Tra fact-checking e architettura del potere: il caso dei codici nucleari, la dottrina della «sole authority» e perché il dibattito sull’instabilità di Donald Trump nasconde un problema più grande del singolo inquilino della Casa Bianca.
Nei giorni scorsi è circolata, con grande successo virale anche in Italia, una notizia drammatica: durante una riunione d’emergenza alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe chiesto i codici per l’uso delle armi nucleari contro l’Iran, e il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, gli avrebbe risposto «no», rifiutandosi di trasmettere l’ordine. La fonte è Larry Johnson, ex ufficiale CIA, intervistato sul podcast «Judging Freedom» di Andrew Napolitano. La storia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, intrecciandosi con un secondo filone — quello, ben più solido, dell’estromissione di Trump dalla Situation Room durante il salvataggio di due piloti statunitensi caduti in Iran, raccontata dal Wall Street Journal.
Conviene tenere distinti i due piani, perché mescolarli serve solo a chi vuole che la verità si confonda nel rumore. E conviene soprattutto guardare oltre la cronaca: il problema più grave che questa vicenda ci mette davanti non è ciò che Trump avrebbe fatto in un singolo pomeriggio, ma il sistema che gli consente, ogni giorno, di poterlo fare davvero.
Cosa è verificato e cosa no
Il reportage del Wall Street Journal del 19 aprile 2026, firmato da Josh Dawsey e Annie Linskey, è un fatto giornalistico documentato. Racconta che lo staff presidenziale ha deliberatamente tenuto Trump lontano dalla Situation Room durante l’operazione di estrazione di due piloti USA caduti in Iran nel weekend di Pasqua, perché temeva che la sua «impazienza» potesse compromettere la missione. Il presidente sarebbe stato aggiornato per telefono soltanto «nei momenti significativi», mentre Vance, il capo di gabinetto Susie Wiles e il Consiglio di Sicurezza Nazionale seguivano la missione minuto per minuto. Lo sfondo descritto è quello di un capo di Stato che, alla notizia dell’abbattimento del jet, avrebbe «urlato contro i collaboratori per ore», ossessionato dallo spettro della crisi degli ostaggi del 1979 e dalla paura di fare la fine elettorale di Jimmy Carter. La Casa Bianca ha negato; la testata, fonti alla mano, mantiene la versione. France 24 ha riportato analoghi riscontri.
È un quadro grave, ma maneggiato con i guanti del giornalismo professionale: fonti multiple, testimonianza di un alto funzionario dell’amministrazione, smentita registrata, contesto verificabile. La notizia poggia su un informatore anonimo, e di questo bisogna tener conto; ma è la lavorazione standard di un’inchiesta politica seria.
Tutt’altra natura ha la storia dei codici nucleari. L’unica fonte è Larry Johnson, e Johnson ha dovuto ammettere, sul proprio blog Sonar21 il giorno dopo la diretta, di «non avere conferma che il report sia verificato». Lead Stories ha cercato qualunque traccia indipendente — riunioni d’emergenza in calendario, dichiarazioni, fonti collaterali — e non ne ha trovata nessuna. Snopes ha fatto lo stesso lavoro, con il medesimo risultato. Il calendario ufficiale della Casa Bianca non riporta alcun incontro d’emergenza tra Trump e Caine in quelle ore. E lo stesso Caine, pochi giorni prima, si era espresso pubblicamente a sostegno della guerra americana contro l’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero «usato la forza» contro qualunque nave avesse violato il blocco di Hormuz: difficile immaginare lo stesso uomo nei panni del custode etico che ferma il presidente.
A questo si aggiunge il profilo di chi rilancia la voce. Larry Johnson è già stato all’origine, nel 2017, della rivendicazione poi smontata secondo cui il GCHQ britannico avrebbe spiato la campagna Trump per conto di Obama — una pretesa che Londra definì «totalmente ridicola». Ha diffuso false notizie su un presunto discorso razzista di Michelle Obama. È ospite ricorrente dei media di Stato russi. Non è un dettaglio biografico cattivo: è un elemento di valutazione della fonte. La storia, insomma, non regge a una qualunque verifica giornalistica seria. Va trattata come bufala, anche da chi — come chi scrive — non ha nessuna simpatia per Donald Trump.
Perché la bufala è anche tecnicamente impossibile
C’è un secondo motivo per cui la storia di Caine che dice «no» alla valigetta nucleare non sta in piedi: il sistema americano non funziona così. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, nel diritto degli Stati Uniti, non ha alcuna autorità operativa per bloccare un ordine di lancio nucleare. Non è un dettaglio: è il cuore stesso della dottrina che governa l’arma più pericolosa mai costruita.
Il Congressional Research Service — il servizio studi del Congresso, non un blog — lo scrive in modo lapidario: il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di autorizzare l’uso delle armi nucleari, prerogativa inerente al suo ruolo costituzionale di Comandante in Capo. Può chiedere consiglio ai vertici militari, ma sono questi a essere obbligati a trasmettere ed eseguire l’ordine, se decide di impiegarle. Non serve l’assenso del Congresso. Non serve l’assenso del Segretario alla Difesa. Non serve l’assenso del Vicepresidente. Né i militari né il Congresso possono annullare l’ordine.
