Astensione killer e la crisi della partecipazione: come rianimare la sinistra

C’è un convitato di pietra nelle urne italiane, sempre più ingombrante: l’astensione. Non è più un fenomeno marginale, né un semplice segnale di disaffezione: è diventata la vera protagonista delle tornate elettorali, capace di condizionare in profondità i risultati e di punire indistintamente destra e sinistra. Un killer silenzioso, che lascia macerie soprattutto nel campo progressista.

I numeri della diserzione
I dati delle Regionali nelle Marche parlano chiaro: affluenza al 50,1%, dieci punti in meno rispetto a cinque anni fa. Nel 2020 Francesco Acquaroli vinse con 361 mila voti; oggi si conferma con 337 mila, venticinquemila in meno. Il Partito Democratico passa dai 156 mila voti di Mangialardi ai 127 mila di Matteo Ricci, lasciandone sul terreno oltre trentamila. Persino Fratelli d’Italia, in crescita ovunque, si sgonfia: dai 222 mila voti delle Politiche 2022 scivola a 155 mila. Il Movimento 5 Stelle si dimezza, da 44 mila a 28 mila.

Non è, dunque, una disfatta circoscritta a un partito: è un’emorragia generale. Il “campo largo” si scopre fragile, incapace di trattenere i suoi elettori. Eppure le piazze, quando si parla di Palestina, clima o disarmo, si riempiono. La contraddizione è lampante: partecipazione civica in aumento, partecipazione politica in caduta libera.

Piazza e urne: due mondi che non si toccano
Il paradosso delle “piazze piene e urne vuote” non basta più a spiegare la frattura. Le mobilitazioni per Gaza o per il clima mostrano che il popolo non è apatico, ma cerca luoghi di impegno autentico. Il problema è che non riconosce quei luoghi nella politica istituzionale. Come nota Marco Valbruzzi, docente di Scienza politica, i movimenti che affollano le piazze sono composti da cittadini già “iper-politici”, sofisticati, che spesso votano comunque. A mancare all’appello sono gli indifferenti, quelli che non si sentono rappresentati da nessuna offerta.

Antonio Noto, sondaggista, sottolinea come il crollo di partecipazione colpisca soprattutto l’elettorato M5S e Avs. Gli stessi soggetti che un tempo incarnavano la promessa di un “nuovo partito” capace di attirare i senza-voce oggi pagano il conto della sfiducia. La conseguenza è che chi rimane a casa non è semplicemente disinteressato, ma convinto che il voto non abbia alcun impatto reale.

L’inciviltà della politica
Un altro fattore è la qualità del dibattito pubblico. Una ricerca dell’Università Cattolica mostra che oltre il 70% dei cittadini è infastidito dal linguaggio urlato e aggressivo della politica: la cosiddetta fan politics, o politica da bar. La comunicazione incivile mobilita un nucleo ristretto di tifosi, ma allontana masse ben più ampie. Il risultato è una democrazia minoritaria, dove votano solo i più radicalizzati, mentre i moderati e i delusi scelgono il silenzio.

I giovani, cresciuti solo in questo clima, sono i più esposti al disincanto. Lo dimostrano i tassi di astensione altissimi tra i neomaggiorenni: cittadini che scendono in piazza per i Fridays for Future o per Gaza, ma che non vedono alcun legame tra quelle battaglie e i simboli sulla scheda elettorale.

Il vuoto della sinistra
Il centrosinistra appare prigioniero di una doppia morsa: da un lato, l’incapacità di parlare ai bisogni materiali delle persone (sanità, lavoro, trasporti, sicurezza sociale); dall’altro, l’assenza di coraggio nell’assumere posizioni nette sui grandi temi globali. Su Gaza, ad esempio, gran parte degli elettori non si fida del Pd: sanno che dietro la bandiera di Elly Schlein convive un altro Pd, legato a logiche atlantiste e poco incline a scelte radicali.

Manca, insomma, quella chiarezza di campo che in altri paesi ha fatto rinascere esperienze di sinistra credibili: dal Labour di Jeremy Corbyn al nuovo partito verde di sinistra britannico, fino ai movimenti municipali negli Stati Uniti.

Quali azioni per invertire la rotta?
Se l’astensione è diventata un killer della democrazia, non basta lamentarne gli effetti: occorre reagire. La sinistra, in particolare, ha davanti a sé tre strade fondamentali:
1. Ricostruire fiducia nella rappresentanza. La gente deve credere che il voto conti. Questo significa vincolare i programmi a impegni concreti e verificabili, con strumenti di rendicontazione pubblica e piattaforme di partecipazione dal basso.
2. Tornare ai bisogni materiali. La ricerca mostra che il voto è mosso prima di tutto dal portafoglio. Sanità pubblica, casa, lavoro sicuro, transizione ecologica giusta: questi sono i temi che parlano al cuore e al portafoglio degli elettori.
3. Uscire dagli studi televisivi. Basta talk show e battute da bar. La politica deve tornare nei territori, nelle periferie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. L’ascolto non può essere delegato ai sondaggi o alle dirette social.
4. Costruire un’identità coraggiosa. I giovani scendono in piazza per Gaza e per il clima perché lì vedono coerenza e radicalità. La sinistra deve avere il coraggio di schierarsi senza ambiguità: contro il genocidio, contro il neoliberismo predatorio, per una nuova giustizia sociale e ambientale.

Fonti / Sitografia
• Openpolis, L’astensionismo e il partito del non voto
• Openpolis, Le elezioni e il tema dell’astensionismo crescente
• Lavoce.info, L’astensionismo ha radici economiche
• Lavoce.info, Astensionismo, una minaccia per la democrazia
• Left, Regionali: il vero vincitore è l’astensionismo
• Rivista il Mulino, Gli astensionisti
• LUISS, Federico Regaldo, Analisi ed evoluzione del fenomeno dell’astensionismo in Italia (tesi)
• Gli Stati Generali, Votanti a destra, astenuti a sinistra
• Il Manifesto, Perché l’astensione favorisce il cappotto della destra
• L’Espresso, L’astensionismo è soprattutto di sinistra
• FrancoAngeli, Andrea Girometti, Una lettura dell’astensione elettorale in Italia

Roger Waters: il cuore che rimbomba nella musica e nella lotta

Quando ascolto Roger Waters, sento un uomo che ha trasformato la musica in strumento di scavo morale, in macchina da guerra culturale per denunciare ingiustizie e schiavitù moderne. Nel suo ultimo tour This Is Not a Drill, quell’intenzione è più viva che mai, precisa, acuminata — un intervento politico e artistico senza compromessi.

Uno show che è battaglia: This Is Not a Drill

“Se siete fra quelli che amano i Pink Floyd, ma non sopportano le prese di posizione politiche di Roger, potete andarvene a fanculo al bar”. Con queste parole Waters apre il suo concerto. Non un’introduzione di circostanza, ma un avvertimento: qui non c’è spazio per la neutralità. Chi resta in sala sa che vivrà un’esperienza che è al tempo stesso musica e battaglia.

