice senza giri di parole: non esiste un caso Barghouti. Non c’è un fascicolo giudiziario nel senso proprio del termine, non c’è una via legale per il rilascio, non c’è un tribunale imparziale a cui rivolgersi. C’è soltanto la posizione coloniale di chi decide, secondo calcolo politico, se e come concedere al prigioniero un materasso, un sapone, una giacca. La funzione dell’avvocato si riduce a un’opera di mitigazione dell’orrore, non di ricerca della giustizia. Sono le fondamenta stesse dello Stato di diritto ad essere abolite, sostituite da un arbitrio amministrativo che rivela la verità più scomoda: nei confronti dei palestinesi, Israele non è e non si comporta come uno Stato democratico.

Il diritto internazionale, su questo terreno, è stato ridotto a relitto retorico. Le Convenzioni di Ginevra, la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, gli standard minimi per il trattamento dei detenuti elaborati dall’ONU: tutto viene sistematicamente calpestato, e tutto viene sistematicamente tollerato dai governi che si autodefiniscono custodi dei diritti umani. Il Comitato internazionale della Croce Rossa denuncia da mesi il divieto di visita imposto dalle autorità israeliane ai familiari dei detenuti palestinesi. Le relazioni delle Nazioni Unite documentano torture, umiliazioni sessuali, morti in custodia. Non manca la conoscenza dei fatti: manca la volontà politica di agire.

L’Europa che si gira dall’altra parte

L’Unione Europea, che negli ultimi due anni ha sanzionato la Russia con una velocità che ha fatto scuola nella diplomazia contemporanea, continua a trattare Israele come partner privilegiato, commerciale, tecnologico e militare. L’Accordo di Associazione UE-Israele, la cui clausola sui diritti umani consentirebbe la sospensione immediata, resta intatto dopo le stragi di Gaza, dopo la documentazione indipendente di crimini di guerra, dopo le condanne della Corte Internazionale di Giustizia, dopo i mandati di cattura della Corte Penale Internazionale. Questo doppio standard non è un inciampo: è il segno tangibile di una subalternità strategica e culturale dell’Europa al blocco statunitense-israeliano, una subalternità che l’opinione pubblica del continente — nelle piazze, nei sindacati, nei movimenti studenteschi — sta però cominciando a contestare con crescente determinazione.

In Italia la situazione è persino più grave. Il governo di destra-destra guidato da Giorgia Meloni ha scelto l’allineamento incondizionato con Tel Aviv, votando contro risoluzioni di cessate il fuoco alle Nazioni Unite, mantenendo contratti per la fornitura di componentistica militare, impedendo di fatto qualsiasi pressione diplomatica. I grandi media mainstream, da parte loro, hanno costruito per mesi un racconto asimmetrico, in cui la parola tortura non si poteva pronunciare se il torturato era palestinese, in cui la parola terrorismo si poteva applicare soltanto a un lato, in cui i bambini morti di Gaza diventavano statistica, mentre gli ostaggi israeliani — sacrosantemente — diventavano volti, nomi, biografie. Questa disparità informativa è essa stessa una forma di complicità.

La dignità come resistenza

E poi c’è lui, Barghouti. C’è la lucidità di un uomo che, dopo ventiquattro anni di prigione, dopo pestaggi ripetuti, dopo l’isolamento scientifico imposto dallo Stato che lo detiene, nel colloquio con il suo avvocato non chiede pietà, non piange su di sé: chiede informazioni sulla situazione politica palestinese, chiede cosa stia succedendo in Israele, chiede dei suoi figli e dei suoi nipoti che non ha mai potuto conoscere. E continua, racconta Marmarelli, a essere l’unico detenuto che alza la voce contro le guardie, che contesta il sopruso, che dice non è giusto, non è legale. Gli altri prigionieri sono terrorizzati. Lui no.

Non è un dettaglio caratteriale: è una postura politica. È la stessa postura che fece di Gramsci, nel carcere fascista, il pensatore che scardinava dall’interno la gabbia in cui il regime sperava di seppellirlo. È la stessa postura che fece di Mandela, a Robben Island, un simbolo universale. È la postura di chi sa che la dignità, quando non può essere difesa con le armi della libertà, diventa essa stessa l’arma estrema, quella che i carcerieri non riescono a spegnere nemmeno con il cane, nemmeno con i pugni, nemmeno con la fame.

Cosa si può fare, cosa si deve fare

Le società civili europee hanno gli strumenti per rompere il muro di complicità. Campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sul modello del movimento che contribuì alla caduta dell’apartheid sudafricano. Pressioni sui parlamenti nazionali ed europei affinché si sospendano gli accordi commerciali e di ricerca scientifica con istituzioni israeliane complici dell’occupazione. Monitoraggio civile e giuridico delle catene di fornitura militare. Gemellaggi tra comuni italiani ed enti locali palestinesi. Campagne di informazione capillari, che sottraggano il racconto della Palestina al monopolio dei grandi media allineati.

E, sopra ogni cosa, una rivendicazione politica chiara e non negoziabile: la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi, la fine della detenzione amministrativa, l’accesso immediato delle famiglie e delle organizzazioni internazionali ai luoghi di reclusione, l’apertura di un’inchiesta indipendente sulle morti in custodia, la sospensione dei rapporti preferenziali con uno Stato che pratica sistematicamente la tortura. Non è una richiesta radicale: è il minimo sindacale di qualsiasi ordine giuridico che voglia continuare a chiamarsi tale.

Il prezzo del nostro silenzio

Ventiquattro anni fa, quando Marwan Barghouti venne arrestato, l’Europa si illudeva che la storia si fosse fermata, che il Novecento avesse consegnato al futuro un ordine liberale solido, una pace perpetua, un diritto internazionale capace di disciplinare anche gli Stati più potenti. Quella illusione è morta nelle strade di Gaza, nelle celle di Megiddo e Ganot, nei corpi piegati dei prigionieri palestinesi che nessun funzionario europeo ha più il coraggio di andare a visitare. La morte di quell’illusione non è un problema del popolo palestinese soltanto: è un problema nostro, perché ciò che oggi si permette a Tel Aviv, domani si permetterà altrove, e già si permette a Bruxelles ogni volta che un ministro europeo firma un comunicato di vuota preoccupazione.

La vita di Marwan Barghouti pende da un filo amministrativo. Ogni giorno in cui tacciamo è un giorno in cui il filo si assottiglia. Ogni dichiarazione di governo che sceglie la prudenza diplomatica al posto della verità è un colpo inferto non soltanto al prigioniero nella cella, ma a noi stessi, alla nostra possibilità di continuare a pretendere che il mondo sia, in qualche misura, governato dal diritto e non dalla sola forza. Rompere il silenzio non è più un gesto di solidarietà: è una necessità politica, civile, morale. Se non lo faremo per lui, dovremo farlo per noi. Perché ogni volta che un torturatore resta impunito da qualche parte, un pezzo di umanità evapora ovunque.

Fonti

L’Humanité, intervista a Ben Marmarelli, avvocato di Marwan Barghouti, aprile 2026.
Comitato Internazionale della Croce Rossa, rapporti sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, 2024–2026.
Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, rapporti periodici.
B’Tselem e Addameer, documentazione su tortura, detenzione amministrativa e morti in custodia nelle carceri israeliane.
Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti sull’apartheid israeliano e sul trattamento dei prigionieri politici palestinesi.
Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo sulle conseguenze legali dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, luglio 2024.
Corte Penale Internazionale, provvedimenti relativi ai mandati di cattura per funzionari israeliani, 2024.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”
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La libertà come sospetto: L’Europa liberale, la caccia al dissenso e il volto autoritario di chi si proclama democratico

Accade in un continente che si autoproclama faro del mondo libero, bastione dei diritti, custode dello Stato di diritto. Accade nei palazzi dell’Unione e nelle redazioni dei quotidiani più letti, nei salotti televisivi e nelle aule parlamentari, con una disinvoltura che dovrebbe inquietare chiunque conservi ancora una qualche memoria di cosa significhi democrazia. Un’ambasciatrice della Repubblica viene linciata in prima pagina e derubricata a funzionario di rango medio-basso. Un professore universitario di storia contemporanea viene inseguito di città in città con tentativi di sabotaggio delle sue presentazioni. Un giornalista-vignettista popolare finisce nella lista nera dei nemici pubblici. Un festival di cinema documentario diventa oggetto di lettere aperte alla Presidenza del Consiglio per chiedere divieti, censure e sanzioni. La colpa, in tutti questi casi, è sempre la stessa: avere un’opinione diversa da quella prescritta, e avere ancora la pretesa di esprimerla.

La macchina del bollino atlantico
Il meccanismo è ormai oliato. Da una parte, figure istituzionali di primo piano — una vicepresidente del Parlamento europeo, senatori di area liberale e radicale, commentatori di testate di riferimento — che trasformano l’etichetta di «putiniano» in uno strumento di neutralizzazione politica. Dall’altra, una stampa compiacente che raccoglie, amplifica, trasforma in verità giornalistica l’insulto d’ufficio. A chiudere il cerchio, la satira televisiva, quella addomesticata, che prende di mira non il potere ma i privati cittadini colpevoli di essersi presentati alla proiezione di un documentario non allineato. Non è più un dibattito, è una caccia. E la caccia ha regole semplici: chi critica la NATO è al soldo del Cremlino; chi documenta il genocidio a Gaza è antisemita; chi si oppone al riarmo è un agente del nemico; chi distingue tra diritto internazionale e ragion di Stato è un nostalgico. La complessità, che dovrebbe essere la misura della maturità di una democrazia, viene liquidata come copertura ideologica.

La conferenza stampa convocata in pompa magna per denunciare come «indecente» la presentazione di un libro nella Sala Stampa di Montecitorio è solo l’ultimo tassello di un costume che si è andato formando negli ultimi anni. Un libro, si badi: un oggetto di carta stampata, accompagnato da una discussione pubblica con un’autrice, un’ambasciatrice, una parlamentare e una giornalista. Nulla che non rientri nel più ordinario esercizio della funzione intellettuale in qualunque paese che si rispetti. Eppure, nell’Italia e nell’Europa di oggi, questo basta a scatenare una reazione degna di un regime minore. Non è tollerabile, nel nuovo galateo, che qualcuno parli fuori dal coro davanti a microfoni istituzionali. Non è tollerabile che il dissenso esca dai perimetri assegnati, che si affacci alle tribune, che trovi una sala. Occorre circoscriverlo, isolarlo, delegittimarlo.

Doppi standard, o la geometria variabile del diritto
La manovra che più colpisce, in questa stagione di linciaggi ordinati, è il sistematico ricorso al doppio standard. Gli stessi che si indignano per un padiglione russo alla Biennale di Venezia partecipano a conferenze organizzate dal governo dell’Arabia Saudita, i cui vertici sono stati indicati come mandanti dell’esecuzione di un giornalista dentro un consolato in territorio turco. Gli stessi che chiedono sanzioni contro chi ha assistito a un festival di cinema difendono senza sfumature un governo, quello israeliano, che da oltre due anni calpesta il diritto internazionale sotto gli occhi del mondo, tra decine di migliaia di morti civili, migliaia di bambini mutilati o uccisi, intere città ridotte a cenere. Gli stessi che gridano alla sovranità europea accettano che banche italiane ed europee applichino sanzioni statunitensi contro una relatrice speciale delle Nazioni Unite come Francesca Albanese, colpevole soltanto di fare il proprio mestiere con rigore giuridico impeccabile.

La Commissione europea, organo esecutivo privo di funzioni giudiziarie, ha bloccato i conti bancari del politologo Jacques Baud senza alcun processo, limitandone la libertà di movimento sulla base di sospetti politici. Ha esercitato pressioni economiche dirette sulla Biennale di Venezia per orientarne le scelte culturali. Ha disposto, in autonomia amministrativa, la censura di testate giornalistiche russe sull’intero territorio dell’Unione. Tutto questo, si intende, senza che alcun parlamento nazionale abbia mai dichiarato uno stato di guerra. Perché la guerra, quando non viene votata, non è guerra: è un’area grigia dentro la quale si possono sperimentare forme di restrizione delle libertà che in condizioni ordinarie sarebbero immediatamente riconosciute come autoritarie. Ed è proprio in quest’area grigia, in questa sospensione non dichiarata dello Stato di diritto, che si gioca la partita più pericolosa.

La censura come forma intima del fascismo
Chi ha vissuto il Novecento europeo sa che la censura non è mai un incidente, non è mai un eccesso di zelo, non è mai un episodio. È la spia di un orientamento profondo, di un riflesso di potere che si manifesta ogni volta che i gruppi dirigenti avvertono di aver perso il controllo della narrazione. La Costituzione italiana, agli articoli 21 e 33, tutela la libertà di pensiero e di ricerca come valori fondativi non negoziabili. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo ribadisce con parole altrettanto nette. Eppure, sotto il peso della guerra in Ucraina e del massacro di Gaza, tutto questo apparato di garanzie viene trattato come un impaccio retorico, un residuo formalistico che si può aggirare con circolari, pressioni bancarie, lettere aperte, trasmissioni televisive tarate sull’insulto.

Il fascismo, nella sua forma storica, non cominciò con l’abolizione della Costituzione, ma con la normalizzazione dell’idea che esistessero cittadini di serie A — titolari del diritto di parola — e cittadini di serie B, da ridurre al silenzio per il loro stesso bene, o per il bene della nazione. Oggi accade la stessa cosa sotto un lessico liberale. Il professore che critica la NATO non è un intellettuale che esercita una funzione pubblica: è un «propagandista filorusso». L’ambasciatrice che denuncia il genocidio non è una diplomatica di carriera: è una «militante faziosa». Il giornalista che mostra i bambini di Gaza non è un cronista: è un «utile idiota». Il cittadino che partecipa a un festival di documentari non è un uomo libero: è un sospetto. La logica è quella dell’inquisizione laica, e la sua conseguenza, a breve, è sempre la stessa: chi non si allinea, scompare.

Il sistema che vuole la testa dei dissidenti
Dietro questa offensiva non c’è un capriccio individuale, non c’è la stizza di un parlamentare in cerca di visibilità, non c’è la goffaggine di qualche opinionista televisivo. C’è un sistema. Un sistema che ha bisogno del consenso per sostenere uno sforzo bellico di proporzioni storiche, per giustificare il più imponente piano di riarmo dalla fine della guerra fredda, per drenare risorse pubbliche dai bilanci sociali — sanità, scuola, trasporti, assistenza — e dirottarle verso l’industria militare. Un sistema che ha bisogno della compattezza mediatica per nascondere l’impopolarità delle scelte strategiche, per coprire l’inadeguatezza di una classe dirigente europea subalterna a Washington, per normalizzare il massacro palestinese e per proseguire nella logica di escalation con la Russia senza dover rendere conto ai propri cittadini.

