Unire le forze per cambiare l’Italia: oltre la frammentazione, contro il finto dissenso

L’Italia sta vivendo una fase storica in cui il rischio più grande non è solo l’avanzata della destra reazionaria, ma l’incapacità della sinistra di costruire un’alternativa credibile e unitaria. Non possiamo più permetterci divisioni sterili, personalismi e calcoli di piccolo cabotaggio mentre il Paese affonda in una crisi sociale, democratica ed economica sempre più grave. O si costruisce un fronte comune, oppure si lascia spazio all’irrilevanza politica e alla disfatta totale.

Le forze progressiste e pacifiste non mancano, così come non mancano i movimenti che lottano per la giustizia sociale, i diritti dei lavoratori, la difesa dei beni comuni. Ma queste energie restano disperse, frammentate, incapaci di incidere realmente. E nel frattempo, i grandi poteri che governano il Paese e l’Europa continuano a spingere per una società sempre più militarizzata, diseguale, sottomessa agli interessi delle élite economiche e finanziarie.

Se vogliamo costruire un’alternativa, dobbiamo superare gli steccati ideologici e le vecchie logiche di divisione e creare una convergenza reale. Non una sommatoria di sigle, ma una forza politica, sociale e culturale che possa realmente contrastare le destre e il finto progressismo bellicista che domina il panorama europeo.

La trappola del finto dissenso: la “sinistra ZTL”

Un elemento che sta logorando la possibilità di un vero cambiamento è la finta opposizione rappresentata dalla cosiddetta “sinistra ZTL”, quel mondo reticolare fatto di associazionismo, attivismo salottiero e affarismo politico che ruota intorno al Partito Democratico e alla sua costola “di sinistra” rappresentata da AVS.

Questo sistema, pur criticando formalmente le politiche neoliberali e guerrafondaie del PD, nei momenti decisivi finisce sempre per sostenerlo, garantendone la sopravvivenza e arginando qualsiasi alternativa credibile. Il gioco è sempre lo stesso: si alimenta un dissenso “controllato”, che urla e si agita ma che non mette mai realmente in discussione i rapporti di forza.

L’ultimo esempio di questa dinamica si è visto nella contestazione a Giuseppe Conte durante un incontro sulla pace. Una protesta che, se letta superficialmente, potrebbe sembrare un atto di dissenso legittimo, ma che in realtà si inserisce perfettamente in quella logica di distrazione strategica che impedisce alla sinistra di costruire un’alternativa. Perché contestare proprio chi, nel panorama politico italiano, è l’unico che – con tutti i suoi limiti – ha assunto una posizione critica rispetto alla guerra e all’invio di armi?

Non è una questione di difendere Conte a priori, ma di capire il contesto. Mentre la destra e il PD organizzano manifestazioni per più guerra, più NATO, più repressione, si decide di attaccare l’unica piazza che chiede pace e democrazia? Questa è la dimostrazione perfetta di come una parte dell’estrema sinistra finisca, nei momenti decisivi, per fare il gioco della sinistra liberal, impedendo la nascita di un’alternativa seria.

L’Italia prima di tutto: la necessità di un fronte comune

Di fronte a questo scenario, l’unica strada possibile è costruire un fronte popolare progressista, capace di unire tutte le forze che oggi si oppongono al dominio delle destre e del neoliberismo bellicista. Non possiamo più permetterci di disperdere energie in battaglie settarie, né di lasciare che la sinistra venga manipolata da chi, alla fine, fa il gioco del sistema.

Non stiamo parlando di una semplice alleanza elettorale, ma della creazione di un movimento politico e sociale che abbia radici nel territorio e sia capace di costruire una nuova egemonia culturale e politica. Dobbiamo parlare alla gente comune, ai lavoratori, ai giovani precari, a chi non si sente più rappresentato da questa politica fatta di compromessi al ribasso e di ipocrisia.

La destra non vince perché ha idee migliori. Vince perché è compatta e perché riesce a parlare a chi ha perso ogni fiducia nella politica. Se vogliamo davvero contrastarla, dobbiamo mettere insieme le forze, superare le divisioni e costruire un progetto serio e credibile.

L’Europa come specchio della crisi democratica

Questa crisi della sinistra non è solo italiana, è un fenomeno europeo. L’Unione Europea sta soffocando ogni forma di dissenso reale. Viviamo in un sistema che si presenta come democratico, ma che in realtà censura ogni posizione critica e impone un pensiero unico bellicista e neoliberista.

Le voci contrarie alla guerra vengono silenziate, i partiti che non si allineano alla narrazione dominante vengono marginalizzati, e nel frattempo l’Europa continua ad armarsi, a spingere per una guerra senza fine e a reprimere ogni forma di dissenso.

Ma il punto più drammatico di questa ipocrisia è la Palestina. Il massacro in corso viene sistematicamente giustificato o ignorato, mentre chi difende i diritti del popolo palestinese viene attaccato, censurato e criminalizzato. Questa è la menzogna su cui si regge il sistema di potere attuale, ed è per questo che la questione palestinese deve essere centrale nel nostro discorso politico. Perché non è solo una battaglia per la libertà di un popolo, ma per la verità stessa.

Radicalità sì, ma costruttiva

Non basta essere dalla parte giusta della storia. Bisogna anche saper vincere. E vincere significa costruire alleanze, sapere negoziare, saper fare sintesi. Il radicalismo fine a sé stesso è una trappola: serve solo a isolarsi e a lasciare il potere nelle mani degli altri.

José Pepe Mujica lo dice chiaramente: bisogna trovare punti di convergenza, imparare a lavorare insieme, creare una tradizione di unità. Non si può costruire un’alternativa politica con il “tutto o niente”, perché il risultato finale sarà sempre il “niente”.

Un appello per costruire un fronte comune

Lancio un appello a tutte le forze progressiste e democratiche del Paese. Dobbiamo smettere di dividerci su dettagli secondari e iniziare a costruire un’alternativa credibile. Per questo mi rivolgo:
• Ai pochi nel PD che ancora credono nei valori progressisti,
• Ai 5 Stelle, che devono decidere se essere una forza di cambiamento o rimanere nell’ambiguità,
• A Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, i comunisti e i socialisti,
• Ai sindacati indipendenti e ai movimenti pacifisti e ambientalisti,
• Alle associazioni del dissenso, ai gruppi che lottano per i diritti dei lavoratori e per la giustizia sociale,
• Ad Azione Civile, che ha già dimostrato di essere una realtà attenta alla costruzione di una proposta alternativa.

Unire le forze non è più un’opzione. È l’unica strada possibile. Se vogliamo fermare l’ondata reazionaria, se vogliamo ridare voce ai cittadini che non si sentono più rappresentati, se vogliamo riportare la pace, la giustizia sociale e la democrazia reale al centro del dibattito politico, dobbiamo iniziare ora.

Non possiamo aspettare il momento perfetto, perché non arriverà mai.
L’unico momento che abbiamo è adesso.

