MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ

Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.

C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.

A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze “autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando disturbano davvero.

IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la serata con la violenza. 

È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale: quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può diventare prevedibile. 

E non è una questione astratta, perché il “finale” produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme nuove.

RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO, PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la solidarietà politica non può diventare copertura penale.

Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza differita. 
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.

MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso. 

Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità.

IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi. 
Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. 

Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere la legge”, deve incarnarla.

E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela.

INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura corretta è una sola:

I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative

In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte.

COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla destra securitaria, è scomoda ma necessaria:

I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne), perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico: proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni

La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.

Si indaghino e si puniscano i responsabili delle violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta. Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.

L’Italia al 49º posto nella classifica RSF 2025 sulla libertà di stampa

Questo titolo fa notizia, ma soprattutto mi fa male. Mi fa male perché somiglia a un paradosso: accendo la tv, scorro i giornali, sento qua e là domande anche dure, e per un attimo mi verrebbe da pensare “ma allora dov’è il problema?”. Il problema è che la libertà d’informazione non si misura dal volume della voce in un talk show, né dalla scena madre di una conferenza stampa. Si misura, molto più brutalmente, da quello che sta dietro: proprietà e concentrazioni, querele e costi legali, precarietà, intimidazioni, controllo politico del servizio pubblico, accesso alle fonti, sicurezza fisica, possibilità reale di fare inchieste senza pagare un prezzo personale e professionale.

E quel “dietro” oggi pesa abbastanza da farci scivolare dal 46º posto del 2024 al 49º nel 2025, con un punteggio complessivo di 68,01 su 100.
Non è solo una posizione. È un segnale. È l’immagine di un Paese che, mentre recita la parte della democrazia loquace, arretra sul terreno dove la democrazia si difende davvero: il diritto dei cittadini a sapere, verificare, comprendere.

E poi c’è un dettaglio simbolico che brucia: per varie ricostruzioni, l’Italia risulta dietro tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale nella classifica 2025. La nostra “casa democratica” di riferimento, e noi in coda.

Il punto non è “c’è chi fa domande incalzanti”

Io vedo l’obiezione ovunque: “Ma come? In tv li attaccano. In conferenza stampa fanno domande.” È un’illusione ottica. Un sistema può tollerare qualche picco di aggressività scenica e, allo stesso tempo, rendere quasi impossibile il giornalismo che conta: quello che scoperchia conflitti d’interesse, corruzione, collusioni, opacità, abusi, sprechi, ricatti. Quando quel giornalismo diventa costoso, rischioso, legalmente fragile, non serve la censura esplicita: basta la convenienza della paura. E la paura produce la forma più efficiente di silenziamento: l’autocensura.

RSF, nella scheda Paese sull’Italia, elenca pressioni ricorrenti che non sono fantasia: minacce di mafia e gruppi violenti, procedimenti intimidatori (SLAPP), e tentativi politici di ostacolare la copertura dei casi giudiziari con norme “bavaglio”.

Il governo Meloni e la conferenza stampa: la politica che pretende il megafono e odia lo specchio

Qui io non faccio finta di essere neutro. Sotto il governo Meloni questa tensione si è fatta sistema: più controllo sul servizio pubblico, più clima ostile verso le inchieste, più nervosismo verso chi insiste con domande scomode, più tentazione di trasformare l’informazione in una passerella per la narrazione di governo. È un metodo: non serve chiudere i giornali, basta svuotarli. Non serve vietare le domande, basta rendere la verità un mestiere pericoloso e la propaganda un lavoro tranquillo.

Prendo un episodio recente e concreto: la conferenza stampa di inizio anno. Lì si è vista la dinamica in piena luce. Da una parte una premier che governa anche con la comunicazione, dall’altra un sistema mediatico dove troppo spesso le affermazioni vengono rilanciate prima di essere verificate. Il punto non è “ha detto cose controverse”: il punto è l’ecosistema che consente che dichiarazioni discutibili diventino titoli, e i titoli diventino realtà percepita.

Sul contenuto, i fact-checker non parlano per suggestioni: Pagella Politica ha verificato numerose dichiarazioni della premier e ha evidenziato errori e imprecisioni.
E non è l’unica lettura critica: altre ricostruzioni hanno contestato dati e narrazioni proposte su lavoro, pensioni, immigrazione, descrivendo un impianto comunicativo costruito per far apparire carenze e scelte politiche come una collezione di successi.
In parallelo, chi segue da vicino il rapporto tra Meloni e la stampa sottolinea un clima di attrito e irritazione, con domande che restano senza risposta e un rapporto “aspro” con parte del giornalismo.

Quando io dico che certe “menzogne” vengono condivise, non sto facendo il processo alle intenzioni di ogni cronista, e soprattutto non mi interessa il pettegolezzo moralista sui singoli. Io sto denunciando una cosa più grave: un circuito in cui una quota dell’informazione si comporta come cassa di risonanza, non come controllo. Non serve immaginare valigette. Basta la carriera, la convenienza, la paura, la dipendenza economica, il desiderio di restare “dentro” al giro. Basta l’abitudine a confondere accesso con complicità.

Quattro pressioni che, sommate, fanno una gabbia

Pressioni politiche e presa sul servizio pubblico
La libertà d’informazione non è solo “assenza di divieti”. È indipendenza editoriale. Il nodo della RAI torna sempre perché è un nervo scoperto: governance, nomine, clima interno, messaggi che scendono lungo la catena. E questo tema, negli ultimi anni, è entrato anche nelle analisi internazionali come fattore di rischio, con preoccupazioni su interferenze e sul trattamento dei programmi d’inchiesta.
Quando il servizio pubblico viene percepito come terreno di conquista, ogni redazione capisce che l’aria può cambiare a seconda della stagione politica. E quando l’aria cambia, cambiano i coraggi.

Pressione legale: querele, diffamazione, SLAPP
In Italia la diffamazione resta un’arma che funziona anche solo come minaccia: tempi lunghi, costi, incertezza, stress. Freedom House ricorda che la diffamazione è ancora reato e che il contenzioso può produrre un effetto raggelante sul giornalismo.
E poi c’è la galassia delle SLAPP: cause strategiche per intimidire chi parla di interesse pubblico. RSF le segnala come pratica comune nel contesto italiano.
Il messaggio, spesso, è semplice: “Se scrivi, paghi.” Anche se poi vinci.

Norme “bavaglio” e informazione giudiziaria
La libertà di stampa vive di atti, verifiche, carte. Se riduci la pubblicabilità degli atti, tu non “proteggevi la presunzione d’innocenza”: tu riduci la capacità dei cittadini di capire cosa accade nei palazzi. La discussione sul divieto di pubblicazione delle ordinanze cautelari e sul rapporto tra garanzie e diritto di cronaca è stata esplicitamente inquadrata come “legge bavaglio” da pezzi importanti del mondo giornalistico e sindacale, con l’accusa di comprimere l’informazione.
RSF, già nelle sue valutazioni, richiama proprio questi tentativi di limitazione della copertura giudiziaria.

Sicurezza e intimidazioni: mafia, estremismi, violenza
Qui l’Italia ha una specificità tragica. RSF ricorda esplicitamente le minacce di mafia e di gruppi violenti.
E quando l’intimidazione diventa materiale, non è più teoria: l’attacco contro l’auto di Sigfrido Ranucci, volto di un raro spazio d’inchiesta in tv, è stato raccontato da fonti internazionali come un segnale pesantissimo sul clima che circonda il giornalismo investigativo.
Uno Stato serio, davanti a queste cose, non si limita alla solidarietà di rito: si chiede perché accade e cosa, nel clima pubblico e politico, sta legittimando l’odio verso chi racconta.

Il cuore economico: informazione povera, potere ricco

Qui io vado dritto: un giornalismo povero è un giornalismo addomesticabile. RSF, nel quadro 2025, insiste sul fatto che la fragilità economica è una minaccia centrale alla libertà di stampa.
Se non hai risorse, non fai inchieste lunghe. Se non fai inchieste lunghe, vivi di dichiarazioni. Se vivi di dichiarazioni, il potere diventa la tua fonte e il tuo padrone.

E quando la proprietà si concentra, il pluralismo rischia di diventare scenografia. Non serve che il proprietario telefoni al direttore. Spesso basta che tutti sappiano dove sta il perimetro invisibile del consentito.

La domanda vera: che cos’è, per me, “informazione libera” oggi

Se la riduciamo a “posso dire quello che penso su un social”, abbiamo già perso. Per me l’informazione libera è un’infrastruttura democratica: significa che qualcuno può verificare, documentare, contraddire il potere, e farlo con continuità. Non è un episodio, è un sistema.

E allora torno al punto che mi ossessiona: in Italia il rumore è fortissimo, ma la libertà concreta di fare giornalismo investigativo, di reggere una causa, di non essere isolati, di non vivere sotto minaccia, è un’altra cosa. È lì che misuro il 49º posto: non come una classifica, ma come la fotografia di un paese dove il controllo sul potere è sempre più faticoso, e la narrazione del potere sempre più comoda.

Cosa pretendo, senza retorica, da uno Stato che si dice democratico

Io pretendo manutenzione democratica, non prediche.

Voglio regole e anticorpi contro le querele temerarie e un quadro che riduca davvero l’effetto intimidatorio della diffamazione.
Voglio un servizio pubblico blindato dall’occupazione politica, non “riformato” per diventare più obbediente.
Voglio un bilanciamento serio tra garanzie e diritto di cronaca, senza trasformare le carte in territorio vietato.
Voglio che la sicurezza dei giornalisti sia trattata come sicurezza democratica, non come “rischio del mestiere”.

E voglio, soprattutto, che si smetta di chiamare “libertà” il teatro mediatico. La libertà non è la conferenza stampa con qualche domanda dura, se poi le risposte possono essere costruite su dati sbagliati o parziali e diventare comunque racconto dominante perché troppi le rilanciano senza verifica.

il termometro non è la febbre, ma io non ho più voglia di ignorare l’allarme

Il 49º posto non è una sentenza definitiva sull’Italia. È un allarme. E mi ricorda una cosa semplice: la libertà di stampa non muore solo quando “chiudono un giornale”. Muore quando diventa sconveniente dire la verità. Quando il costo di una notizia supera il suo valore pubblico. Quando la paura entra nelle routine. Quando l’informazione, invece di controllare il potere, lo accompagna.

Per questo io non mi accontento di guardare lo spettacolo. Io guardo la struttura: chi nomina, chi compra, chi querela, chi minaccia, chi controlla il servizio pubblico, chi rende precario chi dovrebbe essere libero. È lì che si decide quanto siamo davvero liberi.