In questo schema, il dissenso non è un’anomalia: è una minaccia funzionale. Ogni voce libera che si leva erode il perimetro del consenso obbligato. Ogni libro che si pubblica, ogni presentazione che si tiene, ogni festival che si organizza, ogni documentario che si proietta costituisce una falla in un edificio propagandistico che si vorrebbe compatto. Da qui la reazione spropositata, la valanga di lettere aperte, la chiamata alla censura, l’uso strumentale della satira per trasformare cittadini qualunque in bersagli pubblici. Non è un eccesso: è il mezzo. Il potere non teme gli isolati, teme le esempi. Teme che la libertà di uno diventi la libertà di molti, e che dai molti nasca l’unica cosa che davvero gli fa paura: un’opinione pubblica capace di distinguere, di comparare, di giudicare.

La responsabilità della sinistra che non c’è
Una parola, in questa vicenda, va spesa sulla condizione desolata della sinistra europea e italiana. Il Partito Democratico, che esprime la vicepresidente del Parlamento UE più attiva in questa stagione di epurazioni simboliche, ha ormai abbracciato senza riserve un atlantismo integrale che nulla ha più a che fare con la tradizione del pensiero socialista, laburista, socialdemocratico. Il gruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles ha rinunciato a qualsiasi funzione di argine, allineandosi su ogni voto cruciale alla maggioranza liberale-popolare, sostenendo sanzioni, censure, restrizioni di diritti che la sinistra storica avrebbe combattuto come ovvietà. Nei dibattiti pubblici, la dirigenza dem preferisce litigare con chi critica la guerra piuttosto che con chi la alimenta, colpisce chi dissente dalla linea NATO piuttosto che chi sostiene un governo in carica a Tel Aviv sotto mandato della Corte penale internazionale.

In questo quadro, ogni discorso sul campo largo rischia di suonare come un esercizio retorico. Come si costruisce un’alternativa democratica, sociale, progressista insieme a chi pretende di espellere dal dibattito intellettuale chiunque non accetti la narrazione unica? Come si difende la Costituzione accanto a chi ne sta erodendo i principi fondativi con la collaborazione attiva delle istituzioni europee? Sono domande che le forze minori della sinistra — quelle che non hanno rinunciato alla propria matrice antimilitarista e anti-imperialista — dovranno porsi con chiarezza, senza ipocrisie tattiche, se vorranno essere ancora qualcosa di diverso da un’appendice residuale del partito maggiore.

Oggi loro, domani tutti
C’è un’unica ragione per cui questa vicenda riguarda ciascuno, ben oltre i nomi dei singoli intellettuali colpiti. Il meccanismo della censura ha una dinamica storicamente costante: comincia dai nomi scomodi, quelli che possono essere facilmente etichettati, marginalizzati, ridicolizzati; si estende poi alle categorie intere, ai giornalisti indipendenti, ai docenti universitari, ai ricercatori, agli autori di libri, ai registi, ai documentaristi; finisce con il cittadino qualunque, che si autocensura prima ancora di parlare per evitare problemi al lavoro, con la banca, con la Commissione europea. Quando si arriva a quel punto, la democrazia non è stata abolita: è stata semplicemente svuotata dall’interno, ridotta a rituale elettorale privo di sostanza, a liturgia istituzionale senza libertà di pensiero.

È per questo che la mobilitazione che intellettuali come Elena Basile e Angelo d’Orsi, insieme a tanti altri, stanno sollecitando non è una faccenda corporativa, non è una richiesta di clemenza, non è un appello a sostegno di reputazioni personali. È la pretesa elementare che in Europa valga ancora quello che c’è scritto nelle Costituzioni e nei trattati. È la pretesa che i cittadini europei siano liberi — fino a prova contraria, e la prova contraria non è stata fornita — di leggere, di ascoltare, di guardare, di giudicare con la propria testa, senza che un funzionario di Bruxelles, una parlamentare in carriera o un editorialista compiacente decida per loro cosa sia lecito sapere. È la pretesa che la parola «democrazia», quando la si mette in bocca, abbia ancora un significato.

A chi scrive, a chi insegna, a chi fa cinema o teatro, a chi informa, a chi semplicemente legge e pensa, spetta oggi una scelta netta. Si può cedere al ricatto, si può abbassare la testa, si può fingere di non vedere, si può accettare la logica del bollino e rassegnarsi a parlare soltanto di ciò che è consentito parlare. Oppure si può scegliere di stare dalla parte dello Stato di diritto, quello vero, quello costituzionale, quello che non ammette eccezioni opportunistiche. La storia europea ci ha già mostrato dove conducono le scorciatoie dell’allineamento: conducono a generazioni intere costrette poi, a cose fatte, a chiedersi come sia stato possibile. Il momento per non farsi trovare, ancora una volta, impreparati è adesso.

Una scelta di campo
La libertà di pensiero non è un lusso da intellettuali, non è una rivendicazione corporativa, non è un capriccio di minoranza. È la condizione stessa della democrazia, la sua materia prima, ciò senza cui ogni altro diritto si svuota in fretta. Difenderla non significa sottoscrivere le opinioni altrui: significa riconoscere a ciascuno il diritto di formarsele, esprimerle, discuterle. Significa rifiutare la pretesa di chi vorrebbe trasformare il disaccordo in reato, la critica in complotto, la dissidenza in collaborazionismo. Significa tenere viva la promessa scritta nella nostra Costituzione e tradita ogni giorno dalle istituzioni europee che dovrebbero custodirla. Da che parte stare, in questa stagione, non è una questione opinabile. È una questione di coerenza, di memoria, di dignità.

Fonti e riferimenti
Elena Basile — Angelo d’Orsi, Comunicato del 16 aprile 2026.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 21, 33.

Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo 10.

Rapporti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese sulla situazione nei Territori palestinesi occupati.

Documentazione sulle sanzioni statunitensi applicate extraterritorialmente dagli istituti bancari europei.

Festival internazionale del cinema documentario RT-Doc «Il tempo dei nostri eroi», Bologna, 11-12 aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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Convivere senza uno Stato: la Palestina oltre il mito della sovranità

Dalla Sparta del terzo millennio alla confederazione democratica: perché il superamento dello Stato-nazione è l’unica alternativa realistica al suicidio collettivo di Israele e alla morte della Palestina

Esiste un punto oltre il quale la guerra cessa di essere uno strumento politico e diventa il fine stesso dell’esistenza di uno Stato. Israele ha superato quel punto. In quasi ottant’anni di vita, quello che doveva essere il “focolare nazionale ebraico” si è trasformato in una macchina bellica permanente, una Sparta del terzo millennio in cui ogni cittadino, uomo o donna, è coinvolto direttamente o indirettamente nell’apparato militare. E mentre la comunità internazionale continua a invocare la formula rituale dei “due popoli, due Stati”, la realtà sul terreno racconta una storia completamente diversa: quella di un progetto coloniale che ha prodotto un’intera generazione di orfani, di invalidi, di bambini denutriti e traumatizzati, e che non può trovare soluzione entro le categorie politiche che lo hanno generato.

La militarizzazione totale della società israeliana

I sondaggi parlano con una chiarezza che nessuna diplomazia potrà mai eguagliare. Secondo una rilevazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ripresa nell’aprile 2026 dal Guardian e da numerosi media internazionali, circa due terzi degli israeliani si dichiarano favorevoli alla prosecuzione delle operazioni militari, opponendosi a qualunque estensione del cessate il fuoco negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. Il 61 per cento ritiene che il governo debba continuare a colpire il Libano. Un 39 per cento si colloca addirittura su posizioni più estreme di quelle di Netanyahu, ritenendo che Israele non debba rispettare neppure la tregua temporanea concordata con la Repubblica Islamica attraverso la mediazione pachistana.

Il dato più inquietante non è però il numero in sé, ma la sua trasversalità. Tutti i partiti israeliani, con la sola eccezione dei partiti arabi che rappresentano una minoranza parlamentare, sono favorevoli alla guerra. Alcuni leader dell’opposizione hanno cercato di superare Netanyahu in durezza, proponendo attacchi ancora più violenti contro l’Iran. Il Likud è tornato primo nei sondaggi, e le elezioni legislative previste per l’autunno 2026 si profilano come un plebiscito bellicista. Il premier, la cui carriera politica sembrava finita dopo il 7 ottobre 2023, ha convinto Trump ad attaccare l’Iran due volte – prima nella “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025, poi nella campagna in corso – e oggi opera con Washington come partner militare paritario, dividendosi obiettivi e zone di bombardamento.

Questa è la fotografia di una società che ha scelto la guerra come identità collettiva. Il bilancio approvato dalla Knesset con 62 voti a favore e 55 contrari ha consolidato la spesa militare come asse portante della politica nazionale. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei falchi più feroci del governo, ha previsto una crescita del 3,8 per cento nel 2026 solo a condizione che le operazioni contro Iran e Libano terminino entro metà aprile – condizione che al momento appare del tutto irrealistica. L’opposizione di Yair Lapid e Naftali Bennett si è indignata non per i miliardi destinati alle armi anziché alla spesa sociale, ma per un emendamento che stanziava 250 milioni di dollari aggiuntivi per le scuole dei religiosi ultraortodossi. Il perimetro del dibattito politico israeliano è tutto qui: si discute su come fare la guerra, non se farla.

“Una terra senza popolo”: il programma originario e la sua esecuzione

“Una terra senza popolo per un popolo senza terra.” Lo slogan fondativo del sionismo non era una metafora: era un programma. E quel programma è stato eseguito con metodi che, alternati o abbinati nel corso dei decenni, hanno perseguito un unico obiettivo: svuotare la Palestina della sua popolazione originaria. Sterminio, terrorismo sistematico, deportazione, espulsione forzata: strategie diverse per un identico fine, iscritto nelle premesse stesse della costituzione in Stato delle comunità ebraiche emigrate o rifugiatesi in Palestina.

Negli ultimi due anni e mezzo ha prevalso il massacro. Secondo i dati dell’agenzia di stampa palestinese WAFA, aggiornati al marzo 2026, le vittime dirette a Gaza dall’ottobre 2023 superano le 72.000 unità, con oltre 171.000 feriti. L’UNRWA stima che 1,9 milioni di persone sui 2,4 milioni di abitanti della Striscia siano state sfollate almeno una volta, il 90 per cento della popolazione costretta ad abbandonare ripetutamente la propria casa. Secondo le Nazioni Unite, il 70 per cento delle vittime verificate sono donne e bambini. Uno studio dell’ONU ha confermato la carestia nel governatorato di Gaza City, con oltre un milione di persone in condizioni di emergenza alimentare e un bambino ucciso ogni 52 minuti nei primi due anni di conflitto.

Ma il bilancio delle morti dirette, per quanto spaventoso, non racconta che una parte della catastrofe. La distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie, educative, residenziali e culturali ha prodotto ciò che nessuna cifra può catturare: un’intera generazione condannata alla disabilità fisica e psichica, alla malnutrizione cronica, all’ignoranza forzata. Bambini che non vedono una scuola da anni. Malati cronici senza accesso a terapie salvavita in un territorio dove l’elettricità manca da oltre due anni. Nei circa 1.600 campi profughi della Striscia, le condizioni di vita sono segnate da infestazioni di parassiti, epidemie cutanee, assenza di acqua potabile. Questa non è una guerra: è la cancellazione metodica di un popolo e della sua memoria.

Il suicidio di Israele

Eppure, in questa logica di annientamento, non ci sarà vittoria per nessuno. Nelle guerre non vince mai nessuno, e questa guerra meno di qualunque altra. La frattura che si è aperta nella diaspora ebraica mondiale è già incolmabile. Per anni, le comunità ebraiche fuori da Israele hanno avuto nello Stato ebraico un punto di riferimento identitario, spesso “passando sopra” alle evidenze di un percorso dall’esito sempre più chiaro. Oggi quella complicità silenziosa si sta sgretolando. Le voci ebraiche antisioniste, da Jewish Voice for Peace a Breaking the Silence, non sono più marginali: rappresentano una corrente profonda di dissidenza morale che non potrà essere riassorbita.

All’interno stesso di Israele, le crepe si allargheranno quando le conseguenze economiche, sociali e morali dello stato di guerra permanente diventeranno impossibili da ignorare. La mobilitazione di centinaia di migliaia di riservisti ha costi umani e finanziari enormi. L’economia di guerra non è sostenibile a lungo, quali che siano gli appoggi internazionali. E soprattutto diventerà chiaro a tutti che quel “lavoro” da terminare non avrà mai termine: che la strada intrapresa non ha sbocco, che uno stato di guerra sempre più intenso e generalizzato non può essere la condizione permanente di una società. È quello che qualcuno ha chiamato “il suicidio di Israele”: la dissoluzione di uno Stato che ha fatto della violenza il proprio principio costitutivo e che, per questa via, finirà per consumare sé stesso.

Due scenari si profilano. Il primo è lo scontro tra fazioni interne, che potrebbe investire il Paese in un contesto regionale ostile, privato di molti degli alleati su cui era abituato a contare. Il secondo è più radicale e più interessante: un ritorno alle origini, non di uno Stato ma di un popolo. Un popolo senza Stato, in un territorio non da dominare ma da condividere con chi lo abita da secoli.

Perché “due popoli, due Stati” è un’illusione

La formula “due popoli, due Stati” continua a essere ripetuta come un mantra dalla diplomazia internazionale, ma non descrive alcuna realtà possibile. Cosa sarebbe, concretamente, questo secondo Stato? Un’entità priva di continuità territoriale, disarmata, sovraffollata dal ritorno di milioni di esuli, depredata delle sue risorse più importanti – a cominciare dall’acqua –, schiacciata tra un vicino armato fino ai denti, dotato di armi nucleari e perfettamente inserito nel sistema di alleanze occidentale, e il nulla. Non sarebbe uno Stato: sarebbe un bantustan, una riserva, una prigione a cielo aperto con un nome più dignitoso.

Ma anche la soluzione dello Stato unico presenta difficoltà che appaiono insormontabili. Non solo per i problemi di convivenza tra comunità che hanno così tanti motivi per detestarsi e così pochi per amarsi – anche se il lavoro straordinario di alcune organizzazioni israelo-palestinesi e il ruolo potenzialmente determinante delle donne suggeriscono che questo non sia un ostacolo eterno. Il problema è più strutturale: Stato significa tante cose indivisibili. Un nome (quale?), strutture burocratiche, un esercito (in questo caso dotato di armi atomiche), impianti industriali, saperi esclusivi, una valuta, un sistema giudiziario. Pensare che chi controlla oggi tutto questo accetti di condividerlo alla pari è un’ingenuità che confina con la complicità.

La via confederale: oltre lo Stato-nazione

Esiste però un’altra strada, apparentemente utopica ma paradossalmente più realistica delle soluzioni convenzionali: la dissoluzione delle strutture statali e la loro sostituzione con una confederazione democratica di comunità. Non due Stati, non uno Stato, ma nessuno Stato: una rete di comunità autogovernate, in parte miste dove possibile, in parte su base etnica, ma comunque aperte, interconnesse e disposte alla convivenza pacifica. Un progetto che prevede la neutralizzazione degli apparati più pericolosi – l’esercito, l’arsenale nucleare, i servizi di intelligence – sotto il controllo di un’entità internazionale super partes, un nuovo mandatario che non può essere che l’ONU, se sopravviverà all’assedio che la sta demolendo.