This Is Not a Drill non è semplicemente un concerto: è un manifesto visivo e sonoro. Il palco diventa uno schermo di resistenza, dove immagini di mondi devastati e popoli oppressi si mescolano alla musica in estasi. Il “bombardamento visivo” è parte integrante dello spettacolo: non sei spettatore passivo, sei chiamato in causa.

Non è nuova per lui l’idea di mescolare arte e lotta: già nel tour Us + Them aveva fatto esplodere immagini critiche contro Trump e il complesso militare-industriale. Ma qui, con This Is Not a Drill, sembra aver portato la sintesi definitiva della sua visione artistica-politica.

Il politico, l’intellettuale, l’artista in guerra

Waters non è un rocker che “fa politica”: è un guerriero che usa la musica come piattaforma. “Ho avuto molto successo, ho guadagnato bene e mi sono divertito molto. Questo mi ha aiutato ad acquisire la libertà di esprimere i miei sentimenti”, racconta. E quella libertà la usa per schierarsi senza paura.

Il suo appoggio al popolo palestinese, la sua adesione al movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) contro Israele, le sue critiche all’imperialismo – tutto è coerente con una visione anti-coloniale e umanista. Quando mostra il video Collateral Murder nei suoi concerti, non sta solo “denunciando”: sta portando la guerra nel cuore del palco, costringendo lo spettatore a guardare.
Quando cita aziende – Palantir, Lockheed, Chevron, Exxon – nella sua canzone Sumud, sta puntando il dito verso i profittatori del conflitto. Non è complotto: è la struttura del potere nella nostra epoca.

Ed è proprio su questo che Waters si ricollega al lavoro della relatrice speciale ONU Francesca Albanese. “Viviamo in tempi molto difficili e grazie al cielo abbiamo persone come Francesca Albanese che lottano per noi”, ha detto, sottolineando come il suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” abbia ispirato i suoi testi. Una connessione che conferma quanto la sua arte sia intrecciata con le battaglie per la verità.

Il suo impegno non è solo simbolico: supporta Julian Assange, difende le comunità indigene contro oleodotti (come in Dakota), si schiera per la sanità pubblica in Italia. Non lascia mai che l’arte resti confinata al palco: è vita, è carne.

Flotilla, media, visibilità: l’azione come simbolo

La Global Sumud Flotilla, che mira a rompere il blocco su Gaza portando aiuti umanitari, è un episodio che incarna perfettamente l’idea di attivismo che Waters sostiene: non basta denunciare, bisogna muovere le navi, far vedere gli eventi.

“Applaudo alla flotilla con tutto il cuore”, dice. Sì, è probabile che molte (se non tutte) le imbarcazioni vengano intercettate, arrestate o peggio. “Sai, non è accaduto nulla quando le forze speciali israeliane hanno ucciso tutte quelle persone sulla Mavi Marmara nel 2010. Probabilmente arresteranno tutti”. Ma l’impatto mediatico conta: l’opinione pubblica si sveglia guardando quelle barche in mezzo al mare sotto fuoco. L’azione simbolica può scatenare una pressione che le parole da sole non riescono a ottenere.

Critiche, repressione, processo: il prezzo dell’essere scomodo

Non poteva mancare il contorno di conflitti che attorniano Waters: accuse di antisemitismo, cancellazioni di concerti, minaccia di processi. In Regno Unito, ha potuto essere incriminato per aver sostenuto Palestine Action, un movimento ora vietato. In Germania, le autorità hanno tentato di vietare suoi spettacoli, citando simboli “nazisti” usati in chiave satirica. Negli Stati Uniti, la lobby filoisraeliana ha convinto il proprietario della Sphere di Las Vegas a cancellare il suo progetto per The Wall.

Waters lo dice senza giri di parole: “A volte si paga un prezzo per l’empatia. Avrei dovuto fare il mio spettacolo alla Sphere, avevo investito soldi, ma la lobby israeliana l’ha cancellato. È incredibile quanto sia vasta la loro influenza. Ma mio Dio, cosa si ottiene in cambio. Non sono in grado di spiegare la sensazione positiva di provare quell’amore nel preoccuparti per gli altri e per la verità”.

Guerra e profitto: il meccanismo che divora

Waters non smette di colpire i nervi scoperti. “La guerra è un racket, un affare da cui si ricavano enormi fortune”, ricorda citando il generale Smedley Butler. E aggiunge: “È un modo per rubare soldi ai poveri e darli ai ricchi. Ecco perché ci sono miliardari come Bezos, Musk, Zuckerberg, mentre altri muoiono di fame”.

La denuncia è radicale: dietro la guerra non ci sono valori, ma margini di profitto. L’economia neoliberista, secondo Waters, ha trasformato l’avidità in virtù, e la propaganda riesce persino a convincere i poveri a sostenere un sistema che li spoglia.

“Perché pensi che ci siano più carcerati negli Stati Uniti che in qualsiasi altro paese al mondo?”, domanda. “Perché ci sono soldi in ballo. Fondamentalmente non hanno mai abolito la schiavitù: i criminali devono lavorare gratis. Si può fare profitto quasi con tutto e se si riesce a farlo allora stai costruendo un grande paese dove i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri”.

È una radiografia spietata della società americana, dove persino le prigioni diventano industrie e la libertà è ridotta a slogan patriottici dietro cui prosperano disuguaglianza e violenza.

Rabbia, perseveranza, verità: il credo di Waters

Nonostante gli ostacoli, Waters non arretra. “Ogni giorno faccio almeno una cosa”, spiega. “Non posso prendere un fucile e andare in Palestina, ma faccio tutto ciò che posso per incoraggiare i nostri governi a fare la cosa giusta”.

Il suo è un metodo: un’azione al giorno, un impegno costante, un passo per volta. È disciplina e resistenza, non retorica. “È solo dicendo la verità e agendo di conseguenza che possiamo esprimere il nostro amore per i nostri fratelli e sorelle”, scrive anche nel prologo del suo memoir.

Per lui l’amore e la verità sono la bussola morale che manca ai governi: “Il grande vantaggio che voi della flotilla avete rispetto all’Idf e all’intero Stato di Israele è che avete una bussola morale da seguire. Noi sì, loro no”.

È un messaggio semplice e potentissimo: la politica, l’arte e la vita si fondono in un’unica direzione. Roger Waters continua a ricordarci che senza amore, senza giustizia, senza verità, la nave del mondo naviga verso gli scogli.