Fonti principali
RSF World Press Freedom Index 2025 (pagina Index e scheda Italia)
RaiNews e ANSA sul ranking 2025 e sul punteggio 68,01
Pagella Politica, fact-checking conferenza stampa di inizio anno (9 gennaio 2026)
Fanpage, analisi critica su dati e narrazione in conferenza stampa
Reuters Institute, analisi su rischi e interferenze sul sistema mediatico italiano
Le Monde su pressioni su media e controllo RAI
AP e The Guardian su attentato all’auto di Ranucci

L’economia raccontata come spot: dove la narrazione del governo inciampa sui numeri

C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un finale migliore. Ma quando si riaprono i bilanci, i comunicati ufficiali e i report indipendenti, l’effetto è quello di una scenografia: da lontano sembra un palazzo, da vicino si vede il cartone.

La conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio ha provato a cucire insieme crescita, lavoro, salari, pensioni e casa in un unico racconto: “stiamo andando bene, le critiche sono esagerate, basta continuare così”. Il punto è che “così” significa, nei fatti, continuare a non intervenire sulle fratture strutturali dell’economia italiana mentre si vendono piccoli aggiustamenti come riforme epocali.

Crescita: lo 0,8% non è un “focus”, è una stagnazione con slogan

Se il 2026 è l’anno del “grande focus” sulla crescita, ci si aspetterebbe una strategia leggibile: investimenti mirati, politiche industriali coerenti, un disegno su energia e produttività. E invece l’Italia resta dentro una traiettoria di crescita debole.

La Commissione europea, nelle sue previsioni macroeconomiche, indica per l’Italia un Pil a +0,8% nel 2026 (dopo +0,4% nel 2025).
Non è un crollo, certo. Ma non è neppure quel “cambio di passo” che giustifica toni trionfali. È la fotografia di un Paese che procede a passo corto, appoggiandosi anche agli investimenti legati al PNRR, senza però liberare davvero produttività e innovazione. E qui sta la prima rimozione: la crescita non la fai per decreto, la fai sciogliendo nodi che disturbano interessi consolidati.

Su questo punto, anche il Financial Times ha parlato di perdita di slancio e di difficoltà del governo a varare riforme che aumentino la produttività quando rischiano di urtare poteri forti e rendite.
Tradotto: tanta comunicazione, poca chirurgia.

Lavoro: disoccupazione bassa, ma sale l’inattività

Il governo tende a mettere in vetrina un numero: disoccupazione al minimo. Ma un minimo può essere sano o malato, dipende da cosa c’è dietro.

I dati Istat su novembre 2025 dicono che il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, ma nello stesso mese calano gli occupati (meno 34 mila) e aumentano gli inattivi tra 15 e 64 anni (più 72 mila).
Questa è la parte che nel racconto “andiamo benissimo” resta sempre in ombra: se una quota crescente di persone esce dal mercato del lavoro o smette di cercare, la disoccupazione può scendere anche mentre l’economia non crea lavoro buono e stabile.

In più, la dinamica per età conferma una fragilità di fondo: il mercato regge soprattutto perché l’Italia invecchia e perché le regole pensionistiche spingono a restare più a lungo, non perché stiamo aprendo una stagione di opportunità per giovani e fasce centrali.
Se il “successo” dipende dal fatto che la gente resta al lavoro perché non può permettersi di uscirne, quello non è successo: è necessità.

Salari: il “netto” come foglia di fico, mentre il potere d’acquisto resta indietro

Qui il gioco comunicativo è ancora più scoperto. Davanti al tema dei salari reali, la risposta tipica è: “guardate il netto, non il lordo; abbiamo tagliato il cuneo”. Ma il punto per chi lavora non è la retorica fiscale: è se a fine mese compra di più o di meno.

L’Istat, nelle “Prospettive per l’economia italiana 2025-2026”, scrive che le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 sono ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.
Quindi sì, in alcuni mesi gli aumenti contrattuali possono correre più dell’inflazione, ma il buco accumulato negli anni precedenti non è stato chiuso. È come vantarsi di aver smesso di affondare mentre si è ancora con l’acqua alla gola.

Quanto al cuneo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato che le misure strutturali introdotte con la legge di bilancio 2025 hanno effetti differenziati e che l’architettura fiscale può aumentare la sensibilità al drenaggio fiscale, erodendo nel tempo i benefici.
E poi c’è un punto “sociale” che nel racconto sparisce: molte famiglie, anche con redditi non alti, perdono pezzi di agevolazioni legate all’Isee quando i parametri non seguono davvero l’aumento del costo della vita. Il netto può migliorare di qualche decina di euro, mentre altrove ti si chiudono porte. La propaganda somma solo ciò che conviene sommare.

E sul salario minimo, la postura resta ideologica: lo si respinge come se fosse una bandiera “dell’opposizione”, mentre in molti settori la compressione salariale è diventata strutturale. Il risultato è una crescita dell’occupazione spesso concentrata in lavori a basso valore aggiunto e bassa paga, che non alimentano consumi robusti.

Potere d’acquisto: quando i numeri diventano elastici

Un altro classico: trasformare un miglioramento parziale in un salto storico. L’Istat, nel comunicato sui conti trimestrali del III trimestre 2025, indica che il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici cresce del 2,0% sul trimestre precedente e, con un deflatore dei consumi a +0,2%, il potere d’acquisto aumenta dell’1,8%.
Ma lo stesso comunicato aggiunge un dettaglio decisivo: i consumi crescono solo dello 0,3% e la propensione al risparmio sale all’11,4%.

Questo non è il segnale di famiglie “più ricche”: spesso è il segnale di famiglie più prudenti, che rinviano spese perché vivono incertezza, temono bollette, mutui, sanità privata, futuro dei figli. Quando i consumi restano deboli, anche la crescita resta debole. Il governo, invece, prende l’etichetta “potere d’acquisto in aumento” e la vende come prova che “le politiche funzionano”, ignorando la parte che racconta la paura.

Pensioni: “abbiamo evitato l’aumento” oggi, ma lo rinviamo domani

Sul capitolo pensioni la narrazione gioca sul breve periodo: “abbiamo limitato l’aumento”. È vero che alcuni aggiustamenti attenuano lo scatto immediato, ma il quadro resta quello di un sistema che spinge progressivamente verso pensionamenti più tardivi.

Fonti sindacali e stampa economica hanno riportato il meccanismo di adeguamento dei requisiti dal 2027 e le dinamiche previste negli anni successivi.
In parallelo, la manovra 2026 restringe ulteriormente i canali di uscita anticipata: Quota 103 e Opzione Donna non vengono prorogate secondo diverse ricostruzioni di stampa e analisi specialistiche.

Qui la contraddizione politica è lampante: per anni “abolire la Fornero” è stato un mantra identitario della destra. Poi, una volta al governo, si scopre che i conti non consentono miracoli e si passa dal megafono al tecnicismo: piccoli correttivi, rinvii, tagli di platea. Il problema non è la necessità di sostenibilità. Il problema è la menzogna originaria: promettere ciò che sai di non poter mantenere, e poi chiamare “riforma responsabile” la retromarcia.

Casa: il “piano in arrivo” come eterno annuncio

Sul piano casa siamo alla politica come teaser: “sta arrivando”, “è in dirittura”, “ci stiamo lavorando con i corpi intermedi”. Peccato che, quando si va a vedere la disponibilità reale di risorse, il quadro sia molto più magro dei proclami.

A dicembre 2025 diverse ricostruzioni hanno segnalato fondi ridotti rispetto alle ipotesi iniziali: 100 milioni per il 2026 e 100 per il 2027, dopo tagli e riformulazioni in corso di manovra.
E l’idea di fondo che circola è quella dei partenariati pubblico-privato: tradotto, lo Stato apre la porta e il privato fa business, spesso con rendimenti garantiti e rischio sociale scaricato altrove.

Nel frattempo, l’emergenza abitativa resta: affitti che esplodono, giovani espulsi dalle città, famiglie che reggono con redditi stagnanti. La politica degli annunci non costruisce case, costruisce aspettative. E quando l’aspettativa cade, resta solo la frustrazione.

Crisi industriali: automotive e Ilva, tra scaricabarile e “salvatori” improbabili

Sull’automotive la linea è: “colpa dell’Europa”. Ma i numeri raccontano che l’Italia sta perdendo capacità produttiva in modo drammatico.

Secondo Reuters, nel 2025 la produzione di veicoli Stellantis in Italia è scesa a 379.706 unità (meno 20% annuo), e le sole auto a 213.706, minimo dal 1954.
Qui la propaganda si aggrappa alla parola “incentivi”, ma gli incentivi senza strategia industriale sono cerotti: tamponano, non curano. E intanto la filiera soffre, gli stabilimenti invecchiano, i modelli slittano, la concorrenza globale morde.

Sul dossier ex Ilva, invece, il governo promette fermezza contro operazioni “predatorie”. Però le trattative con fondi specializzati in distressed assets mostrano quanto la situazione sia delicata: il Financial Times ha riportato offerte da parte di fondi statunitensi, fra cui Flacks Group, per l’acciaieria.
È un settore che richiede competenze industriali, investimenti enormi e una governance pubblica capace di tenere insieme ambiente, lavoro e tecnologia. Ma la politica italiana, da decenni, arriva sempre alla stessa scena: emergenza, commissariamento, “soluzione in arrivo”, e intanto miliardi pubblici per tenere in vita un gigante senza un destino chiaro.

Il punto politico: non è solo economia, è un metodo

Alla fine, il cuore della questione non è un decimale di Pil. È il metodo con cui si governa il consenso.
1. Si sostituisce la politica economica con la comunicazione economica.
2. Si selezionano i dati utili e si oscurano quelli scomodi.
3. Si costruisce una narrazione di “normalità” mentre sotto cresce precarietà, sfiducia e rinuncia.

E quando qualcuno contesta, si risponde con due mosse: o si accusa il critico di disfattismo, o si sposta la colpa su un nemico esterno (l’Europa, i mercati, chi c’era prima). È una tecnica di potere: non serve vincere la realtà, basta vincere la cornice.

Ma la realtà torna sempre a presentare il conto. La crescita asfittica non si risolve con gli slogan. L’inattività non si cancella con i tweet. I salari reali non risalgono con i giochi di prestigio sul “netto”. Il diritto alla casa non nasce da un annuncio, ma da cantieri, risorse e regole.

