Mentre Tel Aviv bombarda Beirut e Teheran, Bruxelles e Roma scelgono il silenzio. E il silenzio, in tempo di genocidio, è una firma in calce.
La tregua era stata annunciata da poche ore quando i caccia israeliani hanno trasformato interi quartieri di Beirut in macerie. Non un errore, non un incidente di percorso: un atto deliberato, calcolato al minuto, pensato per sabotare qualsiasi possibilità di pace e per ricordare al mondo intero chi comanda davvero in Medio Oriente. Centinaia di morti — uomini, donne, bambini — sono il prezzo che la popolazione libanese ha pagato perché Benjamin Netanyahu potesse ribadire un concetto semplice e brutale: lo Stato di Israele non riconosce alcuna autorità superiore a sé stesso, né le Nazioni Unite, né la Corte Penale Internazionale, né tantomeno la coscienza di un’umanità ormai sfinita dall’orrore.
È in questo scenario che si misura l’abisso morale dell’Occidente. Mentre l’Iran accettava di sedersi al tavolo dei negoziati grazie alla mediazione di Cina, Pakistan e Turchia, mentre lo stretto di Hormuz tornava transitabile e i mercati respiravano, il governo italiano taceva. La Commissione Europea taceva. Le redazioni dei grandi giornali, sempre prontissime a denunciare ogni sussulto di Mosca, hanno relegato la strage libanese a poche righe in cronaca estera.
Una tregua sabotata a colpi di bombe
La sequenza dei fatti è di una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Donald Trump, il presidente che aveva minacciato di far «morire un’intera civiltà» — una formula che, come ha ricordato Serge July su Liberation, non si era più sentita pronunciare dai tempi di Tamerlano — è stato costretto a fare marcia indietro. Non per ravvedimento, non per scrupolo umanitario, ma perché la Cina ha mediato, perché il Pakistan ha contenuto a fatica l’assalto popolare al consolato americano di Karachi, perché Erdogan ha invocato pubblicamente il castigo divino su Israele. Il «buffone in chief», come lo definisce con efficacia chi lo osserva da vicino, ha dovuto accettare una sconfitta storica: l’Iran ha imposto le sue condizioni, ha ottenuto la revoca parziale delle sanzioni, ha mantenuto il controllo sul traffico navale di Hormuz.
Ma quello che Washington non ha potuto fare per via diplomatica, Tel Aviv lo ha fatto per via militare. Netanyahu ha chiarito immediatamente che la tregua non valeva per il Libano, dove il disegno coloniale israeliano punta ad annettere Tiro e l’intera fascia a sud del fiume Litani, congiungendola al Golan strappato alla Siria fino al monte Hermon. Una linea retta tracciata col sangue, una mappa ridisegnata a colpi di artiglieria, l’ennesima applicazione di quella dottrina del fatto compiuto che l’Occidente ha sempre tollerato quando a praticarla erano i suoi alleati.
La menzogna dell’antisemitismo come scudo
Da decenni qualunque critica al governo israeliano viene immediatamente bollata come antisemita. È un riflesso pavloviano studiato a tavolino, una macchina retorica perfettamente oliata che serve a un solo scopo: rendere indicibile l’evidenza. L’evidenza è che lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, è una struttura politica fondata sulla pulizia etnica, sull’apartheid e sull’espansione territoriale permanente. Dirlo non significa odiare gli ebrei: significa riconoscere ciò che storici israeliani come Ilan Pappé, Avi Shlaim e Shlomo Sand documentano da anni nei loro lavori, e ciò che organizzazioni come B’Tselem, Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito senza mezzi termini «crimine di apartheid».
L’accusa di antisemitismo, brandita come una clava contro chiunque osi criticare Tel Aviv, è essa stessa un insulto alla memoria delle vittime della Shoah. Confondere il sionismo politico con l’ebraismo significa riprodurre, in forma rovesciata, lo stesso errore di chi negli anni Trenta identificava ogni ebreo con un complotto immaginario. Sono proprio le voci ebraiche più lucide — da Judith Butler a Norman Finkelstein, da Gideon Levy ai veterani di Breaking the Silence — a denunciare questa strumentalizzazione.
