Israele ha devastato Gaza in un’operazione militare di una brutalità senza precedenti nella storia recente. Con oltre 45.000 morti palestinesi, più di 100.000 feriti, la distruzione sistematica di case, ospedali, scuole e infrastrutture, Tel Aviv ha tentato di annientare Hamas e di cancellare la resistenza palestinese. Tuttavia, nonostante l’enorme prezzo in vite umane e le risorse impiegate, Israele sta perdendo la guerra.
Il fallimento militare: Hamas è ancora in piedi
L’obiettivo dichiarato di Israele era l’eliminazione di Hamas. Dopo più di un anno e mezzo di bombardamenti incessanti, incursioni terrestri e operazioni mirate, Hamas non solo non è stato sconfitto, ma è ancora in grado di combattere. Il movimento islamista continua a operare nelle sue vaste reti di tunnel, mantenendo una struttura militare organizzata. La consegna degli ostaggi israeliani, effettuata da uomini armati in tuta mimetica con il volto coperto, ha dimostrato al mondo che Hamas non è stato smantellato, ma è ancora in grado di dettare le condizioni di uno scambio.
Il bacino di reclutamento del movimento non è mai stato così ampio: ogni bombardamento che uccide una famiglia palestinese alimenta la determinazione delle nuove generazioni a combattere Israele. Il massacro di Gaza non ha portato alla distruzione di Hamas, ma ha rafforzato la sua narrativa di resistenza, attirando sostegno non solo nei territori occupati, ma in tutto il mondo arabo e oltre.
Il disastro politico: Israele ha perso la battaglia dell’opinione pubblica
Se sul piano militare il risultato è incerto, su quello politico il bilancio per Israele è disastroso. Per decenni, Tel Aviv ha costruito la sua immagine di “unica democrazia del Medio Oriente”, giustificando la sua politica con il diritto alla sicurezza. Tuttavia, il massacro di Gaza ha smascherato il vero volto del progetto sionista: un disegno coloniale, fondato sulla pulizia etnica e sullo sterminio sistematico del popolo palestinese.
Le immagini dei bombardamenti su scuole e ospedali, delle fosse comuni, dei bambini estratti morti dalle macerie hanno cambiato la percezione globale. Oggi Israele è più isolato che mai: cresce il boicottaggio internazionale, aumentano le condanne da parte di organismi come l’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia. Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti e di alcune potenze europee non è più sufficiente a mascherare la realtà.
Donald Trump e il ruolo della nuova amministrazione americana
La sconfitta politica di Israele si inserisce in un contesto geopolitico in rapido mutamento. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha riportato in primo piano un’agenda aggressiva nei confronti del Medio Oriente, con un sostegno ancora più esplicito a Netanyahu e al suo governo di estrema destra.
Durante la sua prima presidenza, Trump ha dimostrato un totale allineamento con la destra israeliana: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale, il sostegno agli insediamenti illegali in Cisgiordania e la normalizzazione con alcuni Paesi arabi hanno rafforzato il progetto del “Grande Israele”. Tuttavia, la sua strategia ha anche portato all’escalation attuale, distruggendo ogni possibilità di una soluzione politica e spingendo i palestinesi all’angolo.
Oggi, con un Congresso repubblicano ostile a ogni forma di mediazione e un’amministrazione che considera la Palestina un “problema secondario”, l’agenda di Trump potrebbe trasformare la guerra in un conflitto ancora più devastante. Il nuovo presidente ha già annunciato un rafforzamento degli aiuti militari a Israele e una maggiore pressione su Iran, Siria e Hezbollah, alimentando il rischio di un’escalation regionale.
Tuttavia, il sostegno cieco a Israele potrebbe rivelarsi un boomerang per Washington. Il massacro di Gaza ha alienato gran parte dell’opinione pubblica globale, compresa quella americana: all’interno degli Stati Uniti cresce il dissenso, con manifestazioni pro-palestinesi che coinvolgono sempre più giovani e minoranze etniche. L’America di Trump rischia di trovarsi isolata su un tema che sta ridisegnando gli equilibri geopolitici mondiali.
Verso una nuova resistenza internazionale
La tragedia palestinese ha messo in moto una reazione globale senza precedenti. Centinaia di ONG, associazioni e movimenti stanno lavorando per sostenere Gaza, raccogliendo aiuti e informando l’opinione pubblica sulle atrocità commesse da Israele. Ma questo non basta.
È necessario costruire una rete più strutturata, un’Alleanza Internazionale per la Resistenza Palestinese che unifichi gli sforzi e coordini le azioni a livello globale. Serve pressione politica sui governi affinché contribuiscano alla ricostruzione di Gaza con risorse concrete. Occorre organizzare campagne di boicottaggio economico più efficaci, rafforzare la lotta contro la disinformazione mediatica e riportare la mobilitazione nelle piazze, nelle scuole, nelle università.
Israele ha distrutto Gaza, ma non ha vinto. Il popolo palestinese continua a resistere, e con esso cresce una nuova consapevolezza globale: il tempo delle narrazioni imposte sta finendo. La storia, come sempre, sarà scritta dai popoli e non dagli oppressori.
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