Se questo governo vuole davvero parlare di economia, smetta di trattarla come una conferenza stampa permanente. E cominci a trattarla come ciò che è: la vita concreta delle persone, dove ogni punto percentuale non è un titolo, ma una spesa rimandata, una visita privata pagata, un figlio che parte, un affitto che non si regge più.

Fonti essenziali
• Il Fatto Quotidiano, “Crescita, lavoro, salari, pensioni e piano casa: cosa non torna nel racconto di Meloni sull’economia italiana”, 9-10 gennaio 2026.
• Commissione europea, previsioni macroeconomiche per l’Italia (Pil 2026: 0,8%).
• Istat, “Occupati e disoccupati (dati provvisori) – Novembre 2025”.
• Istat, “Le prospettive per l’economia italiana nel 2025-2026” (salari reali -8,8% vs gennaio 2021).
• Istat, “Conto trimestrale AP, reddito famiglie, profitti società – III trimestre 2025” (potere d’acquisto, consumi, risparmio).
• Reuters, produzione Stellantis in Italia 2025 (minimi storici).
• Financial Times, analisi su economia italiana e produttività.
• Financial Times, offerte per Acciaierie d’Italia (ex Ilva).
• Corriere della Sera, fondi ridotti per Piano Casa in manovra.

A un soffio da mezzanotteIl capitalismo a mano armata, la psicopolitica del consenso e la maschera volgare del potere

C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folklore. È un termometro politico e scientifico dell’epoca: rischi nucleari, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti. E quando quel termometro sale, non è solo perché “il mondo è cattivo”, ma perché un certo modo di organizzare la vita e il potere ha bisogno della minaccia come carburante.

Negli ultimi giorni, la temperatura è salita di colpo. E il primo atto, quello che sposta l’asse morale e giuridico dell’intera sequenza, non è stato in mare. È stato a Caracas.

Il 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores in un’operazione militare nella capitale venezuelana, trasferendoli negli Stati Uniti e portandoli davanti a un tribunale federale a New York. Maduro, in aula, ha parlato di “rapimento” e ha rivendicato di essere ancora il presidente del Venezuela.

Qui non siamo davanti a una sanzione o a una pressione diplomatica. È la pretesa di esercitare cattura e processo su un capo di Stato tramite la forza, scavalcando la grammatica minima della sovranità e aprendo una voragine nel diritto internazionale. Non a caso, analisi e osservatori hanno discusso subito le implicazioni legali e il precedente che questo gesto crea.

E se vogliamo essere coerenti, il punto politico non può essere la moraletta sul “regime”, la scorciatoia retorica che l’Occidente usa per sentirsi pulito mentre stringe un cappio. Il punto è il popolo venezuelano, che da decenni è sotto assedio economico e finanziario: sanzioni, blocchi di fatto, strangolamento dei pagamenti, ricatti commerciali, guerra ibrida. Quando la politica diventa punizione economica, a pagare non sono i palazzi, ma i quartieri, gli ospedali, i salari, le famiglie. È la vecchia legge dell’impero: colpire la vita quotidiana per piegare la volontà collettiva.

Dentro questo quadro, i governi socialisti venezuelani degli ultimi vent’anni hanno rappresentato una rottura concreta con il modello coloniale e subordinato: redistribuzione, investimenti sociali, difesa della sovranità, idea che la ricchezza nazionale debba servire chi lavora e chi vive, non chi specula. È esattamente questo che l’imperialismo non perdona: non la “simpatia” per un governo, ma il principio che un Paese possa tentare di sottrarsi alla piena disponibilità del capitale globale, costruendo un altro orizzonte di diritti e dignità.

E qui entra l’altro movente, quello che non ha bisogno di retorica perché parla con i numeri: il Venezuela rivendica circa 300 miliardi di barili di riserve provate, spesso citate come le più grandi al mondo. Chi controlla quel rubinetto, controlla una leva. Chi decide a chi appartengono quelle risorse decide anche chi può respirare e chi deve inginocchiarsi. È per questo che Caracas è nel mirino da anni: perché la questione non è “la democrazia”, è la proprietà. Non è “la legalità”, è l’appropriazione.

L’architrave narrativo dell’operazione del 3 gennaio è stato presentato come lotta al “narcoterrorismo” e al presunto ruolo di Maduro come capo di un grande cartello internazionale. Qui entra in scena l’etichetta più potente e più ambigua: il cosiddetto Cartel de los Soles.

Il Cartello dei Soli, la parola che semplifica e la realtà che non sta in un titolo

“Cartello” evoca un’organizzazione compatta, gerarchica, con un comando unico. Ma su Cartel de los Soles la realtà è meno cinematografica e molto più sporca. Diverse ricostruzioni investigative insistono su un punto: più che un cartello nel senso classico, è spesso una scorciatoia per descrivere reti e complicità dentro apparati militari e istituzionali, non un’unica struttura monolitica con un organigramma da manuale.

L’origine del nome spiega già l’equivoco. “Soles” richiama i soli sulle spalline e sulle uniformi dei generali venezuelani: un segno di grado, non il logo di un’azienda criminale. Il termine circola dagli anni Novanta in relazione a scandali e indagini su ufficiali, e da lì cresce fino a diventare un’etichetta ombrello: utile per descrivere un contesto, ma soprattutto utilissima per costruire un nemico immediatamente riconoscibile nel racconto pubblico.

C’è un elemento in più, importante perché tocca direttamente la solidità dell’impianto accusatorio: fonti giornalistiche hanno riportato che, dopo l’arresto di gennaio 2026, le carte aggiornate dell’accusa avrebbero ridimensionato l’idea di Maduro come “capo” di un cartello strutturato, descrivendo piuttosto un sistema più diffuso e meno verticistico. In parallelo viene richiamato il lavoro di InSight Crime, che da anni contesta la rappresentazione di un’unica organizzazione gerarchica come semplificazione politicamente conveniente.

Detto in modo netto: trasformare un insieme complesso di reti, interessi e dinamiche in un “cartello” monolitico guidato da un solo uomo è un salto narrativo enorme. Ed è proprio su salti narrativi di questo tipo che l’impero costruisce le sue licenze morali: se il nemico è un mostro, allora tutto è permesso. Se il nemico è un “cartello”, allora il rapimento diventa “giustizia”. È la grammatica del dominio, ripetuta mille volte nella storia.

Dal blitz a Caracas al mare: la coercizione diventa procedura

È su questa scia che si inserisce il secondo atto, quello navale. Il 7 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, la Marinera (ex Bella 1), in Atlantico, dopo un inseguimento durato settimane e con un’operazione che, nelle ricostruzioni, ha incluso elicotteri e asset militari. Mosca ha protestato parlando di violazione del diritto marittimo e “pirateria”.

Nello stesso quadro è stata segnalata l’intercettazione di un’altra nave collegata ai traffici venezuelani. Il punto non è la singola nave, né la singola bandiera. Il punto è la logica: l’enforcement delle sanzioni si trasforma in interdizione armata; l’interdizione armata si racconta come “applicazione della legge”; e così la coercizione diventa procedura, normalità amministrativa, routine geopolitica.

Ed eccoci alla questione più ampia, quella che non riguarda solo un presidente o una contingenza, ma la natura del capitalismo quando entra nella fase in cui, per restare in piedi, ha bisogno di mettere il mondo sotto pressione.

Il profitto come guerra permanente

Il capitalismo, nella sua forma matura, non è semplicemente “mercato” o “impresa”. È un dispositivo di accumulazione. Vive di una legge dura e semplice: trasformare tutto in valore scambiabile e trasformare quel valore in potere. Per farlo, sfrutta due miniere.

La prima miniera è il lavoro umano: tempo, salute, energia, vita. La seconda miniera è la natura: suolo, acqua, minerali, energia, ecosistemi. Solo che questa seconda miniera non è infinita. E quando la crescita diventa un dogma, e l’infinito diventa una pretesa, la contraddizione esplode: o si riduce l’avidità del sistema, o si aumenta la violenza con cui si impone.

Qui il conflitto non è un incidente. È una funzione. Quando l’economia reale rallenta e l’egemonia traballa, la guerra torna a essere la scorciatoia più antica: crea domanda, disciplina la società, ridisegna rotte e risorse. La guerra, o la minaccia della guerra, diventa l’ossigeno di un ordine che non sa più legittimarsi con benessere e progresso.

Ecco perché le discussioni sulla “dedollarizzazione” non sono folclore geopolitico. Il dollaro resta dominante, ma la sua quota nelle riserve mondiali mostra un declino a lungo periodo; l’IMF COFER indica valori attorno al 57% nel 2025 (con oscillazioni anche legate ai cambi), mentre analisi della Federal Reserve ricordano che la supremazia resta netta ma non più intoccabile come nel passato.

Quando un potere globale percepisce che la rendita geopolitica può restringersi, tende a reagire non con sobrietà ma con eccesso. E l’eccesso, storicamente, ha sempre un vocabolario: blocchi, sequestri, ultimatum, “azioni mirate”, punizioni esemplari.

Il patriarcato proprietario, la radice arcaica del comando

C’è poi un livello più profondo, spesso rimosso perché scomodo: il capitalismo moderno non nasce in un vuoto antropologico. Si innesta su un comportamento arcaico, quello del possesso. Il patriarcato è l’alfabeto originario della proprietà totale: il capo possiede la casa, la terra, la discendenza, e persino i corpi. È un’antropologia del comando che precede il capitalismo ma che il capitalismo perfeziona e industrializza.

Il mercato, quando diventa totalitario, non compra solo merci: compra tempo, attenzione, desideri, corpi. E l’idea patriarcale di dominio, traslata in economia, diventa una grammatica del mondo: chi ha comanda, chi non ha obbedisce, chi non obbedisce viene punito o reso invisibile. Questa è la base semplice del potere capitalistico: una visione povera dell’umano, ridotta a competizione, gerarchia, sopraffazione.

Psicopolitica e ipnosi, il consenso come colonizzazione mentale

Il potere, oggi, non si regge solo sulle armi o sul denaro. Si regge sul controllo del senso. La mente collettiva è diventata un campo di battaglia più importante del territorio, perché se governi la percezione governi anche l’obbedienza.

Qui la psicopolitica non è un concetto astratto. È la capacità di trasformare l’emozione in disciplina, la paura in fedeltà, l’indignazione in consumo di notizie, la stanchezza in rassegnazione. È un sistema ipnotico non perché “magico”, ma perché ripetitivo: feed che premiano l’odio semplice, format che teatralizzano il conflitto, titoli che sostituiscono i fatti, algoritmi che amplificano lo scontro più vendibile.

