C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folklore. È un termometro politico e scientifico dell’epoca: rischi nucleari, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti. E quando quel termometro sale, non è solo perché “il mondo è cattivo”, ma perché un certo modo di organizzare la vita e il potere ha bisogno della minaccia come carburante.
Negli ultimi giorni, la temperatura è salita di colpo. E il primo atto, quello che sposta l’asse morale e giuridico dell’intera sequenza, non è stato in mare. È stato a Caracas.
Il 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores in un’operazione militare nella capitale venezuelana, trasferendoli negli Stati Uniti e portandoli davanti a un tribunale federale a New York. Maduro, in aula, ha parlato di “rapimento” e ha rivendicato di essere ancora il presidente del Venezuela.
Qui non siamo davanti a una sanzione o a una pressione diplomatica. È la pretesa di esercitare cattura e processo su un capo di Stato tramite la forza, scavalcando la grammatica minima della sovranità e aprendo una voragine nel diritto internazionale. Non a caso, analisi e osservatori hanno discusso subito le implicazioni legali e il precedente che questo gesto crea.
E se vogliamo essere coerenti, il punto politico non può essere la moraletta sul “regime”, la scorciatoia retorica che l’Occidente usa per sentirsi pulito mentre stringe un cappio. Il punto è il popolo venezuelano, che da decenni è sotto assedio economico e finanziario: sanzioni, blocchi di fatto, strangolamento dei pagamenti, ricatti commerciali, guerra ibrida. Quando la politica diventa punizione economica, a pagare non sono i palazzi, ma i quartieri, gli ospedali, i salari, le famiglie. È la vecchia legge dell’impero: colpire la vita quotidiana per piegare la volontà collettiva.
Dentro questo quadro, i governi socialisti venezuelani degli ultimi vent’anni hanno rappresentato una rottura concreta con il modello coloniale e subordinato: redistribuzione, investimenti sociali, difesa della sovranità, idea che la ricchezza nazionale debba servire chi lavora e chi vive, non chi specula. È esattamente questo che l’imperialismo non perdona: non la “simpatia” per un governo, ma il principio che un Paese possa tentare di sottrarsi alla piena disponibilità del capitale globale, costruendo un altro orizzonte di diritti e dignità.
E qui entra l’altro movente, quello che non ha bisogno di retorica perché parla con i numeri: il Venezuela rivendica circa 300 miliardi di barili di riserve provate, spesso citate come le più grandi al mondo. Chi controlla quel rubinetto, controlla una leva. Chi decide a chi appartengono quelle risorse decide anche chi può respirare e chi deve inginocchiarsi. È per questo che Caracas è nel mirino da anni: perché la questione non è “la democrazia”, è la proprietà. Non è “la legalità”, è l’appropriazione.
L’architrave narrativo dell’operazione del 3 gennaio è stato presentato come lotta al “narcoterrorismo” e al presunto ruolo di Maduro come capo di un grande cartello internazionale. Qui entra in scena l’etichetta più potente e più ambigua: il cosiddetto Cartel de los Soles.
Il Cartello dei Soli, la parola che semplifica e la realtà che non sta in un titolo
“Cartello” evoca un’organizzazione compatta, gerarchica, con un comando unico. Ma su Cartel de los Soles la realtà è meno cinematografica e molto più sporca. Diverse ricostruzioni investigative insistono su un punto: più che un cartello nel senso classico, è spesso una scorciatoia per descrivere reti e complicità dentro apparati militari e istituzionali, non un’unica struttura monolitica con un organigramma da manuale.
L’origine del nome spiega già l’equivoco. “Soles” richiama i soli sulle spalline e sulle uniformi dei generali venezuelani: un segno di grado, non il logo di un’azienda criminale. Il termine circola dagli anni Novanta in relazione a scandali e indagini su ufficiali, e da lì cresce fino a diventare un’etichetta ombrello: utile per descrivere un contesto, ma soprattutto utilissima per costruire un nemico immediatamente riconoscibile nel racconto pubblico.
C’è un elemento in più, importante perché tocca direttamente la solidità dell’impianto accusatorio: fonti giornalistiche hanno riportato che, dopo l’arresto di gennaio 2026, le carte aggiornate dell’accusa avrebbero ridimensionato l’idea di Maduro come “capo” di un cartello strutturato, descrivendo piuttosto un sistema più diffuso e meno verticistico. In parallelo viene richiamato il lavoro di InSight Crime, che da anni contesta la rappresentazione di un’unica organizzazione gerarchica come semplificazione politicamente conveniente.