Il precedente esiste, e non è un’astrazione teorica. La Confederazione democratica del Rojava, nata nel nord-est della Siria nel 2012 sulla base del pensiero di Abdullah Öcalan, ha rappresentato per oltre un decennio il primo esperimento moderno di convivenza multietnica senza Stato: democrazia dal basso, parità di genere, ecologia sociale, economia cooperativa, rifiuto del centralismo e del militarismo. Certo, quell’esperimento è oggi sotto attacco mortale: l’offensiva del governo siriano di Ahmad al-Shara, lanciata nei primi giorni del 2026 con l’occupazione di Raqqa e Deir ez-Zor, e l’aggressione turca hanno messo in ginocchio l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. Ma il fatto che il Rojava venga ferocemente attaccato proprio perché rappresenta un’alternativa concreta al sistema degli Stati-nazione ne conferma, paradossalmente, la forza e la portata.

Öcalan, dal carcere di İmralı dove è prigioniero dal 1999, ha formulato una visione che trascende la questione curda e parla all’umanità intera: il modello dello Stato-nazione è una gabbia per le società, la libertà e la comunità sono valori più importanti della sovranità territoriale, l’autogoverno confederale fondato sulla partecipazione diretta è la forma politica adeguata a una società che voglia superare il dominio. Non è un caso che questa visione sia stata elaborata nel cuore del Medio Oriente, la regione del mondo dove il fallimento dello Stato-nazione è più evidente e più devastante.

La Palestina come laboratorio del post-statuale

Se il Rojava è stato il primo esperimento, la Palestina potrebbe essere il secondo – e il più significativo. Non perché le condizioni siano favorevoli, tutt’altro: ma proprio perché la gravità della situazione rende impraticabili le soluzioni tradizionali. Quando un territorio è stato distrutto al punto in cui lo è Gaza, quando un popolo è stato decimato, sfollato, privato di ogni istituzione, la ricostruzione non può avvenire nei vecchi schemi. Non si può ricostruire uno Stato su macerie che uno Stato ha prodotto.

Una confederazione democratica dei popoli della Palestina – israeliani ed ebraici dissidenti inclusi – avrebbe da affrontare difficoltà enormi, ma tracciar la strada del superamento di un’organizzazione del mondo basata sugli Stati. Un percorso che non è soltanto palestinese o mediorientale, ma universale. Perché gli Stati, nonostante la globalizzazione oggi in crisi, restano gli incubatori e il carapace tanto dei sistemi più feroci di dominio – dal patriarcato al razzismo, dal capitalismo estrattivo al neocolonialismo – quanto delle forme più devastanti di violenza: le guerre tra nazioni, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento sistematico delle risorse della Terra.

Pensare a un mondo senza Stati è difficile anche solo come esercizio intellettuale. Ma è meno utopico di quanto sembri, e comunque più realistico delle alternative che ci vengono proposte: la perpetuazione di un conflitto senza fine, la finzione diplomatica dei due Stati, o l’illusione che chi detiene il potere delle armi nucleari accetti un giorno di condividerlo. La Palestina, nella sua tragedia, potrebbe diventare il luogo in cui si sperimenta, per necessità prima ancora che per scelta, una forma di convivenza politica che superi la logica dello Stato-nazione. Un laboratorio di futuro, nato dalla catastrofe del presente.

Le donne, la memoria, il possibile

C’è un elemento che attraversa trasversalmente questa prospettiva e che merita di essere collocato al centro della riflessione: il ruolo delle donne. Nel Rojava, la parità di genere non era un ornamento ideologico ma un pilastro strutturale del sistema politico: la co-presidenza, le unità di protezione femminili (YPJ), l’integrazione del femminismo nella teoria del confederalismo democratico. In Palestina, le donne hanno tenuto insieme il tessuto sociale sotto i bombardamenti, nei campi profughi, nelle scuole distrutte. Sono loro che potrebbero rovesciare la logica della guerra e dell’odio, costruendo ponti dove gli uomini hanno eretto muri.

La strada è lunga, e il presente è buio. Ma la storia non è lineare, e le rivoluzioni più profonde nascono spesso dove il dolore è più acuto. La Palestina non ha bisogno di uno Stato che la salvi: ha bisogno di una forma di convivenza che superi la violenza degli Stati. E se questa forma dovesse nascere lì, tra le macerie di Gaza e le colline della Cisgiordania, non sarebbe solo la liberazione di un popolo: sarebbe un messaggio all’umanità intera. La prova che si può convivere senza dominare, che si può abitare una terra senza possederla, che la politica può essere qualcosa di diverso dalla gestione della forza. Un’utopia? Forse. Ma è l’unica utopia che valga la pena di perseguire.

Fonti

Pressenza Italia, Convivere senza uno Stato di Guido Viale 13 Aprile 2026;

Il Fatto Quotidiano, “Gli israeliani vogliono che la guerra continui: lo rivela un sondaggio”, 13 aprile 2026
– Il Post, “Netanyahu sta ottenendo quello che voleva”, 20 marzo 2026
– Il Post, “Bombardare l’Iran ha aiutato Netanyahu”, 25 giugno 2025
– Il Manifesto, “Guerra permanente, il pilastro del bilancio israeliano”, aprile 2026
– Agenzia Nova, “Israele: il partito di Netanyahu in testa nei sondaggi dopo la guerra con l’Iran”, 4 luglio 2025
– WAFA, “Gaza death toll rises to 72,126”, 8 marzo 2026
– OCHA/ONU, Rapporto sulla situazione umanitaria in Palestina, 10 aprile 2026
– Vatican News, “Gaza: a sei mesi dalla tregua, i civili continuano a soffrire”, 10 aprile 2026
– CESVI, “Gaza: una catastrofe umanitaria senza precedenti”, ottobre 2025
– Novacronica, “Il tramonto del Confederalismo democratico nel Rojava”, febbraio 2026
– Il Post, “Cos’è stato il Rojava”, 3 febbraio 2026
– COBAS Scuola, “Il Rojava è sotto attacco. Difendiamo la Rivoluzione del Confederalismo Democratico”, gennaio 2026
– Abdullah Öcalan, Democratic Confederalism, International Initiative, 2011

La petroliera che sfida l’impero: Hormuz, Pechino e la fine del monologo americano

Mentre Washington minaccia di affondare qualsiasi nave in transito dai porti iraniani, una petroliera cinese attraversa indisturbata lo Stretto di Hormuz. Xi Jinping presenta un piano di pace in quattro punti, sei navi della Hapag-Lloyd restano intrappolate nel Golfo, Trump respinge l’offerta iraniana sull’arricchimento dell’uranio e il vicepresidente Vance attacca pubblicamente Papa Leone. In ventiquattro ore, la geopolitica del Medio Oriente è cambiata di nuovo. E non a favore di chi pretende di comandarla.

Si chiama Rich Starry, è una petroliera lunga centoottantotto metri, di proprietà cinese e battente bandiera del Malawi. Nelle prime ore del 14 aprile ha completato l’attraversamento dello Stretto di Hormuz a pieno carico, in direzione della Repubblica Popolare. Solo il giorno prima aveva fatto dietro-front, rinunciando a uscire dal Golfo Persico dopo l’annuncio del blocco navale americano. Ventiquattro ore dopo, ha ripreso la rotta. Senza scorta militare, senza dichiarazioni roboanti, senza chiedere il permesso a nessuno. Un gesto che vale, da solo, mille comunicati ufficiali. L’impero ha ordinato di non passare. Pechino è passata.

Il blocco che non blocca
La cronaca delle ultime ore sembra scritta apposta per smascherare la sproporzione tra parole e fatti che ormai caratterizza la postura americana. Donald Trump ha minacciato di affondare qualsiasi imbarcazione che tenti di partire o attraccare nei porti iraniani; il Pentagono ha annunciato un blocco navale; il CENTCOM ha promesso fuoco e fiamme. Risultato concreto: una petroliera cinese che attraversa lo Stretto a otto nodi, sei navi cargo della tedesca Hapag-Lloyd che restano paralizzate in attesa di un cessate il fuoco che nessuno sa quando arriverà, equipaggi traumatizzati che assistono alla guerra dai loro ponti come spettatori involontari. Il portavoce di Hapag-Lloyd parlava da Amburgo con una sincerità che vale più di qualsiasi analisi: «Continuiamo ad aspettare l’apertura dello Stretto. Speriamo nei prossimi giorni. Ma in sostanza non lo sappiamo». Non sappiamo. Tre parole che certificano il fallimento dell’illusione del controllo.

Pechino ha definito il blocco «pericoloso e irresponsabile», bollando come «completamente inventate» le accuse statunitensi di forniture militari cinesi all’Iran e promettendo «contromisure risolute» qualora Washington trasformasse questa narrazione in dazi commerciali. È la cornice consueta della guerra fredda asimmetrica del XXI secolo: gli americani agitano sanzioni, i cinesi rispondono con i fatti. E i fatti, in questo caso, hanno il dislocamento di una petroliera da quasi duecento metri che taglia in due lo Stretto come se Trump fosse un attore di doppiaggio.

Il piano di Xi: quattro punti, una rivendicazione
Mentre l’America gridava, Xi Jinping ricevuto a Pechino il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan e ha presentato una proposta di pace in quattro punti per il Medio Oriente. Quattro principi semplici, quasi disarmanti nella loro elementarità: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Letta da Bruxelles o da Washington, una simile dichiarazione potrebbe sembrare retorica vuota. Letta a Riad, ad Abu Dhabi, a Teheran, a Damasco, suona come l’esatto opposto di quello che le potenze occidentali hanno offerto al Medio Oriente negli ultimi quarant’anni.

La sostanza politica del piano cinese non sta nei suoi punti, ma in chi lo presenta e in dove. Xi non parla all’ONU, non passa per il Consiglio di Sicurezza, non chiede mediazioni. Riceve direttamente i leader del Golfo, uno alla volta, nei suoi palazzi. È la diplomazia dei vecchi imperi: bilaterale, paziente, senza fretta. È così che, mentre Trump minacciava di rispedire l’Iran all’età della pietra, Pechino costruiva il proprio ruolo di arbitro futuro. La Cina non sta cercando di sostituire gli Stati Uniti in Medio Oriente. Sta facendo qualcosa di molto più sottile: sta dimostrando che l’America non è più indispensabile.

Cinque anni contro venti: la matematica del compromesso impossibile
Sul tavolo del nucleare, intanto, è emerso un dettaglio che il New York Times ha rivelato citando fonti incrociate da Teheran e Washington. Nel corso dei colloqui di Islamabad, gli iraniani avevano offerto una sospensione di cinque anni dei propri programmi di arricchimento dell’uranio. La delegazione americana ne pretendeva venti. Trump ha respinto l’offerta. Quattro volte la richiesta sul tavolo, in un negoziato dove Teheran arrivava già convinta di aver dimostrato sul campo la propria capacità di assorbire qualsiasi colpo. Non un compromesso, ma una resa mascherata da accordo. Era prevedibile che gli iraniani la rifiutassero; era altrettanto prevedibile che Washington la chiedesse, perché chi non sa più piegare l’avversario sul terreno cerca almeno di umiliarlo al tavolo.

Le quattro fonti citate da Reuters parlano ora di possibili nuovi colloqui a Islamabad già nel corso della settimana. Il Pakistan, ancora una volta, riaffiora come sede privilegiata di una mediazione che nessun paese occidentale è in grado di offrire. Anche questo è un dato geopolitico di rilievo: la diplomazia che conta non passa più per Vienna, Ginevra o Camp David, ma per le capitali del mondo non allineato. Il messaggio è chiaro: se due grandi potenze hanno ancora qualcosa da dirsi, devono farlo in casa di chi non parteggia per nessuno. L’Europa, in tutto questo, non esiste. Non viene nemmeno consultata.

L’attacco al Papa: l’ultima frontiera del nervosismo
In mezzo a questo scacchiere accade qualcosa che, se non fosse tragico, sarebbe grottesco. Trump apre una disputa pubblica con Papa Leone — colpevole di aver invocato la pace e ammonito contro l’escalation iraniana — e il vicepresidente J.D. Vance, lo stesso che ha appena fallito a Islamabad, si premura di rincarare la dose. «Il Vaticano dovrebbe attenersi alle questioni morali», ha dichiarato a Fox News, suggerendo che il Pontefice lasci al presidente americano il compito di «definire le politiche pubbliche». Detto da un convertito al cattolicesimo in età adulta, l’avvertimento ha un sapore particolarmente amaro. Detto a un Papa che ha ereditato dalla Chiesa di Francesco la voce critica sulla guerra, suona come quello che è: un’intimidazione.

Un’amministrazione che si sente forte non attacca il Papa. Lo ignora, lo strumentalizza, al limite lo corteggia. Aggredirlo pubblicamente significa percepirlo come un avversario credibile — e questa, paradossalmente, è la migliore promozione che Leone potesse ricevere. Quando la voce di Pietro disturba la propaganda di guerra al punto da meritare la replica del vicepresidente, vuol dire che quella voce sta arrivando dove la diplomazia ufficiale non riesce più ad arrivare. La Chiesa, che da decenni sembrava ridotta a operatore caritativo o a moralista da galleria, riacquista in pochi giorni la sua antica funzione: dire dei no quando tutti gli altri dicono di sì, o tacciono.

L’isolamento dell’isolazionista
Mettendo insieme i frammenti delle ultime ventiquattro ore, emerge un quadro che dovrebbe togliere il sonno a chi pianifica le strategie a Washington. Una potenza globale, la Cina, denuncia pubblicamente il blocco americano e fa transitare le proprie navi a dispetto delle minacce. Una compagnia europea, la Hapag-Lloyd, vede paralizzata la propria flotta nel Golfo senza poter chiedere protezione a nessuno. Il negoziato sul nucleare salta su un’asimmetria di richieste che chiunque abbia mai contrattato un caffè avrebbe riconosciuto come irricevibile. Il Papa viene attaccato dal vicepresidente per aver osato pronunciare la parola pace. Tutto questo, nello stesso giorno. Tutto questo, in nome della stessa narrazione di forza.

Il problema, per Trump e per i suoi consiglieri, è che ognuno di questi episodi parla a un pubblico diverso. La petroliera cinese parla al Sud globale, e gli dice: si può disobbedire, e nulla accade. Le navi della Hapag-Lloyd parlano agli europei, e gli dicono: il vostro alleato non è in grado di proteggervi. Il rifiuto del compromesso sull’uranio parla agli iraniani moderati, e li convince che ogni dialogo con Washington è inutile. L’attacco al Papa parla ai cattolici di tutto il mondo, e li mette in posizione di sospetto verso la Casa Bianca. Quattro pubblici diversi, quattro messaggi sbagliati, quattro alienazioni in un giorno. Si chiama isolamento autoinflitto, ed è una specialità degli imperi che hanno smesso di leggere la realtà.

L’Italia, l’Europa, il silenzio
E il nostro paese, in questo scenario? Il governo italiano tace, come da copione. Bruxelles produce comunicati che potrebbero essere stati scritti due decenni fa. Le navi tedesche restano bloccate, le bollette del gas salgono di nuovo, le imprese energivore di Friuli, Veneto e Lombardia tornano a misurare i costi orari della guerra altrui. Eppure, sui media di sistema, dell’attraversamento di Hormuz da parte della petroliera cinese si parla pochissimo, della proposta di Xi nemmeno, dell’attacco di Vance al Vaticano si dà notizia in cronaca senza analizzarne le implicazioni. È la sindrome di chi, per non vedere il proprio fallimento, smette di guardare la realtà.