Fonti
• Wikipedia – Roger Waters: biografia, attività politica e controversie
https://en.wikipedia.org/wiki/Roger_Waters
• Wikipedia – This Is Not a Drill (tour): dettagli e concept dello spettacolo
https://en.wikipedia.org/wiki/This_Is_Not_a_Drill
• Palestine Chronicle – intervista esclusiva a Roger Waters
https://www.palestinechronicle.com/roger-waters-speaks-out-on-gaza-humanity-and-the-power-of-art-in-exclusive-floodgate-interview/
• Euronews – possibili accuse a Roger Waters per sostegno a Palestine Action
https://www.euronews.com/culture/2025/07/09/former-pink-floyd-roger-waters-faces-possible-prosecution-over-support-for-palestine-actio
• The Guardian – BMG interrompe i rapporti con Roger Waters
https://www.theguardian.com/music/2024/jan/30/bmg-pink-floyd-roger-waters-antisemitic-comments
• Relazione ONU di Francesca Albanese – “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”
https://www.ohchr.org/en/documents/thematic-reports/a78276-economic-dimension-israeli-occupation-palestinian-territory
• Freedom Flotilla Coalition / Global Sumud Flotilla: comunicati e aggiornamenti
https://freedomflotilla.org/

“Contro il riarmo, per la pace: il tempo della convergenza è adesso”

In un’Italia attraversata da tensioni sociali, precarietà diffusa e un silenzioso assenso al riarmo, la manifestazione di ieri ha rappresentato molto più di un semplice corteo: è stata un segnale politico, un atto di resistenza collettiva e – forse – un primo embrione di convergenza tra mondi troppo a lungo divisi. Le due piazze separate, le sigle frammentate, le differenze ideologiche non hanno impedito a decine di migliaia di persone di sfilare per le vie della capitale sotto un unico slogan: no alla guerra, no al genocidio, no all’economia della morte.

La presenza simultanea di partiti, sindacati, movimenti sociali, reti civiche, attivisti indipendenti, rappresenta una novità significativa, soprattutto in un contesto in cui la sinistra politica e quella sociale sembrano vivere da tempo su binari paralleli. Eppure, ieri questi binari si sono incrociati. Non con la pretesa di un’unità imposta, ma con la consapevolezza che, davanti a un’Europa sempre più militarizzata, a un governo italiano supino alla NATO e a un mondo sospinto verso l’abisso di nuovi conflitti globali, l’alternativa non è più rimandabile.

Il centro della protesta è stato il rifiuto del riarmo europeo, dei nuovi fondi alla Difesa, dell’espansione nucleare silenziosa, del coinvolgimento attivo dell’Italia nel conflitto in Ucraina e nella complicità con i crimini di guerra di Israele a Gaza. È un rifiuto che non nasce da un pacifismo generico, ma da un’urgenza storica: smascherare il ricatto del “non ci sono alternative” e proporre, finalmente, un altro modello di sicurezza, basato sulla giustizia, sulla cooperazione, sul disarmo e sulla riconversione civile dell’industria militare.

L’affluenza è stata sorprendente: nonostante il caldo torrido, almeno 40.000 persone hanno riempito le strade da Porta San Paolo al Colosseo. Gli organizzatori parlano di 50.000, la questura ribatte con 15.000. La verità? Probabilmente sta nel mezzo, o meglio: in quel punto variabile in cui la matematica della piazza viene sempre corretta col righello della propaganda. Ma per una volta, non sono i numeri ad avere l’ultima parola. Quello che conta è che la piazza c’era, viva, rumorosa, determinata.

Bandiere palestinesi, striscioni contro la NATO, cartelli per il cessate il fuoco immediato. Ma soprattutto, volti diversi, generazioni diverse, appartenenze diverse. Un mosaico che ha incluso lavoratori, pensionati, studenti, cattolici del dissenso, militanti ecologisti, femministe e anche dirigenti politici. Il tutto senza egemonie, senza palchi blindati, senza steccati pregiudiziali.

Non è mancata la tensione con le forze dell’ordine: diversi pullman diretti a Roma sono stati bloccati, rallentati, deviati. Un segnale inquietante, che si inserisce in un clima repressivo sempre più pervasivo e che conferma quanto le mobilitazioni pacifiste diano fastidio ai poteri forti, proprio perché denunciano le contraddizioni strutturali di questo sistema: si taglia la sanità, si precarizzano le vite, ma si investe a piene mani nella morte.

Tuttavia, ciò che emerge con forza da questa giornata non è solo la denuncia. È la domanda politica che sale dalla piazza. Una domanda che interroga chi oggi si riconosce in un campo alternativo al neoliberismo e alla guerra, ma che ancora si muove in ordine sparso. È possibile costruire un’alleanza organica, strutturata, popolare, che sappia unire ciò che la sinistra ha lasciato cadere in mille rivoli? È possibile progettare un futuro comune, invece di inseguire la prossima emergenza?

E a questo proposito, non si può ignorare la presenza dell’altra piazza: quella promossa da Potere al Popolo e da diversi collettivi radicali. Una manifestazione autonoma, con toni più duri, ma animata da una medesima spinta: denunciare il militarismo, la complicità dell’Europa, il genocidio a Gaza, la falsificazione mediatica. Episodi simbolici – come la bruciatura delle bandiere – sono stati strumentalizzati da chi vuole dividere, da chi teme ogni aggregazione popolare. Ma sarebbe un errore imperdonabile fermarsi all’apparenza. Quelle piazze devono parlarsi, riconoscersi, convergere. Perché se la pace è il fine, la convergenza è il mezzo.

Quello che si è visto ieri a Roma è un indizio di risposta. Un’alleanza non imposta dall’alto, non costruita a tavolino, ma radicata nelle pratiche sociali, nella militanza quotidiana, nei territori, nelle vertenze, nelle disobbedienze. Una sinistra che smette di essere solo identitaria o minoritaria, e che si pone il problema di organizzare speranza.

Il tempo è poco. Il governo Meloni prosegue con la riforma autoritaria del Paese, la spesa militare cresce vertiginosamente, e l’Unione Europea sembra sempre più allineata alla dottrina bellicista dell’Alleanza Atlantica. In questo scenario, la sinistra non può più permettersi la frammentazione. Serve una piattaforma condivisa, serve una narrazione nuova, serve – soprattutto – un progetto.

Chi ha attraversato la piazza di ieri sa che la pace non è solo l’assenza di guerra, ma una scelta radicale di giustizia, di dignità, di disarmo. E sa che non ci sarà pace se non ci sarà anche lotta politica organizzata, visione e alternativa.

La manifestazione contro il riarmo è stata un successo. Ora occorre trasformare questo successo in cammino. In programma. In coalizione sociale e politica. In alleanza tra le piazze, tutte.
Per fermare le bombe, ma anche per accendere un futuro degno di essere vissuto.

Oltre il Referendum: Costruire la Resistenza Popolare per la Pace e la Giustizia Sociale.

Oggi torniamo a resistere. Non da sconfitti, ma da sopravvissuti. Da esseri umani che hanno scelto di non inginocchiarsi davanti alla macchina perfetta dell’oppressione. Da cittadini che non accettano l’indifferenza come destino, né la resa come alternativa. La lotta non è mai stata una moda o una nostalgica celebrazione del passato. È un respiro lungo, spesso silenzioso, ma sempre vivo. È ciò che ci tiene in piedi in tempi come questi, dove il diritto diventa privilegio e la dignità merce.

Il referendum non ha raggiunto il quorum, è vero. Ma chi si ferma alle cifre ignora la profondità di un moto che ha attraversato il Paese. Ha coinvolto milioni di coscienze. Ha aperto un varco nel silenzio mediatico, nel conformismo culturale, nella paura sistemica. Ci hanno detto che eravamo pochi. Ma siamo stati milioni. Milioni di persone che hanno deciso di non girarsi dall’altra parte, che hanno parlato di lavoro, di sicurezza, di cittadinanza, di giustizia.