E il possesso dei mezzi di comunicazione, soprattutto nel perimetro occidentale, è parte integrante del dispositivo: non serve dire “questa è propaganda”, basta costruire un ambiente dove ciò che conta non è vero o falso, ma utile o inutile al mantenimento dell’ordine. A quel punto, anche un blitz extraterritoriale può essere riverniciato come “giustizia”, e un sequestro in mare può essere venduto come “tutela della legalità”.

Trump come sintomo, la volgarità del potere quando smette di fingere

E poi c’è Trump. Non come uomo solo, ma come sintomo. Trump è l’esternazione senza trucco di ciò che, per decenni, il capitalismo occidentale ha fatto con linguaggio educato. È il capitale che smette di chiedere permesso, che parla come un padrone e pretende che il mondo obbedisca perché “si è sempre fatto così”.

La sua forza non è l’originalità. È la coerenza brutale. Dice ad alta voce ciò che molti apparati hanno praticato a bassa voce: l’intimidazione come negoziazione, la minaccia come diplomazia, la coercizione come amministrazione.

Le basi, il mare, il cappio

C’è un dettaglio che fa capire la sproporzione strutturale su cui si fonda questa postura: la presenza militare globale. Le stime variano, ma diverse analisi parlano di centinaia di basi e siti militari statunitensi all’estero, in un ordine di grandezza spesso riportato tra 750 e 800.

E poi c’è il mare: circa il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Quando qualcuno prova a trasformare quel sistema in un rubinetto politico, sta mettendo un cappio potenziale al collo di economie intere. Il passo tra interdizione selettiva e strangolamento strategico può diventare brevissimo, soprattutto quando la logica è quella del tutto o niente.

Quando la mezzanotte non è un simbolo

Il capitalismo, arrivato a questo punto della sua parabola, mostra la sua natura senza poesia: sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sfruttamento dell’uomo sulla natura, e infine conflitto come metodo di gestione della crisi. Il patriarcato gli fornisce la cultura del possesso. La psicopolitica gli fornisce la colonizzazione mentale. La macchina militare gli fornisce l’esecuzione. Trump gli fornisce la voce.

Se l’orologio del mondo è vicino alla mezzanotte, non è perché il destino è scritto. È perché qualcuno continua a scriverlo con l’inchiostro del profitto e con la penna della forza. E la cosa più tragica è che questa scrittura viene spesso presentata come “realismo”.

Il realismo vero, invece, è un altro: o si spezza la dipendenza del sistema dalla guerra e dalla minaccia, o il secolo finirà governato dall’emergenza permanente. Un pianeta sotto stress, società polarizzate, democrazie ridotte a ordine pubblico, e un’umanità costretta a vivere come se l’Armageddon fosse un’ipotesi tra le altre, anziché la negazione stessa della politica.

Fonti essenziali
The Bulletin of the Atomic Scientists, Doomsday Clock (impostazione 2025 e contesto 2026).
Operazione del 3 gennaio 2026 e udienze a New York (House of Commons Library; Al Jazeera; CBS News).
Sequestro della petroliera Marinera e reazione russa (Reuters; The Guardian).
Origine e natura del termine “Cartel de los Soles” come etichetta legata alle insegne militari e come rete non monolitica (InSight Crime citato da fonti; ricostruzioni giornalistiche).
Impatto umanitario e quadro sociale della crisi, incluse sanzioni e bisogni umanitari (GAO; CRS; Rapporteur ONU su misure coercitive unilaterali).
Riserve petrolifere e discussione sulla sostenibilità economica del “primato” venezuelano (Reuters Breakingviews; Al Jazeera risorse).

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.

Programma di ri-educazione globale: perché la mente smette di ribellarsi

Ci sono testi che non chiedono di essere “commentati”. Chiedono di essere ascoltati, come si ascolta un rumore di fondo che a forza di stare lì, ogni giorno, smetti di notare. Il post di Luca Casarini funziona così: non è solo un’opinione su un tema, è un tentativo di nominare un processo. La tesi, detta in modo semplice, è questa: non ci stanno soltanto informando male. Ci stanno allenando a sentire meno, a riconoscere meno, a reagire meno. E quando la mente entra in questa postura, la ribellione non viene sconfitta in campo aperto. Si spegne per esaurimento, come una brace coperta di cenere.

L’intuizione di Casarini parte da una contraddizione che molti conoscono: più cerchi di “ragionare bene”, più ti accorgi che quel ragionare viene risucchiato in un grande vortice. Un calderone dove tutto si mescola, dove le parole diventano carburante per la macchina che vorresti fermare. È la sensazione di parlare dentro una stanza piena di eco: qualunque frase pronunci, torna indietro come rumore, si confonde, perde presa sul reale.

L’arruolamento forzato: la trincea mentale

Il primo meccanismo che Casarini descrive è quello che potremmo chiamare arruolamento forzato. In un contesto di “guerra permanente”, l’informazione e la politica smettono di essere luoghi di comprensione e diventano strumenti di schieramento. Il punto non è capire. Il punto è stare “di qua” o “di là”.

Qui la dinamica è quasi fisiologica. La mente umana, sotto stress, cerca scorciatoie. Riduce la complessità, si aggrappa a un’identità, si affida al gruppo. È un istinto di sopravvivenza, non un difetto morale. Ma quando l’ambiente comunicativo viene costruito per innescare sempre quello stato, allora la società diventa una trincea continua. Anche se non vuoi, finisci dentro la guerra. E, come nota Casarini, la guerra contemporanea non ha un solo obiettivo classico come “vincere”. Ha un obiettivo più subdolo: durare, non cessare mai.

Se il conflitto deve essere permanente, l’industria del discorso diventa una catena di montaggio: ogni evento viene trasformato in occasione per polarizzare, ogni dolore in un test di appartenenza, ogni strage in una contesa semantica. È così che lo sdegno si trasforma in tifo, e il tifo in anestesia.

Allontanare dall’essenziale: quando il reale diventa irriconoscibile

Il secondo meccanismo, ancora più profondo, è l’allontanamento dall’essenziale. Casarini insiste su una cosa che sembra quasi ovvia e invece oggi è rivoluzionaria: alcune realtà non hanno bisogno di infinite sovrastrutture. Hanno bisogno di essere riconosciute. Vita, morte, dolore, gioia, odio, amore. Cose elementari, radici dell’umano.

Eppure, proprio lì interviene la macchina di cattura. Non ti impedisce di vedere l’orrore. Ti abitua a vederlo senza sentirlo. Ti porta a un punto in cui l’orrore diventa un oggetto tra gli altri, un contenuto tra i contenuti, uno scorrimento tra gli scorrimenti. La mente, per difendersi, può fare due cose: o collassa, o si indurisce. Il potere, quando è intelligente, scommette sulla seconda.

È qui che la domanda centrale smette di essere “chi ha ragione?” e diventa “che cosa sta succedendo alla nostra capacità di riconoscere l’altro?”.

Il livello materiale: neuroscienze come lingua del presente, con prudenza

Casarini sceglie di parlare il linguaggio del materiale: cervello, circuiti, ormoni, ricompensa, empatia. È una scelta comprensibile: in un’epoca che idolatra la tecnica, dire “non è filosofia, è materia” è un modo per non farsi liquidare come moralismo.

Un esempio che usa riguarda la delega cognitiva. Richiama esperimenti e discussioni sull’orientamento: quando deleghi sistematicamente a un apparato tecnico funzioni che prima allenavi, cambi abitudini mentali. La letteratura sul rapporto tra navigazione spaziale e ippocampo è reale e famosa, inclusi studi sui tassisti londinesi che mostrano differenze strutturali associate a lunga esperienza di navigazione. Il punto politico, però, non è fare anatomia del cervello. È l’immagine: una società che delega sempre, alla fine disimpara. E chi disimpara, dipende.

Ancora più delicato e interessante è il passaggio sulla Schadenfreude, la “gioia per il danno altrui”. Casarini la usa come sintomo e come bersaglio di una rieducazione emotiva: se ti abitui a godere del dolore dell’altro, l’empatia si spegne e la crudeltà diventa normale. Dal punto di vista scientifico, ci sono lavori che collegano la Schadenfreude e i meccanismi di ricompensa, con attivazioni nello striato ventrale in contesti di confronto sociale, soprattutto quando la sventura colpisce persone percepite come rivali o “invidiate”. Anche qui, la lezione politica è chiara: se l’ambiente sociale premia il disprezzo e punisce la pietà, non serve più censurare la coscienza. La si riplasma per rinforzo.

C’è poi un tratto del post che scivola verso affermazioni più controverse, quando parla del cuore come “secondo cervello” e di campi elettromagnetici con effetti interpersonali misurabili. Sono temi molto presenti in divulgazioni specifiche, ma come base “dura” rischiano di essere un punto debole argomentativo se trasformati in certezza universale. In un articolo pubblico conviene trattarli, se li si cita, come metafora potente o come suggestione, non come prova definitiva. Il corpo conta, eccome. Ma proprio perché l’impianto di Casarini è forte, non ha bisogno di appoggiarsi a ciò che può essere contestato facilmente.

Sentire e pensare: la tensione vera, e come trasformarla in forza

Il cuore filosofico del post è una scelta: coltivare il sentire più che il pensare. Casarini arriva perfino a dire che il pensiero, in fondo, “non ci appartiene”, perché siamo dentro flussi di idee che precedono noi.

È una provocazione utile, ma va governata. Perché il rischio è evidente: se il discorso è sempre cattura, allora ogni analisi diventa sospetta e l’unica via resta la testimonianza morale. Bellissima, necessaria, ma politicamente fragile.

E qui è interessante ciò che emerge nei commenti: qualcuno obietta che le neuroscienze possono descrivere conseguenze, ma per capire le cause servono strumenti storici, economici, sociali. È una critica che merita rispetto. Non per mettere Casarini “contro” Marx o “contro” il materialismo, ma per fare una sintesi più robusta: il sentire è la bussola che impedisce la disumanizzazione, il pensare è la mappa per colpire le cause e non restare bloccati sulle sole conseguenze. Se tieni insieme bussola e mappa, allora la resistenza non diventa un gesto solitario. Diventa un progetto.

Un dettaglio che rende attuale la tesi: il lessico ufficiale del potere

Uno degli elementi più forti del post è che non resta nel vago. Casarini richiama un documento strategico statunitense recente, presentandolo come parte di un’operazione culturale, non solo geopolitica. E qui il contesto conta: la Casa Bianca ha pubblicato a inizio dicembre 2025 una nuova National Security Strategy che contiene formulazioni durissime sull’Europa, parlando di rischio di “civilisational erasure”, criticando politiche migratorie e dinamiche europee, e invitando a un cambio di traiettoria.