Eppure la realtà, ostinata, continua a parlare. Una petroliera cinese che taglia lo Stretto di Hormuz a otto nodi è una pagina di storia, anche se nessun telegiornale la racconta come tale. Un piano di pace in quattro punti presentato da Pechino ai principi del Golfo è una rivoluzione diplomatica, anche se i nostri commentatori lo liquidano come folklore orientale. Un Papa attaccato dal vicepresidente americano è uno scossone che dovrebbe interrogare ogni cattolico italiano, e non solo. Tutto questo accade adesso, nelle stesse ore in cui scriviamo. La storia, come sempre, non chiede il permesso prima di passare.

Scenari: il negoziato impossibile e l’equilibrio nuovo
Cosa ci attende nei prossimi giorni? Probabilmente un secondo round di colloqui a Islamabad, sempre che l’orgoglio di Trump glielo conceda. Probabilmente nuove pressioni cinesi, sempre più sicure perché ogni gesto americano le rende più legittime. Probabilmente nuovi tentativi del Vaticano di tessere fili di dialogo, ai quali la Casa Bianca risponderà con nuovi sgarbi. E sullo sfondo, quel filo di petroliere e cargo che continuerà ad attraversare lo Stretto sotto bandiere diverse, quasi tutte non occidentali, perché il commercio mondiale non si ferma per i tweet di un presidente nervoso. Si fermano, semmai, le navi degli alleati.

L’equilibrio che si sta delineando non è quello della vittoria di Teheran o della sconfitta di Washington, ma qualcosa di più strutturale: un Medio Oriente in cui il gendarme americano non è più riconosciuto come tale dagli stessi attori che pretende di disciplinare. Quando la Cina presenta piani di pace, l’Iran detta condizioni, il Pakistan ospita i negoziati e il Vaticano denuncia la guerra, è chiaro che lo schema unipolare degli ultimi trent’anni è entrato in agonia. Non è una buona notizia in sé, perché ogni transizione è instabile e pericolosa. Ma fingere che non stia accadendo è la peggiore delle strategie possibili. È quella, ostinata, che il nostro paese e i nostri alleati continuano a praticare.

Forse dovremmo cominciare ad ammettere, almeno tra noi, che la petroliera Rich Starry — partita ieri da Sharjah, in transito oggi verso il Golfo dell’Oman — è il simbolo più eloquente di questa nuova fase. Una nave qualsiasi, di proprietà cinese, sotto bandiera africana, carica di petrolio, che fa quello che Washington le ha proibito di fare. E nessuno, nel raggio di mille miglia, si azzarda davvero a fermarla. Quando un impero deve scegliere se affondare una petroliera cinese o ingoiare l’umiliazione, e sceglie l’umiliazione, è perché ha già capito qualcosa che ai suoi cittadini non ha ancora avuto il coraggio di dire. La storia, intanto, scrive le sue pagine al ritmo lento delle navi cargo. Otto nodi alla volta.

Fonti
— Reuters, U.S. and Iran negotiating teams may return to Islamabad this week, dispacci 14 aprile 2026.
— The New York Times, Trump rejects Iran’s five-year uranium enrichment freeze offer, 14 aprile 2026.
— Xinhua News Agency, Xi Jinping presents four-point Middle East peace proposal, Pechino, 14 aprile 2026.
— BBC News, Hapag-Lloyd: six ships stranded near Strait of Hormuz, intervista al portavoce Nils Haupt.
— MarineTraffic, dati di tracciamento navale petroliera Rich Starry, 13–14 aprile 2026.
— Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, briefing del portavoce Guo Jiakun.
— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints — Strait of Hormuz.
— International Crisis Group, Iran-U.S. brinkmanship in the Persian Gulf, briefing aprile 2026.
— Sala Stampa della Santa Sede, dichiarazioni di Papa Leone sulla crisi mediorientale.
— Atlantic Council e ECFR, analisi sull’isolamento diplomatico americano nel Golfo.

Il bluff dell’impero: perché Teheran non teme più l’America

Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la guerra di attrito tra Stati Uniti e Iran svela i limiti industriali, economici e strategici della superpotenza americana. La narrazione del dominio regge ormai soltanto sugli schermi televisivi, mentre sul campo la realtà disegna un Medio Oriente profondamente diverso.

C’è un momento preciso, in ogni declino imperiale, in cui la propaganda smette di essere uno strumento e diventa l’unica risorsa rimasta. Quel momento, per l’amministrazione Trump, sembra essere arrivato nel cuore del Golfo Persico. Ventuno ore di trattative a Islamabad, un ultimatum rifiutato, una delegazione americana rientrata in patria a mani vuote: la fotografia di una partita diplomatica persa prima ancora di essere giocata. Eppure, mentre Teheran rafforza le proprie posizioni lungo lo Stretto di Hormuz e riconfigura gli equilibri regionali a proprio vantaggio, Washington continua a raccontare una guerra vinta che sul terreno non esiste.

Due memorie, nessuna fiducia

Per capire perché i colloqui pakistani fossero destinati a fallire occorre risalire più indietro dell’attualità, oltre la retorica dei talk show. Tra Stati Uniti e Iran non esiste una frattura recente: esiste una ferita lunga settant’anni, costantemente riaperta. Gli americani ricordano il 1979, l’assalto all’ambasciata a Teheran, i quattrocentoquarantaquattro giorni di ostaggi che segnarono la fine della presidenza Carter. Gli iraniani ricordano il 1953, l’Operazione Ajax, il rovesciamento del premier Mohammad Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato il petrolio, e il successivo ritorno dello Scià sotto tutela angloamericana. Due traumi, due narrazioni, due diffidenze strutturali che nessun negoziato di ventuno ore può scalfire.

A Islamabad non si è seduta al tavolo una diplomazia: si sono seduti due popoli che portavano con sé decenni di conti in sospeso. Quando per di più la delegazione americana è guidata non da un negoziatore di professione, ma da J.D. Vance — vicepresidente trasformato in araldo di ultimatum e interlocutore del tutto inadeguato alla complessità del dossier — l’esito è scritto in partenza. Gli iraniani sono venuti a trattare, gli americani a dettare. Due logiche incompatibili, in una stanza che si è svuotata in fretta.

Gli attori in campo: la geometria variabile del Medio Oriente

La guerra tra Washington e Teheran non è un duello. È una partita a scacchi a molte mani, dove ogni mossa ridisegna alleanze e dipendenze. Da un lato, gli Stati Uniti trascinano con sé Israele — che di questo conflitto è stato motore iniziale e principale beneficiario simbolico — e una NATO europea sempre più subalterna, incapace di formulare una posizione autonoma o anche solo di esprimere qualche riserva di fronte alle minacce trumpiane di riportare un’intera civiltà all’età della pietra. Dall’altro, l’Iran non è più l’attore isolato del 2010 o del 2015: Mosca, Pechino e una parte significativa del cosiddetto Sud globale osservano con interesse, quando non sostengono apertamente, la resistenza della Repubblica islamica.

La Cina, in particolare, ha tutto l’interesse a mantenere Teheran in piedi. Il corridoio energetico che collega il Golfo al Mar Cinese meridionale è una delle arterie vitali della strategia industriale di Xi Jinping, e l’accordo venticinquennale siglato nel 2021 tra Pechino e Teheran ha già trasformato l’Iran in un nodo centrale della Nuova Via della Seta. Il Pakistan, in mezzo, gioca un ruolo ambiguo ma rivelatore: concedere la propria capitale come sede dei colloqui significa riaffermarsi come ponte tra mondi, non come vassallo di nessuno. Un messaggio sottile, che Washington ha ignorato e che la storia probabilmente non ignorerà.

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, accade qualcosa che i regime-change theorists americani non avevano calcolato: la guerra compatta la società. Le voci dell’opposizione interna sono state silenziate dalle bombe alleate, mentre la diaspora ha perso credibilità nel momento stesso in cui Reza Pahlavi, erede al trono pretendente, ha invocato pubblicamente i bombardamenti contro il proprio paese. Un errore politico irrimediabile, che la propaganda teocratica di Teheran ha utilizzato con chirurgica efficacia. Ogni bomba americana ha prodotto un iraniano in più disposto a difendere la propria terra, anche da chi quella terra governa in nome di Dio.

L’economia della guerra: il vero tallone d’Achille

È però sul piano materiale che la narrazione di Washington mostra le crepe più profonde. Un missile Patriot richiede da diciotto a ventiquattro mesi di produzione e costa tra i quattro e i cinque milioni di dollari per unità. I Tomahawk si attestano su tempi e cifre analoghe. I sistemi THAAD, il fiore all’occhiello della difesa antimissile americana, non superano le cento unità prodotte in un anno e costano oltre dodici milioni a pezzo. Sul fronte opposto, l’Iran schiera droni Shahed — nelle versioni 131 e 136 — con un costo unitario compreso tra settemila e ventimila dollari, e una capacità produttiva che sfiora le duecento unità al giorno. I missili balistici iraniani a corto raggio si attestano intorno ai centosessantamila dollari; quelli più avanzati arrivano al milione.

La matematica di questa guerra è spietata nella sua semplicità. Ogni intercettazione di un drone da quindicimila dollari con un missile da cinque milioni rappresenta, a conti fatti, una perdita economica netta. Moltiplicata per centinaia, migliaia di ingaggi, diventa una crisi strutturale. E il problema non è neppure il costo unitario, ma la capacità industriale sottostante. Dopo quattro decenni di delocalizzazioni, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell’economia, gli Stati Uniti si scoprono oggi dipendenti da catene di approvvigionamento che controllano soltanto in parte: i semiconduttori passano per Taiwan, le terre rare per la Cina, l’acciaio speciale per mezzo mondo. Paradosso amaro: la superpotenza che ha inventato la globalizzazione come strumento di dominio si ritrova ora imbrigliata nelle sue stesse reti.

Essere una superpotenza, nella storia reale e non nelle sceneggiature hollywoodiane, significa poter sostenere nel tempo uno sforzo bellico prolungato. Significa produzione, logistica, resilienza. Una guerra vinta alla CNN non ha mai retto un assedio, e la storia del Novecento lo dimostra con una brutalità che i pianificatori di Washington sembrano aver dimenticato insieme ai manuali di Clausewitz.

Hormuz, o la geografia come destino

Sul teatro operativo, nel frattempo, è accaduto qualcosa che il Pentagono preferirebbe dimenticare. Un cacciatorpediniere americano, ufficialmente impegnato in operazioni di sminamento dello Stretto — attività per la quale, dettaglio istruttivo, la flotta statunitense nel Golfo non dispone più di unità specializzate da anni — si è visto costretto a ritirarsi dopo un ultimatum di trenta minuti lanciato dai Pasdaran. L’episodio, minimizzato dai grandi network e confinato nelle pagine interne dei quotidiani, ha una portata simbolica devastante: per la prima volta dai tempi delle tanker war degli anni Ottanta un’unità navale americana arretra nel Golfo davanti a una minaccia iraniana diretta.

Parallelamente, i Pasdaran hanno disseminato un tratto di Hormuz di mine navali. Armi rudimentali quanto efficaci, economiche da produrre, quasi impossibili da rimuovere in tempi brevi. Possono galleggiare a pelo d’acqua, ancorarsi sul fondo, fluttuare in sospensione tra le correnti; possono impedire la navigazione di un braccio di mare per anni. L’effetto immediato è che le rotte delle petroliere si sono spostate dalle acque omanite a quelle territoriali iraniane. Tradotto in termini politici: chi vuole passare, paga pedaggio. In rial, la valuta iraniana. È una forma di sovranità imposta a colpi di geografia che nessun ufficio studi del Pentagono aveva contemplato.

Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio. Da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Ogni perturbazione della navigazione si ripercuote in ore sui mercati energetici globali, e quindi sulle bollette europee, sui prezzi industriali italiani, sui margini delle imprese già strette dalla recessione. La guerra del Golfo, per un cittadino di Udine o di Torino, non è un’astrazione televisiva: è la prossima fattura del gas, il prossimo rincaro della benzina, il prossimo licenziamento in una fabbrica che non regge l’aumento dei costi energetici. Chi racconta questa crisi come un fatto lontano mente, consapevolmente o per pigrizia.

La guerra dell’informazione

Resta la narrazione, ultimo bastione quando gli altri hanno ceduto. Il CENTCOM annuncia vittorie che nessun satellite indipendente conferma, Trump minaccia di rispedire “un’intera civiltà all’età della pietra” in interviste televisive che ormai hanno il sapore delle grida da osteria, i notiziari allineati riproducono l’immagine di una superpotenza imbattibile. Ma la distanza tra ciò che si dice e ciò che accade è ormai misurabile, verificabile, documentata da tracciamenti OSINT accessibili a chiunque abbia una connessione e un po’ di pazienza. Mai come in questa crisi la guerra dell’informazione si è rivelata a doppio taglio: ogni dichiarazione trionfale smentita in tempo reale non rafforza il mittente, lo svuota.

È la paradossale vulnerabilità dell’era digitale: il monopolio del racconto non esiste più, e chi continua a comportarsi come se esistesse accumula soltanto credibilità bruciata. In questa asimmetria informativa si gioca forse la partita più importante. Perché una potenza che non sa più farsi credere, prima ancora che temere, ha già perso il vantaggio psicologico che per decenni ha compensato ogni suo limite strutturale. Il bluff funziona finché qualcuno accetta di non vedere le carte. Teheran, evidentemente, ha deciso di vederle.

Ucraina, Taiwan, Sahel: un unico grande processo

Il fallimento americano nel Golfo non è un episodio isolato. Si salda con le crescenti difficoltà nella fornitura di munizioni all’Ucraina, con la perenne incertezza sulla difesa di Taiwan, con il disinteresse di Washington per il Sahel dove Francia e Stati Uniti sono stati espulsi senza un colpo di pistola da governi che non temono più la cancelleria di nessuno. È un unico grande processo storico: il passaggio da un mondo unipolare, dove la volontà americana era legge, a un mondo multipolare dove ogni teatro richiede negoziazione, pazienza, risorse limitate. Gli Stati Uniti non hanno ancora accettato questa nuova realtà. La amministrano per slogan, per ultimatum, per messaggi in maiuscolo sui social network. Ma la realtà, come sempre, non si lascia amministrare per slogan.

Scenari: il sipario e la storia

Dove porta tutto questo? Probabilmente non a una guerra totale. Le logiche della deterrenza reciproca, l’intreccio di interessi economici, la riluttanza delle opinioni pubbliche occidentali a pagare il prezzo di un conflitto lungo renderanno molto difficile l’escalation che Trump continua a evocare nei suoi monologhi televisivi. Più probabile, e più insidioso, è un lento scivolamento verso un equilibrio nuovo: un Medio Oriente in cui Washington non detta più le regole ma le contratta; in cui l’Iran emerge come attore regionale legittimato dalla propria capacità di resistenza; in cui la Cina consolida la propria presenza commerciale e strategica senza sparare un solo colpo e senza pagare il prezzo politico dell’ingerenza diretta.

