I rivoluzionari a distanza e gli insultatori da tastieraQuando la politica diventa un riflesso e non più un pensiero

Ogni tanto mi prendo un momento per guardare cosa sta diventando la conversazione pubblica. Non per il gusto di lamentarmi, ma per capire dove si spezza il filo, e perché. In questi giorni mi sono rimaste addosso due scene che sembrano diverse, ma in realtà raccontano lo stesso tempo. Due post, due stili diversi, la stessa radiografia.

Il primo è di Gianni Cuperlo: un testo ironico e ragionato in cui racconta la vita di una pagina social, il miscuglio di consenso, critica legittima e astio che scivola nell’insulto. Il secondo è di Andrea Zhok: una riflessione tagliente su quelli che invocano rivoluzioni lontane con entusiasmo leggero, senza conoscere davvero contesti e conseguenze. In mezzo, come un filo nero che unisce tutto, c’è il nostro presente: una politica che sempre più spesso diventa un riflesso, non un pensiero.

Da una parte, un politico che prova a discutere con ironia e stile e si ritrova investito da commenti che non contestano un’idea: contestano una persona. “Pagliaccio”, “nullità”, “chi sei?”, “rosicante”. Dall’altra, la folla digitale che invoca “la rivoluzione” in Iran o altrove con una sicurezza morale che non si sporca mai le mani con la fatica di capire davvero cosa sta dicendo. Due scene, un solo problema: la politica trattata come tifo. E il tifo, per definizione, non vuole comprendere. Vuole vincere, umiliare, schiacciare, sentirsi dalla parte giusta.

L’insulto come scorciatoia

La prima cosa che mi colpisce, quando vedo certi commenti, è l’economia di pensiero che contengono. L’insulto non è un’argomentazione: è un modo rapido per evitare l’argomentazione.
È un interruttore che spegne la discussione prima ancora che cominci. Non mi interessa nemmeno chiedermi se chi insulta sia “cattivo” o “frustrato”: mi interessa il meccanismo. Perché quel meccanismo oggi è diventato la norma.

Sui social l’offesa è funzionale. È breve, tagliente, attiva reazioni, trascina altri a fare lo stesso. È perfetta per un ambiente che premia l’urto, non la complessità. E, soprattutto, è comoda: ti dà l’ebbrezza di un colpo andato a segno senza costringerti a confrontarti con il merito.

Cuperlo lo mostra con una chiarezza quasi didattica quando distingue fra chi critica nel merito e chi si limita a irridere e avvelenare. Qui bisogna essere netti: c’è la critica dura, anche severa, che può essere sgradevole ma resta sul piano politico. E poi c’è la derisione personale, lo sputo, l’irrisione. Con la prima puoi discutere. Con la seconda no.
Con la seconda puoi solo decidere se lasciare che quel fango si espanda o se proteggere lo spazio minimo in cui la parola ha ancora un valore.

E non è un tema di sensibilità. È un tema democratico. Perché quando il linguaggio si degrada, la politica si riduce a forza bruta: vince chi urla meglio, chi manipola di più, chi semplifica con più violenza. E a quel punto diventa secondario cosa pensi davvero: conta solo se riesci a imporre la tua emozione sull’altra.

La fede ideologica che si traveste da informazione

La seconda scena, quella descritta da Zhok, mi inquieta per un motivo diverso. Qui non c’è sempre aggressività. Spesso c’è persino un tono serio, “preoccupato”, moralmente ineccepibile. Eppure il risultato non cambia: si parla di un paese complesso come se fosse una fiaba con i buoni e i cattivi. Si invoca un rovesciamento, si sogna un’epopea, si immagina un popolo che “si libera” nel modo in cui ce lo raccontano i film.

Zhok fa un esempio che, da solo, basta a chiarire la trappola: l’Iran. La quantità di persone che, con toni pensosi o barricaderi, auspica un cambio di regime, una rivoluzione “giusta”, è impressionante. Poi però provi a chiedere cosa sappiano della Costituzione iraniana, dei dibattiti interni, delle fratture sociali e politiche, dei partiti e delle differenze reali. E trovi il vuoto. Non perché le persone siano stupide, ma perché sono state abituate a un’abitudine mentale: sostituire la conoscenza con la posizione morale.

È qui che nasce la tentazione più pericolosa: credere che bastino poche nozioni ripetute e qualche frammento emotivo per autorizzarsi a desiderare eventi drammatici per altri. La solidarietà verso chi soffre è una cosa seria. Ma la solidarietà non è una sceneggiatura. Non è tifo. Non è la ricerca di un “momento liberatorio” che ci faccia sentire parte del Bene. E soprattutto non può diventare una forma elegante di irresponsabilità: invocare rovesciamenti e sangue a migliaia di chilometri di distanza senza nemmeno sapere di cosa si parla.

E qui torna il filo nero con la prima scena: gli stessi meccanismi che producono i “leoni da tastiera” contro un politico producono anche i “rivoluzionari a distanza” contro un paese sconosciuto. In entrambi i casi, l’obiettivo non è capire. È esprimere una fede ideologica e sentirsi nel giusto, costruendo un nemico e una storia semplice.

E infatti, mentre ci si entusiasma per rivoluzioni lontane, a casa propria la stessa energia evapora. Sulle cose vicine ci si rassegna: tasse che pesano sempre sugli stessi, sanità pubblica abbandonata alle privatizzazioni, servizi pubblici che si sfilacciano, salari che non tengono il passo, burocrazia infinita, diritti che arretrano, repressioni normalizzate, governi che si alternano tra la menzogna e la manipolazione e la vita reale che resta inchiodata. Lì, improvvisamente, si ripete la formula che giustifica ogni resa: “è complicato”.

Allora mi chiedo: non è che quella passione per l’epica lontana serva anche a non guardare la nostra impotenza quotidiana? Non è che la rivoluzione degli altri diventi un surrogato, un modo di sentirsi vivi e coerenti senza dover affrontare il problema più duro: cambiare davvero qualcosa qui?

L’algoritmo come regista di massa

In mezzo a tutto questo c’è un attore invisibile che fa da regista: l’ecosistema social. Non è neutro. Spinge verso le forme più rapide e più polarizzanti di comunicazione. Premia l’indignazione, la derisione, la semplificazione. Trasforma la discussione in una gara di riflessi. E in una gara di riflessi, la complessità è perdente.

Il risultato è un paradosso amaro: abbiamo accesso a più informazioni che mai, ma fatichiamo a trasformarle in conoscenza. Abbiamo più possibilità di parlare, ma meno capacità di dialogare. Abbiamo più opinioni, ma meno argomenti. E più ci abituiamo a questo, più diventiamo manipolabili.

E qui il punto non è difendere qualcuno in quanto persona. Il punto è difendere la possibilità stessa di una politica adulta. Di uno spazio in cui ci si possa scontrare senza disumanizzarsi. In cui si possa criticare senza distruggere. In cui la parola non venga trattata come una pietra da lanciare e basta.

Che cosa fare, concretamente

Non credo alle formule miracolose, ma credo alle regole. Un luogo di discussione senza regole diventa sempre il dominio del più rumoroso. Per questo, chi gestisce uno spazio pubblico ha il diritto e il dovere di distinguere: tollerare la critica, respingere l’insulto. Non è censura: è igiene del confronto. È difesa del linguaggio come bene comune.

E poi c’è un lavoro che riguarda ciascuno di noi: reimparare la fatica del “non so”. Reimparare il gusto di leggere prima di giudicare. Reimparare a non desiderare per altri ciò che non avremmo il coraggio di desiderare per noi. Reimparare a non confondere un commento con un’azione politica.

Io, oggi, mi fido più di chi coltiva dubbi ragionati che di chi distribuisce certezze urlate. Mi fido più di chi prova a tenere il filo dell’ironia senza cadere nel disprezzo. Mi fido più di chi non scambia la propaganda per realtà, né la propria identità per una verità automatica.

Monito alla collettività

Il problema, però, è più grande di una pagina Facebook, più grande di un dibattito sull’Iran, più grande perfino dei social. Qui stiamo guardando un mutamento di clima, una mutazione culturale che rischia di diventare irreversibile: la rinuncia collettiva alla complessità come forma di libertà.

Perché la complessità non è un vezzo da intellettuali. È la materia stessa della democrazia. Una comunità democratica vive se sa distinguere, se sa pesare, se sa ascoltare e poi decidere. Quando smette di farlo, non diventa più diretta o più autentica. Diventa più manipolabile. Diventa più fragile. Diventa preda.

L’odio e l’epica sono due strumenti di governo. L’odio serve a creare bersagli, a incanalare frustrazioni, a farci litigare tra simili mentre il potere vero resta al riparo. L’epica serve a farci sognare altrove, a darci una dose quotidiana di indignazione o speranza teleguidata, così da non vedere la banalità feroce di ciò che accade sotto casa: lo smantellamento lento dei diritti, la normalizzazione della precarietà, la trasformazione della sanità e dell’istruzione in servizi a due, tre o più velocità, la criminalizzazione del dissenso, la riduzione della politica a marketing.

In questa atmosfera, l’insulto non è solo un gesto individuale: è un sintomo. È il segno di una società che sta perdendo il vocabolario per nominare la realtà e, non sapendo più nominarla, la prende a calci. È il segno di persone che confondono la forza con la brutalità, la sincerità con la volgarità, la libertà con l’impunità. E la rivoluzione invocata a distanza è l’altra faccia dello stesso cedimento: è la voglia di sentirsi protagonisti senza fare i conti con l’organizzazione, con la responsabilità, con la fatica di cambiare davvero.

Se non fermiamo questa deriva, succede una cosa precisa: ci abituiamo. Ci abituiamo a un linguaggio sempre più povero. Ci abituiamo a una politica sempre più isterica. Ci abituiamo al fatto che l’opinione valga quanto lo studio, che l’urlo valga quanto il ragionamento, che la battuta valga quanto la prova. Ci abituiamo perfino a perdere diritti, perché intanto siamo occupati a discutere del nulla, a inseguire il trend del giorno, a scegliere un nemico su cui scaricare la rabbia.

E quando una collettività si abitua, diventa governabile con pochissimo. Basta un’emergenza permanente, un nemico di turno, un racconto semplificato, una promessa facile. Basta tenere le persone in uno stato di eccitazione o di paura, alternando indignazione e distrazione come una terapia. È così che si spegne una democrazia senza bisogno di carri armati: le si toglie ossigeno, pezzo dopo pezzo, finché non resta che un guscio.

Ecco perché, per me, il punto non è soltanto educazione o buone maniere. Il punto è l’autodifesa civile. Difendere il linguaggio, la complessità, la fatica del confronto, non è moralismo: è resistenza. È il modo in cui una società evita di diventare un branco. È il modo in cui si impedisce al potere di usare le nostre emozioni contro di noi.

Se vogliamo davvero una politica diversa, dobbiamo cominciare da una scelta semplice e scomoda: smettere di vivere di riflessi. Smettere di fare i tifosi. Smettere di delegare la nostra coscienza a un feed. Tornare a studiare, a organizzarci, a discutere sul serio, a pretendere risultati, a costruire conflitti intelligenti, a fare comunità.

Io, a quella prigione, non voglio abituarmi. E credo che nessuno di noi dovrebbe farlo.

L’Italia al 49º posto nella classifica RSF 2025 sulla libertà di stampa

Questo titolo fa notizia, ma soprattutto mi fa male. Mi fa male perché somiglia a un paradosso: accendo la tv, scorro i giornali, sento qua e là domande anche dure, e per un attimo mi verrebbe da pensare “ma allora dov’è il problema?”. Il problema è che la libertà d’informazione non si misura dal volume della voce in un talk show, né dalla scena madre di una conferenza stampa. Si misura, molto più brutalmente, da quello che sta dietro: proprietà e concentrazioni, querele e costi legali, precarietà, intimidazioni, controllo politico del servizio pubblico, accesso alle fonti, sicurezza fisica, possibilità reale di fare inchieste senza pagare un prezzo personale e professionale.

E quel “dietro” oggi pesa abbastanza da farci scivolare dal 46º posto del 2024 al 49º nel 2025, con un punteggio complessivo di 68,01 su 100.
Non è solo una posizione. È un segnale. È l’immagine di un Paese che, mentre recita la parte della democrazia loquace, arretra sul terreno dove la democrazia si difende davvero: il diritto dei cittadini a sapere, verificare, comprendere.