Lo stesso generale Mark Milley, all’epoca capo dello Stato Maggiore Congiunto, lo mise nero su bianco in un memorandum al Congresso del settembre 2021: «Sono parte della catena di comunicazione, in quanto principale consigliere militare del Presidente, ma non sono nella catena di comando per autorizzare un lancio nucleare». La distinzione è cruciale: comunicazione, non comando. È la stessa identica posizione che oggi occupa il generale Dan Caine. Esattamente la persona che, secondo la fake news, avrebbe detto «no» — e che invece, per legge, nemmeno avrebbe il potere di farlo.
Come funziona davvero la procedura: «sole authority»
Vale la pena ricostruire la sequenza, perché è il vero scandalo politico che la vicenda mette in luce. Il presidente sceglie l’opzione di attacco fra una rosa di piani di guerra preconfezionati — il celebre OPLAN 8010, articolato in major attack options, selected attack options e limited attack options. Non è una scelta inventata sul momento: è una selezione da un menù pre-cucinato dal Pentagono.
L’ordine, con i Gold Codes, viene trasmesso al National Military Command Center (NMCC) attraverso un canale sicuro. Prima dell’esecuzione il presidente deve essere autenticato: tira fuori dalla tasca una carta plastificata della dimensione di una carta di credito, soprannominata «biscuit», legge le lettere fonetiche del giorno, e il vicedirettore operazioni dell’NMCC conferma che l’interlocutore è effettivamente il Comandante in Capo. Tutto il procedimento, dalla decisione al lancio, può svolgersi in pochi minuti. Il Segretario alla Difesa, secondo la legge, è tenuto a verificare l’ordine, ma non ha potere di veto.
L’unico, fragilissimo argine è teorico: il Codice Uniforme di Giustizia Militare obbliga i militari a obbedire soltanto a ordini «legittimi e provenienti da autorità competente». Se l’ordine fosse manifestamente illegale — perché viola, ad esempio, i principi di necessità, proporzionalità e distinzione del diritto dei conflitti armati — un comandante potrebbe in teoria rifiutarsi. In teoria. Nella pratica, come riconoscono gli stessi ex comandanti dello STRATCOM, una contestazione di questo tipo si risolverebbe più probabilmente in una consultazione con il presidente per «aggiustare» l’ordine, che in un rifiuto netto. E un ordine di lancio normalmente viene trasmesso dal Pentagono direttamente agli equipaggi addestrati al lancio: anche un comandante di alto livello che ricevesse l’ordine in copia farebbe fatica a fermarlo in tempo.
Va aggiunto un dettaglio che pesa come un macigno: gli Stati Uniti non hanno mai dichiarato una politica di «no first use». Mantengono — è il termine ufficiale — un’«ambiguità calcolata». Tradotto: il presidente americano può ordinare l’impiego per primo dell’arma nucleare contro chiunque, in qualunque momento, senza che esista alcuna barriera legale al primo strike.
Il precedente che nessuno racconta: Nixon, Watergate e il segretario disobbediente
La vicenda non è nuova. Durante lo scandalo Watergate, nel 1974, Richard Nixon attraversò una fase di grave instabilità. Beveva pesantemente, molti collaboratori lo consideravano fuori controllo. Ai giornalisti disse, in un incontro: «Posso tornare nel mio ufficio, prendere il telefono e in venticinque minuti settanta milioni di persone saranno morte». Il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato, istruì informalmente i Joint Chiefs perché qualunque ordine d’emergenza dal presidente passasse prima da lui o dal Segretario di Stato Henry Kissinger. È il «freno Schlesinger», entrato nel folclore del potere americano.
Il punto, però, è proprio questo: Schlesinger non aveva alcuna autorità legale per intervenire. Stava semplicemente sperando che, se il momento fosse arrivato, qualcuno gli avesse dato retta. Mezzo secolo dopo, con un quadro internazionale incomparabilmente più teso, la cornice giuridica è la stessa. La «sole authority» del 1945 — concepita da Harry Truman per togliere ai generali la decisione, non per concentrarla nel singolo individuo a vita — è ancora lì, intatta, scolpita nella prassi costituzionale e nel diritto militare. Una catena di comando pensata per la rapidità contro un attacco a sorpresa sovietico, che oggi serve a garantire al presidente di turno un potere di vita e di morte planetario senza alcun reale contrappeso.
Il vero scandalo è strutturale, non personale
Concentrarsi sulla domanda «Trump è pazzo?» è confortante ma sterile. Sposta tutto il peso politico sul singolo individuo, e implicitamente lascia intendere che con un presidente «sano» il sistema funzionerebbe. Non è così. Il problema non è che Donald Trump abbia il dito sul bottone: è che il bottone, per come è progettata l’architettura del potere americano, è stato consegnato a una sola mano, chiunque essa sia.
