L’isola che non si inginocchia

Cuba sotto assedio: incriminazioni, portaerei e 100 milioni di dollari.

L’anatomia di una guerra politica mascherata da legalità

Il 20 maggio 2026, giorno in cui Cuba commemora la propria indipendenza formale, Washington ha scelto di lanciare due operazioni simultanee contro l’isola. Non è simbolismo casuale: è la grammatica dell’imperialismo, che non rinuncia al gesto teatrale neppure quando agisce da carnefice. Da un lato il Dipartimento di Giustizia statunitense ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, per l’abbattimento di due aerei dell’associazione Hermanos al Rescate avvenuto nel febbraio del 1996. Dall’altro, il Segretario di Stato Marco Rubio ha diffuso un videomessaggio in spagnolo rivolto direttamente ai cittadini cubani, promettendo cento milioni di dollari in aiuti alimentari e medicinali, da distribuire tramite la Chiesa cattolica e organizzazioni non governative selezionate da Washington, escludendo deliberatamente lo Stato cubano. Nel frattempo, il Comando Sud delle forze armate statunitensi (Southcom) annunciava l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nelle acque caraibiche.

Tre mosse. Un solo disegno. Cuba nel mirino di un impero che da sessant’anni non riesce a piegarla e che, nell’impossibilità di farlo sul piano della storia, prova a farlo sul piano della forza, della propaganda e della criminalizzazione giudiziaria.

1. L’incriminazione: quando il diritto diventa arma di guerra

L’atto d’accusa supplementare del Dipartimento di Giustizia, reso pubblico il 20 maggio, incrimina Raúl Castro insieme ad altri cinque imputati — Lorenzo Alberto Pérez-Pérez, Emilio José Palacio Blanco, José Fidel Gual Barzaga, Raúl Simanca Cárdenas e Luis Raúl González-Pardo Rodríguez — per il loro presunto ruolo nell’abbattimento del 24 febbraio 1996 di due piccoli aerei civili partiti dagli Stati Uniti. I capi di accusa sono associazione a delinquere finalizzata all’omicidio di cittadini statunitensi, omicidio e distruzione di un’aeromobile. Nell’incidente persero la vita quattro persone: tre cittadini americani di origine cubana e un residente permanente.

I fatti, nella versione statunitense, sembrano semplici: un’organizzazione umanitaria abbattuta senza motivo in acque internazionali. La realtà storica è assai più complessa. Tra il 1994 e il 1996, aerei di Hermanos al Rescate avevano effettuato decine di voli sopra il territorio cubano, violando lo spazio aereo dell’isola, lanciando volantini e svolgendo missioni che il governo dell’Avana aveva denunciato ripetutamente alle autorità statunitensi e agli organismi internazionali. Cuba aveva emesso formali avvertimenti diplomatici, notificando che non avrebbe più tollerato ulteriori violazioni della propria sovranità territoriale. Washington era informata. E non intervenne per fermare i voli.

La verità che il Dipartimento di Giustizia omette è che l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, in un’indagine successiva all’episodio, accertò che almeno due dei quattro aerei si trovavano in acque internazionali al momento dell’abbattimento, ma che l’intera operazione di Hermanos al Rescate era inserita in un contesto sistematico di provocazioni contro la sovranità cubana. Non si trattava di semplice soccorso umanitario in mare: era un’organizzazione politicamente e ideologicamente orientata, cresciuta all’ombra dell’esilio cubano di Miami, dell’anticomunismo della guerra fredda e dei finanziamenti federali americani a gruppi ostili al governo dell’Avana. Questa complessità non esiste per il Dipartimento di Giustizia di Donald Trump, che trasforma un incidente diplomatico degli anni Novanta in un atto d’accusa penale del 2026 per conseguire un obiettivo politico presente: delegittimare e destabilizzare Cuba.

La decisione di incriminare un uomo di novantaquattro anni — che non ha alcun incarico governativo ufficiale dall’aprile 2021, quando ha lasciato anche la guida del Partito Comunista Cubano — dice tutto sulla natura di questa operazione. Non è giustizia. È propaganda imperiale con la toga del procuratore. È il tentativo di criminalizzare retrospettivamente la Rivoluzione cubana nella sua figura più simbolica. La stessa tecnica già sperimentata con Nicolás Maduro, incriminato da Washington per narcotraffico nel 2020 e poi catturato nel gennaio 2026 in un’operazione militare mascherata, che usò la portaerei Gerald Ford nel mar dei Caraibi esattamente come si usa oggi la Nimitz davanti alle coste di Cuba.

2. La portaerei: quando il linguaggio della diplomazia si chiama deterrenza

Il 20 maggio 2026, lo stesso giorno dell’incriminazione, il Comando Sud statunitense ha annunciato l’ingresso della portaerei nucleare USS Nimitz e del suo gruppo d’attacco nei Caraibi, composto dalla USS Gridley e dalla nave da rifornimento USNS Patuxent. Il comunicato ufficiale parla di ‘sicurezza regionale e prontezza operativa’. Il Southcom ha tenuto a precisare, in una nota sui social, che la Nimitz ha già dimostrato la propria capacità operativa ‘dallo Stretto di Taiwan fino al Golfo Persico’.

Il messaggio militare è chiarissimo: quello stesso strumento bellico che ha supportato operazioni di guerra in Asia e in Medio Oriente è ora posizionato davanti all’isola di Cuba. La tempistica — coincidente con l’incriminazione e con il video di Rubio — non lascia spazio all’ambiguità. Fonti militari citate dal New York Times hanno precisato che la Nimitz non è stata dispiegata per un’invasione su larga scala, ma come ‘show of force’, un’esibizione di potenza destinata a intimidire il governo di L’Avana. La stessa portaerei Gerald Ford era stata usata nei Caraibi prima della cattura di Maduro il 3 gennaio 2026. La sequenza non è casuale: prima la pressione militare, poi l’operazione. Cuba è avvertita.

Trump aveva già dichiarato pubblicamente, il 5 marzo 2026, che il cambio di regime a Cuba era ‘una questione di tempo’, rimandando solo alla necessità di concludere prima la campagna militare contro l’Iran. Il Wall Street Journal aveva rivelato che la Casa Bianca stava cercando funzionari cubani disponibili a ‘fare un accordo’ con Washington per rovesciare il governo dall’interno. Il piano è pubblico. Non è una cospirazione da rivelare: è una dichiarazione di intenti imperiale esibita senza pudore.

3. I cento milioni: la filantropia come strumento di regime change

Rubio ha costruito il suo videomessaggio del 20 maggio con la cura di un pubblicitario. Tono paterno, spagnolo forbito, retorica della liberazione. Ha offerto cento milioni di dollari in cibo e medicine al popolo cubano, ma con una condizione: gli aiuti devono essere distribuiti attraverso la Chiesa cattolica — Cáritas — e organizzazioni non governative ‘affidabili’, escludendo esplicitamente lo Stato cubano e il conglomerato economico GAESA.

Prima di parlare di aiuti, occorre parlare della crisi che questi aiuti vogliono alleviare. Cuba attraversa la più grave crisi energetica della propria storia recente. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha ammesso a maggio che l’isola non dispone ‘assolutamente di nulla di carburante, di diesel, solo gas associato’. Il deficit elettrico ha superato i 2.204 megawatt durante i picchi notturni, con blackout che a L’Avana hanno raggiunto le ventidue ore consecutive. La popolazione soffre. Scuole e ospedali sono in difficoltà. La crisi alimentare è reale.

Ma chi ha prodotto questa crisi? Il 7 maggio 2026, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro statunitense aveva sanzionato la GAESA, il conglomerato economico-militare cubano che controlla circa il settanta per cento dell’economia dell’isola, tra alberghi, banche, costruzioni, negozi e sistema delle rimesse. Negli stessi giorni, l’amministrazione Trump aveva minacciato dazi ai paesi che rifornivano di petrolio Cuba, accelerando il blocco già devastante dei combustibili. È lo stesso schema che l’imperialismo americano applica da decenni: prima strangola economicamente un paese, poi si presenta con i soccorsi e addebita la miseria al governo socialista.

La proposta di Rubio va letta in questa cornice. Canalizzare cento milioni di dollari attraverso reti di ONG e istituzioni religiose — selezionate da Washington, non dal governo cubano — significa costruire reti di influenza parallele all’interno dell’isola, indebolire la credibilità dello Stato di fronte alla propria popolazione, creare dipendenze economiche dai finanziatori americani, preparare il terreno per un processo di destabilizzazione interna. È il modello che l’USAID e la National Endowment for Democracy hanno applicato in Nicaragua, in Venezuela, in Bolivia. Non è aiuto umanitario: è ingegneria del regime change finanziata con denaro pubblico statunitense.

Il direttore della CIA John Ratcliffe si era già recato all’Avana per incontrare Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, trasmettendo il messaggio che ‘il tempo per fare cambiamenti fondamentali sta per scadere’. L’incontro, secondo fonti informate, non è andato bene. Washington stava già preparando la risposta.

4. Marco Rubio: il volto dell’imperialismo con la cravatta dei diritti umani

Per comprendere la natura di questa offensiva è indispensabile comprendere chi è Marco Rubio e di cosa è l’erede politico. Rubio non è nato come politico democratico: è cresciuto dentro l’ecosistema del conservatorismo cubano-americano di Miami, quella galassia politica che affonda le proprie radici nella classe proprietaria e nelle élite che persero privilegi, affari e controllo sull’isola dopo il 1959. Un universo cresciuto storicamente all’ombra della CIA, delle operazioni clandestine, della guerra fredda e dell’industria milionaria dell’anticomunismo. Figure vicine a quell’ambiente sono state ripetutamente coinvolte in scandali di frode, riciclaggio, corruzione e relazioni con ambienti criminali. La carriera di Rubio è costruita dentro quel sistema.

Oggi questo stesso uomo parla di diritti umani, di libertà, di aiuti umanitari. Lo fa mentre sostiene il blocco economico contro Cuba, le sanzioni finanziarie che impedono all’isola di accedere ai mercati internazionali, il boicottaggio energetico che priva di carburante scuole e ospedali, le misure coercitive che colpiscono prima di tutto la popolazione comune. La sequenza è sempre la stessa: producono la miseria, poi vendono la salvezza; creano l’emergenza, poi si offrono come soccorritori. È il colonialismo del ventunesimo secolo, che non ha più bisogno di amminstrazioni coloniali perché ha imparato a usare la povertà come leva.

Rubio chiede al popolo cubano di non ascoltare il proprio governo. Ma con quale autorità morale parla? Gli Stati Uniti hanno novantasette basi militari in tutto il mondo. Hanno rovesciato governi democraticamente eletti in Iran, in Guatemala, in Cile, in Honduras. Hanno invaso Iraq, Afghanistan, Libia, lasciando dietro di sé decenni di guerra civile. Gestiscono il carcere di Guantánamo — su suolo cubano, per ironia della storia — dove decine di persone sono state detenute per anni senza processo, sottoposte a torture sistematiche documentate. Hanno catturato Nicolás Maduro con un’operazione militare nel gennaio 2026 in spregio a ogni regola del diritto internazionale. E ora vengono a parlare di diritti umani a Cuba.

5. Cuba e la sovranità come resistenza

Sarebbe disonesto tacere le contraddizioni interne alla Cuba di oggi. La crisi economica è reale e devastante. I blackout prolungati, la carenza di alimenti e medicinali, le difficoltà quotidiane di milioni di persone non sono invenzioni imperialiste: sono fatti. Il governo cubano porta proprie responsabilità nella gestione economica dell’isola, come ogni governo porta le proprie. Ma analizzare Cuba fuori dal contesto del blocco economico — in vigore ininterrottamente dal 1962, costantemente inasprito con nuove sanzioni e misure coercitive — è intellettualmente disonesto. È come valutare la salute di un pugile dimenticando che qualcuno lo sta prendendo a calci alle gambe da trent’anni.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato per trentatré anni consecutivi risoluzioni che chiedono la fine del blocco. Nel 2023, hanno votato contro solo due paesi: gli Stati Uniti e Israele. Il resto del mondo, comprese le democrazie liberali europee, si è espresso per la fine dell’embargo. Questa unanimità globale non appare nelle trasmissioni dei canali americani. Non entra nel videomessaggio di Rubio. Non compare nell’atto d’accusa del Dipartimento di Giustizia.

Cuba continua ad essere l’unico paese al mondo che invia medici — non soldati — nelle emergenze internazionali. Il programma di cooperazione sanitaria cubana ha portato decine di migliaia di professionisti della salute in Africa, in America Latina, in Asia. Cuba ha formato gratuitamente studenti di medicina provenienti dai paesi più poveri del pianeta, compresi gli Stati Uniti, attraverso la Escuela Latinoamericana de Medicina. Nonostante il blocco, ha sviluppato vaccini propri — tra cui il CIMAvax contro il cancro al polmone — che hanno attirato l’interesse di istituti scientifici internazionali. Questi fatti non cancellano le difficoltà interne, ma ridimensionano radicalmente il frame narrativo dell’impero.

6. Il diritto internazionale e l’autodeterminazione come posta in gioco

La questione cubana non riguarda soltanto Cuba. Riguarda la tenuta di principi fondamentali del diritto internazionale che gli Stati Uniti stanno sistematicamente smontando. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, afferma che ogni popolo ha il diritto di determinare liberamente il proprio sistema politico, economico e sociale. Non è un’opinione: è diritto internazionale vincolante. Washington si arroga invece il diritto di decidere quali governi siano legittimi e quali no, quali popoli abbiano diritto alla sovranità e quali debbano essere ‘liberati’.

Il precedente Venezuela è illuminante e dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dell’ordine internazionale. La cattura di Maduro del 3 gennaio 2026 — organizzata con un’operazione militare extragiudiziale — ha mostrato che gli Stati Uniti sono disposti a violare la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite per rimuovere un governo che non gradiscono. Se questo modello dovesse essere applicato a Cuba, si tratterebbe di un salto ulteriore verso un ordine mondiale fondato sulla legge del più forte, non sul diritto dei popoli.

La Rivoluzione cubana ha enormi complessità, contraddizioni e limiti che meritano analisi seria e onesta. Ma nessun tribunale statunitense, nessun Dipartimento di Giustizia e nessun Segretario di Stato hanno la legittimità di decidere il destino di un popolo sovrano. Quando un impero si arroga questo diritto, il problema non è locale: è globale. E chi tace davanti all’aggressione a Cuba oggi, non avrà argomenti domani quando la stessa logica verrà applicata altrove.

7. Resistere alla narrativa dell’impero

La campagna contro Cuba nel maggio 2026 è la sintesi di un sistema di potere che usa simultaneamente tutti gli strumenti disponibili: il diritto penale internazionale trasformato in arma geopolitica, la filantropìa come vettore di destabilizzazione, la deterrenza militare come messaggio di intimidazione, e la macchina mediatica come amplificatore di narrazioni parziali. Ogni singolo strumento, preso isolatamente, ha una parvenza di legittimità. Insieme, formano l’anatomia di una guerra politica orchestrata contro un paese che si permette di esistere fuori dall’orbita dell’impero.

L’isola che non si inginocchia non è uno slogan romantico: è un dato geopolitico. Sessant’anni di blocco, terrorismo anticubano organizzato e finanziato da Miami, sabotaggi economici, campagne di destabilizzazione — e Cuba è ancora lì, con tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi problemi reali, ma sovrana. Questa sovranità è intollerabile per Washington, non perché Cuba rappresenti una minaccia militare — è un paese di undici milioni di abitanti, senza arsenale nucleare, senza proiezione militare globale — ma perché rappresenta l’esistenza possibile di un’alternativa al modello che l’impero vuole imporre come unico.

Comprendere Cuba significa comprendere il meccanismo con cui il potere globale criminalizza chi rifiuta di obbedire. Significa interrogarsi su quale ordine internazionale vogliamo: uno fondato sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, o uno fondato sul diritto dei più forti di decidere per tutti gli altri. Non è una domanda retorica. È la domanda politica fondamentale del nostro tempo. E la risposta che diamo davanti a Cuba dice chi siamo, non chi è Cuba.

Fonti

Il Post — «Raúl Castro è stato incriminato negli Stati Uniti», 20 maggio 2026

Sbircia la Notizia — «Nicaragua sostiene Raúl Castro: il messaggio di Ortega», 22 maggio 2026

L’Unità — «Cuba come il Venezuela, il DoJ incrimina Raúl Castro», 21 maggio 2026

L’Espresso — «Prima l’incriminazione per Castro, poi la portaerei nei Caraibi», 21 maggio 2026

Internazionale — «Si stringe il cerchio intorno a Cuba», 21 maggio 2026

Sky TG24 — «Cuba, gli Stati Uniti schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi», 21 maggio 2026

Il Giornale — «Gli Usa schierano la portaerei Nimitz nei Caraibi: Trump alza la pressione su Cuba», 21 maggio 2026

Formiche.net — «L’offensiva americana contro Cuba entra nel vivo», 20 maggio 2026

InsideOver — «Gli Usa strangolano Cuba, poi mandano la CIA all’Avana», maggio 2026

Vita.it — «Cuba al collasso: mancano acqua, medicine e carburante», maggio 2026

Al Jazeera — «Trump says regime change in Cuba is question of time after Iran», 5 marzo 2026

The Wall Street Journal — «Trump seeking regime change in Cuba by end of the year», gennaio 2026

CNN en Español — Live news: incriminazione Raúl Castro, 20 maggio 2026

ANSA — «Incontro delegazioni USA-ONU sugli aiuti diretti ai cubani», 20 maggio 2026

Categorie:

Geopolitica | Imperialismo e politica estera USA | America Latina | Diritti dei popoli | Pace e guerra

Tag:

Cuba | Stati Uniti | Marco Rubio | Raúl Castro | Hermanos al Rescate | USS Nimitz | blocco economico | embargo | regime change | GAESA | Donald Trump | sovranità | diritto internazionale | Rivoluzione cubana | destabilizzazione | Caraibi | Southcom | autodeterminazione dei popoli | guerra politica | CIA

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere     |     CC BY-NC-SA 4.0

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.

Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

Nella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.

Cuba 1961: lo sbarco fallito alla Baia dei Porci, esuli addestrati dalla CIA per abbattere il governo rivoluzionario di Fidel Castro.

Repubblica Dominicana 1965: truppe statunitensi sbarcano per “ristabilire l’ordine”, soffocando un tentativo di ritorno alla legittimità costituzionale.

Cile 11 settembre 1973: il colpo di Stato militare che uccide Salvador Allende e apre la strada alla dittatura di Pinochet, con documentata regia politico-militare di Washington sullo sfondo.

Grenada 1983: Operazione “Urgent Fury”, invasione di un micro-Stato per impedire che si consolidi un governo percepito come troppo vicino a Cuba e all’URSS.

Panama 1989: Operazione “Just Cause”, bombardamenti su quartieri popolari e cattura del presidente Manuel Noriega, trascinato in catene negli USA.

Caracas 2026 è dentro questa genealogia. La “Dottrina Trump” non è una rottura, ma l’aggiornamento brutale di una logica costante: il diritto internazionale è valido per gli altri, mentre gli Stati Uniti conservano per sé il privilegio dell’eccezione permanente.

La foglia di fico della droga: quando gli esperti smentiscono la propaganda

Come giustificare oggi un bombardamento e un rapimento di un presidente straniero? Trump ha scelto la foglia di fico della “guerra alla droga”. Maduro viene dipinto come capo del “Cartel de los soles”, il Venezuela trasformato in narco-Stato minaccioso per la sicurezza degli statunitensi.

Ma se si guarda ai dati, la narrazione crolla. Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali di criminalità organizzata, autore con Nicola Gratteri del volume “Cartelli di sangue”, ricorda che il Venezuela è marginale nelle rotte del narcotraffico internazionale: il cuore della produzione di cocaina resta la Colombia, con Perù e Bolivia a seguire, mentre grandi hub logistici sono oggi Ecuador, alcuni porti centroamericani e naturalmente il Messico per quanto riguarda il fentanyl.

La stessa DEA, che non è certo tenera con Caracas, descrive il “Tren de Aragua” come gruppo violento e pervasivo ma con ruolo principalmente interno o regionale, e indica il coinvolgimento in traffici di droga “su piccola scala”.

Se davvero l’obiettivo fosse la droga, l’ordine di battaglia statunitense si rivolgerebbe altrove: contro i cartelli messicani che inondano gli USA di fentanyl, contro le aree di coltivazione colombiane, contro i porti e i terminal container dove passa la maggior parte della cocaina diretta in Nordamerica e in Europa. Il fatto che si sia scelto il Venezuela – marginale rispetto a questi flussi – rende evidente ciò che Nicaso riassume con una chiarezza disarmante: il narcotraffico non c’entra, la motivazione reale è un’altra.

Petrolio, tre volte petrolio: l’obiettivo vero

La reale motivazione si chiama petrolio. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di greggio al mondo, oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja del Orinoco, un petrolio “pesante” ma strategico in un pianeta che, nonostante la retorica green, resta strutturalmente dipendente dagli idrocarburi.

Lo dice senza giri di parole l’economista Jeffrey Sachs: per Washington, la priorità è “ricostruire e gestire” i giacimenti venezuelani, non certo liberare il popolo. È l’ennesimo regime change pensato e preparato da oltre vent’anni – fin dal colpo di Stato fallito del 2002 contro Hugo Chávez – oggi condotto in modalità apertamente arbitraria, aggirando ONU e diritto internazionale.

Il paradosso più violento è nella retorica proprietaria usata da Trump: Maduro e il suo governo vengono accusati di aver “rubato” petrolio, terra e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È un rovesciamento totale della legalità: il petrolio che giace nel sottosuolo venezuelano, per ogni concezione minimamente decente del diritto internazionale, appartiene al popolo venezuelano. È quell’appropriazione coloniale – considerare “nostre” le risorse altrui – a costituire il crimine originario.

Dire che i venezuelani hanno “rubato” il petrolio americano è un cortocircuito logico e giuridico: è come se il rapinatore accusasse il proprietario di avergli sottratto il bottino. Eppure questa è la narrazione che viene confezionata e rilanciata, pronta per essere introiettata dall’opinione pubblica occidentale.

Dal narco-Stato alle “armi di distruzione di massa”: il copione che si ripete

Il copione è fin troppo noto. Prima si costruisce un’accusa assoluta – il dittatore come capo di un cartello, il regime come minaccia globale – poi, a posteriori, si cercherà di “trovare” prove per darle una parvenza di credibilità. Ma ad oggi non esiste alcuna dimostrazione seria che Maduro sia il vertice operativo di un’organizzazione criminale internazionale.

Il parallelo con le “armi di distruzione di massa” in Iraq è inevitabile. Anche allora si costruì un castello di menzogne – dossier manipolati, prove inesistenti, ricostruzioni fantasiose – per invadere un paese sovrano, rovesciare un governo sgradito e ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Quelle armi non furono mai trovate; a restare fu solo un Paese devastato, centinaia di migliaia di morti, una regione destabilizzata per decenni.

Oggi, l’accusa di essere il “capo dei narcos” serve a svolgere la stessa funzione: giustificare l’ingiustificabile. Si ripete la sequenza: demonizzare, isolare, colpire. Solo che la scala del crimine, questa volta, comprende anche il rapimento di un capo di Stato, trasportato in un luogo ignoto, al di fuori di qualsiasi giurisdizione riconoscibile.

Il diritto internazionale in macerie: Atene, Milo e la realpolitik a stelle e strisce

Sachs, richiamando Tucidide, riporta alla memoria il celebre dialogo tra Atene e gli abitanti di Milo: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. È il manifesto più limpido del potere nudo, che non ha bisogno di maschere giuridiche.

Nel caso venezuelano, la violazione della Carta delle Nazioni Unite è persino scolastica:

non c’è stata alcuna aggressione armata del Venezuela contro gli Stati Uniti;

non esiste un mandato del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’uso della forza;

non c’è alcun contesto di legittima difesa, individuale o collettiva.

Eppure missili, incursioni e “commando” aviolanciati hanno colpito un paese sovrano, rapendone il presidente. È difficile immaginare un caso più lampante di guerra di aggressione. Ma a Washington questo non interessa: là dove la ragione del più forte diventa l’unico criterio, ONU, corti penali internazionali e convenzioni multilaterali sono orpelli da aggirare.

Questa è, in filigrana, la vera Dottrina Trump: il mondo come scacchiera in cui non esistono regole, solo rapporti di forza. Chi ha portaerei e basi militari decide; chi non le ha, subisce.

Il “cortile di casa” 4.0: egemonia, petrolio e multipolarismo autoritario

L’attacco al Venezuela va letto anche nel quadro della competizione globale tra potenze. Per gli Stati Uniti, il paese bolivariano è un tassello chiave di almeno tre partite:

controllo delle risorse energetiche (la Faja dell’Orinoco come gigantesca riserva di greggio;

contenimento della presenza russa e cinese in America Latina;

disciplinamento di ogni progetto politico sovranista e redistributivo nel continente.

È qui che la “Dottrina Trump” mostra la sua natura di risposta aggressiva al mondo multipolare in costruzione: non si tratta di difendere la democrazia, ma di riaffermare una gerarchia imperiale lì dove sono emerse alternative, per quanto contraddittorie. Il linguaggio da padrone di piantagione – “gestiremo noi il Venezuela finché non ci sarà una transizione giusta” – lo conferma: non si riconosce soggettività politica al popolo venezuelano, ma solo una condizione di tutela coloniale.

Europa, Italia e il silenzio complice

La reazione europea è, ancora una volta, la cartina di tornasole dei doppi standard. Mentre perfino una parte del mondo accademico e dei movimenti negli Stati Uniti denuncia l’arbitrarietà di un’operazione che calpesta ONU e diritto internazionale, diversi governi europei si trincerano dietro formule ambigue o, peggio, definiscono l’intervento “legittimo”, come emerso da dichiarazioni riportate dalla stampa italiana.

Siamo di fronte allo stesso schema già visto altrove: la violenza dell’alleato principale viene derubricata a “azione controversa”, per non mettere in discussione l’architettura politico-militare dell’Occidente. Gli stessi governi che invocano il diritto internazionale quando a violarlo è un avversario geopolitico, improvvisamente lo relativizzano quando a sganciare le bombe è Washington.

Questo scarto non è solo ipocrisia morale. È un pezzo della crisi profonda delle istituzioni nate dopo il 1945: un ordine internazionale in cui alcune potenze si sentono autorizzate a violare la Carta dell’ONU a piacimento è un ordine già in frantumi. Caracas è il luogo in cui queste crepe diventano visibili a occhio nudo.

Un nuovo internazionalismo o il far west globale

L’appello che arriva dai movimenti sociali e da voci critiche come quelle raccolte da Dinamopress è chiaro: di fronte a questo salto di qualità, non basta indignarsi a giorni alterni. Serve un nuovo internazionalismo, capace di tenere insieme lotte sociali, difesa dei diritti, critica dell’imperialismo vecchio e nuovo.

Significa rifiutare i “campismi” che sostituiscono l’analisi con la tifoseria per questo o quel leader autoritario; ma significa anche avere il coraggio di un giudizio netto quando una potenza rapisce un presidente straniero e bombarda una capitale in nome del proprio interesse energetico.

Dire oggi “no alla guerra contro il Venezuela” non è uno slogan astratto. Vuol dire:

difendere il principio che le risorse di un paese appartengono al suo popolo;

rifiutare che la “guerra alla droga” diventi copertura permanente per guerre di aggressione;

schierarsi con le popolazioni che subiscono sanzioni, blocchi e bombardamenti, senza farsi incastrare nei giochi di prestigio di chi brandisce i diritti umani come arma selettiva.

10.Conclusione: Caracas non è un’eccezione, è uno specchio

L’attacco al Venezuela, la “Dottrina Trump”, la riduzione del diritto internazionale a carta straccia non sono un incidente di percorso. Sono la fotografia del mondo che abbiamo di fronte: un ordine in cui la forza pretende di farsi diritto e in cui la sovranità di popoli disobbedienti viene trattata come un crimine.

Caracas è oggi il laboratorio in cui questo nuovo far west viene testato. Se l’aggressione passerà senza una risposta forte – sociale, politica, culturale – il precedente sarà scolpito nella pietra: uno Stato socialista, che ridistribuisce, che investe in sanità e istruzione pubblica, potrà essere trasformato in “banda criminale” e messo sotto tutela armata.

Sta alle coscienze critiche, ai movimenti, a chi ancora crede che la parola “diritto” debba significare qualcosa, decidere se normalizzare questo orrore o chiamarlo con il suo nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso in giacca e cravatta.

Fonti essenziali

– Serie di articoli de Il Fatto Quotidiano sull’attacco al Venezuela, incluse le interviste ad Antonio Nicaso (“Droga? È la scusa, Caracas non conta nel narcotraffico”) e a Jeffrey Sachs (“Non esiste né Onu né diritto per gli Usa, solo potere e denaro”).

– Dossier de Il Fatto Quotidiano “Attacco al Venezuela: dalla Baia dei Porci a Noriega, Washington ha un ‘cortile di casa’”.

– Articolo “Un nuovo internazionalismo contro l’aggressione statunitense in Venezuela”, pubblicato su Dinamopress e rilanciato da reti militanti latinoamericane ed europee.

– Documentazione storica su dottrina Monroe e interventi USA in America Latina (Office of the Historian, voci enciclopediche su Guatemala 1954, Baia dei Porci, Repubblica Dominicana 1965, Cile 1973, Grenada 1983, Panama 1989).

– Dati su riserve petrolifere venezuelane e ruolo nel mercato energetico globale (OPEC, EIA e studi di settore).

Golpe dal cielo su Caracas: l’impero del male entra nella fase del sequestro

La notte in cui il bombardamento diventa golpe

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana è stato squarciato da una serie di esplosioni. Obiettivi colpiti: Fuerte Tiuna, cuore militare del paese; la base aerea Generalissimo Francisco de Miranda (La Carlota); altri siti strategici nell’area metropolitana e lungo la costa centrale, tra La Guaira e lo Stato di Miranda. Le prime ricostruzioni parlano di almeno sette deflagrazioni, sorvoli a bassa quota, blackout in vari quartieri.

Nel giro di poche ore, da fonti statunitensi filtra l’annuncio che Nicolás Maduro e la moglie sarebbero stati catturati e già trasferiti all’estero, mentre circolano notizie – ancora da verificare in modo indipendente – sull’uccisione del ministro della Difesa, colpito durante i raid su installazioni militari.

Siamo oltre la “rappresaglia mirata”. Siamo di fronte a un salto di qualità politico e simbolico: l’attacco dall’aria si combina con la decapitazione forzata della leadership del paese. È, in senso proprio, un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Dal blocco navale alle bombe: un crimine annunciato

Quello che accade oggi non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una strategia costruita passo dopo passo.

Prima fase: la demonizzazione totale del Venezuela. Da mesi l’amministrazione Trump ha definito il governo Maduro una “organizzazione terroristica straniera”, lo ha accostato ai cartelli della droga, lo ha descritto come un narco-Stato fuori controllo. L’etichetta non è retorica: serve a spostare il conflitto dal terreno politico a quello penale, presentando ogni azione ostile come “lotta al crimine”.

Seconda fase: la guerra economica e il blocco di fatto. Le sanzioni unilaterali hanno colpito la compagnia petrolifera PDVSA, congelato asset all’estero, reso difficilissime le transazioni per cibo e medicine. Studi indipendenti hanno documentato decine di migliaia di morti attribuibili all’impatto delle misure coercitive su sanità e approvvigionamenti, parlando apertamente di “punizione collettiva” contro la popolazione venezuelana.

A questo assedio economico si è aggiunto, nelle ultime settimane, il dispiegamento della più grande forza navale statunitense mai vista nel Mar dei Caraibi, con il pretesto di fermare le “navi della droga” e un blocco selettivo sulle petroliere venezuelane. Un blocco che, dal punto di vista del diritto internazionale classico, equivale già a un atto di guerra.

Terza fase: il passaggio alle bombe. L’attacco del 3 gennaio arriva dopo giorni di minacce su Truth Social, in cui Trump annunciava l’inizio imminente di “operazioni all’interno del territorio venezuelano”, accusando il paese di aver “rubato petrolio, terra e ricchezze che appartengono agli Stati Uniti”.

Non è quindi una reazione “d’impulso”. È la prosecuzione, con altri mezzi, di una guerra ibrida già in corso: economica, diplomatica, mediatica.

Il sequestro di Maduro: “rendition” imperiale in versione latinoamericana

Il tassello forse più grave, sul piano politico, è l’annuncio – proveniente da fonti statunitensi e rilanciato dai media – dell’arresto di Maduro e di sua moglie e del loro espatrio forzato.

Se confermata, non saremmo solo di fronte a bombardamenti su un paese sovrano, ma a una vera e propria operazione di “rendition” ai danni di un capo di Stato in carica: un sequestro di persona mascherato da azione di polizia internazionale. Il precedente più vicino è forse quello di Manuel Noriega a Panama, catturato nel 1989 dopo un’invasione militare, portato via in catene e processato negli Stati Uniti.

Ma qui lo scenario è ancora più esplicito: non c’è neppure la finzione di un mandato ONU, di una coalizione multilaterale, di un processo nella giurisdizione del paese aggredito. C’è una potenza che decide che il presidente di un altro Stato è un criminale da prelevare con la forza, giudicare altrove e, nel frattempo, sostituire con un esecutivo gradito.

È l’idea stessa di sovranità ad essere colpita. Oggi tocca al Venezuela. Domani, il messaggio è chiaro, potrebbe toccare a chiunque non si allinei.

Il petrolio come movente: dietro la retorica della droga, la geografia delle risorse

Per capire perché il Venezuela è diventato il bersaglio privilegiato, basta guardare la mappa dell’energia. Il paese possiede le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja dell’Orinoco.

Un tesoro di questa portata, in un mondo ancora dipendente dagli idrocarburi e attraversato da crisi energetiche ricorrenti, è un magnete irresistibile per le grandi potenze. Che quelle risorse siano controllate da un governo socialista, che ha scelto di destinarne una parte consistente a sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali e democrazia partecipativa, è un oltraggio intollerabile per il capitale globale.

Non è un caso se, nelle prime reazioni venezuelane all’attacco, il riferimento centrale è proprio al petrolio: le autorità parlano di aggressione motivata dalla volontà statunitense di “controllare le enormi risorse petrolifere del paese”.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è, in questo quadro, una copertura. I dati sulla produzione di coca e sulle rotte del narcotraffico indicano come principali hub altri paesi dell’area andina e centroamericana, non il Venezuela. Eppure l’etichetta di narco-Stato viene appiccicata a Caracas perché funziona benissimo sul piano mediatico: permette di trasformare un’operazione di conquista energetica in un’azione “per la sicurezza degli americani”.

Uccisioni mirate e vite cancellate: chi paga il prezzo del raid

Le prime notizie parlano di obiettivi militari colpiti e di una possibile uccisione del ministro della Difesa. Ma attacchi di questo tipo, nella storia recente, hanno sempre avuto una ricaduta diretta sulle popolazioni civili: infrastrutture danneggiate, blackout, ospedali in difficoltà, quartieri vicini alle aree strategiche trasformati in zone di paura.

A tutto questo si somma l’effetto cumulativo degli anni di sanzioni, che hanno già falcidiato l’accesso a medicine, apparecchiature mediche, alimenti di base. Un rapporto del Center for Economic and Policy Research, firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs, stimava già per il biennio 2017-2018 circa 40.000 morti attribuibili all’impatto delle misure economiche sulla salute e sull’alimentazione della popolazione.

Le bombe arrivano su un tessuto sociale già stremato. Il risultato non è la “liberazione” di un popolo, ma la sua ulteriore precarizzazione. Ogni esplosione su un deposito, su una pista, su un nodo energetico si traduce, qualche settimana dopo, in un letto in meno in ospedale, in una fila più lunga per il cibo, in un farmaco che manca.

Il cortile di casa 4.0: ritorno alla dottrina Monroe

L’attacco a Caracas ha anche un significato geopolitico chiarissimo: riaffermare l’America Latina come “cortile di casa” degli Stati Uniti, in un contesto in cui Russia e Cina hanno costruito negli anni relazioni economiche e militari importanti con il Venezuela, dal credito alle forniture di armamenti.

Il messaggio di Washington è brutale: nessuna potenza rivale può stabilire un avamposto strategico nell’emisfero occidentale, soprattutto se questo coincide con le maggiori riserve petrolifere del pianeta. Per riconquistare quel controllo, ogni mezzo è legittimo: sanzioni, blocchi, operazioni coperte della CIA, e ora bombardamenti mirati e sequestro del presidente.

È il ritorno, in versione aggiornata, della dottrina Monroe e delle “aree di influenza” regolate a colpi di golpe, blitz militari, assassinii politici. Non a caso, da Mosca è arrivata una condanna immediata dell’attacco, mentre l’Europa, salvo poche voci isolate, resta impantanata in dichiarazioni prudenti e ambigue.

Doppi standard e ipocrisia occidentale

Se un altro paese – qualunque altro paese del Sud del mondo – avesse bombardato di notte la capitale di uno Stato vicino, arrestato il suo presidente e portato via la sua famiglia, oggi parleremmo di “atto di aggressione”, “violazione grave del diritto internazionale”, “minaccia alla pace”. Si chiederebbero sanzioni, isolamento diplomatico, esclusione da eventi sportivi, boicottaggi economici.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la grammatica cambia. Molti governi europei scelgono il registro della “preoccupazione”, qualcun altro si limita a invocare la “moderazione da tutte le parti”, come se esistessero simmetrie tra chi sgancia bombe e chi le subisce. È lo stesso doppio standard che abbiamo visto all’opera in Ucraina, in Palestina, in decine di altri teatri: le regole valgono solo finché non intralciano gli interessi dell’alleato più potente.

Ma un ordine internazionale che accetta senza reagire un bombardamento su Caracas e il sequestro del suo presidente, solo perché il responsabile siede alla Casa Bianca, è un ordine già in frantumi. Ciò che oggi viene normalizzato contro il Venezuela diventa, automaticamente, precedenza giuridica e politica utilizzabile domani contro chiunque.

Oltre le opinioni su Maduro: una scelta di campo

Che in Venezuela esistano contraddizioni, zone d’ombra, vicende controverse – a partire dalla detenzione di cittadini stranieri, compreso un italiano – è un fatto che nessuno nega.

Ma confondere questo piano con il giudizio sull’aggressione in corso significa accettare la logica del ricatto: “siccome quel governo non mi piace, allora è meno grave se viene bombardato”. È la variante geopolitica del classico “se l’è cercata”, che conosciamo fin troppo bene in altri contesti.

In questo momento storico, la domanda è di una semplicità brutale: stai dalla parte di chi bombarda o di chi viene bombardato? Dalla parte di chi rapisce un presidente, o di chi vede la propria sovranità calpestata? Dalla parte di un impero che rivendica come “proprietà” il petrolio e la terra di un altro popolo, o dalla parte di quel popolo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi errori, le sue battaglie?

Schierarsi con il Venezuela non significa trasformare Maduro in un santo, né ignorare i problemi interni del paese. Significa, più semplicemente, rifiutare l’idea che esistano Stati e popoli “bombardabili” per definizione, perché troppo socialisti, troppo redistributivi, troppo disobbedienti.

Difendere il Venezuela per difendere tutti

L’offensiva su Caracas, l’arresto e l’espatrio forzato di Maduro, la combinazione tra blocco navale, sanzioni e bombardamenti non sono solo un’aggressione contro un paese specifico. Sono un messaggio al mondo intero.

Dicono, in sostanza:

chi prova a usare le proprie risorse per sanità, istruzione, giustizia sociale;

chi prova a sottrarsi alle ricette del Fondo Monetario e ai diktat dei mercati finanziari;

chi costruisce relazioni con potenze considerate “nemiche”;

può essere trasformato in narco-Stato, terrorista, minaccia alla sicurezza. E, a quel punto, può essere accerchiato, strangolato, bombardato.

Difendere oggi il Venezuela – con la parola, con l’informazione, con la mobilitazione, con la pressione politica perché i governi europei rompano il silenzio complice – significa difendere un principio che riguarda tutte e tutti: che le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, che nessuna potenza può arrogarsi il diritto di rapire presidenti e ridisegnare i confini politici altrui a colpi di missili.

Se questo precedente passerà senza una risposta forte, l’impero del male avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà normalizzato l’idea che uno Stato socialista, che ridistribuisce, che sperimenta forme di democrazia partecipativa e difende sanità e istruzione pubblica, può essere trattato come una “banda criminale” da sgominare.

Sta a noi decidere se ingoiare anche questa menzogna o se, almeno, cominciare a chiamare le cose con il loro nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso travestito da legalità.

Fonti essenziali di riferimento

– Live blog e ricostruzioni in tempo reale dei bombardamenti su Caracas e delle prime reazioni venezuelane, statunitensi e internazionali, Il Fatto Quotidiano e altre testate italiane. 

– Voce “2026 Venezuelan explosions” su Wikipedia, per la cronologia iniziale degli eventi e il quadro delle reazioni estere.

– Analisi e notizie sulle sanzioni economiche contro il Venezuela e sul loro impatto sociale, tra cui il rapporto del CEPR firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs e la sua sintesi su Venezuelanalysis. 

– Dati sulle riserve petrolifere venezuelane e la loro posizione nel quadro energetico mondiale, Energy Information Administration (EIA) e OPEC. 

– Articoli di approfondimento su dottrina Monroe, ingerenze statunitensi in America Latina e ruolo di Russia e Cina in Venezuela, tra cui ricostruzioni storiche e analisi di think tank internazionali. 

L’armata di Trump contro il Venezuela: delirio di onnipotenza dell’impero del male

Quando un post social diventa una quasi-dichiarazione di guerra

Con poche righe su Truth Social, Donald Trump ha trasformato un social network in un megafono per un atto di ostilità che sfiora la dichiarazione di guerra. Ha annunciato un blocco “totale e completo” di tutte le petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, ha definito il governo di Nicolás Maduro una “organizzazione terroristica straniera” e ha accusato Caracas di aver “rubato” petrolio, terra e beni che, a suo dire, apparterrebbero agli Stati Uniti.

In quelle frasi non c’è soltanto arroganza personale. C’è la logica di quello che oggi, senza infingimenti, può essere definito l’impero del male a stelle e strisce: una potenza che si arroga il diritto di dettare la gerarchia dei popoli, rovescia il senso di parole come legalità, proprietà, sicurezza, e pretende di trasformare ogni esercizio di sovranità in un sospetto di criminalità.

Il registro scelto da Trump non è solo imperiale, è anche apertamente mafioso. Il messaggio ricorda quello di un boss che si presenta dal commerciante di quartiere: “Questo territorio è mio, stai usando i miei marciapiedi, i miei muri, i miei clienti. Se non paghi, ti chiudo”. Solo che qui non si parla di un negozio a Brooklyn, ma di uno Stato sovrano, delle sue risorse energetiche, del suo mare, del suo popolo.

Il Venezuela diventa così il laboratorio dove l’impero del male mostra il suo volto più nudo. E il rischio non riguarda solo Caracas. Una simile escalation, se non viene fermata politicamente e diplomaticamente, può trasformare il Centro e il Sudamerica in un nuovo fronte di tensione permanente, aperto in nome dell’ordine, ma costruito per difendere profitti, controllo delle risorse e gerarchie di potere.
1. Che cosa significa davvero “blocco totale” delle petroliere

Trump annuncia un blocco “totale e completo” delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela. Tecnicamente il riferimento è alle navi già inserite nelle liste unilaterali del Tesoro statunitense, ma al di là del linguaggio burocratico l’operazione è chiaramente politica.

In concreto significa tre cose. Primo, gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere quali navi possano circolare, quali merci possano muoversi, quali transazioni energetiche siano “legittime”, non in base al diritto internazionale, ma alle proprie liste di proscrizione. Secondo, questo potere non si limita ai porti statunitensi, ma viene proiettato sulle rotte marittime, trasformando tratti di oceano in uno spazio di polizia privata dell’impero. Terzo, il confine tra sanzione economica e blocco navale di fatto si assottiglia, perché un paese la cui economia si regge sull’export di energia viene colpito nei canali fondamentali della propria sopravvivenza.

Nel diritto internazionale classico, un blocco navale è un atto di guerra, anche quando viene mascherato da misura “tecnica” o “difensiva”. Qui la parola guerra non viene pronunciata, ma se un paese annuncia che fermerà tutte le navi “sospette”, circonda militarmente un’area e rivendica il potere di sequestrare o attaccare, la sostanza non cambia. È un’operazione economico-militare condotta contro uno Stato che non ha aggredito gli Stati Uniti, se non osando riportare sotto controllo pubblico il proprio petrolio e le proprie risorse.
2. Dal “regime canaglia” al “governo terrorista”: manuale per costruire un nemico assoluto

Nel post di Trump, il governo venezuelano non è trattato come un interlocutore politico, ma come una “organizzazione terroristica straniera”. È un salto di qualità gravissimo nel linguaggio e nella dottrina.

Quando una potenza imperiale decide che un altro Stato non è più un governo ma un soggetto criminale equiparabile a un gruppo terrorista, accadono almeno tre cose. Primo, viene cancellata la possibilità stessa di riconoscere la legittimità di un conflitto politico. Secondo, ogni misura ostile – sanzioni, sequestri, blocchi, perfino bombardamenti – può essere presentata come operazione di polizia, non come atto di guerra. Terzo, chiunque, nel mondo, intrattenga rapporti economici o diplomatici con quello Stato può essere delegittimato come “complice del terrorismo”.

È una tecnica collaudata. Prima si demonizza, poi si disumanizza, infine si criminalizza. L’avversario non è più qualcuno con cui si discute, diventa “male assoluto”. A quel punto, quasi ogni forma di violenza può essere raccontata come necessaria.

Su questa costruzione si innesta l’elemento mafioso. Un boss non riconosce l’esistenza di eguali, vede soltanto territori da controllare e bande “rivali” da eliminare. Quando Trump parla del Venezuela non come Stato ma come “organizzazione terrorista”, il messaggio implicito è chiaro: state occupando un deposito di risorse che, in fondo, considero mio.
3. L’armata nel Caribe: la forza come linguaggio dell’impero

Trump scrive che il Venezuela è “completamente circondato dalla più grande armata mai radunata nella storia del Sud America” e annuncia che quella presenza “diventerà sempre più grande”. L’iperbole propagandistica è evidente, ma il segnale politico non va sottovalutato: l’impero del male sta dispiegando in modo visibile la propria capacità militare alle porte del paese che vuole piegare.

La militarizzazione del Caribe, con navi da guerra, aerei, sottomarini, basi avanzate e manovre congiunte, non è un’esercitazione neutra. È una pressione strutturale. Serve a intimidire il governo venezuelano, spingendolo ad accettare condizioni economiche e politiche imposte dall’esterno. Serve a seminare paura nella popolazione, alimentando la percezione di un conflitto imminente e facendo apparire la “transizione” gradita a Washington come unico scudo possibile. Serve anche a lanciare un messaggio a tutta l’America Latina: chi proverà a seguire la stessa strada di autonomia sarà esposto allo stesso dispositivo di accerchiamento.

È la logica della “lezione esemplare” già applicata in altre stagioni storiche. Ogni paese che tenta di sottrarsi al dogma neoliberista, che prova a ridistribuire le proprie ricchezze e a riorientare la politica estera, viene trasformato in bersaglio, affinché gli altri imparino. Oggi i Caraibi tornano ad essere il teatro di questa pedagogia del terrore, in una versione ancora più spregiudicata, amplificata dai social e dalla retorica della “guerra al crimine”.
4. Dalla guerra economica alla caccia all’uomo in mare

Il blocco annunciato alle petroliere arriva al termine di anni di guerra economica: sanzioni devastanti, congelamento di beni, contenziosi sugli asset all’estero, esclusione di fatto dai circuiti finanziari dominanti. L’obiettivo dichiarato da falchi e strateghi dell’amministrazione è sempre lo stesso: “far collassare il regime”, cioè piegare un intero paese affamandolo.

Negli ultimi mesi questo assedio ha assunto anche una forma brutale sul mare. In nome della “lotta al narcotraffico”, unità militari statunitensi hanno colpito imbarcazioni considerate “sospette”, causando decine di morti. Nel racconto ufficiale, sono sempre “narcos” o “terroristi”. Ma le testimonianze raccolte in Venezuela parlano di pescatori, lavoratori poveri, persone che cercavano di sopravvivere in un’economia strangolata dalle sanzioni.

Il punto di non ritorno è rappresentato dall’episodio più recente, quello dei naufraghi: dopo l’affondamento di una barca, fonti venezuelane denunciano che navi militari statunitensi hanno aperto il fuoco su chi si trovava già in acqua. L’immagine è di una crudeltà spietata. Non basta neutralizzare il mezzo, bisogna colpire chi tenta di salvarsi, cancellare i corpi, eliminare i testimoni.

Sul piano politico-giuridico, è un salto drammatico: dalla guerra alle infrastrutture alla soppressione fisica di esseri umani inermi. È l’equivalente marittimo di un’esecuzione a sangue freddo, ammantata dal linguaggio della “sicurezza” e del “contrasto al crimine organizzato”.

Un potere che ordina di affondare barche e poi di sparare sui naufraghi somiglia meno a uno Stato di diritto che a una cosca armata con bandiera e ambasciate. Con una differenza decisiva: questa cosca dispone di portaerei, basi militari in mezzo mondo, una rete di alleanze e un apparato mediatico in grado di raccontare tutto questo come difesa della legalità.
5. Il mito del petrolio “rubato”: quando il rapinatore grida al ladro

Tra le frasi pronunciate da Trump ce n’è una che sintetizza la logica predatoria di questa fase: il Venezuela, dice, deve “restituire tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci ha rubato”.

La realtà è esattamente rovesciata. Primo, il petrolio del sottosuolo venezuelano appartiene, per qualsiasi criterio di diritto internazionale, al popolo venezuelano. Secondo, le nazionalizzazioni e le riforme bolivariane hanno avuto un obiettivo preciso: interrompere un sistema di spoliazione in cui le corporation straniere, protette politicamente da Washington, estraevano valore in cambio di ritorni minimi per la popolazione locale. Terzo, se c’è stato un “furto”, esso va cercato in decenni di rendita coloniale, non in un processo di ripubblicizzazione delle risorse.

Eppure l’impero ha bisogno di raccontarsi come vittima. Come spesso avviene nelle dinamiche mafiose, il pizzo viene rappresentato come un diritto naturale, e il rifiuto di pagarlo come un’ingiustizia intollerabile. Il linguaggio di Trump non è una gaffe estemporanea, è la confessione del movente: considerare il petrolio venezuelano “nostro”, parte del patrimonio strategico dell’Occidente, di cui Caracas avrebbe abusato.

Questa retorica serve a costruire un alibi morale per il saccheggio. Se si convince l’opinione pubblica che qualcuno ha sottratto ciò che “apparteneva” agli Stati Uniti, ogni azione per “recuperarlo” sembrerà più accettabile: sequestri, blocchi, cambi di regime. Che “quel qualcosa” siano milioni di barili e interi pezzi di territorio nazionale passa in secondo piano, inghiottito dallo spettacolo mediatico.
6. Politiche redistributive sotto assedio: il vero peccato capitale agli occhi dell’impero

Dietro la cortina fumogena di parole come “corruzione”, “inefficienza”, “instabilità”, il cuore del conflitto resta uno: il Venezuela viene punito perché ha usato la propria ricchezza per redistribuire.

L’esperienza bolivariana – soprattutto nella fase di Hugo Chávez – ha rappresentato uno scandalo concreto per il neoliberismo globale. La rendita petrolifera è stata impiegata per finanziare sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali diffusi. I livelli di povertà estrema e analfabetismo sono stati ridotti in modo significativo in un paese che era stato modellato per restare dipendente e diseguale. Sono state valorizzate forme di partecipazione popolare, comunas, spazi di controllo sociale sulle scelte strategiche.

In un mondo governato dalla logica del profitto privato e dalla redistribuzione verso l’alto, un governo che tenta di invertire il flusso diventa inevitabilmente nemico. Non perché sia immune da errori o contraddizioni, ma perché dimostra, nella pratica, che una parte della ricchezza nazionale può essere destinata al benessere collettivo invece che ai bilanci delle multinazionali.

In questo quadro, insistere esclusivamente sui “limiti” del modello venezuelano, senza nominare la guerra economica che lo colpisce, significa adottare la lente dell’aggressore. La fame, la scarsità, il crollo di interi settori produttivi non sono il frutto di un astratto peccato di “populismo”, ma l’effetto di un assedio coordinato. Il vero crimine, agli occhi dell’impero, non è aver governato male, ma aver tentato di governare contro il dogma neoliberista.
7. L’impero del male a stelle e strisce: da Reagan a Trump, un rovesciamento necessario

Negli anni Ottanta, Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero del male”. Era lo slogan perfetto per la guerra fredda: dividere il mondo in campi morali contrapposti e occultare, dietro quella retorica, colpi di Stato, dittature amiche, guerre sporche in America Latina finanziate e armate da Washington.

Oggi, di fronte a quanto accade in Venezuela e in molti altri scenari, quella etichetta può essere restituita al mittente. L’impero del male è quello che devasta paesi con guerre illegali, dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia all’Afghanistan, lasciando scie di macerie e instabilità. È quello che impone sanzioni che affamano intere popolazioni, per poi accusare i governi colpiti di “non saper gestire l’economia”. È quello che sostiene colpi di Stato “costituzionali”, golpe militari e cambi di regime ogni volta che una scelta democratica contrasta con i propri interessi. Ed è quello che ora, nel cuore del continente latinoamericano, circonda un paese con una flotta, blocca le sue navi, colpisce le sue imbarcazioni, pretende di dettare la sua politica energetica.

La continuità è evidente: l’impero continua a presentarsi come garante della libertà, mentre considera il resto del mondo come uno spazio da riorganizzare secondo le proprie convenienze. La novità della fase Trump è soprattutto stilistica: non occorrono più grandi architetture ideologiche. Basta scrivere su un social che “il petrolio, la terra e le ricchezze di un altro paese sono nostre” e che, se non vengono “restituite”, scatterà il blocco totale.

È un linguaggio che chi conosce il potere delle mafie riconosce immediatamente. È la stessa grammatica del pizzo, trasferita dal bar di quartiere alla geopolitica globale.
8. Trump come capo-clan: il metodo mafioso elevato a politica estera

Se si spogliano le dichiarazioni di Trump delle bandiere e della retorica patriottica, ciò che resta è il comportamento tipico di un capo-clan.

Gli elementi sono tutti lì. C’è la pretesa di proprietà su qualcosa che non appartiene agli Stati Uniti, ma a un altro popolo. C’è la minaccia esplicita: o “restituite” le vostre ricchezze, o scatterà un blocco totale delle vostre rotte energetiche. C’è il dispiegamento ostentato di forza: la più grande armata nel Caribe, navi, aerei, sottomarini, a segnalare che la punizione è pronta. C’è la trasformazione di un intero territorio in “zona controllata”, dove il transito è consentito solo a chi accetta le regole e i ricatti del potere dominante.

La differenza con un’organizzazione criminale tradizionale è che, qui, il capo-clan agisce all’interno della copertura di uno Stato che da decenni si pone di fatto al di sopra del diritto internazionale. Questo intreccio tra logica mafiosa e potenza imperiale rende la situazione ancora più pericolosa, perché riduce al minimo i possibili contrappesi.

Il messaggio rivolto al Venezuela, in filigrana, è brutale: avete osato cambiare le regole, usare la vostra ricchezza per il vostro popolo e non per i miei alleati. Ora vi chiudo i rubinetti, vi circondo, distruggo le vostre navi, vi lascio senza ossigeno economico. E chiamerò tutto questo difesa della libertà, lotta al terrorismo, tutela della sicurezza.

È la logica del racket, proiettata su scala planetaria.
9. Il rischio di un incendio continentale

Un blocco navale di fatto, la designazione del governo venezuelano come “organizzazione terroristica”, la guerra alle imbarcazioni, il dispiegamento di una flotta nel Caribe: nulla di tutto questo resterà senza conseguenze regionali.

L’America Latina è un sistema intrecciato, dove economie, rotte commerciali, processi politici sono profondamente interdipendenti. Un’escalation contro Caracas può innanzitutto innescare tensioni con paesi confinanti o vicini, obbligati a scegliere se adeguarsi alle richieste statunitensi o difendere la propria sovranità commerciale. Può approfondire la frattura tra governi completamente allineati all’agenda di Washington e governi che cercano, pur tra mille limiti, una collocazione più autonoma. Può alimentare nuovi cicli di militarizzazione interna, repressione e criminalizzazione dei movimenti sociali, con il pretesto di “contenere” l’influenza di uno Stato ormai dipinto come focolaio di terrorismo e narcotraffico.

La storia contemporanea del continente è piena di “lezioni esemplari” impartite dagli Stati Uniti: dal Guatemala al Cile, da Grenada a Panama. Ogni volta che Washington ha “rimesso ordine”, ha lasciato dietro di sé dittature, desaparecidos, tortura, privatizzazioni selvagge, svendita delle risorse. Illudersi che questa volta possa essere diverso, solo perché la retorica parla di diritti umani e guerra alla droga, significa chiudere gli occhi di fronte alle continuità storiche.
10. Diritto internazionale, Nazioni Unite e il silenzio delle complicità

Il governo venezuelano ha annunciato l’intenzione di portare il caso alle Nazioni Unite, denunciando la violazione del diritto internazionale, del libero commercio e della libertà di navigazione. È un atto necessario, ma anche un test sulla credibilità dell’ordine giuridico globale.

La sproporzione è evidente. Se un paese del Sud del mondo tentasse di imporre un blocco navale unilaterale in un’area strategica, verrebbe immediatamente definito aggressore e colpito da sanzioni. Se un governo non allineato affondasse imbarcazioni e aprisse il fuoco sui naufraghi, verrebbero invocati tribunali penali internazionali, commissioni d’inchiesta, condanne ufficiali. Se uno Stato dichiarasse pubblicamente che il sottosuolo e le ricchezze di un altro paese “gli appartengono”, verrebbe considerato una minaccia diretta alla pace.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la reazione prevalente è spesso il silenzio, qualche comunicato prudente, al massimo un generico richiamo alla “moderazione”. È il doppio standard strutturale dell’impero: le regole per gli altri, le eccezioni per sé.

In questo copione, l’ONU rischia di ridursi al ruolo di archivio delle proteste, più che di arena capace di imporre vincoli effettivi. La partita vera si gioca nei rapporti di forza politici e nella capacità dei paesi e dei movimenti popolari di costruire un fronte che rifiuti questo tipo di ricatto. Se questo non avverrà, l’assedio al Venezuela diventerà un modello esportabile: uno schema da applicare, domani, contro qualsiasi Stato non allineato che osi mettere le risorse nazionali al servizio della propria popolazione.

In conclusione, Difendere il Venezuela per difendere il principio di sovranità

Il caso del Venezuela, con il blocco annunciato delle petroliere, la militarizzazione del Caribe, gli attacchi alle imbarcazioni e il fuoco sui naufraghi, è una radiografia dell’epoca che stiamo attraversando.

Da una parte c’è un paese che, con tutte le sue difficoltà, ha provato a usare la ricchezza del sottosuolo per ridurre povertà e analfabetismo, per costruire una sanità pubblica più estesa, per sperimentare forme di partecipazione popolare. Un paese che rivendica il diritto elementare di decidere cosa fare del proprio petrolio, della propria terra, delle proprie risorse.

Dall’altra c’è un impero che non tollera che un popolo si emancipi dalla sua tutela, considera la redistribuzione un affronto alla propria religione neoliberista, si comporta come un potere mafioso con mezzi illimitati, pretendendo “restituzioni” di ricchezze che non gli appartengono e punendo la disobbedienza con sanzioni, blocchi, minacce armate.

La domanda che il Venezuela pone al mondo è semplice e decisiva: vogliamo un ordine internazionale in cui sovranità, redistribuzione, giustizia sociale siano considerati diritti, o vogliamo un sistema in cui diventano reati se contraddicono gli interessi dell’impero? È accettabile che un presidente possa trasformare un post sui social nel pretesto per circondare un paese con una flotta e strangolarne l’economia?

Difendere oggi il diritto del Venezuela a esistere e a decidere del proprio destino non significa chiudere gli occhi su ogni contraddizione interna. Significa difendere un principio universale: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più armamenti e più influenza finanziaria. Significa rifiutare che la “lotta alla droga” diventi copertura per affondare barche e colpire naufraghi. Significa dire, con chiarezza, che il linguaggio mafioso non può essere normalizzato come lingua ufficiale delle relazioni internazionali.

Se l’impero del male riuscirà a piegare il Venezuela, avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà imposto un precedente: che uno Stato che osa redistribuire, che prova a liberare il proprio popolo dalla fame e dalla dipendenza, può essere circondato, strangolato, umiliato, e che tutto questo può essere raccontato come “pace” e “sicurezza”.

Sta a noi decidere se accettare questa riscrittura o se, almeno, iniziare a smascherarla. Perché prima di cambiare i rapporti di forza, occorre riconoscere le parole per ciò che sono: non “difesa della libertà”, ma ricatto; non “guerra al crimine”, ma guerra ai popoli; non “ordine internazionale”, ma dominio mafioso rivestito di legalità apparente.

Fonti
1. Adnkronos, “Venezuela, Trump ordina blocco totale petroliere sanzionate in entrata e in uscita”, 17 dicembre 2025.
2. RaiNews, servizi e approfondimenti sul dispiegamento navale statunitense nel Caribe e sulle reazioni di Venezuela, Russia, Cina e Nazioni Unite.
3. Il Fatto Quotidiano, articoli su sequestro di petroliere, blocco navale di fatto e tensioni USA-Venezuela nel dicembre 2025.
4. Milano Finanza e altre testate economiche, analisi sull’impatto del blocco delle petroliere venezuelane sui prezzi del greggio e sui mercati energetici.
5. Pino Arlacchi, “La grande bufala contro il Venezuela: la geopolitica del petrolio travestita da lotta alla droga”, L’Antidiplomatico.
6. Dossier e interviste a Pino Arlacchi su Vietato Parlare, CESDA e PeaceLink sul ruolo reale del Venezuela nelle rotte del narcotraffico e sulla costruzione del “narco-Stato”.
7. Geraldina Colotti, articoli e reportage su guarimbas, Operazione Gedeón, destabilizzazione del Venezuela e ruolo dell’opposizione filo-statunitense, pubblicati su La Città Futura, Sinistra in Rete, CubaInformazione, Pagine Esteri.
8. Analisi e commenti di Geraldina Colotti e altri autori critici sull’assegnazione del Nobel a María Corina Machado e sulla sua funzione politica in chiave di cambio di regime.
9. UNODC, World Drug Report (edizioni recenti), dati su produzione di coca, rotte della cocaina e ruolo dei diversi paesi latinoamericani nel traffico internazionale.
10. OPEC, Annual Statistical Bulletin, tabelle e dati comparati sulle riserve petrolifere mondiali, con particolare riferimento alla posizione del Venezuela e alla Faja del Orinoco.
11. Center for Economic and Policy Research (CEPR), studi di Mark Weisbrot, Jeffrey Sachs e altri sull’impatto delle sanzioni economiche sul Venezuela e sul nesso tra misure coercitive unilaterali e crisi umanitaria.
12. Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) e relazioni di esperti indipendenti sulle conseguenze delle sanzioni unilaterali sui diritti economici e sociali della popolazione venezuelana.
13. Voci enciclopediche e saggi storici sulla Dottrina Monroe e sulle politiche di ingerenza statunitense in America Latina (Encyclopedia Britannica, U.S. Office of the Historian).
14. Studi storici e articoli di analisi su interventi militari, colpi di Stato, guerre per procura e sostegno statunitense a dittature in America Latina nel secondo dopoguerra.
15. Inchieste internazionali (The Guardian e altre testate) sui raid navali statunitensi nella “guerra alla droga” e sulle uccisioni in mare di presunti narcos e migranti, con denunce di possibili crimini di guerra.
16. Lanci Reuters, Financial Times, Washington Post, New York Times e altre testate internazionali sulla crisi USA-Venezuela del 2025, le reazioni dei principali attori geopolitici e il dibattito interno negli Stati Uniti.

Southern Spear: la guerra alla “droga” con il mirino puntato sul petrolio venezuelano

La scena è questa: un gruppo di navi da guerra statunitensi staziona a poche decine di chilometri dalle coste venezuelane, all’interno della zona economica esclusiva di Caracas. Incrociatori, cacciatorpediniere, droni, una portaerei nucleare come la Gerald Ford: una potenza di fuoco smisurata per quella che, sulla carta, dovrebbe essere un’operazione “contro il narcotraffico”, battezzata con un nome epico, Southern Spear.

Washington parla di “narco-terroristi”, di rotte della droga da spezzare, di barconi da affondare prima che “veleni” raggiungano le coste degli Stati Uniti. Il Venezuela viene dipinto come un buco nero di criminalità, complici i toni da crociata di Trump e del suo segretario alla Guerra Pete Hegseth, che non escludono neppure opzioni di invasione via terra.

Ma chi guarda la storia con un minimo di memoria sa che le cose non tornano. Ogni volta che Washington parla di “libertà”, “democrazia”, “lotta alla droga” o “armi di distruzione di massa”, da qualche parte nel mondo qualcuno sta per essere bombardato. E quasi sempre, sotto la retorica morale, scorrono flussi molto più concreti: petrolio, gas, materie prime, controllo delle rotte e dei governi.

Dal Golfo del Tonchino a Baghdad: il copione delle guerre su pretesto

Non è la prima volta che gli Stati Uniti costruiscono un casus belli su basi fragili, distorte o apertamente false.

  • Nel 1964 il presunto attacco nordvietnamita nel Golfo del Tonchino – un episodio mai chiarito e in parte smentito dagli stessi documenti americani declassificati – servì a Johnson per ottenere dal Congresso il via libera a una guerra totale in Vietnam.
  • Nel 2003 le “prove” sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, agitate da Colin Powell all’ONU, si rivelarono un castello di bugie: l’Iraq fu devastato, le armi non furono mai trovate.
  • In Afghanistan i talebani, a lungo tollerati e in parte utilizzati nella stagione della guerra antisovietica – quando gli USA alimentarono la galassia dei mujaheddin, da cui germoglierà anche Al Qaeda – diventarono all’improvviso il volto assoluto del male, utile a giustificare vent’anni di occupazione e bombardamenti.

Il filo rosso è la costruzione di un nemico assoluto e di una narrazione semplificata, dove Washington incarna il bene, l’ordine, la legge internazionale, mentre dall’altra parte c’è solo barbarie. Ogni volta, a conflitto esploso, saltano fuori dettagli imbarazzanti, contraddizioni, omissioni. Ma a quel punto i morti sono già morti.

Il Venezuela nel mirino: dove c’è petrolio, c’è “crisi democratica”

Il Venezuela non è un paese qualsiasi. È seduto letteralmente su un mare di petrolio: con oltre 300 miliardi di barili di riserve provate, è il primo paese al mondo per riserve di greggio, davanti a Arabia Saudita, Iran e Canada.

Non è solo una questione quantitativa. È una questione di controllo. Un paese che gestisce direttamente, con una compagnia nazionale, la principale ricchezza energetica del pianeta, e che usa parte di quelle rendite per finanziare programmi sociali, sanità, istruzione, sussidi ai più poveri, rappresenta per Washington un doppio problema:
1. Limita il campo d’azione delle grandi major petrolifere occidentali.
2. Propone un modello politico-sociale – con tutte le sue contraddizioni – che sfida l’ortodossia neoliberista nella regione.

Non a caso il conflitto tra Stati Uniti e Venezuela non nasce oggi. Già nel 2002, sotto la presidenza di Hugo Chávez, un colpo di Stato appoggiato da settori dell’élite economica e di una parte delle forze armate rovesciò il governo per 48 ore. Declassificazioni successive hanno mostrato la “tacita approvazione” di Washington, ben consapevole dei preparativi del golpe.

Da allora si sono succedute sanzioni economiche sempre più pesanti, tentativi di isolamento diplomatico, riconoscimento di governi paralleli, come quello di Juan Guaidó, inventato in laboratorio e rapidamente imploso. Il tutto dentro un quadro storico secolare: la dottrina Monroe, secondo cui l’America Latina è il “cortile di casa” degli Stati Uniti, da governare con colpi di Stato, interventi militari, ritorsioni economiche.

La favola del “narco-Stato”: cosa dicono davvero i dati sulla cocaina

La nuova retorica statunitense dipinge il Venezuela come epicentro del narcotraffico emisferico, un “narco-Stato” da neutralizzare con mezzi militari. Ma i dati degli organismi internazionali raccontano un’altra storia.

Le relazioni dell’UNODC (Ufficio ONU per la droga e il crimine) ripetono da anni la stessa fotografia: la coltivazione di coca e la produzione di cocaina sono concentrate essenzialmente in tre paesi andini – Colombia, Perù e Bolivia – che assorbono oltre il 99% delle coltivazioni e dei laboratori individuati. Il Venezuela non figura tra i paesi produttori.

Dove entra in gioco, allora, il Venezuela? Nei documenti tecnici viene indicato come uno dei diversi paesi di transito dei carichi di cocaina diretti verso Nord America ed Europa, accanto a Brasile, Ecuador, Panama, Messico e altri. In alcune analisi è stato definito “principale paese di transito” in una certa fase delle rotte atlantiche, ma sempre in quanto corridoio logistico, non come paese coltivatore o grande hub di raffinazione.

Persino stime utilizzate da organismi vicini agli Stati Uniti riconoscono che solo una quota minoritaria della cocaina colombiana transita dal territorio venezuelano, mentre quantità molto maggiori passano da altri scali e porti, in America Latina e in Africa occidentale.

È su questo scarto tra realtà e racconto che si innesta la propaganda. Alcune ricostruzioni filo-governative arrivano a sintetizzare così la situazione: “il Venezuela non è produttore, né trafficante, né deposito di droghe; i rapporti specializzati lo dicono chiaramente”. La formulazione è evidentemente polemica, ma il cuore del ragionamento è corretto: nessun rapporto ONU accredita il Venezuela come paese produttore di coca o hub primario della cocaina; la sua centralità nella narrazione della “guerra alla droga” è politica, non statistica.

Il Venezuela è, al massimo, uno dei tanti paesi di transito, schiacciato tra la domanda statunitense di stupefacenti e le reti dei cartelli. Inserirlo nel frame di “narco-Stato” serve a criminalizzare l’intero governo, a trasformare Maduro in una sorta di Pablo Escobar in salsa bolivariana, a legittimare l’uso delle forze armate come se si trattasse di una gigantesca operazione di polizia.

In questo quadro, l’operazione Southern Spear – con affondamento di imbarcazioni sospette, uccisione di decine di persone senza processo né prove rese pubbliche – appare per quello che è: una campagna militare a bassa intensità, costruita su regole d’ingaggio opache, che sposta la “guerra alla droga” sul terreno della guerra vera, con bombe e missili.

Non stupisce che la Russia denunci apertamente la mossa statunitense come “inaccettabile”, accusando Washington di agire al di sopra del diritto internazionale, distruggendo imbarcazioni e uccidendo persone senza indagini, né accuse formali. Una critica che suona tanto più credibile quanto più gli USA si arrogano il diritto di colpire chi vogliono, dove vogliono, in nome di un’emergenza che nessuno, fuori da loro stessi, ha mai certificato.

Socialismo, redistribuzione e l’odio di classe delle élite americane

Dietro l’enfasi sulla droga c’è un altro elemento che pesa come un macigno: la natura politica del governo venezuelano. Con tutte le sue distorsioni e i suoi limiti, il chavismo e il successivo madurismo hanno messo al centro un discorso di redistribuzione del reddito, alfabetizzazione, sanità pubblica, sovranità sulle risorse strategiche, cooperazione con Cuba e con altri paesi dell’Alba.

Per l’establishment statunitense questa è una provocazione intollerabile per almeno tre ragioni:

  • dimostra che, in America Latina, è possibile costruire modelli di welfare e di inclusione sociale sganciati dalle ricette del Fondo Monetario Internazionale;
  • fornisce una narrazione alternativa, quella del “socialismo del XXI secolo”, capace di parlare a milioni di poveri, lavoratori, comunità indigene;
  • rafforza blocchi geopolitici non allineati a Washington, avvicinando Caracas a Mosca, Pechino, Teheran, L’Avana.

L’ossessione americana per la “minaccia socialista” non è un retaggio della Guerra fredda mai elaborato: è uno strumento attualissimo per reprimere qualunque tentativo di allargare diritti sociali, nazionalizzare risorse, spezzare la catena del debito e della dipendenza. Non si perdona a un governo il fatto di usare i proventi del petrolio per finanziare hospice, cliniche, scuole, case popolari, quando quel petrolio potrebbe finire nei bilanci delle grandi compagnie occidentali.

Maria Corina Machado: un Nobel per la pace che applaude i cannoni

In questo scenario entra in scena una figura chiave dell’opposizione venezuelana: María Corina Machado. Leader storica dell’area più oltranzista anti-chavista, negli ultimi mesi è stata consacrata dai comitati di Oslo come nuova premio Nobel per la Pace, trasformata dai media occidentali in volto “democratico” della lotta contro Maduro.

Eppure, dietro l’icona liberal, c’è una linea politica che di pacifico ha ben poco. In più interviste – dalla stampa spagnola ai talk statunitensi – Machado ha salutato con favore l’escalation militare americana nei Caraibi, definendo la pressione di Washington sui “narcos venezuelani” come “assolutamente corretta” e arrivando a sostenere che l’intervento degli Stati Uniti sia “l’unico modo per mandare via Maduro”, se il regime non cede.

La neo Nobel non si limita a chiedere sanzioni o isolamento diplomatico: ringrazia esplicitamente Trump per i bombardamenti contro imbarcazioni accusate di trasportare droga, appoggia il massiccio dispiegamento di navi da guerra al largo delle coste venezuelane, considera la minaccia di uno sbarco via terra come una “leva necessaria” per arrivare al cambio di regime.

Si produce così un paradosso grottesco: il massimo riconoscimento internazionale dedicato alla pace viene assegnato a una leader politica che legittima, e in parte invoca, l’intervento armato di una superpotenza straniera contro il proprio paese. Non per difendere una popolazione da un genocidio in corso, ma per accelerare una transizione politica che una parte dell’opposizione vorrebbe comunque realizzare con strumenti istituzionali.

Machado incarna alla perfezione la figura della “dissidenza utile”: da un lato parla il linguaggio dei diritti umani, della democrazia liberale, della “lotta contro la corruzione”; dall’altro offre alle élite statunitensi il viatico morale di cui hanno bisogno per presentare un’operazione di potenza come una missione umanitaria, spalancando al contempo la prospettiva di un Venezuela “aperto ai mercati”, pronto ad attrarre 1.700 miliardi di dollari di investimenti in quindici anni, come lei stessa ha promesso ai potenziali investitori occidentali.

Trump petroliere e l’impero costruito nell’opacità

La figura di Donald Trump rende il quadro ancora più trasparente. Parliamo di un uomo che ha costruito la propria carriera dentro il capitalismo immobiliare e finanziario, ereditando un vasto patrimonio dal padre Fred – imprenditore attivissimo nell’edilizia newyorkese del dopoguerra – e ampliandolo grazie a torri, hotel, casinò, campi da golf.

Quella storia familiare è tutt’altro che limpida. Inchieste giornalistiche e libri d’indagine hanno ricostruito il ruolo di Fred Trump nel sistema di potere immobiliare di New York, fatto di rapporti incrociati con la politica cittadina, pratiche discriminatorie nei confronti degli inquilini afroamericani e un uso spregiudicato delle agevolazioni fiscali.

Quando il testimone passa a Donald, lo scenario è quello di una città – la New York degli anni Settanta e Ottanta – in cui l’edilizia residenziale e i grandi cantieri sono pesantemente infiltrati dalle famiglie mafiose. Documentari, articoli e atti di commissioni d’inchiesta hanno mostrato come la costruzione della stessa Trump Tower e di altri progetti del gruppo si sia appoggiata a imprese del cemento e ditte di demolizione legate a Cosa Nostra, dentro un sistema in cui nessun grande costruttore poteva davvero chiamarsi fuori.

Non si tratta di romanzi noir, ma di un contesto storico ben documentato, in cui Trump si muove assistito dall’avvocato Roy Cohn – a sua volta ponte tra il mondo politico, gli affari e la mafia – e costruisce il proprio mito di “self-made man” proprio mentre cavalca quell’intreccio opaco tra finanza, poteri locali e criminalità organizzata.

A completare il quadro, negli ultimi anni sono arrivate sentenze pesantissime sulla natura fraudolenta dei bilanci della Trump Organization: un tribunale di New York ha condannato Trump e i figli per aver gonfiato in modo sistematico il valore degli asset al fine di ottenere prestiti e condizioni favorevoli dalle banche, parlando di “dati finanziari apertamente falsi” e infliggendo centinaia di milioni di dollari di multe, oltre al divieto temporaneo di fare affari nello Stato.

È poco credibile che un uomo con questa storia alle spalle si commuova d’improvviso per le vittime dell’eroina nell’Ohio o del fentanyl nelle periferie americane. Se la salute pubblica fosse davvero al centro delle sue preoccupazioni, basterebbe guardare in casa propria: al sistema sanitario che esclude milioni di persone, al business delle big pharma, all’abuso legale di oppioidi prodotto da aziende statunitensi.

La “guerra alla droga” è il racconto di facciata. La partita reale è un’altra: mettere le mani sul più grande giacimento di petrolio del pianeta, ridisegnare gli equilibri energetici del continente, abbattere un governo considerato ostile e sostituirlo con un esecutivo amico dei mercati, pronto a privatizzare tutto ciò che oggi è pubblico.

Un conflitto che rischia di incendiare l’intero Caribe

Una guerra aperta nel Caribe non sarebbe un conflitto “locale”. La presenza russa al fianco del Venezuela, le relazioni con Cuba, le tensioni interne alla Colombia, il ruolo di potenze emergenti come la Cina nella regione trasformerebbero immediatamente un’eventuale invasione in un banco di prova globale.

Mosca ha già dichiarato la propria “solidarietà incrollabile” a Caracas e non può permettersi di assistere passivamente a un cambio di regime imposto da Washington in quella che è diventata una delle sue principali teste di ponte in America Latina.

Nel frattempo, il semplice dispiegamento di una flotta di queste dimensioni – portaerei, incrociatori, marines, droni, bombardieri in appoggio – ha già un effetto: alza la tensione, stringe il cappio economico e diplomatico attorno a Maduro, manda un messaggio minaccioso a tutti i governi che, nella regione, osano difendere la propria sovranità sulle risorse.

La vera posta in gioco: chi decide il futuro dell’America Latina

In ultima analisi, Southern Spear non è solo un’operazione militare. È un messaggio politico al resto del continente.

Dice ai governi: se provate a nazionalizzare, a tassare seriamente i colossi energetici, a costruire politiche sociali robuste, sappiate che l’ombrello stellato può trasformarsi in tempesta di fuoco.
Dice ai popoli: ogni tentativo di uscire dalla dipendenza economica e geopolitica ha un prezzo, e quel prezzo potrebbe essere una guerra scatenata in nome della “democrazia” o della “lotta al narcotraffico”.

Sta qui, nel cuore del conflitto, l’ipocrisia di chi si proclama campione dello “Stato di diritto” e, nello stesso tempo, affonda barche senza processo, prepara invasioni preventive, decide chi deve governare un paese sovrano in base alla propria convenienza energetica.

Difendere il diritto del Venezuela all’autodeterminazione non significa chiudere gli occhi sulle contraddizioni del suo sistema politico, né trasformare Maduro in un santo laico. Significa qualcosa di più semplice e radicale: rifiutare che le sorti di interi popoli vengano decise al Pentagono, tra mappe, target, flussi di greggio e grafici di Borsa.

Perché, al netto della propaganda, di una cosa si può essere certi: i missili che oggi puntano verso le coste venezuelane non hanno come obiettivo la coca. Hanno come bersaglio il petrolio, la sovranità e qualsiasi idea di giustizia sociale che provi, in America Latina, a mettere i diritti delle persone davanti ai profitti delle multinazionali.

Venezuela non si tocca: smascheriamo la guerra di rapina nel Caribe

Noi stiamo con il Venezuela, punto. Non per faziosità, ma perché qui si combatte una partita più grande: popoli e risorse contro un capitalismo predatore che usa la parola “narco” come foglia di fico per imporre missili, sanzioni, portaerei. Negli ultimi due mesi gli Stati Uniti hanno colpito ripetutamente piccole imbarcazioni nel Caribe e nel Pacifico, uccidendo decine di persone, senza rendere pubbliche prove verificabili. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi “inaccettabili” e ha chiesto lo stop immediato e indagini indipendenti. Nel frattempo Washington fa affluire navi da guerra e un’intera portaerei verso l’area venezuelana. Questo non è ordine pubblico: è prova generale di regime change.

Cosa sta succedendo, in concreto
Gli strike letali contro barche “sospette” sono iniziati a settembre e hanno già fatto oltre 60 morti. Le testate statunitensi parlano di “narcoterroristi”, ma ammettono che il governo non ha mostrato evidenze pubbliche sui carichi. Intanto il cacciatorpediniere USS Gravely è entrato e uscito da Port of Spain (Trinidad e Tobago), a pochi chilometri dalla costa venezuelana, per esercitazioni congiunte. In arrivo anche la portaerei USS Gerald R. Ford, che aggiunge migliaia di uomini e nuovi mezzi al dispositivo navale già presente. È un salto di scala.

Il “narco” è il pretesto, non il motivo
Le indagini internazionali – comprese quelle in ambito ONU – non indicano il Venezuela come produttore di cocaina; al contrario, registrano un contrasto attivo da parte del governo venezuelano contro la produzione e il transito del narcotraffico. La retorica “antidroga” è dunque un paravento. Il movente reale dell’amministrazione Trump è accaparrarsi risorse naturali (petrolio, gas e minerali strategici) e imporre un cambio di regime. Prima il Venezuela; poi, a ruota, gli altri Paesi non allineati dell’area, a partire da Cuba e Nicaragua. In una parola: geopolitica delle risorse.

Il bottino vero: petrolio e gas
Il Venezuela siede sulle più grandi riserve provate di petrolio al mondo (circa 303 miliardi di barili, stima EIA/OPEC) e, nonostante le sanzioni, ha riportato le esportazioni sopra 1 milione di barili/giorno a settembre. Sul gas, il campo offshore Dragon (in acque venezuelane, con 4+ Tcf) è diventato un dossier di pressione: prima licenze USA “a tempo”, poi strappi politici; Caracas ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad dopo l’attracco della nave USA. È qui che il puzzle si ricompone: hard power in superficie, leva energetica in profondità.

La miccia politica
Mentre cresce l’hardware militare, arriva anche la sanzione simbolica: il Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione. Un premio che, nel contesto attuale, funziona come scudo mediatico e come ulteriore delegittimazione del governo di Caracas. Il messaggio, per chi deve riceverlo, è chiarissimo.

Il rischio escalation è reale
Esponenti di primo piano del Partito Repubblicano (Lindsey Graham) parlano apertamente di “possibili” colpi di terra in Venezuela e perfino in Colombia. I media statunitensi riportano attività coperte dell’intelligence. Con portaerei, cacciatorpediniere e retorica d’assedio, l’incidente che trascina l’area in una crisi regionale è a un passo. E non illudiamoci: oggi Venezuela, domani Cuba o Nicaragua.

La nostra posizione (senza giri di parole)
Difendere l’autodeterminazione venezuelana significa dire no a esecuzioni extragiudiziali in mare, no a portaerei usate come clava diplomatica, no a “premi” e sanzioni come armi di guerra ibrida. Possiamo criticare dall’interno errori, corruzione, ferite sociali: è un diritto dei venezuelani. Ma non accettiamo che la legge internazionale diventi opzionale quando in gioco ci sono barili e giacimenti.

Cosa chiediamo e cosa facciamo
1. Stop immediato agli strike e indagine ONU indipendente su ogni attacco, vittime identificate, regole d’ingaggio pubbliche.
2. Tavolo CELAC–CARICOM–UNASUR su sicurezza marittima ed energia (incluso Dragon), per togliere ossigeno alla logica del fatto compiuto.
3. No all’allineamento europeo alla dottrina delle uccisioni senza processo: l’UE lavori a de-escalation, corridoi legali e cooperazione giudiziaria, non a “interventi per procura”.
4. Mobilitazione dal basso: presidi sotto le sedi diplomatiche del Venezuela e campagne di contro-informazione. La pace non è neutralità: è prendere parte contro la guerra di rapina.

O si accetta che i Caraibi diventino zona di caccia dove chi ha più missili comanda, o si difende l’unico principio che tiene insieme popoli diversi: la sovranità, con il diritto davanti ai cannoni. Noi scegliamo il Venezuela, oggi. Perché scegliere il Venezuela, adesso, significa scegliere tutti i popoli che non vogliono tornare colonia.

Fonti principali per dati e fatti
– Serie di attacchi navali USA e bilanci vittime; assenza di prove pubbliche; presenza di CIA/rafforzamento militare.
– Condanna ONU agli strike come contrari al diritto internazionale e richiesta di stop.
– Arrivo USS Gravely a Trinidad, esercitazioni congiunte, ridispiegamento della USS Gerald R. Ford.
– Riserve petrolifere e export venezuelani; dossier gas Dragon e sospensione cooperazione con Trinidad.
– Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado (contesto politico-mediatico).

Nota esplicativa:
Dragon è un giacimento offshore di gas naturale del Venezuela. Si trova nel Mar dei Caraibi, in acque venezuelane a nord della penisola di Paria, praticamente sul confine marittimo con Trinidad e Tobago.

In breve:

  • Dove sta: nel cluster “Plataforma Deltana”, circa 25 miglia a nord della costa venezuelana, a pochi chilometri da Trinidad.
  • Quanto gas c’è: stime tra 3,2 e 4,2 trilioni di piedi cubi (Tcf), fra i campi gas più importanti del Paese.
  • A cosa serve: il progetto prevede di collegare Dragon con una condotta sottomarina alle infrastrutture di Trinidad (Atlantic LNG) per liquefare ed esportare il gas. Shell e la statale di Trinidad (NGC) hanno negoziato con PDVSA; l’operatività è sempre dipesa dalle licenze USA sulle sanzioni.
  • Timeline recente (ballerina): Caracas ha concesso una licenza pluriennale a Shell nel 2023; Washington ha alternato via libera e strette (revoche in primavera 2025, nuova licenza ad ottobre 2025); subito dopo, però, il Venezuela ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad, congelando di fatto il dossier.

Perché conta: Trinidad soffre di carenza di gas per la propria filiera LNG/petrolchimica, e Dragon è la fonte più vicina e logica; per il Venezuela è moneta dura e leva geopolitica. Proprio per questo il campo è diventato un nodo strategico della crisi caraibica di queste settimane.

Caribe in fiamme: il pretesto “antidroga” e la vera partita su petrolio e potere

L’aria nel Mar dei Caraibi sa di polvere da sparo. Washington ha alzato la posta: dieci bombardamenti contro presunte “barche della droga” da settembre, almeno 40-43 morti, e ora l’invio della portaerei USS Gerald R. Ford con relativo gruppo d’attacco. In parallelo, il cacciatorpediniere USS Gravely è attraccato a Trinidad e Tobago, a un braccio di mare da casa venezuelana. Il messaggio è semplice: massima pressione su Caracas. La narrativa ufficiale parla di narcotraffico; la realtà geopolitica profuma di regime change, petrolio e controllo delle rotte energetiche.

Cosa sta accadendo (e perché importa)

– Dopo la serie di strike navali-aerei su imbarcazioni nel Caribe e nel Pacifico, la Casa Bianca ha mobilitato la Ford verso la regione, segnale classico di escalation. Non è “routine”: è uno show of force che ridisegna i rapporti di forza nel cortile di casa latinoamericano.
– Trinidad e Tobago ospita esercitazioni con unità USA: la Gravely attracca a Port of Spain mentre a Caracas si parla apertamente di “provocazione”. Geografia alla mano: lo stretto tra Trinidad e la costa venezuelana è poche decine di chilometri (Bocas del Dragón ~20 km). È un passaggio simbolico e strategico.
– Il senatore Lindsey Graham ha definito “possibili” colpi di terra in territorio venezuelano. Un salto di qualità che – se avvenisse – trasformerebbe l’operazione da “polizia del mare” a intervento militare aperto.

La miccia politica: il Nobel alla leader dell’opposizione

L’asse politico-mediatico si compatta: il Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado – scelta che molti a Sud del mondo leggono come investitura internazionale dell’opposizione – arriva mentre cresce la pressione militare e sanzionatoria. È benzina sulla polarizzazione, non una via d’uscita negoziale.

Il movente reale: petrolio, gas, minerali

Il Venezuela resta seduto sul più grande giacimento di riserve petrolifere provate del pianeta (≈303 miliardi di barili). Nonostante sanzioni e sotto-investimenti, l’export è tornato su, con picchi oltre 1 milione di barili/giorno a settembre 2025. In parallelo, l’Arco Minero e l’Amazzonia custodiscono oro, coltan, diamanti: materie prime critiche della competizione globale. È qui che il “law & order” antidroga si veste da guerra per le risorse.

La linea rossa del diritto internazionale

Non lo dicono soltanto i governi “nemici”: esperti ONU parlano di esecuzioni extragiudiziali in acque internazionali. La Colombia di Gustavo Petro ha definito gli strike illegali e ha denunciato i morti in mare; in risposta, Washington ha colpito con sanzioni personali il presidente colombiano e la sua famiglia. È un salto retorico-coercitivo che spacca l’America Latina e avvicina lo spettro di un incidente regionale.

Trinidad, l’anello energetico (e politico)

Non c’è solo la nave: nel canale tra Dragon Field (Venezuela) e Atlantic LNG (Trinidad) passa un dossier energetico cruciale. Progetti di gas transfrontaliero sono sospesi tra licenze USA, sanzioni e realpolitik; ogni mossa navale ha dunque anche un effetto di leva sul tavolo del gas.

Rischi concreti nelle prossime settimane
1. Normalizzazione della forza: l’uso ripetuto di strike “mirati” contro bersagli poco trasparenti crea precedenti per futuri attacchi a terra. Il segnale politico è già arrivato.
2. Regionalizzazione della crisi: porti, traffici e comunità della fascia caraibica (Trinidad, Grenadine, coste venezuelane) diventano prima linea. La distanza è minima, le frizioni sociali pure.
3. Compressione dello spazio diplomatico: con sanzioni e portaerei insieme, il costo di mediazioni “terze” cresce. Lula ha criticato l’approccio muscolare USA; altri leader caraibici temono di essere trascinati nel vortice.

La nostra posizione (senza giri di parole)

Chiamiamo le cose col loro nome: la crociata antidroga è il paravento di una strategia che punta a piegare Caracas e mettere le mani su risorse e leve logistiche. Non si tratta di assolvere le responsabilità interne venezuelane: corruzione, ferite sociali, ferite ambientali esistono. Ma il diritto internazionale non è un menu à la carte. Uccidere in mare “sospetti” trafficanti, inviare una portaerei sotto casa del tuo avversario, ventilare raid di terra mentre premi sull’opposizione “premiata” a Oslo: questo è capitalismo coloniale nell’era delle supply chain critiche.

Cosa fare, adesso

– Alzare la voce nelle reti sindacali, studentesche e associative del Mediterraneo e del continente: no a una nuova guerra “chirurgica” spacciata per ordine pubblico.
– Rivendicare ispezioni indipendenti ONU/OEA su ogni strike, identificazione dei cadaveri, trasparenza su regole d’ingaggio e basi legali.
– Spingere per una mediazione regionale (CELAC-CARICOM-UNASUR) che neutralizzi l’azzardo bellico e rimetta al centro petrolio, gas, oro e Amazonia come beni comuni da gestire con criteri pubblici, sociali e ambientali, non con ricatti e portaerei.
– Solidarietà concreta: sostegno a reti civiche in Venezuela, Colombia, Trinidad e Tobago esposte a repressione, migrazioni forzate e ritorsioni.

La scelta è tra due modelli: la pacificazione armata dei forti o la democrazia dei popoli. Noi stiamo dalla parte che non bombarda pescatori, non usa il Nobel come clava, non scambia la vita e la sovranità di un Paese con i barili sul mercato.

Fonti essenziali
– Strikes su “barche della droga” e bilancio vittime; invio Ford: The Guardian, CBS News, Financial Times, Military Times.
– USS Gravely a Trinidad e reazioni: AP/Euronews.
– Possibili colpi di terra (Graham): Yahoo News.
– Nobel a María Corina Machado: sito ufficiale NobelPrize.org.
– Riserve petrolifere e dati energetici: EIA Country Analysis (2024); export settembre 2025: Reuters.
– Valutazione ONU su legalità degli strike; condanna colombiana e sanzioni USA a Petro: Reuters, The Guardian, Washington Post/CBS.

Un Nobel per la guerra: la farsa della pace occidentale e la verità sul Venezuela

Con il conferimento del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, il Comitato norvegese ha scelto di trasformare uno dei simboli mondiali della diplomazia in un’arma politica. Altro che riconoscimento per la pace: si tratta di un’operazione perfettamente inserita nella strategia di destabilizzazione del Venezuela socialista e bolivariano, orchestrata da Washington e dalle sue pedine regionali.
Dietro la patina umanitaria del premio si nasconde una chiara logica di potere: delegittimare il governo legittimo di Nicolás Maduro, sabotare il progetto di redistribuzione sociale e riprendere il controllo sulle immense risorse petrolifere venezuelane.

Machado, la pedina dell’imperialismo americano

María Corina Machado non è una dissidente pacifica, ma una collaboratrice diretta delle politiche statunitensi di ingerenza. È la stessa donna che nel 2002 appoggiò apertamente il golpe militare contro Hugo Chávez, tentato con il sostegno di Washington e della Confindustria venezuelana.
Da allora, la sua carriera politica si è nutrita di finanziamenti e visibilità internazionale provenienti da centri di potere economico e mediatico occidentali. Difende la privatizzazione della compagnia petrolifera statale PDVSA, sostiene le sanzioni economiche contro il proprio Paese e ha persino chiesto un intervento militare straniero per “liberare” il Venezuela.
Altro che Nobel per la pace: Machado rappresenta l’anima neoliberista e neocoloniale che sogna di restituire il Venezuela ai mercati finanziari e alle multinazionali statunitensi.
In questo senso, il suo profilo politico è perfettamente funzionale a una campagna più ampia: criminalizzare il socialismo bolivariano e distruggere l’esperimento di sovranità economica e redistribuzione che da oltre vent’anni ha ridato dignità al popolo venezuelano.

Il Venezuela sotto assedio: l’altra verità

Mentre l’Occidente elogia la sua “dissidente”, il popolo venezuelano continua a resistere a una guerra ibrida fatta di sanzioni, blocchi finanziari, attacchi informatici e sabotaggi economici.
Gli Stati Uniti mantengono una flotta militare permanente davanti alle coste venezuelane, ufficialmente per contrastare il narcotraffico, ma in realtà per esercitare una costante pressione geopolitica. L’embargo imposto da Washington ha colpito duramente il Paese, riducendo l’accesso a medicinali, tecnologie e beni di prima necessità, con l’obiettivo di piegare la popolazione e alimentare il malcontento interno.

Eppure, il Venezuela non si è arreso.
Grazie alle politiche di redistribuzione, alla cooperazione con Cina, Russia e paesi del Sud globale, Caracas ha continuato a garantire programmi sociali, alfabetizzazione, accesso all’istruzione, casa e sanità. In pieno assedio economico, il governo Maduro ha mantenuto in vita l’eredità di Hugo Chávez: la convinzione che la sovranità popolare e la giustizia sociale valgano più del consenso delle potenze imperiali.

Il Nobel come strumento di propaganda occidentale

Non è la prima volta che il Premio Nobel per la Pace viene usato come arma politica. Lo abbiamo visto nel 2010 con Liu Xiaobo, nel 2022 con gli “attivisti” russi e bielorussi scelti per colpire Mosca, e oggi con Machado.
L’obiettivo è sempre lo stesso: legittimare l’agenda occidentale travestendola da missione umanitaria.
Il linguaggio è identico, le parole cambiano solo nome: “diritti umani”, “democrazia”, “libertà di stampa”, “transizione pacifica”. In realtà, si tratta di termini-codice per giustificare sanzioni, colpi di Stato e interventi militari.
Il Venezuela, come Cuba e come la Palestina, paga il prezzo di non essersi mai piegato.
Il Nobel a Machado è dunque un messaggio chiaro: “chi sfida l’impero deve essere punito, chi lo serve sarà premiato”. È la logica coloniale del XXI secolo, travestita da moralità.

La guerra psicologica e la narrazione mediatica

Il caso Machado dimostra come l’Occidente stia conducendo una guerra non solo economica, ma anche psicologica e comunicativa contro il Venezuela.
I media mainstream dipingono il Paese come una dittatura fallita, ignorando sistematicamente il peso delle sanzioni e il sabotaggio economico orchestrato da Washington.
Ogni successo sociale o economico — dalla distribuzione di alloggi popolari alle missioni mediche nei quartieri poveri — viene oscurato, mentre si amplificano gli episodi di protesta o i disordini, spesso finanziati dall’estero.

In questa narrativa manipolata, Machado viene presentata come “martire della libertà”, mentre il popolo venezuelano che resiste viene etichettato come “massa cieca” o “propaganda del regime”. È la solita inversione morale dell’imperialismo mediatico, che santifica gli agenti dell’élite e demonizza i movimenti popolari.

Il popolo bolivariano e la lezione di resistenza

Nonostante tutto, il Venezuela bolivariano resiste.
Resiste nelle fabbriche autogestite, nelle campagne, nelle università, nelle comunità che ogni giorno costruiscono alternative di vita fuori dal modello neoliberista.
Resiste perché ha imparato che la libertà non si compra con i dollari di Washington, ma si conquista con la solidarietà e la dignità collettiva.
Resiste perché la sua rivoluzione non è solo nazionale, ma fa parte di un più ampio movimento mondiale per la giustizia sociale e la multipolarità, contro l’arroganza unipolare dell’impero americano.

La pace non può nascere da un Nobel deciso nei salotti norvegesi sotto l’influenza dell’Occidente, ma dalla fine delle sanzioni, dal rispetto della sovranità dei popoli e dalla cessazione delle ingerenze.

Il vero volto della pace

Il Premio Nobel alla Machado non celebra la pace, ma la guerra: quella economica, culturale e informativa contro il Venezuela socialista.
È un premio che premia l’odio di classe, la vendetta dei ricchi espropriati da Chávez, e la volontà degli Stati Uniti di riappropriarsi del petrolio venezuelano.
Ma la storia insegna che nessuna medaglia potrà cancellare la dignità di un popolo che ha scelto di camminare con la testa alta.
Il Venezuela, nonostante le menzogne e i sabotaggi, rimane un faro per chi nel mondo crede che la pace non sia sottomissione, ma giustizia sociale e libertà dei popoli.

Il saccheggio annunciato: gli Stati Uniti preparano la conquista del Venezuela per rubarne il petrolio

Quella che si sta preparando al largo delle coste venezuelane non è una missione antinarcotici. È un’invasione imperialista a tutti gli effetti. Una mossa militare strategica per impadronirsi di uno degli scrigni più ricchi del pianeta. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere conosciute al mondo, insieme a giacimenti di gas, oro, coltan e terre rare. Ed è proprio questo che fa gola agli Stati Uniti.

Il nemico non è il narcotraffico. Il vero bersaglio è il modello di Stato che osa tenere per sé le proprie risorse, redistribuirle al popolo, anziché svenderle alle multinazionali. Washington ha già deciso: quel governo va abbattuto. Non perché è “inefficiente” o “fallito”, ma perché resiste.

Predoni in uniforme: la guerra economica si fa guerra militare

Gli Stati Uniti hanno già dispiegato navi da guerra, caccia e sommergibili nel Mar dei Caraibi. Hanno rilanciato la taglia su Nicolás Maduro, offrendone la cattura come fosse un criminale comune. Hanno bombardato un’imbarcazione “sospetta”, uccidendo 11 persone. Hanno accusato Caracas di dirigere un cartello del narcotraffico senza fornire prove concrete. Nel frattempo, il Venezuela ha risposto mobilitando milioni di miliziani, rafforzando le coste e denunciando all’ONU l’imminente aggressione.

Tutto ciò accade mentre il governo venezuelano ha firmato accordi strategici con Cina e Iran per lo sfruttamento del petrolio, fuori dal circuito dollaro. Un affronto inaccettabile per l’impero: le risorse naturali devono restare sotto controllo occidentale. E chi si sottrae, deve essere colpito.

Il pretesto della droga: un copione logoro per legittimare l’aggressione

È la solita sceneggiatura. Si costruisce una narrativa tossica, si demonizza il governo, si isola diplomaticamente un Paese, e infine si giustifica l’azione militare come “intervento umanitario” o “operazione di sicurezza”. In questo caso, l’etichetta scelta è “narco-Stato”.

Ma persino la DEA ammette che il ruolo del Venezuela nel narcotraffico è marginale. I principali corridoi passano da Colombia e Messico, paesi sotto influenza USA. Il famigerato Cartel de los Soles è una costruzione narrativa, usata per infangare l’intera struttura statale venezuelana. Il nemico è funzionale. Serve a giustificare l’assalto.

La vera posta in gioco: sovranità energetica e autodeterminazione

Il Venezuela è uno dei pochi Stati che ha scelto di tenersi stretto il proprio petrolio e metterlo al servizio della popolazione. Nonostante l’embargo, il blocco finanziario, la guerra economica e le campagne mediatiche, Caracas ha mantenuto il controllo pubblico su PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale. Ha destinato le proprie ricchezze a programmi sociali, sanità pubblica, istruzione gratuita, edilizia popolare, accesso ai beni primari, costruendo un’alternativa concreta alla barbarie neoliberista.

Per questo è diventato un bersaglio. Il Venezuela è un modello concreto che dimostra come sia possibile resistere al ricatto dei mercati e scegliere la redistribuzione invece dello sfruttamento.

È chiaro che le difficoltà economiche che il Paese attraversa non dipendono da inefficienze interne, ma dall’assedio economico, commerciale e finanziario organizzato dagli Stati Uniti, in piena violazione del diritto internazionale. Esattamente come accade a Cuba, anch’essa strangolata da sanzioni illegali che durano da decenni.

Una guerra preventiva mascherata: la violazione del diritto internazionale

L’invasione militare in preparazione viola apertamente ogni norma del diritto internazionale. Nessuna risoluzione ONU, nessuna prova concreta, nessun consenso multilaterale. Solo la forza nuda dell’arroganza imperiale.

Gli Stati Uniti stanno agendo da predoni globali. Schierano forze d’attacco come se si trattasse di un’operazione di polizia, ma agiscono da occupanti. E non è la prima volta. Panama, Iraq, Libia: ogni volta con un pretesto diverso. Ma oggi l’obiettivo è chiaro: togliere al Venezuela il diritto di decidere cosa fare delle proprie ricchezze.

Il Venezuela resiste, il multipolarismo avanza

Il Venezuela non arretra. Ha scelto la via della resistenza e della cooperazione Sud-Sud. Mobilita il suo popolo, stringe accordi con Russia, Cina, Iran e costruisce alleanze fuori dal dominio dollaro. Mentre Washington ricorre alla forza, Caracas scommette sulla diplomazia, sull’integrazione latinoamericana, sulla solidarietà dei popoli.

E non è sola. L’attacco al Venezuela è ormai un banco di prova per tutto il Sud globale. Difenderlo oggi significa difendere la possibilità di un mondo multipolare, non subordinato ai diktat della NATO o al sistema finanziario occidentale.

Scenari e conseguenze: il bivio storico dell’America Latina
1. Escalation militare – un’aggressione frontale con il rischio di un conflitto su scala continentale.
2. Blocco economico rafforzato – ulteriore peggioramento delle condizioni di vita, usato per fomentare il malcontento.
3. Cambio di regime forzato – ritorno delle élite neoliberiste e delle oligarchie legate agli interessi USA.
4. Resistenza e consolidamento del fronte anti-imperialista – rafforzamento delle alleanze sovraniste e popolari in tutta l’America Latina.

Un popolo che resiste è un popolo che insegna

Il Venezuela non è un Paese da compatire. È un esempio di resistenza attiva, che dimostra come si possa resistere all’aggressione imperialista senza cedere. Chi oggi lo attacca, lo fa per paura che il suo esempio diventi contagioso.

Difendere il Venezuela non significa solo opporsi alla guerra. Significa scegliere un modello alternativo di società, in cui le risorse appartengano a chi le abita, e non a chi le saccheggia. In cui la solidarietà venga prima del profitto. In cui la dignità valga più del petrolio.

Fonti
Reuters – “Venezuela to boost troops to tackle drug trafficking as US strengthens military in Caribbean”
Associated Press – “US naval deployment near Venezuela raises alarm in Latin America”
Council on Foreign Relations – “Escalating US-Venezuela tensions: beyond the war on drugs”
TRT World – “Narco-state or propaganda tool? Dissecting the US narrative on Venezuela”
Al Jazeera – “Venezuela, China sign oil megadeal amid rising US tension”