Lo Stato canaglia e i suoi servi: cronaca di una complicità europea

Mentre Tel Aviv bombarda Beirut e Teheran, Bruxelles e Roma scelgono il silenzio. E il silenzio, in tempo di genocidio, è una firma in calce.

La tregua era stata annunciata da poche ore quando i caccia israeliani hanno trasformato interi quartieri di Beirut in macerie. Non un errore, non un incidente di percorso: un atto deliberato, calcolato al minuto, pensato per sabotare qualsiasi possibilità di pace e per ricordare al mondo intero chi comanda davvero in Medio Oriente. Centinaia di morti — uomini, donne, bambini — sono il prezzo che la popolazione libanese ha pagato perché Benjamin Netanyahu potesse ribadire un concetto semplice e brutale: lo Stato di Israele non riconosce alcuna autorità superiore a sé stesso, né le Nazioni Unite, né la Corte Penale Internazionale, né tantomeno la coscienza di un’umanità ormai sfinita dall’orrore.

È in questo scenario che si misura l’abisso morale dell’Occidente. Mentre l’Iran accettava di sedersi al tavolo dei negoziati grazie alla mediazione di Cina, Pakistan e Turchia, mentre lo stretto di Hormuz tornava transitabile e i mercati respiravano, il governo italiano taceva. La Commissione Europea taceva. Le redazioni dei grandi giornali, sempre prontissime a denunciare ogni sussulto di Mosca, hanno relegato la strage libanese a poche righe in cronaca estera.

Una tregua sabotata a colpi di bombe

La sequenza dei fatti è di una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni. Donald Trump, il presidente che aveva minacciato di far «morire un’intera civiltà» — una formula che, come ha ricordato Serge July su Liberation, non si era più sentita pronunciare dai tempi di Tamerlano — è stato costretto a fare marcia indietro. Non per ravvedimento, non per scrupolo umanitario, ma perché la Cina ha mediato, perché il Pakistan ha contenuto a fatica l’assalto popolare al consolato americano di Karachi, perché Erdogan ha invocato pubblicamente il castigo divino su Israele. Il «buffone in chief», come lo definisce con efficacia chi lo osserva da vicino, ha dovuto accettare una sconfitta storica: l’Iran ha imposto le sue condizioni, ha ottenuto la revoca parziale delle sanzioni, ha mantenuto il controllo sul traffico navale di Hormuz.

Ma quello che Washington non ha potuto fare per via diplomatica, Tel Aviv lo ha fatto per via militare. Netanyahu ha chiarito immediatamente che la tregua non valeva per il Libano, dove il disegno coloniale israeliano punta ad annettere Tiro e l’intera fascia a sud del fiume Litani, congiungendola al Golan strappato alla Siria fino al monte Hermon. Una linea retta tracciata col sangue, una mappa ridisegnata a colpi di artiglieria, l’ennesima applicazione di quella dottrina del fatto compiuto che l’Occidente ha sempre tollerato quando a praticarla erano i suoi alleati.

La menzogna dell’antisemitismo come scudo

Da decenni qualunque critica al governo israeliano viene immediatamente bollata come antisemita. È un riflesso pavloviano studiato a tavolino, una macchina retorica perfettamente oliata che serve a un solo scopo: rendere indicibile l’evidenza. L’evidenza è che lo Stato di Israele, nella sua configurazione attuale, è una struttura politica fondata sulla pulizia etnica, sull’apartheid e sull’espansione territoriale permanente. Dirlo non significa odiare gli ebrei: significa riconoscere ciò che storici israeliani come Ilan Pappé, Avi Shlaim e Shlomo Sand documentano da anni nei loro lavori, e ciò che organizzazioni come B’Tselem, Amnesty International e Human Rights Watch hanno definito senza mezzi termini «crimine di apartheid».

L’accusa di antisemitismo, brandita come una clava contro chiunque osi criticare Tel Aviv, è essa stessa un insulto alla memoria delle vittime della Shoah. Confondere il sionismo politico con l’ebraismo significa riprodurre, in forma rovesciata, lo stesso errore di chi negli anni Trenta identificava ogni ebreo con un complotto immaginario. Sono proprio le voci ebraiche più lucide — da Judith Butler a Norman Finkelstein, da Gideon Levy ai veterani di Breaking the Silence — a denunciare questa strumentalizzazione.

Il governo Meloni e la vergogna della complicità

In tutto questo, il governo italiano recita la parte che gli è stata assegnata dal copione atlantico: quella del servo zelante. Giorgia Meloni, che non perde occasione per ergersi a paladina dell’Occidente cristiano, non ha trovato una sola parola di condanna per i bombardamenti su Beirut. Antonio Tajani, ministro degli Esteri di un Paese che ospita militari italiani in Libano nell’ambito della missione UNIFIL, non ha pronunciato una sola sillaba di protesta quando quei militari sono stati presi di mira «per errore» dall’esercito israeliano. Guido Crosetto, il ministro della Difesa, continua a finanziare l’industria bellica e a stringere accordi di cooperazione militare con Tel Aviv come se nulla fosse.

La verità è che l’Italia, all’interno della NATO, ha rinunciato da tempo a qualsiasi autonomia di giudizio. Il trattato del 1954 sulle basi americane, mai messo in discussione, fa del nostro Paese una portaerei al servizio di una potenza imperiale in declino. I cieli italiani sono attraversati ogni giorno da aerei militari diretti verso il Mediterraneo orientale, e il Parlamento non ha né la forza né la volontà di chiedere conto di nulla. La Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra come strumento di offesa: ma chi se ne ricorda più, in un Paese dove le opposizioni ufficiali si distinguono dalla maggioranza solo per sfumature lessicali?

La voce di Sánchez e il silenzio degli altri

In mezzo a questo deserto morale, una voce si è levata con la chiarezza che ci si aspetterebbe da tutti i leader europei e che invece arriva soltanto da Madrid. Pedro Sánchez ha detto ciò che a Roma, Berlino e Parigi nessuno osa pronunciare: il cessate il fuoco è sempre una buona notizia, ma il sollievo momentaneo non può farci dimenticare il caos, la distruzione, le vite spezzate. Il governo spagnolo, ha aggiunto, non applaudirà chi incendia il mondo per poi presentarsi con un secchio d’acqua in mano. Parole semplici, eppure rivoluzionarie nel grigiore del conformismo atlantico, perché smascherano in una riga il teatrino cinico di chi provoca le crisi e poi pretende anche la medaglia del pacificatore.

Sánchez non si è fermato lì. Ha chiesto che il Libano venga incluso nel cessate il fuoco, che la comunità internazionale condanni senza ambiguità la nuova violazione del diritto internazionale, che l’Unione Europea sospenda l’Accordo di associazione con Israele, che non vi sia alcuna impunità per i crimini commessi. È il minimo sindacale di qualsiasi politica estera coerente con i trattati su cui l’Europa si è formalmente costruita. Eppure, per averlo detto, il premier spagnolo è stato trattato come un eretico, isolato nei vertici europei, bersagliato dai commentatori di professione che in nome dell’atlantismo hanno trasformato il servilismo in virtù. Ce ne fossero, di Sánchez, nei palazzi che contano: invece abbiamo Meloni, abbiamo Orbán, abbiamo una classe dirigente continentale che confonde la fedeltà con la genuflessione. Ora — lo ha detto con parole che meritano di essere ripetute fino alla nausea — servono diplomazia, diritto internazionale e pace. Tutte cose che non vedremo mai, finché resteremo in balia di banditi come Trump e Netanyahu, e finché avremo un’Europa così moscia ed esangue.

L’Europa che non c’è

Bruxelles, dal canto suo, è la cartolina perfetta dell’irrilevanza. Ursula von der Leyen continua a parlare di «valori europei» mentre l’Unione finanzia, arma e copre politicamente uno Stato sotto inchiesta della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. L’unico governo europeo che ha avuto il coraggio di rompere il fronte è stato quello spagnolo di Pedro Sánchez, prontamente isolato e demonizzato dai grandi media continentali. Tutti gli altri — Berlino, Parigi, Roma, l’Aja — si sono allineati al silenzio, perché rompere quel silenzio significherebbe ammettere la verità: l’Europa non esiste come soggetto politico, esiste solo come appendice subordinata della strategia americana.