Incontriamoci oggi a Roma in un altro luogo dove si manifesta, a Piazza Barberini, dalle ore 15:00, c’è “Una Piazza Per la Pace“,
L’invito inizia così, con le parole del nostro grande presidente Sandro Pertini: “svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai”.

Il Sabato della Dignità: In Piazza per Dire No alla Guerra, ai Sacrifici e alla Disumanità


Sabato 15 aprile, Piazza Barberini sarà il cuore pulsante di una protesta necessaria. Non solo un NO alla guerra, ma un NO a un’Europa che sta demolendo il futuro dei suoi cittadini, sacrificandoli sull’altare del riarmo e della disumanità.

Mentre il governo europeo impone tagli al welfare, all’istruzione, alla sanità, mentre si paventa un prelievo forzoso sui risparmi dei cittadini per finanziare un piano militare da 800 miliardi, un altro tassello si aggiunge al mosaico della vergogna: un nuovo piano di rimpatri e deportazioni di massa. Una politica che segna il definitivo passaggio da un’Europa dei diritti a un’Europa delle espulsioni e dei respingimenti, che colpisce i più deboli e distrugge il senso stesso di civiltà.

Dalla Fortezza Europa alla Prigione Sociale

La strategia è chiara: si blindano i confini e si abbattono i diritti. Da un lato, l’UE diventa una Fortezza militare, investendo miliardi in armi, dall’altro diventa una prigione sociale, in cui chi è povero, fragile o straniero è considerato un problema da eliminare.

Gli anziani e i pensionati? Costretti a vivere con assegni sempre più miseri, mentre miliardi di euro spariscono nei bilanci della difesa.
I lavoratori? Schiacciati dalla precarietà, dall’inflazione, dai salari da fame.
I giovani? Privati di un futuro, mentre si finanziano bombe invece di università e ricerca.
I migranti? Deportati come merce indesiderata, nel silenzio complice delle istituzioni.

Questa è l’Europa che ci stanno costruendo: un continente contro la vita, contro il futuro, contro le persone.

L’Ascesa delle Destre: La Seconda Follia dopo il Riarmo

E mentre il sistema impone sacrifici insostenibili, chi raccoglierà la rabbia della popolazione? Le destre estreme, pronte a cavalcare il malcontento con slogan semplicistici e con la promessa di “difendere i cittadini” da un’Europa che li ha traditi. L’onda nera non è una minaccia astratta, è già in marcia.

Tagli ai servizi essenziali, guerra e repressione sono il terreno ideale per l’avanzata di governi autoritari. L’abbiamo visto nella storia: quando i diritti vengono calpestati, chi promette ordine e sicurezza con il pugno di ferro trova terreno fertile. E l’Europa sta apparecchiando il tavolo per questa deriva distruttiva.

Sabato 15 Aprile: L’Appello ai Cittadini

Per questo Piazza Barberini sarà la piazza della dignità. Per dire NO a un’Europa che diventa un esercito e un carcere. Per difendere il diritto alla vita, al lavoro, alla giustizia sociale.

Non è più solo una questione politica, è una questione di sopravvivenza. O difendiamo il nostro futuro adesso, o ci ritroveremo in un continente militarizzato, impoverito e disumano.

Saremo in piazza per dire:
– No al riarmo, sì alla pace.
– No ai tagli, sì ai diritti.
– No alle deportazioni, sì all’umanità.
– No alla Fortezza Europa, sì a un’Europa per i cittadini.

Questa battaglia non riguarda solo chi scenderà in piazza. Riguarda tutti noi, il nostro presente e il nostro futuro. Sabato 15 aprile, a Piazza Barberini, non ci sarà solo una manifestazione: ci sarà la voce di chi non si arrende.

CONTROCANTO15 marzo: “Preferirei di no” di: Marco Revelli

Come il Bartleby di Melville, alla chiamata in piazza di Michele Serra rispondo “Preferirei di no”. Perché nella migliore delle ipotesi il suo “Manifesto” di convocazione è un fervorino vuoto, zeppo solo di velleitaria retorica (un po’ come quelli che il padre di Enrico, detestabile per servile conformismo, rivolgeva allo zelante figliolo nel celebre Cuore deamicisiano), con l’unico riferimento valoriale a una libertà evocata in termini tanto generici da poter essere fatta propria da chiunque, persino dal pistolero hillbilly JD Vance nella sua reprimenda di Monaco. Nella peggiore perché suona come un orrendo grido di guerra, a sostegno delle recenti dissennate iniziative di un establishment europeo che sembra solo preoccupato di proseguire questo inutile massacro di giovani ucraini e di liquidare quell’embrione – giusto un minuscolo spiraglio – di dialogo tra Washington e Mosca. Dialogo tra due criminali, certo, ma ognuno carico di testate nucleari capaci di distruggere più volte il pianeta, per cui è comunque preferibile che si parlino piuttosto che si combattano a colpi di bombe atomiche.

L’Europa, quella per cui valeva la pena mobilitarsi – non dico “morire”, parola d’ordine di tutti i nazionalismi, locali o continentali, ma per lo meno sperare -, non c’è più. Continuare a illudersi sulla sua presenza ricorda, penosamente, quel fenomeno che in campo psichiatrico si chiama phantom limbo syndrome, ovvero la “sindrome dell’arto fantasma”, e colpisce chi dopo un’amputazione continua a percepire sensazioni tattili, dal prurito al tocco leggero fino al dolore, come se il piede o il braccio mancanti fossero ancora al loro posto. “L’Unione europea è cerebralmente defunta”, ha scritto in questi giorni Lucio Caracciolo, uno che sa di cosa parla contrariamente a chi si limita a discettare disteso in un’amaca. La sua leadership – la peggiore di sempre -, non è stata nemmeno capace di cogliere la sfida esistenziale che questa orribile guerra rappresenta per la sua sopravvivenza come entità terza nel confronto tra due potenze imperiali declinanti (e per questo tanto più pericolose). Non ha mosso un dito per impedire che scoppiasse (ed era possibile e doveroso tentare). E in tre anni di massacro crescente non ha preso un’iniziativa, non una sola, per affermare l’intelligenza dell’azione diplomatica contro l’inerzia ottusa dello strepito delle armi. Nell’illusione – rivelatasi falsa – che la potenza dell’impero (declinante) americano avrebbe garantito la vittoria sull’impero (declinato) russo, e magari la possibilità di appropriarsi delle risorse di questo, si è appiattita sul pensiero (si fa per dire) e sulle

2 marzo 2025 – Summit di Londra
parole dei vari Stoltenberg e Sullivan fino a confondersene. Ora che l’ombrello americano è scomparso e che l’Atlantico da mare interno è diventato di colpo un oceano immenso, si agita nel vuoto infilando a raffica una serie impressionante di sproloqui e di atti mancati, come i summit di Parigi e soprattutto di Londra, dove iconicamente l’Europa appariva come una sorta di bizzarro patchwork in cui accanto a meno della metà dei suoi membri sedevano stati tipo il Canada la Turchia o il Regno Unito post-brexit e individui come Rutte o altri ospiti non paganti. Come se avessero ancora dietro di sé la potenza militare del Pentagono e le risorse finanziarie dell’America, continuano quasi per riflesso pavloviano a ripetere il vecchio tormentone del sostegno a Kiev “whenever it tekes”, della inevitabile “vittoria finale”, dell’incrollabile resistenza… Prove reiterate di inconsistenza e disordine mentale che giustificano la sarcastica affermazione di un altro che sa di cosa parla, il generale Fabio Mini, il quale così descrive la condizione di questa Europa mutilata tragicamente inconsapevole della propria condizione: “Quella in corso tra Russia, Usa e Cina sul tavolo verde ucraino è una sorta di partita a tressette col morto o una a poker col ‘pollo’ e all’Europa toccano questi due ruoli. A tressette il morto non gioca e neanche si siede al tavolo, a poker ‘se nella prima mezzora non hai capito chi è il pollo vuol dire che sei tu’”.

