Come Lottare Contro l’Università Neoliberista? Una Critica e una Prospettiva di Lotta

Il dibattito sulla trasformazione dell’università italiana è tornato prepotentemente al centro della discussione pubblica. La riforma Bernini e i tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) hanno innescato una mobilitazione che sta coinvolgendo docenti, ricercatori e studenti. Tuttavia, come sottolineato da Gianni Del Panta nel suo articolo per Jacobin, limitarsi alla critica del sottofinanziamento e della precarizzazione rischia di rafforzare, piuttosto che scardinare, il modello neoliberista dell’università. Questo testo si propone di approfondire la questione, individuando le radici del problema e delineando una strategia di lotta che vada oltre la semplice richiesta di più risorse e stabilizzazioni.

L’Università come Apparato Ideologico dello Stato

Uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Del Panta riguarda il ruolo dell’università all’interno dello Stato neoliberista. Seguendo la teoria dello Stato integrale di Antonio Gramsci, l’università non è un semplice luogo di formazione e ricerca, ma un apparato ideologico fondamentale per la riproduzione dell’egemonia della classe dominante. Se da un lato la società politica esercita la coercizione (tramite forze di polizia, esercito, magistratura), la società civile legittima il dominio attraverso istituzioni come scuola, università, media e partiti politici. In questo senso, l’università è uno strumento attraverso cui il sapere viene filtrato, selezionato e indirizzato per consolidare i rapporti di forza esistenti.

Questa chiave di lettura ci impone una domanda cruciale: può un’università più finanziata e con un minor tasso di precarizzazione essere radicalmente diversa da quella attuale? La risposta è no, se non si interviene sui meccanismi strutturali che regolano la produzione e la trasmissione del sapere. Più fondi e più stabilità contrattuale sono certamente richieste legittime, ma non intaccano il problema di fondo: la funzione dell’università come dispositivo di disciplinamento sociale ed economico.

L’Illusione del Rifinanziamento Senza Riforma Strutturale

Uno degli errori del dibattito sulla riforma dell’università è credere che il semplice aumento dei fondi possa risolvere il problema. Questo approccio ignora che il neoliberismo non si caratterizza solo per il sottofinanziamento delle istituzioni pubbliche, ma anche per la loro trasformazione in organismi funzionali alle logiche di mercato. L’università attuale è un’istituzione sempre più aziendalizzata, in cui il valore del sapere è subordinato alla sua spendibilità economica e alla capacità di attrarre investimenti privati.

I meccanismi di valutazione della ricerca, il precariato strutturale, la competizione tra atenei per ottenere finanziamenti e l’ingresso massiccio di capitali privati sono tutti elementi che modellano un’università sempre più distante da un luogo di formazione critica e sempre più simile a un’industria della conoscenza. In questo contesto, il rischio è che un rifinanziamento dell’università senza un ripensamento strutturale non faccia altro che consolidare il modello esistente, rendendolo più efficiente senza modificarne la natura.

Una Nuova Università è Possibile? Il Ruolo degli Studenti nella Lotta

Del Panta evidenzia come il vero potenziale di mobilitazione non risieda tanto negli accademici strutturati, quanto negli studenti e nei ricercatori precari. Gli strutturati, infatti, pur subendo le conseguenze del neoliberismo accademico, ne sono anche in parte beneficiari. Il loro ruolo all’interno del sistema li rende difficilmente mobilitabili su posizioni radicali. Diversamente, gli studenti e i precari sono i soggetti che più di tutti pagano il prezzo di questa trasformazione e che hanno un interesse diretto nel mettere in discussione il modello esistente.

Ma su quali basi può nascere un’alleanza tra il movimento studentesco e i precari della ricerca? Alcuni temi chiave emergono con forza nel dibattito attuale:

1. Diritto allo studio e diritto all’abitare – Il caro-affitti e la carenza di alloggi universitari sono problemi che colpiscono direttamente gli studenti e che si legano alle più ampie dinamiche di privatizzazione e mercificazione dell’istruzione superiore.

2. Precarizzazione del lavoro accademico – La lotta contro il precariato non può essere solo una battaglia per la stabilizzazione dei singoli lavoratori, ma deve diventare parte di una critica complessiva al modello neoliberista dell’università.

3. Militarizzazione dell’università e ricerca per fini bellici – In un contesto di crescente investimento nelle tecnologie dual use (civili e militari), è fondamentale interrogarsi sul ruolo dell’università nella produzione di sapere funzionale all’industria della guerra.

4. Modelli alternativi di governance accademica – La gestione universitaria deve essere ripensata in una logica di partecipazione democratica, sottraendo le decisioni strategiche alle sole logiche di mercato e alle dinamiche competitive tra atenei.

Quale Strategia per il Futuro?

Se il modello neoliberista dell’università non può essere scardinato con semplici richieste di rifinanziamento, allora è necessario costruire una strategia di lungo periodo che punti a un cambiamento radicale. Alcune linee d’azione possibili includono:

• Mobilitazioni su scala nazionale e internazionale – Le esperienze recenti in Argentina e Serbia dimostrano che movimenti studenteschi di massa possono effettivamente mettere sotto pressione i governi e imporre cambiamenti concreti.

• Creazione di spazi autonomi di formazione e ricerca – Laboratori autogestiti, università popolari e reti di ricerca indipendenti possono rappresentare un’alternativa concreta all’attuale modello accademico.

• Contestazione dei meccanismi di valutazione e finanziamento – Il sistema di premialità basato su parametri quantitativi deve essere sostituito da un modello che valorizzi la qualità della ricerca e la sua funzione sociale.

• Intersezione con altri movimenti sociali – Le lotte per il diritto alla casa, il reddito di base e la giustizia climatica sono strettamente legate alla trasformazione dell’università e possono creare alleanze strategiche per un cambiamento più ampio.

Conclusione: Ripensare l’Università per una Società Diversa

L’università neoliberista non è un’anomalia, ma un tassello di un modello di società basato sulla competizione, la precarietà e la subordinazione del sapere alle esigenze del mercato. Pensare di migliorarla senza metterne in discussione le fondamenta significa accettare passivamente il suo ruolo all’interno del sistema esistente. La sfida, quindi, è molto più ambiziosa: costruire un’università diversa per una società diversa. Questo richiede una lotta politica ampia, capace di superare le rivendicazioni settoriali e di immaginare un sapere libero, critico e accessibile a tutti.

Il Caso Mimmo Lucano: Giustizia e Attacco al Modello Riace

Un Processo Lungo e Controverso

La Corte di Cassazione ha messo la parola fine al processo “Xenia” nei confronti di Mimmo Lucano, sindaco di Riace ed europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra. La sentenza definitiva ha confermato la sostanziale assoluzione di Lucano da quasi tutte le accuse che gli erano state mosse inizialmente, lasciando in piedi solo una condanna per falso ideologico, relativa a una delle 57 determine contestate, con una pena di 18 mesi di reclusione sospesa. Un verdetto che, rispetto alla condanna in primo grado di 13 anni e 2 mesi, segna il crollo del castello accusatorio costruito dalla Procura di Locri.

Il processo, iniziato con l’arresto di Lucano nell’ottobre 2018, si è svolto tra pesanti accuse di associazione a delinquere, truffa e peculato. Accuse che, nel corso degli anni, si sono rivelate infondate e prive di prove concrete, come già stabilito dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria nell’ottobre 2023. La Cassazione ha ora rigettato il ricorso della Procura Generale, sancendo l’inconsistenza delle accuse più gravi.

La Costruzione di un “Teorema” Giudiziario

Uno degli aspetti più significativi di questa vicenda è la costruzione di un vero e proprio “teorema giudiziario” volto a smantellare un modello di accoglienza unico al mondo. Mimmo Lucano, con il progetto Riace, aveva dato vita a una realtà di integrazione e sviluppo sociale che, secondo quanto emerge dalla sentenza d’appello, non aveva alcun fine di lucro ma unicamente un intento solidaristico.

Le accuse mosse a Lucano, tra cui la presunta appropriazione indebita di 2,3 milioni di euro, si sono rivelate infondate. Gli stessi giudici della Corte d’Appello hanno sottolineato l’inesistenza di qualsiasi arricchimento personale e la totale mancanza di elementi per configurare un’associazione a delinquere. Il tribunale di primo grado, invece, aveva usato intercettazioni il cui utilizzo è stato poi dichiarato inammissibile.

Intercettazioni e Dubbi sulla Legittimità del Processo

Un altro punto controverso riguarda il ruolo delle intercettazioni. La Corte d’Appello ha evidenziato come il Tribunale di Locri abbia utilizzato conversazioni captate in maniera discutibile, modificando in corsa la qualificazione giuridica dei reati per poterle includere. Questo modus operandi ha sollevato dubbi sulla correttezza dell’intero impianto accusatorio, tanto che la Cassazione ha confermato la loro inutilizzabilità, rafforzando ulteriormente l’assoluzione di Lucano dai reati più gravi.

Il Modello Riace: Un’Economia della Speranza

I giudici d’appello hanno elogiato la figura di Lucano, riconoscendo che il suo operato era animato dalla volontà di costruire un modello di accoglienza basato sull’integrazione e non sulla mera assistenza emergenziale. Il progetto Riace, infatti, ha dimostrato come l’accoglienza possa diventare un’opportunità di sviluppo per i piccoli centri, contrastando lo spopolamento e creando una nuova economia locale.

Le Dichiarazioni di Lucano: “Un Teorema Contro l’Accoglienza”

Dopo la sentenza, Mimmo Lucano ha commentato con parole cariche di significato:“Io non avevo fatto nulla dei reati che mi contestavano. È stato un teorema studiato ed elaborato proprio per ostacolare una storia di accoglienza che è stata unica nel mondo.”

Lucano ha sottolineato come l’azione giudiziaria contro di lui non fosse casuale, ma parte di una strategia più ampia per ostacolare il modello di integrazione che aveva costruito. Ha poi fatto riferimento agli accordi tra Italia e Libia sul controllo dei flussi migratori, suggerendo un collegamento tra la sua vicenda giudiziaria e le politiche restrittive sull’accoglienza adottate negli ultimi anni.“Era evidente che era una macchinazione, perché avevamo fatto delle cose che interferivano con questioni che erano al di là di Riace.”

Conclusioni: Un Processo Politico?

Il caso di Mimmo Lucano è emblematico di una battaglia più ampia tra due visioni opposte dell’accoglienza e dell’integrazione. Da una parte, un modello di solidarietà e sviluppo, che ha dato speranza a un territorio e a migliaia di persone; dall’altra, un’azione repressiva che ha cercato di criminalizzare un’esperienza virtuosa.

La sentenza della Cassazione conferma che la costruzione dell’accusa era priva di fondamento e che il modello Riace non era una truffa, bensì un esempio concreto di accoglienza sostenibile. Tuttavia, il prezzo pagato da Lucano è stato altissimo: anni di battaglie legali, l’arresto, l’esilio forzato e una campagna di delegittimazione che ha colpito non solo lui, ma l’intero movimento per i diritti dei migranti.

Resta ora da chiedersi: chi pagherà per questa ingiustizia?

La Complicità Tossica tra Meloni e CISL: La Resa Definitiva del Sindacato alla Logica Padronale

Il recente congresso della CISL ha offerto un’immagine inquietante della situazione attuale in Italia: un’ovazione dei delegati sindacali alle parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che invita a “superare la tossica visione conflittuale” tra lavoro e impresa. Questo episodio rappresenta la resa definitiva di una parte del sindacato alla logica padronale e neoliberista, cancellando di fatto il ruolo storico di difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori.

Un sindacato che tradisce la sua missione

Il sindacato dovrebbe esistere per tutelare chi lavora, non per compiacere il potere. Eppure, la CISL ha scelto di appiattirsi sulle posizioni di un governo di destra che, fin dall’inizio, si è dimostrato nemico delle classi lavoratrici e dei diritti conquistati con decenni di lotte. Invece di alzare la voce contro il dilagante precariato, contro i salari da fame, contro le condizioni di sfruttamento che portano a oltre 1500 morti sul lavoro ogni anno, la CISL preferisce fare da megafono alla retorica governativa sulla “collaborazione” tra impresa e lavoratori.

Ma questa collaborazione, nei fatti, è una farsa: non c’è un equilibrio tra le parti, bensì un rapporto di forza in cui le imprese dettano legge, mentre lavoratrici e lavoratori subiscono. Negli ultimi trent’anni, l’Italia è stato l’unico Paese dell’OCSE in cui i salari reali sono diminuiti, e oggi milioni di persone lavorano con stipendi che non permettono una vita dignitosa. In questo contesto, un sindacato che rinuncia al conflitto diventa complice dello sfruttamento.

I padroni non hanno bisogno di altri difensori

Storicamente, il mondo imprenditoriale ha sempre avuto le proprie organizzazioni di rappresentanza: Confindustria, le associazioni di categoria, i grandi gruppi finanziari. Non hanno certo bisogno che anche i sindacati dei lavoratori si inginocchino ai loro interessi. Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo con la CISL.

L’atteggiamento di questo sindacato non è solo vile, ma anche estremamente pericoloso, perché legittima un modello in cui i diritti diventano una concessione padronale anziché una garanzia irrinunciabile. E non è un caso che, mentre la CISL riceve elogi dal governo, CGIL, UIL e i sindacati di base vengono dipinti come “ideologici” e “conflittuali” solo perché continuano a battersi per salari dignitosi, sicurezza sul lavoro e tutele reali.

Il ruolo ambiguo della CISL: più servizi, meno lotte

Un altro aspetto da evidenziare è come la CISL, negli anni, abbia trasformato la sua natura. Da sindacato di lotta si è progressivamente trasformata in un organismo che offre servizi ai lavoratori, spesso in ambiti che poco hanno a che fare con la difesa dei loro diritti: dichiarazioni dei redditi, operazioni bancarie, richieste di prestiti, assistenza fiscale. Certo, si tratta di attività utili, ma non possono sostituire la battaglia per salari più alti, contratti migliori, sicurezza sul lavoro. Un sindacato che si concentra su questi aspetti amministrativi, dimenticando la propria missione originaria, smette di essere tale e diventa un’agenzia di consulenza più che un organismo di difesa dei diritti, per questo vi sono i patronati, che di fatto sono emanazione dei sindacati stessi .

Il dramma delle lavoratrici: doppiamente sfruttate

In tutto questo, non possiamo dimenticare la condizione delle lavoratrici, che subiscono un doppio sfruttamento: da un lato, lavorano nelle stesse mansioni dei colleghi uomini, ma spesso con salari più bassi e minori opportunità di crescita professionale; dall’altro, devono affrontare discriminazioni strutturali che rendono ancora più precaria la loro condizione.

L’Italia è tra i Paesi europei con il più ampio divario retributivo di genere e uno dei peggiori in termini di conciliazione tra lavoro e vita privata. Troppe donne, ancora oggi, sono costrette a scegliere tra la carriera e la famiglia, perché le politiche di welfare sono inesistenti o inefficaci. Eppure, anche su questo tema, la CISL preferisce il silenzio: nessuna battaglia vera per la parità salariale, nessuna pressione per politiche che facilitino la vita delle lavoratrici.

Un ritorno al conflitto è necessario

Di fronte a questa situazione, è chiaro che l’unica via possibile è una ripresa della conflittualità. Il conflitto sociale non è una patologia da estirpare, come vorrebbe Meloni, ma l’unico strumento che lavoratrici e lavoratori hanno per difendersi da un sistema che, senza opposizione, li schiaccia.

Abbiamo bisogno di:

• Un salario minimo legale che impedisca lo sfruttamento di chi lavora per pochi euro l’ora.

• Norme più severe sulla sicurezza, per fermare la strage di chi muore mentre cerca di guadagnarsi da vivere.

• Maggiori tutele per le lavoratrici, per garantire stipendi equi e una vera parità di opportunità.

• Stop alla precarietà e alle delocalizzazioni selvagge, che impoveriscono il tessuto sociale del Paese.

Mentre la CISL si piega al potere e il governo rafforza la posizione delle imprese a scapito dei lavoratori, è necessario un fronte compatto che rilanci la lotta per i diritti. Il sindacato, quello vero, deve tornare a essere un punto di riferimento per chi lavora, non un’appendice delle politiche aziendali e governative.

L’unica strada è riprendere la lotta, perché i diritti non si chiedono: si conquistano.

Trump e la Pulizia Etnica di Gaza: Il Primatismo Geopolitico di un Presidente Primitivo

L’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha segnato un nuovo capitolo nella follia geopolitica dell’ex presidente americano. Durante la conferenza stampa congiunta, Trump ha esplicitamente evocato l’espulsione dei palestinesi da Gaza, rendendo pubblica una prospettiva di pulizia etnica mai dichiarata in modo così aperto da un leader degli Stati Uniti.
Questo non è solo un atto di brutalità imperiale, ma il segnale di una politica guidata dall’istinto più primitivo, priva di qualsiasi analisi strategica o rispetto per la diplomazia internazionale.

La Scimmia davanti alla Scacchiera

Come ha detto Nikolaj Lilin, Trump è un “primitivo nelle questioni geopolitiche”, e il suo comportamento ricorda quello di una scimmia di fronte a una scacchiera contro un campione di scacchi. Il mondo si muove su logiche complesse, in cui la diplomazia, gli equilibri di potere e la storia giocano un ruolo essenziale. Ma Trump ignora tutto questo, riducendo le relazioni internazionali a una serie di scelte istintive, dettate dalla pancia e dagli umori del suo elettorato.

La sua idea di espellere i palestinesi da Gaza e affidare la ricostruzione agli Stati Uniti, con soldati americani a “sorvegliare” il processo, è l’emblema della sua visione troglodita della politica estera. È come se credesse che il mondo funzionasse con la stessa logica di un reality show, in cui basta dettare una narrazione per farla diventare realtà. Ma la politica internazionale non è un set televisivo e i popoli non si spostano come pedine su una mappa.

Una Bomba sulla Tregua e sulla Stabilità del Medio Oriente

Le dichiarazioni di Trump arrivano in un momento delicato, mentre la fragile tregua di Gaza era entrata nella sua fase decisiva. Hamas aveva accettato di negoziare il ritiro israeliano dalla Striscia, con l’obiettivo implicito di mantenere il territorio sotto il controllo palestinese. L’intervento di Trump, invece, ha distrutto questa prospettiva, negando ogni possibilità di una permanenza palestinese a Gaza.

Questa mossa ha effetti devastanti immediati: Hamas potrebbe decidere di abbandonare i negoziati e riprendere la guerra, aggravando ulteriormente la crisi. Per ora la milizia islamica si è limitata a chiedere a Trump di ritrattare e agli Stati arabi di intervenire, ma la situazione potrebbe precipitare. Inoltre, la follia di Trump non tiene conto di un aspetto fondamentale: i palestinesi non se ne andranno con le buone. Non esistono ferrovie a Gaza, ma se ce ne fossero, assisteremmo a vagoni blindati carichi di deportati. E i pochi Paesi citati da Trump, come l’Egitto e la Giordania, hanno già rifiutato l’idea di accogliere gli sfollati.

L’Eredità di un Imperialismo Spietato

Trump non si limita a essere rozzo e ignorante: il suo primitivismo ha conseguenze concrete. La deportazione forzata di un milione e ottocentomila palestinesi alimenterebbe un nuovo irredentismo e una resistenza ancora più feroce di quella attuale. Se oggi Hamas combatte con la speranza di un futuro Stato palestinese, la diaspora forzata trasformerebbe il conflitto in una guerra senza fine. I soldati americani mandati a Gaza diverrebbero bersagli di attentati, e la regione si infiammerebbe ancora di più.

L’intera strategia di Trump è fondata sulla violenza e sulla repressione, ma non considera le conseguenze a lungo termine. Un leader razionale saprebbe che il Medio Oriente non è una scacchiera dove si può semplicemente rimuovere un pezzo e dichiarare vittoria. Ma Trump non è un giocatore di scacchi: è un istintivo, un improvvisatore che cambia posizione in base alle convenienze immediate.

Una Politica da Showman, Non da Statista

Trump ha sempre giocato la carta dell’estremismo per compiacere la destra sionista e assicurarsi il loro appoggio. Tuttavia, questa strategia rischia di destabilizzare il suo stesso progetto politico. Il suo obiettivo dichiarato era trasformare la competizione militare globale in una competizione commerciale, riducendo il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle guerre. Ma con questa uscita su Gaza, sta facendo esattamente il contrario: sta preparando il terreno per un’escalation globale.

Perfino nei media israeliani, tradizionalmente allineati con la destra, emergono dubbi sulla fattibilità del piano di Trump. Alcuni lo considerano un bluff, altri lo vedono come una provocazione senza sbocchi concreti. Ma ciò che è certo è che questa dichiarazione ha reso il mondo un posto più instabile e pericoloso.

Un Popolo che Merita il Suo Leader

Alla fine, Trump ragiona come il popolo che lo sostiene: con istinto, visceralità, senza rispetto per gli interlocutori. La sua retorica è semplice, rozza e violenta perché si rivolge a un elettorato che non cerca soluzioni complesse, ma slogan facili da digerire. E così, mentre il mondo cerca disperatamente una via d’uscita dalla crisi, Trump gioca con il destino di milioni di persone come se fosse un bambino che tira pugni a casaccio contro il tabellone di un gioco che non sa come vincere.

Il problema non è solo Trump, ma il sistema che lo ha reso possibile. Un sistema in cui la politica estera è ridotta a uno spettacolo mediatico e in cui un uomo che si comporta come un troglodita può avere il potere di decidere il destino di interi popoli.

“Dal Piano di Rinascita Democratica alle riforme della destra: un disegno autoritario lungo quarant’anni”

Il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, maestro venerabile della loggia massonica P2 (Propaganda Due), rappresentava un progetto di ristrutturazione profonda dello Stato italiano. Redatto tra gli anni ‘70 e ‘80, aveva come obiettivo la trasformazione del sistema politico e istituzionale in senso autoritario, riducendo il pluralismo democratico e concentrando il potere nelle mani di un’élite tecnocratica e finanziaria.
Il piano prevedeva, tra le altre cose:
1. Il controllo dei media, con un’occupazione sistematica delle principali testate giornalistiche per orientare l’opinione pubblica.
2. La separazione delle carriere in magistratura, per indebolire l’indipendenza della magistratura e limitarne l’autonomia rispetto al potere politico.
3. La riforma del sistema parlamentare, con una drastica riduzione del potere legislativo del Parlamento a favore di un esecutivo forte, in un assetto che si avvicinava a un presidenzialismo autoritario.
4. L’accentramento del potere nelle mani di una ristretta élite, attraverso una rete di influenze che coinvolgeva politica, finanza, industria e apparati statali.

Se confrontiamo questi punti con le tre grandi riforme che l’attuale governo di destra sta cercando di portare avanti – separazione delle carriere dei magistrati (Forza Italia), premierato (Fratelli d’Italia), autonomia differenziata (Lega) – è evidente un filo conduttore che riconduce agli stessi principi del Piano di Rinascita Democratica.

  1. Separazione delle carriere dei magistrati

Questa proposta, sostenuta da Forza Italia, mira a distinguere nettamente tra pubblici ministeri e giudici. Sulla carta, potrebbe apparire una misura di garanzia, ma in realtà indebolisce l’indipendenza della magistratura, trasformando i PM in un corpo di fatto subordinato all’esecutivo, come avviene nei sistemi autoritari. Questo punto era centrale nel piano della P2, perché consentiva di limitare il potere giudiziario e renderlo meno pericoloso per la classe dirigente.

  1. Premierato

Il premierato, sostenuto da Fratelli d’Italia, prevede che il Presidente del Consiglio venga eletto direttamente dai cittadini, modificando l’attuale equilibrio costituzionale basato sulla centralità del Parlamento. Questa riforma mira a concentrare più potere nelle mani dell’esecutivo, riducendo il ruolo di controllo e mediazione delle altre istituzioni democratiche. Anche questo era un punto chiave della P2: l’indebolimento del Parlamento a favore di un governo forte, meno soggetto a vincoli democratici.

  1. Autonomia differenziata

L’autonomia differenziata, voluta dalla Lega, frammenta il sistema statale, assegnando maggiori poteri alle Regioni e aumentando le disuguaglianze territoriali. Questo principio rientrava nel piano di Gelli sotto l’idea di un controllo più efficace delle risorse e delle istituzioni locali da parte delle élite economiche, spezzando l’unità nazionale a vantaggio delle aree economicamente più forti.

L’inconsistenza propositiva del governo di destra

L’attuale governo di destra dimostra una mancanza di visione politica autonoma e coerente. Non propone riforme originali o un progetto di sviluppo del Paese, ma si limita a riprendere vecchi schemi elaborati da forze reazionarie già decenni fa. L’affinità con il Piano di Rinascita Democratica dimostra che questi partiti non stanno realmente rispondendo alle esigenze del presente, ma stanno attuando un’agenda che affonda le radici in un passato autoritario.

Questa continuità non è casuale: il governo attuale si inserisce in un contesto globale in cui le Upper Loges mondiali, cioè le élite finanziarie e industriali che influenzano i governi occidentali, stanno portando avanti un processo di ristrutturazione del potere. L’obiettivo è ridurre gli spazi di partecipazione democratica, aumentare il controllo sugli organi di giustizia e accentrare il potere nelle mani di pochi.

L’Italia, con il suo governo di destra, si allinea a questa tendenza senza sviluppare una propria strategia politica autonoma. Non si tratta di una reale innovazione, ma dell’applicazione di un modello deciso altrove, che mira a trasformare la democrazia parlamentare italiana in un sistema più controllabile dall’alto.

In definitiva, le riforme di questo governo non nascono da un’esigenza reale del Paese, ma sono il riflesso di un’agenda che mira a limitare la democrazia in favore di un sistema più elitario e autoritario, in perfetta continuità con il progetto che la P2 aveva concepito già quarant’anni fa.

Foibe: Storia, Memoria e Strumentalizzazioni 

Le foibe rappresentano uno dei capitoli più complessi e controversi della storia italiana del Novecento. Al di là delle narrazioni semplificate e delle strumentalizzazioni politiche, la vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata si inserisce in un contesto storico segnato da tensioni nazionali, guerre e ideologie contrapposte. Per comprendere appieno ciò che accadde, è necessario ricostruire il quadro storico, le responsabilità e le conseguenze di quegli eventi.

Un confine conteso: convivenza e fratture

La regione del confine orientale italiano, comprendente l’Istria, la Dalmazia e la Venezia Giulia, è stata per secoli un crocevia di popoli e culture. Italiani, sloveni e croati hanno condiviso territori, matrimoni misti e attività economiche, prima sotto la Repubblica di Venezia, poi nell’Impero Austro-Ungarico. Tuttavia, con la fine della Prima Guerra Mondiale e il passaggio di questi territori al Regno d’Italia, le tensioni etniche si acuirono. Il fascismo, giunto al potere nel 1922, adottò una politica di italianizzazione forzata, vietando l’uso delle lingue slave, cambiando toponimi e cognomi e reprimendo le identità culturali locali.

Con la Seconda Guerra Mondiale, la situazione degenerò ulteriormente. Nel 1941, l’Italia fascista invase e occupò la Jugoslavia, instaurando un regime di terrore nei territori annessi, con stragi, deportazioni ed esecuzioni sommarie. Questo alimentò un forte movimento partigiano guidato dai comunisti jugoslavi di Tito, che avrebbero poi svolto un ruolo chiave nelle vicende delle foibe e dell’esodo.

Le foibe: violenze e vendette

Il fenomeno delle foibe si sviluppò in due fasi principali.
• Le foibe del 1943: Dopo l’armistizio dell’8 settembre, le truppe italiane si sbandarono e i partigiani jugoslavi presero il controllo di alcune zone, colpendo principalmente coloro che erano considerati collaborazionisti del regime fascista. Vi furono episodi di giustizia sommaria, vendette personali e regolamenti di conti.
• Le foibe del 1945: Dopo la sconfitta nazifascista e l’avanzata delle truppe di Tito, iniziò una repressione più sistematica. L’obiettivo non era solo punire i fascisti, ma eliminare qualsiasi elemento che potesse opporsi all’annessione della Venezia Giulia e dell’Istria alla Jugoslavia. In questi mesi, la polizia politica jugoslava (OZNA) arrestò, deportò e giustiziò migliaia di persone, spesso gettandole nelle foibe, cavità carsiche naturali utilizzate per occultare i cadaveri. Tra le vittime non ci furono solo ex fascisti, ma anche antifascisti moderati, socialisti, alcuni comunisti, componenti del CLN, funzionari statali, intellettuali, sacerdoti e semplici cittadini italiani.

L’esodo: 300.000 italiani in fuga

Parallelamente agli eccidi, la comunità italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia affrontò un processo di esodo forzato. Circa 300.000 persone abbandonarono le loro terre, spesso in condizioni drammatiche, rifugiandosi in Italia, dove furono accolte in campi profughi e spesso trattate con indifferenza o ostilità. L’esodo non fu solo una fuga dalla repressione, ma anche il risultato di un clima di insicurezza, nazionalismo esasperato e discriminazioni nei confronti di chi era percepito come italiano.

Memoria e strumentalizzazioni

Per decenni, la tragedia delle foibe e dell’esodo è stata relegata ai margini della memoria collettiva italiana. La Guerra Fredda e il contesto politico del dopoguerra hanno contribuito a una sorta di rimozione storica, in parte per il timore di compromettere le relazioni con la Jugoslavia comunista, in parte per la difficoltà di inquadrare l’episodio in una narrazione antifascista dominante.

La Legge del 2004, che ha istituito il Giorno del Ricordo, ha riportato la questione delle foibe e dell’esodo al centro del dibattito pubblico. Tuttavia, il tema è spesso stato usato in chiave politica: da una parte, la destra ha cercato di presentare le foibe come un “olocausto degli italiani” per relativizzare le responsabilità del fascismo; dall’altra, la sinistra ha spesso evitato un’analisi approfondita, temendo di delegittimare la Resistenza.

Storici come Eric Gobetti invitano a una riflessione critica e documentata, evitando sia la negazione degli eccidi che la loro strumentalizzazione. Le foibe non furono né un genocidio anti-italiano né un semplice episodio di guerra civile: furono il risultato di una lunga catena di violenze, iniziata con l’occupazione fascista della Jugoslavia e culminata nella vendetta e nella repressione jugoslava.

Conclusione: una storia da affrontare senza retorica

Riconoscere la complessità della storia significa accettare che vi furono vittime da entrambe le parti e che la violenza non si spiega con narrazioni unilaterali. Ricordare le foibe e l’esodo significa anche ricordare le violenze del fascismo e l’oppressione delle comunità slave sotto il regime italiano. Solo attraverso una memoria storica onesta e condivisa si può costruire una reale riconciliazione, senza cadere nelle trappole della propaganda politica.

Il genocidio del popolo palestinese è la complicità dell’Occidente: la nostra vergogna storica 

di Mario sommella
Gaza è una distesa di macerie. Cinquanta milioni di tonnellate di distruzione, corpi in decomposizione sepolti sotto il cemento, acqua contaminata, malattie e fame. Questo è il risultato di un assedio disumano che si protrae senza sosta, mentre il mondo osserva in silenzio, quando non è apertamente complice.
Il reportage di Chris Hedges è un atto di accusa contro un genocidio in diretta, perpetrato con la benedizione e il supporto dell’Occidente. Non possiamo più nasconderci dietro le retoriche politiche, le giustificazioni sulla sicurezza o la propaganda mediatica: quello che sta accadendo a Gaza è un crimine contro l’umanità, un’operazione sistematica di pulizia etnica portata avanti con la forza delle bombe e la fame come arma di guerra.
Un inferno costruito con il sostegno dell’Occidente
Israele, rifornito di armi dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Italia e dal Regno Unito, ha ridotto Gaza a un cumulo di rovine, lasciando milioni di persone senza casa, senza cure mediche, senza cibo e senza speranza. I numeri parlano chiaro: il 90% della popolazione è stata sfollata, il tasso di disoccupazione è dell’80%, il PIL è crollato dell’85%. Gli ospedali, le scuole, le università, i panifici e persino i cimiteri sono stati rasi al suolo. Non è un’operazione militare: è un annientamento pianificato.
E mentre i palestinesi vengono spinti verso la disperazione più assoluta, Israele continua a impedire l’accesso della stampa internazionale a Gaza, perché l’orrore non deve essere documentato, perché le voci delle vittime devono essere soffocate.
L’ONU stima che la ricostruzione di Gaza richiederebbe almeno 50 miliardi di dollari e 15 anni, ma sappiamo che questo non accadrà. Israele non permetterà mai la rinascita di Gaza, perché il suo obiettivo è chiaro: rendere la Striscia invivibile fino a costringere alla fuga il suo popolo.
Un genocidio che l’Occidente sceglie di ignorare
Washington e le capitali europee restano inerti, complici di questo crimine storico. Non c’è alcuna volontà politica di fermare il massacro. Gli stessi governi che si riempiono la bocca con parole come “democrazia” e “diritti umani” sono gli stessi che forniscono le armi per sterminare un popolo.
Abbiamo visto genocidi nella storia recente: in Rwanda, in Bosnia, nell’Olocausto e in altri massacri coloniali dimenticati. E ogni volta, dopo la tragedia, i leader occidentali hanno ripetuto lo stesso mantra: “Mai più.” Eppure, oggi, Gaza brucia sotto gli occhi del mondo e nessuno muove un dito. L’ipocrisia è insopportabile.
Israele: un modello per i nuovi fascismi globali
Israele è diventato il laboratorio del futuro distopico che l’estrema destra mondiale sogna di realizzare ovunque: uno Stato militarizzato, etnonazionalista, che usa la violenza indiscriminata per “ripulire” la sua società da chiunque venga considerato indesiderato. Il sostegno che riceve dai governi occidentali è l’ennesima prova che la democrazia, nel mondo di oggi, è solo un’illusione per chi è abbastanza privilegiato da potersela permettere.
Mentre le bombe devastano Gaza, mentre i bambini muoiono di fame vittime dei cecchini israeliani, e i corpi restano insepolti sotto le macerie, l’Occidente non solo guarda, ma partecipa attivamente al massacro. E quando il genocidio sarà compiuto, quando la Striscia sarà svuotata e i palestinesi costretti all’esilio, i governi occidentali non avranno il diritto di dire di non sapere.
Noi lo sappiamo. E il nostro silenzio ci rende colpevoli.
Fonte: articolo pubblicato sull’anti-diplomatico da un report di Chris Hedges

Dalla legge Acerbo al Mussolinismo:la deriva autoritaria e la lezione per l’oggi 

L’articolo di Valentina Pazé richiama l’attenzione su un periodo storico cruciale per la trasformazione dell’Italia in un regime totalitario: l’adozione della Legge Acerbo e il ruolo ambiguo di Mussolini, diviso tra repressione violenta e ricerca di consenso. Il pensiero di Piero Gobetti, con la sua straordinaria lucidità, offre una chiave di lettura utile non solo per comprendere il passato, ma anche per analizzare il presente. Le somiglianze tra le strategie del fascismo nascente e alcune tendenze dell’attuale governo italiano meritano un approfondimento serio, specialmente alla luce del dibattito sulla legge elettorale e la cosiddetta “governabilità”.

La Legge Acerbo e la Svolta Autoritaria del 1924

Nel novembre 1923, il governo Mussolini presentò alla Camera la Legge Acerbo, dal nome del suo principale promotore, Giacomo Acerbo, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. La legge fu approvata con il voto di fiducia nel luglio del 1923 e applicata alle elezioni politiche del 6 aprile 1924. Essa prevedeva che il partito o la coalizione che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti avrebbe ricevuto automaticamente i due terzi dei seggi parlamentari, lasciando solo un terzo ai partiti di opposizione, indipendentemente dalla loro consistenza elettorale.

L’intento era chiaro: garantire una maggioranza schiacciante a Mussolini e ai fascisti, in modo da soffocare ogni resistenza parlamentare. Il contesto in cui la legge venne approvata era già segnato dalla violenza delle squadre fasciste contro gli avversari politici, ma formalmente tutto avvenne attraverso procedure legali. Questo è un punto cruciale: il fascismo non si impose solo con il manganello, ma anche con strumenti legislativi che alteravano in modo strutturale il sistema democratico.

Le elezioni dell’aprile 1924 sancirono il trionfo del “listone” fascista, che ottenne il 64,9% dei voti e il premio di maggioranza, assicurando a Mussolini il controllo quasi totale del Parlamento. Pochi mesi dopo, con l’omicidio di Giacomo Matteotti nel giugno 1924 e la successiva crisi del delitto, Mussolini si sentì pronto a dichiarare apertamente la sua dittatura nel gennaio 1925.

Piero Gobetti e la Critica alla “Pace Fascista”

Piero Gobetti, intellettuale antifascista e direttore della rivista Rivoluzione Liberale, fu tra i pochissimi a comprendere immediatamente il pericolo insito nella Legge Acerbo e nel progetto mussoliniano. A differenza di molti suoi contemporanei, che speravano ancora in un compromesso tra il vecchio liberalismo e il fascismo, Gobetti individuò nella combinazione di violenza e consenso la vera forza del regime nascente.

Nel brano citato nell’articolo, Gobetti sottolinea la duplice natura del fascismo: esso non si limita a essere una dittatura repressiva, ma costruisce la propria egemonia attraverso l’ambiguità, facendo apparire come legittime e necessarie le sue scelte. La Legge Acerbo fu il perfetto esempio di questa strategia: una riforma elettorale apparentemente tecnica, votata dal Parlamento, che in realtà minava alla radice il principio della rappresentanza democratica.

Gobetti non si fece ingannare dai richiami alla stabilità e alla governabilità, argomenti che all’epoca come oggi venivano usati per giustificare modifiche che riducevano la pluralità politica. Egli denunciò apertamente il tentativo di sopprimere il conflitto politico sotto una “pace forzata”, che non era altro che l’anticamera della dittatura.

Le Analogie con l’Oggi: il Pericolo della Democrazia Autoritaria

A distanza di un secolo, possiamo ravvisare inquietanti somiglianze tra le dinamiche che portarono alla crisi della democrazia liberale negli anni ’20 e le tendenze in atto nell’Italia di oggi. L’attuale governo di destra mostra un evidente interesse per riforme che alterano la rappresentanza democratica a favore di una maggiore concentrazione del potere. Tra le proposte più discusse vi sono:
1. Il premierato forte – Una riforma costituzionale che darebbe poteri eccezionali al Presidente del Consiglio, riducendo il ruolo del Parlamento.
2. Il sistema maggioritario estremo – Il tentativo di spostare l’asse elettorale verso un modello che, come la Legge Acerbo, garantisca al primo partito una maggioranza schiacciante.
3. L’indebolimento delle opposizioni – Attraverso misure come la riduzione degli spazi di rappresentanza e la delegittimazione sistematica di chiunque critichi il governo.

Proprio come nel 1924, oggi queste riforme vengono giustificate con la necessità di una “governabilità” più efficace e di un sistema politico più stabile. Ma la stabilità imposta dall’alto, se ottenuta al prezzo della riduzione della pluralità democratica, diventa un pericolo per la democrazia stessa.

Conclusione: La Lezione di Gobetti per il Futuro

Piero Gobetti ci ha lasciato un monito chiaro: la democrazia non è solo una questione di procedure, ma di contenuto politico e di conflitto tra visioni diverse della società. Ogni volta che un governo cerca di ridurre la rappresentanza delle opposizioni con il pretesto della stabilità, bisogna diffidare.

La storia ci insegna che il primo passo verso l’autoritarismo è spesso mascherato da riforme apparentemente legittime. La Legge Acerbo non venne percepita subito per la minaccia che rappresentava, e questo permise a Mussolini di rafforzarsi fino al punto di non ritorno. Oggi dobbiamo chiederci se non stiamo assistendo a un processo simile, magari più raffinato e meno violento, ma altrettanto pericoloso per la nostra democrazia.

L’unico antidoto è una vigilanza costante e una difesa senza compromessi della pluralità politica. Se il passato ci ha insegnato qualcosa, è che la democrazia non muore solo con i colpi di stato, ma anche attraverso riforme apparentemente innocue, che passo dopo passo restringono la libertà e il dissenso.
Fonte: Articolo di Valentina pazè z pubblicato su volere la luna il 3 febbraio 2025

Spyware israeliano Grafite: il governo chiarisca in aula. 

Spyware israeliano Grafite e lo scandalo delle intercettazioni: il governo chiarisca!

Il recente scandalo dello spyware israeliano Graphite, sviluppato dall’azienda Paragon Solutions, sta sollevando interrogativi inquietanti sulla sicurezza delle comunicazioni e sulla protezione dei diritti fondamentali in Italia e in Europa. Il caso, rivelato da una serie di inchieste giornalistiche, ha messo in luce il possibile spionaggio ai danni di almeno sette cittadini italiani, tra cui il capomissione di Mediterranea Saving Humans Luca Casarini e il direttore di Fanpage Francesco Cancellato.

L’aspetto più allarmante di questa vicenda è che lo spyware ha preso il pieno controllo dei dispositivi degli utenti infettati senza la necessità di cliccare su un link malevolo. È bastato l’invio di un file PDF in una chat di gruppo su WhatsApp per installare il software di sorveglianza. Il governo italiano ha dichiarato di non aver utilizzato questa tecnologia e ha attivato l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale per indagare sul caso. Tuttavia, le dichiarazioni ufficiali sollevano più domande che risposte.

Palazzo Chigi nega il coinvolgimento dell’intelligence

In una nota ufficiale, la Presidenza del Consiglio ha negato che lo spionaggio sia stato condotto dai servizi segreti italiani, sottolineando che nessuno dei soggetti coinvolti risulta sottoposto a monitoraggio da parte dell’intelligence nazionale. Secondo il governo, la questione è considerata di “particolare gravità” e, per questo motivo, è stata attivata l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, che sta collaborando con lo studio legale Advant, incaricato dalla società WhatsApp Ireland Limited.

Tuttavia, nonostante questa presa di posizione, rimangono numerose zone d’ombra. Se l’Italia non ha acquistato e utilizzato il software Graphite, chi ha ordinato le intercettazioni? Si tratta di un’operazione condotta da un’altra potenza straniera? E soprattutto, perché Paragon Solutions avrebbe interrotto i suoi rapporti commerciali con il nostro Paese, come riportato dal Guardian?

Un problema di sicurezza nazionale

Lo spionaggio digitale non è solo un problema di privacy individuale, ma una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Il fatto che un’azienda straniera possa aver venduto un software militare a 35 governi, alcuni dei quali noti per il loro scarso rispetto dei diritti umani, rende evidente la pericolosità di questi strumenti di sorveglianza di massa.

La vicenda assume contorni ancora più preoccupanti se si considera che le utenze coinvolte non appartengono solo a cittadini italiani, ma anche a numerosi altri paesi europei, tra cui Belgio, Germania, Spagna, Svezia e molti altri. Questo suggerisce che dietro lo scandalo ci sia una strategia più ampia, mirata a colpire attivisti, giornalisti e oppositori politici.

Le richieste dell’opposizione: serve trasparenza

Le forze di opposizione – Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), Partito Democratico (Pd) e Movimento 5 Stelle (M5s) – hanno chiesto un’informativa urgente del governo alla Camera per chiarire la vicenda. “Chi mente?” si domanda Marco Grimaldi (Avs), sottolineando che, se il governo italiano non ha mai avuto rapporti con Paragon, allora chi ha eseguito le intercettazioni?

Le risposte fornite finora da Palazzo Chigi non convincono e non dissipano i dubbi su una possibile complicità, diretta o indiretta, nell’uso dello spyware. Altrove, scandali simili hanno portato a dimissioni e crisi di governo, mentre in Italia si cerca ancora di insabbiare la questione.

Diritti fondamentali sotto attacco

Il caso Graphite si inserisce in un contesto più ampio di erosione dei diritti fondamentali. L’uso indiscriminato di software di sorveglianza da parte di governi e attori privati rappresenta una minaccia per la libertà di stampa, il diritto alla privacy e la democrazia stessa. Non si tratta solo di un problema tecnologico, ma di una questione politica e sociale.

I giornalisti e gli attivisti spiati rappresentano una voce critica, un baluardo contro il potere incontrollato. Attaccarli significa minare uno dei pilastri della democrazia: il diritto all’informazione. È per questo che la società civile deve pretendere trasparenza, risposte concrete e, soprattutto, misure efficaci per prevenire future violazioni.

Conclusioni: un appello alla vigilanza democratica

Questa vicenda dimostra ancora una volta quanto sia fragile la nostra sicurezza digitale e quanto facilmente strumenti di spionaggio possano essere usati per scopi politici e repressivi. La sorveglianza illegale e senza controllo non è solo un problema tecnico, ma un’emergenza democratica.

Il governo italiano ha il dovere di chiarire ogni aspetto della vicenda, senza ambiguità o omissioni. Nel frattempo, i cittadini, le associazioni e i giornalisti devono restare vigili e mobilitarsi per difendere i diritti fondamentali da ogni tentativo di manipolazione e controllo.

La battaglia per la libertà non si combatte solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nella difesa quotidiana della nostra privacy e della nostra democrazia.

L’inadeguatezza di un governo improvvisato: il caso Almasri e l’assenza di Meloni 

Dopo due settimane di silenzio, il governo ha finalmente riferito sulla vicenda di Almasri. Ma invece di una versione chiara e univoca, ne sono emerse due, contrastanti tra loro. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi hanno parlato separatamente, senza mai nominare Palazzo Chigi, senza coordinarsi e senza chiarire se, nei giorni cruciali dell’arresto, del rilascio e del rimpatrio di Almasri, si siano mai confrontati. A giudicare dalle loro dichiarazioni in Aula, la risposta sembra essere negativa.

Nordio ha insistito sull’invalidità del mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale, sostenendo che conteneva errori tali da renderlo “radicalmente nullo” e che la Corte d’appello non avrebbe potuto convalidarlo. Dall’altra parte, Piantedosi ha giustificato l’espulsione immediata di Almasri con un presunto rischio per la sicurezza nazionale, affermando che era l’unica misura possibile per tutelare lo Stato. Due narrazioni parallele e inconciliabili, che sollevano più dubbi di quanti ne risolvano.

Ma il punto centrale della vicenda non è solo la confusione generata dai due ministri. È l’assenza della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha preferito non presentarsi in Parlamento, delegando ai suoi uomini la gestione di una crisi istituzionale da lei stessa alimentata con un video ridicolo e propagandistico. Una scelta che dimostra l’insofferenza verso le istituzioni e il disprezzo per il confronto democratico, evidenziando l’inadeguatezza e il pressappochismo con cui questo governo affronta le situazioni più delicate.

Non è solo una questione di errori tecnici o di mancanza di coordinamento. È l’ennesima dimostrazione di una gestione basata su reazioni istintive, mosse da ripicca e improvvisazione più che da una reale conoscenza delle leggi e del rispetto della Costituzione. Il governo Meloni, con la sua retorica di scontro permanente, dimostra non solo di essere impreparato sotto il profilo giuridico e amministrativo, ma anche di nutrire un atteggiamento ostile verso i principi fondamentali dello Stato di diritto.

In questo scenario, la destra al potere continua a mostrarsi come un’ombra del suo passato più oscuro, con atteggiamenti che ricordano più la mentalità autoritaria del secolo scorso che una visione moderna della democrazia. Non si tratta di difendere gli interessi dell’Italia, ma di portare avanti una rivalsa contro il sistema democratico nato dalla Resistenza al nazifascismo, un’insofferenza verso le regole e i limiti imposti dalla Costituzione.

L’assenza di Meloni in Parlamento non è solo una mancanza di rispetto per le istituzioni, ma il segno evidente di una leadership fragile, incapace di affrontare il dibattito democratico e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Un governo che si rifugia nella propaganda e nell’arroganza, ma che, alla prova dei fatti, dimostra solo incompetenza e confusione.