Eppure le condizioni materiali per una svolta ci sarebbero. La guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia, la chiusura dei gasdotti, il caro energia, l’inflazione importata: tutti effetti collaterali di una politica estera dettata da Washington e pagata dai cittadini europei. Ogni famiglia che fatica ad arrivare a fine mese, ogni piccola impresa che chiude, ogni lavoratore licenziato perché la sua azienda non regge i costi dell’energia: sono tutti tributi versati a un’alleanza che produce solo dipendenza e povertà. Eppure nessuno, nelle stanze del potere, osa chiedere il conto.

Cuba, l’Iran e il rovesciamento delle sanzioni

C’è un dettaglio che rivela meglio di mille analisi la natura grottesca dell’ordine mondiale attuale. Mentre Israele bombarda ospedali, scuole, ponti, centrali elettriche e atomiche — gli stessi obiettivi che i tribunali internazionali hanno classificato come crimini di guerra quando colpiti da chiunque altro — Cuba viene inserita ancora una volta nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Cuba, che invia medici in tutto il mondo, che ha sviluppato vaccini distribuiti gratuitamente ai Paesi più poveri, che resiste da oltre sessant’anni a un embargo unilaterale dichiarato illegale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con voto pressoché unanime ogni anno.

Le sanzioni che da decenni soffocano l’economia cubana andrebbero applicate, alla lettera, allo Stato di Israele. È una richiesta minima, elementare, che qualsiasi sistema internazionale degno di questo nome accoglierebbe senza esitazione. Invece, mentre l’Avana viene punita per aver scelto la propria sovranità, Tel Aviv riceve armamenti, fondi europei per la ricerca, accordi commerciali preferenziali e copertura diplomatica totale. È in questo doppio standard che si manifesta la vera natura dell’ordine globale: non un sistema di regole, ma un gioco di potere in cui le regole si applicano solo ai deboli.

Cosa significa, oggi, schierarsi

Sabato 11 aprile, davanti al Colosseo, una piazza tornerà a riempirsi. Si manifesterà per Cuba, contro il bloqueo, contro l’ingerenza americana nei Caraibi. Ma quella piazza sarà anche, inevitabilmente, una piazza per la Palestina, per il Libano, per l’Iran, per ogni popolo che oggi paga con il sangue il diritto di non piegarsi. Sarà una piazza che dovrà essere larga, plurale, capace di tenere insieme istanze diverse sotto un unico denominatore: il rifiuto dell’imperialismo e della guerra come strumenti di governo del mondo.

Schierarsi, oggi, significa accettare che non esiste neutralità possibile. Chi tace di fronte ai bombardamenti su Beirut è complice. Chi continua a vendere armi a Israele è complice. Chi finanzia con i propri voti partiti che hanno trasformato l’atlantismo in una religione di Stato è complice. La pace non si costruisce con i comunicati stampa né con le veglie a lume di candela: si costruisce rompendo i trattati che ci legano ai criminali, sospendendo gli accordi commerciali con chi pratica l’apartheid, processando chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Ogni altra strada è anestesia.

Una presa di posizione, non una preghiera

L’Europa ha davanti a sé una scelta che non potrà più rinviare a lungo. O trova il coraggio di pronunciare quelle parole che da troppo tempo le si bloccano in gola — «caro Trump, hai stufato; caro Netanyahu, sei un criminale e ti tratteremo come tale» — oppure scivolerà definitivamente nell’irrilevanza storica, trascinandosi dietro i suoi cittadini, le sue democrazie svuotate, i suoi welfare smantellati, le sue costituzioni ridotte a carta straccia. Non ci sarà una terza via. Non ci sarà una mediazione possibile tra il diritto internazionale e il suo schiacciamento sistematico.

Quanto a noi, a chi scrive e a chi legge, a chi scende in piazza e a chi organizza dal basso una resistenza paziente, il compito è chiaro. Continuare a nominare le cose con il loro nome. Continuare a chiamare genocidio il genocidio, terrorismo il terrorismo di Stato, complicità la complicità. Continuare a ricordare che la storia non assolve i tiepidi, e che il silenzio davanti all’ingiustizia è esso stesso una forma di violenza. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere: e questo dovere, oggi, ha un nome preciso. Si chiama Palestina. Si chiama Libano. Si chiama umanità.

Fonti

— Corte Penale Internazionale, mandato d’arresto contro Benjamin Netanyahu, novembre 2024.

— Amnesty International, «Israel’s apartheid against Palestinians», rapporto 2022.

— B’Tselem, «A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea», 2021.

— Ilan Pappé, «La pulizia etnica della Palestina», Fazi Editore.

— Norman Finkelstein, «L’industria dell’Olocausto», Rizzoli.

— Serge July, editoriali su Libération, giugno 2025 – aprile 2026.

— Assemblea Generale ONU, risoluzioni annuali contro il bloqueo statunitense a Cuba.

— Breaking the Silence, testimonianze dei veterani dell’IDF, archivio online.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

CC BY-NC-SA 4.0  —  Mario Sommella

L’ultimatum dei padroni del mondo: quando la pace si misura al barile

C’è un’ora, fissata a Washington, oltre la quale un uomo ha deciso che un altro popolo potrà essere cancellato nel giro di una notte. Non è una frase di un romanzo distopico, non è il delirio di un tiranno confinato in una stanza buia. È la dichiarazione pubblica, ripetuta davanti alle telecamere e rilanciata da tutti i notiziari del pianeta, del presidente degli Stati Uniti d’America. Che un simile linguaggio venga accolto come materiale giornalistico di routine, registrato come cronaca e discusso in termini di tattica negoziale, è già di per sé la misura del punto a cui siamo arrivati. La minaccia di annientamento di una nazione di quasi novanta milioni di abitanti è diventata una leva contrattuale, uno strumento di pressione sui mercati, una battuta da conferenza stampa. E noi, cittadini europei, assistiamo in silenzio, mentre il prezzo della benzina sale e qualcuno, altrove, firma comunicati sulla nostra pelle.

La cronaca di un ricatto travestito da diplomazia
Viene chiamato pomposamente accordo di Islamabad, come se il nome di una capitale fosse sufficiente a conferire dignità a quello che è, nei fatti, un ultimatum mascherato da proposta. Quarantacinque giorni di tregua, presentati come gesto di buona volontà, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, dello smantellamento delle scorte di uranio e di una rinegoziazione complessiva che dovrebbe ridurre l’Iran al rango di protettorato energetico. A Teheran è stato chiesto di consegnare le chiavi di casa propria sotto la minaccia di essere polverizzata entro martedì notte. La risposta iraniana, un controproposta in dieci punti che rivendica la fine definitiva delle ostilità, il risarcimento dei danni subiti e la revoca delle sanzioni, è stata liquidata come insufficiente. In qualsiasi linguaggio umano decente, questa si chiama estorsione. Nel linguaggio delle cancellerie occidentali si chiama negoziato.

Il laboratorio israeliano e il veto alla pace
Mentre Washington recita la parte del poliziotto cattivo e del mediatore possibile, Tel Aviv ha già sciolto ogni ambiguità. Netanyahu bombarda i complessi petrolchimici, colpisce South Pars, rivendica l’uccisione di comandanti e vertici dell’intelligence iraniana come trofei da esporre sui social, e nel frattempo telefona a Trump pregandolo di non fermarsi. Il primo ministro di un governo politicamente moribondo, tenuto in piedi dall’estrema destra suprematista e dalla necessità personalissima di evitare il tribunale, ha bisogno della guerra come ossigeno. Ogni giorno di cessate il fuoco è un giorno in più che lo avvicina alla resa dei conti con il proprio elettorato e con la giustizia del suo Paese. È grottesco, ed è atroce, che la sopravvivenza politica di un uomo possa pesare sulle vite di milioni di civili. Ma è esattamente ciò a cui stiamo assistendo, mentre le istituzioni europee tacciono o, peggio, annuiscono con l’aria imbarazzata di chi teme di disturbare l’alleato.