Per non parlare degli ineffabili opinion leader dei media mainstream, quelli che ancora alla metà di febbraio, a giochi ormai fatti, avevano il coraggio di scrivere che “Zelensky scommette sul collasso russo. L’economia di Mosca comincia a scricchiolare” (così Anna Zafesova il 16 febbraio”). O che, come gli editorialisti del “Foglio”, proclamavano il dovere di “sostenere Kiev anche senza Trump”, denunciando “il disonore che si vede a occhio nudo” sul volto di quanti non ci stanno. O chi ancora, come Mario Giro su “Domani”, si confortava proclamando con toni stentorei che “i tre imperi sbagliano a sottovalutare l’Ue”, e assomiglia tanto a chi, persosi al buio in un bosco grida forte per farsi coraggio. Tutti insieme, politici e gazzettieri, ricordano tristemente quel personaggio ariostesco che “del colpo non accorto, andava combattendo, ed era morto”…

15 marzoDunque, dovremmo impegnarci a ”vincere o morire” per quest’Europa che sta deliberatamente e accanitamente rovesciando, ad uno ad uno, tutti i propri principii fondativi (quelli, per intenderci, del “Manifesto di Ventotene”) per seguire le alcinesche seduzioni della baronessina Ursula von der Leyen appena uscita dal salotto di nonna Speranza col ghigno feroce in faccia e le braccia colme di ordigni bellici a proclamare il folle progetto di militarizzazione integrale del continente col suo ReArm Europe (che solo a sentirlo pronunciare evoca stridor di denti), piano da 800 miliardi di euro in armamenti, la sua “Banca del riarmo”, le sue orrifiche immagini di istrici d’acciaio e di debiti fuori bilancio purché finalizzati alla distruzione. Quest’Europa che aveva rifiutato come la peste gli EuroBond necessari a difendere quel che restava del suo welfare ma che accetta senza batter ciglio gli EuroBomb necessari a finanziare il futuro warfare. La stessa Europa che concepisce la folle idea di sequestrare i conti russi depositati nella sue banche rischiando di sfasciare l’intero sistema bancario globale. E che da tre anni ha continuato a imporre sanzioni boomerang che ne hanno strangolato l’economia e disseccato le già esauste possibilità di sostenere la spesa sociale, lasciandosi nel contempo tagliare la giugulare del Nord Steam 2 senza neppure un fiato… E’ vero che nelle ultime ore lo stesso apprendista stregone che ha evocato la manifestazione del 15, sulle pagine dello stesso giornale che ne ha fatto da grancassa, ha provato a prendere le distanze dai deliri della von der Leyen, e che i sindacati che vi hanno aderito hanno definito inaccettabile il suo piano di riarmo. Ma ci ha pensato un ineffabile Paolo Mieli, dal megafono di “Otto e mezzo”, a smentirli, chiarendo che c’è una sola Europa, quella “della von der Leyen, un’altra non c’è”. E proclamando urbi et orbi che lui a quell’adunata di volonterosi in Piazza del popolo ci andrà, perché “l’Europa sia armata e prenda il posto lasciato libero da Trump”. Punto. E temo che la sua sia l’interpretazione autentica del significato che – volenti o nolenti i suoi animatori – quella manifestazione assumerà nella confusa agorà pubblica.

Mi spiace dirlo in termini così espliciti, ma riempire Piazza del Popolo in giorni come questi significa inevitabilmente esprimere il proprio sostegno a questo gruppo di eurocrati falliti, desiderosi di guerra e indifferenti alle sofferenze a alla morte di massa di chi è costretto a combatterla, colpevolmente impegnati nella metamorfosi regressiva dall’Europa sociale degli ideali di ieri all’Europa armata della realtà di oggi. Sono loro, purtroppo, che rappresentano l’Europa reale in contrapposizione frontale all’Europa ideale che ci aveva coinvolti in un tempo ormai lontano. Mi rendo conto di quanto sia difficile ri-orientarsi nel pieno di un mutamento così radicale e veloce. Il mondo si è effettivamente capovolto nel giro di poche settimane, per certi versi di pochi giorni. I tedeschi usano il termine “achsen-zeit” – “epoche assiali” – per definire i tempi in cui il mondo ruota di 180 gradi sul proprio asse, e tutti i riferimenti mutano di posto e di segno. Bene e male, giusto e ingiusto, amico e nemico, virtù e vizio, i termini polari di tutte le antitesi si scambiano di posizione. Ne è un sintomo la moltiplicazione dei paradossi. Come quello, ad esempio, per cui gli argomenti dei critici della guerra definiti fino a ieri spregiativamente come “anti-americani” si ripresentano oggi come “Voce dell’America” senza che nessuno faccia un plissé. O il vecchio insulto di “putiniano” rivolto ai fautori della pace viene sostituito del nuovo termine invalidante “trumpiano” senza che nella transizione semantica da un Capo all’altro delle due Super-potenze simbolo dell’antitesi, si sia perso neppure un grammo della carica deprecatoria dell’evocazione. Un esempio per certi versi insuperato di una simile meccanica del disorientamento è costituito dal celebre episodio di Tutti a casa, il film di Luigi Comencini sull’8 settembre, in cui il sottotenente di complemento interpretato da Alberto Sordi, di fronte alla pattuglia tedesca che apre il fuoco contro il suo reparto divenuto appunto nemico per effetto dell’armistizio, si attacca al telefono pronunciando la fatidica frase “Signor colonnello, è successo un fatto incredibile. I tedeschi si sono alleati agli americani”.