Per l’Europa — e per l’Italia, appesa come sempre ai binari di Washington senza avere voce in capitolo — lo scenario che si profila dovrebbe imporre una lenta, dolorosa presa di coscienza. Possiamo continuare a raccontarci di far parte di un Occidente vincente, oppure possiamo iniziare a chiederci cosa succede quando l’egemone al quale abbiamo delegato la nostra sicurezza comincia a scricchiolare sotto il peso delle proprie contraddizioni. La risposta, onestamente, non dovrebbe piacere a nessuno. Ma fingere che la domanda non esista è il lusso che, fra tutti, meno di tutti possiamo permetterci.

Il sipario sulla narrazione del dominio americano si sta calando lentamente, quasi silenziosamente. La storia, come insegna, non annuncia mai i suoi passaggi più importanti con la grancassa. Li lascia accadere, e poi li affida a chi avrà avuto il coraggio di guardare. A Islamabad, in ventuno ore, si è consumato uno di quei passaggi. Non lo dirà nessun telegiornale, ma lo racconteranno, tra qualche anno, i manuali di storia diplomatica. Quando gli imperi perdono, perdono così: non con una sconfitta militare, ma con un ultimatum che l’altro non accetta più.

Fonti

— International Institute for Strategic Studies (IISS), The Military Balance 2025, Londra.

— Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Trends in World Military Expenditure 2025.

— Congressional Research Service, U.S.-Iran Tensions and Implications for U.S. Policy, Washington D.C., 2025.

— Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Economics of Missile Defense, 2024.

— U.S. Energy Information Administration, World Oil Transit Chokepoints, Report 2025.

— Bulletin of the Atomic Scientists, Iran’s drone arsenal and asymmetric warfare, 2025.

— European Council on Foreign Relations (ECFR), Europe and the Iran crisis, policy brief 2026.

— Atlantic Council, Iran Strategy Project — Hormuz and maritime security.

— Monitoraggio agenzie: Reuters, Agence France-Presse, Al Jazeera, IRNA, ISNA.

L’esercito più morale del mondo

Quando la propaganda diventa minaccia: Netanyahu, la Spagna, i coloni, il Libano e il cappio della Knesset. Radiografia di uno Stato che si crede intoccabile

C’è una frase che, se pronunciata da qualunque altro leader del pianeta, verrebbe immediatamente bollata come intimidazione mafiosa. «La Spagna pagherà un prezzo». L’ha detta Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, rivolgendosi a un Paese membro dell’Unione Europea, fondatore della NATO, democrazia parlamentare dal 1978. L’ha detta perché Madrid, unica voce coerente in un continente che si nasconde dietro comunicati stampa e astensioni, ha osato chiamare le cose con il loro nome: genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra. E l’ha detta evocando, con un ossimoro che suona come una bestemmia storica, «l’esercito più morale del mondo».

È qui che la propaganda smette di essere propaganda e diventa confessione. Perché chi si sente davvero moralmente integro non minaccia, non ricatta, non promette vendette. Chi è davvero dalla parte della ragione accoglie la critica, risponde con i fatti, accetta il giudizio della comunità internazionale. Netanyahu, invece, reagisce come reagiscono soltanto i regimi che sanno di essere indifendibili: alzando la voce, promettendo ritorsioni, trasformando il dissenso in nemico.

La grammatica del ricatto

Analizzare le parole del premier israeliano significa riconoscere una grammatica politica precisa, che non appartiene alla democrazia ma al linguaggio del potere assoluto. «Pagherà un prezzo» non è un’espressione diplomatica: è la formula classica della coercizione, quella che si usa quando non si hanno più argomenti e si punta tutto sulla paura. È il linguaggio con cui gli imperi in declino provano a trattenere ciò che non riescono più a dominare con il consenso.

La Spagna, dal canto suo, non ha fatto nulla di eversivo. Ha semplicemente applicato il diritto internazionale. Ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha sostenuto le inchieste della Corte Penale Internazionale contro i vertici israeliani per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ha bloccato la vendita di armi destinate a un esercito che da oltre due anni bombarda sistematicamente ospedali, scuole, campi profughi, convogli umanitari. Ha fatto ciò che ogni Stato di diritto dovrebbe considerare un dovere elementare: distinguere tra la legittima difesa e la carneficina pianificata.

E per questo, oggi, viene minacciata. Pubblicamente. Da un capo di governo straniero. Senza che l’Unione Europea, nel suo complesso, abbia trovato il coraggio di una reazione unitaria. Il silenzio di Bruxelles, il tentennamento di Roma, la prudenza di Parigi e Berlino sono il vero scandalo di questa vicenda. Perché rivelano che l’Europa, quando si tratta di Israele, smette di essere Europa e torna a essere suddita.

La menzogna dell’esercito morale

«L’esercito più morale del mondo». È la formula che da decenni accompagna ogni operazione militare israeliana, ripetuta come un mantra, diffusa da uffici stampa militari rodati, assorbita acriticamente da una parte consistente della stampa occidentale. È una menzogna strutturale, e come tutte le menzogne strutturali funziona soltanto finché nessuno ha il coraggio di smontarla pubblicamente.

I numeri, però, parlano un’altra lingua. Decine di migliaia di morti palestinesi, la maggioranza donne e bambini, secondo le stime convergenti di Nazioni Unite, agenzie umanitarie indipendenti, organizzazioni mediche internazionali. Interi quartieri di Gaza rasi al suolo. Ospedali colpiti uno dopo l’altro, con una sistematicità che rende grottesca ogni ipotesi di «errore collaterale». Giornalisti uccisi in numero senza precedenti nella storia moderna dei conflitti. Operatori umanitari bombardati mentre distribuivano cibo. Bambini uccisi mentre facevano la fila per l’acqua. Ostaggi israeliani morti sotto il fuoco dello stesso esercito che avrebbe dovuto liberarli.

Le inchieste di Haaretz, di +972 Magazine, del Guardian, del New York Times hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale come «Lavender» e «Where’s Daddy?» per selezionare bersagli umani in modo semiautomatico, con margini di errore ammessi dagli stessi ufficiali israeliani. Hanno raccontato delle regole d’ingaggio che consentivano di uccidere decine di civili per colpire un singolo miliziano di basso rango. Hanno esposto le testimonianze di soldati che denunciavano pratiche di esecuzione sommaria, di umiliazione sistematica dei prigionieri, di abusi sessuali nel centro di detenzione di Sde Teiman. Quando alcuni di quei soldati sono stati arrestati, una parte dell’estrema destra israeliana ha invaso la base militare per liberarli, con la complicità silenziosa dei ministri più oltranzisti del governo Netanyahu.

Questo è l’esercito che Netanyahu definisce «il più morale del mondo». E chi osa contestare questa etichetta viene accusato di antisemitismo, di complicità con il terrorismo, di «guerra diplomatica». È il meccanismo classico dell’inversione: trasformare il critico in aggressore, la vittima in carnefice, la giustizia in persecuzione.

Cisgiordania: il braccio armato dei coloni

Ma c’è un altro fronte, meno illuminato dai riflettori, dove l’«esercito più morale del mondo» mostra il suo volto più nudo: la Cisgiordania occupata. Qui non si parla di guerra asimmetrica, non si parla di razzi lanciati da Hamas, non si parla di ostaggi. Qui si parla di una pulizia etnica a bassa intensità, condotta giorno dopo giorno, fattoria dopo fattoria, uliveto dopo uliveto, con una pazienza burocratica che rende il crimine ancora più osceno. Secondo B’Tselem, nel solo 2025 ventuno comunità palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate dalla violenza dei coloni sostenuta dallo Stato. Secondo Save the Children, nei primi tre mesi del 2026 i minori palestinesi sfollati a causa delle aggressioni dei coloni sono stati 685, contro una media di 63 nello stesso periodo dei tre anni precedenti: un aumento di dieci volte, in un solo trimestre.

I numeri, di nuovo, dicono ciò che la propaganda vorrebbe nascondere. Circa 750.000 coloni israeliani vivono illegalmente in territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est. Peace Now ha documentato la creazione di 86 nuovi avamposti nel solo 2025, un record storico, molti dei quali agricoli o pastorali, concepiti proprio per intimidire le comunità beduine e palestinesi e costringerle ad abbandonare le proprie terre. Questi avamposti non sono il frutto spontaneo di colonizzatori isolati: sono protetti dall’esercito israeliano, finanziati dal ministero dell’Agricoltura, «legalizzati» a posteriori con delibere governative. Ciò che si compie in Cisgiordania non è un incidente né un’anomalia: è una politica di Stato.

Il copione è sempre lo stesso. Arrivano i coloni, spesso incappucciati, spesso armati, molti di loro riservisti dell’IDF, cioè soldati dell’«esercito più morale del mondo» in licenza. Attaccano le case, incendiano i campi, sradicano gli ulivi, avvelenano i pozzi, uccidono il bestiame, picchiano bambini che tornano da scuola. A Khirbet Humsa, nella Valle del Giordano, un palestinese è stato spogliato, immobilizzato e torturato nei genitali con delle fascette mentre l’esercito guardava. A Masafer Yatta, i pastori della comunità raccontata nel documentario premio Oscar «No Other Land» continuano a subire aggressioni dallo stesso colono che ne aveva colpito il regista Hamdan Ballal. E mentre i coloni attaccano, i soldati dell’IDF fanno da scudo: bloccano le strade di accesso per impedire ai soccorritori di arrivare, arrestano i palestinesi che provano a difendersi, spesso partecipano direttamente al pestaggio.

Poi, all’alba, arriva la seconda ondata: quella ufficiale. I bulldozer dell’amministrazione civile israeliana. Gli ordini di demolizione. Le dichiarazioni di «terra statale» che convertono con un timbro ettari di proprietà palestinesi storiche in lotti edificabili per nuovi insediamenti. Il 5 gennaio 2026, 694 dunam appartenenti ai villaggi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth sono stati confiscati con un singolo decreto. A febbraio, il governo Netanyahu ha stanziato 244 milioni di shekel per istituire un catasto parallelo che facilita il trasferimento dei terreni dell’Area C dalle autorità palestinesi al ministero della Giustizia israeliano. Non è più annessione strisciante: è annessione conclamata. È l’atto notarile del furto.

Chi copre tutto questo? L’esercito che Netanyahu definisce il più morale del mondo. Il Guardian ha documentato che, dal 2020, a fronte di oltre mille civili palestinesi uccisi in Cisgiordania dai coloni e dai soldati, un quarto dei quali bambini, nessun israeliano è stato incriminato. Nessuno. L’impunità non è un difetto del sistema: è il sistema. È il meccanismo attraverso cui lo Stato israeliano trasforma il crimine privato in strumento pubblico, delegando ai coloni ciò che l’esercito non può fare apertamente senza scandalizzare la diplomazia occidentale. È la stessa logica con cui, in altre epoche e sotto altre bandiere, gli Stati coloniali hanno sempre gestito i propri territori: violenza paramilitare protetta dall’uniforme.

Libano: cento bombe in dieci minuti

Mentre scriviamo, il Libano brucia. Mercoledì 8 aprile, a poche ore dall’annuncio del fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato da Islamabad, l’aviazione israeliana ha lanciato oltre cento attacchi aerei in dieci minuti su Beirut, sul sud del Libano e sulla valle della Bekaa. Il bilancio ufficiale di quella sola giornata, diffuso dal ministero della Salute libanese, parla di oltre 250 morti e più di 1.100 feriti, il peggior bilancio in un singolo giorno dall’inizio dell’ultima fase del conflitto. I morti complessivi dall’inizio dell’escalation del 2 marzo sfiorano i duemila. L’UNICEF segnala che, dal 2 marzo a oggi, più di seicento bambini libanesi sono stati uccisi o feriti.

Human Rights Watch ha documentato che, tra il 12 marzo e l’8 aprile, le forze israeliane hanno sistematicamente distrutto o gravemente danneggiato tutti i principali ponti sul fiume Litani, isolando il sud del Paese dal resto del territorio. Non sono bersagli militari: sono infrastrutture civili, arterie di collegamento che servono a far arrivare cibo, medicine, personale sanitario. Distruggere i ponti significa affamare le popolazioni. È un metodo antico, noto e vietato dalle Convenzioni di Ginevra. Ma l’esercito più morale del mondo non sembra turbarsene.

Il cinismo della situazione tocca vertici difficili da reggere. Il Pakistan, mediatore dell’accordo di tregua tra Washington e Teheran, aveva dichiarato esplicitamente che il cessate il fuoco copriva anche il Libano. Israele l’ha smentito immediatamente, e mentre i diplomatici discutevano, il capo di Stato Maggiore dell’IDF, il generale Eyal Zamir, dichiarava apertamente: «Non rispettiamo il cessate il fuoco. Continuiamo a combattere qui, in Libano, che è la nostra principale zona di combattimento». Il premier Netanyahu ha ribadito: «Non ci sarà alcun cessate il fuoco in Libano». Traduzione: Tel Aviv negozia con gli Stati Uniti, accetta gli accordi quando le conviene, li ripudia quando le conviene, e colpisce civili mentre i negoziatori sono ancora seduti al tavolo. È la dottrina della forza pura, mascherata da difesa.

E mentre le bombe cadono su Beirut, anche il convoglio italiano di UNIFIL è stato coinvolto in azioni militari israeliane che la stessa premier Giorgia Meloni ha definito «del tutto inaccettabili», ricordando che si tratta di una violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite. Ecco come l’«esercito più morale del mondo» tratta i caschi blu dell’ONU: li attacca. E poi pretende pure che l’Europa taccia.

Il cappio della Knesset

Ma la radiografia non sarebbe completa senza l’ultimo tassello, quello forse più osceno: la legge sulla pena di morte per i palestinesi, approvata dalla Knesset il 30 marzo 2026 con 62 voti favorevoli, 48 contrari e un astenuto. Una legge che prevede l’impiccagione obbligatoria, decisa da tribunali militari a maggioranza semplice, senza unanimità, senza possibilità di appello, con esecuzione entro 90 giorni dalla sentenza. Una legge che si applica esclusivamente ai palestinesi, dal momento che i coloni israeliani e i cittadini ebrei restano sotto la giurisdizione dei tribunali civili ordinari, dove la pena capitale, formalmente prevista, è stata eseguita soltanto due volte nell’intera storia dello Stato di Israele: nel 1948 contro Meir Tobianski, ufficiale ingiustamente accusato di tradimento durante la guerra arabo-israeliana e successivamente riabilitato, e nel 1962, unica esecuzione civile, contro il gerarca nazista Adolf Eichmann.

Il testo è scritto con un’astuzia giuridica rivoltante. Punisce con la morte chi uccide «con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele» o «con l’obiettivo di danneggiare la rinascita del popolo ebraico nella sua terra». Formule che, per costruzione semantica, escludono automaticamente ogni colono che uccide un palestinese: il colono non «nega» Israele, lo incarna. Il colono non danneggia la rinascita ebraica, la compie. Due pesi, due misure, due popoli, due codici penali. È la definizione manualistica di apartheid, scolpita nel marmo legislativo di una democrazia parlamentare del ventununesimo secolo.