Che cosa c’entra con la psiche? C’entra eccome. Perché quando parole così entrano nei documenti ufficiali e nel circuito mediatico, diventano cornici. E le cornici non sono neutre: addestrano lo sguardo, decidono chi è “minaccia”, chi è “noi”, chi è “altro”. Su questa scia si è aperto un dibattito in Europa, con reazioni politiche e analisi che hanno sottolineato l’uso di un immaginario compatibile con retoriche identitarie e far right.

L’essenziale incarnato: il gesto umano contro la macchina

Casarini non resta nel concetto. Porta tutto su una domanda semplice e spietata: come mi sento davanti alle stragi, ai bambini morti, ai profughi, ai massacri dimenticati. E chiude con un criterio che taglia via la nebbia: una strage è una strage, uccidere un bambino è uccidere un bambino.

È una frase che oggi fa paura, perché spegne il gioco delle giustificazioni infinite. E, nello stesso tempo, indica una via: restare all’essenziale non significa essere ingenui. Significa rifiutare che l’orrore venga trasformato in una disputa tra tifoserie.

In questo senso, la pratica del soccorso in mare che Casarini racconta non è solo attivismo. È un laboratorio antropologico. Un esercizio quotidiano di riconoscimento: chiamare “fratello” e “sorella” chi il sistema ti chiede di percepire come invasore, rifiuto, scarto. E la formula “noi li soccorriamo, loro ci salvano” dice proprio questo: ci salvano dalla nostra metamorfosi in spettatori freddi.

Lo stesso vale per il riferimento a gesti concreti di coraggio civile. In questi giorni, ad esempio, l’Australia è stata scossa da un attacco armato a Bondi Beach, e la figura di Ahmed al-Ahmed è diventata simbolo perché ha disarmato uno degli aggressori rischiando la vita. È il punto che Casarini cerca: l’umano non è un’idea. È un gesto, un corpo che si muove, una decisione che rompe la passività.

Resistere al programma: tre mosse sobrie, non eroiche

Se trasformiamo l’impianto del post in una piccola pratica quotidiana, senza retorica, restano tre mosse.

La prima è igiene dell’attenzione. Non significa ignorare. Significa ridurre l’esposizione a quelle forme di comunicazione costruite per portarti in trincea, per renderti dipendente dall’indignazione, per tenerti nel binario.

La seconda è allenamento del sentire. Non “commuoversi” a comando, ma recuperare la capacità di riconoscere il dolore come reale, non come contenuto. Riconoscere vuol dire non contrattare con l’evidenza.

La terza è pratica di riconnessione. Fare qualcosa che ricuce il noi, anche piccolo, ma ripetuto. Un gesto che interrompe l’atrofia. Perché l’atrofia non si combatte con un post, si combatte con esercizio.

Conclusione

L’idea più inquietante di Casarini è anche la più utile: il dominio più efficace non ti ordina di diventare crudele. Ti convince che la crudeltà è normale, inevitabile, razionale. E quando ci arrivi, non c’è più bisogno di reprimerti. Ti governi da solo, con una mente stanca e un cuore disabituato.

Restare all’essenziale, allora, non è un rifugio spirituale. È una scelta politica radicale. Significa rompere l’incantesimo prima che diventi carattere, abitudine, destino.

Fonti principali
Luca Casarini, post su Facebook del 17/12/2025: https://www.facebook.com/share/p/1BjDejw6kH/?mibextid=wwXIfr
National Security Strategy della Casa Bianca (dicembre 2025).
Copertura e reazioni europee al documento, Reuters e Guardian.
Studi su navigazione e ippocampo nei tassisti londinesi (PNAS, PubMed).
Neuroscienze di invidia e Schadenfreude (Takahashi 2009, sintesi ScienceDirect).
Cronaca su Bondi Beach e figura di Ahmed al-Ahmed (Reuters, Al Jazeera, Guardian).

Bombe, libri e verità scomode: perché l’Italia continua a voltarsi dall’altra parte

Parto da qui: Antonio Ingroia. Il suo nome è il filo rosso che tiene insieme due libri e due notizie speculari sullo stato della nostra democrazia informativa.

Primo: Io so (Chiarelettere), scritto da Ingroia con Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Per quel libro Fininvest — l’impero privato di famiglia nel campo della televisione, dell’editoria e dei media — ha fatto causa: i telegiornali aprivano, le prime pagine urlavano. Oggi la Corte di Cassazione ha chiuso la partita: “è diritto di critica”, ricorso rigettato e spese a carico di chi aveva citato. Eppure la notizia scivola in fondo ai siti. Questo è il manuale di istruzioni del potere mediatico: il clamore quando si minaccia, il sussurro quando la realtà rimette i fatti in riga. Lo ha ricordato pubblicamente anche la FNSI, riportata da diverse testate.

Secondo: Traditi (Piemme), Ingroia con Massimo Giletti. Qui non c’è nostalgia giudiziaria: c’è l’ostinazione di rimettere al centro gli atti, a partire dalla vecchia, decisiva sentenza palermitana sul covo di Riina e dalla lunga trafila del processo “trattativa”. Per aver ricordato quelle pagine, il “capitano Ultimo” ha preannunciato una citazione per danni. Il messaggio è chiaro: quando tocchi nervi scoperti, la reazione è sempre la stessa — prima il tribunale mediatico, poi (forse) quello vero.

Io so: cosa ha detto davvero la Cassazione

La Suprema Corte ha confermato l’ovvio, che ovvio non è più: se una critica si appoggia su un nucleo fattuale vero e rilevante, è legittima. Nel caso di Io so, quel nucleo è la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa e l’ampia documentazione sul sistema di relazioni tra business e Cosa Nostra prima del ’94. Non stiamo parlando di slogan: stiamo parlando di diritto e di sentenze.

Dell’Utri: i fatti essenziali, senza nebbia

Nel 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a sette anni per concorso esterno. Nel cuore delle motivazioni c’è l’idea-chiave: un “accordo mafia–imprenditore” che, nel tempo, ha garantito protezione in cambio di utilità. Dell’Utri è la cerniera tra i capi mafiosi e il mondo economico legato a Silvio Berlusconi. Questo prima che Berlusconi scendesse in politica. È la fotografia giudiziaria di una contiguità stabile, non un incidente di percorso.

Dentro quel quadro c’è Vittorio Mangano, uomo d’onore di Porta Nuova “trasferito” ad Arcore negli anni Settanta. Paolo Borsellino lo indicò come “testa di ponte” dei rapporti al Nord; anni dopo Silvio Berlusconi lo chiamò in pubblico “un eroe” perché non “cedette al ricatto dei giudici”. A rafforzare il quadro c’è l’intervista di Borsellino alla televisione francese (Canal+, 21 maggio 1992), registrata due mesi prima della strage di via D’Amelio e mandata in onda postuma: lì il magistrato ricostruisce il ruolo di Mangano come cerniera tra l’imprenditoria milanese e Cosa Nostra. È tutto documentato, e non è una parentesi di costume: è il rovesciamento morale che ci ha educati a scambiare l’omertà per virtù.

Traditi: cosa c’è negli atti (e perché brucia ancora)

Nel 2006 il Tribunale di Palermo assolse Mori, De Donno e De Caprio sul “covo di Riina” ma scrisse che la cessazione della vigilanza, senza avvisare la Procura, era condotta “certamente idonea all’insorgere di una responsabilità disciplinare”, sebbene “equivoca” ai fini di una condanna penale. In Traditi quella pagina viene ricordata, insieme alla lettura, poi ripresa in primo grado nel processo “trattativa”, della mancata perquisizione come “segnale” per tenere aperto un canale con la componente “moderata” di Cosa Nostra.

Il processo “trattativa Stato–mafia” si è chiuso nel 2023 con assoluzioni per gli imputati istituzionali: il reato non regge “oltre ogni ragionevole dubbio”. Ma nelle motivazioni di primo e secondo grado resta il mosaico di contatti e di sconcertanti omissioni. La Cassazione ha spento il reato, non ha cancellato la storia. E questa storia, con i suoi lampi e le sue ombre, va raccontata per intero.

Le bombe che ci hanno cambiati: i nomi, uno per uno

Non c’è pagina sui rapporti tra Stato, mafia e poteri che possa prescindere dai caduti.

23 maggio 1992, Capaci: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Ventitré feriti. È la strage che squarcia il Paese.

19 luglio 1992, via D’Amelio: Paolo Borsellino e gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna della Polizia caduta in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L’unico superstite è Antonino Vullo.

3 settembre 1982: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, Domenico Russo.

29 luglio 1983: Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere Stefano Li Sacchi.

30 aprile 1982: Pio La Torre e Rosario Di Salvo. La Torre, autore e simbolo della legge Rognoni–La Torre (art. 416-bis e confisca dei beni), ucciso per aver alzato il livello della sfida istituzionale alla mafia.

6 gennaio 1980: Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, assassinato sotto casa mentre provava a “rimettere le carte in regola” nella pubblica amministrazione.

Poi il 1993: Firenze, via dei Georgofili (Angela e Fabrizio Nencioni, le figlie Nadia e Caterina, lo studente Dario Capolicchio), Milano, via Palestro (cinque vittime, tra cui tre vigili del fuoco e un agente della Polizia locale), Roma, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (decine di feriti). È il terrorismo mafioso che devasta persone, città e patrimonio.

14 maggio 1993, Roma, via Fauro: l’autobomba contro Maurizio Costanzo, che si salva insieme a Maria De Filippi; ventiquattro feriti e danni ingenti. È uno dei bersagli simbolici dell’offensiva, colpire un volto tv che aveva dato spazio pubblico all’antimafia.

23 gennaio 1994, Stadio Olimpico: l’autobomba pronta per falciare i carabinieri non esplode per un malfunzionamento. La strage che non fu, e che avrebbe potuto cambiare tutto.

Perché la notizia “scompare” quando vince la verità

Torniamo al punto di partenza: Ingroia e Io so. Quando la querela parte da un grande gruppo, i titoli aprono; quando la Cassazione ristabilisce che quella critica è lecita perché fondata su atti e sentenze, la notizia si spegne. Non è una distrazione: è la fisiologia di un sistema informativo concentrato, dove chi controlla i megafoni decide anche la gerarchia delle correzioni. La FNSI lo ha ricordato con nettezza; diverse testate lo hanno riportato, ma in sordina rispetto al fragore dell’atto iniziale.