Sondaggi recenti citati dal Council on Foreign Relations indicano che il 61% degli americani è a disagio con questa «sole authority». Diversi parlamentari democratici — Edward Markey, Ted Lieu, Adam Smith negli anni passati, Jamie Raskin oggi — hanno proposto leggi per richiedere una dichiarazione di guerra del Congresso prima del primo uso del nucleare, o per inserire nella catena decisionale almeno il Vicepresidente e il Segretario alla Difesa, con il loro consenso unanime. La Bulletin of the Atomic Scientists ha pubblicato proposte tecniche per richiedere il concorso di altri due membri della linea di successione presidenziale. Nessuna di queste iniziative è mai arrivata a un voto serio. Il Congresso, repubblicano o democratico che sia, non ha mai voluto davvero limitare quel potere.
Le ragioni, ufficialmente, sono di deterrenza: in caso di attacco a sorpresa, sostengono i contrari, ogni minuto di consultazione potrebbe costare la sopravvivenza degli Stati Uniti e degli alleati sotto l’«ombrello» nucleare. È un argomento serio, ma è anche un cavallo di Troia: regge per gli scenari di rappresaglia, non per il primo uso. Eppure il primo uso è esattamente lo scenario in cui un presidente fuori controllo — Nixon nel 1974, Trump oggi — può decidere di precipitare il mondo nel baratro senza che nessuno, formalmente, possa fermarlo.
E il 25° emendamento?
Nelle ultime settimane il dibattito sul venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana è esploso. John Larson ha depositato articoli di impeachment il 7 aprile. Common Cause ha chiesto al Gabinetto e al Vicepresidente Vance di attivare la Sezione 4. Il 14 aprile Jamie Raskin, ranking member della Commissione Giustizia, ha presentato un disegno di legge per istituire una commissione di diciassette membri ai sensi della stessa Sezione 4. Più di ottantacinque parlamentari democratici hanno chiesto la rimozione dopo il post di Trump «un’intera civiltà morirà stanotte» rivolto all’Iran. È molto: ma è quasi certamente troppo poco.
La Sezione 4 del 25° emendamento richiede che a dichiarare il presidente incapace siano il Vicepresidente insieme alla maggioranza del Gabinetto, oppure il Vicepresidente insieme a un altro organo previsto dalla legge. Vance è un trumpiano della prima ora. Il Gabinetto è stato selezionato esclusivamente sulla base della fedeltà personale. Anche ammesso che la macchina si mettesse in moto, dopo ventun giorni il Congresso dovrebbe confermare la rimozione con i due terzi di entrambe le camere — in un Congresso a maggioranza repubblicana che fino a oggi non ha mostrato il minimo accenno di volontà autonoma.
Tradotto: lo strumento esiste, ma è progettato per non essere usato. Esattamente come la «sole authority» è progettata per non essere fermata.
Quel che dovremmo guardare, non quel che ci viene mostrato
Il caso dei codici nucleari attribuiti a Trump è una bufala, e va detto. Ma se si ferma lì, il debunking diventa una rassicurazione che non ci possiamo permettere. La vera notizia non è che un generale abbia fermato il presidente: è che, secondo il diritto degli Stati Uniti, nessun generale potrebbe farlo. La vera notizia non è l’ennesimo scatto d’ira di Donald Trump nello Studio Ovale: è che l’architettura del potere occidentale ha consegnato il destino dell’umanità — letteralmente — alle terminazioni nervose di un uomo solo, chiunque sia.
L’Europa, che pure si dichiara preoccupata e che pure si sta indebitando per finanziare la guerra in Ucraina e schierare proprie forze nelle catene logistiche americane, non ha alcuna voce in capitolo su quel bottone. I cittadini europei sono, come i cittadini iraniani e cinesi e russi, ostaggi passivi di una procedura concepita nel 1945 per fermare un’invasione sovietica e mai più aggiornata. Lo stesso vale, in dimensioni diverse, per Russia, Cina, Pakistan, Israele — ma con un’aggravante per gli Stati Uniti, perché sono l’unico Paese ad avere mai impiegato l’arma nucleare contro popolazioni civili.
Chi ci vuole rassicurare con la storiella del generale buono che ferma il presidente cattivo ci sta raccontando una favola della buonanotte. La realtà, molto più amara, è che la sicurezza del mondo dipende non da contrappesi istituzionali ma dall’equilibrio mentale di una singola persona — e dal fatto, statisticamente non garantito, che quella persona sia un essere umano lucido. È un sistema indegno di una democrazia che si pretende matura. Ed è ora, finalmente, di dirlo: il problema non è Trump. Il problema è che Trump è possibile.
Fonti principali: Wall Street Journal (19 aprile 2026); Snopes; Lead Stories; Newsweek; France 24; Congressional Research Service «Authority to Launch Nuclear Forces»; Brookings Institution «Reference Sheet on Nuclear Command and Control»; Arms Control Association; Bulletin of the Atomic Scientists; Council on Foreign Relations; Wikipedia (Gold Codes; 25th Amendment).