I promotori della legge hanno festeggiato alla Knesset con spilline a forma di cappio da forca sul bavero. La deputata Limor Son Har-Melech del partito Potere Ebraico si è fatta fotografare vestita da carceriera, con il cappio in una mano e una siringa letale nell’altra, mentre suo marito — colono e attivista pro-insediamenti — sfoggiava in posa la pistola, l’aereo e la casetta con le scritte «occupazione», «espulsione», «insediamento». La sintesi del programma di governo israeliano, riassunto in una fotografia agghiacciante diffusa con orgoglio dai protagonisti stessi. Il ministro Itamar Ben Gvir, promotore della norma, ha dichiarato dal pulpito: «Questo è un giorno di giustizia per le vittime e un giorno di deterrenza per i nostri nemici. Non più porte girevoli per i terroristi, ma una decisione chiara: chi sceglie il terrorismo sceglie la morte». Accanto a lui, a votare a favore, il primo ministro Netanyahu in persona.

È la prima legge al mondo, dai tempi della Germania nazionalsocialista, che istituisce la pena di morte su base etnica. Lo scrive su Haaretz l’ex preside della facoltà di Legge dell’Università Ebraica di Gerusalemme, Mordechai Kremnitzer, nato nel 1948 in Germania da sopravvissuti all’Olocausto: «razzista, illegale, dettata dalla sete di sangue, che dimostra l’abbandono dei valori liberali da parte di Israele, ormai un regime reazionario». Dal 2016 i bambini palestinesi vengono giudicati da tribunali militari a partire dai dodici anni. Dal 2025 possono essere condannati all’ergastolo. Dal 2026 possono essere impiccati. Per aver lanciato un sasso contro un blindato. Per la legge israeliana, questo è terrorismo. Per la legge israeliana, questo merita la forca.

Amnesty International e tutte le principali organizzazioni per i diritti umani — B’Tselem, ACRI, Addameer, Adalah — hanno annunciato ricorso alla Corte Suprema israeliana. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso «profonda preoccupazione» in un comunicato congiunto. Parole. Solo parole. Nessuna sanzione, nessuna sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, nessuna misura concreta. L’Europa, ancora una volta, ha registrato lo scandalo e ha continuato a vendere armi, a importare tecnologie, a concedere cooperazione accademica. La condanna senza conseguenze è la forma più raffinata della complicità.

L’Europa che non c’è

Il vero problema, a questo punto, non è più soltanto Netanyahu. Il vero problema è l’Europa. Perché un premier straniero può minacciare pubblicamente un Paese membro dell’Unione, i suoi coloni possono bruciare villaggi palestinesi, i suoi aerei possono bombardare capitali arabe durante un cessate il fuoco, il suo parlamento può legiferare la forca su base etnica, soltanto se sa di poterlo fare impunemente. Sa che nessun commissario europeo convocherà davvero l’ambasciatore israeliano. Sa che nessun capo di governo alzerà realmente la voce. Sa che l’Italia di Meloni continuerà a vendere componentistica militare, la Germania di Merz a garantire forniture strategiche, la Francia di Macron a oscillare tra dichiarazioni di principio e complicità operative.

Pedro Sánchez rappresenta, in questo panorama desolante, un’eccezione che mette in imbarazzo tutti gli altri. Il governo spagnolo ha capito una cosa semplice e profondissima: la credibilità dell’Europa come soggetto politico si misura sulla sua capacità di applicare il diritto internazionale anche quando costa, anche quando è scomodo, anche quando il partner minacciato è un alleato strategico degli Stati Uniti. Rinunciare a quella credibilità significa trasformare definitivamente l’Unione Europea in un’appendice amministrativa dell’impero americano, priva di voce propria, incapace di rappresentare i valori che millantarsi di incarnare.

E qui tocchiamo il cuore della questione. La sottomissione europea alla politica israeliana non nasce da una convinzione ideale: nasce dalla struttura stessa del sistema atlantico, dalla dipendenza energetica e militare dagli Stati Uniti, dalla paralisi di un’Unione che non ha mai voluto dotarsi di una politica estera realmente autonoma. È la stessa logica che ha trascinato il continente nella guerra per procura in Ucraina, che lo ha reso complice del riarmo più massiccio dal dopoguerra, che oggi lo rende muto davanti al massacro di Gaza, cieco davanti ai coloni della Cisgiordania, sordo davanti alle bombe su Beirut, afono davanti al cappio della Knesset.

Il prezzo che pagheremo davvero

Netanyahu dice che la Spagna pagherà un prezzo. Ma il prezzo vero, quello storico, quello che lascerà cicatrici profonde nella coscienza collettiva, lo stiamo pagando tutti noi. Lo pagheranno le democrazie europee quando i loro cittadini scopriranno definitivamente che i valori proclamati nei trattati sono carta straccia davanti agli interessi geopolitici. Lo pagherà il diritto internazionale, già eroso dalla doppia misura con cui si giudica chi invade l’Ucraina e chi rade al suolo Gaza, chi minaccia una cancelliera tedesca e chi minaccia un premier spagnolo, chi impicca in Iran e chi impicca in Israele. Lo pagheranno le generazioni future, che erediteranno un mondo in cui la parola «genocidio» avrà perso ogni peso giuridico perché è stata usata e negata con troppa disinvoltura.

E lo pagherà, soprattutto, la memoria. Perché un giorno, quando le macerie di Gaza saranno state documentate in ogni loro dettaglio, quando gli archivi si apriranno e i processi si celebreranno, quando le fotografie dei deputati israeliani con il cappio al bavero saranno riproposte nei manuali di storia accanto a quelle di altre epoche oscure, le parole di Netanyahu — «l’esercito più morale del mondo» — verranno studiate come esempio perfetto di propaganda totalitaria, dello stesso tipo che ogni potere criminale ha sempre utilizzato per nascondere i propri crimini dietro la retorica della virtù.

La Spagna, intanto, ha ricordato al mondo che la diplomazia non è sinonimo di silenzio, che la critica non è sinonimo di odio, che il rispetto del diritto internazionale non si negozia con nessuno. Ha ricordato che esiste ancora, in Europa, una sinistra capace di distinguere tra antisemitismo e antisionismo, tra solidarietà con un popolo e complicità con un governo, tra lotta al terrorismo e terrorismo di Stato. È poco, forse. Ma in un continente che ha smarrito la voce, anche una sola voce ferma fa la differenza.

A Netanyahu, che promette vendette, minaccia ritorsioni, bombarda Beirut, protegge i coloni, firma leggi per la forca, resta soltanto l’arma più logora di tutti i tiranni: la paura. Funziona finché funziona. Poi, inevitabilmente, si rivolta contro chi l’ha impugnata. La storia, nella sua lentezza ostinata, ha sempre conservato una memoria più lunga di quella dei ricatti. E le forche, prima o poi, tornano sempre indietro verso chi le ha costruite.

Fonti

Haaretz — Inchieste sui sistemi di targeting «Lavender» e «Where’s Daddy?», 2024-2025. +972 Magazine e Local Call — Reportage sulle regole d’ingaggio e le operazioni militari a Gaza. The Guardian — Coverage della posizione spagnola e dati sull’impunità dei coloni in Cisgiordania (2020-2026). El País — Dichiarazioni ufficiali del governo Sánchez e risposte alle minacce di Netanyahu. UN OCHA — Rapporti sulle vittime civili, gli sfollamenti in Cisgiordania e la distruzione delle infrastrutture sanitarie a Gaza. B’Tselem — Rapporti sull’eradicazione di 21 comunità palestinesi nel 2025 e sulla cooperazione tra coloni ed esercito. Peace Now — Dati sui 750.000 coloni e gli 86 nuovi avamposti del 2025. Save the Children — Analisi sul decuplicarsi degli sfollamenti di minori palestinesi nel primo trimestre 2026. Amnesty International — Condanna della legge sulla pena di morte e richiesta di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Human Rights Watch — Documentazione della distruzione sistematica dei ponti sul fiume Litani (marzo-aprile 2026). Al Jazeera, Reuters, AP — Cronaca dei raid israeliani su Beirut dell’8 aprile 2026. Ministero della Salute libanese — Bilanci delle vittime civili nel sud del Libano e a Beirut. Times of Israel, Knesset — Testo e resoconto del voto sulla legge sulla pena di morte del 30 marzo 2026. Corte Internazionale di Giustizia — Ordinanze sulle misure provvisorie nel caso Sudafrica contro Israele. Corte Penale Internazionale — Mandati di arresto contro i vertici del governo israeliano.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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Palermo, la licenza di uccidere chi lavora

Due operai migranti precipitati dal decimo piano. Nessun contratto, nessuna tutela, nessuna vita che conti abbastanza da essere protetta. Non è un incidente: è l’ennesimo omicidio di sfruttamento.

Si chiamavano Daniluc Tiberi Un Mihai, cinquant’anni, rumeno, e Najahi Jaleleddine, quarantuno anni, tunisino. Due nomi che il 10 aprile 2026 hanno raggiunto la lista infinita dei morti di lavoro in Italia. Erano nel cestello di una gru, al decimo piano di un palazzo in via Ruggero Marturano a Palermo, quando il braccio del mezzo si è spezzato. Sono precipitati nel vuoto per oltre trenta metri, finendo sulla tettoia di un negozio di gommisti. Sono morti sul colpo, l’uno accanto all’altro, come raccontano i testimoni che hanno assistito alla scena. Un terzo lavoratore, dipendente dell’esercizio commerciale sottostante, è stato travolto dal cestello ed è finito in ospedale. Si è salvato solo perché una pila di copertoni ha attutito la caduta del metallo.

Non è un incidente. Le parole contano, e chi usa la parola incidente in questi casi partecipa attivamente alla mistificazione. Un incidente è l’imprevedibile, è ciò che accade nonostante tutte le precauzioni siano state prese. Ciò che è accaduto a Palermo non ha nulla di imprevedibile. È il risultato matematico di un sistema che ha deciso, da decenni, di trasformare la vita dei lavoratori in una variabile di costo. Una variabile comprimibile, taglibile, sacrificabile. I due uomini morti in via Marturano lavoravano in nero, senza contratto, senza copertura assicurativa, senza iscrizione alla Cassa edile o alla Edilcassa. Lo hanno confermato le indagini della Procura e le testimonianze dei familiari. Significa che non esistevano, agli occhi dello Stato e del padrone. Esistevano solo come forza lavoro a basso costo, da spremere in quota, a trenta metri da terra, senza rete.

L’economia del nero, l’economia della morte

La Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati per omicidio colposo il titolare della Edil Tech, la ditta per la quale i due operai lavoravano, e il proprietario dell’appartamento committente dei lavori. La gru era stata noleggiata da un’altra ditta, la Agliuzza Sollevamenti. Gli inquirenti, coordinati dalla procuratrice aggiunta Laura Vaccaro, stanno ricostruendo lo stato di manutenzione del mezzo, la catena degli appalti, l’esistenza o meno di dispositivi di protezione individuale, l’abilitazione dei lavoratori ai lavori in quota. Ma al di là dell’esito giudiziario, la dinamica politica e sociale è già tutta lì, sotto gli occhi di chiunque voglia vederla. Un committente privato affida lavori di ristrutturazione a una ditta che impiega manodopera senza contratto, utilizzando un mezzo noleggiato da terzi. Ogni anello della catena scarica sul successivo le responsabilità e i costi. Alla fine, il costo più alto lo paga chi sta nel cestello. Lo paga con la vita.

Il nero non è un’anomalia del sistema edilizio italiano. È la sua struttura portante. Nel settore delle costruzioni, specialmente nel Meridione e specialmente in Sicilia, il lavoro irregolare costituisce una quota significativa dell’intera forza lavoro impiegata. Le ragioni sono strutturali: subappalti a cascata, concorrenza al ribasso nelle gare, assenza di controlli, impunità di fatto per chi viola le norme sulla sicurezza. Quando un imprenditore sceglie di assumere in nero un operaio migrante, sta facendo un calcolo razionale dentro un sistema che premia quel calcolo. Risparmia sui contributi, sui versamenti alla Cassa edile, sulle visite mediche, sui corsi di formazione, sui dispositivi di protezione. Si libera dell’obbligo di denunciare infortuni. E sa benissimo che, nella peggiore delle ipotesi, cioè quando qualcuno muore, la magistratura arriverà quando il corpo è già sull’asfalto, e il processo, se mai ci sarà, si concluderà anni dopo con pene simboliche o prescrizioni.

Migranti: l’ultimo gradino di una gerarchia feroce

Che le vittime siano un rumeno e un tunisino non è un dettaglio. È la cifra politica dell’intera vicenda. I lavoratori migranti, e in particolare quelli provenienti dall’Est Europa e dal Maghreb, occupano oggi i gradini più bassi del mercato del lavoro italiano, soprattutto nell’edilizia, nell’agricoltura, nella logistica. Sono la manodopera che nessun italiano accetta più a quelle condizioni, e proprio per questo vengono cercati, reclutati, pagati in nero. La narrazione dominante, alimentata quotidianamente dal governo Meloni e dalla destra mediatica, li dipinge come invasori, come minaccia identitaria, come peso sul welfare. Ma la realtà è esattamente rovesciata: senza di loro, interi cantieri si fermerebbero, interi raccolti marcirebbero, intere filiere logistiche collasserebbero. L’economia italiana ha bisogno dei loro corpi, ma non è disposta a riconoscere loro la dignità di persone.

A questa ipocrisia strutturale si aggiunge il cortocircuito normativo. Le politiche migratorie restrittive, i decreti sicurezza, la criminalizzazione dei soccorsi in mare, la riduzione dei canali di ingresso regolare, producono un effetto preciso e voluto: spingere chi arriva nell’area grigia dell’irregolarità, dove è più ricattabile, più silenzioso, più docile. Un operaio senza permesso di soggiorno in regola non denuncia il datore di lavoro che lo paga in nero. Non chiede il casco, non pretende l’imbracatura, non rivendica le ferie. Accetta di salire a trenta metri da terra in un cestello di cui nessuno ha verificato la manutenzione, perché l’alternativa è non mangiare. Il nero, in edilizia come nei campi del foggiano, come nei magazzini della logistica lombarda, si nutre di questa ricattabilità strutturale. Produrla è parte integrante della politica migratoria italiana degli ultimi vent’anni, condivisa da governi di ogni colore.

Una strage quotidiana, una normalità scandalosa

I morti sul lavoro in Italia sono oltre mille l’anno, secondo i dati INAIL degli ultimi esercizi. Mille famiglie distrutte, mille nomi che scompaiono dalle prime pagine il giorno dopo il funerale. A questi vanno aggiunte decine di migliaia di infortuni gravi, invalidità permanenti, vite spezzate in forme meno definitive ma non meno reali. L’edilizia è il settore che paga il prezzo più alto, insieme all’agricoltura e ai trasporti. E Palermo conosce questa liturgia troppo bene: solo un anno fa, a Casteldaccia, cinque operai morirono soffocati nei gas di una vasca fognaria. Nulla è cambiato. Nulla cambierà, se il racconto collettivo continuerà a essere quello della fatalità, dell’errore umano, della sfortuna.

