Il silenzio che uccide: le stragi del ‘93, la Commissione Antimafia e l’auto-censura di Stato

C’è un momento, nella storia di un Paese, in cui il silenzio non è più una scelta diplomatica o un errore istituzionale, ma una complicità attiva. È il caso della Commissione Parlamentare Antimafia guidata da Chiara Colosimo, dove il tema delle stragi del 1993 – gli attentati di Firenze, Milano e Roma – e del loro legame con la transizione politica che portò alla nascita di Forza Italia, è stato trattato come un tabù da seppellire, non come un dovere da indagare.

Siamo nel cuore di una delle stagioni più oscure della Repubblica. Anni in cui la mafia non si limitava a dettare legge nel proprio territorio, ma pretendeva di riscrivere l’intero assetto dello Stato, scegliendo referenti, eliminando ostacoli, condizionando le transizioni politiche. È in questo contesto che si inseriscono le stragi continentali del 1993, prosecuzione della strategia stragista iniziata nel 1992 con gli omicidi di Falcone e Borsellino. Stragi che non furono semplici vendette o atti dimostrativi, ma veri e propri segnali lanciati al cuore delle istituzioni, affinché certi equilibri cambiassero.

Eppure, ieri a Palazzo San Macuto, durante l’audizione dell’ex generale dei ROS Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, questi nodi cruciali sono stati volutamente disinnescati. Anzi, peggio: silenziati. Quando i parlamentari del PD, Walter Verini e Giuseppe Provenzano, hanno posto domande legittime e necessarie – sul legame tra via D’Amelio e le bombe del 1993, sui rapporti tra mafia e politica, su Dell’Utri e D’Alì, politici condannati per concorso esterno in associazione mafiosa – la presidente Colosimo li ha redarguiti, invitandoli a rispettare “le risposte che gli auditi vogliono o non vogliono dare”.

Una frase che suona come un ossimoro nella sede della verità istituzionale: perché un’audizione in una Commissione d’inchiesta non è un tè tra amici, ma un atto di responsabilità repubblicana. Tanto più quando si parla di sangue versato e di poteri occulti.

Il paradosso si fa beffa quando si osserva il trattamento riservato ad altri membri della maggioranza. Il deputato De Corato ha potuto divagare citando libri complottisti sull’architetto della Seconda Repubblica; il leghista Cantalamessa ha portato la discussione sugli appalti TAV del 1996, completamente fuori tema. Il colonnello De Donno, con verve teatrale, ha narrato le gesta di un infiltrato ROS senza che nessuno lo interrompesse. Ma quando Provenzano ha osato chiedere se Mori, nei suoi anni al SISDE, avesse avuto contatti con i fratelli Graviano – protagonisti chiave della strategia stragista – Colosimo ha interrotto tutto, blindando il dibattito.

È il riflesso condizionato di chi teme non la menzogna, ma la verità. Perché dentro quel filo che unisce Palermo a Firenze, da via D’Amelio a via dei Georgofili, passando per lo Stadio Olimpico e finendo in via Palestro, c’è un pezzo di verità sulla Seconda Repubblica. Una verità che riguarda l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi, l’opera di raccordo di Marcello Dell’Utri, le trattative tra pezzi deviati dello Stato e boss mafiosi, e il ruolo ambiguo – ora sotto nuova indagine a Firenze – dello stesso Mario Mori.

A denunciare questo quadro è arrivata oggi una contro-relazione del Movimento 5 Stelle, redatta da Scarpinato, De Raho e Giuseppe Conte, che smonta pezzo per pezzo la narrazione dei due ex ROS. Il documento mette in evidenza incongruenze cronologiche, omissioni e persino tentativi di manipolazione dei documenti da parte di Mori. Basti pensare all’incontro con Borsellino del 25 giugno 1992: secondo Mori, fu un confronto cruciale per la pista mafia-appalti, ma di quell’incontro non si seppe nulla fino al 1998, e quando fu chiesto a De Donno di riferire, omise persino la presenza del suo superiore. Una dimenticanza più che sospetta.

La contro-relazione del M5S ricorda anche come l’informativa “mafia-appalti” fosse tutt’altro che insabbiata: fu depositata regolarmente al CSM nel luglio 1992, e l’inchiesta fu omissata per oltre 300 pagine su 900, smentendo così la tesi che la Procura avesse voluto occultare qualcosa. Ancora più grave la distorsione operata sul collaboratore Lo Cicero, che secondo Mori sarebbe stato ritenuto inattendibile da Falcone, il quale però era già morto quando Lo Cicero cominciò a collaborare.

Insomma, più che un’audizione, quella di ieri è sembrata una rappresentazione ideologica, dove i fatti sono stati piegati a una narrazione funzionale alla destra di governo. Una destra che non vuole più indagare sulle stragi, ma riscriverne il significato. Una destra che teme, forse, che scavare a fondo possa riportare alla luce verità imbarazzanti sulle proprie radici.

E allora si capisce perché, dentro la Commissione Antimafia, non ci sia spazio per parlare del ruolo di Dell’Utri, della trattativa Stato-mafia, delle indagini aperte a Firenze, e dei legami tra Cosa Nostra e Forza Italia. Troppo pericoloso. Troppo vicino al cuore del potere.

Ma se l’Antimafia smette di fare luce, chi può farlo? Se la Commissione diventa scudo anziché lente, allora è lo Stato stesso a voltarsi dall’altra parte. Ed è in quel voltarsi che si consuma un nuovo tradimento verso Falcone e Borsellino: non con il tritolo, ma con l’oblio.

Nel nostro Paese non manca la verità. Manca il coraggio di dirla fino in fondo.

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