Chi brinda quando il barile sale
Dietro la retorica della sicurezza collettiva e della difesa dell’ordine internazionale, si muovono interessi concretissimi che nessun telegiornale si prende la briga di nominare. Il prezzo del greggio oscilla sopra i centoquattordici dollari al barile, lo Stoxx 600 brucia oltre millecento miliardi di capitalizzazione, e intanto le grandi compagnie energetiche, i fondi speculativi esposti sulle materie prime, il complesso militare-industriale e le banche d’investimento che gestiscono i derivati sul petrolio registrano trimestrali da incorniciare. Quando l’amministratore delegato della più grande banca americana scrive ai propri azionisti per avvertirli di un imminente shock inflazionistico, non lo fa per allarmare l’opinione pubblica: lo fa perché quella stessa banca si sta già posizionando per trarne profitto. La guerra, nel capitalismo finanziario contemporaneo, non è una disfunzione del sistema. È una delle sue modalità operative più redditizie.

L’Europa come vaso di coccio, per scelta
Chi pagherà il conto di questa partita? Non i diplomatici che la giocano, non gli analisti che la commentano, non i generali che la pianificano. Lo pagheranno le famiglie italiane che già oggi faticano ad arrivare a fine mese, gli operai degli stabilimenti energivori che vedranno i loro contratti sospesi, i pensionati a reddito fisso travolti da una nuova ondata inflazionistica, i giovani precari per cui l’ennesima stretta monetaria significherà mutui impossibili e affitti fuori portata. Lo pagherà il Sud del mondo, dove ogni dollaro in più sul barile si traduce in fame aggiuntiva e in crisi del debito sovrano. Lo pagheremo tutti, tranne quelli che hanno scelto questa rotta. E la scelta europea, va detto con chiarezza, è stata quella della subalternità volontaria: nessuna politica energetica comune, nessuna iniziativa diplomatica autonoma, nessun tentativo serio di mediazione, solo comunicati di circostanza e allineamento automatico all’alleato d’oltreoceano. Chiamarla neutralità è una bestemmia. È complicità per omissione.

La fabbrica del consenso e il vocabolario della guerra
Si osservi il lessico con cui i grandi media raccontano queste ore. Teheran respinge, Washington propone. Trump avverte, l’Iran minaccia. L’Occidente negozia, la Repubblica islamica resiste. Ogni parola è un piccolo atto politico, ogni scelta lessicale orienta il giudizio prima ancora che il lettore ne sia consapevole. L’ultimatum di Trump diventa fermezza, i raid israeliani diventano operazioni mirate, i civili uccisi diventano danni collaterali, i dieci punti iraniani diventano rigidità ideologica. È la grammatica della guerra preventiva, già vista e già smascherata ai tempi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, delle incubatrici del Kuwait, dei dossier fabbricati sul programma nucleare iracheno. Allora come oggi, la macchina della manipolazione lavora a pieno regime, e chiunque provi a ricordarlo viene etichettato come putiniano, come fiancheggiatore, come utile idiota. Il paradosso è che gli idioti utili, allora come oggi, sono proprio quelli che firmano editoriali a favore delle guerre degli altri senza mai pagarne il prezzo.

Le connessioni rimosse: Ucraina, Gaza, Taiwan
Nessuna di queste crisi è isolabile dalle altre. L’attacco all’Iran distoglie risorse dal fronte ucraino e offre a Mosca un respiro inatteso. La distruzione di Gaza, che continua a sfondare ogni soglia di decenza sotto gli occhi di un’Onu paralizzata, è il laboratorio morale in cui si è normalizzato l’indicibile, rendendo accettabile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato condannato da qualsiasi governo democratico. La postura aggressiva verso la Cina nell’Indo-Pacifico, infine, chiude il cerchio di una strategia globale che non ha più niente di difensivo e tutto di imperiale. I nomi dei teatri cambiano, le bandiere dei nemici si alternano, ma la logica è una sola: il tentativo disperato di una superpotenza in declino relativo di conservare con la forza ciò che non riesce più a garantire con il consenso e con la competizione economica. È il crepuscolo di un impero che preferisce incendiare il mondo piuttosto che accettare di dividerlo con altri.

Le responsabilità italiane di cui nessuno parla
E il nostro governo? Il governo italiano, guidato da una destra che si riempie la bocca di sovranità e interesse nazionale, su questa crisi ha scelto la strada più vile: il silenzio operoso. Basi militari a disposizione, logistica garantita, allineamento automatico sulle posizioni atlantiche, nessuna voce che si levi a chiedere almeno una moratoria, una tregua, un corridoio umanitario. La stessa maggioranza che ha appena subito la bocciatura popolare del referendum costituzionale di marzo, la stessa classe dirigente che predica austerità ai poveri mentre finanzia il riarmo, oggi accompagna senza esitazioni il Paese in un conflitto che non ha deciso, non ha discusso in Parlamento, non ha sottoposto al giudizio dei cittadini. La Costituzione che ripudia la guerra, articolo undici, viene citata solo nelle celebrazioni di routine. Nella pratica quotidiana è carta straccia. E la sinistra istituzionale, quando non balbetta, si limita a distinguo tecnici, come se il problema fosse la procedura e non la sostanza.

Una presa di posizione che non può essere rimandata
Ci sono momenti nella storia in cui la neutralità non è possibile e l’equidistanza è una forma di viltà. Questo è uno di quei momenti. Non si tratta di difendere il regime di Teheran, che ha sulle spalle repressioni interne documentate e pagine oscure. Si tratta di rifiutare con fermezza la logica secondo cui un presidente straniero può minacciare l’annichilimento di un popolo come strumento di trattativa, e di pretendere che le istituzioni che ci rappresentano alzino la voce invece di chinare il capo. Si tratta di ricordare che la pace non è un lusso per anime belle: è la precondizione di qualsiasi giustizia sociale, di qualsiasi transizione ecologica, di qualsiasi futuro per i nostri figli. Ogni barile di petrolio in più che pagheremo nelle prossime settimane è la misura esatta del prezzo che il potere ha deciso di farci pagare per le sue scelte. Ed è arrivato il momento di dire, senza ambiguità, che quel prezzo non lo accettiamo. Che non lo paghiamo in nostro nome. Che la guerra non si combatte con gli ultimatum e non si ferma con il silenzio, ma con la mobilitazione di chi ancora crede che le parole pace, giustizia e dignità abbiano un significato concreto. Per noi, oggi, riappropriarcene è già un atto di resistenza.

Fonti
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Yearbook on Armaments, edizioni recenti.

International Energy Agency, Oil Market Report.

United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), rapporti sulla situazione umanitaria in Medio Oriente.

Amnesty International e Human Rights Watch, rapporti annuali su Iran, Israele e Territori Palestinesi Occupati.

Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11.

Transnational Institute, studi sul complesso militare-industriale e sulle economie di guerra.

Bloomberg Intelligence, European Equity Strategy Reports.

Centro studi Archivio Disarmo, analisi sulle spese militari italiane.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Energia, sovranità e realismo strategico: il bivio europeo tra dipendenza e diplomazia

Dalla rottura con Mosca alla crisi del Golfo, l’Europa scopre il costo della coerenza selettiva e l’urgenza di riaprire il dossier energetico con la Russia

L’Europa si trova oggi intrappolata in una contraddizione che non è più sostenibile né sul piano economico né su quello strategico. Dopo aver reciso in nome del diritto internazionale il legame energetico con la Russia, il continente ha progressivamente accettato una nuova dipendenza da fornitori più costosi e politicamente non meno controversi. La crisi innescata dal conflitto con l’Iran ha reso evidente ciò che fino a ieri poteva essere rimosso: la sicurezza energetica europea non è stata rafforzata, ma semplicemente riorientata, con un aumento esponenziale dei costi e una riduzione della sovranità decisionale.