E poi c’è un dettaglio simbolico che brucia: per varie ricostruzioni, l’Italia risulta dietro tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale nella classifica 2025. La nostra “casa democratica” di riferimento, e noi in coda.

Il punto non è “c’è chi fa domande incalzanti”

Io vedo l’obiezione ovunque: “Ma come? In tv li attaccano. In conferenza stampa fanno domande.” È un’illusione ottica. Un sistema può tollerare qualche picco di aggressività scenica e, allo stesso tempo, rendere quasi impossibile il giornalismo che conta: quello che scoperchia conflitti d’interesse, corruzione, collusioni, opacità, abusi, sprechi, ricatti. Quando quel giornalismo diventa costoso, rischioso, legalmente fragile, non serve la censura esplicita: basta la convenienza della paura. E la paura produce la forma più efficiente di silenziamento: l’autocensura.

RSF, nella scheda Paese sull’Italia, elenca pressioni ricorrenti che non sono fantasia: minacce di mafia e gruppi violenti, procedimenti intimidatori (SLAPP), e tentativi politici di ostacolare la copertura dei casi giudiziari con norme “bavaglio”.

Il governo Meloni e la conferenza stampa: la politica che pretende il megafono e odia lo specchio

Qui io non faccio finta di essere neutro. Sotto il governo Meloni questa tensione si è fatta sistema: più controllo sul servizio pubblico, più clima ostile verso le inchieste, più nervosismo verso chi insiste con domande scomode, più tentazione di trasformare l’informazione in una passerella per la narrazione di governo. È un metodo: non serve chiudere i giornali, basta svuotarli. Non serve vietare le domande, basta rendere la verità un mestiere pericoloso e la propaganda un lavoro tranquillo.

Prendo un episodio recente e concreto: la conferenza stampa di inizio anno. Lì si è vista la dinamica in piena luce. Da una parte una premier che governa anche con la comunicazione, dall’altra un sistema mediatico dove troppo spesso le affermazioni vengono rilanciate prima di essere verificate. Il punto non è “ha detto cose controverse”: il punto è l’ecosistema che consente che dichiarazioni discutibili diventino titoli, e i titoli diventino realtà percepita.

Sul contenuto, i fact-checker non parlano per suggestioni: Pagella Politica ha verificato numerose dichiarazioni della premier e ha evidenziato errori e imprecisioni.
E non è l’unica lettura critica: altre ricostruzioni hanno contestato dati e narrazioni proposte su lavoro, pensioni, immigrazione, descrivendo un impianto comunicativo costruito per far apparire carenze e scelte politiche come una collezione di successi.
In parallelo, chi segue da vicino il rapporto tra Meloni e la stampa sottolinea un clima di attrito e irritazione, con domande che restano senza risposta e un rapporto “aspro” con parte del giornalismo.

Quando io dico che certe “menzogne” vengono condivise, non sto facendo il processo alle intenzioni di ogni cronista, e soprattutto non mi interessa il pettegolezzo moralista sui singoli. Io sto denunciando una cosa più grave: un circuito in cui una quota dell’informazione si comporta come cassa di risonanza, non come controllo. Non serve immaginare valigette. Basta la carriera, la convenienza, la paura, la dipendenza economica, il desiderio di restare “dentro” al giro. Basta l’abitudine a confondere accesso con complicità.

Quattro pressioni che, sommate, fanno una gabbia

Pressioni politiche e presa sul servizio pubblico
La libertà d’informazione non è solo “assenza di divieti”. È indipendenza editoriale. Il nodo della RAI torna sempre perché è un nervo scoperto: governance, nomine, clima interno, messaggi che scendono lungo la catena. E questo tema, negli ultimi anni, è entrato anche nelle analisi internazionali come fattore di rischio, con preoccupazioni su interferenze e sul trattamento dei programmi d’inchiesta.
Quando il servizio pubblico viene percepito come terreno di conquista, ogni redazione capisce che l’aria può cambiare a seconda della stagione politica. E quando l’aria cambia, cambiano i coraggi.

Pressione legale: querele, diffamazione, SLAPP
In Italia la diffamazione resta un’arma che funziona anche solo come minaccia: tempi lunghi, costi, incertezza, stress. Freedom House ricorda che la diffamazione è ancora reato e che il contenzioso può produrre un effetto raggelante sul giornalismo.
E poi c’è la galassia delle SLAPP: cause strategiche per intimidire chi parla di interesse pubblico. RSF le segnala come pratica comune nel contesto italiano.
Il messaggio, spesso, è semplice: “Se scrivi, paghi.” Anche se poi vinci.

Norme “bavaglio” e informazione giudiziaria
La libertà di stampa vive di atti, verifiche, carte. Se riduci la pubblicabilità degli atti, tu non “proteggevi la presunzione d’innocenza”: tu riduci la capacità dei cittadini di capire cosa accade nei palazzi. La discussione sul divieto di pubblicazione delle ordinanze cautelari e sul rapporto tra garanzie e diritto di cronaca è stata esplicitamente inquadrata come “legge bavaglio” da pezzi importanti del mondo giornalistico e sindacale, con l’accusa di comprimere l’informazione.
RSF, già nelle sue valutazioni, richiama proprio questi tentativi di limitazione della copertura giudiziaria.

Sicurezza e intimidazioni: mafia, estremismi, violenza
Qui l’Italia ha una specificità tragica. RSF ricorda esplicitamente le minacce di mafia e di gruppi violenti.
E quando l’intimidazione diventa materiale, non è più teoria: l’attacco contro l’auto di Sigfrido Ranucci, volto di un raro spazio d’inchiesta in tv, è stato raccontato da fonti internazionali come un segnale pesantissimo sul clima che circonda il giornalismo investigativo.
Uno Stato serio, davanti a queste cose, non si limita alla solidarietà di rito: si chiede perché accade e cosa, nel clima pubblico e politico, sta legittimando l’odio verso chi racconta.

Il cuore economico: informazione povera, potere ricco

Qui io vado dritto: un giornalismo povero è un giornalismo addomesticabile. RSF, nel quadro 2025, insiste sul fatto che la fragilità economica è una minaccia centrale alla libertà di stampa.
Se non hai risorse, non fai inchieste lunghe. Se non fai inchieste lunghe, vivi di dichiarazioni. Se vivi di dichiarazioni, il potere diventa la tua fonte e il tuo padrone.

E quando la proprietà si concentra, il pluralismo rischia di diventare scenografia. Non serve che il proprietario telefoni al direttore. Spesso basta che tutti sappiano dove sta il perimetro invisibile del consentito.

La domanda vera: che cos’è, per me, “informazione libera” oggi

Se la riduciamo a “posso dire quello che penso su un social”, abbiamo già perso. Per me l’informazione libera è un’infrastruttura democratica: significa che qualcuno può verificare, documentare, contraddire il potere, e farlo con continuità. Non è un episodio, è un sistema.

E allora torno al punto che mi ossessiona: in Italia il rumore è fortissimo, ma la libertà concreta di fare giornalismo investigativo, di reggere una causa, di non essere isolati, di non vivere sotto minaccia, è un’altra cosa. È lì che misuro il 49º posto: non come una classifica, ma come la fotografia di un paese dove il controllo sul potere è sempre più faticoso, e la narrazione del potere sempre più comoda.

Cosa pretendo, senza retorica, da uno Stato che si dice democratico

Io pretendo manutenzione democratica, non prediche.

Voglio regole e anticorpi contro le querele temerarie e un quadro che riduca davvero l’effetto intimidatorio della diffamazione.
Voglio un servizio pubblico blindato dall’occupazione politica, non “riformato” per diventare più obbediente.
Voglio un bilanciamento serio tra garanzie e diritto di cronaca, senza trasformare le carte in territorio vietato.
Voglio che la sicurezza dei giornalisti sia trattata come sicurezza democratica, non come “rischio del mestiere”.

E voglio, soprattutto, che si smetta di chiamare “libertà” il teatro mediatico. La libertà non è la conferenza stampa con qualche domanda dura, se poi le risposte possono essere costruite su dati sbagliati o parziali e diventare comunque racconto dominante perché troppi le rilanciano senza verifica.

il termometro non è la febbre, ma io non ho più voglia di ignorare l’allarme

Il 49º posto non è una sentenza definitiva sull’Italia. È un allarme. E mi ricorda una cosa semplice: la libertà di stampa non muore solo quando “chiudono un giornale”. Muore quando diventa sconveniente dire la verità. Quando il costo di una notizia supera il suo valore pubblico. Quando la paura entra nelle routine. Quando l’informazione, invece di controllare il potere, lo accompagna.

Per questo io non mi accontento di guardare lo spettacolo. Io guardo la struttura: chi nomina, chi compra, chi querela, chi minaccia, chi controlla il servizio pubblico, chi rende precario chi dovrebbe essere libero. È lì che si decide quanto siamo davvero liberi.

Fonti principali
RSF World Press Freedom Index 2025 (pagina Index e scheda Italia)
RaiNews e ANSA sul ranking 2025 e sul punteggio 68,01
Pagella Politica, fact-checking conferenza stampa di inizio anno (9 gennaio 2026)
Fanpage, analisi critica su dati e narrazione in conferenza stampa
Reuters Institute, analisi su rischi e interferenze sul sistema mediatico italiano
Le Monde su pressioni su media e controllo RAI
AP e The Guardian su attentato all’auto di Ranucci

Renee Nicole Good: quando la polizia diventa guerra e la legge diventa scudo

C’è un momento in cui capisci che non stai più parlando di “ordine pubblico”, ma di potere puro. Quel momento arriva quando una donna viene uccisa durante un’operazione di polizia, il video fa il giro del mondo, e invece di vedere istituzioni inchiodate alla prudenza e al dubbio, senti partire la solita raffica: autodifesa, minaccia, etichette infamanti, cortine di fumo. Prima della verità. Prima della giustizia. Prima perfino del rispetto umano per un corpo a terra.

Il 7 gennaio 2026, a Minneapolis, Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE durante un’operazione federale. La vicenda è diventata immediatamente un caso nazionale non solo per la brutalità della scena, ma per la guerra di narrazioni scatenata subito dopo: da un lato la giustificazione istituzionale, dall’altro contestazioni e richieste di trasparenza da parte di autorità locali e statali, con tensioni aperte sulla gestione delle prove e dell’indagine. 

Qui sta il punto: non è “solo” una morte. È un test di sistema. E come sempre, il test non riguarda soltanto chi ha sparato. Riguarda soprattutto chi protegge, chi riscrive, chi pretende impunità.

La seconda pallottola: riscrivere la realtà

In questi casi la sequenza è quasi un copione.

Prima fase: si spara.

Seconda fase: si costruisce una storia che trasformi la vittima in colpevole e l’agente in inevitabile strumento del destino. Una parola-bulldozer (“minaccia”) e il cervello collettivo dovrebbe smettere di pensare.

Terza fase: si blindano prove, tempi, competenze, perimetri. Non è un dettaglio tecnico: è politica applicata. Perché quando un potere è davvero sicuro della propria versione, non teme un’indagine trasparente e indipendente. Se invece controlla, filtra, rallenta, seleziona, sta dicendo chiaramente qual è la priorità: non la giustizia, ma la protezione dell’apparato. 

E la società, intanto, viene addestrata. Non a capire: ad accettare.

La polizia come continuazione della guerra

Quello che accade a Minneapolis non nasce nel vuoto. Da decenni l’Occidente si muove dentro una mutazione profonda: la guerra viene raccontata come “operazione di polizia” e la polizia viene organizzata, mentalmente e materialmente, come un esercito.

Dopo la guerra del Golfo del 1991, una parte della dottrina politica e mediatica ha normalizzato un paradigma: il nemico non è più un soggetto politico con cui si ammette, almeno formalmente, un conflitto; è un criminale da neutralizzare. Quando il conflitto viene riscritto come questione penale, la politica diventa procura e la sicurezza diventa un lasciapassare per l’eccezione permanente. Questo schema non resta “fuori”, nelle guerre: rientra a casa e colonizza le nostre strade. 

Ecco perché l’uccisione di Renee Good brucia come un segnale: non è soltanto un abuso. È l’ombra lunga di un modello, dove l’avversario sociale è trattato come bersaglio e il dissenso viene degradato a pericolosità.

Italia: quando lo Stato prepara lo scudo per i propri cani da guardia

Chi pensa che “da noi” sia un altro pianeta si illude. In Italia abbiamo memoria diretta di cosa significa trasformare la protesta in ordine pubblico e l’ordine pubblico in zona di sospensione dei diritti: Genova 2001, l’uccisione di Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto. La storia ha già mostrato cosa succede quando l’apparato si sente autorizzato e quando, dopo, le istituzioni tentano di minimizzare, coprire, spostare colpe.

Oggi questa torsione torna in forme nuove: militarizzazione dello spazio pubblico, “zone rosse”, dispositivi sempre più pesanti nelle piazze, criminalizzazione di pratiche di conflitto sociale, fino al punto decisivo: l’idea che le forze dell’ordine debbano essere protette “a prescindere”, messe al riparo, scudate.

Il cosiddetto Decreto Sicurezza del 2025 (poi convertito in legge) ha rafforzato misure di sostegno e tutela legale per appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate indagati o imputati per fatti di servizio, includendo meccanismi di copertura/anticipazione delle spese legali e altre tutele. È un passaggio politico delicatissimo, perché sposta l’asse: da “accertare i fatti” a “proteggere l’apparato”. 

Attenzione: nessuno nega che un operatore possa aver diritto a difesa. Il punto è un altro, ed è enorme: quando la difesa diventa scudo preventivo, quando la politica costruisce una cintura di protezione prima ancora della verità, allora il messaggio agli agenti peggiori è chiarissimo: “Se succede qualcosa, non sei solo. Ti copriamo noi”. Ed è così che l’impunità si trasforma da eccezione vergognosa a incentivo strutturale.

Il filo nero che unisce Minneapolis e Palestina

Minneapolis non è Gaza. Sarebbe folle e disonesto sovrapporle. Ma c’è un meccanismo comune, ed è quello che conta: la disumanizzazione che rende la violenza praticabile e l’impunità che rende la violenza ripetibile.

A Gaza, Amnesty International ha dichiarato (dicembre 2024) di aver trovato basi sufficienti per concludere che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio contro i palestinesi. 

Sul piano giuridico internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia ha indicato misure provvisorie nel caso Sudafrica c. Israele, richiamando obblighi di prevenzione e protezione e intervenendo anche sulla situazione di Rafah con ulteriori misure nel maggio 2024. 

In Cisgiordania, intanto, il tema dell’impunità dei coloni e delle violenze contro comunità palestinesi è documentato con continuità dagli aggiornamenti ONU e da organizzazioni per i diritti umani: aggressioni, sfollamenti, attacchi alle proprietà, restrizioni e protezione di fatto per chi aggredisce. 

Che cosa c’entra con Renee Good? C’entra perché l’impunità non è solo “mancanza di condanna”: è una cultura di potere. È l’idea che alcune vite valgano meno e che alcuni corpi siano amministrabili. Quando questo accade, la legge smette di essere limite e diventa copertura. E la copertura diventa un invito: si può fare ancora.

Il baratro morale: l’applauso al boia

Poi c’è l’altra metà dell’orrore: la folla che applaude. La gente che, davanti a un video, non prova nemmeno il disagio elementare del “fermiamoci, capiamo, chiediamo giustizia”, ma parte col tifo. È il punto più basso: la trasformazione dell’empatia in debolezza, della giustizia in “buonismo”, della vita in dettaglio trascurabile.

E qui bisogna essere netti, senza recite:

Una democrazia non è compatibile con l’impunità armata.

Uno Stato di diritto non può tollerare esecuzioni senza processo.

Un governo che copre a prescindere i propri apparati sta scavando sotto la propria legittimità.

Cosa pretendere, adesso, senza sconti

Trasparenza totale e immediata: video integrali, audio, catena di comando, regole d’ingaggio, comunicazioni operative.

Indagine indipendente e pienamente verificabile, con accesso alle prove anche per le autorità locali/statali.

Sospensione operativa degli agenti coinvolti fino all’accertamento dei fatti.

Stop all’uso propagandistico di etichette come “terrorismo” per costruire colpe preventive e spegnere il giudizio critico. 

In Italia: nessuna norma che diventi paracadute preventivo per abusi. Le tutele non possono trasformarsi in impunità. Se lo Stato prepara lo scudo, qualcun altro preparerà il manganello e, prima o poi, il grilletto.

Fonti principali

Caso Renee Nicole Good (Minneapolis, gennaio 2026)

Reuters, ricostruzione del caso e scontro istituzionale su indagine, prove e narrazione ufficiale.  The Guardian, dettagli sui filmati e sul dibattito pubblico.  Associated Press, ricostruzioni e reazioni.  ABC News, approfondimenti e dichiarazioni. 

Polizia come guerra e criminalizzazione del conflitto

“La continuazione della guerra”, Vincenzo Scalia, Parole Libere (2026). 

Italia: sicurezza e tutele per forze dell’ordine

Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48 (Gazzetta Ufficiale).  Legge di conversione 9 giugno 2025, n. 80 (Gazzetta Ufficiale). 

Palestina: genocidio, diritto internazionale, impunità e violenza dei coloni

Amnesty International, comunicato e rapporto (5 dicembre 2024).  ICJ / ONU-UNISPAL, misure provvisorie (26 gennaio 2024) e materiali collegati; Reuters sull’ordine del 24 maggio 2024.  ONU OCHA, aggiornamenti su Cisgiordania: violenza dei coloni, sfollamenti, restrizioni. 

Note sitografiche (video e immagini)

Video e frame dell’operazione a Minneapolis pubblicati/analizzati da testate internazionali (consultabili nelle ricostruzioni di Guardian e AP).  Fotogrammi e immagini riprese dai servizi Reuters/ABC News collegati al caso (utili come riscontro visivo delle sequenze e della gestione delle prove). 

L’economia raccontata come spot: dove la narrazione del governo inciampa sui numeri

C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un finale migliore. Ma quando si riaprono i bilanci, i comunicati ufficiali e i report indipendenti, l’effetto è quello di una scenografia: da lontano sembra un palazzo, da vicino si vede il cartone.

La conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio ha provato a cucire insieme crescita, lavoro, salari, pensioni e casa in un unico racconto: “stiamo andando bene, le critiche sono esagerate, basta continuare così”. Il punto è che “così” significa, nei fatti, continuare a non intervenire sulle fratture strutturali dell’economia italiana mentre si vendono piccoli aggiustamenti come riforme epocali.

Crescita: lo 0,8% non è un “focus”, è una stagnazione con slogan

Se il 2026 è l’anno del “grande focus” sulla crescita, ci si aspetterebbe una strategia leggibile: investimenti mirati, politiche industriali coerenti, un disegno su energia e produttività. E invece l’Italia resta dentro una traiettoria di crescita debole.

La Commissione europea, nelle sue previsioni macroeconomiche, indica per l’Italia un Pil a +0,8% nel 2026 (dopo +0,4% nel 2025).
Non è un crollo, certo. Ma non è neppure quel “cambio di passo” che giustifica toni trionfali. È la fotografia di un Paese che procede a passo corto, appoggiandosi anche agli investimenti legati al PNRR, senza però liberare davvero produttività e innovazione. E qui sta la prima rimozione: la crescita non la fai per decreto, la fai sciogliendo nodi che disturbano interessi consolidati.

Su questo punto, anche il Financial Times ha parlato di perdita di slancio e di difficoltà del governo a varare riforme che aumentino la produttività quando rischiano di urtare poteri forti e rendite.
Tradotto: tanta comunicazione, poca chirurgia.

Lavoro: disoccupazione bassa, ma sale l’inattività

Il governo tende a mettere in vetrina un numero: disoccupazione al minimo. Ma un minimo può essere sano o malato, dipende da cosa c’è dietro.

I dati Istat su novembre 2025 dicono che il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, ma nello stesso mese calano gli occupati (meno 34 mila) e aumentano gli inattivi tra 15 e 64 anni (più 72 mila).
Questa è la parte che nel racconto “andiamo benissimo” resta sempre in ombra: se una quota crescente di persone esce dal mercato del lavoro o smette di cercare, la disoccupazione può scendere anche mentre l’economia non crea lavoro buono e stabile.

In più, la dinamica per età conferma una fragilità di fondo: il mercato regge soprattutto perché l’Italia invecchia e perché le regole pensionistiche spingono a restare più a lungo, non perché stiamo aprendo una stagione di opportunità per giovani e fasce centrali.
Se il “successo” dipende dal fatto che la gente resta al lavoro perché non può permettersi di uscirne, quello non è successo: è necessità.

Salari: il “netto” come foglia di fico, mentre il potere d’acquisto resta indietro

Qui il gioco comunicativo è ancora più scoperto. Davanti al tema dei salari reali, la risposta tipica è: “guardate il netto, non il lordo; abbiamo tagliato il cuneo”. Ma il punto per chi lavora non è la retorica fiscale: è se a fine mese compra di più o di meno.

L’Istat, nelle “Prospettive per l’economia italiana 2025-2026”, scrive che le retribuzioni contrattuali in termini reali a settembre 2025 sono ancora inferiori dell’8,8% rispetto a gennaio 2021.
Quindi sì, in alcuni mesi gli aumenti contrattuali possono correre più dell’inflazione, ma il buco accumulato negli anni precedenti non è stato chiuso. È come vantarsi di aver smesso di affondare mentre si è ancora con l’acqua alla gola.

Quanto al cuneo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato che le misure strutturali introdotte con la legge di bilancio 2025 hanno effetti differenziati e che l’architettura fiscale può aumentare la sensibilità al drenaggio fiscale, erodendo nel tempo i benefici.
E poi c’è un punto “sociale” che nel racconto sparisce: molte famiglie, anche con redditi non alti, perdono pezzi di agevolazioni legate all’Isee quando i parametri non seguono davvero l’aumento del costo della vita. Il netto può migliorare di qualche decina di euro, mentre altrove ti si chiudono porte. La propaganda somma solo ciò che conviene sommare.

E sul salario minimo, la postura resta ideologica: lo si respinge come se fosse una bandiera “dell’opposizione”, mentre in molti settori la compressione salariale è diventata strutturale. Il risultato è una crescita dell’occupazione spesso concentrata in lavori a basso valore aggiunto e bassa paga, che non alimentano consumi robusti.

Potere d’acquisto: quando i numeri diventano elastici

Un altro classico: trasformare un miglioramento parziale in un salto storico. L’Istat, nel comunicato sui conti trimestrali del III trimestre 2025, indica che il reddito disponibile lordo delle famiglie consumatrici cresce del 2,0% sul trimestre precedente e, con un deflatore dei consumi a +0,2%, il potere d’acquisto aumenta dell’1,8%.
Ma lo stesso comunicato aggiunge un dettaglio decisivo: i consumi crescono solo dello 0,3% e la propensione al risparmio sale all’11,4%.

Questo non è il segnale di famiglie “più ricche”: spesso è il segnale di famiglie più prudenti, che rinviano spese perché vivono incertezza, temono bollette, mutui, sanità privata, futuro dei figli. Quando i consumi restano deboli, anche la crescita resta debole. Il governo, invece, prende l’etichetta “potere d’acquisto in aumento” e la vende come prova che “le politiche funzionano”, ignorando la parte che racconta la paura.

Pensioni: “abbiamo evitato l’aumento” oggi, ma lo rinviamo domani

Sul capitolo pensioni la narrazione gioca sul breve periodo: “abbiamo limitato l’aumento”. È vero che alcuni aggiustamenti attenuano lo scatto immediato, ma il quadro resta quello di un sistema che spinge progressivamente verso pensionamenti più tardivi.

Fonti sindacali e stampa economica hanno riportato il meccanismo di adeguamento dei requisiti dal 2027 e le dinamiche previste negli anni successivi.
In parallelo, la manovra 2026 restringe ulteriormente i canali di uscita anticipata: Quota 103 e Opzione Donna non vengono prorogate secondo diverse ricostruzioni di stampa e analisi specialistiche.

Qui la contraddizione politica è lampante: per anni “abolire la Fornero” è stato un mantra identitario della destra. Poi, una volta al governo, si scopre che i conti non consentono miracoli e si passa dal megafono al tecnicismo: piccoli correttivi, rinvii, tagli di platea. Il problema non è la necessità di sostenibilità. Il problema è la menzogna originaria: promettere ciò che sai di non poter mantenere, e poi chiamare “riforma responsabile” la retromarcia.

Casa: il “piano in arrivo” come eterno annuncio

Sul piano casa siamo alla politica come teaser: “sta arrivando”, “è in dirittura”, “ci stiamo lavorando con i corpi intermedi”. Peccato che, quando si va a vedere la disponibilità reale di risorse, il quadro sia molto più magro dei proclami.

A dicembre 2025 diverse ricostruzioni hanno segnalato fondi ridotti rispetto alle ipotesi iniziali: 100 milioni per il 2026 e 100 per il 2027, dopo tagli e riformulazioni in corso di manovra.
E l’idea di fondo che circola è quella dei partenariati pubblico-privato: tradotto, lo Stato apre la porta e il privato fa business, spesso con rendimenti garantiti e rischio sociale scaricato altrove.

Nel frattempo, l’emergenza abitativa resta: affitti che esplodono, giovani espulsi dalle città, famiglie che reggono con redditi stagnanti. La politica degli annunci non costruisce case, costruisce aspettative. E quando l’aspettativa cade, resta solo la frustrazione.

Crisi industriali: automotive e Ilva, tra scaricabarile e “salvatori” improbabili

Sull’automotive la linea è: “colpa dell’Europa”. Ma i numeri raccontano che l’Italia sta perdendo capacità produttiva in modo drammatico.

Secondo Reuters, nel 2025 la produzione di veicoli Stellantis in Italia è scesa a 379.706 unità (meno 20% annuo), e le sole auto a 213.706, minimo dal 1954.
Qui la propaganda si aggrappa alla parola “incentivi”, ma gli incentivi senza strategia industriale sono cerotti: tamponano, non curano. E intanto la filiera soffre, gli stabilimenti invecchiano, i modelli slittano, la concorrenza globale morde.

Sul dossier ex Ilva, invece, il governo promette fermezza contro operazioni “predatorie”. Però le trattative con fondi specializzati in distressed assets mostrano quanto la situazione sia delicata: il Financial Times ha riportato offerte da parte di fondi statunitensi, fra cui Flacks Group, per l’acciaieria.
È un settore che richiede competenze industriali, investimenti enormi e una governance pubblica capace di tenere insieme ambiente, lavoro e tecnologia. Ma la politica italiana, da decenni, arriva sempre alla stessa scena: emergenza, commissariamento, “soluzione in arrivo”, e intanto miliardi pubblici per tenere in vita un gigante senza un destino chiaro.

Il punto politico: non è solo economia, è un metodo

Alla fine, il cuore della questione non è un decimale di Pil. È il metodo con cui si governa il consenso.
1. Si sostituisce la politica economica con la comunicazione economica.
2. Si selezionano i dati utili e si oscurano quelli scomodi.
3. Si costruisce una narrazione di “normalità” mentre sotto cresce precarietà, sfiducia e rinuncia.

E quando qualcuno contesta, si risponde con due mosse: o si accusa il critico di disfattismo, o si sposta la colpa su un nemico esterno (l’Europa, i mercati, chi c’era prima). È una tecnica di potere: non serve vincere la realtà, basta vincere la cornice.

Ma la realtà torna sempre a presentare il conto. La crescita asfittica non si risolve con gli slogan. L’inattività non si cancella con i tweet. I salari reali non risalgono con i giochi di prestigio sul “netto”. Il diritto alla casa non nasce da un annuncio, ma da cantieri, risorse e regole.

Se questo governo vuole davvero parlare di economia, smetta di trattarla come una conferenza stampa permanente. E cominci a trattarla come ciò che è: la vita concreta delle persone, dove ogni punto percentuale non è un titolo, ma una spesa rimandata, una visita privata pagata, un figlio che parte, un affitto che non si regge più.

Fonti essenziali
• Il Fatto Quotidiano, “Crescita, lavoro, salari, pensioni e piano casa: cosa non torna nel racconto di Meloni sull’economia italiana”, 9-10 gennaio 2026.
• Commissione europea, previsioni macroeconomiche per l’Italia (Pil 2026: 0,8%).
• Istat, “Occupati e disoccupati (dati provvisori) – Novembre 2025”.
• Istat, “Le prospettive per l’economia italiana nel 2025-2026” (salari reali -8,8% vs gennaio 2021).
• Istat, “Conto trimestrale AP, reddito famiglie, profitti società – III trimestre 2025” (potere d’acquisto, consumi, risparmio).
• Reuters, produzione Stellantis in Italia 2025 (minimi storici).
• Financial Times, analisi su economia italiana e produttività.
• Financial Times, offerte per Acciaierie d’Italia (ex Ilva).
• Corriere della Sera, fondi ridotti per Piano Casa in manovra.

A un soffio da mezzanotteIl capitalismo a mano armata, la psicopolitica del consenso e la maschera volgare del potere

C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folklore. È un termometro politico e scientifico dell’epoca: rischi nucleari, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti. E quando quel termometro sale, non è solo perché “il mondo è cattivo”, ma perché un certo modo di organizzare la vita e il potere ha bisogno della minaccia come carburante.

Negli ultimi giorni, la temperatura è salita di colpo. E il primo atto, quello che sposta l’asse morale e giuridico dell’intera sequenza, non è stato in mare. È stato a Caracas.

Il 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores in un’operazione militare nella capitale venezuelana, trasferendoli negli Stati Uniti e portandoli davanti a un tribunale federale a New York. Maduro, in aula, ha parlato di “rapimento” e ha rivendicato di essere ancora il presidente del Venezuela.

Qui non siamo davanti a una sanzione o a una pressione diplomatica. È la pretesa di esercitare cattura e processo su un capo di Stato tramite la forza, scavalcando la grammatica minima della sovranità e aprendo una voragine nel diritto internazionale. Non a caso, analisi e osservatori hanno discusso subito le implicazioni legali e il precedente che questo gesto crea.

E se vogliamo essere coerenti, il punto politico non può essere la moraletta sul “regime”, la scorciatoia retorica che l’Occidente usa per sentirsi pulito mentre stringe un cappio. Il punto è il popolo venezuelano, che da decenni è sotto assedio economico e finanziario: sanzioni, blocchi di fatto, strangolamento dei pagamenti, ricatti commerciali, guerra ibrida. Quando la politica diventa punizione economica, a pagare non sono i palazzi, ma i quartieri, gli ospedali, i salari, le famiglie. È la vecchia legge dell’impero: colpire la vita quotidiana per piegare la volontà collettiva.

Dentro questo quadro, i governi socialisti venezuelani degli ultimi vent’anni hanno rappresentato una rottura concreta con il modello coloniale e subordinato: redistribuzione, investimenti sociali, difesa della sovranità, idea che la ricchezza nazionale debba servire chi lavora e chi vive, non chi specula. È esattamente questo che l’imperialismo non perdona: non la “simpatia” per un governo, ma il principio che un Paese possa tentare di sottrarsi alla piena disponibilità del capitale globale, costruendo un altro orizzonte di diritti e dignità.

E qui entra l’altro movente, quello che non ha bisogno di retorica perché parla con i numeri: il Venezuela rivendica circa 300 miliardi di barili di riserve provate, spesso citate come le più grandi al mondo. Chi controlla quel rubinetto, controlla una leva. Chi decide a chi appartengono quelle risorse decide anche chi può respirare e chi deve inginocchiarsi. È per questo che Caracas è nel mirino da anni: perché la questione non è “la democrazia”, è la proprietà. Non è “la legalità”, è l’appropriazione.

L’architrave narrativo dell’operazione del 3 gennaio è stato presentato come lotta al “narcoterrorismo” e al presunto ruolo di Maduro come capo di un grande cartello internazionale. Qui entra in scena l’etichetta più potente e più ambigua: il cosiddetto Cartel de los Soles.

Il Cartello dei Soli, la parola che semplifica e la realtà che non sta in un titolo

“Cartello” evoca un’organizzazione compatta, gerarchica, con un comando unico. Ma su Cartel de los Soles la realtà è meno cinematografica e molto più sporca. Diverse ricostruzioni investigative insistono su un punto: più che un cartello nel senso classico, è spesso una scorciatoia per descrivere reti e complicità dentro apparati militari e istituzionali, non un’unica struttura monolitica con un organigramma da manuale.

L’origine del nome spiega già l’equivoco. “Soles” richiama i soli sulle spalline e sulle uniformi dei generali venezuelani: un segno di grado, non il logo di un’azienda criminale. Il termine circola dagli anni Novanta in relazione a scandali e indagini su ufficiali, e da lì cresce fino a diventare un’etichetta ombrello: utile per descrivere un contesto, ma soprattutto utilissima per costruire un nemico immediatamente riconoscibile nel racconto pubblico.

C’è un elemento in più, importante perché tocca direttamente la solidità dell’impianto accusatorio: fonti giornalistiche hanno riportato che, dopo l’arresto di gennaio 2026, le carte aggiornate dell’accusa avrebbero ridimensionato l’idea di Maduro come “capo” di un cartello strutturato, descrivendo piuttosto un sistema più diffuso e meno verticistico. In parallelo viene richiamato il lavoro di InSight Crime, che da anni contesta la rappresentazione di un’unica organizzazione gerarchica come semplificazione politicamente conveniente.

Detto in modo netto: trasformare un insieme complesso di reti, interessi e dinamiche in un “cartello” monolitico guidato da un solo uomo è un salto narrativo enorme. Ed è proprio su salti narrativi di questo tipo che l’impero costruisce le sue licenze morali: se il nemico è un mostro, allora tutto è permesso. Se il nemico è un “cartello”, allora il rapimento diventa “giustizia”. È la grammatica del dominio, ripetuta mille volte nella storia.

Dal blitz a Caracas al mare: la coercizione diventa procedura

È su questa scia che si inserisce il secondo atto, quello navale. Il 7 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, la Marinera (ex Bella 1), in Atlantico, dopo un inseguimento durato settimane e con un’operazione che, nelle ricostruzioni, ha incluso elicotteri e asset militari. Mosca ha protestato parlando di violazione del diritto marittimo e “pirateria”.

Nello stesso quadro è stata segnalata l’intercettazione di un’altra nave collegata ai traffici venezuelani. Il punto non è la singola nave, né la singola bandiera. Il punto è la logica: l’enforcement delle sanzioni si trasforma in interdizione armata; l’interdizione armata si racconta come “applicazione della legge”; e così la coercizione diventa procedura, normalità amministrativa, routine geopolitica.

Ed eccoci alla questione più ampia, quella che non riguarda solo un presidente o una contingenza, ma la natura del capitalismo quando entra nella fase in cui, per restare in piedi, ha bisogno di mettere il mondo sotto pressione.

Il profitto come guerra permanente

Il capitalismo, nella sua forma matura, non è semplicemente “mercato” o “impresa”. È un dispositivo di accumulazione. Vive di una legge dura e semplice: trasformare tutto in valore scambiabile e trasformare quel valore in potere. Per farlo, sfrutta due miniere.

La prima miniera è il lavoro umano: tempo, salute, energia, vita. La seconda miniera è la natura: suolo, acqua, minerali, energia, ecosistemi. Solo che questa seconda miniera non è infinita. E quando la crescita diventa un dogma, e l’infinito diventa una pretesa, la contraddizione esplode: o si riduce l’avidità del sistema, o si aumenta la violenza con cui si impone.

Qui il conflitto non è un incidente. È una funzione. Quando l’economia reale rallenta e l’egemonia traballa, la guerra torna a essere la scorciatoia più antica: crea domanda, disciplina la società, ridisegna rotte e risorse. La guerra, o la minaccia della guerra, diventa l’ossigeno di un ordine che non sa più legittimarsi con benessere e progresso.

Ecco perché le discussioni sulla “dedollarizzazione” non sono folclore geopolitico. Il dollaro resta dominante, ma la sua quota nelle riserve mondiali mostra un declino a lungo periodo; l’IMF COFER indica valori attorno al 57% nel 2025 (con oscillazioni anche legate ai cambi), mentre analisi della Federal Reserve ricordano che la supremazia resta netta ma non più intoccabile come nel passato.

Quando un potere globale percepisce che la rendita geopolitica può restringersi, tende a reagire non con sobrietà ma con eccesso. E l’eccesso, storicamente, ha sempre un vocabolario: blocchi, sequestri, ultimatum, “azioni mirate”, punizioni esemplari.

Il patriarcato proprietario, la radice arcaica del comando

C’è poi un livello più profondo, spesso rimosso perché scomodo: il capitalismo moderno non nasce in un vuoto antropologico. Si innesta su un comportamento arcaico, quello del possesso. Il patriarcato è l’alfabeto originario della proprietà totale: il capo possiede la casa, la terra, la discendenza, e persino i corpi. È un’antropologia del comando che precede il capitalismo ma che il capitalismo perfeziona e industrializza.

Il mercato, quando diventa totalitario, non compra solo merci: compra tempo, attenzione, desideri, corpi. E l’idea patriarcale di dominio, traslata in economia, diventa una grammatica del mondo: chi ha comanda, chi non ha obbedisce, chi non obbedisce viene punito o reso invisibile. Questa è la base semplice del potere capitalistico: una visione povera dell’umano, ridotta a competizione, gerarchia, sopraffazione.

Psicopolitica e ipnosi, il consenso come colonizzazione mentale

Il potere, oggi, non si regge solo sulle armi o sul denaro. Si regge sul controllo del senso. La mente collettiva è diventata un campo di battaglia più importante del territorio, perché se governi la percezione governi anche l’obbedienza.

Qui la psicopolitica non è un concetto astratto. È la capacità di trasformare l’emozione in disciplina, la paura in fedeltà, l’indignazione in consumo di notizie, la stanchezza in rassegnazione. È un sistema ipnotico non perché “magico”, ma perché ripetitivo: feed che premiano l’odio semplice, format che teatralizzano il conflitto, titoli che sostituiscono i fatti, algoritmi che amplificano lo scontro più vendibile.

E il possesso dei mezzi di comunicazione, soprattutto nel perimetro occidentale, è parte integrante del dispositivo: non serve dire “questa è propaganda”, basta costruire un ambiente dove ciò che conta non è vero o falso, ma utile o inutile al mantenimento dell’ordine. A quel punto, anche un blitz extraterritoriale può essere riverniciato come “giustizia”, e un sequestro in mare può essere venduto come “tutela della legalità”.

Trump come sintomo, la volgarità del potere quando smette di fingere

E poi c’è Trump. Non come uomo solo, ma come sintomo. Trump è l’esternazione senza trucco di ciò che, per decenni, il capitalismo occidentale ha fatto con linguaggio educato. È il capitale che smette di chiedere permesso, che parla come un padrone e pretende che il mondo obbedisca perché “si è sempre fatto così”.

La sua forza non è l’originalità. È la coerenza brutale. Dice ad alta voce ciò che molti apparati hanno praticato a bassa voce: l’intimidazione come negoziazione, la minaccia come diplomazia, la coercizione come amministrazione.

Le basi, il mare, il cappio

C’è un dettaglio che fa capire la sproporzione strutturale su cui si fonda questa postura: la presenza militare globale. Le stime variano, ma diverse analisi parlano di centinaia di basi e siti militari statunitensi all’estero, in un ordine di grandezza spesso riportato tra 750 e 800.

E poi c’è il mare: circa il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Quando qualcuno prova a trasformare quel sistema in un rubinetto politico, sta mettendo un cappio potenziale al collo di economie intere. Il passo tra interdizione selettiva e strangolamento strategico può diventare brevissimo, soprattutto quando la logica è quella del tutto o niente.

Quando la mezzanotte non è un simbolo

Il capitalismo, arrivato a questo punto della sua parabola, mostra la sua natura senza poesia: sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sfruttamento dell’uomo sulla natura, e infine conflitto come metodo di gestione della crisi. Il patriarcato gli fornisce la cultura del possesso. La psicopolitica gli fornisce la colonizzazione mentale. La macchina militare gli fornisce l’esecuzione. Trump gli fornisce la voce.

Se l’orologio del mondo è vicino alla mezzanotte, non è perché il destino è scritto. È perché qualcuno continua a scriverlo con l’inchiostro del profitto e con la penna della forza. E la cosa più tragica è che questa scrittura viene spesso presentata come “realismo”.

Il realismo vero, invece, è un altro: o si spezza la dipendenza del sistema dalla guerra e dalla minaccia, o il secolo finirà governato dall’emergenza permanente. Un pianeta sotto stress, società polarizzate, democrazie ridotte a ordine pubblico, e un’umanità costretta a vivere come se l’Armageddon fosse un’ipotesi tra le altre, anziché la negazione stessa della politica.

Fonti essenziali
The Bulletin of the Atomic Scientists, Doomsday Clock (impostazione 2025 e contesto 2026).
Operazione del 3 gennaio 2026 e udienze a New York (House of Commons Library; Al Jazeera; CBS News).
Sequestro della petroliera Marinera e reazione russa (Reuters; The Guardian).
Origine e natura del termine “Cartel de los Soles” come etichetta legata alle insegne militari e come rete non monolitica (InSight Crime citato da fonti; ricostruzioni giornalistiche).
Impatto umanitario e quadro sociale della crisi, incluse sanzioni e bisogni umanitari (GAO; CRS; Rapporteur ONU su misure coercitive unilaterali).
Riserve petrolifere e discussione sulla sostenibilità economica del “primato” venezuelano (Reuters Breakingviews; Al Jazeera risorse).

Bavaglio ai medici, bavaglio alla verità

Come si chiude Gaza: prima si espellono le ONG, poi si criminalizza la solidarietà

C’è una guerra che si combatte con missili, droni e cannoni, e poi ce n’è un’altra, più silenziosa, che prepara il terreno: togliere testimoni, spegnere ambulanze, trasformare i medici in sospetti e la compassione in un reato. Quello che sta accadendo in questi giorni ha un filo rosso netto: Israele stringe il cappio sulle organizzazioni umanitarie che tengono in vita Gaza, mentre in Europa, e in Italia, prende forma una narrativa giudiziaria e politica dove i dossier “di sicurezza israeliana” diventano verità, e la solidarietà rischia di essere trattata come terrorismo.

Non è un dettaglio collaterale del conflitto. È una leva strategica. Perché se togli chi cura, chi denuncia, chi documenta, chi distribuisce, chi conta i feriti, resta solo il rumore della propaganda e la contabilità dei morti fatta dall’oppressore.

37 ONG fuori: la nuova frontiera è la schedatura

Dal 1 gennaio 2026 Israele ha revocato o lasciato scadere l’accreditamento di 37 ONG internazionali, imponendo di fatto l’uscita da Gaza e dalla Cisgiordania entro l’inizio di marzo se non verranno rispettate nuove condizioni di registrazione. Tra le organizzazioni colpite ci sono realtà come Médecins Sans Frontières (MSF), Oxfam e altre grandi reti umanitarie.

Il cuore del ricatto è semplice e brutale: consegnare liste e dati sensibili del personale palestinese (e non solo) per controlli di “sicurezza”, con l’argomento della prevenzione dell’infiltrazione. Ma per chi opera sul terreno quel passaggio non è burocrazia: è un rischio concreto di esposizione, ritorsioni, uso militare dell’informazione, e violazione dei principi di neutralità e indipendenza. Non a caso decine di ONG hanno rifiutato, anche richiamando possibili conflitti con le norme europee sulla protezione dei dati.

Su questo punto la reazione internazionale è stata durissima. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha definito “oltraggiosa” la sospensione e l’ha collocata dentro un quadro di restrizioni illegali all’accesso umanitario.
E 53 organizzazioni umanitarie internazionali hanno diffuso un appello congiunto chiedendo a Israele di revocare misure che ostacolano l’assistenza.

Qui bisogna essere chiari: quando un potere occupante pretende i nomi e i dati di chi lavora in corsia o distribuisce aiuti, non sta “regolando” il sistema. Sta scegliendo chi può vivere e chi deve essere lasciato morire. Sta trasformando l’umanitario in un’estensione dell’intelligence.

MSF nel mirino: la delegittimazione come arma

In parallelo alla stretta amministrativa, arriva la campagna politica: attacchi pubblici e dossier che tentano di capovolgere la realtà. Il caso MSF è emblematico: l’organizzazione viene accusata di “legami” con gruppi armati e di “delegittimare Israele” perché denuncia la catastrofe e perché, insieme ad altri, ha richiamato definizioni e valutazioni di esperti e organismi internazionali sulla natura dei crimini commessi a Gaza.

Ma la parte più tossica è quella che punta sulle persone, sui singoli lavoratori, come grimaldello per infangare un’intera missione umanitaria. Nel 2024, dopo l’uccisione del fisioterapista Fadi Al-Wadiya, le autorità israeliane hanno diffuso accuse postume; MSF ha dichiarato di non avere elementi per confermarle e di non aver ricevuto informazioni preventive utili, chiedendo chiarimenti che non sarebbero arrivati in modo verificabile e formale.

E poi c’è il caso di Mohammed Obeid, chirurgo ortopedico: arrestato durante un’operazione all’ospedale Kamal Adwan nell’ottobre 2024, con detenzione senza contatti regolari e senza quel livello di trasparenza che sarebbe il minimo sindacale quando parliamo di personale medico. MSF ne chiede il rilascio e documenta pubblicamente la vicenda.

Questa dinamica è una lama a doppio taglio, ed è proprio per questo che funziona: da un lato si colpisce la credibilità di chi salva vite; dall’altro si manda un messaggio al resto del mondo umanitario. Se restate, vi schediamo. Se parlate, vi delegittimiamo. Se insistete, vi accusiamo.

L’effetto reale: Gaza più sola, più buia, più ricattabile

Le conseguenze non sono teoriche. Sono cliniche. Sono logistiche. Sono immediate. Se chi gestisce cliniche mobili, reparti di traumatologia, catene del freddo per farmaci, evacuazioni, magazzini e distribuzioni viene cacciato o paralizzato, Gaza non “soffre di più”: collassa. E un collasso umanitario in un contesto già devastato diventa un moltiplicatore di morte, soprattutto per bambini, anziani, feriti, cronici.

E qui entra la questione politica più grande: togliere le ONG significa ridurre i testimoni indipendenti. Significa rendere più facile riscrivere i fatti. Significa alzare il costo della verità.

Italia: quando la solidarietà finisce in un fascicolo

Mentre Israele “pulisce” il terreno dagli attori umanitari, in Italia esplode un caso che mostra l’altro lato della stessa medaglia: la criminalizzazione della solidarietà. A Genova nove persone sono state arrestate con l’accusa di finanziamento ad Hamas attraverso associazioni, in un’indagine in cui emerge il tema della cooperazione informativa e documentale con Israele.

Fin qui, qualcuno potrebbe dire: normale attività antiterrorismo. Ma è proprio nei dettagli che si misura la tenuta democratica. Diversi articoli e analisi mettono a fuoco un elemento inquietante: una parte importante del materiale probatorio richiamato nell’ordinanza sarebbe riconducibile a documentazione e dossier trasmessi da canali israeliani, e la stampa ha parlato del misterioso “Mr Avi”, una figura non chiarita pubblicamente che avrebbe contribuito al dossier.

Il nodo non è “difendere a prescindere” nessuno. Il nodo è un altro: quando le prove arrivano da un soggetto direttamente coinvolto nel conflitto, con un interesse politico e militare enorme, e quando quella fonte viene considerata affidabile senza un vaglio rigoroso, trasparente, verificabile, il rischio è che la giustizia diventi una camera chiusa dove entra solo la versione di chi ha più potere.

E qui arriva la domanda politica più scomoda: davvero possiamo accettare che la solidarietà venga letta con le lenti del sospetto permanente, mentre le fonti “di sicurezza” vengono assunte come oro colato?

Il contesto giuridico internazionale che si vuole far sparire

C’è un’altra rimozione enorme, quasi programmata: ciò che gli organismi internazionali hanno già messo nero su bianco.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel procedimento Sudafrica contro Israele, ha indicato misure provvisorie nel 2024, legando l’obbligo di prevenzione e l’urgenza della protezione della popolazione civile e dell’accesso umanitario.
La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati d’arresto (novembre 2024) per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant.
E una Commissione d’inchiesta legata al Consiglio ONU dei diritti umani ha pubblicato nel settembre 2025 un’analisi giuridica che discute in termini espliciti elementi materiali e psicologici del crimine di genocidio, chiedendo azioni conseguenti alla comunità internazionale.

Ora metti insieme i pezzi: se un potere è sotto accusa internazionale, ha un interesse vitale a controllare il flusso dei testimoni e delle narrazioni. Espellere ONG, pretendere dati sul personale locale, colpire chi denuncia, e contemporaneamente alimentare in Europa una cultura del sospetto contro chi è solidale con i palestinesi, non sono fenomeni separati. Sono una stessa architettura.

Il copione delle “false flag” oggi: non serve l’esplosivo, basta il dossier

Quando parli di “false flag”, il punto non è gridare al complotto come riflesso automatico. Il punto è riconoscere un metodo storico del potere: creare un ambiente dove la prova non è più prova, ma racconto; dove l’accusa sostituisce il processo; dove la reputazione distrutta vale quanto una condanna.

Oggi la “false flag” contemporanea spesso non ha bisogno di un attentato: le basta un report, una sigla, un documento non verificabile, un’accusa postuma, un titolo che resta anche quando le prove non arrivano. È la versione amministrativa e mediatica della repressione: si chiude, si sospende, si bandisce, si infanga. E intanto la gente muore.

Che fare: la linea rossa che l’Europa non può fingere di non vedere

Se l’Unione Europea, i governi occidentali e le istituzioni italiane continuano a trattare tutto questo come “normale gestione della sicurezza”, allora non stiamo assistendo solo a una tragedia umanitaria. Stiamo certificando una mutazione politica: l’idea che i diritti umani siano un optional, e che chi salva vite debba prima ottenere un lasciapassare dall’apparato che bombarda.

La linea rossa è già stata superata, ma non è troppo tardi per chiamare le cose col loro nome e agire di conseguenza:

Primo, ripristino immediato dell’operatività delle ONG a Gaza e stop alla schedatura del personale palestinese come condizione per curare e soccorrere.
Secondo, trasparenza totale e garanzie robuste su qualunque cooperazione giudiziaria internazionale: nessun processo democratico può poggiare su “prove” che arrivano da fonti opache in un contesto di guerra e propaganda.
Terzo, fine della criminalizzazione della solidarietà: chi raccoglie fondi, chi manifesta, chi denuncia non può essere trattato come un nemico interno per compiacere la geopolitica dell’alleato.

Gaza oggi è un laboratorio del peggio: se passa l’idea che si può affamare un popolo, espellere i medici, e poi accusare chi protesta di “delegittimazione”, allora domani quel metodo verrà esportato ovunque. E a quel punto la domanda non sarà più “cosa sta succedendo ai palestinesi”, ma “cosa siamo diventati noi”.

Fonti e siti di riferimento

Financial Times – “Israel’s allies condemn ban on dozens of aid groups working in Gaza”
https://www.ft.com/content/7abb519c-ebb6-493d-8637-5a25ff508e5d

Associated Press – “List of aid groups working in Gaza that Israel is suspending”
https://apnews.com/article/ec535cea548ddc75080f1e6bffe53801

The Guardian – “Israel to ban dozens of aid agencies from Gaza as 10 nations warn about suffering”
https://www.theguardian.com/world/2025/dec/30/israel-to-ban-dozens-of-aid-agencies-from-gaza-as-10-nations-warn-about-suffering

Vatican News – “Gaza, Israele non rinnova le licenze alle organizzazioni umanitarie”
https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-12/palestina-israele-ong-aiuti-diritti-gaza.html

RaiNews – citazione e contesto sulla dichiarazione di Volker Türk
https://www.rainews.it/maratona/2025/12/netanyahu-governo-a-gaza-possibile-solo-con-disarmo-di-hamas-121e9e2e-3ea7-42b7-a5e5-6cf15fca49b3.html

AgenSIR – “Striscia di Gaza: appello 53 ong a Israele, revocare le misure…”
https://www.agensir.it/quotidiano/2026/1/2/striscia-di-gaza-appello-53-ong-a-israele-revocare-le-misure-che-ostacolano-lassistenza-umanitaria/

La Repubblica (Genova) – “Prove portate dallo 007 israeliano senza nome… Mr Avi…”
https://genova.repubblica.it/cronaca/2025/12/30/news/prove_portate_dallo_007_israele_mister_avi_hannoun_finanziamenti_hamas_e_scontro_sull_inchiesta-425066926/

La Repubblica – “Terrorismo, associazioni benefiche finanziano Hamas: nove arresti”
https://www.repubblica.it/cronaca/2025/12/27/news/terrorismo_associazioni_benefiche_finanziano_hamas_nove_arresti-425062101/

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.

Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

Nella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.

Cuba 1961: lo sbarco fallito alla Baia dei Porci, esuli addestrati dalla CIA per abbattere il governo rivoluzionario di Fidel Castro.

Repubblica Dominicana 1965: truppe statunitensi sbarcano per “ristabilire l’ordine”, soffocando un tentativo di ritorno alla legittimità costituzionale.

Cile 11 settembre 1973: il colpo di Stato militare che uccide Salvador Allende e apre la strada alla dittatura di Pinochet, con documentata regia politico-militare di Washington sullo sfondo.

Grenada 1983: Operazione “Urgent Fury”, invasione di un micro-Stato per impedire che si consolidi un governo percepito come troppo vicino a Cuba e all’URSS.

Panama 1989: Operazione “Just Cause”, bombardamenti su quartieri popolari e cattura del presidente Manuel Noriega, trascinato in catene negli USA.

Caracas 2026 è dentro questa genealogia. La “Dottrina Trump” non è una rottura, ma l’aggiornamento brutale di una logica costante: il diritto internazionale è valido per gli altri, mentre gli Stati Uniti conservano per sé il privilegio dell’eccezione permanente.

La foglia di fico della droga: quando gli esperti smentiscono la propaganda

Come giustificare oggi un bombardamento e un rapimento di un presidente straniero? Trump ha scelto la foglia di fico della “guerra alla droga”. Maduro viene dipinto come capo del “Cartel de los soles”, il Venezuela trasformato in narco-Stato minaccioso per la sicurezza degli statunitensi.

Ma se si guarda ai dati, la narrazione crolla. Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali di criminalità organizzata, autore con Nicola Gratteri del volume “Cartelli di sangue”, ricorda che il Venezuela è marginale nelle rotte del narcotraffico internazionale: il cuore della produzione di cocaina resta la Colombia, con Perù e Bolivia a seguire, mentre grandi hub logistici sono oggi Ecuador, alcuni porti centroamericani e naturalmente il Messico per quanto riguarda il fentanyl.

La stessa DEA, che non è certo tenera con Caracas, descrive il “Tren de Aragua” come gruppo violento e pervasivo ma con ruolo principalmente interno o regionale, e indica il coinvolgimento in traffici di droga “su piccola scala”.

Se davvero l’obiettivo fosse la droga, l’ordine di battaglia statunitense si rivolgerebbe altrove: contro i cartelli messicani che inondano gli USA di fentanyl, contro le aree di coltivazione colombiane, contro i porti e i terminal container dove passa la maggior parte della cocaina diretta in Nordamerica e in Europa. Il fatto che si sia scelto il Venezuela – marginale rispetto a questi flussi – rende evidente ciò che Nicaso riassume con una chiarezza disarmante: il narcotraffico non c’entra, la motivazione reale è un’altra.

Petrolio, tre volte petrolio: l’obiettivo vero

La reale motivazione si chiama petrolio. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di greggio al mondo, oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja del Orinoco, un petrolio “pesante” ma strategico in un pianeta che, nonostante la retorica green, resta strutturalmente dipendente dagli idrocarburi.

Lo dice senza giri di parole l’economista Jeffrey Sachs: per Washington, la priorità è “ricostruire e gestire” i giacimenti venezuelani, non certo liberare il popolo. È l’ennesimo regime change pensato e preparato da oltre vent’anni – fin dal colpo di Stato fallito del 2002 contro Hugo Chávez – oggi condotto in modalità apertamente arbitraria, aggirando ONU e diritto internazionale.

Il paradosso più violento è nella retorica proprietaria usata da Trump: Maduro e il suo governo vengono accusati di aver “rubato” petrolio, terra e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È un rovesciamento totale della legalità: il petrolio che giace nel sottosuolo venezuelano, per ogni concezione minimamente decente del diritto internazionale, appartiene al popolo venezuelano. È quell’appropriazione coloniale – considerare “nostre” le risorse altrui – a costituire il crimine originario.

Dire che i venezuelani hanno “rubato” il petrolio americano è un cortocircuito logico e giuridico: è come se il rapinatore accusasse il proprietario di avergli sottratto il bottino. Eppure questa è la narrazione che viene confezionata e rilanciata, pronta per essere introiettata dall’opinione pubblica occidentale.

Dal narco-Stato alle “armi di distruzione di massa”: il copione che si ripete

Il copione è fin troppo noto. Prima si costruisce un’accusa assoluta – il dittatore come capo di un cartello, il regime come minaccia globale – poi, a posteriori, si cercherà di “trovare” prove per darle una parvenza di credibilità. Ma ad oggi non esiste alcuna dimostrazione seria che Maduro sia il vertice operativo di un’organizzazione criminale internazionale.

Il parallelo con le “armi di distruzione di massa” in Iraq è inevitabile. Anche allora si costruì un castello di menzogne – dossier manipolati, prove inesistenti, ricostruzioni fantasiose – per invadere un paese sovrano, rovesciare un governo sgradito e ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Quelle armi non furono mai trovate; a restare fu solo un Paese devastato, centinaia di migliaia di morti, una regione destabilizzata per decenni.

Oggi, l’accusa di essere il “capo dei narcos” serve a svolgere la stessa funzione: giustificare l’ingiustificabile. Si ripete la sequenza: demonizzare, isolare, colpire. Solo che la scala del crimine, questa volta, comprende anche il rapimento di un capo di Stato, trasportato in un luogo ignoto, al di fuori di qualsiasi giurisdizione riconoscibile.

Il diritto internazionale in macerie: Atene, Milo e la realpolitik a stelle e strisce

Sachs, richiamando Tucidide, riporta alla memoria il celebre dialogo tra Atene e gli abitanti di Milo: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. È il manifesto più limpido del potere nudo, che non ha bisogno di maschere giuridiche.

Nel caso venezuelano, la violazione della Carta delle Nazioni Unite è persino scolastica:

non c’è stata alcuna aggressione armata del Venezuela contro gli Stati Uniti;

non esiste un mandato del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’uso della forza;

non c’è alcun contesto di legittima difesa, individuale o collettiva.

Eppure missili, incursioni e “commando” aviolanciati hanno colpito un paese sovrano, rapendone il presidente. È difficile immaginare un caso più lampante di guerra di aggressione. Ma a Washington questo non interessa: là dove la ragione del più forte diventa l’unico criterio, ONU, corti penali internazionali e convenzioni multilaterali sono orpelli da aggirare.

Questa è, in filigrana, la vera Dottrina Trump: il mondo come scacchiera in cui non esistono regole, solo rapporti di forza. Chi ha portaerei e basi militari decide; chi non le ha, subisce.

Il “cortile di casa” 4.0: egemonia, petrolio e multipolarismo autoritario

L’attacco al Venezuela va letto anche nel quadro della competizione globale tra potenze. Per gli Stati Uniti, il paese bolivariano è un tassello chiave di almeno tre partite:

controllo delle risorse energetiche (la Faja dell’Orinoco come gigantesca riserva di greggio;

contenimento della presenza russa e cinese in America Latina;

disciplinamento di ogni progetto politico sovranista e redistributivo nel continente.

È qui che la “Dottrina Trump” mostra la sua natura di risposta aggressiva al mondo multipolare in costruzione: non si tratta di difendere la democrazia, ma di riaffermare una gerarchia imperiale lì dove sono emerse alternative, per quanto contraddittorie. Il linguaggio da padrone di piantagione – “gestiremo noi il Venezuela finché non ci sarà una transizione giusta” – lo conferma: non si riconosce soggettività politica al popolo venezuelano, ma solo una condizione di tutela coloniale.

Europa, Italia e il silenzio complice

La reazione europea è, ancora una volta, la cartina di tornasole dei doppi standard. Mentre perfino una parte del mondo accademico e dei movimenti negli Stati Uniti denuncia l’arbitrarietà di un’operazione che calpesta ONU e diritto internazionale, diversi governi europei si trincerano dietro formule ambigue o, peggio, definiscono l’intervento “legittimo”, come emerso da dichiarazioni riportate dalla stampa italiana.

Siamo di fronte allo stesso schema già visto altrove: la violenza dell’alleato principale viene derubricata a “azione controversa”, per non mettere in discussione l’architettura politico-militare dell’Occidente. Gli stessi governi che invocano il diritto internazionale quando a violarlo è un avversario geopolitico, improvvisamente lo relativizzano quando a sganciare le bombe è Washington.

Questo scarto non è solo ipocrisia morale. È un pezzo della crisi profonda delle istituzioni nate dopo il 1945: un ordine internazionale in cui alcune potenze si sentono autorizzate a violare la Carta dell’ONU a piacimento è un ordine già in frantumi. Caracas è il luogo in cui queste crepe diventano visibili a occhio nudo.

Un nuovo internazionalismo o il far west globale

L’appello che arriva dai movimenti sociali e da voci critiche come quelle raccolte da Dinamopress è chiaro: di fronte a questo salto di qualità, non basta indignarsi a giorni alterni. Serve un nuovo internazionalismo, capace di tenere insieme lotte sociali, difesa dei diritti, critica dell’imperialismo vecchio e nuovo.

Significa rifiutare i “campismi” che sostituiscono l’analisi con la tifoseria per questo o quel leader autoritario; ma significa anche avere il coraggio di un giudizio netto quando una potenza rapisce un presidente straniero e bombarda una capitale in nome del proprio interesse energetico.

Dire oggi “no alla guerra contro il Venezuela” non è uno slogan astratto. Vuol dire:

difendere il principio che le risorse di un paese appartengono al suo popolo;

rifiutare che la “guerra alla droga” diventi copertura permanente per guerre di aggressione;

schierarsi con le popolazioni che subiscono sanzioni, blocchi e bombardamenti, senza farsi incastrare nei giochi di prestigio di chi brandisce i diritti umani come arma selettiva.

10.Conclusione: Caracas non è un’eccezione, è uno specchio

L’attacco al Venezuela, la “Dottrina Trump”, la riduzione del diritto internazionale a carta straccia non sono un incidente di percorso. Sono la fotografia del mondo che abbiamo di fronte: un ordine in cui la forza pretende di farsi diritto e in cui la sovranità di popoli disobbedienti viene trattata come un crimine.

Caracas è oggi il laboratorio in cui questo nuovo far west viene testato. Se l’aggressione passerà senza una risposta forte – sociale, politica, culturale – il precedente sarà scolpito nella pietra: uno Stato socialista, che ridistribuisce, che investe in sanità e istruzione pubblica, potrà essere trasformato in “banda criminale” e messo sotto tutela armata.

Sta alle coscienze critiche, ai movimenti, a chi ancora crede che la parola “diritto” debba significare qualcosa, decidere se normalizzare questo orrore o chiamarlo con il suo nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso in giacca e cravatta.

Fonti essenziali

– Serie di articoli de Il Fatto Quotidiano sull’attacco al Venezuela, incluse le interviste ad Antonio Nicaso (“Droga? È la scusa, Caracas non conta nel narcotraffico”) e a Jeffrey Sachs (“Non esiste né Onu né diritto per gli Usa, solo potere e denaro”).

– Dossier de Il Fatto Quotidiano “Attacco al Venezuela: dalla Baia dei Porci a Noriega, Washington ha un ‘cortile di casa’”.

– Articolo “Un nuovo internazionalismo contro l’aggressione statunitense in Venezuela”, pubblicato su Dinamopress e rilanciato da reti militanti latinoamericane ed europee.

– Documentazione storica su dottrina Monroe e interventi USA in America Latina (Office of the Historian, voci enciclopediche su Guatemala 1954, Baia dei Porci, Repubblica Dominicana 1965, Cile 1973, Grenada 1983, Panama 1989).

– Dati su riserve petrolifere venezuelane e ruolo nel mercato energetico globale (OPEC, EIA e studi di settore).

Golpe dal cielo su Caracas: l’impero del male entra nella fase del sequestro

La notte in cui il bombardamento diventa golpe

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana è stato squarciato da una serie di esplosioni. Obiettivi colpiti: Fuerte Tiuna, cuore militare del paese; la base aerea Generalissimo Francisco de Miranda (La Carlota); altri siti strategici nell’area metropolitana e lungo la costa centrale, tra La Guaira e lo Stato di Miranda. Le prime ricostruzioni parlano di almeno sette deflagrazioni, sorvoli a bassa quota, blackout in vari quartieri.

Nel giro di poche ore, da fonti statunitensi filtra l’annuncio che Nicolás Maduro e la moglie sarebbero stati catturati e già trasferiti all’estero, mentre circolano notizie – ancora da verificare in modo indipendente – sull’uccisione del ministro della Difesa, colpito durante i raid su installazioni militari.

Siamo oltre la “rappresaglia mirata”. Siamo di fronte a un salto di qualità politico e simbolico: l’attacco dall’aria si combina con la decapitazione forzata della leadership del paese. È, in senso proprio, un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Dal blocco navale alle bombe: un crimine annunciato

Quello che accade oggi non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una strategia costruita passo dopo passo.

Prima fase: la demonizzazione totale del Venezuela. Da mesi l’amministrazione Trump ha definito il governo Maduro una “organizzazione terroristica straniera”, lo ha accostato ai cartelli della droga, lo ha descritto come un narco-Stato fuori controllo. L’etichetta non è retorica: serve a spostare il conflitto dal terreno politico a quello penale, presentando ogni azione ostile come “lotta al crimine”.

Seconda fase: la guerra economica e il blocco di fatto. Le sanzioni unilaterali hanno colpito la compagnia petrolifera PDVSA, congelato asset all’estero, reso difficilissime le transazioni per cibo e medicine. Studi indipendenti hanno documentato decine di migliaia di morti attribuibili all’impatto delle misure coercitive su sanità e approvvigionamenti, parlando apertamente di “punizione collettiva” contro la popolazione venezuelana.

A questo assedio economico si è aggiunto, nelle ultime settimane, il dispiegamento della più grande forza navale statunitense mai vista nel Mar dei Caraibi, con il pretesto di fermare le “navi della droga” e un blocco selettivo sulle petroliere venezuelane. Un blocco che, dal punto di vista del diritto internazionale classico, equivale già a un atto di guerra.

Terza fase: il passaggio alle bombe. L’attacco del 3 gennaio arriva dopo giorni di minacce su Truth Social, in cui Trump annunciava l’inizio imminente di “operazioni all’interno del territorio venezuelano”, accusando il paese di aver “rubato petrolio, terra e ricchezze che appartengono agli Stati Uniti”.

Non è quindi una reazione “d’impulso”. È la prosecuzione, con altri mezzi, di una guerra ibrida già in corso: economica, diplomatica, mediatica.

Il sequestro di Maduro: “rendition” imperiale in versione latinoamericana

Il tassello forse più grave, sul piano politico, è l’annuncio – proveniente da fonti statunitensi e rilanciato dai media – dell’arresto di Maduro e di sua moglie e del loro espatrio forzato.

Se confermata, non saremmo solo di fronte a bombardamenti su un paese sovrano, ma a una vera e propria operazione di “rendition” ai danni di un capo di Stato in carica: un sequestro di persona mascherato da azione di polizia internazionale. Il precedente più vicino è forse quello di Manuel Noriega a Panama, catturato nel 1989 dopo un’invasione militare, portato via in catene e processato negli Stati Uniti.

Ma qui lo scenario è ancora più esplicito: non c’è neppure la finzione di un mandato ONU, di una coalizione multilaterale, di un processo nella giurisdizione del paese aggredito. C’è una potenza che decide che il presidente di un altro Stato è un criminale da prelevare con la forza, giudicare altrove e, nel frattempo, sostituire con un esecutivo gradito.

È l’idea stessa di sovranità ad essere colpita. Oggi tocca al Venezuela. Domani, il messaggio è chiaro, potrebbe toccare a chiunque non si allinei.

Il petrolio come movente: dietro la retorica della droga, la geografia delle risorse

Per capire perché il Venezuela è diventato il bersaglio privilegiato, basta guardare la mappa dell’energia. Il paese possiede le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja dell’Orinoco.

Un tesoro di questa portata, in un mondo ancora dipendente dagli idrocarburi e attraversato da crisi energetiche ricorrenti, è un magnete irresistibile per le grandi potenze. Che quelle risorse siano controllate da un governo socialista, che ha scelto di destinarne una parte consistente a sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali e democrazia partecipativa, è un oltraggio intollerabile per il capitale globale.

Non è un caso se, nelle prime reazioni venezuelane all’attacco, il riferimento centrale è proprio al petrolio: le autorità parlano di aggressione motivata dalla volontà statunitense di “controllare le enormi risorse petrolifere del paese”.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è, in questo quadro, una copertura. I dati sulla produzione di coca e sulle rotte del narcotraffico indicano come principali hub altri paesi dell’area andina e centroamericana, non il Venezuela. Eppure l’etichetta di narco-Stato viene appiccicata a Caracas perché funziona benissimo sul piano mediatico: permette di trasformare un’operazione di conquista energetica in un’azione “per la sicurezza degli americani”.

Uccisioni mirate e vite cancellate: chi paga il prezzo del raid

Le prime notizie parlano di obiettivi militari colpiti e di una possibile uccisione del ministro della Difesa. Ma attacchi di questo tipo, nella storia recente, hanno sempre avuto una ricaduta diretta sulle popolazioni civili: infrastrutture danneggiate, blackout, ospedali in difficoltà, quartieri vicini alle aree strategiche trasformati in zone di paura.

A tutto questo si somma l’effetto cumulativo degli anni di sanzioni, che hanno già falcidiato l’accesso a medicine, apparecchiature mediche, alimenti di base. Un rapporto del Center for Economic and Policy Research, firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs, stimava già per il biennio 2017-2018 circa 40.000 morti attribuibili all’impatto delle misure economiche sulla salute e sull’alimentazione della popolazione.

Le bombe arrivano su un tessuto sociale già stremato. Il risultato non è la “liberazione” di un popolo, ma la sua ulteriore precarizzazione. Ogni esplosione su un deposito, su una pista, su un nodo energetico si traduce, qualche settimana dopo, in un letto in meno in ospedale, in una fila più lunga per il cibo, in un farmaco che manca.

Il cortile di casa 4.0: ritorno alla dottrina Monroe

L’attacco a Caracas ha anche un significato geopolitico chiarissimo: riaffermare l’America Latina come “cortile di casa” degli Stati Uniti, in un contesto in cui Russia e Cina hanno costruito negli anni relazioni economiche e militari importanti con il Venezuela, dal credito alle forniture di armamenti.

Il messaggio di Washington è brutale: nessuna potenza rivale può stabilire un avamposto strategico nell’emisfero occidentale, soprattutto se questo coincide con le maggiori riserve petrolifere del pianeta. Per riconquistare quel controllo, ogni mezzo è legittimo: sanzioni, blocchi, operazioni coperte della CIA, e ora bombardamenti mirati e sequestro del presidente.

È il ritorno, in versione aggiornata, della dottrina Monroe e delle “aree di influenza” regolate a colpi di golpe, blitz militari, assassinii politici. Non a caso, da Mosca è arrivata una condanna immediata dell’attacco, mentre l’Europa, salvo poche voci isolate, resta impantanata in dichiarazioni prudenti e ambigue.

Doppi standard e ipocrisia occidentale

Se un altro paese – qualunque altro paese del Sud del mondo – avesse bombardato di notte la capitale di uno Stato vicino, arrestato il suo presidente e portato via la sua famiglia, oggi parleremmo di “atto di aggressione”, “violazione grave del diritto internazionale”, “minaccia alla pace”. Si chiederebbero sanzioni, isolamento diplomatico, esclusione da eventi sportivi, boicottaggi economici.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la grammatica cambia. Molti governi europei scelgono il registro della “preoccupazione”, qualcun altro si limita a invocare la “moderazione da tutte le parti”, come se esistessero simmetrie tra chi sgancia bombe e chi le subisce. È lo stesso doppio standard che abbiamo visto all’opera in Ucraina, in Palestina, in decine di altri teatri: le regole valgono solo finché non intralciano gli interessi dell’alleato più potente.

Ma un ordine internazionale che accetta senza reagire un bombardamento su Caracas e il sequestro del suo presidente, solo perché il responsabile siede alla Casa Bianca, è un ordine già in frantumi. Ciò che oggi viene normalizzato contro il Venezuela diventa, automaticamente, precedenza giuridica e politica utilizzabile domani contro chiunque.

Oltre le opinioni su Maduro: una scelta di campo

Che in Venezuela esistano contraddizioni, zone d’ombra, vicende controverse – a partire dalla detenzione di cittadini stranieri, compreso un italiano – è un fatto che nessuno nega.

Ma confondere questo piano con il giudizio sull’aggressione in corso significa accettare la logica del ricatto: “siccome quel governo non mi piace, allora è meno grave se viene bombardato”. È la variante geopolitica del classico “se l’è cercata”, che conosciamo fin troppo bene in altri contesti.

In questo momento storico, la domanda è di una semplicità brutale: stai dalla parte di chi bombarda o di chi viene bombardato? Dalla parte di chi rapisce un presidente, o di chi vede la propria sovranità calpestata? Dalla parte di un impero che rivendica come “proprietà” il petrolio e la terra di un altro popolo, o dalla parte di quel popolo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi errori, le sue battaglie?

Schierarsi con il Venezuela non significa trasformare Maduro in un santo, né ignorare i problemi interni del paese. Significa, più semplicemente, rifiutare l’idea che esistano Stati e popoli “bombardabili” per definizione, perché troppo socialisti, troppo redistributivi, troppo disobbedienti.

Difendere il Venezuela per difendere tutti

L’offensiva su Caracas, l’arresto e l’espatrio forzato di Maduro, la combinazione tra blocco navale, sanzioni e bombardamenti non sono solo un’aggressione contro un paese specifico. Sono un messaggio al mondo intero.

Dicono, in sostanza:

chi prova a usare le proprie risorse per sanità, istruzione, giustizia sociale;

chi prova a sottrarsi alle ricette del Fondo Monetario e ai diktat dei mercati finanziari;

chi costruisce relazioni con potenze considerate “nemiche”;

può essere trasformato in narco-Stato, terrorista, minaccia alla sicurezza. E, a quel punto, può essere accerchiato, strangolato, bombardato.

Difendere oggi il Venezuela – con la parola, con l’informazione, con la mobilitazione, con la pressione politica perché i governi europei rompano il silenzio complice – significa difendere un principio che riguarda tutte e tutti: che le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, che nessuna potenza può arrogarsi il diritto di rapire presidenti e ridisegnare i confini politici altrui a colpi di missili.

Se questo precedente passerà senza una risposta forte, l’impero del male avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà normalizzato l’idea che uno Stato socialista, che ridistribuisce, che sperimenta forme di democrazia partecipativa e difende sanità e istruzione pubblica, può essere trattato come una “banda criminale” da sgominare.

Sta a noi decidere se ingoiare anche questa menzogna o se, almeno, cominciare a chiamare le cose con il loro nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso travestito da legalità.

Fonti essenziali di riferimento

– Live blog e ricostruzioni in tempo reale dei bombardamenti su Caracas e delle prime reazioni venezuelane, statunitensi e internazionali, Il Fatto Quotidiano e altre testate italiane. 

– Voce “2026 Venezuelan explosions” su Wikipedia, per la cronologia iniziale degli eventi e il quadro delle reazioni estere.

– Analisi e notizie sulle sanzioni economiche contro il Venezuela e sul loro impatto sociale, tra cui il rapporto del CEPR firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs e la sua sintesi su Venezuelanalysis. 

– Dati sulle riserve petrolifere venezuelane e la loro posizione nel quadro energetico mondiale, Energy Information Administration (EIA) e OPEC. 

– Articoli di approfondimento su dottrina Monroe, ingerenze statunitensi in America Latina e ruolo di Russia e Cina in Venezuela, tra cui ricostruzioni storiche e analisi di think tank internazionali. 

Israele, profilo di un paese suprematista. Parte II: la Cisgiordania come laboratorio dell’annessione

C’è un dettaglio che, da solo, smonta la favola ripetuta per decenni: quando una tregua viene firmata, il linguaggio della politica promette una pausa; ma sul terreno continuano i colpi, gli arresti, gli sgomberi, le demolizioni. La tregua diventa un titolo, non un fatto.

Dal cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la violenza non è evaporata: a Gaza, secondo ricostruzioni basate su dati di autorità locali e organismi internazionali, le uccisioni sono proseguite giorno dopo giorno. E, mentre l’attenzione mediatica occidentale spostava l’obiettivo altrove, la Cisgiordania diventava il teatro di un’accelerazione “silenziosa” ma chiarissima: trasformare l’occupazione in annessione di fatto.

Questa non è un’interpretazione “militante”. È una dinamica leggibile nei numeri, nei provvedimenti, nelle parole dei ministri, nell’inerzia delle cancellerie europee e statunitensi.

L’annessione a bassa intensità: coloni armati, impunità, record di attacchi

La Cisgiordania non è esplosa “nonostante” la tregua di Gaza: è esplosa anche per effetto della tregua. Il paradosso è che la sospensione parziale delle operazioni a Gaza ha coinciso con un salto di qualità sul fronte coloniale e repressivo in Cisgiordania, dove la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti hanno trovato un corridoio politico più largo, e un costo internazionale praticamente nullo.

Le Nazioni Unite, attraverso OCHA, hanno registrato nell’ottobre 2025 il più alto numero mensile di attacchi di coloni da quando il monitoraggio è iniziato nel 2006: oltre 260 episodi, con vittime e/o danni, una media di circa otto al giorno. Non è un “picco” casuale: è un clima. Un ecosistema.

E dentro questo ecosistema c’è la regola non scritta che rende tutto possibile: l’impunità. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, solo una piccola quota dei casi di violenze di civili israeliani contro palestinesi arriva a conseguenze penali: il tasso indicato per gli anni 2005–2023 è estremamente basso.

Quando la punizione è improbabile, la violenza diventa abitudine. Quando l’abitudine si arma, diventa milizia.

“Licenze” e milizie: l’armamento come infrastruttura politica

Dopo il 7 ottobre 2023, la corsa alle armi nelle colonie ha avuto un’accelerazione ulteriore, sostenuta politicamente. Il ministro Itamar Ben-Gvir ha rivendicato l’aumento delle licenze di porto d’armi, presentandolo come misura di “sicurezza”. In pratica, in molte aree coloniche, la linea tra civili armati e gruppi paramilitari si assottiglia fino quasi a sparire.

Il risultato non è solo un aumento di aggressioni: è l’alterazione del controllo territoriale. Un colono armato, protetto da un sistema che raramente punisce, non è un “cittadino”: diventa un dispositivo di pressione permanente, capace di spingere famiglie, pastori e comunità a lasciare terre e villaggi senza bisogno di un atto formale di espulsione. È lo sgombero per logoramento.

L’esercito e l’operazione “Iron Wall”: lo sfollamento come politica

Accanto alla violenza dei coloni, c’è la componente militare, che negli ultimi mesi ha consolidato una strategia: svuotare, demolire, impedire il ritorno.

L’operazione “Iron Wall”, avviata nel gennaio 2025, ha colpito in modo particolare campi profughi e centri urbani del nord della Cisgiordania, come Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Diverse fonti umanitarie e per i diritti umani parlano di decine di migliaia di sfollati e di una distruzione su vasta scala di abitazioni e infrastrutture civili, con campi rimasti in parte “svuotati” e famiglie impossibilitate a rientrare.

Se una popolazione viene spostata e poi tenuta fuori, il messaggio non è “antiterrorismo”: è rimodellamento demografico e territoriale. E ogni rimodellamento, in un contesto coloniale, è sempre una forma di annessione.

L’annessione burocratica: insediamenti, catasti, “legalizzazioni”

C’è poi il livello più subdolo, quello che si presenta con carta intestata e linguaggio amministrativo.

Nel dicembre 2025, il governo israeliano ha concesso status legale a 19 insediamenti/outpost in Cisgiordania, scelta letta da molti osservatori come un passo ulteriore verso la normalizzazione dell’illegalità coloniale. La reazione di diversi Paesi occidentali è stata, ancora una volta, principalmente verbale: dichiarazioni, appelli, formule di rito.

Sul piano interno israeliano, la risposta politica è stata sfrontata: rivendicare un “diritto” ebraico alla terra, cancellando la realtà giuridica dell’occupazione e la presenza palestinese come se fosse un dettaglio fastidioso.

Parallelamente, strumenti come i processi di registrazione fondiaria e le politiche “catastali” in Area C vengono descritti da analisti e osservatori come leve capaci di produrre espropri e consolidare la presenza colonica: l’annessione non sempre avanza con i carri armati, spesso avanza con i timbri.

Lo strangolamento economico: checkpoint, tasse trattenute, banche sotto ricatto

Il controllo territoriale non è solo militare o colonico: è anche economico.

La Cisgiordania è attraversata da una rete fittissima di ostacoli al movimento, con centinaia di checkpoint e barriere che paralizzano lavoro, scuola, cure, vita quotidiana. I dati ONU sul movimento e l’accesso descrivono un sistema di frammentazione che non è emergenza: è struttura.

Poi c’è la leva finanziaria più potente: le entrate fiscali palestinesi raccolte da Israele e trasferite (o non trasferite) all’Autorità Nazionale Palestinese. Secondo un lancio Reuters del settembre 2025, le somme trattenute si avvicinavano a circa 3 miliardi di dollari, con effetti potenzialmente destabilizzanti su salari pubblici e tenuta istituzionale.

Infine, il ricatto bancario: la cooperazione tra banche israeliane e palestinesi, necessaria per la circolazione dello shekel e per i pagamenti, è stata più volte messa in discussione dal ministro delle Finanze Smotrich, fino all’annuncio della cancellazione di un waiver cruciale, misura che espone l’economia palestinese al rischio di blocco.

Un territorio occupato può essere piegato senza sparare un colpo, se viene reso economicamente invivibile. È una forma di guerra amministrativa: meno telegenica, più efficace.

Arresti di massa e detenzione: la prigione come paesaggio

In questo quadro, l’apparato detentivo è un’altra colonna portante. Organizzazioni palestinesi per i prigionieri hanno stimato, al settembre 2025, oltre 19.000 detenzioni in Cisgiordania (Gerusalemme Est inclusa) dall’inizio della guerra su Gaza, con numeri elevati anche tra i minori.

Al di là dei conteggi, la questione centrale è politica: l’arresto diventa routine di controllo sociale. E quando si combina con operazioni militari, colonizzazione e strangolamento economico, produce una pressione totale: sulla terra, sul corpo, sul tempo.

Il silenzio occidentale e la sparizione dall’agenda

Qui si arriva al punto più rivelatore: l’Occidente “condanna” ma non interviene. Le dichiarazioni si moltiplicano, le misure concrete evaporano. Le parole restano in superficie, mentre sul terreno cambia la sostanza.

La narrativa dell’“unica democrazia del Medio Oriente” funziona come una coperta: copre l’asimmetria radicale tra occupante e occupato, copre l’annessione che avanza, copre l’impunità, copre l’idea stessa che si possa demolire un campo profughi e chiamarlo “necessità operativa”.

Quando l’agenda setting occidentale si distrae, non è neutralità: è complicità per omissione. E la Cisgiordania, oggi, è la prova più chiara che la tregua non ha mai significato pace, ma solo redistribuzione della violenza su altri spazi, con altre tecniche, e con lo stesso obiettivo: rendere impossibile uno Stato palestinese, fino a farlo sembrare un’utopia infantile.

L a democrazia come marchio, l’annessione come realtà

Se la democrazia è ridotta a un marchio geopolitico, può convivere con l’apartheid, con l’annessione, con il suprematismo, con la punizione collettiva. Il punto non è più chiedersi se Israele assomigli a una democrazia. Il punto è chiedersi che cosa sia diventata la parola “democrazia” quando viene usata per proteggere l’indifendibile.

E la Cisgiordania, in questo inizio 2026, racconta una verità semplice e feroce: non serve dichiarare l’annessione, basta praticarla ogni giorno, finché il mondo si abitua.

Note finali e fonti essenziali
Questo articolo è pensato come continuazione tematica del precedente approfondimento sul profilo politico-istituzionale di Israele, spostando il fuoco sulla Cisgiordania come perno dell’annessione di fatto. https://mariosommella.wordpress.com/2025/12/27/lunica-democrazia-del-medio-oriente/

Fonti citate: aggiornamenti e report OCHA/ONU sugli attacchi dei coloni e sugli ostacoli al movimento ; dati Yesh Din sull’esito giudiziario delle violenze dei civili ; Reuters e Guardian su legalizzazione/approvazione di nuovi insediamenti e reazioni internazionali ; Reuters su fondi fiscali palestinesi trattenuti ; Reuters sul waiver bancario ; Reuters e AP su cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e prosecuzione della violenza ; Reuters, HRW e AP su “Iron Wall” e sfollamenti/demolizioni ; stime PPS su detenzioni e minori .h