Il governo Meloni e la vergogna della complicità
In tutto questo, il governo italiano recita la parte che gli è stata assegnata dal copione atlantico: quella del servo zelante. Giorgia Meloni, che non perde occasione per ergersi a paladina dell’Occidente cristiano, non ha trovato una sola parola di condanna per i bombardamenti su Beirut. Antonio Tajani, ministro degli Esteri di un Paese che ospita militari italiani in Libano nell’ambito della missione UNIFIL, non ha pronunciato una sola sillaba di protesta quando quei militari sono stati presi di mira «per errore» dall’esercito israeliano. Guido Crosetto, il ministro della Difesa, continua a finanziare l’industria bellica e a stringere accordi di cooperazione militare con Tel Aviv come se nulla fosse.
La verità è che l’Italia, all’interno della NATO, ha rinunciato da tempo a qualsiasi autonomia di giudizio. Il trattato del 1954 sulle basi americane, mai messo in discussione, fa del nostro Paese una portaerei al servizio di una potenza imperiale in declino. I cieli italiani sono attraversati ogni giorno da aerei militari diretti verso il Mediterraneo orientale, e il Parlamento non ha né la forza né la volontà di chiedere conto di nulla. La Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra come strumento di offesa: ma chi se ne ricorda più, in un Paese dove le opposizioni ufficiali si distinguono dalla maggioranza solo per sfumature lessicali?
La voce di Sánchez e il silenzio degli altri
In mezzo a questo deserto morale, una voce si è levata con la chiarezza che ci si aspetterebbe da tutti i leader europei e che invece arriva soltanto da Madrid. Pedro Sánchez ha detto ciò che a Roma, Berlino e Parigi nessuno osa pronunciare: il cessate il fuoco è sempre una buona notizia, ma il sollievo momentaneo non può farci dimenticare il caos, la distruzione, le vite spezzate. Il governo spagnolo, ha aggiunto, non applaudirà chi incendia il mondo per poi presentarsi con un secchio d’acqua in mano. Parole semplici, eppure rivoluzionarie nel grigiore del conformismo atlantico, perché smascherano in una riga il teatrino cinico di chi provoca le crisi e poi pretende anche la medaglia del pacificatore.
Sánchez non si è fermato lì. Ha chiesto che il Libano venga incluso nel cessate il fuoco, che la comunità internazionale condanni senza ambiguità la nuova violazione del diritto internazionale, che l’Unione Europea sospenda l’Accordo di associazione con Israele, che non vi sia alcuna impunità per i crimini commessi. È il minimo sindacale di qualsiasi politica estera coerente con i trattati su cui l’Europa si è formalmente costruita. Eppure, per averlo detto, il premier spagnolo è stato trattato come un eretico, isolato nei vertici europei, bersagliato dai commentatori di professione che in nome dell’atlantismo hanno trasformato il servilismo in virtù. Ce ne fossero, di Sánchez, nei palazzi che contano: invece abbiamo Meloni, abbiamo Orbán, abbiamo una classe dirigente continentale che confonde la fedeltà con la genuflessione. Ora — lo ha detto con parole che meritano di essere ripetute fino alla nausea — servono diplomazia, diritto internazionale e pace. Tutte cose che non vedremo mai, finché resteremo in balia di banditi come Trump e Netanyahu, e finché avremo un’Europa così moscia ed esangue.
L’Europa che non c’è
Bruxelles, dal canto suo, è la cartolina perfetta dell’irrilevanza. Ursula von der Leyen continua a parlare di «valori europei» mentre l’Unione finanzia, arma e copre politicamente uno Stato sotto inchiesta della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. L’unico governo europeo che ha avuto il coraggio di rompere il fronte è stato quello spagnolo di Pedro Sánchez, prontamente isolato e demonizzato dai grandi media continentali. Tutti gli altri — Berlino, Parigi, Roma, l’Aja — si sono allineati al silenzio, perché rompere quel silenzio significherebbe ammettere la verità: l’Europa non esiste come soggetto politico, esiste solo come appendice subordinata della strategia americana.
Eppure le condizioni materiali per una svolta ci sarebbero. La guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia, la chiusura dei gasdotti, il caro energia, l’inflazione importata: tutti effetti collaterali di una politica estera dettata da Washington e pagata dai cittadini europei. Ogni famiglia che fatica ad arrivare a fine mese, ogni piccola impresa che chiude, ogni lavoratore licenziato perché la sua azienda non regge i costi dell’energia: sono tutti tributi versati a un’alleanza che produce solo dipendenza e povertà. Eppure nessuno, nelle stanze del potere, osa chiedere il conto.