In questo scenario emerge una domanda che, fino a poco tempo fa, era considerata quasi impronunciabile: è davvero esclusa, nel medio periodo, una soluzione diplomatica con la Russia che consenta di ripristinare almeno in parte l’interdipendenza energetica su cui si è fondata per decenni la prosperità europea?

Il contesto storico: interdipendenza come stabilità

Per comprendere la portata di questa ipotesi, è necessario tornare al quadro storico che ha preceduto la rottura del 2022. L’interscambio tra Europa e Russia non era una semplice relazione commerciale, ma un vero e proprio equilibrio strategico. L’Europa garantiva domanda stabile e tecnologia industriale, la Russia forniva energia a basso costo. Questo scambio ha sostenuto per anni la competitività dell’industria europea, in particolare quella tedesca e italiana, e ha contribuito a stabilizzare il continente anche nei momenti di tensione geopolitica.

La fine di questo equilibrio non è stata soltanto il risultato dell’invasione dell’Ucraina, ma il punto di rottura di una traiettoria più lunga, segnata dall’espansione della NATO, dalle crisi post-sovietiche e dalla progressiva erosione degli spazi di dialogo tra Mosca e l’Occidente. L’invasione resta una violazione del diritto internazionale, ma la sua genesi si colloca in un contesto di conflitto sistemico che rende difficile immaginare soluzioni durature basate esclusivamente sulla logica sanzionatoria.

Attori e interessi: tra allineamento e autonomia mancata

Nel nuovo assetto energetico europeo, gli Stati Uniti hanno consolidato una posizione dominante come fornitori di GNL, trasformando una relazione politica in una dipendenza economica. Il Qatar e altri produttori hanno completato il quadro, ma senza poter offrire la stessa continuità e convenienza del gas russo via pipeline.

In questo contesto, l’Europa ha progressivamente rinunciato a una politica energetica autonoma, scegliendo un allineamento quasi totale con la strategia statunitense. Questa scelta ha una logica geopolitica — rafforzare il fronte occidentale — ma comporta costi economici e strategici crescenti, soprattutto in uno scenario di instabilità globale.

La Russia, dal canto suo, ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, riorientando le proprie esportazioni verso l’Asia e consolidando i rapporti con Cina e India. Questo riduce l’efficacia delle sanzioni e rende più complesso un eventuale riavvicinamento, ma non lo esclude.

Energia e diplomazia: un’opzione rimossa

È proprio su questo punto che si apre uno spazio di riflessione strategica. L’ipotesi di una soluzione diplomatica con la Russia non implica una legittimazione dell’invasione dell’Ucraina, né un ritorno acritico al passato. Implica, piuttosto, il riconoscimento che l’energia è un terreno di interdipendenza che può essere utilizzato anche come leva per la stabilizzazione.

Una riapertura graduale dei canali energetici potrebbe essere parte di un più ampio accordo che includa sicurezza europea, status dell’Ucraina e garanzie reciproche. Non si tratterebbe di “tornare indietro”, ma di costruire un nuovo equilibrio in cui l’Europa recuperi margini di autonomia senza rinunciare ai propri principi.

L’alternativa, come dimostrano gli eventi recenti, è una dipendenza crescente da fornitori più costosi e da rotte più vulnerabili, esposte a crisi geopolitiche come quella del Golfo Persico.

La guerra delle narrazioni: tra morale e realpolitik

Uno degli ostacoli principali a questa opzione è di natura narrativa. Il discorso pubblico europeo ha costruito una rappresentazione fortemente polarizzata del conflitto, in cui ogni ipotesi di dialogo con la Russia viene percepita come una forma di cedimento.

Tuttavia, la storia delle relazioni internazionali mostra che anche nei momenti di massima tensione — dalla Guerra fredda agli accordi sul nucleare — il dialogo è stato uno strumento indispensabile per evitare escalation incontrollate. La selettività con cui viene applicato il principio del diritto internazionale, soprattutto alla luce delle recenti azioni statunitensi in Medio Oriente, rende questa rigidità ancora più difficile da sostenere.

Il risultato è una crescente dissonanza tra la retorica ufficiale e la realtà materiale, che rischia di alimentare sfiducia e disaffezione nelle opinioni pubbliche europee.

Connessioni globali: un sistema in trasformazione

La crisi energetica europea si inserisce in un contesto globale segnato dalla transizione verso un ordine multipolare. La cooperazione tra Russia e Cina, le ambizioni energetiche dei paesi del Golfo, le tensioni in Medio Oriente e la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sono tutti elementi di un sistema in rapido mutamento.

In questo scenario, l’Europa rischia di essere schiacciata tra blocchi contrapposti, priva di una strategia autonoma e costretta a reagire agli eventi piuttosto che a governarli.

La questione energetica è il punto di intersezione di queste dinamiche: chi controlla l’energia controlla, in larga misura, il futuro economico e politico.

Oltre il neoliberismo: crisi e ricostruzione

La crisi attuale mette in discussione anche il paradigma economico che ha guidato le politiche europee negli ultimi decenni. L’idea di un mercato globale capace di autoregolarsi si scontra con il ritorno della geopolitica come fattore dominante.

In questo contesto, la sicurezza energetica non può essere affidata esclusivamente al mercato, ma richiede una visione strategica che integri politica industriale, diplomazia e investimenti pubblici.

Le rinnovabili rappresentano una parte fondamentale di questa strategia, ma non possono, nel breve periodo, sostituire completamente le fonti fossili. La transizione energetica è un processo, non un evento, e richiede tempo, risorse e stabilità geopolitica.

Scenari futuri: quattro traiettorie possibili

Il quadro che emerge è più complesso di una semplice alternativa tra dipendenza e autonomia. Le traiettorie possibili sono almeno quattro.

La prima è la prosecuzione dell’attuale modello, con un’Europa sempre più dipendente dal GNL statunitense e vulnerabile alle crisi globali.

La seconda è un’accelerazione della transizione energetica, con investimenti massicci in rinnovabili e infrastrutture, ma con costi elevati e tempi lunghi.

La terza è una frammentazione interna, in cui i singoli Stati membri perseguono strategie autonome, indebolendo ulteriormente la coesione europea.

La quarta, finora rimossa dal dibattito, è una riapertura diplomatica verso la Russia, inserita in un quadro più ampio di sicurezza europea. Questa opzione non è priva di rischi né di ostacoli politici, ma rappresenta l’unica che potrebbe, nel medio periodo, ridurre simultaneamente i costi energetici, aumentare la stabilità e restituire all’Europa un margine di autonomia strategica.

Il ritorno della scelta politica

L’Europa si trova di fronte a un bivio che non può più essere eluso. Continuare sulla strada attuale significa accettare una condizione di subalternità strutturale e di vulnerabilità permanente. Aprire a una revisione delle proprie scelte, inclusa la possibilità di una soluzione diplomatica con la Russia, significa invece riconoscere che la geopolitica non è un terreno di purezza morale, ma di equilibrio tra principi e interessi.

In ultima analisi, la questione energetica rimanda a una domanda più ampia: l’Europa vuole essere un attore strategico o un semplice spazio economico all’interno di equilibri decisi altrove? La risposta a questa domanda determinerà non solo il prezzo dell’energia, ma il ruolo stesso del continente nel mondo che sta emergendo.

Fonti

International Energy Agency (IEA), World Energy Outlook
BP Statistical Review of World Energy
Bruegel, European energy security analysis
Council on Foreign Relations, Global Energy Security Reports
Chatham House, Energy transition and geopolitics
European Commission, REPowerEU Plan
U.S. Energy Information Administration (EIA), LNG export data
Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Security and conflict reports

L’Italia a piedi: la mobilità negata come strumento di dominio sociale

Non è la pigrizia a fermare milioni di italiani. È un sistema che ha deciso chi può muoversi e chi deve restare fermo.