Questa asimmetria uccide la memoria. Perché nel frattempo, mentre discutiamo di “toni”, restano gli atti: la Cassazione 2014 su Dell’Utri; le motivazioni 2006 sul covo di Riina; le sentenze 2018/2021 e la Cassazione 2023 sulla trattativa. E restano i nomi dei caduti, che andrebbero ripetuti più spesso dei nomi degli imputati.

Cosa c’è da capire, adesso

1. La verità giudiziaria non è un’opinione. Io so non “offendeva”: esercitava un diritto fondato su fatti. Lo dice la Cassazione, non un blog.

2. La storia della trattativa esiste, anche quando il reato non regge. Le assoluzioni non cancellano i contatti e le omissioni che le corti di merito hanno descritto. La Cassazione ha spento il profilo penale; la responsabilità politica e morale resta a verbale.

3. Il rovesciamento etico è un fatto, non una sensazione. Dire “Mangano eroe” in pubblico ha normalizzato l’omertà. Quel rovesciamento continua a produrre smemoratezza collettiva.

Che cosa dobbiamo pretendere, da cittadini

– Parità di spazio: se apri i telegiornali quando parte una querela, apri quando cade in Cassazione. Altrimenti non è informazione: è propaganda.

– Rispetto per i libri scomodi: Io so e Traditi non sono invettive, sono opere di interesse pubblico che rimettono gli atti al centro. Minacciarle di continuo con azioni civili è manganello simbolico.

– Memoria con nome e cognome: i magistrati e le scorte; le vittime civili e i soccorritori; e, accanto a loro, le figure istituzionali come Pio La Torre e Piersanti Mattarella, caduti perché hanno osato sfidare la mafia sul terreno delle leggi e del governo della cosa pubblica. Senza questa lingua franca, ogni discussione sullo Stato di diritto è chiacchiera.

Non abbiamo bisogno di eroi di cartone: abbiamo bisogno di nomi, date, responsabilità. Ingroia — con Lo Bianco e Rizza in Io so, e con Giletti in Traditi — ha riportato sul tavolo ciò che gli atti dicono. La Cassazione, adesso, ha rimesso a posto anche il diritto di dirlo. Sta a noi fare il resto: leggere, ricordare, pretendere che le verità scomode abbiano lo stesso volume delle menzogne comode. Solo così le bombe di ieri smetteranno di esplodere, in silenzio, anche oggi.

Fonti essenziali

– FNSI, “È diritto di critica: la Cassazione dà ragione ai giornalisti Lo Bianco e Rizza (caso Io so)”.

– Il Fatto Quotidiano, “Fininvest sconfitta, Cassazione dà ragione ai cronisti” (sintesi).

– Corte di Cassazione, condanna Dell’Utri (notizia e testo, n. 28225/2014).

– Tribunale di Palermo, sentenza “covo di Riina”, 20 febbraio 2006 (estratti).

– Trattativa Stato–mafia: motivazioni 2018 e conferma Cassazione 2023 (assoluzioni imputati istituzionali).

– Borsellino, intervista Canal+ del 21 maggio 1992 (RaiNews e Archivio Antimafia).

– Stragi 1993: via dei Georgofili e via Palestro (portali istituzionali MiC e Regione Toscana).

– Fallito attentato a Maurizio Costanzo, via Fauro (DIA; RaiNews; Sky TG24; dossier sentenze Firenze).

– Fallito attentato Stadio Olimpico (schede e rassegne).

La libertà in saldoRepubblica e Stampa all’asta: quando i padroni vendono anche l’Agorà

C’è un modo molto semplice per capire cosa sta succedendo: quando per settimane ti raccontano che “la libertà di stampa” è minacciata dai ragazzi che protestano, liquidati con l’etichetta sprezzante di “poveri comunisti”, e poi nel giro di pochi giorni la proprietà mette in vendita due giornali storici come fossero un ramo secco da potare, capisci che il racconto era rovesciato. La vera minaccia non è la contestazione, è la proprietà. Non è il corteo, è il consiglio d’amministrazione. E quella frase, oggi in Italia, non è un insulto: è una radiografia morale di chi sta dalla parte del potere proprietario, non dalla parte del lavoro e del diritto a essere informati.

È in questo cortocircuito che si incastrano due testi che mi sono passati sotto gli occhi in questi giorni e che mi hanno lasciato addosso la stessa sensazione: che il punto non sia mai stato la “libertà di stampa”, ma la libertà del padrone di fare ciò che vuole. Da un lato la denuncia frontale: l’applauso al padrone in redazione, la retorica della “solidarietà” trasformata in scudo mediatico, e poi la notizia che taglia la scena: GEDI (controllata da Exor della famiglia Elkann-Agnelli) tratta la vendita delle attività editoriali italiane con il gruppo greco Antenna, guidato da Theodoros/Thodoris Kyriakou, includendo La Repubblica, La Stampa e radio come Deejay e Capital.

Dall’altro lato un ragionamento più lungo e più amaro: la storia industriale e politica che sta dietro a questi giornali, il “peccato originale” di un Paese che ha fatto coincidere per decenni il destino nazionale con quello di una dinastia e delle sue aziende, fino a scoprire che, quando cambia il vento, la dinastia cambia porto. E non lascia dietro di sé una strategia: lascia macerie, precarietà, e un bene comune ridotto a merce.

Il punto politico, oggi, è questo: l’informazione non viene colpita soltanto quando viene intimidita. Viene colpita anche quando viene svuotata, normalizzata, spezzettata e venduta. Perché la libertà di stampa non è solo un diritto astratto: è anche una filiera concreta fatta di redazioni, contratti, autonomia, cultura professionale, memoria storica, e perfino di conflitto interno. Se quella filiera la governa chi la considera una linea di costo o una pedina di influenza, la libertà diventa una parola da convegno, buona per i discorsi e inutile per chi lavora.

Non a caso i giornalisti hanno scioperato e protestato: La Stampa ha fermato le pubblicazioni, Repubblica è entrata in agitazione, con una domanda che suona banalissima e per questo è micidiale: quali garanzie? su lavoro, identità, indipendenza, trasparenza dell’operazione. E lo stesso governo, pur con tutti i suoi doppi standard, ha dovuto convocare e mettere sul tavolo almeno la questione dell’indipendenza editoriale e della trasparenza, richiamando perfino le regole del “golden power” per gli asset ritenuti strategici.

Ma qui arriva la parte che brucia davvero, e che va detta senza anestesia: i padroni restano padroni. E non perché “sono cattivi”, ma perché sono coerenti con la logica del potere economico. La loro libertà è la libertà degli affari. Se un asset non serve più, si vende. Se serve in altro modo, si usa. Se diventa ingombrante, si scarica. Se bisogna fare una bella foto con il lessico della “responsabilità” e della “libertà”, si fa. Poi, finito lo scatto, si passa alla cassa.

Ed è qui che bisogna essere più caustici, perché la scena non è solo grottesca: è istruttiva. Pochi giorni prima gli applausi al padrone, come se fosse un benefattore venuto a distribuire democrazia a mano. Un applauso che non è ingenuità: è servilismo, è l’abitudine a confondere l’editore con il diritto, la proprietà con la libertà, il possesso con la legittimità morale. Poi, dopo qualche giorno, gli stessi che applaudivano scoprono di essere merce di scambio in una trattativa: svenduti non solo nei bilanci, ma nell’immaginario. Perché il padrone, quando vende, non vende un’idea: vende un pacchetto. E dentro al pacchetto ci finiscono i marchi, le redazioni, le carriere, la dignità di un mestiere.

A quel punto viene voglia di dirlo con brutalità: il padrone non tradisce. Fa il padrone. È chi lo applaude che si mette nella posizione sbagliata. Perché applaudire chi ti possiede è come ringraziare il guinzaglio per la passeggiata. Finché il guinzaglio non viene ceduto a qualcun altro, insieme al cane.

Ed è qui che il ragionamento storico diventa la lente che ingrandisce il paradosso. Perché La Stampa non è solo un giornale: è un simbolo torinese, legato alla lunga stagione Fiat, alla città-fabbrica, alla disciplina sociale costruita attorno a Mirafiori. E quando si rievoca la grande rottura dell’autunno 1980, la marcia dei “quarantamila”, la frattura delle relazioni industriali e il capovolgimento dei rapporti tra impresa, politica e sindacato, si sta dicendo una cosa precisa: in Italia si è normalizzata l’idea che la modernizzazione passi sempre da una resa del lavoro. Prima gli operai, poi gli impiegati, poi i quadri, poi i giornalisti. Cambiano i reparti, non cambia lo schema. E spesso, dopo gli operai, arriva anche la beffa: chi ieri si sentiva “dalla parte dell’impresa” oggi scopre che l’impresa non ha parti, ha interessi.

La domanda che resta appesa è quella più scomoda: quanti di quei linciaggi morali contro chi contestava, contro i ragazzi scesi in piazza, contro chi denunciava omissioni e conformismi, erano difesa della libertà e quanti erano difesa dell’ordine? Un ordine in cui il proprietario è intoccabile e il dissenso deve essere disinnescato, ridotto a “violenza”, così non si parla più del punto vero: chi decide la linea, chi decide i tagli, chi decide la vendita.

Poi c’è Repubblica. Qui si riapre una storia che molti fingono di non vedere: Repubblica come “Agorà” sostitutiva della crisi della politica, e poi Repubblica come bussola, vincolo e perfino dipendenza del campo progressista post-PCI. È una storia che spiega tante cose: la forza culturale di un giornale che per anni ha dettato agenda e lessico, ma anche la fragilità di una sinistra che, invece di costruire organizzazione e radicamento, ha spesso cercato legittimazione nello specchio mediatico. Il risultato è che oggi quella “Agorà” può essere impacchettata e spostata. E con lei si sposta un pezzo di ecosistema democratico. Il paradosso è feroce: per decenni si è creduto di poter fare politica anche attraverso l’aria condizionata delle redazioni, e ora quell’aria viene semplicemente rivenduta, come un impianto in dismissione.