E’ dunque ben comprensibile lo sconcerto, il vero e proprio disorientamento, con cui molti di noi si muovono nella nuova realtà. Per usare ancora una metafora clinica, ricorda per molti versi quello che i medici militari nella prima guerra mondiale chiamarono Shell schock – “schock da granata” – intendendo con ciò il disturbo che colpiva i soldati vittime di esplosioni ravvicinate con forme di amnesia, perdita di senso della realtà, torpore emotivo, rimozione degli orrori della guerra. In molti casi furono sospettati di simulazione per evitare il ritorno al fronte. In altri vennero derisoriamente chiamati “scemi di guerra”. Ma il loro, mutatis mutandis ovviamente, e in contesto ben meno drammatico, è un comportamento simile a quello di chi, soprattutto nelle file della residua sinistra, di fronte all’esplosione che ha diviso il tempo nel famigerato febbraio 2022 e poi, in scia, il 4 novembre del ‘24, non sa più bene come collocarsi, perde il riferimento ai valori fondanti – la Pace in primis – e alla stessa realtà che lo circonda, è tentato, come si è detto, di aggrapparsi a leader bolsi o cinici, s’illude che il trauma dell’assenza (dell’Europa in primo luogo) possa essere facilmente superato o rimosso, che il mondo ben ordinato dell’altro-ieri – quello in cui le democrazie erano democrazie e le dittature dittature – possa essere restaurato dagli stessi che hanno contribuito a distruggerlo. Quanto prima si supererà quel trauma, tanto meglio sarà.

Naturalmente in tutto ciò la presenza di Donald Trump svolge un ruolo di primo piano. In quanto indiscutibile “figura del Male” contribuisce in modo fondante alla costruzione della scena in cui si svolge l’azione corale. E’ la sua negatività ontologica – ovvero radicata nel suo stesso essere – a spingere istintivamente chi ha sempre militato nel nostro campo sul fronte a lui integralmente opposto. A farci dire che nello spazio in cui sta lui – “per la contraddizion che nol consente” – non possiamo stare noi, fosse pure quello lo spazio della tanto invocata trattativa. Nello stesso tempo, in quanto forma del negativo, mette il scena l’ontologica negatività del reale, del reale nudo, senza i veli pietosi delle rappresentazioni edificanti e manipolatorie. Disvela “verità” innominabili. Come quando dice a Zelensky che l’Ucraina ha perso, e all’Occidente che la Nato ha perso, che la Russia può essere sconfitta solo a colpi di bombe atomiche, e che accanirsi a combattere significa “giocare con la Third World War”, e a noi turba il modo brutale e vessatorio che usa ma non possiamo negare che tutto ciò sia vero (lo ha detto bene Cacciari “Trump dice brutalmente e senza ipocrisia alcune cose che tutti sanno: per caso qualcuno aveva creduto che l’Ucraina potesse da sola sconfiggere la Russia sul terreno? O che gli Stati Uniti potessero fare una guerra mondiale per l’Ucraina? Perché se vuoi vincere la Russia devi fare la guerra mondiale”). Allo stesso modo con l’osceno filmato sulla striscia di Gaza ridotta a Resort di lusso, la sua statua d’oro, i miliardari sdraiati sulla terra che nasconde migliaia di cadaveri a prendere il sole, Elon Musk che lancia in aria mazzette di dollari, il Tycoon ci sbatte in faccia la proiezione del suo (loro) immaginario malato e nello stesso tempo, tuttavia, l’immagine in filigrana dello spirito del mondo per un attimo rivelato per quello che nella sostanza è diventato. In questo senso Donald Trump è l’esatto equivalente del ritratto di Dorian Grey nel dramma di Oscar Wilde: registra nel proprio volto ributtante l’orrore di ciò che nessuno vede ma che ha lavorato sotto la superficie del viso patinato del suo vizioso e perverso soggetto vivente.

Per questa ragione è inaccettabile la posizione – di tutte le destre radicali del mondo – che considera Trump “uomo di pace” per il fatto che lì e ora, sull’asse tra Washington e Mosca, nel momento in cui si è giunti sull’orlo dell’abisso, ha deciso di parlarsi anziché spararsi. Ma specularmente mi sembra concettualmente sbagliata l’idea – di buona parte delle sinistre – secondo cui, essendo Trump un fascista – direi, meglio, un anarco-fascista -, sia dovere di ogni sincero democratico e antifascista combattere qualsiasi sua iniziativa “a prescindere”, fosse anche un tentativo di dialogo per metter fine a un massacro (dialogo, intendiamoci, guidato dalla logica degli interessi imperiali non certo da sentimenti umanitari, ma pur sempre parole anziché morte). Entrambe queste risposte mi sembrano frutto di una sostanziale incapacità di comprendere la natura dialettica del reale.

15 marzo
Panurge
Per quanto mi riguarda, tendo a considerare Trump una sorta di Panurge del nostro tempo. Panurge, lo ricordo brevemente, è un personaggio di un certo rilievo del ciclo rabelaisiano su Gargantua e Pantagruel, il cattivo per antonomasia (il suo nome, tratto dal greco πανοῦργος, significa “capace di tutto”), semina il male per semplice piacere di farlo, mente, insulta, deride, appiccica corna di cartone sulle schiene dei gentiluomini, infila oggetti a forma di membro virile nei cappucci delle dame, ha provocato una strage di pecore e pastori gettando dalla nave su cui viaggiava un montone in mare e ha preso a colpi di remo i naufraghi che tentavano di salvarsi, rappresenta la contraddizione assoluta nella società delle buone maniere del suo tempo. Umberto Eco, nel suo celebre Elogio di Franti, lo evoca come esempio di “qualcosa che si installa dentro a un ordine e lo mina dall’interno deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia” (un po’, appunto, come il Franti deamicisiano col suo iconico “lo sciagurato sorrise”). Se Gargantua et Pantagruel “è il libro che chiude un’epoca e ne apre una nuova – spiega Eco – esso lo è proprio per la centralità che vi ha Panurge” in quanto espressione “della cultura tardo medievale che si disfa” e acceleratore granguignolesco di quel disfacimento. Allo stesso modo Donald Trump. Interpreta senza infingimenti, e accelera, la fine di un’epoca. Non potrà inaugurarne una nuova, che sarebbe socialmente e civilmente invivibile. Ma dobbiamo guardarlo come il tracciatore di una patologia in corso più che come un barbaro venuto dal nulla, e tentare di trarre insegnamento – non solo deprecare – da ciò che la sua marcia di Radezky rivela per poter andar oltre, non certo restaurare, il mondo pericoloso e finito che abbiamo alle spalle.
articolo tratto dal sito volere la luna:https://volerelaluna.it/controcanto/2025/03/06/15-marzo-preferirei-di-no/

Il 15 Marzo, un’Altra Piazza per un’Altra Europa

L’Europa è a un bivio. Da una parte, un continente schiacciato da logiche di riarmo, austerità e subalternità agli interessi atlantisti. Dall’altra, la possibilità di riscoprire la sua vocazione di pace, giustizia sociale e autodeterminazione dei popoli.

Oggi più che mai, è necessario prendere posizione. Non possiamo accettare una narrazione che dipinge l’Unione Europea come un modello da difendere, quando nella realtà ha contribuito attivamente a guerre, crisi sociali ed esclusione dei più deboli.

Un’Europa complice del disastro

L’UE che oggi molti si ostinano a sostenere è la stessa che:

✔ Alimenta la corsa al riarmo, obbedendo alle richieste della NATO invece di investire in sanità, istruzione e welfare.