Esiste una povertà che nessuno misura, che nessun governo inserisce nelle sue slide trionfali sulla crescita, che nessun editorialista mainstream denuncia con la dovuta urgenza. Non è la povertà di chi non ha soldi. È la povertà di chi non può spostarsi. In Italia, nel 2026, milioni di persone restano intrappolate non dalla mancanza di talento, di volontà o di competenze, ma dalla mancanza di un autobus, di un treno, di una corsa che colleghi la loro casa a un posto di lavoro, a un ospedale, a una scuola. Questa non è un’inefficienza: è un progetto. È l’architettura di un’esclusione che fa comodo a chi governa e a chi estrae profitto dalla frammentazione sociale.

L’immobilità come condizione strutturale

Il dato è brutale nella sua chiarezza: circa un quarto della popolazione italiana vive in aree interne o periferiche dove l’accesso ai servizi essenziali, trasporti inclusi, è gravemente compromesso. Sono quasi sette milioni di persone, secondo la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che si trovano in condizioni di vera e propria “povertà dei trasporti”. Non una metafora, ma una diagnosi sociale precisa: l’impossibilità materiale di raggiungere il luogo dove si potrebbe lavorare, studiare, curarsi.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha descritto questa condizione come una barriera strutturale all’accesso al lavoro e alla formazione. Eurostat conferma che oltre il trenta per cento della popolazione italiana non dispone di un trasporto pubblico locale adeguato, con punte drammatiche nelle aree rurali del Mezzogiorno, dell’Appennino, delle zone alpine marginali. In queste aree, il tasso di occupazione è sistematicamente più basso. Non per difetto di domanda o di offerta, ma per difetto di collegamento fisico tra i due.

Eppure, il discorso pubblico continua a parlare di “produttività”, di “competitività”, di “merito”. Come se il problema fosse la qualità delle persone e non la qualità delle infrastrutture. Come se un lavoratore che non riesce a candidarsi per un impiego a trenta chilometri da casa fosse semplicemente “poco motivato”. Questa retorica non è innocente: serve a spostare la responsabilità dal sistema all’individuo, dalla politica alla colpa personale.

Il grande inganno della flessibilità

C’è un’ipocrisia di fondo che attraversa l’intero dibattito sul mercato del lavoro italiano. Da decenni si predica la flessibilità come virtù cardinale del lavoratore moderno: devi adattarti, spostarti, essere disponibile ovunque e in qualsiasi momento. Ma la flessibilità, per esistere, ha bisogno di un presupposto materiale che nessuno vuole garantire: la mobilità. Se non puoi muoverti, non puoi essere flessibile. Se non esiste un treno che ti porti al colloquio di lavoro, la flessibilità è una parola vuota. Se l’unica corsa per il capoluogo parte alle sei del mattino e torna alle sette di sera, non sei un lavoratore flessibile: sei un prigioniero.

Il modello neoliberista che ha plasmato le politiche del lavoro italiane degli ultimi trent’anni ha costruito un mondo in cui il lavoratore deve essere infinitamente adattabile, ma le infrastrutture che gli permetterebbero di esserlo restano quelle degli anni Settanta, quando non sono state smantellate del tutto. Ferrovie secondarie chiuse, linee regionali soppresse, corse tagliate, autobus che non passano più: ogni riduzione del servizio pubblico è una porta che si chiude sulla vita di qualcuno. Ma nel bilancio dello Stato, compare come “razionalizzazione”. Nel bilancio umano, è esclusione.

La transizione ecologica dei ricchi

Il quadro si complica ulteriormente quando si incrocia la questione trasporti con la transizione energetica. L’Europa, e l’Italia con essa, ha imboccato la strada della decarbonizzazione. Auto elettriche, riduzione delle emissioni, città a basse emissioni: tutto giusto in linea di principio. Ma c’è un dettaglio che la narrazione istituzionale sistematicamente omette: si sta rendendo la mobilità più costosa prima di renderla accessibile.

Il risultato è una transizione ecologica a due velocità. Chi ha reddito e vive in centri urbani ben serviti può permettersi l’auto elettrica, il car sharing, l’abbonamento alla metropolitana. Chi vive nella provincia profonda, dove l’auto è l’unico mezzo possibile, si trova a pagare di più per il carburante, per l’assicurazione, per la manutenzione di un veicolo inquinante che non può permettersi di sostituire. La transizione ecologica, così concepita, non è una rivoluzione verde: è una selezione sociale mascherata da progresso ambientale.

La Commissione Europea ha istituito il Fondo Sociale per il Clima, pensato per compensare gli effetti regressivi di questa transizione. Ma compensare non è progettare. Distribuire qualche bonus non equivale a ripensare il sistema. Il punto non è dare un sussidio a chi non riesce a comprare l’auto elettrica: è costruire un’alternativa pubblica, efficiente, capillare, che renda superflua l’auto privata per chiunque, non solo per chi vive in centro a Milano o a Bologna.

Il paradosso dell’alta velocità

L’Italia è un Paese che discute di alta velocità ferroviaria mentre milioni di cittadini non hanno una linea affidabile per raggiungere il comune limitrofo. È un Paese che celebra il Frecciarossa Milano-Roma come simbolo di modernità mentre le ferrovie regionali accumulano ritardi, soppressioni e degrado. È un Paese che investe miliardi nel collegamento tra le sue grandi città e dimentica sistematicamente i territori che stanno in mezzo.

Questo non è un caso. È il riflesso di un modello di sviluppo che concentra risorse, servizi e opportunità nei poli urbani, svuotando le aree interne e trasformandole in periferie dell’esistenza. La retorica dei “borghi”, tanto cara alla comunicazione governativa, è esattamente questo: retorica. Nessuno vuole vivere in un borgo se dal borgo non riesce a raggiungere un pronto soccorso in meno di un’ora. Nessuno vuole tornare al paese se dal paese non parte nessun treno.

I dati dell’Osservatorio PNRR confermano che gli investimenti in infrastrutture di trasporto continuano a privilegiare le grandi direttrici ad alta capacità, lasciando le reti secondarie in uno stato di abbandono progressivo. Il PNRR stesso, che avrebbe dovuto essere l’occasione storica per colmare il divario infrastrutturale, ha destinato alla mobilità locale una quota insufficiente e frammentata, spesso vincolata a tempistiche irrealistiche che i piccoli comuni non riescono a rispettare.

La scelta politica dell’esclusione

Dietro ogni stazione chiusa, dietro ogni linea soppressa, dietro ogni corsa tagliata, c’è una decisione politica. Non una fatalità, non un’inevitabilità economica, non una legge di natura: una scelta. La scelta di chi ha deciso che il trasporto pubblico è un costo da ridurre, non un diritto da garantire. La scelta di chi ha privatizzato, esternalizzato, tagliato, e poi si è stupito che le periferie si svuotassero e che il disagio sociale crescesse.

In Italia il diritto alla mobilità non è riconosciuto come diritto fondamentale. La Costituzione parla di lavoro, di salute, di istruzione, ma non del presupposto materiale che li rende accessibili. Eppure, senza mobilità, ogni altro diritto diventa teorico. Il diritto al lavoro non esiste se non puoi raggiungere il posto di lavoro. Il diritto alla salute non esiste se non puoi arrivare all’ospedale. Il diritto all’istruzione non esiste se non c’è un autobus che porti tuo figlio a scuola.

Questo è il nodo che nessun governo vuole affrontare, perché affrontarlo significherebbe rimettere in discussione l’intero modello di sviluppo territoriale. Significherebbe ammettere che la centralizzazione dei servizi non è efficienza ma abbandono, che la chiusura degli ospedali periferici non è razionalizzazione ma condanna, che il taglio delle linee ferroviarie non è risparmio ma desertificazione.