Questo non è un fallimento. È l’inizio di una nuova fase.
È un’esortazione a trasformare quella spinta in organizzazione, quella rabbia in proposta, quella frustrazione in forza collettiva.

Viviamo in un’epoca in cui il neoliberismo, sotto mentite spoglie di competenza e progresso, ha smantellato i diritti conquistati in oltre un secolo di lotte.
Un’epoca in cui la guerra viene normalizzata, il dissenso represso, la povertà criminalizzata. In cui il padronato esulta, la stampa si fa megafono del potere e i governi approvano decreti che soffocano il dissenso e blindano le città con il manganello.

Tutto questo accade mentre, nel silenzio complice dell’Occidente, a Gaza e in Cisgiordania viene perpetrato un genocidio. Un massacro sistematico e documentato, frutto della convergenza tra potere sionista, suprematismo bianco, interessi militari e colonialismo economico.
Bambini, donne, anziani vengono annientati con la complicità tacita delle democrazie capitaliste. E chi osa parlare, viene accusato, censurato, isolato.

È questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?
Un mondo dove si può morire sotto le bombe mentre l’Europa firma nuovi accordi commerciali con chi le sgancia?
Un mondo dove il profitto viene prima della vita e dove la democrazia è un fastidio da eliminare?

Dobbiamo avere il coraggio di rispondere: No.
Dobbiamo dire con forza che un altro mondo è necessario.
Un mondo che metta al centro le persone, non il capitale. La pace, non le armi. La giustizia sociale, non il privilegio di pochi.

E allora la battaglia non finisce qui.
Anzi, comincia adesso.

Dobbiamo darci uno strumento politico nuovo, ampio, democratico, radicale. Un fronte popolare per la giustizia e la pace, che raccolga l’eredità dei movimenti sociali, la dignità del lavoro, la rabbia dei giovani precari, la lucidità degli anziani resistenti.
Un fronte che non si limiti alla testimonianza, ma costruisca potere dal basso. Che dia voce ai senza voce. Che protegga la Costituzione dai suoi nemici, oggi seduti nei palazzi del potere.

I cinque quesiti referendari devono diventare parte viva di questa piattaforma. Ma non basta.
Dobbiamo affrontare la precarietà esistenziale, i salari da fame, la devastazione ambientale, il razzismo istituzionale, l’apartheid sociale che ci circonda.
Dobbiamo pretendere il diritto al voto per tutti, non il suo restringimento.
Perché stanno già preparando la prossima offensiva: impedire ai poveri di votare, rendere il suffragio un privilegio di classe, una funzione del censo.

I segnali sono chiari:
• attacchi continui al diritto di sciopero;
• censura nei media e nelle università;
• criminalizzazione delle ONG e delle reti solidali;
• trasformazione dei CPR in campi di detenzione etnica;
• campagne per il voto “intelligente”, cioè riservato a chi può dimostrare “merito” o “utilità economica”.

Tutto questo è già iniziato.
È il progetto della nuova reazione internazionale: un mondo blindato, selettivo, autoritario, dove la democrazia è solo di facciata.

Ma noi siamo ancora qui.
E non ci arrendiamo.

Siamo milioni.
Siamo consapevoli.
Siamo pronti a costruire.

Costruire una comunità politica che sappia sognare e agire. Che dica no alla guerra, no al neoliberismo, no al genocidio, e sì alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà.

La storia non è finita.
Siamo noi a scriverla.
Con pazienza, con rabbia, con amore.
Per chi è caduto. Per chi lotta.
Per chi verrà dopo di noi.

Noi siamo la Resistenza.
E qui non si arrende nessuno.

“Non in nostro nome: la piazza che ha scelto l’umanità contro la menzogna.

Lo sdegno non è antisemitismo: il grido pacato di una piazza che non dimentica l’umanità

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui le piazze erano teatro di lotte civili, di voci che si alzavano all’unisono per chiedere giustizia. Poi venne l’epoca dell’indifferenza, dei social come surrogato dell’indignazione, dei like al posto delle barricate. Ma ieri, qualcosa è cambiato.

È tornata una piazza vera. Non urlata, non strumentale. Una piazza compatta, ferma, composta. Una piazza che ha scelto di non cedere alle provocazioni, pur bruciando di una rabbia incontenibile. Una rabbia lucida, che sa distinguere, che rifiuta le semplificazioni e le etichette tossiche. Una rabbia che dice: no, l’antisemitismo non c’entra nulla. Non c’entra con il dolore che proviamo davanti ai bambini di Gaza ridotti in cenere. Non c’entra con lo sdegno per un governo che usa l’Olocausto come scudo per legittimare un nuovo sterminio. Non c’entra con il nostro bisogno di rimanere umani.

L’arma della mistificazione: quando la verità fa paura

Da mesi, chiunque osi denunciare i crimini di guerra compiuti dal governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo. È un gioco sporco, un cortocircuito morale costruito ad arte per disinnescare ogni critica. Ma chi confonde il popolo ebraico con un governo reazionario tradisce la memoria di chi, in quel popolo, ha subito la Shoah. Perché oggi, in Palestina, si sta replicando un meccanismo di annientamento che quei sopravvissuti conoscono bene: l’isolamento, la deumanizzazione, il bombardamento sistematico di scuole, ospedali, case.

L’antisemitismo è un’ideologia infame e va combattuta sempre, in ogni sua forma. Ma denunciare un genocidio non è antisemitismo. È dovere civile. È fedeltà ai valori universali della giustizia e della dignità umana. È la stessa indignazione che un tempo ci faceva scendere in piazza per il Vietnam, per il Cile, per il Sudafrica dell’apartheid.

Il terrorismo non giustifica lo sterminio

Combattere Hamas non autorizza a radere al suolo Gaza. Non esiste giustificazione possibile per il massacro di 55.000 civili. E se mai avessimo avuto dubbi, basterebbe fare un esercizio di memoria: l’ETA non ha portato alla cancellazione dei Paesi Baschi; l’IRA non ha giustificato il bombardamento dell’Irlanda; la mafia non ha mai reso legittimo un attacco alla Sicilia.

Chi confonde il terrorismo con un popolo intero, sta preparando il terreno a una pulizia etnica. Ed è proprio questo il disegno in corso in Palestina: deportazioni, bombardamenti, fame, isolamento. Il tutto con il silenzio complice di una parte dell’Europa e il sostegno esplicito degli Stati Uniti di Donald Trump. Una nuova barbarie, sotto l’insegna della “democrazia armata”.

La vergogna dell’ambiguità italiana

E l’Italia? L’Italia è rimasta in silenzio. Il governo Meloni, tanto pronto a condannare la resistenza palestinese, quanto incapace di pronunciare una sola parola contro i crimini documentati dall’ONU. Un governo che parla di pace con le parole e spedisce armi con le mani. Che si rifugia nell’ambiguità per non disturbare i potenti alleati: Israele, gli USA, l’industria bellica.

La manifestazione di ieri è stata anche un messaggio chiaro al governo: non in nostro nome. Non più. L’ambiguità non è più tollerabile. Non è questione di tattica diplomatica, ma di umanità. Quando la coscienza si sveglia, non ci sono calcoli geopolitici che tengano.

Il capitalismo come farsa tragica

E mentre le bombe piovono su Rafah, in Occidente va in scena l’ennesima parodia del potere. Un miliardario e un presidente si scambiano accuse come fossero in un reality show. Elon Musk e Donald Trump, simboli di un capitalismo che ha divorato la democrazia, trasformando i drammi del mondo in un pretesto per nuovi profitti.

Abbiamo consegnato la politica agli algoritmi, la pace agli eserciti privati, la verità alle fabbriche di consenso. È una sitcom grottesca, se non fosse una tragedia. Perché mentre loro litigano per l’egemonia globale, i corpi dei bambini vengono estratti dalle macerie. E non è fiction.

Da che parte stare

Oggi non basta più restare neutrali. Non esiste neutralità davanti a un crimine contro l’umanità. Non si può più fingere di non vedere, di non sapere. Il tempo dell’ignavia è finito.

Benvenuti tutti, anche gli ultimi arrivati. Non importa chi ha cominciato a lottare per primo. Conta chi c’è ora. Conta chi ci sarà. Perché la storia si scrive nei momenti in cui scegliamo da che parte stare.

E questa volta, la parte giusta è quella che rifiuta la guerra, che chiama il genocidio con il suo nome, che alza la voce per chi non può più gridare. Una piazza, finalmente, si è risvegliata. E da oggi, non sarà più sola.

“Non delegare, agisci: votare è Resistenza! Difendi la Costituzione, costruisci il futuro”

L’8 e il 9 giugno non sono semplici date sul calendario: sono una chiamata. Una di quelle che non puoi ignorare senza rinnegare qualcosa di profondo, radicato, che fa parte della tua storia, della tua dignità, della tua libertà. Non è il solito invito al voto. È molto di più. È l’occasione per rientrare nella storia dalla porta principale, dopo anni in cui ci hanno chiusi fuori con il pretesto dell’apatia, della sfiducia, del disincanto. Ma stavolta no. Stavolta non possiamo voltarci dall’altra parte.

Perché a essere in gioco non sono soltanto cinque quesiti tecnici: in gioco c’è la nostra coscienza democratica. Si vota per i diritti sul lavoro, per la sicurezza nei cantieri, per ridare speranza a chi è stato licenziato ingiustamente, per combattere la precarietà come condanna sociale. E si vota per dire sì a una cittadinanza che non sia privilegio di sangue, ma riconoscimento del vissuto, dell’identità, della partecipazione alla comunità.

Di fronte a tutto questo, chi invita all’astensione compie un atto di violenza simbolica. Chi suggerisce “non ritirate le schede” sta dicendo: non disturbate i manovratori, lasciate che decidano sempre gli stessi, nei palazzi, nei salotti, nei centri del potere dove la voce popolare è solo rumore di fondo. Ma noi non siamo rumore. Siamo popolo. Siamo Costituzione incarnata.

E allora sì, politicizziamo! Ma nel senso più alto del termine: come esercizio di cittadinanza attiva, come partecipazione reale alla cosa pubblica, come riscatto collettivo. Politicizzare non è piegare a una bandiera, ma rialzare la testa. È dire: “Io ci sono. Io conto. Io decido”.

Non lasciamoci paralizzare dai cinici del disincanto. Non permettiamo che il cinismo vinca sulla speranza. I referendum non sono solo uno strumento tecnico, sono un baluardo residuo di democrazia diretta in un’epoca di esecutivi autoritari e di Parlamento svuotato. Non andare a votare oggi è come aprire le porte al silenzio, alla rassegnazione, alla disumanizzazione della politica.

Nel mentre, a Gaza si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo. E l’Italia tace. Anzi, legittima, protegge, giustifica. Il governo italiano si rifiuta persino di pronunciare parole nette di condanna. Anche per questo dobbiamo essere in piazza, sabato 7 giugno, per gridare “Non in nostro nome!”, e poi alle urne, domenica e lunedì, per scrivere “Sì” cinque volte, per riaffermare che il potere appartiene al popolo, e non a chi lo tradisce ogni giorno dietro sorrisi istituzionali e vuote parole patriottiche.

Il lavoro, la cittadinanza, la dignità, la sicurezza, la giustizia sociale: non sono favori da chiedere, sono diritti da difendere. Ed è con il voto che possiamo ancora farlo, insieme, uniti, orgogliosi.

Perché votare Sì è un atto di resistenza. È un gesto d’amore per chi verrà. È il modo più diretto per applicare quella Costituzione che ci hanno lasciato in eredità partigiani, donne, operai, intellettuali, martiri di un’Italia che ha saputo risorgere.

Non c’è spazio per l’astensione, oggi. Non c’è tempo per la paura. Non c’è alibi per l’indifferenza. Il referendum è la tua voce. Usala.

Invito finale:
L’8 e il 9 giugno non restare a casa. Non lasciare che altri decidano per te. Esci, partecipa, scegli. Vota cinque volte Sì. Perché la libertà non si delega. Si esercita.

Cinque volte SÌ. Una scelta per cambiare il presente, non per delegarlo

L’8 e il 9 giugno non voteremo per qualcuno. Voteremo per noi stessi. Non si tratta di scegliere un partito, un candidato o una coalizione. Non si tratta di affidare ad altri il compito di rappresentarci. Si tratta di decidere, in prima persona, su cinque temi cruciali che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone. Il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza: ciò che tocca nel profondo la dignità di ognuno.

È un’occasione rara. Ma soprattutto è un’occasione da non perdere.

Questi cinque referendum popolari, promossi dal mondo sindacale, dalle associazioni sociali e da tanti cittadini attivi, ci danno la possibilità concreta di correggere storture legislative che da troppi anni affliggono il nostro ordinamento. Storture che hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori, reso precaria l’esistenza di intere generazioni, permesso licenziamenti senza giusta causa, eluso le responsabilità sulla sicurezza, negato diritti fondamentali a chi vive, lavora e cresce in Italia.

Ma allora la domanda vera è una sola:
Se il quorum sarà raggiunto e vinceranno i SÌ, i cittadini italiani staranno meglio o peggio? Le lavoratrici e i lavoratori avranno più tutele o meno? I luoghi di lavoro saranno più sicuri o più rischiosi? Ci sarà più giustizia, oppure più ingiustizia?

La risposta è implicita nel contenuto stesso dei referendum. Chi si oppone, chi invita all’astensione, chi si rifugia nell’indifferenza o nel boicottaggio del quorum, di fatto accetta che tutto rimanga così com’è: insicurezza, precarietà, ingiustizie. Sta dicendo che il lavoro deve restare una merce usa e getta, che morire sul lavoro è il prezzo da pagare per la competitività, che chi è nato e cresciuto qui non merita di essere cittadino. È un atto politico, mascherato da neutralità.