Detto in modo netto: trasformare un insieme complesso di reti, interessi e dinamiche in un “cartello” monolitico guidato da un solo uomo è un salto narrativo enorme. Ed è proprio su salti narrativi di questo tipo che l’impero costruisce le sue licenze morali: se il nemico è un mostro, allora tutto è permesso. Se il nemico è un “cartello”, allora il rapimento diventa “giustizia”. È la grammatica del dominio, ripetuta mille volte nella storia.
Dal blitz a Caracas al mare: la coercizione diventa procedura
È su questa scia che si inserisce il secondo atto, quello navale. Il 7 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, la Marinera (ex Bella 1), in Atlantico, dopo un inseguimento durato settimane e con un’operazione che, nelle ricostruzioni, ha incluso elicotteri e asset militari. Mosca ha protestato parlando di violazione del diritto marittimo e “pirateria”.
Nello stesso quadro è stata segnalata l’intercettazione di un’altra nave collegata ai traffici venezuelani. Il punto non è la singola nave, né la singola bandiera. Il punto è la logica: l’enforcement delle sanzioni si trasforma in interdizione armata; l’interdizione armata si racconta come “applicazione della legge”; e così la coercizione diventa procedura, normalità amministrativa, routine geopolitica.
Ed eccoci alla questione più ampia, quella che non riguarda solo un presidente o una contingenza, ma la natura del capitalismo quando entra nella fase in cui, per restare in piedi, ha bisogno di mettere il mondo sotto pressione.
Il profitto come guerra permanente
Il capitalismo, nella sua forma matura, non è semplicemente “mercato” o “impresa”. È un dispositivo di accumulazione. Vive di una legge dura e semplice: trasformare tutto in valore scambiabile e trasformare quel valore in potere. Per farlo, sfrutta due miniere.
La prima miniera è il lavoro umano: tempo, salute, energia, vita. La seconda miniera è la natura: suolo, acqua, minerali, energia, ecosistemi. Solo che questa seconda miniera non è infinita. E quando la crescita diventa un dogma, e l’infinito diventa una pretesa, la contraddizione esplode: o si riduce l’avidità del sistema, o si aumenta la violenza con cui si impone.
Qui il conflitto non è un incidente. È una funzione. Quando l’economia reale rallenta e l’egemonia traballa, la guerra torna a essere la scorciatoia più antica: crea domanda, disciplina la società, ridisegna rotte e risorse. La guerra, o la minaccia della guerra, diventa l’ossigeno di un ordine che non sa più legittimarsi con benessere e progresso.
Ecco perché le discussioni sulla “dedollarizzazione” non sono folclore geopolitico. Il dollaro resta dominante, ma la sua quota nelle riserve mondiali mostra un declino a lungo periodo; l’IMF COFER indica valori attorno al 57% nel 2025 (con oscillazioni anche legate ai cambi), mentre analisi della Federal Reserve ricordano che la supremazia resta netta ma non più intoccabile come nel passato.
Quando un potere globale percepisce che la rendita geopolitica può restringersi, tende a reagire non con sobrietà ma con eccesso. E l’eccesso, storicamente, ha sempre un vocabolario: blocchi, sequestri, ultimatum, “azioni mirate”, punizioni esemplari.
Il patriarcato proprietario, la radice arcaica del comando
C’è poi un livello più profondo, spesso rimosso perché scomodo: il capitalismo moderno non nasce in un vuoto antropologico. Si innesta su un comportamento arcaico, quello del possesso. Il patriarcato è l’alfabeto originario della proprietà totale: il capo possiede la casa, la terra, la discendenza, e persino i corpi. È un’antropologia del comando che precede il capitalismo ma che il capitalismo perfeziona e industrializza.
Il mercato, quando diventa totalitario, non compra solo merci: compra tempo, attenzione, desideri, corpi. E l’idea patriarcale di dominio, traslata in economia, diventa una grammatica del mondo: chi ha comanda, chi non ha obbedisce, chi non obbedisce viene punito o reso invisibile. Questa è la base semplice del potere capitalistico: una visione povera dell’umano, ridotta a competizione, gerarchia, sopraffazione.
Psicopolitica e ipnosi, il consenso come colonizzazione mentale
Il potere, oggi, non si regge solo sulle armi o sul denaro. Si regge sul controllo del senso. La mente collettiva è diventata un campo di battaglia più importante del territorio, perché se governi la percezione governi anche l’obbedienza.
Qui la psicopolitica non è un concetto astratto. È la capacità di trasformare l’emozione in disciplina, la paura in fedeltà, l’indignazione in consumo di notizie, la stanchezza in rassegnazione. È un sistema ipnotico non perché “magico”, ma perché ripetitivo: feed che premiano l’odio semplice, format che teatralizzano il conflitto, titoli che sostituiscono i fatti, algoritmi che amplificano lo scontro più vendibile.
E il possesso dei mezzi di comunicazione, soprattutto nel perimetro occidentale, è parte integrante del dispositivo: non serve dire “questa è propaganda”, basta costruire un ambiente dove ciò che conta non è vero o falso, ma utile o inutile al mantenimento dell’ordine. A quel punto, anche un blitz extraterritoriale può essere riverniciato come “giustizia”, e un sequestro in mare può essere venduto come “tutela della legalità”.
Trump come sintomo, la volgarità del potere quando smette di fingere
E poi c’è Trump. Non come uomo solo, ma come sintomo. Trump è l’esternazione senza trucco di ciò che, per decenni, il capitalismo occidentale ha fatto con linguaggio educato. È il capitale che smette di chiedere permesso, che parla come un padrone e pretende che il mondo obbedisca perché “si è sempre fatto così”.
La sua forza non è l’originalità. È la coerenza brutale. Dice ad alta voce ciò che molti apparati hanno praticato a bassa voce: l’intimidazione come negoziazione, la minaccia come diplomazia, la coercizione come amministrazione.
Le basi, il mare, il cappio
C’è un dettaglio che fa capire la sproporzione strutturale su cui si fonda questa postura: la presenza militare globale. Le stime variano, ma diverse analisi parlano di centinaia di basi e siti militari statunitensi all’estero, in un ordine di grandezza spesso riportato tra 750 e 800.
E poi c’è il mare: circa il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Quando qualcuno prova a trasformare quel sistema in un rubinetto politico, sta mettendo un cappio potenziale al collo di economie intere. Il passo tra interdizione selettiva e strangolamento strategico può diventare brevissimo, soprattutto quando la logica è quella del tutto o niente.
Quando la mezzanotte non è un simbolo
Il capitalismo, arrivato a questo punto della sua parabola, mostra la sua natura senza poesia: sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sfruttamento dell’uomo sulla natura, e infine conflitto come metodo di gestione della crisi. Il patriarcato gli fornisce la cultura del possesso. La psicopolitica gli fornisce la colonizzazione mentale. La macchina militare gli fornisce l’esecuzione. Trump gli fornisce la voce.
Se l’orologio del mondo è vicino alla mezzanotte, non è perché il destino è scritto. È perché qualcuno continua a scriverlo con l’inchiostro del profitto e con la penna della forza. E la cosa più tragica è che questa scrittura viene spesso presentata come “realismo”.
Il realismo vero, invece, è un altro: o si spezza la dipendenza del sistema dalla guerra e dalla minaccia, o il secolo finirà governato dall’emergenza permanente. Un pianeta sotto stress, società polarizzate, democrazie ridotte a ordine pubblico, e un’umanità costretta a vivere come se l’Armageddon fosse un’ipotesi tra le altre, anziché la negazione stessa della politica.
Fonti essenziali
The Bulletin of the Atomic Scientists, Doomsday Clock (impostazione 2025 e contesto 2026).
Operazione del 3 gennaio 2026 e udienze a New York (House of Commons Library; Al Jazeera; CBS News).
Sequestro della petroliera Marinera e reazione russa (Reuters; The Guardian).
Origine e natura del termine “Cartel de los Soles” come etichetta legata alle insegne militari e come rete non monolitica (InSight Crime citato da fonti; ricostruzioni giornalistiche).
Impatto umanitario e quadro sociale della crisi, incluse sanzioni e bisogni umanitari (GAO; CRS; Rapporteur ONU su misure coercitive unilaterali).
Riserve petrolifere e discussione sulla sostenibilità economica del “primato” venezuelano (Reuters Breakingviews; Al Jazeera risorse).