Il silenzio dei media e la complicità del racconto dominante

La povertà dei trasporti è un tema che fatica a trovare spazio nel dibattito mediatico mainstream. Quando si parla di disuguaglianze, i grandi giornali preferiscono concentrarsi sui differenziali di reddito, sugli indici di Gini, sulle statistiche macroeconomiche. La dimensione territoriale dell’esclusione — il fatto che in Italia la tua vita sia determinata in larga misura dal codice di avviamento postale in cui sei nato — resta ai margini della narrazione pubblica.

Questa omissione non è casuale. Il racconto dominante ha bisogno di mantenere l’illusione che il sistema sia equo, che le opportunità siano distribuite in modo ragionevole, che chi resta indietro lo faccia per propria responsabilità. Ammettere che milioni di persone sono escluse non per difetto personale ma per difetto infrastrutturale significherebbe ammettere il fallimento del modello. E questo, nel discorso pubblico italiano, non è consentito.

L’Italia che non arriva

La domanda che questo Paese si rifiuta di porsi è semplice e feroce: quante vite sono state sacrificate, quante carriere stroncate, quanti talenti dispersi, quante famiglie impoverite, non dalla crisi, non dalla globalizzazione, non dalla mancanza di merito, ma dalla mancanza di un treno? Quanti ragazzi hanno rinunciato all’università non perché non avessero i voti, ma perché non avevano il mezzo per arrivarci? Quanti malati hanno aggravato la propria condizione non perché non esistesse la cura, ma perché non esisteva il collegamento per raggiungerla?

Nel silenzio delle stazioni chiuse, nella polvere delle pensiline dove nessun autobus si ferma più, nell’orario dei treni che è un elenco di fantasmi, si consuma ogni giorno una violenza lenta, silenziosa, invisibile. È la violenza dell’abbandono travestito da efficienza, del taglio spacciato per modernizzazione, dell’indifferenza presentata come necessità economica.

L’Italia immobile non è immobile per natura. È stata resa immobile da scelte precise, da interessi precisi, da un modello di sviluppo che ha deciso chi conta e chi no, chi si muove e chi resta fermo. E finché la mobilità non sarà trattata come quello che è — un’infrastruttura sociale fondamentale, un diritto, una condizione imprescindibile di cittadinanza — questo Paese continuerà a raccontarsi la favola del merito mentre condanna milioni dei suoi cittadini all’immobilità. Non per mancanza di strade, ma per mancanza di volontà politica.

Fonti
Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Report sulla povertà dei trasporti in Italia
Eurostat, Statistiche sull’accessibilità al trasporto pubblico locale (dati aggiornati 2025)
Forum Disuguaglianze e Diversità, Rapporto sulle aree interne e la mobilità
Commissione Europea, Fondo Sociale per il Clima (Regolamento UE 2023/955)
Osservatorio PNRR, Monitoraggio investimenti infrastrutturali trasporti
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
CC BY-NC-SA 4.0

L’alleanza dei sonnambuli: la NATO, l’Europa e l’arte di camminare verso il baratro

Trump minaccia di seppellire l’Alleanza Atlantica. L’Europa, che dovrebbe brindare, preferisce dissanguarsi in guerre altrui e riarmo senza strategia.

Trump dice che vuole mollare la NATO. Lo ha ripetuto il primo aprile — e no, non era un pesce — al Telegraph e a Reuters, definendo l’Alleanza Atlantica una “tigre di carta” e dichiarando che ci sta pensando “seriamente”. Viene da rispondere: dove si firma? È dal 1989, dall’anno in cui il Muro di Berlino crollò seppellendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia, che l’Alleanza Atlantica non ha più ragione di esistere. Eppure è sopravvissuta per trentasette anni, mutando pelle, fabbricando nemici, trasformandosi nel braccio armato di un imperialismo americano che ha seminato macerie dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia Centrale al Nordafrica. Ora che il suo principale azionista minaccia di staccare la spina, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte alla scelta storica più importante dal dopoguerra: costruire la propria sovranità o continuare a recitare la parte del vassallo. Le probabilità che le classi dirigenti europee sappiano cogliere l’occasione sono, purtroppo, inversamente proporzionali alla gravità del momento.

Un cadavere in ottima salute dal 1989

La NATO nacque nel 1949, quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, come scudo difensivo contro l’Unione Sovietica di Stalin — che pure quella guerra l’aveva vinta accanto a Washington, Londra e Pechino, pagando un prezzo di sangue senza eguali: ventisette milioni di morti. Solo nel 1955 Mosca avrebbe risposto con il Patto di Varsavia. Per quarant’anni, le due alleanze si fronteggiarono in un equilibrio del terrore che, per quanto cinico, garantì almeno la pace in Europa.

Quando nel 1989 il muro crollò, l’Alleanza Atlantica avrebbe dovuto seguirlo nella polvere della storia. Aveva esaurito la propria funzione. Il nemico era scomparso. Il Patto di Varsavia si dissolse formalmente nel luglio 1991. Ma la NATO no: sopravvisse, si allargò, si reinventò. Non più strumento difensivo, bensì mazza da baseball geopolitica al servizio degli interessi di Washington. Lo aveva previsto George Kennan, l’architetto stesso del contenimento antisovietico, che nel 1997 definì l’espansione della NATO verso est il più grave errore strategico americano dal dopoguerra. Nessuno lo ascoltò.

Da quel momento in poi, la lista dei nemici fabbricati ad hoc si allunga anno dopo anno con una regolarità implacabile: la Serbia di Milošević bombardata nel 1999 senza mandato ONU; l’Afghanistan invaso nel 2001 e abbandonato vent’anni dopo nel caos più totale; l’Iraq distrutto nel 2003 sulla base di menzogne sulle armi di distruzione di massa, menzogne poi conclamate; la Libia di Gheddafi rasa al suolo nel 2011, oggi Stato fallito e terra di traffici umani; la Siria destabilizzata per un decennio. E sempre, invariabilmente, la Russia: il nemico necessario, quello che giustifica bilanci militari miliardari e basi americane disseminate in mezzo mondo. Non erano più i nemici dell’Europa. Erano i nemici dell’America — o più spesso, semplicemente, gli ostacoli alle sue mire: Paesi sovrani che avevano il torto di dare noia a Washington e, non di rado, di possedere troppo gas e troppo petrolio.

L’eurosuicidio energetico e la trappola ucraina

Il conflitto russo-ucraino, scoppiato nel febbraio 2022, rappresenta il capolavoro dell’autolesionismo europeo orchestrato da Washington. La celebre intercettazione telefonica del 2014, in cui la sottosegretaria di Stato americana Victoria Nuland pronunciava il leggendario “Fuck the EU!” mentre decideva a tavolino il futuro governo ucraino, avrebbe dovuto far suonare ogni campanello d’allarme nelle capitali europee. Invece nulla. L’Europa si è fatta trascinare in una guerra per procura che non era la sua, sanzionando il proprio principale fornitore energetico e tagliandosi le gambe con le proprie mani.

La distruzione dei gasdotti NordStream nel settembre 2022 — un atto di sabotaggio che in qualsiasi contesto storico precedente sarebbe stato considerato un casus belli — è passata nel silenzio più assordante. Nessuna commissione d’inchiesta europea degna di questo nome. L’Europa ha semplicemente accettato di perdere l’accesso al gas russo a buon mercato, quel gas che unito alla potenza industriale tedesca e al know-how tecnologico continentale stava costruendo una superpotenza economica eurasiatica insidiosissima per l’impero americano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il GNL americano — che ha rapidamente sostituito il gas russo via gasdotto — costa almeno il doppio rispetto al metano che arrivava dalla Russia, ma può arrivare a costare quattro o cinque volte tanto quando viene acquistato tramite intermediari sul mercato spot, come documentato dal Sole 24 Ore già nel 2022 e confermato dalle analisi del Fatto Quotidiano nel 2025. L’Italia, che oggi importa il 45 per cento del proprio GNL dagli Stati Uniti — diventati primo fornitore dal 2024 —, ha semplicemente sostituito la dipendenza dal gasdotto russo con la dipendenza dalle navi metaniere americane. Come ha sintetizzato il ricercatore Raffaele Piria dell’Ecologic Institute di Berlino, nel 2025 oltre il 59 per cento del GNL e oltre il 38 per cento del gas importati dall’UE provenivano da Paesi esterni al blocco, con gli Stati Uniti in posizione dominante.