Ma votare ai referendum non è come votare alle elezioni.

Alle elezioni si può anche non andare perché non ci si sente rappresentati, perché si è delusi dai partiti, perché non si riconosce alcun volto credibile nelle liste. È legittimo. Ma ai referendum, si vota per sé stessi. Per il proprio lavoro. Per i propri diritti. Per la vita reale. Non si elegge un rappresentante: si esercita sovranità diretta, si mette un timbro su un cambiamento che incide subito e concretamente.

Vediamoli uno a uno, questi referendum, per capire di cosa parliamo.

  1. Per fermare i licenziamenti illegittimi

Il primo quesito chiede di ripristinare l’obbligo di reintegro per chi viene licenziato ingiustamente. È una questione di civiltà. Oggi, per chi è stato assunto dopo il 2015, l’imprenditore può cavarsela con un indennizzo monetario. Ma un diritto non è tale se può essere monetizzato. Reinserire il reintegro significa restituire dignità al lavoro e alle persone. Significa anche difendere le imprese oneste, che non fanno del licenziamento uno strumento ordinario di gestione aziendale.

  1. Per una giusta sanzione anche nelle piccole imprese

Il secondo quesito mira a correggere una discriminazione assurda: oggi chi lavora in una piccola impresa, sotto i 15 dipendenti, se viene licenziato ingiustamente ha diritto a un risarcimento fisso, spesso irrisorio. Votare SÌ vuol dire rendere quel risarcimento equo e dissuasivo, affinché la giustizia non sia una questione di dimensioni aziendali, ma di principi universali.

  1. Per fermare l’abuso del precariato

Il terzo referendum vuole riportare il lavoro a tempo determinato entro un quadro normativo più serio e coerente. Non si tratta di abolirlo, ma di impedire che venga usato in modo indiscriminato, senza un vero progetto, senza una strategia. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti è precario, spesso senza motivo. Una distorsione che mina la stabilità di milioni di vite.

  1. Per responsabilizzare le imprese sulla sicurezza

Il quarto quesito riguarda la responsabilità delle aziende committenti negli appalti. Attualmente, chi affida un lavoro a una ditta esterna può lavarsene le mani, anche se quell’appalto si traduce in infortuni o morti sul lavoro. È immorale. È una vergogna. Votare SÌ significa ribaltare questa logica, ridare dignità alla vita di chi lavora e fermare il far west del subappalto.

  1. Per una cittadinanza più giusta

Il quinto referendum interviene su una norma profondamente ingiusta: oggi per chiedere la cittadinanza italiana servono 10 anni di residenza. In Germania e in Francia ne bastano 5. Il quesito propone di portare l’Italia allo stesso livello. Due milioni e mezzo di persone potrebbero diventare finalmente cittadini. Non per favore, ma per giustizia.

Votare SÌ significa scegliere un Paese più giusto. Non votare, significa accettare quello che c’è.

Il referendum è uno strumento potente e fragile allo stesso tempo. Potente perché ci rende protagonisti. Fragile perché ha bisogno di partecipazione. Senza il 50% + 1 dei votanti, tutto decade. E chi oggi invita a non andare a votare, sa perfettamente che sta difendendo lo status quo. Sa che ogni astensione è una conferma dell’ingiustizia esistente.

Chi sceglie il silenzio, non è neutrale. Sta semplicemente scegliendo di non cambiare nulla.

Noi invece vogliamo cambiare. Vogliamo un Paese in cui il lavoro non sia più sfruttamento, in cui la cittadinanza sia un diritto, in cui la sicurezza non sia un lusso ma un dovere. Un Paese in cui si possa ancora credere nella giustizia sociale.

Cinque volte SÌ. Per cambiare il presente. Per costruire un futuro più umano. Perché questo voto non è per altri: è per noi.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

Tra frammentazione e invisibilità, il pensiero critico non può più permettersi il lusso dell’isolamento. Contro la guerra, la povertà e il riarmo, è tempo di costruire una convergenza reale e concreta, a partire dai contenuti condivisi.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

In un’epoca segnata dalla confusione e dall’impotenza, esiste un arcipelago frammentato ma vivo. Un arcipelago fatto di associazioni, collettivi, partiti, canali di controinformazione, comitati, militanti e singole coscienze critiche che non si riconoscono nel teatrino istituzionale, né nelle narrazioni belliche, né nella deriva della guerra tra poveri. Questo mondo esiste, produce pensiero, denuncia le menzogne, lotta ogni giorno. Eppure non esiste politicamente. Perché non riesce a unirsi.

Viviamo in un Paese e in un continente in cui il dissenso reale è stato espulso dallo spazio pubblico. Le televisioni e le tribune ufficiali si limitano a una finta dialettica, tra maggioranze sempre più autoritarie e opposizioni addomesticate. Il dibattito pubblico è ridotto a una fiera di slogan, mentre i temi cruciali – la guerra, il riarmo, la povertà crescente, la devastazione dei diritti sociali – vengono ignorati, distorti o dipinti come follie ideologiche.

Eppure, tra le pieghe della società, si muove una galassia fatta di donne e uomini che continuano a dire no. No al capitalismo di guerra, no alla NATO padrona dell’agenda politica europea, no all’austerità mascherata da riforme. No alla menzogna secondo cui “non ci sono alternative”.

Questa galassia ha però un problema strutturale: la frammentazione. Ogni soggetto coltiva la propria specificità come fosse un confine invalicabile. Ogni identità viene vissuta come una trincea. E così, mentre la destra si organizza e domina, chi avrebbe la forza di resistere resta diviso. E diviso è, politicamente, irrilevante.

La grande illusione dell’autosufficienza

L’illusione più pericolosa che ancora ci abita è quella dell’autosufficienza: l’idea che si possa resistere da soli, con il proprio marchio, con la propria storia, con la propria narrazione. È un’illusione comprensibile, specie in chi ha conosciuto fallimenti, tradimenti, e sigle svuotate. Ma oggi, più che mai, è una posizione politicamente suicida.

Esistono elementi comuni che potrebbero costituire il perno di un fronte critico alternativo, capace di parlare alle classi popolari, ai giovani, ai lavoratori impoveriti e ai cittadini abbandonati. Un impianto valoriale e analitico che, tra le molte voci, ha cominciato a emergere con forza:
• La critica alla narrazione occidentale dello “scontro di civiltà” come strumento del capitalismo finanziario per sopravvivere alla sua crisi.
• La denuncia dell’Unione Europea come struttura tecnocratica e irriformabile, funzionale solo agli interessi delle élite economiche.
• La necessità di riconquistare la sovranità popolare, lontana tanto dal sovranismo xenofobo quanto dal cosmopolitismo liberale.
• Il rifiuto dell’idea che il debito pubblico, il contenimento della spesa o la competitività giustifichino la distruzione dello stato sociale.
• La convinzione che la crisi ambientale non si risolva con finte “transizioni” che scaricano i costi su chi ha già pagato troppo.
• La consapevolezza che la guerra in Palestina e quella in Ucraina non iniziano il giorno comodo per la propaganda, ma affondano le radici in decenni di prevaricazione e imperialismo.
• L’idea che la pace sia una posizione attiva, non una vigliaccheria. Che il riarmo europeo non è difesa, ma preparazione al conflitto.

Contro l’autismo politico: la priorità è parlare alle persone

Per chi si riconosce in questa visione, il compito primario è uno: ricostruire un ponte tra pensiero critico e società reale. Oggi, per milioni di persone, l’unica narrazione che conoscono è quella imposta dal mainstream. Parlare di sovranità, di pace, di Palestina, di NATO, di salari da fame, appare spesso come un linguaggio incomprensibile, ideologico, scollegato dalla vita concreta.

Ma è proprio da qui che si deve ripartire: non da una nuova sigla, ma da un nuovo sforzo di pedagogia popolare. Una comunicazione radicale nei contenuti, ma semplice nei linguaggi. Un progetto che parli con, e non sopra, le persone. Che sappia farsi ascoltare nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, e non solo nei convegni.

Un fronte comune senza illusioni né forzature

Non serve – almeno per ora – un nuovo partito. Non serve nemmeno l’ennesima federazione litigiosa. Serve una convergenza funzionale, fondata su regole minime ma solide:
• Il riconoscimento di una base comune (i punti citati sopra).
• La disponibilità a coordinare le azioni, evitando la concorrenza tra simili.
• L’impegno a non sabotarsi a vicenda.
• La libertà di continuare a essere se stessi, ma in dialogo con gli altri.

Serve soprattutto una battaglia condivisa e visibile: contro la corsa al riarmo. È questa, oggi, la linea del fronte. Una mobilitazione larga, decentrata, popolare, contro un progetto folle e criminale che sta già derubando i cittadini per ingrassare il complesso militare-industriale europeo.

L’unione non è un’opzione. È l’unica possibilità.

La verità è semplice e brutale: se non ci uniamo, non ci sarà alternativa. Continueremo a essere una somma di forze belle ma impotenti, nobili ma inascoltate. Se invece scegliamo la strada del confronto, della costruzione, della strategia, allora potremo finalmente essere visibili, farsi forza reciproca, restituire alle parole “pace”, “lavoro”, “giustizia sociale” il peso che meritano.

Il tempo non gioca dalla nostra parte. Ma le idee ci sono, le forze anche. Quello che manca è il coraggio di riconoscersi, di fidarsi, di camminare insieme. Non per sciogliersi, ma per contare. Non per vincere domani, ma per iniziare finalmente a esistere oggi.

I cinque referendum per la salute della democrazia

Un argine popolare contro la deriva autoritaria

Introduzione: Una democrazia sotto assedio

Viviamo tempi bui. La democrazia, quella reale, fatta di diritti, dignità e partecipazione popolare, è sotto attacco come mai prima d’ora dal dopoguerra. Non è un colpo di Stato militare, non ci sono carri armati nelle strade: è un logoramento silenzioso, un veleno che agisce lentamente, smontando i pilastri della Repubblica nata dalla Resistenza.

L’attacco silenzioso dei poteri finanziari

La data spartiacque è il 28 maggio 2013, quando la banca d’affari americana JP Morgan pubblica un documento che passerà alla storia non per i numeri, ma per le parole. Scrivono gli analisti: le Costituzioni nate dopo la caduta del fascismo, soprattutto in Italia, Portogallo, Grecia e Spagna, sono un ostacolo. Perché? Perché difendono i lavoratori, tutelano la protesta sociale, limitano il potere degli esecutivi.

Quel documento non era solo un’analisi economica: era un manifesto politico. Da quel momento, l’agenda neoliberista ha puntato dritta a scardinare i principi costituzionali nati dall’antifascismo.

L’avanzata di un nuovo autoritarismo

Negli ultimi anni, quel disegno si è fatto legge. La cancellazione dell’articolo 18 con il Jobs Act, la precarizzazione selvaggia dei contratti a termine, la riduzione delle tutele per i lavoratori delle piccole imprese, l’impunità per le imprese appaltanti in caso di incidenti sul lavoro. E oggi, a completare l’opera, arrivano il Premierato forte, la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata: un progetto che punta a concentrare il potere nelle mani di pochi e a dividere il Paese tra regioni ricche e regioni povere.

Cinque referendum per la dignità e la democrazia

Contro questa deriva si levano i cinque referendum promossi dalla CGIL. Non sono solo richieste sindacali, ma un vero atto di resistenza democratica.

  1. Ripristino dell’Articolo 18

Lo Statuto dei lavoratori del 1970 portò la Costituzione dentro le fabbriche. La sua demolizione ha trasformato i lavoratori in merce usa e getta. Il referendum chiede di restituire stabilità e dignità al lavoro.

  1. Tutela nelle piccole imprese

Oggi chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti ha meno diritti. Un’ingiustizia che il referendum vuole cancellare.

  1. Stop alla precarietà

La liberalizzazione dei contratti a termine ha moltiplicato la precarietà, rendendo insicura la vita di milioni di persone. Il referendum vuole tornare a un lavoro stabile, che permetta di progettare il futuro.

  1. Sicurezza sul lavoro

Ogni giorno in Italia muoiono in media tre persone sul lavoro. Il referendum mira a estendere la responsabilità anche all’impresa appaltante, ponendo fine all’impunità e agli appalti al massimo ribasso sulla pelle dei lavoratori.

  1. Inclusione e cittadinanza

Il quinto quesito chiede di favorire l’inclusione dei lavoratori immigrati, perché senza diritti per tutti, la democrazia è un guscio vuoto.

Non solo lavoro: un progetto di restaurazione autoritaria

I referendum non sono un’iniziativa isolata. Sono l’argine che si oppone a un progetto ben più ampio: smantellare la partecipazione popolare, dividere il Paese con l’autonomia differenziata, concentrare tutto il potere nelle mani di un Premier eletto direttamente, ridurre al silenzio le opposizioni e criminalizzare il dissenso.

È la stessa logica che guida le leggi sulla sicurezza, che colpiscono chi protesta e chi lotta per i diritti. Una logica che oggi mette in discussione la Costituzione stessa.

La memoria che ci chiama: Reggio Emilia, 1960

Sessantacinque anni fa, un governo tentò di riportare al potere le forze sconfitte dalla storia. Fu il movimento dei lavoratori a fermarlo, pagando un prezzo di sangue con i sette morti di Reggio Emilia.

Oggi, come allora, spetta ai lavoratori, agli studenti, ai cittadini consapevoli difendere la democrazia. Perché chi lavora non difende solo il salario, ma l’interesse generale.

Conclusione: Un voto che vale davvero

Questi referendum sono un’occasione rara. Non si tratta di scegliere un partito, ma di riaffermare un principio: la democrazia vive solo se il lavoro è tutelato, se il dissenso è garantito, se i diritti sono universali.

Il potere vuole convincerci che siamo spettatori impotenti. Ma la storia insegna che, quando il popolo decide di rialzarsi, nessun potere può fermarlo.

«Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento, infuria la bufera…»
È tempo di rispondere a quella bufera.

“Questo referendum non s’ha da fare” — Elogio del voto online contro la crisi della democrazia partecipativa

Nel grande teatro della democrazia italiana, dove i cittadini dovrebbero essere protagonisti e non semplici comparse, si è consumata l’ennesima rappresentazione dell’impotenza partecipativa. Sabato 22 marzo, il Comitato promotore del referendum contro l’autonomia differenziata ha chiuso i battenti, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito con la sentenza n. 10 del 2025. Un colpo pesante, che arriva a smorzare un’iniziativa popolare straordinaria: 1.291.488 firme raccolte in piena estate, in un’Italia attraversata dall’afa e dall’indifferenza, avevano riacceso la speranza di una cittadinanza vigile e attiva.

Ma proprio come nel celebre capitolo de I Promessi Sposi, in cui Don Abbondio viene fermato da due bravi con un perentorio “questo matrimonio non s’ha da fare”, anche qui un potere superiore ha deciso di fermare le nozze tra popolo e sovranità democratica. La Consulta, più che giudicare nel merito, ha scelto la via del rinvio, del cavillo, del non disturbare il manovratore. L’impressione è che non si sia voluto urtare la sensibilità della maggioranza di governo, preferendo una forma di “prudenza istituzionale” che in realtà puzza di subalternità politica.

Il Comitato, pur colpito da una decisione ingiusta e sproporzionata, non ha alzato la voce. Ma non per viltà o per resa: piuttosto per senso di responsabilità, per rispetto del quadro costituzionale, per volontà di non cedere alla rabbia. Tuttavia, quella chiusura “sanza ’nfamia e sanza lodo”, come avrebbe detto Dante, lascia una ferita aperta. La storia non può finire qui. Il campo progressista, anziché rintanarsi nella frustrazione, deve raccogliere il testimone e rilanciare. Il referendum non s’è fatto, ma può tornare. E può tornare più forte, se accompagnato da strumenti nuovi e realmente accessibili: a cominciare dal voto online.

Il referendum come ostacolo: quando la democrazia diventa scomoda

La verità è cruda: il referendum sull’autonomia differenziata faceva paura. Era divisivo, certo, ma non perché pregiudizialmente conflittuale: lo era perché imponeva una chiarezza che molti non volevano assumersi. Chiamava a una scelta netta, a una conta, a un’espressione popolare che avrebbe rotto i fragili equilibri costruiti sull’ambiguità. In troppi — anche tra i sedicenti sostenitori — hanno visto in quel quesito non uno strumento di democrazia, ma un rischio per le proprie alleanze, per le trattative sotterranee con una destra aggressiva e vorace di potere.

Il messaggio implicito che si sta consolidando è devastante: la partecipazione è accettabile solo se innocua. Appena diventa incisiva, viene neutralizzata. Il voto referendario viene derubricato a fastidio. Ma la democrazia non può essere un atto liturgico celebrato solo in apposite “sedi competenti”; essa vive o muore nelle piazze, nei clic, nella mobilitazione dei cittadini.

Oltre le ceneri: una proposta per uscire dall’impasse

In questo scenario asfittico, un’idea si fa strada come brezza di ossigeno: introdurre il voto online per i referendum. Non si tratta di un vezzo tecnologico o di un gioco da smanettoni. È una necessità democratica, una risposta concreta a un sistema istituzionale che si dimostra sempre più impermeabile al popolo.

La proposta — lucida e dettagliata — prende forma attorno a sei punti essenziali:
1. La Costituzione lo consente. L’art. 75 sancisce il diritto a firmare e votare i referendum. Nulla impedisce che ciò avvenga anche online, a patto di garantire segretezza, libertà e uguaglianza.
2. Serve solo una legge ordinaria. Non occorrono revisioni costituzionali. Una semplice legge, integrativa della legge 352/1970, può introdurre la modalità online.
3. La fase sperimentale è già partita. Due decreti ministeriali del 2021 hanno avviato un percorso tecnico-giuridico per testare il voto digitale. Il quadro normativo esiste: manca solo la volontà politica.
4. La piattaforma per la raccolta firme è già funzionante. Basterebbe ampliarla, introducendo un sistema di votazione binario (Sì/No), per avere uno strumento completo.
5. Il voto online aiuta a raggiungere il quorum. Facilitando la partecipazione, si contrasta il principale nemico dei referendum: l’astensione.
6. È un trampolino per il futuro. Il voto digitale nei referendum può aprire la strada al suo utilizzo nelle elezioni politiche, frenando un’astensione dilagante che ormai svuota le urne.

La paura della destra e l’indifferenza della sinistra

La destra teme il voto online perché scardina la sua egemonia sulla partecipazione passiva: non si può più vincere per abbandono dell’avversario. Ma l’inerzia più pericolosa viene dal campo progressista, che sembra incapace di rompere i riti stanchi della mediazione e del compromesso.

Nel frattempo, il disegno Calderoli va avanti, rafforzando l’autonomia regionale con una leggerezza incostituzionale che calpesta il principio di eguaglianza. Il Parlamento viene bypassato, i costi ignorati, la coesione nazionale frantumata in nome di un federalismo fittizio. Eppure, il campo progressista si rifugia nella moderazione, come se il tempo delle battaglie fosse finito.

Conclusione: scegliere se arrendersi o rilanciare

Chi ha paura del voto online? Chi teme che il popolo possa contare davvero. Chi preferisce governare un Paese addormentato, piuttosto che sfidare una democrazia sveglia. Ma il voto digitale non è il nemico: è la risposta. È la chiave per riportare milioni di cittadine e cittadini a esprimersi, a partecipare, a decidere. È l’unico modo, oggi, per far vivere il referendum in una società che cambia più in fretta delle sue istituzioni.

Questo referendum, dunque, non s’è fatto. Ma il prossimo deve farsi, e deve passare anche dal web. Se vogliamo che la democrazia non diventi un’eco del passato, è tempo di innovare, di osare, di “pensare fuori dagli schemi”. Come farebbe chi ancora crede che il popolo non sia solo una platea, ma il vero protagonista della Repubblica.

La storia ci insegna che ogni volta che il potere cerca di soffocare la voce del popolo, quella voce trova nuove strade per farsi sentire. Le firme raccolte, il dibattito acceso, l’energia civica che ha attraversato l’Italia in questi mesi non sono andate perdute. Sono semi che chiedono solo una nuova stagione per germogliare.

Il tempo del silenzio è finito. Se la Corte ha detto che “questo referendum non s’ha da fare”, tocca a noi dimostrare che questa democrazia sì che si deve fare. Più partecipata, più accessibile, più viva. E il voto online, oggi, è lo strumento più potente che abbiamo per trasformare l’indignazione in azione, la delusione in progetto, la rabbia in costruzione collettiva.

Non basta più difendere la Costituzione: bisogna riattivarla ogni giorno, con strumenti all’altezza del presente. E con il coraggio di credere che una Repubblica fondata sulla partecipazione è ancora possibile.
Fonte: articolo su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2025 di Massimo Villone