Cinque volte SÌ. Una scelta per cambiare il presente, non per delegarlo

L’8 e il 9 giugno non voteremo per qualcuno. Voteremo per noi stessi. Non si tratta di scegliere un partito, un candidato o una coalizione. Non si tratta di affidare ad altri il compito di rappresentarci. Si tratta di decidere, in prima persona, su cinque temi cruciali che riguardano la vita quotidiana di milioni di persone. Il lavoro, la sicurezza, la cittadinanza: ciò che tocca nel profondo la dignità di ognuno.

È un’occasione rara. Ma soprattutto è un’occasione da non perdere.

Questi cinque referendum popolari, promossi dal mondo sindacale, dalle associazioni sociali e da tanti cittadini attivi, ci danno la possibilità concreta di correggere storture legislative che da troppi anni affliggono il nostro ordinamento. Storture che hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori, reso precaria l’esistenza di intere generazioni, permesso licenziamenti senza giusta causa, eluso le responsabilità sulla sicurezza, negato diritti fondamentali a chi vive, lavora e cresce in Italia.

Ma allora la domanda vera è una sola:
Se il quorum sarà raggiunto e vinceranno i SÌ, i cittadini italiani staranno meglio o peggio? Le lavoratrici e i lavoratori avranno più tutele o meno? I luoghi di lavoro saranno più sicuri o più rischiosi? Ci sarà più giustizia, oppure più ingiustizia?

La risposta è implicita nel contenuto stesso dei referendum. Chi si oppone, chi invita all’astensione, chi si rifugia nell’indifferenza o nel boicottaggio del quorum, di fatto accetta che tutto rimanga così com’è: insicurezza, precarietà, ingiustizie. Sta dicendo che il lavoro deve restare una merce usa e getta, che morire sul lavoro è il prezzo da pagare per la competitività, che chi è nato e cresciuto qui non merita di essere cittadino. È un atto politico, mascherato da neutralità.

Ma votare ai referendum non è come votare alle elezioni.

Alle elezioni si può anche non andare perché non ci si sente rappresentati, perché si è delusi dai partiti, perché non si riconosce alcun volto credibile nelle liste. È legittimo. Ma ai referendum, si vota per sé stessi. Per il proprio lavoro. Per i propri diritti. Per la vita reale. Non si elegge un rappresentante: si esercita sovranità diretta, si mette un timbro su un cambiamento che incide subito e concretamente.

Vediamoli uno a uno, questi referendum, per capire di cosa parliamo.

  1. Per fermare i licenziamenti illegittimi

Il primo quesito chiede di ripristinare l’obbligo di reintegro per chi viene licenziato ingiustamente. È una questione di civiltà. Oggi, per chi è stato assunto dopo il 2015, l’imprenditore può cavarsela con un indennizzo monetario. Ma un diritto non è tale se può essere monetizzato. Reinserire il reintegro significa restituire dignità al lavoro e alle persone. Significa anche difendere le imprese oneste, che non fanno del licenziamento uno strumento ordinario di gestione aziendale.

  1. Per una giusta sanzione anche nelle piccole imprese

Il secondo quesito mira a correggere una discriminazione assurda: oggi chi lavora in una piccola impresa, sotto i 15 dipendenti, se viene licenziato ingiustamente ha diritto a un risarcimento fisso, spesso irrisorio. Votare SÌ vuol dire rendere quel risarcimento equo e dissuasivo, affinché la giustizia non sia una questione di dimensioni aziendali, ma di principi universali.

  1. Per fermare l’abuso del precariato

Il terzo referendum vuole riportare il lavoro a tempo determinato entro un quadro normativo più serio e coerente. Non si tratta di abolirlo, ma di impedire che venga usato in modo indiscriminato, senza un vero progetto, senza una strategia. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti è precario, spesso senza motivo. Una distorsione che mina la stabilità di milioni di vite.

  1. Per responsabilizzare le imprese sulla sicurezza

Il quarto quesito riguarda la responsabilità delle aziende committenti negli appalti. Attualmente, chi affida un lavoro a una ditta esterna può lavarsene le mani, anche se quell’appalto si traduce in infortuni o morti sul lavoro. È immorale. È una vergogna. Votare SÌ significa ribaltare questa logica, ridare dignità alla vita di chi lavora e fermare il far west del subappalto.

  1. Per una cittadinanza più giusta

Il quinto referendum interviene su una norma profondamente ingiusta: oggi per chiedere la cittadinanza italiana servono 10 anni di residenza. In Germania e in Francia ne bastano 5. Il quesito propone di portare l’Italia allo stesso livello. Due milioni e mezzo di persone potrebbero diventare finalmente cittadini. Non per favore, ma per giustizia.

Votare SÌ significa scegliere un Paese più giusto. Non votare, significa accettare quello che c’è.

Il referendum è uno strumento potente e fragile allo stesso tempo. Potente perché ci rende protagonisti. Fragile perché ha bisogno di partecipazione. Senza il 50% + 1 dei votanti, tutto decade. E chi oggi invita a non andare a votare, sa perfettamente che sta difendendo lo status quo. Sa che ogni astensione è una conferma dell’ingiustizia esistente.

Chi sceglie il silenzio, non è neutrale. Sta semplicemente scegliendo di non cambiare nulla.

Noi invece vogliamo cambiare. Vogliamo un Paese in cui il lavoro non sia più sfruttamento, in cui la cittadinanza sia un diritto, in cui la sicurezza non sia un lusso ma un dovere. Un Paese in cui si possa ancora credere nella giustizia sociale.

Cinque volte SÌ. Per cambiare il presente. Per costruire un futuro più umano. Perché questo voto non è per altri: è per noi.

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