L’Italia sta vivendo una fase storica in cui il rischio più grande non è solo l’avanzata della destra reazionaria, ma l’incapacità della sinistra di costruire un’alternativa credibile e unitaria. Non possiamo più permetterci divisioni sterili, personalismi e calcoli di piccolo cabotaggio mentre il Paese affonda in una crisi sociale, democratica ed economica sempre più grave. O si costruisce un fronte comune, oppure si lascia spazio all’irrilevanza politica e alla disfatta totale.
Le forze progressiste e pacifiste non mancano, così come non mancano i movimenti che lottano per la giustizia sociale, i diritti dei lavoratori, la difesa dei beni comuni. Ma queste energie restano disperse, frammentate, incapaci di incidere realmente. E nel frattempo, i grandi poteri che governano il Paese e l’Europa continuano a spingere per una società sempre più militarizzata, diseguale, sottomessa agli interessi delle élite economiche e finanziarie.
Se vogliamo costruire un’alternativa, dobbiamo superare gli steccati ideologici e le vecchie logiche di divisione e creare una convergenza reale. Non una sommatoria di sigle, ma una forza politica, sociale e culturale che possa realmente contrastare le destre e il finto progressismo bellicista che domina il panorama europeo.
La trappola del finto dissenso: la “sinistra ZTL”
Un elemento che sta logorando la possibilità di un vero cambiamento è la finta opposizione rappresentata dalla cosiddetta “sinistra ZTL”, quel mondo reticolare fatto di associazionismo, attivismo salottiero e affarismo politico che ruota intorno al Partito Democratico e alla sua costola “di sinistra” rappresentata da AVS.
Questo sistema, pur criticando formalmente le politiche neoliberali e guerrafondaie del PD, nei momenti decisivi finisce sempre per sostenerlo, garantendone la sopravvivenza e arginando qualsiasi alternativa credibile. Il gioco è sempre lo stesso: si alimenta un dissenso “controllato”, che urla e si agita ma che non mette mai realmente in discussione i rapporti di forza.
L’ultimo esempio di questa dinamica si è visto nella contestazione a Giuseppe Conte durante un incontro sulla pace. Una protesta che, se letta superficialmente, potrebbe sembrare un atto di dissenso legittimo, ma che in realtà si inserisce perfettamente in quella logica di distrazione strategica che impedisce alla sinistra di costruire un’alternativa. Perché contestare proprio chi, nel panorama politico italiano, è l’unico che – con tutti i suoi limiti – ha assunto una posizione critica rispetto alla guerra e all’invio di armi?
Non è una questione di difendere Conte a priori, ma di capire il contesto. Mentre la destra e il PD organizzano manifestazioni per più guerra, più NATO, più repressione, si decide di attaccare l’unica piazza che chiede pace e democrazia? Questa è la dimostrazione perfetta di come una parte dell’estrema sinistra finisca, nei momenti decisivi, per fare il gioco della sinistra liberal, impedendo la nascita di un’alternativa seria.
L’Italia prima di tutto: la necessità di un fronte comune
Di fronte a questo scenario, l’unica strada possibile è costruire un fronte popolare progressista, capace di unire tutte le forze che oggi si oppongono al dominio delle destre e del neoliberismo bellicista. Non possiamo più permetterci di disperdere energie in battaglie settarie, né di lasciare che la sinistra venga manipolata da chi, alla fine, fa il gioco del sistema.
Non stiamo parlando di una semplice alleanza elettorale, ma della creazione di un movimento politico e sociale che abbia radici nel territorio e sia capace di costruire una nuova egemonia culturale e politica. Dobbiamo parlare alla gente comune, ai lavoratori, ai giovani precari, a chi non si sente più rappresentato da questa politica fatta di compromessi al ribasso e di ipocrisia.
La destra non vince perché ha idee migliori. Vince perché è compatta e perché riesce a parlare a chi ha perso ogni fiducia nella politica. Se vogliamo davvero contrastarla, dobbiamo mettere insieme le forze, superare le divisioni e costruire un progetto serio e credibile.
L’Europa come specchio della crisi democratica
Questa crisi della sinistra non è solo italiana, è un fenomeno europeo. L’Unione Europea sta soffocando ogni forma di dissenso reale. Viviamo in un sistema che si presenta come democratico, ma che in realtà censura ogni posizione critica e impone un pensiero unico bellicista e neoliberista.
Le voci contrarie alla guerra vengono silenziate, i partiti che non si allineano alla narrazione dominante vengono marginalizzati, e nel frattempo l’Europa continua ad armarsi, a spingere per una guerra senza fine e a reprimere ogni forma di dissenso.
Ma il punto più drammatico di questa ipocrisia è la Palestina. Il massacro in corso viene sistematicamente giustificato o ignorato, mentre chi difende i diritti del popolo palestinese viene attaccato, censurato e criminalizzato. Questa è la menzogna su cui si regge il sistema di potere attuale, ed è per questo che la questione palestinese deve essere centrale nel nostro discorso politico. Perché non è solo una battaglia per la libertà di un popolo, ma per la verità stessa.
Radicalità sì, ma costruttiva
Non basta essere dalla parte giusta della storia. Bisogna anche saper vincere. E vincere significa costruire alleanze, sapere negoziare, saper fare sintesi. Il radicalismo fine a sé stesso è una trappola: serve solo a isolarsi e a lasciare il potere nelle mani degli altri.
José Pepe Mujica lo dice chiaramente: bisogna trovare punti di convergenza, imparare a lavorare insieme, creare una tradizione di unità. Non si può costruire un’alternativa politica con il “tutto o niente”, perché il risultato finale sarà sempre il “niente”.
Un appello per costruire un fronte comune
Lancio un appello a tutte le forze progressiste e democratiche del Paese. Dobbiamo smettere di dividerci su dettagli secondari e iniziare a costruire un’alternativa credibile. Per questo mi rivolgo:
• Ai pochi nel PD che ancora credono nei valori progressisti,
• Ai 5 Stelle, che devono decidere se essere una forza di cambiamento o rimanere nell’ambiguità,
• A Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, i comunisti e i socialisti,
• Ai sindacati indipendenti e ai movimenti pacifisti e ambientalisti,
• Alle associazioni del dissenso, ai gruppi che lottano per i diritti dei lavoratori e per la giustizia sociale,
• Ad Azione Civile, che ha già dimostrato di essere una realtà attenta alla costruzione di una proposta alternativa.
Unire le forze non è più un’opzione. È l’unica strada possibile. Se vogliamo fermare l’ondata reazionaria, se vogliamo ridare voce ai cittadini che non si sentono più rappresentati, se vogliamo riportare la pace, la giustizia sociale e la democrazia reale al centro del dibattito politico, dobbiamo iniziare ora.
Non possiamo aspettare il momento perfetto, perché non arriverà mai.
L’unico momento che abbiamo è adesso.
Incontriamoci oggi a Roma in un altro luogo dove si manifesta, a Piazza Barberini, dalle ore 15:00, c’è “Una Piazza Per la Pace“,
L’invito inizia così, con le parole del nostro grande presidente Sandro Pertini: “svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai”.