Perché non è sfortuna. È la traduzione puntuale di scelte politiche precise. La deregolamentazione del mercato del lavoro, iniziata con il pacchetto Treu negli anni Novanta e culminata nel Jobs Act, ha frantumato le tutele collettive, indebolito il potere sindacale, moltiplicato le forme contrattuali precarie, reso il licenziamento una pratica indolore per le imprese. In parallelo, i controlli sulla sicurezza sono stati progressivamente depotenziati: organici degli ispettorati del lavoro ridotti all’osso, ASL regionali in affanno, sanzioni inefficaci. Il Testo Unico sulla sicurezza del 2008 esiste, certo, ma vive la stessa sorte di tante leggi italiane: enunciato solenne sulla carta, inapplicato nella realtà. E quando qualcuno muore, il circo delle dichiarazioni istituzionali parte puntuale. Il sindaco che parla di dolore incolmabile, il governatore che esprime vicinanza, i partiti che invocano maggiori controlli. Poi il sipario cala, e si aspetta il morto successivo.

La legge che non c’è: omicidio sul lavoro come reato specifico

Da anni il mondo sindacale di base, le associazioni delle vittime, pezzi della magistratura più sensibile al tema, chiedono l’introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma e aggravata. Non più omicidio colposo generico, con la sua cornice sanzionatoria blanda e facilmente aggirabile, ma un reato che colpisca tempestivamente e con durezza tutti i responsabili, diretti e indiretti, della morte di un lavoratore: committente, imprese appaltatrici e subappaltatrici, responsabili della sicurezza, proprietari dei mezzi noleggiati, direttori dei lavori. Serve una norma che spezzi la catena dell’impunità e introduca il principio che la vita di chi lavora non si contratta, non si comprime, non si calcola nel margine di profitto.

La resistenza politica a questa richiesta è feroce e trasversale. La destra di governo la dipinge come criminalizzazione delle imprese, come ostacolo alla competitività. Pezzi consistenti del centrosinistra si accodano, preoccupati di non perdere il consenso confindustriale. Il risultato è l’immobilismo legislativo che tutti conosciamo. Eppure, in un paese che si definisce fondato sul lavoro fin dall’articolo primo della sua Costituzione, dovrebbe essere il minimo sindacale: chi uccide un lavoratore risparmiando sulla sua sicurezza risponde di un reato grave, con pene certe e sanzioni patrimoniali pesanti. Fino a quando questo non accadrà, la parola lavoro continuerà a essere, nella bocca di troppi, un’etichetta vuota sulla carta che nasconde la licenza di uccidere nei fatti.

Lo sciopero del 13 aprile: un atto di ribellione necessaria

L’Unione Sindacale di Base ha proclamato ventiquattro ore di sciopero generale a Palermo e provincia per lunedì 13 aprile, con un presidio davanti alla prefettura. È una risposta dovuta, una scelta che merita pieno riconoscimento e piena solidarietà. In un paese in cui i sindacati confederali si sono troppo spesso limitati a cerimoniali di cordoglio, l’USB ha chiamato le cose con il loro nome: non incidenti, ma omicidi sul lavoro. Non tragedie, ma conseguenze prevedibili di un sistema che specula sulla vita. Lo sciopero e il presidio sono l’unico linguaggio che il potere capisce, perché colpiscono l’unico valore che davvero riconosce: il profitto e la continuità produttiva.

Ma ventiquattro ore di sciopero in una sola città non bastano. Non possono bastare. Per fermare davvero la mattanza serve un salto di scala. Serve uno sciopero generale nazionale, di tutte le categorie, finché il governo non metta in agenda una legge vera sugli omicidi sul lavoro. Serve il coraggio di bloccare tutto, come hanno fatto i portuali di Genova contro il traffico di armi, come hanno fatto i lavoratori della logistica contro lo sfruttamento. Il blocco è l’arma più antica e più efficace del movimento operaio, e va riscoperta in tempi in cui il lavoro è stato polverizzato, atomizzato, reso invisibile proprio perché incapace di fermarsi insieme. I morti di via Marturano chiedono questo a chi resta. Non un minuto di silenzio, ma giorni di lotta.

La dignità come posta in gioco

Il fondo della questione non è solo giuridico, non è solo economico, non è solo sindacale. È morale e politico nel senso più pieno. Si tratta di decidere se, in questo paese, una vita vale una vita, o se esistono vite di serie A e vite di serie B. I nomi di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine ci dicono la verità scomoda: per il sistema italiano del 2026, la vita di un operaio migrante in nero vale meno del costo di una cintura di sicurezza, meno del costo di una manutenzione ordinaria di una gru, meno del margine di guadagno di un appalto edilizio in un quartiere centrale di Palermo. Questa è la scala dei valori reali, quella scritta nei fatti e non nei discorsi della domenica. Ribaltarla è il compito politico di chiunque non accetti di vivere in un paese così.

Alle famiglie di Daniluc e Jaleleddine va la solidarietà piena e incondizionata. Ai loro figli, alle loro mogli, ai loro padri e madri, va la promessa che i loro nomi non verranno dimenticati insieme al ciclo mediatico delle quarantotto ore. E a chi li ha mandati a morire salendo su un cestello che non avrebbe mai dovuto reggerli, va la richiesta ferma, inaggirabile, politica, di rendere conto di ciò che hanno fatto. Non con un processo lungo dieci anni che si chiuderà con una prescrizione. Con una giustizia vera, rapida, pesante, esemplare. Perché la giustizia, quando incontra il lavoro, è sempre stata il primo e più tradito dei diritti costituzionali. Ed è da lì, da quel tradimento quotidiano, che bisogna ricominciare.

Fonti

ANSA, 10 aprile 2026 – Si spezza il braccio della gru, morti due operai che lavoravano in nero.

Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2026 – Si ribalta il carrello e si spezza il braccio della gru: due operai morti a Palermo. Lavoravano in nero.

Sky TG24, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, due operai morti caduti da una gru.

Giornale di Sicilia, 10 aprile 2026 – Palermo, lavoravano in nero gli operai morti cadendo dalla gru.

Comunicato USB Federazione Palermo, 10 aprile 2026 – Palermo, ennesima strage sul lavoro: non sono incidenti, è omicidio sul lavoro.

Adnkronos, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro a Palermo, morti due operai precipitati da una gru.

PalermoToday, 10 aprile 2026 – Incidente sul lavoro in via Ruggero Marturano, si spezza braccio di una gru: morti due operai.

Dati INAIL sugli infortuni mortali sul lavoro in Italia, rilevazioni nazionali.

La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)

Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il sole. I salari crescono, la giustizia si modernizza, l’Europa è unita, la sanità ha il finanziamento più alto della storia patria, gli sbarchi si sono fermati, la pace è a un passo e il diesel costa meno. L’unico piccolo inconveniente è che nessuna di queste cose è vera. Ma non facciamone un dramma: viviamo in un’epoca avanzata, in cui la realtà è diventata un optional, come il climatizzatore bizona.
Benvenuti nella versione ufficiale dell’Italia, quella che va in onda in diretta parlamentare e resiste fino al telegiornale della sera, dopodiché svanisce come una promessa elettorale. Qui ogni cosa è al suo posto perché chi governa ha deciso dove metterla, senza curarsi troppo di dove si trovi realmente. È una tecnica di governo raffinata: invece di affrontare i problemi, si riscrive il dizionario. Così una sconfitta diventa “un’occasione mancata”, un dato piatto diventa “una svolta storica”, una bocciatura popolare diventa “un cantiere aperto”, e una guerra che fa paura diventa “una posizione condivisa con i principali partner europei”. Un giorno qualcuno tradurrà queste formule in italiano. Per ora ci tocca arrangiarci.
I fatti, quegli antipatici guastafeste

Esistono ancora, purtroppo per il governo, alcuni testardi che pretendono di controllare i numeri. Sono quelli che vanno a cercare i bollettini dell’Istat, le rilevazioni del Ministero delle Imprese, i rapporti della Corte dei conti: insomma, persone con gravi problemi di socialità, che rovinano le cene e i talk-show insistendo sulla sgradevole abitudine di confrontare le parole con i fatti. Secondo questi disagiati, le retribuzioni reali italiane sarebbero ancora circa otto punti sotto il livello del 2021. Tradotto: il lavoratore medio porta a casa una settimana di stipendio in meno all’anno rispetto a cinque anni fa. Ma non disperiamo, perché la premier ci rassicura che i salari “hanno ripreso a crescere”. In effetti crescono, è vero. Crescono come crescono i prezzi della spesa: soltanto un po’ meno. Chiamiamola crescita e andiamo a dormire sereni.
Sugli sbarchi la performance è ancora più memorabile. Nel 2025 ne abbiamo avuti poco più di sessantaseimila, quasi identici ai sessantaseimila del 2024. Un capolavoro di stabilità. Il governo però ha trovato la soluzione: basta confrontare il 2025 con il 2023, che era un’annata eccezionale gonfiata da guerre e collassi statuali, e il crollo appare magicamente. È lo stesso principio per cui, se ti pesi dopo cena, hai l’impressione di essere a dieta rispetto all’Epifania. Funziona solo se la bilancia non parla. Ma per fortuna la bilancia italiana non parla: ci pensa il ministro a parlare al posto suo.
Sul Fondo sanitario nazionale, poi, siamo al sublime. “Il livello più alto di sempre”, ripete il governo con l’orgoglio di chi annuncia un record olimpico. Peccato che in percentuale sul Pil la spesa sanitaria pesi oggi meno di quanto pesasse nel 2022: dal 6,3 per cento al 6, poi lentamente al 6,1, sempre ben al di sotto del 6,5 per cento che l’Organizzazione mondiale della sanità considera il minimo sindacale per un sistema universalistico. Per festeggiare il nostro record, in compenso, possiamo prenotare una risonanza magnetica per il prossimo gennaio. Anzi, meglio: per il gennaio del duemilaventotto. Ma con un po’ di fortuna si libera un buco prima, quando qualcuno rinuncerà alle cure. La rinuncia alle cure, a proposito, è l’unico settore italiano davvero in crescita stabile. Un risultato storico, effettivamente.
Il piano casa merita un paragrafo a parte per ragioni di galanteria verso l’ingegneria retorica. Centomila case in dieci anni, dice la premier, come se le avesse contate una per una la sera prima. In realtà non è prevista una sola nuova casa popolare: si tratta di ristrutturare sessantamila alloggi Erp già esistenti, con soldi europei del Pnrr, e di chiamare “edilizia sociale” tutto il resto, dove “sociale” è la parola magica che significa “affitti per chi se li può permettere”. È un piano casa nello stesso senso in cui una foto del frigorifero vuoto è un piano alimentare. Ma concediamo il beneficio del dubbio: forse alla fine qualcuno ci abiterà davvero, magari gli studenti fuori sede che oggi dormono in macchina. Basta aspettare. L’importante è non perdere la speranza. E le bollette. Quelle non si perdono mai.
Chiudiamo la rassegna dei dati con il miliardo di euro speso per tagliare venticinque centesimi su benzina e diesel, con il nobile obiettivo di far calare i prezzi alla pompa. I prezzi alla pompa, come da miracolo laico, sono saliti. Lo certifica lo stesso Ministero delle Imprese: un centesimo in media più alti rispetto a tre settimane fa. Dunque: abbiamo speso un miliardo, abbiamo ottenuto un aumento, abbiamo spedito la premier nel Golfo Persico a sorridere ai sauditi, e alla fine il pieno costa di più. Se non è efficienza questa, bisognerà inventare una parola nuova. “Efficineza”, magari. Suona abbastanza governativa.
Lo “standard europeo”: un capolavoro di geografia creativa

Veniamo alla giustizia, terreno sul quale il governo ha dato prova delle sue migliori capacità cartografiche. Secondo Palazzo Chigi, la riforma respinta al referendum sarebbe servita ad “allineare l’Italia agli standard europei”. Magnifica espressione: lo “standard europeo”. Evoca l’idea di un’Europa perfettamente ordinata, con un unico modello di magistratura, uguale dal Portogallo alla Finlandia, certificato Ue e venduto nei supermercati con il codice a barre. Peccato che quest’Europa non esista. Esistono la Francia con il suo Consiglio superiore a composizione mista, la Germania con la magistratura inquadrata nelle amministrazioni dei Länder, la Spagna con un organo di autogoverno che litiga per anni a ogni nomina, il Portogallo con un sistema affine al nostro, la Grecia con le sue specificità e così via. Un paesaggio plurale, contraddittorio, complicatissimo. Nessuno “standard”. Ma ammettere la pluralità costerebbe fatica: molto più comodo inventarsi un’Europa che non c’è e dichiararsene pionieri.
Il bello è che l’Italia, in questo fantomatico allineamento, era già avanti. Il nostro pubblico ministero è tra i più indipendenti del continente, caratteristica che altrove molti giuristi studiano con ammirazione. Quella indipendenza, però, è un inconveniente per chi governa, perché ogni tanto qualche toga si mette a indagare dove non dovrebbe. La riforma non serviva a modernizzare: serviva a sistemare. Non a efficientare: a disciplinare. E quando il popolo — quel popolo sovrano che viene celebrato nei comizi e ignorato nelle urne — ha detto di no, il governo ha reagito con la consueta eleganza: «Rispettiamo il giudizio degli italiani», ha detto la premier. Due righe dopo: «Occasione mancata». Tre righe dopo: «Il cantiere non si ferma». È il rispetto nella sua versione post-moderna: quella in cui se non sei d’accordo con me, ti rispetto, ma poi faccio comunque quello che volevo.
Nel frattempo, per un intero anno, abbiamo assistito a un campionato di demonizzazione della magistratura nel quale figure come Nicola Gratteri sono state trattate come se fossero pericolosi ultrà da allontanare dallo stadio. È la celebre teoria del “conflitto istituzionale come derby”, variante italiana del tifo da curva applicata alle toghe. Lo schema è semplice: prima demolisci un contropotere, poi ti offendi se ti rispondono, poi convochi l’elettorato e gli chiedi di arbitrarti. Nel calcio si chiama moviola in campo. In politica costituzionale si chiamava, una volta, separazione dei poteri. Ma nomi vecchi, ormai.
L’«unità europea» a uso interno