Attenzione: questo non significa assoluzione. Né per Repubblica, né per La Stampa, né per la filiera dei talk show “di opposizione” che in tanti casi ha trasformato la critica in routine, l’indignazione in format, e la guerra in sfondo permanente. Significa però riconoscere una cosa: anche quando un giornale ti fa arrabbiare, il fatto che esista una redazione, una responsabilità legale, una cultura di verifica (imperfetta, contraddittoria, ma reale) è diverso dall’oceano digitale dove ognuno si nutre solo di ciò che lo conferma. L’autarchia informativa ci divide e ci rende deboli. E infatti il potere contemporaneo adora due cose insieme: la concentrazione proprietaria e la frammentazione sociale. Un editore forte sopra, un pubblico atomizzato sotto. Un padrone che compra e vende, e un Paese che si sfoga a pezzi, ognuno nella sua bolla, mentre la proprietà resta intera, compatta, lucida.

E allora questa riflessione non può limitarsi al lamento. Deve arrivare alla domanda pratica: che si fa?

Una risposta sta già, in controluce, dentro questo ragionamento: se l’Agorà non può più essere “servizio pubblico” soltanto perché lo dichiara un marchio, allora bisogna inventare forme nuove di proprietà e di garanzia. Non slogan. Strumenti. Perché la democrazia, se non ha strumenti, diventa un sentimento. E i sentimenti, come sappiamo, non valgono niente in un bilancio.

Alcuni punti, secchi:
1. Statuti di indipendenza editoriali blindati, con potere reale delle redazioni sulla nomina dei direttori e sulle carte etiche.
2. Trasparenza totale su struttura societaria e “catena del controllo”, soprattutto quando entrano gruppi esteri o veicoli con partecipazioni extra-europee, tema già richiamato nel dibattito politico e istituzionale.
3. Modelli di azionariato diffuso e cooperative di giornalisti e lettori, non come favola romantica ma come architettura concreta: meno costi fissi inutili, più inchieste, più verifica, meno opinionismo industriale e meno servitù volontaria.
4. Politiche pubbliche non “a pioggia” ma condizionate: se lo Stato considera l’informazione un asset strategico, allora la tutela del pluralismo non può ridursi a un comunicato. Serve una cornice di garanzie, altrimenti “strategico” diventa solo un’etichetta buona quando conviene.
5. E, soprattutto, una resa dei conti culturale: smettere di chiamare “libertà di stampa” la libertà del proprietario di ristrutturare, tagliare, vendere. Quella è libertà d’impresa. La libertà di stampa è un’altra cosa: è il diritto dei cittadini a non essere governati dall’ignoranza, dalla propaganda e dalla paura di disturbare il padrone.

Perché qui sta l’evocazione più cupa: non è solo una vendita. È un segnale. Un altro. L’ennesimo. Di un pezzo di classe dirigente che, dopo aver legato per decenni il proprio nome a un Paese, ora tratta quel Paese come un mercato qualsiasi: si investe dove rende, si disinveste dove pesa, si lascia la retorica ai comunicati. E se serve, si usa perfino la parola “libertà” come una carta di credito morale: una passata veloce sul lettore, e via.

E in mezzo restano i lavoratori. Operai ieri, giornalisti oggi, precari sempre. E resta un’opinione pubblica che viene invitata a commuoversi a comando: solidarietà quando “serve”, indignazione quando “conviene”, silenzio quando bisogna guardare in faccia il fatto che il problema è strutturale.

Se la democrazia è anche una conversazione collettiva, oggi quella conversazione è in mano a chi la può mettere all’asta. E questo, scusatemi la brutalità, non è un incidente: è un modello. Sta a noi decidere se accettarlo come metodo, o trattarlo per quello che è: un conflitto politico. Non ci interessa essere compatibili con chi compra e vende tutto. Ci interessa essere utili a chi non vuole essere comprato e venduto.

Fonti essenziali
Reuters (11–12 dicembre 2025) sulla trattativa GEDI-Exor con Antenna Group e sulle richieste del governo italiano.
RaiNews sulla trattativa esclusiva e sull’agitazione delle redazioni.
Il Post sulla conferma interna e sulle proteste dei giornalisti.
Corriere della Sera sui dettagli dell’offerta e sulle tensioni.

Cacciato per una domanda: anatomia di un tabù occidentale

C’è un dettaglio che rende questa storia più grande del caso personale di Gabriele Nunziati. Il collega non ha insultato nessuno, non ha diffuso fake news, non ha violato segreti. Ha fatto quello che deve fare un cronista in un sistema democratico: mettere in relazione due principi dichiarati dall’Unione europea e chiedere se valgono per tutti. Il 13 ottobre, nel briefing di mezzogiorno a Bruxelles, ha chiesto alla portavoce della Commissione, Paula Pinho, se – alla luce della continua richiesta europea che la Russia paghi la ricostruzione dell’Ucraina – anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza, dopo averla devastata. La portavoce ha trovato la domanda “interessante” ma ha scelto di non rispondere. Due settimane dopo l’agenzia per cui Nunziati lavorava, Nova, ha interrotto la collaborazione, definendo la domanda “tecnicamente sbagliata” e “fuori luogo”.

Qui non siamo davanti a un semplice contenzioso aziendale. Siamo davanti al segnale di un’epoca in cui la verità – o anche solo la ricerca di coerenza – viene messa sotto tutela quando tocca il nervo scoperto del conflitto israelo-palestinese e del ruolo dell’Occidente. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti lo ha capito subito, infatti ha parlato di “sconcerto” e ha ricordato una cosa ovvia ma oggi rivoluzionaria: non si può essere licenziati per aver posto una domanda. Ha chiesto il reintegro. Non è un atto corporativo, è un atto politico nel senso più alto: difendere la possibilità di fare domande scomode allo stesso livello della libertà di informare.

Perché questa domanda dà così fastidio

La domanda di Nunziati è logica, non ideologica. L’UE ha ribadito decine di volte che “la Russia dovrà pagare” per la distruzione arrecata all’Ucraina. È una chiave morale e giuridica: chi distrugge, paga. Il collega ha solo verificato se questo principio vale anche quando il distruttore è un alleato politico e militare dell’Occidente. Nel momento in cui si applica il principio di responsabilità ai nemici e lo si nega agli amici, il giornalista ha il dovere di mostrarlo. Ed è proprio quel gesto, la messa allo specchio, che diventa oggi intollerabile.

Il dettaglio forse più rivelatore è la smentita della Commissione: Bruxelles ha detto di non aver fatto alcuna pressione sull’agenzia, scaricando la responsabilità su Nova. Significa che il potere politico, almeno ufficialmente, non ha censurato. È l’azienda editoriale che ha deciso che quella domanda “metteva in imbarazzo”. Qui sta il cuore del problema: non serve più la censura di Stato se le redazioni interiorizzano il perimetro del dicibile e puniscono da sole chi lo supera. È un’autocensura privatizzata.

La stampa sotto attacco

Per capire fino in fondo perché questo caso è grave, bisogna guardare a Gaza. Lì, nello stesso arco temporale in cui a Bruxelles un cronista perde il lavoro per una domanda, è in corso il più grande massacro di giornalisti mai registrato in un conflitto moderno. Le Nazioni Unite, il Committee to Protect Journalists, la Federazione internazionale dei giornalisti e Reporters Without Borders hanno documentato che dal 7 ottobre 2023 a oggi in Gaza sono stati uccisi oltre 240 giornalisti e operatori dei media, quasi tutti palestinesi; alcune ricostruzioni incrociate arrivano a 270 nomi entro l’agosto 2025. È una cifra spaventosa, che non ha precedenti e che fa dire agli organismi internazionali che Gaza è il luogo più letale al mondo per chi fa informazione. Israele ha colpito case, auto contrassegnate stampa, tende stampa negli ospedali, redazioni, e ha continuato a impedire l’ingresso stabile di reporter stranieri, costringendo i palestinesi a raccontare da soli la propria distruzione. È la fotografia di una stampa sotto attacco, fisico e deliberato. 

Quando in un luogo muoiono più di duecento reporter nel tentativo di mostrare al mondo ciò che succede e in un altro luogo, nel cuore dell’Europa, un giornalista viene allontanato perché prova a collegare Gaza alle responsabilità di chi la bombarda, il messaggio che passa è unico: le domande su Gaza sono pericolose. A sud si eliminano i testimoni, a nord si scoraggiano quelli che potrebbero far notare la contraddizione. È la stessa filiera del silenzio, solo applicata con strumenti diversi.

Un clima costruito negli anni

Non è un episodio isolato. Nel 2024 Israele ha chiuso e perquisito le strutture di Al Jazeera, giustificando la mossa con la sicurezza nazionale: è stato un colpo frontale alla libertà di stampa e le associazioni internazionali hanno parlato di tentativo di spegnere la luce su Gaza. Se uno Stato in guerra prova a spegnere le telecamere, lo capiamo: è nella logica dei conflitti. Ma quando lo stesso silenziamento, più sottile, arriva dentro le capitali europee, allora siamo davanti a un’osmosi pericolosa tra agenda politico-militare e filtri informativi. 

Nello stesso 2024-2025 una lunga serie di organizzazioni europee dei giornalisti ha chiesto all’UE di sanzionare Israele per gli attacchi sistematici ai reporter palestinesi e per l’impedimento all’accesso a Gaza: il problema è noto, documentato, nominato. Ma mentre le organizzazioni rivendicano più libertà, dentro alcune testate cresce l’ansia di essere accusate di vicinanza a posizioni non gradite solo perché si dà voce a un punto di vista non allineato. È lo stesso argomento usato da Nova per giustificare il licenziamento: il video della domanda era circolato su canali non graditi, quindi il problema non era solo la domanda, ma chi se n’era appropriato. È l’argomento perfetto per criminalizzare la notizia in base a chi la condivide. 

La fase che opprime le domande

Siamo in un periodo storico che opprime la verità e le domande lecite. Su Gaza e, più in generale, sui conflitti in cui l’Occidente è parte in causa, si è formato un recinto semantico. Dentro ci stanno le formule sul diritto alla sicurezza di Israele, le condanne agli attacchi terroristici, la generica preoccupazione umanitaria. Fuori dal recinto restano le domande sulle responsabilità materiali delle distruzioni, sulle catene di comando, sul doppio standard nell’applicazione del diritto internazionale. Chi prova a uscire dal recinto non viene arrestato, ma viene delegittimato, isolato, a volte cacciato.

In altri Paesi europei si è andati anche oltre. In Germania, per esempio, la stretta contro la solidarietà con la Palestina è diventata un modello: eventi annullati, attivisti identificati, slogan criminalizzati, perfino parlamentari richiamati per frasi ritenute filopalestinesi. È un contesto che educa i media alla prudenza e li spinge a non farsi associare a ciò che lo Stato ha marcato come sensibile. Il risultato è che la domanda giornalistica viene trattata come una provocazione politica. 

Perché il caso Nunziati riguarda tutti

Questo episodio colpisce perché avviene a Bruxelles, cioè nel luogo che ogni giorno fa la morale al mondo su libertà di stampa e stato di diritto. Se nel cuore dell’UE un giornalista perde il lavoro per aver chiesto coerenza sull’applicazione del diritto internazionale, mentre a pochi chilometri di distanza dalle nostre coscienze vengono uccisi centinaia di reporter che tentano di documentare un massacro, allora possiamo dire che la libertà di stampa non è più solo minacciata da regimi altri, ma anche da filiere editoriali europee che hanno paura di disturbare gli equilibri geopolitici del momento. È lo stesso meccanismo che porta Israele a impedire a reporter stranieri di entrare a Gaza: meno occhi, meno domande, meno responsabilità. 

Che cosa rivendicare adesso

Primo: la reintegrazione, perché lo chiede l’organismo di categoria ed è l’unico modo per dire che la domanda giornalistica non è una colpa.

Secondo: la trasparenza dell’agenzia Nova sulle motivazioni reali, perché la formula “tecnicamente sbagliata” è troppo vaga e lascia intendere che non si debbano fare domande su questioni politicamente spinose.

Terzo: che la Commissione europea, se davvero non ha fatto pressioni, lo dica con più forza e colga l’occasione per ribadire che le domande sulla proporzionalità dell’uso della forza di Israele, sulla distruzione delle infrastrutture civili e sulla futura ricostruzione di Gaza sono legittime e rientrano nel dibattito pubblico europeo. Non basta dire “non abbiamo chiamato l’agenzia”, bisogna dire “quella domanda è legittima”.

E poi c’è la battaglia più ampia: pretendere un’inchiesta internazionale sulla strage di giornalisti a Gaza e legarla, senza timidezze, alla questione europea della libertà di stampa. Perché se si accetta che quasi trecento reporter possano essere uccisi in meno di due anni senza che i responsabili ne rispondano, sarà più facile accettare anche che un cronista europeo venga messo alla porta per una domanda scomoda. Le due cose stanno insieme, fanno parte dello stesso tempo politico.

Fonti principali: ONU, Committee to Protect Journalists, International Federation of Journalists, Reporters Without Borders, comunicazioni Odg italiano. 

Allarmi, propaganda e realtà: come si fabbrica la “minaccia russa” per militarizzare l’Europa

L’arte di creare il nemico

In tempi di guerra, la verità è la prima vittima. Ma in tempi di pace apparente, la manipolazione della paura diventa strumento quotidiano: una nebbia che avvolge la coscienza collettiva, spingendo interi paesi verso l’abisso del riarmo, dell’emergenza permanente, del nemico “in agguato”. L’Italia – come l’Europa – è ormai ostaggio di un racconto tossico, ripetuto ogni settimana dai media mainstream e dalle cancellerie atlantiche: la Russia è dietro ogni incidente, ogni drone, ogni blackout digitale, ogni missile che vaga troppo vicino ai nostri confini.

Ma che cosa c’è di vero, oltre le narrazioni ufficiali e la retorica della minaccia? E chi ci guadagna davvero da questa escalation di allarmi e “casi” puntualmente sgonfiati dai fatti?

  1. Il meccanismo: dalla notizia all’allarme

Dal 2022 ad oggi, i “casi” di presunte provocazioni russe in Europa si sono moltiplicati. La dinamica è quasi sempre la stessa: un incidente, un’invasione accidentale dello spazio aereo, detriti di un drone o di un missile, blackout informatici o cyber-attacchi. Nel giro di poche ore, il meccanismo si attiva: dichiarazioni infuocate dei leader occidentali (spesso capofila il presidente ucraino Zelensky), rilancio a reti unificate dai grandi media, mobilitazione degli alleati Nato e richiesta di nuovi aiuti militari o di una “risposta forte”.

Solo dopo, spesso giorni dopo, arrivano le smentite delle intelligence, delle autorità aeronautiche, delle stesse fonti militari occidentali: nessuna prova di attacco deliberato, spesso un errore tecnico, un incidente di routine o, addirittura, un missile difettoso proveniente dagli stessi alleati.

Il caso polacco del 2022, con la morte di due civili per un missile ucraino subito attribuito a Mosca, è emblematico: Zelensky grida alla “terza guerra mondiale”, i media parlano di “escalation mai vista”, la Nato attende, poi arriva la verità scomoda. Ma la correzione non ha mai la forza dell’allarme: l’opinione pubblica resta spaventata, il clima resta avvelenato.

  1. La funzione dell’allarme: strategia del riarmo e consenso

Questi “incidenti” sono solo errori casuali? Non sempre. Il sospetto – confermato da molti analisti e fonti investigative – è che la costruzione mediatica della minaccia serva a giustificare politiche di riarmo e controllo sociale che altrimenti non troverebbero consenso. È il principio antico dell’“emergenza” usata come grimaldello per sospendere le domande critiche, per zittire i dissidenti, per stanziare miliardi in armi e sicurezza.

L’Italia, in questo gioco, non è affatto un soggetto passivo. Anzi: mentre la narrazione della minaccia cresce, il governo aumenta le spese militari (oltre i 32 miliardi annui, secondo l’ultimo rapporto Milex), introduce leggi speciali sulla cybersicurezza, accoglie nuove basi Nato e, soprattutto, prepara l’opinione pubblica ad accettare la guerra come “inevitabile”. Ogni drammatizzazione di routine – dal drone russo ai confini con la Polonia ai blackout informatici in Scandinavia – diventa il pretesto per nuove restrizioni e nuovi investimenti bellici.

  1. Dati e casi recenti: il paradosso della realtà

Andando oltre la cronaca riportata nell’articolo, ecco altri episodi recenti, spesso clamorosi per la distanza tra annuncio e realtà:
• Il blackout GPS del volo di Ursula Von der Leyen (agosto 2025): Inizialmente attribuito a un sabotaggio russo, viene poi derubricato dalle autorità europee come “interferenza non mirata” di guerra elettronica, probabilmente ucraina.
• Droni a Francoforte e Copenaghen (settembre 2025): Subito definiti “attacchi russi”, ma le autorità tedesche e danesi non trovano alcun collegamento con Mosca. Anzi, molti droni decollano a poche centinaia di metri dagli aeroporti.
• Cyber-attacchi agli aeroporti scandinavi (2024-25): Si parla di “offensiva russa”, ma il principale indiziato è un hacker britannico con movente economico.
• Mig-31 russi nei cieli estoni: Titoli allarmistici su “provocazione russa”, salvo poi accertare un banale errore di rotta, comune a decine di voli militari anche Nato ogni anno.
• Detriti di droni Shahed in Romania: Prima “attacco deliberato”, poi detriti caduti da azioni ucraine.
• Missili cruise in Polonia: Due episodi (2023 e 2024) di missili che attraversano lo spazio polacco per meno di un minuto: allarme mondiale, poi chiarimento della Nato (“nessuna minaccia intenzionale, interferenze da jamming”).

Secondo i dati raccolti da fonti come Reuters, BBC, EASA, Rzeczpospolita, e rapporti pubblicati da istituti indipendenti come lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), oltre il 70% degli “incidenti” non mostra alcuna intenzionalità aggressiva da parte russa, ma viene sistematicamente trasformato in “attacco” dai media e dai governi più esposti nella guerra per procura contro Mosca.

  1. I veri rischi: manipolazione, automatismo, escalation

Se da una parte la Russia è chiaramente responsabile di una guerra criminale contro l’Ucraina, dall’altra è indubbio che la narrazione occidentale tende a trasformare ogni episodio in una prova della volontà di attaccare l’Europa, minimizzando invece i rischi derivanti dal continuo riarmo, dalla presenza di migliaia di soldati Nato ai confini, dai sistemi d’arma automatizzati e dall’assenza di canali diplomatici efficaci.

Il pericolo reale non è solo un attacco improvviso, ma l’automatismo della paura: se ogni drone o missile sbagliato diventa “casus belli”, la possibilità di un’escalation accidentale cresce di giorno in giorno. A questo si aggiunge la pressione dell’industria militare, dei governi in crisi di consenso e dei media in cerca di audience: la combinazione è esplosiva.

  1. Guerra psicologica e “sindrome dell’assedio”: il caso Italia

In Italia questa sindrome si esprime in modo evidente. Ogni notizia – per quanto rapidamente smentita – lascia una traccia: la sensazione che la guerra sia alle porte, che il nemico sia ovunque, che la militarizzazione sia necessaria. Le domande sulla neutralità, sulla diplomazia, sulla sicurezza reale vengono liquidate come “filoputinismo” o “ingenuità”. Il pensiero critico evapora, mentre cresce la pressione su giornalisti, movimenti pacifisti e voci fuori dal coro.

Un aspetto poco discusso è la guerra psicologica, ovvero la capacità di manipolare l’opinione pubblica attraverso cicli di allarme e rassicurazione, in modo da rendere permanente lo stato d’emergenza. Una spirale che ricorda – con le dovute differenze storiche – quella della Guerra Fredda, ma che oggi si fonda su social, breaking news e campagne orchestrate dai governi e dai servizi di intelligence.

  1. Conclusione – Un paese sotto assedio… immaginario

Il vero rischio per l’Italia e per l’Europa non è (ancora) un’invasione russa, ma la perdita della capacità di discernere tra realtà e propaganda. Se accettiamo che ogni allarme – anche il più infondato – debba giustificare nuove guerre, nuovi tagli alle libertà civili, nuovi sacrifici sociali, la democrazia si svuota dall’interno.

Il compito di chi scrive e di chi legge non è farsi trascinare dall’onda della paura, ma restare vigili, pretendere trasparenza e verità, smascherare le manipolazioni e chiedere un’altra strada: diplomazia, riduzione degli arsenali, controllo democratico delle scelte strategiche. Solo così l’Italia potrà sottrarsi al destino di “paese sotto assedio”, riscoprendo il valore della pace come bene collettivo – non come ingenuità, ma come scelta di civiltà.

Fonti e approfondimenti
• Reuters – Fact check sugli incidenti missilistici tra Russia, Ucraina e Polonia
• BBC News – Ricostruzioni e smentite sui presunti attacchi russi in Europa
• Rzeczpospolita – Rapporto sul missile Usa AIM-120 a Wyryki
• EASA – Interferenze GPS e sicurezza aeronautica
• SIPRI – Rapporto sulle spese militari in Europa
• Milex – Osservatorio sulle spese militari italiane
• Open – Analisi dei casi di propaganda bellica in Italia.