✔ È complice del massacro del popolo palestinese, incapace di prendere una posizione netta contro l’apartheid e la colonizzazione.

✔ Ha scelto la guerra come orizzonte, alimentando il conflitto tra Russia e Ucraina invece di lavorare per la pace.

✔ Ha soffocato la Grecia nella trappola del debito e continua a imporre austerità e privatizzazioni ai suoi cittadini.

✔ Costruisce muri ai confini e lascia morire migliaia di migranti in mare, dimostrando il fallimento della sua politica sui diritti umani.

Difendere questa Europa significa accettare un modello che non tutela i lavoratori, che sacrifica il welfare per acquistare armi e che resta indifferente di fronte alle ingiustizie globali.

Un’Altra Europa è Possibile

Non serve un’Unione che esegue passivamente le direttive di Washington, ma una visione politica autonoma e alternativa, fondata su:

✔ Stop alla militarizzazione del continente e alle spese militari imposte dall’alleanza atlantica.

✔ Un’Europa che difenda davvero i diritti umani, senza ipocrisie e doppi standard.

✔ La centralità dello stato sociale, del diritto al lavoro e della sanità pubblica, liberandosi dalle catene dell’austerità.

✔ Un ruolo internazionale autonomo, capace di costruire la pace invece di alimentare conflitti per procura.

Oggi la bandiera dell’Europa sventola a Ventotene, ma il suo colore è rosso: non il rosso della speranza, ma quello dell’allarme. Se non cambiamo rotta, questo continente rischia di diventare l’ombra di se stesso, sempre più fragile, sempre più lontano dai suoi principi fondanti.

Non si tratta di difendere l’Europa attuale, ma di costruire una nuova visione. Un’Europa dei popoli, non delle élite.

Rappresentanza politica e partecipazione democratica nel contesto della post-democrazia. | Rizomatica

disegno fumettistico che rappresenta politici che oziano indifferenti su un divano, mentre fuori dalla finestra una folla manifesta pacificamente con cartelli nella strada di una metropoli


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img generata da IA – dominio pubblico

Introduzione

La democrazia rappresentativa, nella sua forma moderna, è stata un pilastro fondamentale delle società occidentali. Durante il periodo noto come “capitalismo democratico” (1945-1975), ha consentito progressi significativi nel benessere economico, nei diritti civili e sociali, e nella stabilità politica. Tuttavia, dalla metà degli anni Settanta, questo modello ha subito una progressiva erosione, aprendo la strada alla fase della post-democrazia, caratterizzata da una riduzione della partecipazione politica e da un crescente controllo delle élite economiche e tecnocratiche.

Come indicato da Wolfgang Streeck (Tempo guadagnato, 2013), il periodo del capitalismo democratico ha rappresentato l’apice delle democrazie occidentali, ma ha iniziato a sfaldarsi quando politiche globali ed economiche hanno indebolito il compromesso tra capitale e lavoro. Questo articolo esplora i processi storici e teorici che hanno portato a questa trasformazione, ponendo l’accento sulle possibili vie di rinnovamento attraverso modelli partecipativi e deliberativi.

1. Il trentennio d’oro del capitalismo democratico

Il periodo tra il 1945 e il 1975 rappresenta l’apice della democrazia rappresentativa. In questa fase, caratterizzata dalla ricostruzione post-bellica, lo Stato svolgeva un ruolo centrale nella promozione di politiche pubbliche volte a garantire servizi sociali, istruzione e sanità. Sindacati e partiti politici fungevano da mediatori tra classi sociali diverse, garantendo stabilità e benessere attraverso un compromesso tra capitale e lavoro.

Le idee di John Maynard Keynes ispirarono questo modello, incentrato su uno “Stato imprenditore” attivo e sul rafforzamento del Welfare State, come documenta Gianfranco Borrelli. Le costituzioni di Italia e Germania segnarono una rottura netta con i totalitarismi del passato, tracciando un progetto fondato su diritti e partecipazione civica. Secondo Borrelli, si trattò di un periodo unico di equilibrio tra costituzione economica e costituzione politica.

2. La crisi della democrazia rappresentativa

A partire dagli anni Settanta, diversi fattori hanno contribuito alla crisi del capitalismo democratico:

• Crisi economiche globali: La crisi petrolifera del 1973, unita alla crescente globalizzazione, mise in discussione la sostenibilità del modello keynesiano, come evidenziato da Streeck.

• Politiche neoliberali: L’ascesa di leader come Reagan e Thatcher segnò il passaggio a un modello economico basato sulla deregolamentazione e sulla privatizzazione, una trasformazione già prevista da Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944).

• Erosione del Welfare State: Il ridimensionamento delle tutele sociali, analizzato da Luciano Gallino (Il colpo di stato di banche e governi, 2013), ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze.

Secondo il rapporto della Trilateral Commission (The Crisis of Democracies, 1975), la lentezza dei sistemi democratici rappresentativi veniva percepita come un ostacolo alla crescente accelerazione economica globale, favorendo l’affermarsi di tecnocrazie e organismi sovranazionali.

3. Post-democrazia: caratteristiche e contraddizioni

La post-democrazia rappresenta una fase in cui le istituzioni democratiche formali continuano a esistere, ma il loro funzionamento effettivo è compromesso. Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, 1995) evidenzia come la concentrazione del potere esecutivo e la personalizzazione della politica abbiano ridotto il ruolo del dibattito parlamentare e delle elezioni, privando i cittadini di una partecipazione sostanziale.

La spettacolarizzazione mediatica della politica e il predominio di élite tecnocratiche sono state denunciate anche da Colin Crouch (Post-democrazia, 2005), che sottolinea come tali dinamiche abbiano favorito la disconnessione tra cittadini e istituzioni.

4. Il ritorno del populismo

La crisi della rappresentanza ha aperto la strada a movimenti populisti, che si presentano come alternativa al sistema politico tradizionale. Ernesto Laclau (La ragione populista, 2008) analizza il populismo come una reazione alle difficoltà di rappresentare i conflitti reali e propone che i movimenti populisti rispondano a bisogni lasciati insoddisfatti.

Tuttavia, Pierre Rosanvallon (Pensare il populismo, 2017) sottolinea come questi movimenti tendano a semplificare e pervertire i processi democratici, enfatizzando la necessità di trasformazioni più complesse e partecipative.

5. Ripensare la partecipazione democratica

Di fronte alla crisi della rappresentanza e all’ascesa del populismo, emerge la necessità di ripensare le modalità di partecipazione politica. Diverse esperienze internazionali dimostrano che è possibile costruire forme di democrazia più inclusive e partecipative:

• Democrazia diretta: Modelli come quello svizzero, documentati da Moritz Rittinghausen (La législation directe du peuple, 1851), dimostrano l’efficacia di strumenti come il referendum.

• Democrazia deliberativa: Susan Podziba (Chelsea Story, 2006) e Luigi Bobbio hanno esplorato casi in cui processi deliberativi hanno migliorato la qualità delle decisioni pubbliche.

• Democrazia partecipativa: Yves Sintomer (Gestion de proximité et démocratie participative, 2005) evidenzia come strumenti come il bilancio partecipativo possano promuovere la gestione condivisa delle risorse pubbliche.

Questi modelli, come afferma Borrelli, non devono sostituire la democrazia rappresentativa, ma rafforzarla integrando i cittadini nei processi decisionali.

6. Verso una nuova stagione politica

Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Investire Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Un obiettivo che, secondo Pierre Rosanvallon (La legittimità democratica, 2015), può essere raggiunto sviluppando forme di prossimità tra cittadini e istituzioni.

• Trasparenza e responsabilità: Judith Butler (L’alleanza dei corpi, 2017) suggerisce che i movimenti collettivi possano agire come catalizzatori di cambiamento verso una maggiore responsabilità delle istituzioni.

• Innovazione istituzionale: È necessario, come indicato da Donatella Della Porta (Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, 2017), immaginarenuove forme di governance capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo.

Un’idea concreta per realizzare questa trasformazione potrebbe essere la costruzione di un fronte popolare progressista, fondato su:

• Comunicazione e piattaforme autonome: Garantire uno spazio indipendente e collettivo per il confronto, l’informazione e la partecipazione dei cittadini.

• Gestione collettiva: I processi decisionali e organizzativi dovrebbero essere basati su strutture collettive, in cui i garanti assicurino trasparenza e rispetto delle regole condivise.

• Scrittura condivisa dei programmi: Attraverso strumenti digitali partecipativi, i cittadini potrebbero contribuire direttamente alla stesura dei programmi politici, rendendo il processo inclusivo e democratico.

• Individuazione partecipativa delle candidature: L’utilizzo di piattaforme aperte permetterebbe di selezionare i rappresentanti in modo trasparente, basato su competenze e adesione ai valori condivisi.

Questa proposta si inserisce nel solco di esperienze già esistenti di democrazia partecipativa, ma ne amplia l’ambizione, integrando principi di autogoverno e collettività. È un modello che mira non solo a rispondere alla crisi della rappresentanza, ma a ricostruire la fiducia tra cittadini e politica, rendendoli co-protagonisti di un cambiamento autentico e sostenibile.

Bibliografia

N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile(1980), in Democrazia e segreto, Einaudi, 2011.
G. Borrelli, Tra governance e guerre: i dispositivi della modernizzazione politica alla prova della mondializzazione, in, Governance, Dante & Descartes, 2004.
G. Borrelli, Per una democrazia del comune. Processi di soggettivazione e trasformazioni governamentali all’epoca della mondializzazione, in A. Arienzo-G. Borrelli (a cura di),Dalla rivoluzione alla democrazia del comune, Cronopio, 2015.
J. Butler, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, 2017.
M. Crozier – S. Huntington – J. Watanuki,The Crisis of Democracies, Trilateral Commission, 1975.
C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, 2005.R. Dahl, I dilemmi della società pluralista, Il Saggiatore, 1996.
D. Della Porta, Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, in H. Geiselberg, La grande regressione, Feltrinelli, 2017.
L. Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, 2013.
E. Laclau, La ragione populista, Laterza, 2008.B. Manin, Principi del governo rappresentativo(1995), Il Mulino, 2010.
S. L. Podziba, Chelsea Story. Come una cittadinanza corrotta ha rigenerato la sua democrazia, Mondadori, 2006.
K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca(1944), Einaudi, 2000.
M. Rittinghausen, La legislazione diretta del popolo, o la vera democrazia, Giappichelli, 2018.
P. Rosanvallon, La legittimità democratica, Rosenberg & Sellier, 2015.
P. Rosanvallon, Pensare il populismo, Castelvecchi, 2017.
Y. Sintomer, Gestion de proximité et démocratie participative, La Découverte, 2005.
W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, 2013.

https://rizomatica.noblogs.org/2025/02/sommella-rappresentanza-politica-e-partecipazione-post-democrazia/

Il sonnambulismo della politica e la necessità di un fronte popolare

L’attuale dibattito politico in Italia sembra completamente disconnesso dalla realtà. Mentre lo scenario globale sta subendo trasformazioni profonde, con il riassestarsi delle vecchie potenze imperiali e il rischio di conflitti sempre più incontrollabili, la politica italiana continua a ripetere schemi obsoleti, come se nulla fosse cambiato.

Abbiamo due ex grandi potenze imperiali, la Russia e gli Stati Uniti: una declinata, l’altra in fase di declino, entrambe ancora in possesso di arsenali nucleari capaci di distruggere il pianeta. Dopo anni di contrapposizione, hanno scelto di tornare al dialogo, un dato di fatto che dovrebbe essere letto con lucidità e pragmatismo. Ma il panorama geopolitico non si esaurisce più nella tradizionale dicotomia tra Washington e Mosca.

A livello globale, stanno emergendo nuove forze, in particolare il blocco dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, con l’ingresso di nuovi Paesi), che mira a riequilibrare il potere mondiale, sfidando l’egemonia occidentale. Tra questi attori, la Cina gioca un ruolo fondamentale, non solo per il suo peso economico, ma per la capacità di proporre un modello alternativo di sviluppo e di relazioni internazionali. Il crescente multipolarismo segna la fine dell’unipolarismo americano e impone una nuova lettura dei rapporti di forza globali.

Di fronte a questa trasformazione epocale, l’Europa appare paralizzata, incapace di adattarsi alla nuova realtà. Sembra vittima di una sorta di “dolore fantasma”, come un mutilato che continua a sentire l’arto mancante: si aggrappa a vecchie strategie, ignora il cambiamento e si muove con inerzia, allineandosi a posizioni sempre meno comprensibili. Questo atteggiamento si riflette anche sulla politica italiana, dove il Partito Democratico sembra in stato di trance, incapace di leggere la trasformazione del contesto internazionale e le sue ricadute interne.

Il rapporto tra Pd e M5S: strategia o autolesionismo?

L’evoluzione dello scenario globale ha avuto un impatto diretto sulle dinamiche politiche italiane, in particolare sul rapporto tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Se il primo continua a ripetere vecchi schemi e a cercare alleanze di corto respiro, il secondo si è distinto per una posizione più netta contro l’allucinazione bellica che ha dominato il dibattito pubblico negli ultimi anni.

L’accusa di “trumpismo” rivolta a Conte e al M5S è un paradosso. Il trumpismo è una minaccia per la democrazia, ma associarlo a chi ha cercato di promuovere una mobilitazione per la pace significa ignorare il merito delle questioni. Mentre il Pd si allinea a Bruxelles su posizioni sempre più rigide e anacronistiche, il M5S ha mantenuto una postura più critica, chiedendo con forza un cessate il fuoco e una soluzione diplomatica per il conflitto in Ucraina.

Di fronte a tutto questo, la domanda è: quale strategia sta seguendo il centrosinistra? Se l’obiettivo è allearsi con Forza Italia in nome di un europeismo tecnocratico e fallimentare, che senso ha allora demonizzare chi cerca di costruire un’alternativa? Se la risposta alla destra reazionaria è solo un ripiegamento nelle vecchie logiche di palazzo, senza una vera visione per il futuro, allora la partita è già persa.

Oltre la paralisi: il bisogno di un fronte popolare

In questo scenario, dove si ridefiniscono gli assetti sia interni che internazionali, la politica sembra essere rimasta prigioniera delle proprie contraddizioni. In Italia, governi di destra sempre più reazionari consolidano il loro potere, mentre il centrosinistra appare incapace di proporre una visione alternativa. In Europa, le decisioni sono guidate da lobby e oligarchie finanziarie che hanno svuotato ogni ipotesi di un’unione dei popoli, tradendo lo spirito della Carta di Ventotene di Spinelli e Rossi.

Se vogliamo uscire da questa impasse, la risposta non può essere la solita fusione a freddo tra partiti senza identità. Serve qualcosa di più: la costruzione di un vero fronte popolare, capace di riunire le tante realtà frammentate che ancora lottano per la giustizia sociale, il lavoro, i beni comuni, l’ambiente, la pace e la dignità delle persone.

Ma non basta costruire dal basso: bisogna farlo in modo orizzontale e realmente partecipato, evitando le solite logiche verticistiche che hanno allontanato i cittadini dalla politica. Un fronte popolare deve nascere come uno spazio di democrazia reale, dove le decisioni siano collettive e dove ogni soggetto porti il proprio contributo senza prevaricazioni.

Inoltre, questo fronte potrebbe rappresentare una risposta concreta all’enorme fetta di elettorato che oggi sceglie l’astensione perché non si sente rappresentato. La crescente disaffezione verso la politica non è solo frutto della propaganda mediatica, ma anche della mancanza di una vera alternativa. Un progetto credibile, che metta al centro i bisogni reali delle persone e che dimostri di essere indipendente dai giochi di potere tradizionali, potrebbe riportare al voto milioni di cittadini che oggi si sentono esclusi dal sistema.

Senza questa svolta, il rischio è che il dibattito politico resti un esercizio sterile, lontano dalla realtà e incapace di incidere sulle grandi trasformazioni in atto. Il cambiamento è possibile, ma solo se la politica torna a essere uno strumento di partecipazione, anziché un teatrino di strategie incomprensibili e autoreferenziali.

La disperazione non è un’opzione. Dobbiamo reagire in ogni modo possibile. 

di: Bernie Sanders


Non mi capita spesso di ringraziare Elon Musk, ma ha fatto un lavoro eccezionale nel rendere evidente un punto che sosteniamo da anni: viviamo in una società oligarchica in cui i miliardari dominano non solo la politica e le informazioni che consumiamo, ma anche l’amministrazione e la vita economica. Questo non è mai stato così chiaro come oggi. Ma date le notizie e l’attenzione che il signor Musk ha ricevuto nelle ultime settimane mentre smantellava illegalmente e incostituzionalmente le agenzie governative, ho pensato che fosse il momento giusto per porre la domanda che i media e la maggior parte dei politici non sembrano porsi: cosa vogliono davvero lui e gli altri multimiliardari? Qual è il loro obiettivo finale?

A mio parere, ciò per cui Musk e chi gli sta intorno si stanno battendo aggressivamente non è una novità, non è complicato e non è nuovo. È ciò che le classi dominanti nel corso della storia hanno sempre voluto e hanno sempre creduto fosse loro di diritto: più potere, più controllo, più ricchezza. E non vogliono che la gente comune e la democrazia si mettano sulla loro strada. Elon Musk e i suoi colleghi oligarchi credono che il governo e le leggi siano semplicemente un ostacolo ai loro interessi e a ciò a cui hanno diritto.

Nell’America pre-rivoluzionaria, la classe dirigente governava attraverso il “diritto divino dei re”, la convinzione che il re d’Inghilterra fosse un agente di Dio, da non mettere in discussione. Nei tempi moderni, gli oligarchi credono che, in quanto padroni della tecnologia e “individui con un QI elevato”, sia loro assoluto diritto governare. In altre parole, sono i nostri re moderni. E non si tratta solo potere, ma anche di un’incredibile ricchezza. Oggi, Musk, Bezos e Zuckerberg hanno un patrimonio combinato di 903 miliardi di dollari, più della metà più povera della società americana, 170 milioni di persone. Da quando Trump è stato eletto, la loro ricchezza è salita alle stelle. Elon Musk è diventato più ricco di 138 miliardi di dollari, Zuckerberg si è arricchito di 49 miliardi di dollari e Bezos di 28 miliardi di dollari. Sommando tutto, i tre uomini più ricchi d’America sono diventati più ricchi di 215 miliardi di dollari dal giorno delle elezioni. Nel frattempo, mentre i ricchissimi diventano ancora più ricchi, il 60% degli americani vive alla giornata, 85 milioni di persone non hanno assicurazione sanitaria o sono sottoassicurate, il 25% degli anziani cerca di sopravvivere con 15.000 dollari o meno, 800.000 persone sono senza casa e abbiamo il tasso di povertà infantile più alto di quasi tutti i paesi più economicamente sviluppati.

Credi che agli oligarchi importi qualcosa di queste persone? Fidati, non gliene frega niente. La decisione di Musk di smantellare l’USAID significa che migliaia di persone tra le più povere del mondo soffriranno la fame o moriranno di malattie prevenibili. Ma il problema non è solo cosa accadrà all’estero. Qui negli Stati Uniti presto si scaglieranno contro i programmi di assistenza sanitaria, nutrizione, edilizia abitativa ed educazione, che proteggono le persone più vulnerabili del nostro Paese, in modo che il Congresso possa fornire enormi agevolazioni fiscali per loro e per i loro colleghi miliardari. Come re moderni, che credono di avere il diritto assoluto di governare, sacrificheranno, senza esitazione, il benessere dei lavoratori per proteggere i loro privilegi. Inoltre, useranno le enormi operazioni mediatiche di loro proprietà per distogliere l’attenzione dall’impatto delle loro politiche mentre “ci intrattengono fino alla morte”. Mentiranno, mentiranno e mentiranno. Continueranno a spendere enormi quantità di denaro per comprare politici in entrambi i principali partiti politici. Stanno conducendo una guerra contro la classe operaia di questo Paese e sono intenzionati a vincerla.

Non vi prenderò in giro: i problemi che questo paese sta affrontando in questo momento sono seri e non sono facili da risolvere. L’economia è truccata, il nostro sistema di finanziamento delle campagne elettorali è corrotto e, in mezzo a tutto ciò, stiamo lottando per controllare il cambiamento climatico.

Ma questo è quello che so. La paura più grande della classe dirigente di questo Paese è che gli americani (neri, bianchi, latini, cittadini e rurali, gay ed eterosessuali) si uniscano per chiedere un governo che rappresenti tutti noi, non solo i pochi ricchi. Il loro incubo è che non ci lasceremo dividere in base alla razza, alla religione, all’orientamento sessuale o al paese di origine e che, insieme, avremo il coraggio di affrontarli.

Sarà facile? Ovviamente no. La classe dirigente di questo paese ti ricorderà costantemente che hanno tutto il potere. Controllano il governo, posseggono i media. “Vuoi sfidarci? Buona fortuna”, diranno. “Non c’è niente che tu possa fare al riguardo”. Ma il nostro compito oggi è non dimenticare le grandi lotte e i sacrifici che milioni di persone hanno sostenuto nel corso dei secoli per creare una società più democratica, giusta e umana:

  • Rovesciare il re d’Inghilterra per creare una nuova nazione e autogovernarsi. Impossibile.
  • Istituire il suffragio universale. Impossibile.
  • Porre fine alla schiavitù e alla segregazione. Impossibile.
  • Concedere ai lavoratori il diritto di formare sindacati e porre fine al lavoro minorile. Impossibile.
  • Dare alle donne il controllo sui propri corpi. Impossibile.
  • Approvare una legge per stabilire la previdenza sociale, Medicare, Medicaid, un salario minimo, standard di aria e acqua pulita. Impossibile.

In questi tempi difficili la disperazione non è un’opzione. Dobbiamo reagire in ogni modo possibile. Dobbiamo essere coinvolti nel processo politico: candidarci, entrare in contatto con i nostri legislatori locali, statali e federali, fare donazioni ai candidati che combatteranno per la classe operaia di questo paese. Dobbiamo creare nuovi canali per la comunicazione e la condivisione delle informazioni. Dobbiamo fare volontariato non solo a livello politico, ma anche per costruire una comunità a livello locale. Tutto ciò che possiamo fare è ciò che dobbiamo fare.

Inutile dire che intendo fare la mia parte, sia all’interno della Beltway che viaggiando per tutto il paese, per sostenere la classe operaia di questo paese. Nei giorni, nelle settimane e nei mesi a venire, spero che vi unirete a me in questa lotta.

La traduzione della lettera è quella del testo comparso nel sito del CRS

Verso un Fronte Popolare per la Giustizia Sociale,: Oltre le Ambiguità della Sinistra Ufficiale

Il recente convegno organizzato da Oxfam Italia, Nens e Icrict sul tema della tassazione e della lotta alle disuguaglianze ha messo in luce una questione fondamentale per il futuro politico del nostro Paese: la necessità di una visione chiara e coraggiosa in materia di redistribuzione della ricchezza. La presenza di un economista di fama mondiale come Joseph Stiglitz, insieme ad altri studiosi e leader politici come Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni, ha offerto spunti interessanti, ma ha anche evidenziato i limiti dell’attuale opposizione.

Se da un lato è positivo che forze progressiste si confrontino su temi cruciali come il fisco e la giustizia sociale, dall’altro è evidente che manchi ancora una vera volontà di costruire un’alternativa radicale al modello neoliberista dominante. Le dichiarazioni di Stiglitz, che ha smontato il mito della “mano invisibile” del mercato e ha sottolineato l’importanza della fiscalità progressiva, hanno trovato terreno fertile tra gli interlocutori, ma il dibattito politico ha dimostrato che i leader della sinistra italiana esitano ancora a proporre soluzioni nette e incisive a livello nazionale.

L’Equivoco della Patrimoniale e l’Attesa dell’Europa

Uno dei nodi centrali emersi dal convegno riguarda la patrimoniale. Fratoianni ne ha parlato apertamente, citando le analisi dell’economista Andrea Roventini, che ha mostrato come un’imposta del 2% sui patrimoni miliardari avrebbe un impatto redistributivo significativo. Tuttavia, sia Schlein che Conte hanno preferito spostare la discussione su un piano più prudente, parlando della necessità di un approccio coordinato a livello europeo.

Questa posizione appare come l’ennesima giustificazione per non agire. L’idea di una patrimoniale coordinata a livello UE è senza dubbio sensata, ma è anche un obiettivo di lungo periodo, che rischia di rimanere una promessa senza concretezza.
Nel frattempo, le disuguaglianze in Italia aumentano, il sistema fiscale diventa sempre più regressivo, e il governo Meloni continua a favorire i grandi patrimoni con politiche di tagli fiscali ai più ricchi e riduzioni dei diritti sociali.

Perché allora non iniziare subito con una riforma fiscale nazionale coraggiosa, senza aspettare l’Europa? L’atteggiamento esitante della sinistra ufficiale dimostra ancora una volta che esiste un vuoto di rappresentanza per chi desidera una trasformazione radicale della società.

Un Fronte Popolare per Colmare il Vuoto

Il dibattito sulla tassazione non è solo una questione tecnica, ma un punto centrale nella costruzione di un nuovo progetto politico.
La disuguaglianza economica si traduce in disuguaglianza di potere, e senza una redistribuzione della ricchezza non è possibile costruire una società giusta e realmente democratica.

Per questo, il convegno dimostra una verità ormai evidente: la sinistra tradizionale, pur riconoscendo i problemi, non è pronta a proporre soluzioni radicali.
Questo lascia uno spazio politico enorme per la nascita di un Fronte Popolare per la Giustizia Sociale, il Lavoro, i Beni Comuni e l’Ambiente,, capace di unire chi non si riconosce né nelle politiche neoliberiste della destra né nelle incertezze del centrosinistra.

Il fronte dovrebbe basarsi su alcuni principi chiave:
• Una fiscalità progressiva e redistributiva, con una patrimoniale immediata sui grandi patrimoni e una lotta seria all’evasione fiscale.
• Un’economia democratica, che riduca il potere dei grandi monopoli e favorisca modelli di gestione collettiva delle risorse.
• Un welfare universale e garantito, che assicuri sanità, istruzione e protezione sociale a tutti.
• Una politica partecipativa, con strumenti che permettano ai cittadini di incidere realmente sulle decisioni politiche, anche attraverso piattaforme digitali autonome, come suggerito da Stiglitz.

L’obiettivo non è semplicemente creare un altro partito, ma costruire un movimento che dia voce a tutti coloro che oggi sono esclusi dalla rappresentanza politica.

La Necessità di un Salto di Qualità

La domanda posta da Elly Schlein durante il convegno – “Ci sono qui le forze per farlo insieme?” – rimane aperta. Il Partito Democratico dice di esserci, ma la sua storia recente dimostra il contrario: quando ha avuto la possibilità di attuare riforme strutturali, non lo ha fatto. Conte e Fratoianni appaiono più radicali, ma anche loro sembrano ancora legati a un’idea di politica che non rompe con il sistema attuale.

Ecco perché è necessario un salto di qualità. Non possiamo più limitarci a convegni e buoni propositi: servono azioni concrete, una rete organizzata e un progetto chiaro. La nascita di un Fronte Popolare non è solo un’idea, ma una necessità storica per chi crede in una società più giusta e democratica.

Il tempo delle esitazioni è finito. È ora di agire.