Poi c’è la guerra contro l’Iran, e qui bisogna prendere fiato prima di iniziare, perché il livello di creatività raggiunto dal governo è commovente. La premier assicura che la posizione italiana è stata “esattamente la stessa” dei principali paesi europei. Cerchiamo di capirci: Pedro Sánchez ha parlato di “aggressione illegale” e di “guerra contro il diritto internazionale”; l’Irlanda ha chiesto un cessate il fuoco immediato; persino la Francia ha adottato formule molto più prudenti di quelle italiane. Se questa è la stessa posizione, allora anche il gatto e il topo condividono lo stesso progetto gastronomico. È vero: a volte si incontrano nella stessa stanza. Ma le loro prospettive sull’evento sono lievemente divergenti.
In compenso la premier, mentre parlava di “unità occidentale”, è volata da sola nel Golfo. Da sola nel senso proprio: senza coordinamento europeo, senza un piano condiviso, senza quell’orpello fastidioso chiamato politica estera comune. È andata a sorridere a sauditi ed emiratini come si va a un battesimo di un cugino lontano: bisogna esserci, non si sa bene perché, e l’importante è farsi fotografare. Sul piano del quadro strategico, quella missione si è inscritta docilmente dentro un disegno disegnato altrove, precisamente a Washington e a Gerusalemme. Ma guai a dirlo: l’Italia è “sovrana”, lo dicono tutti i giorni. Lo dicono con così tanta insistenza che viene quasi il sospetto che debbano rassicurare qualcuno, forse sé stessi.
Sul capitolo voli partiti dalle basi italiane durante la crisi, il governo ha adottato una tecnica comunicativa innovativa: il silenzio assoluto. Non è stato smentito nulla, perché non è stato confermato nulla, perché non è stato detto nulla. È la trasparenza versione nebbia fitta. E quando qualcuno ha chiesto conto del ruolo logistico delle basi italiane in un’operazione militare che l’Italia non ha deciso né discusso, la risposta è stata: “Rispettiamo scrupolosamente i trattati con gli Stati Uniti”. Traduzione per chi è rimasto indietro: facciamo quello che ci chiedono di fare, come sempre, ma abbiamo deciso di sentirci orgogliosi nel farlo. È la sovranità come stato d’animo: indipendentemente dai fatti, purché ci si creda con convinzione.
E mentre i caschi blu italiani di Unifil stanno in Libano in una missione svuotata di ogni copertura politica, senza regole d’ingaggio aggiornate, senza una cornice diplomatica coerente, il governo esulta per averne ottenuto la proroga fino al 2026. È come rivendicare di aver salvato una barca perché non è ancora affondata del tutto, pur avendo riempito d’acqua la stiva. “Abbiamo chiesto a Israele di fermare l’escalation”, ha detto la premier. Bene. E Israele ha smesso. È vero. L’unico dettaglio è che non l’ha fatto. Ma la richiesta, ufficialmente, è partita. I soldati italiani possono dormire tranquilli, protetti dal peso geopolitico di un comunicato stampa.
Chi paga, chi incassa: il magico mondo della ridistribuzione al contrario

Veniamo ora alla parte economica, forse la più spassosa, perché qui la differenza fra la narrazione e la realtà raggiunge la profondità di una fossa marina. I salari reali sono sotto di otto punti rispetto al 2021. Ma tranquilli, il governo dice che crescono. E siccome la realtà è democratica, vale quello che dice il governo oppure vale quello che dicono i dati. Noi, per una volta, rischiamo di dar retta ai dati. Ma giuriamo di pentirci.
Intanto, chi ha guadagnato in questi anni di “ripresa del potere d’acquisto”? Curiosamente, non i lavoratori dipendenti. Curiosamente, i grandi gruppi energetici hanno registrato utili record mentre le famiglie italiane spegnevano i termosifoni. Curiosamente, le rendite finanziarie si sono gonfiate mentre i salari recuperavano soltanto sulla carta intestata dei ministeri. L’inflazione, ci raccontano, è stata un evento atmosferico, come una grandinata: arrivata da chissà dove, nessuno è responsabile, nessuno ha beneficiato. È strano: di solito quando piove qualcuno si bagna e qualcun altro sta all’asciutto. Ma non in Italia. In Italia piove su tutti allo stesso modo, tranne che non è vero. È piovuto molto di più su chi viveva di stipendio, e molto di meno su chi viveva di rendita, di speculazione e di posizione oligopolistica. Ma chiamare le cose con il loro nome costerebbe fatica: molto più comodo parlare di “congiuntura internazionale”.
I numeri dell’occupazione meritano una menzione d’onore. «Un milione e duecentomila occupati stabili in più», «550 mila precari in meno». Cifre stupende, degne di un miracolo economico. Peccato che la quota principale di questi occupati aggiuntivi sia composta da cinquantenni e sessantenni che non possono più andare in pensione, perché il governo stesso ha alzato i requisiti. Non è il mercato del lavoro che si riscalda: è la popolazione attiva che invecchia, costretta a rimanere al tornio, in ufficio, in corsia. I giovani nel frattempo restano dove erano: precari, malpagati, o all’estero. Ma sui pannelli del governo appaiono comunque tra gli “occupati in più”, con la stessa logica con cui, se non vuoi che il frigo sia vuoto, basta togliere i ripiani.
La sanità: il reparto cortesia del tramonto dello Stato sociale

Arriviamo alla sanità, e qui l’ironia si fa più difficile, perché la materia prima sono i corpi delle persone. Proviamoci lo stesso, perché a volte il sarcasmo è l’unica forma di rispetto possibile per chi non viene rispettato da nessuno. Il Fondo sanitario nazionale, ricordiamolo, ha raggiunto “il livello più alto di sempre”. Uno penserebbe a sale operatorie che funzionano, a pronto soccorso fluidi, a medici di famiglia disponibili. Invece la percentuale sul Pil è scesa rispetto al 2022 e la sanità si sta spegnendo a luce intermittente. È il paradosso italiano: il livello più alto di sempre coincide con il momento in cui ti dicono che per una visita cardiologica devi aspettare fino al prossimo governo. Forse anche al successivo.
Il decreto del giugno 2024 sulle liste d’attesa, vantato come svolta storica, sta per compiere due anni. In questi due anni, la piattaforma digitale per monitorare le liste non ha reso pubblico un solo dato — non uno — e l’Organismo di vigilanza non è mai stato costituito. È come una legge antincendio che prevede vigili del fuoco immaginari e estintori da installare appena ci sarà tempo. In compenso il governo lo cita nei discorsi come esempio di coraggio. “Il primo ad aver avuto il coraggio”, dice la premier. Il coraggio di non applicare la legge che si è approvata è effettivamente raro, bisogna ammetterlo: ci vuole stoffa.
Nel frattempo, con la discrezione di chi non vuole disturbare, lo Stato italiano sta lentamente cambiando mestiere in sanità. Non cura più: smista. Non garantisce più: consiglia. La transizione verso un sistema misto — nel quale chi può paga di tasca propria e chi non può aspetta, peggiora, rinuncia — è in corso da anni, ma adesso procede in discesa. È la privatizzazione elegante, quella che non osa dire il proprio nome. Si chiama “efficienza” quando il servizio è lento. Si chiama “responsabilizzazione” quando ti mandano dal privato. Si chiama “responsabilità delle Regioni” quando il sistema crolla. E si chiama “modernizzazione” quando la classe media si stipula una polizza, mentre chi non può permettersela si iscrive alla più triste delle liste d’attesa: quella della rinuncia alle cure. Ma ogni paese merita il sistema sanitario che si sceglie, e il nostro, a quanto pare, ha scelto questo. Anche se non ricordiamo bene di averlo mai votato.
La classe dirigente: una tragicommedia in tre atti

Sul capitolo selezione della classe dirigente, la premier ha raggiunto le vette dell’autocoscienza. «Abbiamo chiesto un passo indietro ad alcuni membri del governo per anteporre l’interesse della Nazione». Una frase che, letta a mente fredda, suona così: abbiamo scelto persone discutibili, le abbiamo difese contro ogni evidenza, poi abbiamo perso un referendum, poi ci siamo accorti che erano discutibili, e adesso vi chiediamo di applaudire perché le abbiamo allontanate. Il caso Santanchè è in questo senso esemplare: imposto soltanto dopo la sconfitta politica, cioè quando il consenso non reggeva più. La sensibilità etica si è risvegliata esattamente nel momento in cui costava zero. Un tempismo miracoloso. Più di un prodigio: quasi un segnale divino.
Il criterio di selezione di questa maggioranza, del resto, non è mai stato la competenza. Non è stata la credibilità. Non è stata la sobrietà. È la fedeltà. La fedeltà regge finché regge il consenso, dopodiché viene ridefinita come “sacrificio”, e il sacrificio diventa merito personale della premier, come se il capitano di una nave si vantasse di aver buttato in mare i passeggeri durante una tempesta da lui stesso provocata. Il pubblico del teatro, come sempre, è invitato ad applaudire: la rappresentazione continua finché continua il biglietto staccato. Solo che qui il biglietto lo paghiamo noi, e la rappresentazione è il nostro paese.
Il regime del discorso, con contorno di giornalismo affamato

Nulla di tutto questo funzionerebbe senza un ecosistema mediatico compiacente, e l’Italia ne ha costruito uno negli ultimi trent’anni con una dedizione che meriterebbe un museo. Grandi gruppi editoriali concentrati, proprietari legati a interessi industriali, redazioni dipendenti dagli investimenti pubblicitari, giornalisti che sanno che una critica eccessiva può costare la carriera. È in questo terreno fertile che il dispositivo narrativo del governo sboccia come un’ortensia a maggio. Un ministro dice una cosa falsa, il giorno dopo è titolo di apertura, tre giorni dopo arriva la smentita tecnica a pagina sedici, il quinto giorno la smentita viene smentita da un editoriale compiacente, il settimo giorno ci si riposa. È la settimana della creazione, versione italiana della post-verità.
Il potere contemporaneo non ha bisogno di censurare — sarebbe volgare, oltre che inefficace. Gli basta saturare. Gli basta occupare lo spazio, sommergere di annunci, distribuire incarichi pubblici ai giornalisti compiacenti, isolare con la denigrazione personale chi non sta alle regole del gioco. La libertà di stampa formalmente esiste, come esiste formalmente il diritto di chiunque di volare sulla Luna con mezzi propri. In pratica, il dissenso viene relegato nei margini, trattato come folclore, riassegnato allo statuto di eccentricità personale. È il regime del discorso educato, quello in cui non ti arrestano: ti ignorano, che è molto peggio, perché non c’è neppure il martirio a consolare.
Le conseguenze sulla carne dei vivi (che continua a non trovare la battuta)

Qui, per un momento, l’ironia deve tirare il freno, perché al di sotto di ogni cifra gonfiata ci sono delle vite vere, e le vite vere non sono mai divertenti. Un paese in cui i salari reali sono più bassi di cinque anni fa è un paese in cui qualcuno ha saltato il pranzo, qualcun altro ha lasciato spegnere il termosifone, una terza persona ha rimandato l’acquisto delle scarpe per i figli. Un paese in cui la sanità pubblica si ritira è un paese in cui la morte comincia a distinguersi per reddito: chi può pagare si cura, chi non può pagare entra nella statistica della “rinuncia alle cure”, nome burocratico per una forma di ingiustizia silenziosa che ha tutto il diritto di chiamarsi violenza sociale. Un paese in cui il diritto alla casa non esiste è un paese in cui studenti brillanti scelgono l’università in base al prezzo dell’affitto, e dove intere generazioni vengono espulse dalle città in cui sono nate.
Dietro ogni statistica addomesticata, ogni taglio contabile, ogni annuncio trionfale, ci sono persone reali. Ci sono madri che decidono se comprare la medicina o pagare la luce. Ci sono cinquantenni che hanno capito che non andranno mai in pensione, e ci hanno rinunciato con quel misto di rassegnazione e orgoglio che è diventato la cifra emotiva del lavoratore italiano. Ci sono giovani donne che rinviano ad avere figli perché nessun contratto dura abbastanza per poterli crescere . Ci sono anziani che aspettano un’ecografia per un anno e mezzo, da soli, in case dove la televisione è accesa tutto il giorno per simulare una presenza. La fabbrica della realtà lavora a pieno regime per cancellare queste vite dal campo visivo della politica, e ci riesce piuttosto bene, perché i protagonisti raramente prendono la parola, e quando la prendono vengono classificati come “disagio sociale”, “caso limite”, “nicchia”. Una nicchia di sessanta milioni di persone, va detto. Ma pur sempre nicchia.
Riprendere la realtà, se qualcuno l’ha vista passare

A questo punto qualcuno, giustamente, si chiederà: e adesso? Non è una domanda retorica. È la domanda. La risposta breve è che non esiste democrazia senza un rapporto onesto tra parole e cose, e che la partita vera oggi si gioca proprio lì: nel tentativo di riportare le parole della politica a qualche forma di corrispondenza con i fatti. Un paese può sopportare governi mediocri, può sopravvivere a scelte sbagliate, può convivere persino con leadership che lavorano contro gli interessi della maggioranza. Non può sopravvivere alla rottura strutturale del legame tra ciò che viene detto e ciò che accade, perché in quel momento il giudizio collettivo diventa impossibile, e la sovranità popolare si riduce a tifo. Il tifo, è bene ricordarlo, non ha mai salvato nessuno. Neppure al novantesimo minuto.
Riprendere la realtà significa pretendere la verifica di ogni annuncio. Significa trattare la retorica istituzionale con lo stesso rispetto con cui si tratta un volantino promozionale del supermercato: leggendo anche le righe piccole. Significa rimettere al centro chi paga davvero il prezzo di questa Italia immaginaria: i lavoratori senza aumenti, i pazienti senza cure, i giovani senza orizzonti, gli studenti senza case, i migranti trasformati in scenografia elettorale, i civili iraniani e libanesi e palestinesi e ucraini che nei discorsi ufficiali sono sempre meno nominati, come se il silenzio potesse risparmiare qualcuno. Non risparmia nessuno: né loro, né noi, che perdiamo un pezzo di umanità ogni volta che accettiamo di non dire.
L’Italia virtuale della premier non è un incidente. È un progetto. È la forma politica di una destra neoliberale che ha deciso di difendere rendite e privilegi trasformando la democrazia in un palcoscenico, dove il copione lo scrive chi paga, gli attori recitano in cambio di una parte, e il pubblico è invitato a non disturbare l’illusionista. L’unica risposta possibile, contro un palcoscenico, è ricordare che fuori dal teatro c’è una strada, e sulla strada ci siamo noi: con le nostre bollette, le nostre visite rimandate, i nostri stipendi stagnanti, le nostre case introvabili, i nostri figli che partono. Siamo ancora il paese reale. E il paese reale, prima o poi, ha il brutto vizio di presentarsi al botteghino a chiedere il rimborso del biglietto.
Fonti

Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, bollettini 2024-2025.
Istat, Indici delle retribuzioni contrattuali e di fatto, serie storica 2021-2025.
Istat, Statistiche sulla povertà e sulle condizioni di vita delle famiglie, ultima edizione disponibile.
Ministero dell’Interno, Cruscotto statistico giornaliero sugli sbarchi, 2023-2025.
Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Osservatorio prezzi carburanti, rilevazioni 2026.
Commissione europea, dichiarazioni del commissario Valdis Dombrovskis sulla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità.
Corte dei conti, Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, sezione sanità, 2024-2025.
Fondazione Gimbe, Rapporto sul Servizio sanitario nazionale, edizioni 2024 e 2025.
Organizzazione mondiale della sanità, parametri di finanziamento dei sistemi sanitari universalistici.
Gazzetta Ufficiale, Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 (liste d’attesa).
Nomisma e Sunia, Rapporti sull’emergenza abitativa nelle grandi città italiane.
Dichiarazioni ufficiali dei governi di Spagna, Irlanda e Francia sulla crisi iraniana, marzo-aprile 2026.
Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu sulla missione Unifil, proroghe 2025-2026.
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza CC BY-NC-SA 4.0
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