Cuba, l’Iran e il rovesciamento delle sanzioni
C’è un dettaglio che rivela meglio di mille analisi la natura grottesca dell’ordine mondiale attuale. Mentre Israele bombarda ospedali, scuole, ponti, centrali elettriche e atomiche — gli stessi obiettivi che i tribunali internazionali hanno classificato come crimini di guerra quando colpiti da chiunque altro — Cuba viene inserita ancora una volta nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Cuba, che invia medici in tutto il mondo, che ha sviluppato vaccini distribuiti gratuitamente ai Paesi più poveri, che resiste da oltre sessant’anni a un embargo unilaterale dichiarato illegale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con voto pressoché unanime ogni anno.
Le sanzioni che da decenni soffocano l’economia cubana andrebbero applicate, alla lettera, allo Stato di Israele. È una richiesta minima, elementare, che qualsiasi sistema internazionale degno di questo nome accoglierebbe senza esitazione. Invece, mentre l’Avana viene punita per aver scelto la propria sovranità, Tel Aviv riceve armamenti, fondi europei per la ricerca, accordi commerciali preferenziali e copertura diplomatica totale. È in questo doppio standard che si manifesta la vera natura dell’ordine globale: non un sistema di regole, ma un gioco di potere in cui le regole si applicano solo ai deboli.
Cosa significa, oggi, schierarsi
Sabato 11 aprile, davanti al Colosseo, una piazza tornerà a riempirsi. Si manifesterà per Cuba, contro il bloqueo, contro l’ingerenza americana nei Caraibi. Ma quella piazza sarà anche, inevitabilmente, una piazza per la Palestina, per il Libano, per l’Iran, per ogni popolo che oggi paga con il sangue il diritto di non piegarsi. Sarà una piazza che dovrà essere larga, plurale, capace di tenere insieme istanze diverse sotto un unico denominatore: il rifiuto dell’imperialismo e della guerra come strumenti di governo del mondo.
Schierarsi, oggi, significa accettare che non esiste neutralità possibile. Chi tace di fronte ai bombardamenti su Beirut è complice. Chi continua a vendere armi a Israele è complice. Chi finanzia con i propri voti partiti che hanno trasformato l’atlantismo in una religione di Stato è complice. La pace non si costruisce con i comunicati stampa né con le veglie a lume di candela: si costruisce rompendo i trattati che ci legano ai criminali, sospendendo gli accordi commerciali con chi pratica l’apartheid, processando chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Ogni altra strada è anestesia.
Una presa di posizione, non una preghiera
L’Europa ha davanti a sé una scelta che non potrà più rinviare a lungo. O trova il coraggio di pronunciare quelle parole che da troppo tempo le si bloccano in gola — «caro Trump, hai stufato; caro Netanyahu, sei un criminale e ti tratteremo come tale» — oppure scivolerà definitivamente nell’irrilevanza storica, trascinandosi dietro i suoi cittadini, le sue democrazie svuotate, i suoi welfare smantellati, le sue costituzioni ridotte a carta straccia. Non ci sarà una terza via. Non ci sarà una mediazione possibile tra il diritto internazionale e il suo schiacciamento sistematico.
Quanto a noi, a chi scrive e a chi legge, a chi scende in piazza e a chi organizza dal basso una resistenza paziente, il compito è chiaro. Continuare a nominare le cose con il loro nome. Continuare a chiamare genocidio il genocidio, terrorismo il terrorismo di Stato, complicità la complicità. Continuare a ricordare che la storia non assolve i tiepidi, e che il silenzio davanti all’ingiustizia è esso stesso una forma di violenza. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere: e questo dovere, oggi, ha un nome preciso. Si chiama Palestina. Si chiama Libano. Si chiama umanità.
Fonti
— Corte Penale Internazionale, mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu, novembre 2024.
— Amnesty International, «Israel’s apartheid against Palestinians», rapporto 2022.
— B’Tselem, «A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea», 2021.
— Ilan Pappé, «La pulizia etnica della Palestina», Fazi Editore.
— Norman Finkelstein, «L’industria dell’Olocausto», Rizzoli.
— Serge July, editoriali su Libération, giugno 2025 – aprile 2026.
— Assemblea Generale ONU, risoluzioni annuali contro il bloqueo statunitense a Cuba.
— Breaking the Silence, testimonianze dei veterani dell’IDF, archivio online.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella