La notte in cui il bombardamento diventa golpe
Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana è stato squarciato da una serie di esplosioni. Obiettivi colpiti: Fuerte Tiuna, cuore militare del paese; la base aerea Generalissimo Francisco de Miranda (La Carlota); altri siti strategici nell’area metropolitana e lungo la costa centrale, tra La Guaira e lo Stato di Miranda. Le prime ricostruzioni parlano di almeno sette deflagrazioni, sorvoli a bassa quota, blackout in vari quartieri.
Nel giro di poche ore, da fonti statunitensi filtra l’annuncio che Nicolás Maduro e la moglie sarebbero stati catturati e già trasferiti all’estero, mentre circolano notizie – ancora da verificare in modo indipendente – sull’uccisione del ministro della Difesa, colpito durante i raid su installazioni militari.
Siamo oltre la “rappresaglia mirata”. Siamo di fronte a un salto di qualità politico e simbolico: l’attacco dall’aria si combina con la decapitazione forzata della leadership del paese. È, in senso proprio, un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.
Dal blocco navale alle bombe: un crimine annunciato
Quello che accade oggi non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una strategia costruita passo dopo passo.
Prima fase: la demonizzazione totale del Venezuela. Da mesi l’amministrazione Trump ha definito il governo Maduro una “organizzazione terroristica straniera”, lo ha accostato ai cartelli della droga, lo ha descritto come un narco-Stato fuori controllo. L’etichetta non è retorica: serve a spostare il conflitto dal terreno politico a quello penale, presentando ogni azione ostile come “lotta al crimine”.
Seconda fase: la guerra economica e il blocco di fatto. Le sanzioni unilaterali hanno colpito la compagnia petrolifera PDVSA, congelato asset all’estero, reso difficilissime le transazioni per cibo e medicine. Studi indipendenti hanno documentato decine di migliaia di morti attribuibili all’impatto delle misure coercitive su sanità e approvvigionamenti, parlando apertamente di “punizione collettiva” contro la popolazione venezuelana.
A questo assedio economico si è aggiunto, nelle ultime settimane, il dispiegamento della più grande forza navale statunitense mai vista nel Mar dei Caraibi, con il pretesto di fermare le “navi della droga” e un blocco selettivo sulle petroliere venezuelane. Un blocco che, dal punto di vista del diritto internazionale classico, equivale già a un atto di guerra.
Terza fase: il passaggio alle bombe. L’attacco del 3 gennaio arriva dopo giorni di minacce su Truth Social, in cui Trump annunciava l’inizio imminente di “operazioni all’interno del territorio venezuelano”, accusando il paese di aver “rubato petrolio, terra e ricchezze che appartengono agli Stati Uniti”.
Non è quindi una reazione “d’impulso”. È la prosecuzione, con altri mezzi, di una guerra ibrida già in corso: economica, diplomatica, mediatica.
Il sequestro di Maduro: “rendition” imperiale in versione latinoamericana
Il tassello forse più grave, sul piano politico, è l’annuncio – proveniente da fonti statunitensi e rilanciato dai media – dell’arresto di Maduro e di sua moglie e del loro espatrio forzato.
Se confermata, non saremmo solo di fronte a bombardamenti su un paese sovrano, ma a una vera e propria operazione di “rendition” ai danni di un capo di Stato in carica: un sequestro di persona mascherato da azione di polizia internazionale. Il precedente più vicino è forse quello di Manuel Noriega a Panama, catturato nel 1989 dopo un’invasione militare, portato via in catene e processato negli Stati Uniti.
Ma qui lo scenario è ancora più esplicito: non c’è neppure la finzione di un mandato ONU, di una coalizione multilaterale, di un processo nella giurisdizione del paese aggredito. C’è una potenza che decide che il presidente di un altro Stato è un criminale da prelevare con la forza, giudicare altrove e, nel frattempo, sostituire con un esecutivo gradito.
È l’idea stessa di sovranità ad essere colpita. Oggi tocca al Venezuela. Domani, il messaggio è chiaro, potrebbe toccare a chiunque non si allinei.
Il petrolio come movente: dietro la retorica della droga, la geografia delle risorse
Per capire perché il Venezuela è diventato il bersaglio privilegiato, basta guardare la mappa dell’energia. Il paese possiede le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja dell’Orinoco.
Un tesoro di questa portata, in un mondo ancora dipendente dagli idrocarburi e attraversato da crisi energetiche ricorrenti, è un magnete irresistibile per le grandi potenze. Che quelle risorse siano controllate da un governo socialista, che ha scelto di destinarne una parte consistente a sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali e democrazia partecipativa, è un oltraggio intollerabile per il capitale globale.
Non è un caso se, nelle prime reazioni venezuelane all’attacco, il riferimento centrale è proprio al petrolio: le autorità parlano di aggressione motivata dalla volontà statunitense di “controllare le enormi risorse petrolifere del paese”.
La narrazione sulla “guerra alla droga” è, in questo quadro, una copertura. I dati sulla produzione di coca e sulle rotte del narcotraffico indicano come principali hub altri paesi dell’area andina e centroamericana, non il Venezuela. Eppure l’etichetta di narco-Stato viene appiccicata a Caracas perché funziona benissimo sul piano mediatico: permette di trasformare un’operazione di conquista energetica in un’azione “per la sicurezza degli americani”.
Uccisioni mirate e vite cancellate: chi paga il prezzo del raid
Le prime notizie parlano di obiettivi militari colpiti e di una possibile uccisione del ministro della Difesa. Ma attacchi di questo tipo, nella storia recente, hanno sempre avuto una ricaduta diretta sulle popolazioni civili: infrastrutture danneggiate, blackout, ospedali in difficoltà, quartieri vicini alle aree strategiche trasformati in zone di paura.
A tutto questo si somma l’effetto cumulativo degli anni di sanzioni, che hanno già falcidiato l’accesso a medicine, apparecchiature mediche, alimenti di base. Un rapporto del Center for Economic and Policy Research, firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs, stimava già per il biennio 2017-2018 circa 40.000 morti attribuibili all’impatto delle misure economiche sulla salute e sull’alimentazione della popolazione.
Le bombe arrivano su un tessuto sociale già stremato. Il risultato non è la “liberazione” di un popolo, ma la sua ulteriore precarizzazione. Ogni esplosione su un deposito, su una pista, su un nodo energetico si traduce, qualche settimana dopo, in un letto in meno in ospedale, in una fila più lunga per il cibo, in un farmaco che manca.
Il cortile di casa 4.0: ritorno alla dottrina Monroe
L’attacco a Caracas ha anche un significato geopolitico chiarissimo: riaffermare l’America Latina come “cortile di casa” degli Stati Uniti, in un contesto in cui Russia e Cina hanno costruito negli anni relazioni economiche e militari importanti con il Venezuela, dal credito alle forniture di armamenti.
Il messaggio di Washington è brutale: nessuna potenza rivale può stabilire un avamposto strategico nell’emisfero occidentale, soprattutto se questo coincide con le maggiori riserve petrolifere del pianeta. Per riconquistare quel controllo, ogni mezzo è legittimo: sanzioni, blocchi, operazioni coperte della CIA, e ora bombardamenti mirati e sequestro del presidente.
È il ritorno, in versione aggiornata, della dottrina Monroe e delle “aree di influenza” regolate a colpi di golpe, blitz militari, assassinii politici. Non a caso, da Mosca è arrivata una condanna immediata dell’attacco, mentre l’Europa, salvo poche voci isolate, resta impantanata in dichiarazioni prudenti e ambigue.
Doppi standard e ipocrisia occidentale
Se un altro paese – qualunque altro paese del Sud del mondo – avesse bombardato di notte la capitale di uno Stato vicino, arrestato il suo presidente e portato via la sua famiglia, oggi parleremmo di “atto di aggressione”, “violazione grave del diritto internazionale”, “minaccia alla pace”. Si chiederebbero sanzioni, isolamento diplomatico, esclusione da eventi sportivi, boicottaggi economici.
Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la grammatica cambia. Molti governi europei scelgono il registro della “preoccupazione”, qualcun altro si limita a invocare la “moderazione da tutte le parti”, come se esistessero simmetrie tra chi sgancia bombe e chi le subisce. È lo stesso doppio standard che abbiamo visto all’opera in Ucraina, in Palestina, in decine di altri teatri: le regole valgono solo finché non intralciano gli interessi dell’alleato più potente.
Ma un ordine internazionale che accetta senza reagire un bombardamento su Caracas e il sequestro del suo presidente, solo perché il responsabile siede alla Casa Bianca, è un ordine già in frantumi. Ciò che oggi viene normalizzato contro il Venezuela diventa, automaticamente, precedenza giuridica e politica utilizzabile domani contro chiunque.
Oltre le opinioni su Maduro: una scelta di campo
Che in Venezuela esistano contraddizioni, zone d’ombra, vicende controverse – a partire dalla detenzione di cittadini stranieri, compreso un italiano – è un fatto che nessuno nega.
Ma confondere questo piano con il giudizio sull’aggressione in corso significa accettare la logica del ricatto: “siccome quel governo non mi piace, allora è meno grave se viene bombardato”. È la variante geopolitica del classico “se l’è cercata”, che conosciamo fin troppo bene in altri contesti.
In questo momento storico, la domanda è di una semplicità brutale: stai dalla parte di chi bombarda o di chi viene bombardato? Dalla parte di chi rapisce un presidente, o di chi vede la propria sovranità calpestata? Dalla parte di un impero che rivendica come “proprietà” il petrolio e la terra di un altro popolo, o dalla parte di quel popolo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi errori, le sue battaglie?
Schierarsi con il Venezuela non significa trasformare Maduro in un santo, né ignorare i problemi interni del paese. Significa, più semplicemente, rifiutare l’idea che esistano Stati e popoli “bombardabili” per definizione, perché troppo socialisti, troppo redistributivi, troppo disobbedienti.
Difendere il Venezuela per difendere tutti
L’offensiva su Caracas, l’arresto e l’espatrio forzato di Maduro, la combinazione tra blocco navale, sanzioni e bombardamenti non sono solo un’aggressione contro un paese specifico. Sono un messaggio al mondo intero.
Dicono, in sostanza:
chi prova a usare le proprie risorse per sanità, istruzione, giustizia sociale;
chi prova a sottrarsi alle ricette del Fondo Monetario e ai diktat dei mercati finanziari;
chi costruisce relazioni con potenze considerate “nemiche”;
può essere trasformato in narco-Stato, terrorista, minaccia alla sicurezza. E, a quel punto, può essere accerchiato, strangolato, bombardato.
Difendere oggi il Venezuela – con la parola, con l’informazione, con la mobilitazione, con la pressione politica perché i governi europei rompano il silenzio complice – significa difendere un principio che riguarda tutte e tutti: che le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, che nessuna potenza può arrogarsi il diritto di rapire presidenti e ridisegnare i confini politici altrui a colpi di missili.
Se questo precedente passerà senza una risposta forte, l’impero del male avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà normalizzato l’idea che uno Stato socialista, che ridistribuisce, che sperimenta forme di democrazia partecipativa e difende sanità e istruzione pubblica, può essere trattato come una “banda criminale” da sgominare.
Sta a noi decidere se ingoiare anche questa menzogna o se, almeno, cominciare a chiamare le cose con il loro nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso travestito da legalità.
Fonti essenziali di riferimento
– Live blog e ricostruzioni in tempo reale dei bombardamenti su Caracas e delle prime reazioni venezuelane, statunitensi e internazionali, Il Fatto Quotidiano e altre testate italiane.
– Voce “2026 Venezuelan explosions” su Wikipedia, per la cronologia iniziale degli eventi e il quadro delle reazioni estere.
– Analisi e notizie sulle sanzioni economiche contro il Venezuela e sul loro impatto sociale, tra cui il rapporto del CEPR firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs e la sua sintesi su Venezuelanalysis.
– Dati sulle riserve petrolifere venezuelane e la loro posizione nel quadro energetico mondiale, Energy Information Administration (EIA) e OPEC.
– Articoli di approfondimento su dottrina Monroe, ingerenze statunitensi in America Latina e ruolo di Russia e Cina in Venezuela, tra cui ricostruzioni storiche e analisi di think tank internazionali.