Il prezzo di questa sostituzione non è solo economico: è strategico. Il gas via gasdotto garantiva stabilità, contratti pluriennali, prezzi agganciati a indici prevedibili. Il GNL naviga per il mondo inseguendo il prezzo più alto: le navi vanno dove conviene al venditore, non al compratore. L’Europa si trova a competere con l’Asia per ogni carico, con una volatilità che trasforma ogni crisi geopolitica in un’emorragia economica. Non a caso, a marzo 2026, con la guerra in Iran che ha reso la navigazione nel Canale di Suez un’impresa ad alto rischio, le importazioni europee di gas russo via gasdotto sono aumentate del 22 per cento: la matematica della sopravvivenza ha superato la morale della politica. Deindustrializzazione strisciante, competitività in caduta libera, inflazione da offerta che colpisce i redditi più bassi con una violenza senza precedenti: questo è il bilancio dell’eurosuicidio energetico.

La guerra all’Iran e il dissanguamento europeo

Ma non bastava l’Ucraina. Trump, quello che aveva promesso isolazionismo e “mai più guerre”, ha lanciato il 28 febbraio 2026, insieme a Israele, l’operazione “Ruggito del Leone” contro l’Iran — proprio mentre la diplomazia omanita stava ottenendo risultati concreti e Teheran si era dichiarata disponibile, tramite l’AIEA, a rinunciare all’uranio arricchito. Una guerra scatenata nel momento peggiore possibile, che ha bloccato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 25 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20 per cento del GNL globale.

L’impatto sull’economia europea è devastante e i numeri parlano da soli. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha certificato che, in appena trenta giorni di conflitto, i prezzi del gas nell’Unione Europea sono aumentati del 70 per cento e quelli del petrolio del 60 per cento, generando un aggravio di 14 miliardi di euro sulla spesa energetica europea. Il Brent ha toccato i 108 dollari al barile, il prezzo del gas al TTF è aumentato di 26 euro per megawattora (più 81 per cento), quello dell’energia elettrica di 41 euro per megawattora (più 38 per cento). Secondo le stime della CGIA di Mestre, i rincari complessivi per l’Italia potrebbero raggiungere i 15,2 miliardi di euro: 10,2 miliardi sull’energia elettrica e 5 miliardi sul gas. Facile.it ha calcolato un aumento medio di 630 euro all’anno per famiglia, portando la spesa energetica annua a quasi tremila euro, un incremento del 21,5 per cento rispetto alle previsioni pre-conflitto.

Il quadro macroeconomico è altrettanto cupo. La BCE ha rivisto al rialzo l’inflazione dell’Eurozona al 2,6 per cento e ridotto le aspettative di crescita del PIL allo 0,9 per cento. L’OCSE ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a più 2,9 per cento, cancellando la revisione al rialzo prevista lo scorso dicembre. L’Italia è fanalino di coda: il Centro Studi Confindustria prevede una crescita dello 0,5 per cento nel migliore degli scenari — guerra conclusa entro marzo —, stagnazione se il conflitto dura fino a giugno, recessione al meno 0,7 per cento se si protrae per tutto l’anno. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme in un report firmato dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas: l’Italia e il Regno Unito sono i Paesi europei più esposti alla crisi, a causa della dipendenza dall’energia elettrica prodotta dal gas, mentre Francia e Spagna sono relativamente protette dal nucleare e dalle rinnovabili. Confartigianato ha stimato che la guerra in Iran mette a rischio 27,8 miliardi di export manifatturiero italiano verso l’area del Golfo.

Gli analisti di JP Morgan hanno usato una metafora efficace: una “sacca d’aria” che si muove lungo i flussi di esportazione dal Golfo. Il petrolio che manca oggi non è ancora del tutto percepito, perché le navi partite prima della chiusura dello Stretto stanno ancora arrivando a destinazione. Ma dietro di loro non c’è nulla. Quando questa sacca d’aria raggiungerà l’Europa, previsto per metà aprile, la carenza fisica diventerà evidente e i prezzi potrebbero superare i massimi storici del 2008. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già coordinato il più grande rilascio di riserve strategiche di sempre, pari a 400 milioni di barili. Ma è un cerotto su un’emorragia. La Harvard Business Review lo ha scritto senza giri di parole: bisogna ricalcolare tutto, perché la velocità e l’intensità degli eventi hanno già invalidato ogni previsione precedente.

L’Europa tra Sigonella e la coscienza sporca

Di fronte a questa catastrofe, la reazione europea è stata schizofrenica. Da un lato, una dignità inattesa. La Spagna ha dichiarato il conflitto illegale e ha materialmente chiuso le basi ai velivoli americani, trasferendo quindici aerei statunitensi dalle basi di Morón de la Frontera e Rota in Francia e Germania. L’Italia, con il ministro della Difesa Crosetto, ha negato l’uso della base di Sigonella ai bombardieri statunitensi che pianificavano uno scalo senza nemmeno chiedere l’autorizzazione al governo — un’arroganza che evoca la crisi di Sigonella del 1985, ai tempi di Craxi. La Polonia ha rifiutato di inviare i sistemi Patriot in Medio Oriente. Persino il Regno Unito di Starmer ha inizialmente rifiutato l’uso delle basi per operazioni offensive, giudicandole illegali.

Dall’altro lato, però, l’ipocrisia. Come ha denunciato Angelo Bonelli di Europa Verde, da Sigonella continuano a partire droni Triton di sorveglianza che individuano gli obiettivi poi colpiti dai cacciabombardieri; dalla base di Camp Darby, a Pisa, vengono caricati missili e armi che finiscono in Iran; i tracciati radar documentano il transito di cacciabombardieri F-15 americani in configurazione da combattimento, mentre la sottosegretaria Rauti liquida tutto come “ricostruzioni fantasiose”. E soprattutto il MUOS di Niscemi, il sistema satellitare della Marina militare americana, resta completamente fuori dal controllo italiano: attraverso di esso transitano ordini, dati e obiettivi dal Pentagono verso unità operative in tutto il mondo, inclusi droni e sistemi missilistici. L’Italia è, contemporaneamente, la portaerei della NATO nel Mediterraneo e il Paese che finge di avere voce in capitolo su come quella portaerei viene utilizzata.

Il riarmo dei sonnambuli

Ma la risposta più dissennata dell’Europa alla crisi in corso non è la complicità con la guerra americana: è il piano ReArm Europe. Presentato da Ursula von der Leyen il 4 marzo 2025, approvato all’unanimità dal Consiglio europeo due giorni dopo, prevede la mobilitazione di ottocento miliardi di euro in quattro anni per il riarmo del continente. Centocinquanta miliardi in eurobond per prestiti agli Stati membri, seicentocinquanta attraverso una deroga al Patto di stabilità che consente fino all’1,5 per cento del PIL in più per la difesa, con un tetto per l’Italia di 33 miliardi annui. A questo si aggiungono la modifica dello statuto della Banca Europea per gli Investimenti, che potrà finanziare il settore militare, e la possibilità di dirottare i fondi di coesione verso gli armamenti.

L’ironia è feroce. L’Europa nel 2025 spende già circa 381 miliardi di euro per la difesa, con un aumento del 62 per cento rispetto al 2020. La spesa militare aggregata dei ventisette Paesi UE — 370 miliardi di dollari nel 2024 secondo il SIPRI — è la seconda più alta al mondo dopo quella degli Stati Uniti. L’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica ha dimostrato che, a parità di definizioni contabili e a parità di potere d’acquisto, nel 2024 la spesa militare europea superava quella russa del 58 per cento. Non è un problema di quanto si spende. È un problema di come, di perché e di per chi. Ventisette eserciti diversi, ventisette catene di comando, ventisette sistemi di approvvigionamento, ventisette dottrine strategiche. La duplicazione prevale sulla sinergia, gli interessi nazionali impediscono qualunque standardizzazione, e nessuna delle principali aziende europee della difesa — né Airbus, né Leonardo — riesce a entrare nella top ten mondiale.

Come ha osservato Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio, decidere a ventisette è come fare una riunione di condominio: mettersi d’accordo è praticamente impossibile. Ogni Stato cercherà di agganciare i fondi per sostenere i propri campioni nazionali. La concorrenza interna peggiorerà. L’interoperabilità resterà un miraggio. Non si sta costruendo un esercito europeo: si stanno semplicemente gonfiando ventisette eserciti nazionali ridondanti e inefficienti. E nel frattempo, quei soldi verranno sottratti alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica, alle infrastrutture civili. Come ha avvertito un alto funzionario europeo, queste spese aggiuntive “dovranno essere compensate nei bilanci nazionali aumentando le tasse o riducendo la spesa”. Il conto, come sempre, lo pagano i cittadini.

Le due strade: sovranità o servaggio

Se Trump dovesse ritirare gli Stati Uniti dalla NATO — impresa tutt’altro che semplice, dato che il National Defense Authorization Act del 2024, promosso dallo stesso Marco Rubio oggi segretario di Stato, richiede una maggioranza di due terzi al Senato o un atto del Congresso —, l’Europa si troverebbe di fronte a un bivio radicale.

La prima strada è quella dell’intelligenza strategica: prendere atto che l’Europa non ha nemici esistenziali; che la Russia, pur con tutte le sue ambiguità e le sue colpe in Ucraina, è un partner naturale per la cooperazione energetica e commerciale; che la Cina, l’India, i BRICS rappresentano il futuro dell’economia mondiale; che l’Iran, sanzionato dal 1979 per ordine americano senza alcun vantaggio per gli europei, è un mercato di ottanta milioni di persone e una potenza regionale con cui dialogare. Significherebbe revocare le auto-sanzioni suicide, ricostruire le relazioni commerciali più convenienti, progettare una vera difesa europea da tempo di pace: snella, integrata, tecnologicamente avanzata, non il carrozzone ridondante dei ventisette eserciti attuali. E soprattutto, investire il risparmio non in armi ma in welfare, innovazione e transizione energetica — le uniche cose che garantiscono vera sicurezza ai popoli.

La seconda strada è quella dell’autolesionismo cronico: continuare a svenarsi per combattere i nemici degli americani, anche quando gli americani stessi avranno fatto pace con loro. Continuare a comprare gas americano a prezzi da quattro a cinque volte superiori al costo del gas russo via gasdotto. Continuare a militarizzare il continente senza una visione strategica autonoma. Continuare a trattare la NATO come un feticcio anche quando il suo principale azionista l’ha dichiarata morta. È la strada che le classi dirigenti europee conoscono meglio, perché è l’unica che non richiede coraggio, visione e capacità decisionale autonoma. Gli “euro-dementi” — per usare un’espressione che rende l’idea — sono capacissimi di continuare a correre a precipizio verso il baratro anche dopo che il burattinaio avrà tagliato i fili.

Il sonno della ragione

La vera notizia, dunque, non è che Trump voglia uscire dalla NATO. La vera notizia è che l’Europa, dopo trentasette anni di sopravvivenza artificiale di un’alleanza nata contro un nemico che non esiste più, non abbia ancora trovato il coraggio di uscirne da sola. Che abbia bisogno dello schizofrenico di turno alla Casa Bianca per porre la domanda più ovvia del dopoguerra: a che cosa serve, esattamente, la NATO nel 2026?

A nulla che faccia l’interesse dei popoli europei. Serve a mantenere l’egemonia americana sul continente. Serve a garantire commesse miliardarie ai produttori di armi. Serve a impedire che l’Europa diventi ciò che la geografia, la storia e l’economia la predestinano a essere: un ponte tra Occidente e Oriente, una potenza commerciale e culturale capace di dialogare con tutti, un modello sociale alternativo alla brutalità del capitalismo predatorio anglo-americano. Serve, soprattutto, a tenere i popoli europei nella paura permanente di un nemico che, se non c’è, si inventa: ieri la Russia, oggi l’Iran, domani chissà.

Intanto, mentre l’Europa sonnambula marcia verso il baratro, la guerra in Iran le dissangua l’economia, il riarmo senza strategia le prosciuga i bilanci, e la dipendenza energetica dagli Stati Uniti le strangola l’industria. Il FMI avverte che tutte le strade portano a prezzi più alti e crescita più lenta. L’OCSE taglia le previsioni. Confindustria prepara tre scenari e nessuno è buono. Ma i sonnambuli a Bruxelles, a Berlino, a Parigi e a Roma continuano a camminare ad occhi chiusi, incapaci di pensare un futuro che non sia scritto a Washington, terrorizzati dall’idea di dover decidere da soli. Anche dopo che l’America li avrà mollati, continueranno a correre dietro al padrone che se ne va, scodinzolando. Furbi, noi.

Fonti

CNN, “Trump suggests he is ‘absolutely’ considering withdrawing US from NATO”, 1 aprile 2026.

TIME, “Trump Threatens to Pull U.S. Out of NATO Amid Fallout Over Iran War”, 1 aprile 2026.

CNBC, “Trump says he’s considering pulling U.S. out of ‘paper tiger’ NATO”, 1 aprile 2026.

Stars and Stripes, “Trump says NATO withdrawal under consideration amid Iran tensions”, 1 aprile 2026.

Newsweek, “Trump Faces Major Hurdle To Pull US Out Of NATO”, 1 aprile 2026.

Sky TG24, “Basi militari in Italia, Crosetto nega uso Sigonella a USA per operazioni in Iran”, 31 marzo 2026.

Il Fatto Quotidiano, “Dal gas russo al GNL USA: l’Europa rischia una nuova dipendenza energetica”, 28 luglio 2025.

Il Sole 24 ORE, “Perché acquistare il GNL americano costa il 50% in più del gas russo”, 13 aprile 2022; “Difesa Ue: piano da 800 miliardi”, 4 marzo 2025.

Editoriale Domani, “Nel 2026 l’Europa importerà una quota record di GNL. Dalla dipendenza russa a quella americana”, 29 gennaio 2026.

MeteoWeb, “Guerra Iran, stangata sull’Europa: 14 miliardi in più per gas e petrolio in un mese”, 31 marzo 2026; “L’Europa ha aumentato l’import di gas russo del 22% a marzo 2026”, 2 aprile 2026.

Il Fatto Quotidiano, “L’impatto sull’economia di 5 settimane di guerra in Iran”, 1 aprile 2026.

CGIA Mestre / BlogSicilia, “Bollette luce e gas 2026: quanto costano in più con la guerra in Iran”, 28 marzo 2026.

Centro Studi Confindustria, Rapporto di previsione Primavera 2026: “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”, marzo 2026.

FMI, Report sull’impatto economico della guerra in Iran (Gourinchas et al.), 30 marzo 2026.

OCSE, Revisione previsioni crescita globale 2026, marzo 2026.

Osservatorio CPI — Università Cattolica del Sacro Cuore, “Facciamo chiarezza: nel 2024 la spesa militare europea eccedeva quella russa del 58%”, 22 febbraio 2025.

SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, rapporto spese militari globali 2024.

Consiglio dell’Unione Europea, “La difesa dell’UE in cifre”, aggiornamento 2025-2026.

Harvard Business Review, Analisi impatto economico guerra Iran, marzo 2026.

Vatican News, “L’Europa si riarma, approvati 800 miliardi per la difesa comune”, 7 marzo 2025.

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“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere”