La salute che scivola via. Come l’Italia sta trasformando un diritto universale in un privilegio (e perché il profitto deve uscire dal SSN)

Se c’è un termometro capace di misurare la temperatura civile di un Paese, quello è il suo Servizio sanitario. Il nostro, nato per essere universale, sta perdendo pezzi e senso: tempi d’attesa ingestibili, personale allo stremo, famiglie che rinunciano a curarsi o pagano di tasca propria. Non è fatalismo, non è “il mondo che cambia”. È il risultato di scelte politiche molto precise: definanziamento del pubblico, apertura crescente ai privati, trasformazione silenziosa della malattia in occasione di profitto.

Oggi non basta chiedere qualche miliardo in più: bisogna rimettere al centro la Costituzione e dire con chiarezza che il profitto non può avere diritto di cittadinanza dentro il Servizio sanitario nazionale.

Costituzione tradita: articoli 9, 32 e 41 come bussola capovolta

L’articolo 32 della Costituzione è chiarissimo: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Non parla di “coperture assicurative”, non distingue tra chi può permettersi un pacchetto premium e chi no. Parla di un diritto fondamentale che lo Stato deve garantire, non “regolare” come se fosse un mercato qualunque.

Con la riforma recente, l’articolo 9 ha esteso la tutela ai “diritti delle generazioni future”, all’ambiente, agli ecosistemi e alla biodiversità. Salute umana e salute dell’ambiente non sono più separabili: inquinamento, cambiamenti climatici, lavoro insicuro, città invivibili sono fattori di malattia. Ridurre la sanità pubblica a un pronto soccorso dei danni prodotti dal modello di sviluppo è una violazione indiretta anche di questo articolo: si taglia dove si dovrebbe investire in prevenzione, cura, prossimità.

Infine l’articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera”, sì, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” E la Repubblica può indirizzarla e coordinarla “a fini sociali”. È il punto decisivo: quando l’iniziativa privata entra nel campo della malattia e della cura, e lo fa per massimizzare il profitto, siamo davanti a un conflitto frontale con l’utilità sociale e con la dignità umana.

Se curarsi diventa occasione di business, se l’accesso alle prestazioni dipende dalla carta di credito o dalla polizza aziendale, l’iniziativa privata non è più “libera” ma arbitraria. In sanità, il profitto non è un complemento: è una distorsione strutturale. Per questo va escluso dal perimetro del Servizio sanitario nazionale.

Che cosa dice il Rapporto GIMBE (oltre i titoli)

Il cuore del problema, fotografato dall’8º Rapporto GIMBE sul SSN, è semplice: la sanità pubblica è stata trattata come una spesa da limare, non come l’investimento che tiene insieme salute, produttività, dignità sociale e coesione territoriale.

In termini nominali il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è cresciuto di 11,1 miliardi tra 2023 e 2025, toccando 136,5 miliardi; ma inflazione ed energia hanno eroso gran parte di questo aumento. In rapporto al PIL, il FSN è sceso dal 6,3% (2022) al 6,0% (2023) e si ferma al 6,1% nel 2024-2025. Le proiezioni della Legge di Bilancio 2025 indicano un ulteriore calo al 5,9% nel 2027 e al 5,7% nel 2029.

Traduzione politica: i bisogni crescono, la coperta si accorcia. Quando la spesa sanitaria sul PIL scende, ma l’epidemiologia, l’invecchiamento e le fragilità sociali aumentano, qualcuno pagherà il conto. E quel qualcuno non è mai il capitale finanziario.

Liste d’attesa e rinunce: il diritto si spezza nel quotidiano

Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie: quasi una persona su dieci. Il dato più inquietante è l’aumento delle rinunce per liste d’attesa: dal 4,5% nel 2023 al 6,8% nel 2024, +51%. Crescono anche le rinunce per motivi economici (dal 4,2% al 5,3%).

Quando i tempi del pubblico sono insostenibili, chi può paga il privato. Chi non può rinuncia, aspetta, peggiora. La retorica della “libera scelta” si spegne davanti a una verità brutale: se la porta del SSN resta socchiusa, il corridoio verso il privato non è libertà, è un recinto di classe.

Qui la violazione dell’articolo 32 è plastica: la tutela della salute come diritto fondamentale diventa una promessa a geometria variabile. Sulla carta, tutti uguali; nella pratica, alcuni sono più uguali degli altri.

La strozzatura vera: il personale nel SSN

Guardando ai professionisti attivi nel Paese, il dato OCSE ci colloca sopra la media europea per numero di medici (circa 5,4 ogni 1.000 abitanti nelle serie più recenti utilizzate da GIMBE), ma molto sotto per gli infermieri (circa 6,9 per 1.000 abitanti). Il rapporto infermieri/medici è appena 1,3, uno dei più bassi in Europa.

La carenza però non è “astratta”: si concentra dentro il Servizio Sanitario Nazionale e in alcune specialità chiave. A inizio 2024 i medici di famiglia in attività erano 37.260, con una media di 1.374 assistiti per medico e punte oltre i 1.500. Per garantire un rapporto ottimale 1:1.200, servirebbero 5.575 medici di medicina generale in più, soprattutto nelle Regioni più popolose.

Nel 2025 molte scuole di specializzazione strategiche per il SSN restano poco attrattive: emergenza-urgenza al 56% delle assegnazioni, medicina e cure palliative al 41%, medicina di comunità al 36%. È il segnale di un sistema che respinge i giovani professionisti, mentre li espone a carichi insostenibili, retribuzioni inadeguate e precarietà.

In breve: non mancano “medici” in senso assoluto; mancano medici e soprattutto infermieri nel SSN, nei luoghi, nei turni e nelle specialità che tengono insieme il diritto alla cura. Senza squadra, non c’è cura che tenga.

Privato accreditato: profitto garantito, universalismo smontato

Dove il pubblico arretra, il privato accreditato avanza. Non come supporto temporaneo, ma come infrastruttura strutturale del sistema.

Nel 2022 oltre metà del valore della mobilità sanitaria “attiva” (i crediti per prestazioni rese a cittadini di altre Regioni) è stato erogato da strutture private accreditate: 54,5%, contro il 45,5% del pubblico. Nei ricoveri, il privato ha incassato il 26% in più del pubblico.

Questi numeri non descrivono una serena “cooperazione pubblico-privato”, ma un trasferimento di risorse pubbliche verso centri privati che operano secondo logiche di profitto. Le Regioni pagano, i cittadini migrano, i gruppi sanitari incassano. E il SSN perde capacità, competenze, potere di programmazione.

Sul piano costituzionale, la contraddizione è evidente: l’articolo 41 ammette l’iniziativa economica privata ma la subordina all’utilità sociale e alla tutela della dignità umana. Quando il privato seleziona le prestazioni più remunerative, concentra i servizi nelle aree ricche, lascia al pubblico i casi più complessi e meno “convenienti”, siamo davanti a un rovesciamento di senso: l’utilità sociale viene subordinata al margine di profitto.

Per questo non basta “regolare meglio” il privato accreditato: occorre una scelta politica netta. La componente privata a scopo di lucro deve essere progressivamente esclusa dal perimetro del SSN, a partire dalle prestazioni ad alto valore economico. Il pubblico deve tornare a essere il luogo esclusivo in cui si garantiscono i Livelli essenziali di assistenza. Il privato potrà esistere solo fuori dal circuito del finanziamento pubblico, senza drenare risorse, personale e fiducia dal sistema nazionale.

Nord contro Sud: la geografia della sottrazione

Il tutto si innesta su una frattura territoriale profonda. Tra il 2010 e il 2022, quattordici Regioni hanno accumulato un saldo negativo complessivo di 19,03 miliardi nella mobilità sanitaria, di cui 14,55 nel Mezzogiorno. Sono soldi pubblici che viaggiano con i pazienti, svuotando i bilanci e la capacità di investimento proprio dove i bisogni sono più alti.

Così si costruisce la sanità a doppio binario: da una parte aree ricche dove pubblico e privato accreditato convivono e il cittadino può scegliere, magari integrando con polizze aziendali; dall’altra territori in cui il SSN è ridotto all’osso e il privato entra solo se c’è garanzia di profitto. Chi resta sotto la linea, spesso, non vede né l’uno né l’altro.

Sanità integrativa: il cavallo di Troia nel sistema

La sanità “integrativa”, agevolata fiscalmente, può coprire fino all’80% di prestazioni che sostituiscono i LEA, pur continuando a chiamarsi “integrativa”. Con oltre 16 milioni di iscritti, di fatto crea un sistema parallelo per chi è tutelato da contratti di lavoro e welfare aziendali.

Sul piano costituzionale, la questione è dirimente: se una parte crescente della popolazione accede a percorsi rapidi grazie a fondi sanitari e polizze, mentre il resto resta nelle liste d’attesa o rinuncia, l’articolo 32 si svuota. Il diritto alla salute viene segmentato in base al reddito e alla posizione lavorativa.

Le agevolazioni fiscali ai fondi sanitari e alle assicurazioni private rappresentano un trasferimento indiretto di denaro pubblico verso il privato profit. Non c’è neutralità possibile: ogni euro di vantaggio fiscale alla sanità integrativa è un euro sottratto al potenziamento del Servizio sanitario nazionale.

Per questo, se l’iniziativa privata è libera, il suo sostegno con risorse pubbliche in un settore costituzionalmente protetto come la salute va radicalmente ripensato. I benefici fiscali devono essere eliminati per le prestazioni sostitutive dei LEA e ammessi, eventualmente, solo per interventi realmente integrativi e non lucrativi.

PNRR: muri senza servizi non curano

La partita del territorio è decisiva. Al 30 giugno 2025 solo 218 Case della Comunità avevano dichiarato attivi tutti i servizi previsti; tra queste, appena 46 con vere équipe medico-infermieristiche. Gli Ospedali di Comunità “attivi” sono 153 su 592 programmati.

Costruire edifici senza mettere dentro personale stabile, orari estesi, medicina di prossimità e presa in carico è un’operazione di facciata. Se le strutture PNRR diventano solo nuovi spazi da cui il privato può drenare attività, abbiamo creato contenitori per il business, non case della salute.

Digitale a metà del guado

Il Fascicolo Sanitario Elettronico potrebbe essere uno strumento potente di equità e continuità di cura, ma resta incompiuto. A marzo 2025 solo 6 documenti su 16 erano disponibili in tutte le Regioni e il consenso dei cittadini alla consultazione dei propri dati si fermava al 42%, con divari enormi.

Senza interoperabilità, formazione, governance nazionale e reale utilizzo clinico, il digitale rischia di diventare un’altra occasione di frammentazione, affidata a piattaforme e fornitori privati che guadagnano sulla gestione dei dati, mentre il SSN non ne ricava né efficienza né giustizia.

Tre scelte politiche non rinviabili

Per raddrizzare la rotta non bastano aggiustamenti tecnici. Servono tre scelte politiche di fondo.

Rimettere soldi veri nel SSN, in modo strutturale Blocco della discesa sotto il 6% del PIL e piano di crescita pluriennale vincolato per personale, LEA, territorio e digitale. Non “bonus” annuali, ma una traiettoria stabile che restituisca al SSN capacità di programmazione. Ricostruire la squadra pubblica Piano straordinario per gli infermieri (formazione, assunzioni, carriere, retribuzioni), stabilizzazione dei precari, incentivi specifici per emergenza-urgenza, medicina generale, pediatria di libera scelta e discipline oggi scoperte. Obiettivi vincolanti di presa in carico (MMG 1:1.200; PLS 1:850) inseriti nei criteri di riparto delle risorse. Uscita progressiva del profitto dal SSN Separazione netta tra sistema pubblico e profitto privato. Progressiva riduzione e superamento dell’accreditamento di strutture a scopo di lucro per le prestazioni coperte dai LEA, consolidamento della rete pubblica e, dove necessario, convenzioni solo con soggetti non profit e realmente complementari. Abolizione delle agevolazioni fiscali per la sanità sostitutiva e revisione dei fondi sanitari in chiave solidaristica.

Dodici azioni strutturali, questa volta coerenti con la Costituzione

Prevenzione come politica di Paese (One Health), con budget dedicato e non comprimibile, legato anche all’articolo 9: tutela dell’ambiente, degli ecosistemi, della salute dei lavoratori e delle comunità. LEA vivi: aggiornamento continuo, tariffe coerenti e trasparenti, disinvestimento da prestazioni a basso valore, investimento su medicine territoriali, salute mentale e cronicità. Stato-Regioni: nuovo criterio di riparto che pesi di più povertà, mortalità precoce, aree interne e degrado ambientale, non solo il numero di abitanti e l’età media. Liste d’attesa: regia nazionale, agende uniche digitali pubbliche, tetti coerenti col fabbisogno reale, monitoraggi indipendenti. Nessun finanziamento aggiuntivo al privato per “abbattere” le liste: ogni euro in più deve rafforzare capacità e personale del SSN. Superamento dell’attuale pubblico–privato accreditato: piano di rientro pluriennale dal ricorso al privato profit per i LEA, con contestuale potenziamento di strutture e servizi pubblici nelle stesse aree. Sanità integrativa davvero integrativa: vantaggi fiscali solo per prestazioni non coperte dai LEA e con logiche mutualistiche, non per percorsi fast track che sostituiscono il SSN. Dati aperti e comparabili: trasparenza totale su finanziamenti, prestazioni, tempi, risultati di cura, sia per il pubblico sia per eventuali soggetti convenzionati non profit. Senza opacità non c’è rendita. Ricerca e valutazione d’impatto: ogni riforma organizzativa deve essere valutata su esiti di salute, equità, impatto territoriale, non solo su risparmi contabili. Digitale che semplifica: FSE interoperabile, formazione per clinici e cittadini, piattaforme sotto governance pubblica. Nessuna privatizzazione dei dati sanitari. Mobilità sanitaria: piani di rientro regionali nelle aree più critiche, con investimenti mirati in personale, strutture e prevenzione, per ridurre il drenaggio di risorse dal Sud al Nord. Lavoro nel SSN attrattivo: retribuzioni dignitose, carriere professionalizzanti, ambienti di lavoro sicuri, partecipazione dei professionisti alle scelte organizzative. Educazione sanitaria pubblica: campagne stabili contro fake news, medicalizzazione inutile e consumismo sanitario, per rafforzare il patto tra cittadini e SSN.

Nota metodologica sul punto “medici vs infermieri”

I dati utilizzati distinguono tra:

a) professionisti attivi nel Paese (benchmark OCSE, dove l’Italia risulta con molti medici ma pochi infermieri);

b) personale nel SSN (medici e infermieri dipendenti, contrattualizzati o convenzionati).

La carenza percepita nasce nel secondo ambito, dentro il Servizio, con squilibri territoriali e di disciplina. Il rapporto infermieri/medici, fermo a 1,3 in Italia contro 2,4 dell’OCSE, resta l’indicatore più allarmante: senza il giusto numero di infermieri, nessun modello organizzativo, per quanto moderno, regge.

Conclusione: la salute non è un mercato, è la condizione di ogni libertà

La sanità privata può esistere, ma non può più vivere con i soldi e sulle crepe del pubblico. Non può appropriarsi delle prestazioni più remunerative, lasciare al SSN gli scarti e presentarsi poi come “salvatrice” davanti a un sistema che lei stessa contribuisce a indebolire.

La Costituzione, letta nella sua interezza, non è neutra: con l’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale; con l’articolo 9 lega la salute alla protezione dell’ambiente e delle generazioni future; con l’articolo 41 pone un limite netto all’iniziativa economica che danneggia dignità, sicurezza, libertà.

Dentro questo quadro, il profitto sulla malattia è un’anomalia, non una soluzione. O si decide di far uscire il business dal Servizio sanitario nazionale e di ricostruire un sistema pubblico forte, universale, ecologico e di prossimità, oppure si accetta consapevolmente una sanità a doppio binario, dove la parola “diritto” diventa una foglia di fico per coprire un privilegio.

Le liste non sono code, sono barriere sociali. I ticket non sono contributi, sono porte girevoli verso il privato. I muri nuovi senza équipe dentro sono scenografie. Non servono slogan, serve una scelta di campo: riportare la cura sotto l’ombrello della Costituzione, togliendo l’ombrello del profitto da sopra le nostre teste. Solo così la salute tornerà a essere ciò che doveva essere fin dall’inizio: un bene comune, non una linea di bilancio.

La patria rovesciata: quando l’Italia diventa un Paese da cui scappare

Ci fu un tempo in cui l’Italia era il luogo in cui si arrivava per cercare fortuna. Oggi i numeri raccontano un Paese che si guarda allo specchio e scopre che uno su nove dei suoi cittadini vive oltre confine. È la fotografia impietosa del Rapporto Italiani nel mondo 2025 della Fondazione Migrantes: 6,4 milioni di italiani all’estero, più degli stranieri che vivono in Italia, circa 5,3–5,4 milioni.
Non è solo una statistica. È il segno di una nazione che non riesce più a promettere un futuro stabile a chi ci nasce e a chi ha scelto di diventarne cittadino.

I numeri di una fuga strutturale

Nel 2024 si sono iscritti all’Aire per espatrio oltre 123 mila cittadini italiani, 34 mila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento vicino al 40 per cento. Nel biennio 2023–2024 gli espatri di italiani hanno raggiunto quota 270 mila, mai così tanti negli ultimi dieci anni.
Nello stesso periodo crescono anche le immigrazioni straniere, ma il dato che colpisce è un altro: la crescita della “ventunesima regione”, l’Italia fuori dall’Italia, è più rapida di quella della popolazione straniera residente nel Paese.

Se nel 2019 emigrati italiani e immigrati stranieri si attestavano entrambi intorno ai 5,3 milioni, oggi gli italiani all’estero hanno superato di circa un milione gli stranieri presenti in Italia.
La retorica dell’“invasione” viene rovesciata dai fatti: il problema non è un eccesso di arrivi, ma un eccesso di partenze.

Chi se ne va: la meglio gioventù e i nuovi italiani

Non sono solo “cervelli” in senso accademico, ma il cuore vivo del Paese: giovani, giovani adulti, famiglie in età lavorativa. In poco più di vent’anni la quota di laureati tra gli emigrati di 25–64 anni è passata da meno del 15 per cento a oltre il 40 per cento, e tra i 25–39enni arriva ormai a sfiorare la metà.
In dieci anni, secondo analisi basate su dati Istat, quasi 100 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con oltre 21 mila partenze nel solo 2023 e una crescita superiore al 20 per cento in un anno.

C’è poi un dato spesso rimosso: l’emigrazione degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Tra il 2014 e il 2023 più di 1 milione e 576 mila nuovi italiani hanno lasciato il Paese dopo aver ottenuto il passaporto. Un espatriato su cinque è un “nuovo italiano”, spesso di origine brasiliana o bangladese, che prima ha creduto nel progetto di integrazione e poi ha scelto di ripartire altrove.

Questo significa che l’Italia non solo non riesce a trattenere i propri figli, ma non riesce nemmeno a convincere chi l’ha scelta come seconda patria a costruire qui il proprio futuro. È un doppio fallimento di sistema.

Geografie di una desertificazione sociale

La nuova emigrazione non è uniforme. Il Sud resta la grande area di partenza, con la Sicilia che guida la classifica delle regioni con più residenti all’estero, seguita da Lombardia e Veneto. Ma a muoversi non sono solo le periferie storiche dello sviluppo: crescono i flussi anche da regioni di medio e alto reddito come Veneto, Lombardia, Toscana, con variazioni annuali che toccano e superano il 7–9 per cento degli iscritti all’Aire.

Ad andarsene sono soprattutto giovani e famiglie dei piccoli comuni, delle aree interne, dei territori già colpiti da spopolamento e crisi demografica. Nel frattempo, Istat registra per il 2024 un nuovo minimo storico delle nascite, 370 mila in tutto il Paese, con un tasso di fecondità sceso a 1,18 figli per donna.

Il risultato è un’Italia che si restringe due volte: meno bambini che nascono, più giovani che se ne vanno. Nei paesi dell’entroterra, nei quartieri popolari, nelle città del Sud, la combinazione tra calo demografico ed emigrazione produce una vera desertificazione sociale, fatta di scuole che chiudono, servizi che vengono ridimensionati, interi pezzi di territorio abbandonati alla speculazione o al degrado.

Perché si parte: salari bassi, welfare stanco, orizzonte corto

La retorica del “siamo un popolo di migranti” non basta a spiegare questa ondata. Chi parte oggi non lo fa per spirito di avventura, ma per la necessità di trovare un salario dignitoso, un sistema sanitario che curi invece di respingere, un welfare che non scarichi su famiglie e donne tutto il peso dell’assistenza.

I dati sui redditi e sui salari sono inequivocabili. Secondo Eurostat e analisi recenti, la retribuzione media in Italia è stabilmente inferiore alla media europea. Nel 2023–2024 l’italiano medio percepisce circa 35–36 mila euro lordi l’anno, ben al di sotto dei quasi 45 mila della Francia e dei livelli ancora più alti della Germania.
Non è solo una differenza fotografica, ma una questione di dinamica: dal 2000 al 2023 i salari netti in Italia sono cresciuti molto meno che negli altri grandi Paesi dell’Unione, allargando il divario e alimentando la sensazione che “qui non si va avanti mai”.

Per i neolaureati, l’ingresso nel lavoro significa spesso contratti a termine, stipendi che non reggono il costo degli affitti nelle grandi città, impossibilità di pianificare una famiglia o un progetto di vita autonomo. Anche laddove gli studi mostrano retribuzioni di ingresso attorno ai 30 mila euro lordi, il confronto con le capitali europee resta impietoso se si sommano stabilità del posto di lavoro, servizi e qualità del welfare.

A questo si aggiunge un sistema sanitario sottofinanziato, pronto soccorso al collasso, liste d’attesa interminabili, servizi sociali frammentati. Per molte e molti, l’idea di restare significa accettare una lenta rinuncia a diritti che altrove sono considerati basilari.

La retorica della “sostituzione etnica” e lo strabismo della politica

Il Rapporto Migrantes dice con chiarezza ciò che la politica italiana, soprattutto quella di governo, si ostina a negare: il vero “problema demografico” del Paese non è l’immigrazione, ma l’emigrazione.

Mentre le destre agitano la teoria tossica della “sostituzione etnica” e una parte del centrosinistra rincorre le narrazioni securitarie, l’Italia perde pezzi della propria popolazione reale, in carne e ossa, che sceglie altre bandiere, altre lingue, altri sistemi di welfare. I numeri rovesciano la propaganda: non sono “gli altri” a sostituire gli italiani, sono gli italiani a sostituire il proprio Paese con un altro.

In questo quadro si inserisce quello che lo stesso presidente di Migrantes, Gian Carlo Perego, definisce uno “strabismo legislativo”: si blocca di fatto lo ius soli e lo ius scholae, mentre quasi un milione di bambini stranieri crescono e studiano nelle scuole italiane senza essere riconosciuti come cittadini.
Poi, quando una parte di loro acquisisce la cittadinanza, molti scelgono di emigrare lo stesso. È il paradosso di un Paese che chiede di “integrarsi” ma non offre una prospettiva concreta di vita dignitosa.

Una scelta razionale, non una fatalità romantica

La Fondazione Migrantes invita a superare il linguaggio del trauma e della tragedia per leggere la mobilità come scelta razionale dettata dalla necessità. Non è la nostalgia del passato a guidare questa diaspora, ma un freddo calcolo costi–benefici.

Chi se ne va valuta:
• quanto guadagnerà oggi e tra dieci anni
• che scuola avranno i figli
• quanto pagherà un affitto o un mutuo
• che risposta otterrà dal sistema sanitario in caso di bisogno
• che margini avrà di partecipare alla vita pubblica, di contare qualcosa

L’Italia, semplicemente, in questo confronto perde. Non perché manchi il talento, la cultura, la capacità produttiva, ma perché le scelte politiche degli ultimi decenni hanno smontato pezzo dopo pezzo gli strumenti collettivi che garantivano mobilità sociale, diritti, redistribuzione.

Invertire la rotta: serve un cambio di paradigma, non un bonus

Se uno su nove italiani vive all’estero, il tema non è più solo sociale o economico. È costituente. Quale Paese vuole essere l’Italia nel XXI secolo: una piattaforma di transito per capitali e turisti, o una comunità che investe su chi ci vive e lavora?

Invertire la rotta non significa lanciare l’ennesimo “bonus rientro” per pochi profili altamente qualificati, ma intervenire sui nodi strutturali:
• aumentare stabilmente i salari, a partire da un salario minimo legale che eviti dumping interno e lavoro povero
• finanziare davvero scuola, università e ricerca, non come capitoli residuali ma come assi di una strategia industriale di lungo periodo
• ricostruire un welfare territoriale, con sanità pubblica accessibile, servizi per l’infanzia, sostegni all’abitare, soprattutto nelle aree interne e nel Mezzogiorno
• riconoscere pieni diritti di cittadinanza a chi cresce in Italia, superando lo strabismo tra ius sanguinis rigido e blocco di ius soli e ius scholae
• costruire politiche di rientro che non siano solo fiscali, ma offrano percorsi professionali credibili, ricerca finanziata, imprese innovative non schiacciate da precarietà e subappalto

Serve anche ribaltare lo sguardo sulla diaspora: non vederla come un corpo estraneo da convocare solo al momento del voto, ma come parte integrante della comunità politica, portatrice di competenze, relazioni, visioni del mondo che potrebbero arricchire il Paese invece di allontanarlo ancora di più.

Conclusione: la scelta collettiva che incombe

Quando milioni di persone, tra cui la parte più scolarizzata e dinamica della popolazione, scelgono di andare via, il messaggio è chiaro: la società non offre più sufficiente senso di futuro. Non è una colpa individuale, ma il risultato di scelte politiche e di un modello economico che ha accettato la precarietà come destino.

Il nuovo record di partenze non è solo un dato “inquietante”. È il segnale che l’Italia è a un bivio. O continua a raccontarsi favole identitarie mentre si svuota, oppure mette al centro del proprio progetto nazionale il diritto a restare, a tornare, a costruire qui una vita degna.

Perché una patria che esiste solo come ricordo nelle foto all’aeroporto, e sempre più come indirizzo Aire, smette di essere un Paese. E diventa, lentamente, un luogo che si attraversa, ma in cui sempre meno persone scelgono davvero di vivere.

Sudan, genocidio fuori campo: l’oro, il Mar Rosso e le vite che non contano

Genocidi a geometria variabile

Nell’ultimo anno il dibattito pubblico è stato costellato di parole enormi: “genocidio”, “crimini di guerra”, “pulizia etnica”. Si discute, spesso in modo strumentale, di Gaza e della Palestina; si invocano i tribunali internazionali, si litiga sui numeri, si prova perfino a stabilire una gerarchia del dolore. Ma mentre il mondo si accapiglia su ciò che vuole o non vuole vedere, c’è un altro genocidio che si consuma quasi nel silenzio: quello in Sudan.

Non è una tragedia minore. È semplicemente un genocidio che cade fuori dall’inquadratura: troppe poche telecamere, troppo nero il colore dei corpi massacrati, troppo evidente l’intreccio tra rapina di risorse, neocolonialismo, interessi militari e finanziari di mezzo mondo.

Dal 2023 ad oggi, la guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF) ha ucciso decine di migliaia di persone e spinto alla fuga oltre 12 milioni di esseri umani: la più grande crisi di sfollamento al mondo, con più di 8 milioni di profughi interni e milioni di rifugiati nei paesi vicini.
Alcune stime parlano ormai di oltre 150 mila morti complessivi, solo nell’ultima fase del conflitto.

Eppure, nelle scalette dei telegiornali, questa guerra quasi non esiste.

Dal Darfur a El Fasher: un genocidio annunciato

Per capire che cosa sta accadendo oggi, bisogna tornare al Darfur, inizio anni Duemila: il governo di Omar al-Bashir arma le milizie arabe janjāwīd per reprimere la ribellione delle popolazioni non arabe. Villaggi rasi al suolo, stupri di massa, deportazioni: un’intera regione trasformata in laboratorio di pulizia etnica. La comunità internazionale arriverà a parlare di genocidio, gli Stati Uniti lo dichiarano formalmente nel 2004, ma la macchina di morte non verrà mai davvero smantellata.

Quelle milizie, nel frattempo, cambiano uniforme: si trasformano nelle Rapid Support Forces guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. La sigla cambia, la logica no.

Quando nell’aprile 2023 esplode la guerra aperta tra l’esercito regolare di Abdel Fattah al-Burhan e le RSF, il copione è già scritto: le città diventano fronti di battaglia, i civili bersaglio quotidiano di bombardamenti, esecuzioni sommarie, violenze sessuali, saccheggi. Amnesty International parla di “diffuse violazioni del diritto internazionale” da parte di entrambe le parti, documentando attacchi indiscriminati, stupri usati come arma di guerra, blocchi degli aiuti umanitari.

Il caso di El Fasher, capitale del Nord Darfur, è simbolico. Per oltre un anno la città è rimasta sotto assedio, ultimo bastione governativo in una regione largamente controllata dalle RSF. Intorno, campi di sfollati già saturi; dentro, fame, malattie, mancanza di acqua e cure. Le Nazioni Unite e le ONG hanno lanciato per mesi l’allarme sul rischio di un massacro su base etnica.

Quando le RSF hanno preso la città, alla fine del 2025, i racconti convergono: migliaia di civili uccisi, esecuzioni di massa, stupri, fosse comuni, famiglie intere scomparse nella fuga verso Tawila e altre località già esauste.

È questo che significa genocidio: non solo uccisioni su larga scala, ma la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo identificato per etnia, appartenenza comunitaria, origine. In Darfur, come già vent’anni fa, il bersaglio sono le popolazioni non arabe: Masalit, Fur, e altre comunità accusate di “non appartenere” a un ordine sociale costruito sul dominio delle élite arabe armate.

La Convenzione tradita: quando chiamare le cose col loro nome diventa pericoloso

Dal 1948 esiste una Convenzione ONU che definisce il genocidio come il compimento, con intenzione distruttiva, di atti quali uccisioni, gravi lesioni fisiche o mentali, imposizione di condizioni di vita destinate a portare alla distruzione di un gruppo, impedimento delle nascite, deportazione dei bambini. È un testo che si cita spesso, ma che si applica pochissimo.

In Sudan la parola “genocidio” resta accuratamente schermata dal linguaggio diplomatico. L’ONU parla di “rischio elevato”, di “indicatori allarmanti”, di “violazioni massicce”. Ma non si spinge a definire giuridicamente ciò che Accordi e rapporti sul campo ormai descrivono come campagne sistematiche di pulizia etnica.

La differenza non è solo semantica. Se un genocidio viene riconosciuto come tale dagli organi competenti, scattano obblighi internazionali: protezione della popolazione, missioni di interposizione, sanzioni vincolanti, giurisdizione penale sui responsabili. Se resta nel limbo del “rischio”, ci si limita a raccomandazioni, appelli, dichiarazioni indignate. Intanto si continua a morire.

Il Sudan è il caso esemplare di come la comunità internazionale scelga le parole in base alla convenienza politica, non alla realtà dei fatti. L’etichetta di genocidio è un’arma morale potente: si usa – o si evita – a seconda di chi sono le vittime e di chi arma i carnefici.

La maledizione dell’oro: quando un paese ricco deve restare povero

Il Sudan potrebbe essere uno dei paesi più prosperi dell’Africa: possiede enormi terre coltivabili, abbondanti risorse idriche sotterranee, un patrimonio zootecnico enorme. Soprattutto, è diventato uno dei principali produttori di oro al mondo.

Ma nel sistema neoliberale globale, le ricchezze naturali di un paese fragile non sono una benedizione: sono una condanna. Le miniere d’oro in Darfur e in altre regioni sono finite sotto il controllo diretto delle RSF e di reti di società di comodo collegate alla famiglia di Hemedti. Indagini di Global Witness e di altre organizzazioni hanno mostrato come il metallo prezioso venga estratto in condizioni brutali, spesso da lavoratori poverissimi o bambini, quindi contrabbandato verso gli Emirati Arabi Uniti e altri hub, dove entra nel mercato globale ripulito da ogni traccia di sangue.

In cambio dell’oro, arrivano armi, veicoli militari, denaro liquido. Un vero modello di investimento neocoloniale: le milizie si finanziano trasformando una risorsa nazionale in carburante per la guerra; le élite economiche e finanziarie esterne assicurano a sé stesse profitti stellari, mentre il paese sprofonda nel caos.

Il Sudan non è un’anomalia, è un caso scuola. Lo stesso schema si è visto nel Congo per coltan e altri minerali tecnologici, in altri contesti africani per petrolio, diamanti, gas. La guerra non è un incidente sul cammino dello sviluppo: è un dispositivo funzionale alla rapina, che rende impossibile la costruzione di uno Stato sovrano, costringendo la popolazione a sopravvivere in una precarietà permanente.

Mar Rosso, Port Sudan e la geopolitica della frammentazione

A rendere il paese ancora più strategico c’è la geografia: il Sudan si affaccia sul Mar Rosso, attraverso il porto di Port Sudan, crocevia essenziale per le rotte commerciali e militari che collegano Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano. Chi controlla quel tratto di costa influisce sugli equilibri di sicurezza di Egitto, Arabia Saudita, Israele, Iran, Turchia, nonché sulle ambizioni russe di avere una base stabile nella regione.

Attorno al conflitto interno si muove così un vero condominio di potenze: gli Emirati Arabi Uniti accusati di armare e finanziare le RSF, mentre Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Iran e altri attori regionali sostengono in varia misura l’esercito regolare.
Anche potenze europee giocano partite ambigue: rapporti di Amnesty International hanno documentato, ad esempio, l’uso in Sudan di sistemi d’arma prodotti in paesi UE e giunti sul teatro di guerra tramite stati intermedi, in potenziale violazione di embargo e norme sul controllo degli armamenti.

In questa logica, la frammentazione del Sudan non è un rischio collaterale, ma una prospettiva appetibile. Un paese spezzato in più entità deboli, magari con “cripto-Stati” controllati da milizie economico-militari, è più facile da gestire per chi è interessato solo a corridoi logistici, basi militari e contratti sulle risorse. La tragedia del Sud Sudan, nato nel 2011 e già precipitato in una nuova guerra civile, è un avvertimento che nessuno sembra voler ascoltare.

Negrofobia integrata: perché questo genocidio non “fa notizia”

Perché, nonostante i numeri e la brutalità documentata, quello sudanese resta un genocidio fuori campo?

C’è una componente di cinismo geopolitico: ammettere la portata del massacro significherebbe interrogare la complicità diretta e indiretta di governi occidentali, monarchie del Golfo, alleati strategici come Israele nella catena economica e militare che alimenta il conflitto. È più comodo ridurre tutto a “guerre tribali”, fatalismo africano, conflitti “troppo complicati”.

Ma c’è anche qualcosa di più profondo: una gerarchia razziale delle vite. Le vite nere del Sudan – come quelle del Congo, del Sahel, di tante altre periferie – vengono percepite come intrinsecamente meno degne di lutto e di attenzione. La loro morte è considerata, in fondo, “normale”: un rumore di fondo della storia, non una rottura insopportabile dell’ordine morale.

Quello che alcuni studiosi chiamano “negrofobia integrata” si traduce nella pratica in questo: una strage di civili europei o mediorientali inquadrati nel conflitto “giusto” riempie le prime pagine; un milione di sfrattati dalla fame e dalle bombe in Darfur scivola nei trafiletti, quando va bene, o nelle statistiche nascoste nei report umanitari.

Lo stesso doppio standard si vede nella gestione dei rifugiati: le frontiere si aprono – tra mille ipocrisie – per alcune categorie di profughi, mentre i sudanesi che attraversano il deserto e il mare vengono abbandonati nelle prigioni libiche, respinti, ricacciati nell’invisibilità.

Genocidio come dispositivo economico e politico

Il Sudan dimostra che il genocidio non è solo un eccesso di violenza, ma un dispositivo politico-economico. Eliminare, terrorizzare, sfollare un gruppo significa liberare territori, romperne i legami sociali, disarticolare qualunque forma di resistenza organizzata. Significa creare spazi vuoti da riempire con miniere, basi, corridoi energetici, agricoltura d’esportazione.

Le RSF non sono semplicemente una banda di predoni; sono un attore politico-militare moderno, con un proprio network di imprese, banche, società di facciata, conti offshore. Indagini dell’ONU, di Global Witness, di The Sentry ricostruiscono una rete che incrocia l’industria dell’oro, del trasporto, della sicurezza privata, con ramificazioni soprattutto negli Emirati Arabi Uniti.

Dall’altra parte, l’esercito regolare non è un campione di democrazia: bombardamenti indiscriminati, violenze su civili, uso strumentale della fame e dell’assedio come arma sono prassi consolidate.
Il popolo sudanese, che nel 2018-2019 aveva riempito le piazze reclamando “libertà, pace e giustizia” e aperto una breccia rivoluzionaria nel continente, oggi è schiacciato tra due apparati armati che si spartiscono il paese e le sue ricchezze.

Rompe il silenzio chi rifiuta la gerarchia del dolore

Raccontare il genocidio in Sudan non significa “spostare l’attenzione” da Gaza, né attenuare la gravità del massacro del popolo palestinese. Significa, al contrario, rifiutare l’idea che la solidarietà sia un gioco a somma zero, dove un dolore cancella l’altro.

Il filo che unisce Darfur e Gaza, Congo e Cisgiordania, Yemen e Ucraina non è una contabilità macabra di vittime, ma la struttura di fondo: un ordine mondiale in cui la vita vale in proporzione al suo peso politico, alla sua utilità economica, alla sua compatibilità con i disegni delle potenze.

Parlare del Sudan, nominarlo, seguirne le vicende, dare spazio alle voci sudanesi in diaspora, significa incrinare questa gerarchia. Significa ricordare che nessun genocidio è “periferico”, che nessuna guerra di rapina può essere normalizzata in nome del realismo geopolitico.

La prima forma di complicità è il silenzio.
La prima forma di resistenza è rompere quel silenzio, chiamare le cose col loro nome, mettere in fila i nessi tra oro, armi, frontiere, razzismo, potere. Il genocidio sudanese, oggi, è anche questo: una prova della nostra capacità – o incapacità – di guardare oltre il perimetro rassicurante delle vite considerate “importanti”.

Chi pretende di difendere i diritti umani solo quando gli conviene, chi parla di “vita sacra” solo a intermittenza, non sta difendendo nessuno: sta semplicemente scegliendo da che parte della rapina stare.

La tempesta non passa da sola: come le nuove destre svuotano la democrazia dall’interno

La frase scelta da Frank-Walter Steinmeier per il discorso del 9 novembre è una diagnosi e, insieme, un avvertimento: non basta aspettare che la tempesta passi, perché la tempesta è proprio il modo in cui la democrazia viene erosa, un granello alla volta.
Il testo di Massimo Giannini, pubblicato su La Repubblica, fotografa con lucidità questo passaggio d’epoca: non si tratta di qualche eccesso folkloristico della destra al governo, ma di un progetto sistematico di riscrittura dei rapporti di forza tra poteri, istituzioni e società. La forma è quella del “patriottismo” identitario e del decisionismo muscolare. La sostanza è la riduzione progressiva degli spazi di controllo, di critica e di conflitto democratico.

Dai “predatori” alla “tempesta”: il passaggio di fase dell’Occidente

Giannini richiama i “predatori” descritti da Giuliano Da Empoli: leader politici ibridati con i titani del digitale, capaci di trasformare il caos in strumento di governo. Non sono solo uomini forti in senso tradizionale; sono nodi di una rete di potere che passa per piattaforme, algoritmi, disinformazione, controllo dei flussi comunicativi e finanziari.

È questo il tratto comune alle destre che avanzano in Europa e nel mondo: un “patriottismo” che misura la grandezza della nazione sulla paura che riesce a suscitare, all’interno e all’esterno. Una sovranità usata come clava contro chiunque ponga limiti: le Corti, le istituzioni sovranazionali, i media indipendenti, i corpi intermedi, i movimenti sociali.

Il discorso di Steinmeier non è un esercizio retorico ma il segnale che anche una democrazia storicamente solida come quella tedesca percepisce il rischio di un salto di qualità nell’offensiva autoritaria. Il presidente parla di una democrazia “mai così sotto attacco” e avverte che non si può “aspettare che la tempesta passi”, ma occorre reagire, perché gli assalti iniziano quasi sempre dalla delegittimazione dei giudici e delle istituzioni di garanzia.

La Rete come falsa agorà: dove il caos diventa metodo di governo

Giannini individua un secondo elemento strutturale: la centralità della Rete come “falsa agorà”. Umberto Eco lo aveva anticipato: il digitale ha messo sullo stesso piano lo scienziato e il complottista, il Nobel e lo “scemo del villaggio”. Ma oggi questo livellamento non è più solo un effetto collaterale del web: è diventato strumento consapevole di potere.

La costruzione del consenso passa da community coltivate nell’analfabetismo funzionale, in cui il linguaggio politico si riduce a slogan emotivi, meme identitari, teorie del complotto e campagne d’odio. È qui che le “verità alternative” vengono testate, raffinate e poi rilanciate nello spazio pubblico tradizionale. L’obiettivo è duplice: demolire la fiducia nella verità fattuale e screditare preventivamente ogni mediazione istituzionale, giudiziaria o scientifica.

Non si tratta di una deriva generica del capitalismo digitale, ma di una combinazione precisa tra piattaforme private e progetto politico: in tutta l’UE, studiosi e rapporti ufficiali mostrano come l’avanzata delle destre radicali sia strettamente intrecciata con la diffusione di disinformazione mirata e campagne coordinate contro il “globalismo”, i diritti umani e lo stato di diritto.

Dall’America all’Europa: perché l’attacco parte sempre dai giudici

Giannini ricorda che “America docet”: Trump pretende immunità dalla Corte Suprema, accusa le Corti di “persecuzione politica”, ignora o delegittima le giurisdizioni internazionali, mentre alimenta un clima di ostilità verso giornalisti, media e funzionari pubblici. È lo stesso copione usato da altri leader populisti e autoritari, dall’Argentina alla Turchia, dall’India a Israele: trasformare ogni controllo legale in “lawfare”, guerra giudiziaria, e ogni indagine in complotto.

La letteratura giuridica più recente ha messo a fuoco proprio questo punto: nelle fasi di arretramento democratico, la magistratura diventa bersaglio privilegiato perché rappresenta l’ostacolo più solido all’onnipotenza dell’esecutivo. Gli attacchi partono con campagne mediatiche contro le “toghe politicizzate”, proseguono con riforme strutturali che riducono l’indipendenza dei giudici, e si consolidano con la colonizzazione degli organi di autogoverno, delle Corti costituzionali e degli strumenti disciplinari.

Polonia e Ungheria sono stati i laboratori di questa strategia in Europa: riforme della giustizia, controllo politico delle nomine, sanzioni disciplinari per i magistrati critici, limitazione della libertà di stampa e delle ONG. Studi recenti indicano questi paesi come casi emblematici di “backsliding”, regressione dello stato di diritto, con effetti contagiosi sul resto dell’UE.

Il caso italiano: una “spallata” che arriva in silenzio

Dentro questo quadro si colloca il caso italiano, al centro dell’analisi di Giannini. L’elenco è noto, ma raramente viene tenuto insieme come un disegno coerente.

Da un lato, l’uso sistematico dell’aggressione politica contro i contropoteri interni: tribunali che “intralciano” operazioni come il piano Albania sui migranti, Corte dei conti che “blocca” le grandi opere, procure accusate di invadere il campo della politica. L’obiettivo è spostare il baricentro del conflitto: non più tra governo e opposizioni, ma tra governo “legittimato dal popolo” e tecnocrazie “che ostacolano la volontà popolare”.

Dall’altro, il lavoro paziente di colonizzazione e pressione sui media pubblici e privati. Organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di stampa hanno documentato negli ultimi anni un forte aumento dell’ingerenza del governo sulla Rai: nomine pilotate, dimissioni forzate di dirigenti sgraditi, riduzione del canone sostituita da trasferimenti discrezionali del governo, scioperi dei giornalisti che denunciano il rischio di trasformare il servizio pubblico in megafono della maggioranza.

Su questo sfondo, la riforma costituzionale della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri segna uno spartiacque. Con il voto definitivo del Senato del 30 ottobre 2025, il disegno di legge è stato approvato senza maggioranza qualificata, aprendo la strada a un referendum confermativo. La premier parla di “traguardo storico”, mentre l’Associazione nazionale magistrati denuncia il rischio di subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo e di indebolire la capacità della giustizia penale di indagare sui reati dei ceti dirigenti.

Giannini sottolinea un dato rivelatore: per una riforma che altera in modo strutturale il rapporto tra poteri dello Stato sono bastate meno di cento ore di dibattito parlamentare, a fronte dei tempi medi molto più lunghi per una legge ordinaria. Il Parlamento ridotto a “votificio” non è solo un problema di stile istituzionale: è la prova che la maggioranza interpreta la propria forza numerica come delega in bianco a rifare l’architettura costituzionale.

Non sorprende che un recente rapporto della Civil Liberties Union for Europe abbia inserito l’Italia tra i cinque paesi “dismantlers”, cioè tra coloro che stanno contribuendo alla “recessione democratica” nel continente, al pari di governi già ampiamente discussi come quello ungherese. Nel mirino ci sono l’ingerenza politica sulla magistratura, l’indebolimento delle misure anticorruzione, le restrizioni alle proteste e le pressioni sulla stampa.

Le Corti internazionali come nemico: dalla CEDU alla Corte penale

Giannini richiama anche gli attacchi rivolti alle Corti internazionali e alle istituzioni sovranazionali. Non è un dettaglio. Quando le destre mettono nel mirino l’Onu, la Corte penale internazionale, la Corte europea dei diritti umani, non stanno solo giocando una partita ideologica: stanno cercando di liberarsi degli ultimi vincoli esterni che impediscono ai governi di fare “come vogliono” su migrazioni, guerra, sicurezza, repressione del dissenso.

Emblematico, in questo senso, il documento firmato lo scorso maggio da nove paesi europei, guidati proprio dall’Italia, per chiedere una revisione del modo in cui la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea dei diritti umani in materia di immigrazione. Il messaggio è chiaro: i giudici internazionali “invadono” il campo politico e vanno ricondotti all’ordine, soprattutto quando ostacolano espulsioni, respingimenti e politiche securitarie.

Lo stesso schema si ripete quando la Corte penale internazionale viene accusata di “politicizzazione” per le sue indagini sui crimini di guerra, o quando le istituzioni europee vengono dipinte come “burocrazie nemiche” perché pretendono il rispetto dello stato di diritto in cambio di fondi. La sovranità viene brandita come scudo per sottrarre le classi dirigenti a ogni responsabilità, interna e internazionale.

Forma e sostanza di una deriva: il folklore non è più folklore

Giannini distingue giustamente tra episodi “minori” e attacco sistemico. Ma i primi non possono più essere archiviati come folklore. Quando un presidente del Senato cita Almirante come modello, minimizzando la storia di un capo dei picchiatori neri, non sta compiendo una semplice gaffe: sta contribuendo a riscrivere la memoria pubblica, normalizzando tradizioni politiche che la Costituzione era nata per superare.

Quando un generale candidato alle europee parla della marcia su Roma come “manifestazione di piazza” e delle leggi razziali come norme “regolarmente approvate dal Parlamento”, non sta solo deformando la storia: sta legittimando l’idea che la forma legale basti a rendere giusto qualsiasi contenuto, anche il più discriminatorio. È esattamente il contrario del costituzionalismo democratico, che nasce per porre limiti sostanziali al potere della maggioranza.

In questo quadro, lo stigma rovesciato contro chi denuncia il rischio eversivo delle destre – intellettuali, giuristi, storici, scrittori – è un ulteriore pezzo del mosaico. Il trattamento riservato a figure come Antonio Scurati o Luciano Canfora, accusati di “odio ideologico” solo per aver richiamato la continuità tra fascismo storico e neofascismo contemporaneo, conferma che il problema non è solo ciò che si fa, ma anche ciò che non deve più essere nominato.

Non è una tempesta passeggera: o la democrazia si difende, o arretra

L’intuizione finale di Giannini si innesta perfettamente sull’appello di Steinmeier. La regressione democratica non è un evento spettacolare, ma un processo graduale. Non arriva con un colpo di Stato, ma con una serie di “aggiustamenti” presentati come tecnici, modernizzatori, semplificatori: riformare la giustizia, snellire il Parlamento, mettere ordine nei media, disciplinare le Corti, “riequilibrare” i rapporti con l’Europa, “difendere” i confini.

La tempesta, dunque, non va “lasciata passare”. Perché quando il cielo tornerà sereno, il paesaggio istituzionale sarà irriconoscibile: meno contropoteri, meno spazi di conflitto sociale, meno diritti sostanziali, più governabilità per chi già governa.

Chiamare le cose con il loro nome, come invita a fare Giannini, significa riconoscere che la democrazia non è solo procedura elettorale, ma equilibrio dinamico tra poteri, diritti, conflitto e pluralismo. E che questo equilibrio oggi è sotto assedio, in Italia come in molti altri paesi europei e occidentali.

Chi finge di non vederlo, chi archivia ogni allarme come “esagerazione antifascista”, non è neutrale: è parte del problema. Perché, come ricordano sia Giannini sia Steinmeier, le democrazie non muoiono tutte in un colpo; muoiono quando troppi, per stanchezza o convenienza, si convincono che la tempesta, dopotutto, passerà da sola.

Note
1. Massimo Giannini, Tutti i rischi per la democrazia, in «la Repubblica», 15 novembre 2025.
2. Frank-Walter Steinmeier, Die Selbstbehauptung der Demokratie – das ist unser Auftrag (discorso per il 9 novembre, Schloss Bellevue, Berlino), 9 novembre 2025, testo disponibile sul sito della Presidenza federale tedesca.
3. Per una sintesi in lingua inglese del discorso di Steinmeier: Steinmeier warns on November 9: “Democracy needs defenders”, SBS German, 9 novembre 2025; e Nie in der Geschichte unseres wiedervereinten Landes waren Demokratie und Freiheit so angegriffen, in «Die Zeit», 9 novembre 2025.

Southern Spear: la guerra alla “droga” con il mirino puntato sul petrolio venezuelano

La scena è questa: un gruppo di navi da guerra statunitensi staziona a poche decine di chilometri dalle coste venezuelane, all’interno della zona economica esclusiva di Caracas. Incrociatori, cacciatorpediniere, droni, una portaerei nucleare come la Gerald Ford: una potenza di fuoco smisurata per quella che, sulla carta, dovrebbe essere un’operazione “contro il narcotraffico”, battezzata con un nome epico, Southern Spear.

Washington parla di “narco-terroristi”, di rotte della droga da spezzare, di barconi da affondare prima che “veleni” raggiungano le coste degli Stati Uniti. Il Venezuela viene dipinto come un buco nero di criminalità, complici i toni da crociata di Trump e del suo segretario alla Guerra Pete Hegseth, che non escludono neppure opzioni di invasione via terra.

Ma chi guarda la storia con un minimo di memoria sa che le cose non tornano. Ogni volta che Washington parla di “libertà”, “democrazia”, “lotta alla droga” o “armi di distruzione di massa”, da qualche parte nel mondo qualcuno sta per essere bombardato. E quasi sempre, sotto la retorica morale, scorrono flussi molto più concreti: petrolio, gas, materie prime, controllo delle rotte e dei governi.

Dal Golfo del Tonchino a Baghdad: il copione delle guerre su pretesto

Non è la prima volta che gli Stati Uniti costruiscono un casus belli su basi fragili, distorte o apertamente false.

  • Nel 1964 il presunto attacco nordvietnamita nel Golfo del Tonchino – un episodio mai chiarito e in parte smentito dagli stessi documenti americani declassificati – servì a Johnson per ottenere dal Congresso il via libera a una guerra totale in Vietnam.
  • Nel 2003 le “prove” sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, agitate da Colin Powell all’ONU, si rivelarono un castello di bugie: l’Iraq fu devastato, le armi non furono mai trovate.
  • In Afghanistan i talebani, a lungo tollerati e in parte utilizzati nella stagione della guerra antisovietica – quando gli USA alimentarono la galassia dei mujaheddin, da cui germoglierà anche Al Qaeda – diventarono all’improvviso il volto assoluto del male, utile a giustificare vent’anni di occupazione e bombardamenti.

Il filo rosso è la costruzione di un nemico assoluto e di una narrazione semplificata, dove Washington incarna il bene, l’ordine, la legge internazionale, mentre dall’altra parte c’è solo barbarie. Ogni volta, a conflitto esploso, saltano fuori dettagli imbarazzanti, contraddizioni, omissioni. Ma a quel punto i morti sono già morti.

Il Venezuela nel mirino: dove c’è petrolio, c’è “crisi democratica”

Il Venezuela non è un paese qualsiasi. È seduto letteralmente su un mare di petrolio: con oltre 300 miliardi di barili di riserve provate, è il primo paese al mondo per riserve di greggio, davanti a Arabia Saudita, Iran e Canada.

Non è solo una questione quantitativa. È una questione di controllo. Un paese che gestisce direttamente, con una compagnia nazionale, la principale ricchezza energetica del pianeta, e che usa parte di quelle rendite per finanziare programmi sociali, sanità, istruzione, sussidi ai più poveri, rappresenta per Washington un doppio problema:
1. Limita il campo d’azione delle grandi major petrolifere occidentali.
2. Propone un modello politico-sociale – con tutte le sue contraddizioni – che sfida l’ortodossia neoliberista nella regione.

Non a caso il conflitto tra Stati Uniti e Venezuela non nasce oggi. Già nel 2002, sotto la presidenza di Hugo Chávez, un colpo di Stato appoggiato da settori dell’élite economica e di una parte delle forze armate rovesciò il governo per 48 ore. Declassificazioni successive hanno mostrato la “tacita approvazione” di Washington, ben consapevole dei preparativi del golpe.

Da allora si sono succedute sanzioni economiche sempre più pesanti, tentativi di isolamento diplomatico, riconoscimento di governi paralleli, come quello di Juan Guaidó, inventato in laboratorio e rapidamente imploso. Il tutto dentro un quadro storico secolare: la dottrina Monroe, secondo cui l’America Latina è il “cortile di casa” degli Stati Uniti, da governare con colpi di Stato, interventi militari, ritorsioni economiche.

La favola del “narco-Stato”: cosa dicono davvero i dati sulla cocaina

La nuova retorica statunitense dipinge il Venezuela come epicentro del narcotraffico emisferico, un “narco-Stato” da neutralizzare con mezzi militari. Ma i dati degli organismi internazionali raccontano un’altra storia.

Le relazioni dell’UNODC (Ufficio ONU per la droga e il crimine) ripetono da anni la stessa fotografia: la coltivazione di coca e la produzione di cocaina sono concentrate essenzialmente in tre paesi andini – Colombia, Perù e Bolivia – che assorbono oltre il 99% delle coltivazioni e dei laboratori individuati. Il Venezuela non figura tra i paesi produttori.

Dove entra in gioco, allora, il Venezuela? Nei documenti tecnici viene indicato come uno dei diversi paesi di transito dei carichi di cocaina diretti verso Nord America ed Europa, accanto a Brasile, Ecuador, Panama, Messico e altri. In alcune analisi è stato definito “principale paese di transito” in una certa fase delle rotte atlantiche, ma sempre in quanto corridoio logistico, non come paese coltivatore o grande hub di raffinazione.

Persino stime utilizzate da organismi vicini agli Stati Uniti riconoscono che solo una quota minoritaria della cocaina colombiana transita dal territorio venezuelano, mentre quantità molto maggiori passano da altri scali e porti, in America Latina e in Africa occidentale.

È su questo scarto tra realtà e racconto che si innesta la propaganda. Alcune ricostruzioni filo-governative arrivano a sintetizzare così la situazione: “il Venezuela non è produttore, né trafficante, né deposito di droghe; i rapporti specializzati lo dicono chiaramente”. La formulazione è evidentemente polemica, ma il cuore del ragionamento è corretto: nessun rapporto ONU accredita il Venezuela come paese produttore di coca o hub primario della cocaina; la sua centralità nella narrazione della “guerra alla droga” è politica, non statistica.

Il Venezuela è, al massimo, uno dei tanti paesi di transito, schiacciato tra la domanda statunitense di stupefacenti e le reti dei cartelli. Inserirlo nel frame di “narco-Stato” serve a criminalizzare l’intero governo, a trasformare Maduro in una sorta di Pablo Escobar in salsa bolivariana, a legittimare l’uso delle forze armate come se si trattasse di una gigantesca operazione di polizia.

In questo quadro, l’operazione Southern Spear – con affondamento di imbarcazioni sospette, uccisione di decine di persone senza processo né prove rese pubbliche – appare per quello che è: una campagna militare a bassa intensità, costruita su regole d’ingaggio opache, che sposta la “guerra alla droga” sul terreno della guerra vera, con bombe e missili.

Non stupisce che la Russia denunci apertamente la mossa statunitense come “inaccettabile”, accusando Washington di agire al di sopra del diritto internazionale, distruggendo imbarcazioni e uccidendo persone senza indagini, né accuse formali. Una critica che suona tanto più credibile quanto più gli USA si arrogano il diritto di colpire chi vogliono, dove vogliono, in nome di un’emergenza che nessuno, fuori da loro stessi, ha mai certificato.

Socialismo, redistribuzione e l’odio di classe delle élite americane

Dietro l’enfasi sulla droga c’è un altro elemento che pesa come un macigno: la natura politica del governo venezuelano. Con tutte le sue distorsioni e i suoi limiti, il chavismo e il successivo madurismo hanno messo al centro un discorso di redistribuzione del reddito, alfabetizzazione, sanità pubblica, sovranità sulle risorse strategiche, cooperazione con Cuba e con altri paesi dell’Alba.

Per l’establishment statunitense questa è una provocazione intollerabile per almeno tre ragioni:

  • dimostra che, in America Latina, è possibile costruire modelli di welfare e di inclusione sociale sganciati dalle ricette del Fondo Monetario Internazionale;
  • fornisce una narrazione alternativa, quella del “socialismo del XXI secolo”, capace di parlare a milioni di poveri, lavoratori, comunità indigene;
  • rafforza blocchi geopolitici non allineati a Washington, avvicinando Caracas a Mosca, Pechino, Teheran, L’Avana.

L’ossessione americana per la “minaccia socialista” non è un retaggio della Guerra fredda mai elaborato: è uno strumento attualissimo per reprimere qualunque tentativo di allargare diritti sociali, nazionalizzare risorse, spezzare la catena del debito e della dipendenza. Non si perdona a un governo il fatto di usare i proventi del petrolio per finanziare hospice, cliniche, scuole, case popolari, quando quel petrolio potrebbe finire nei bilanci delle grandi compagnie occidentali.

Maria Corina Machado: un Nobel per la pace che applaude i cannoni

In questo scenario entra in scena una figura chiave dell’opposizione venezuelana: María Corina Machado. Leader storica dell’area più oltranzista anti-chavista, negli ultimi mesi è stata consacrata dai comitati di Oslo come nuova premio Nobel per la Pace, trasformata dai media occidentali in volto “democratico” della lotta contro Maduro.

Eppure, dietro l’icona liberal, c’è una linea politica che di pacifico ha ben poco. In più interviste – dalla stampa spagnola ai talk statunitensi – Machado ha salutato con favore l’escalation militare americana nei Caraibi, definendo la pressione di Washington sui “narcos venezuelani” come “assolutamente corretta” e arrivando a sostenere che l’intervento degli Stati Uniti sia “l’unico modo per mandare via Maduro”, se il regime non cede.

La neo Nobel non si limita a chiedere sanzioni o isolamento diplomatico: ringrazia esplicitamente Trump per i bombardamenti contro imbarcazioni accusate di trasportare droga, appoggia il massiccio dispiegamento di navi da guerra al largo delle coste venezuelane, considera la minaccia di uno sbarco via terra come una “leva necessaria” per arrivare al cambio di regime.

Si produce così un paradosso grottesco: il massimo riconoscimento internazionale dedicato alla pace viene assegnato a una leader politica che legittima, e in parte invoca, l’intervento armato di una superpotenza straniera contro il proprio paese. Non per difendere una popolazione da un genocidio in corso, ma per accelerare una transizione politica che una parte dell’opposizione vorrebbe comunque realizzare con strumenti istituzionali.

Machado incarna alla perfezione la figura della “dissidenza utile”: da un lato parla il linguaggio dei diritti umani, della democrazia liberale, della “lotta contro la corruzione”; dall’altro offre alle élite statunitensi il viatico morale di cui hanno bisogno per presentare un’operazione di potenza come una missione umanitaria, spalancando al contempo la prospettiva di un Venezuela “aperto ai mercati”, pronto ad attrarre 1.700 miliardi di dollari di investimenti in quindici anni, come lei stessa ha promesso ai potenziali investitori occidentali.

Trump petroliere e l’impero costruito nell’opacità

La figura di Donald Trump rende il quadro ancora più trasparente. Parliamo di un uomo che ha costruito la propria carriera dentro il capitalismo immobiliare e finanziario, ereditando un vasto patrimonio dal padre Fred – imprenditore attivissimo nell’edilizia newyorkese del dopoguerra – e ampliandolo grazie a torri, hotel, casinò, campi da golf.

Quella storia familiare è tutt’altro che limpida. Inchieste giornalistiche e libri d’indagine hanno ricostruito il ruolo di Fred Trump nel sistema di potere immobiliare di New York, fatto di rapporti incrociati con la politica cittadina, pratiche discriminatorie nei confronti degli inquilini afroamericani e un uso spregiudicato delle agevolazioni fiscali.

Quando il testimone passa a Donald, lo scenario è quello di una città – la New York degli anni Settanta e Ottanta – in cui l’edilizia residenziale e i grandi cantieri sono pesantemente infiltrati dalle famiglie mafiose. Documentari, articoli e atti di commissioni d’inchiesta hanno mostrato come la costruzione della stessa Trump Tower e di altri progetti del gruppo si sia appoggiata a imprese del cemento e ditte di demolizione legate a Cosa Nostra, dentro un sistema in cui nessun grande costruttore poteva davvero chiamarsi fuori.

Non si tratta di romanzi noir, ma di un contesto storico ben documentato, in cui Trump si muove assistito dall’avvocato Roy Cohn – a sua volta ponte tra il mondo politico, gli affari e la mafia – e costruisce il proprio mito di “self-made man” proprio mentre cavalca quell’intreccio opaco tra finanza, poteri locali e criminalità organizzata.

A completare il quadro, negli ultimi anni sono arrivate sentenze pesantissime sulla natura fraudolenta dei bilanci della Trump Organization: un tribunale di New York ha condannato Trump e i figli per aver gonfiato in modo sistematico il valore degli asset al fine di ottenere prestiti e condizioni favorevoli dalle banche, parlando di “dati finanziari apertamente falsi” e infliggendo centinaia di milioni di dollari di multe, oltre al divieto temporaneo di fare affari nello Stato.

È poco credibile che un uomo con questa storia alle spalle si commuova d’improvviso per le vittime dell’eroina nell’Ohio o del fentanyl nelle periferie americane. Se la salute pubblica fosse davvero al centro delle sue preoccupazioni, basterebbe guardare in casa propria: al sistema sanitario che esclude milioni di persone, al business delle big pharma, all’abuso legale di oppioidi prodotto da aziende statunitensi.

La “guerra alla droga” è il racconto di facciata. La partita reale è un’altra: mettere le mani sul più grande giacimento di petrolio del pianeta, ridisegnare gli equilibri energetici del continente, abbattere un governo considerato ostile e sostituirlo con un esecutivo amico dei mercati, pronto a privatizzare tutto ciò che oggi è pubblico.

Un conflitto che rischia di incendiare l’intero Caribe

Una guerra aperta nel Caribe non sarebbe un conflitto “locale”. La presenza russa al fianco del Venezuela, le relazioni con Cuba, le tensioni interne alla Colombia, il ruolo di potenze emergenti come la Cina nella regione trasformerebbero immediatamente un’eventuale invasione in un banco di prova globale.

Mosca ha già dichiarato la propria “solidarietà incrollabile” a Caracas e non può permettersi di assistere passivamente a un cambio di regime imposto da Washington in quella che è diventata una delle sue principali teste di ponte in America Latina.

Nel frattempo, il semplice dispiegamento di una flotta di queste dimensioni – portaerei, incrociatori, marines, droni, bombardieri in appoggio – ha già un effetto: alza la tensione, stringe il cappio economico e diplomatico attorno a Maduro, manda un messaggio minaccioso a tutti i governi che, nella regione, osano difendere la propria sovranità sulle risorse.

La vera posta in gioco: chi decide il futuro dell’America Latina

In ultima analisi, Southern Spear non è solo un’operazione militare. È un messaggio politico al resto del continente.

Dice ai governi: se provate a nazionalizzare, a tassare seriamente i colossi energetici, a costruire politiche sociali robuste, sappiate che l’ombrello stellato può trasformarsi in tempesta di fuoco.
Dice ai popoli: ogni tentativo di uscire dalla dipendenza economica e geopolitica ha un prezzo, e quel prezzo potrebbe essere una guerra scatenata in nome della “democrazia” o della “lotta al narcotraffico”.

Sta qui, nel cuore del conflitto, l’ipocrisia di chi si proclama campione dello “Stato di diritto” e, nello stesso tempo, affonda barche senza processo, prepara invasioni preventive, decide chi deve governare un paese sovrano in base alla propria convenienza energetica.

Difendere il diritto del Venezuela all’autodeterminazione non significa chiudere gli occhi sulle contraddizioni del suo sistema politico, né trasformare Maduro in un santo laico. Significa qualcosa di più semplice e radicale: rifiutare che le sorti di interi popoli vengano decise al Pentagono, tra mappe, target, flussi di greggio e grafici di Borsa.

Perché, al netto della propaganda, di una cosa si può essere certi: i missili che oggi puntano verso le coste venezuelane non hanno come obiettivo la coca. Hanno come bersaglio il petrolio, la sovranità e qualsiasi idea di giustizia sociale che provi, in America Latina, a mettere i diritti delle persone davanti ai profitti delle multinazionali.

Oblio programmato. Come il cessate il fuoco ha reso invisibile il genocidio palestinese

Moni Ovadia lo aveva annunciato con lucidità crudele: il momento peggiore sarebbe arrivato dopo il cessate il fuoco. Non quando le bombe cadevano su Gaza in diretta mondiale, ma quando la guerra sarebbe stata congelata a metà, le macerie ormai accumulate e l’attenzione spostata altrove. È esattamente quello che sta accadendo.

Con la tregua, la Palestina è scivolata fuori dall’inquadratura. La guerra non è finita: è stata semplicemente espulsa dal discorso pubblico dominante, mentre sul terreno prosegue la distruzione lenta, amministrativa, “a norma di diritto” di un intero popolo. È un caso di scuola di ingegneria del consenso: il genocidio non viene negato frontalmente, viene lasciato evaporare nella distrazione generale.

Dal prime time al silenzio: l’arte di spegnere i riflettori

Durante i mesi più sanguinosi dell’offensiva su Gaza, televisioni e giornali erano costretti, loro malgrado, a fare i conti con l’orrore: ospedali colpiti, quartieri polverizzati, famiglie intere cancellate, il nome di Al-Shifa ripetuto fino alla nausea. Poi è arrivato il cessate il fuoco, presentato come “svolta diplomatica” e “inizio di un nuovo capitolo”.

Da quel momento la presenza della Palestina nei palinsesti ha iniziato a scalare come si scalano i farmaci: una notizia in meno al giorno, un collegamento in meno da Rafah, qualche articolo di taglio umanitario confinato nelle pagine interne. Fino a dissolversi quasi del tutto, mentre l’agenda si riempiva di altre emergenze: il Sudan di nuovo in fiamme, un nuovo fronte, un’ennesima crisi da raccontare con lo stesso linguaggio superficiale.

È il meccanismo tipico con cui il sistema mediatico gestisce le guerre “scomode”. Non si riconosce l’ingiustizia alla radice, la si trasforma in “crisi” come le altre, con un inizio e una fine televisiva. Una volta raggiunto il livello di distruzione ritenuto “sufficiente”, si dichiara conclusa la fase acuta e si archivia il caso. Sul terreno, però, la violenza continua sotto altre forme.

Algoritmi come frontiera coloniale: la censura digitale della Palestina

Questo processo di rimozione non riguarda solo i media tradizionali. Anche lo spazio digitale è stato normalizzato a colpi di algoritmo. Attivisti, giornalisti, utenti comuni hanno denunciato un drastico calo di visibilità dei contenuti su Gaza e Cisgiordania, con post che spariscono dai feed, profili congelati, account oscurati. Quello che viene chiamato “shadow banning” assume, in questo contesto, la forma di un vero e proprio colonialismo digitale.

Non si tratta solo di impressioni soggettive. Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato come le piattaforme di Meta abbiano applicato in modo sistematico politiche di moderazione che penalizzano i contenuti pro-palestinesi, cancellando post, chiudendo account e oscurando storie che documentavano crimini di guerra e violazioni dei diritti umani.

A questo si aggiungono i rilievi delle Nazioni Unite: una commissione e la Relatrice speciale sulla libertà di espressione hanno denunciato che molte piattaforme occidentali hanno rimosso in modo sproporzionato contenuti che esprimevano solidarietà al popolo palestinese rispetto a quelli che incitavano apertamente alla violenza contro di esso.

Dietro il linguaggio neutro delle “policy” – sicurezza, contrasto all’odio, contenuti sensibili – si nasconde un’operazione profondamente politica: rendere meno visibile, meno dicibile, meno condivisibile la sofferenza palestinese. È una forma di censura che non ha più bisogno della forbice del censore in redazione: basta un modello di machine learning addestrato sulla percezione dominante di chi è “pericoloso” e chi no. Il risultato è che il genocidio si consuma anche nella timeline, in un deserto di informazioni costruito artificialmente.

Gaza dopo il fuoco: un futuro cancellato, non una guerra finita

La narrazione del “cessate il fuoco” si infrange contro i numeri. Secondo le analisi satellitari delle Nazioni Unite, tra il 70 e l’80% degli edifici della Striscia è stato distrutto o danneggiato, con stime più recenti che parlano di oltre quattro strutture su cinque colpite in qualche modo. Ci sono più di 50 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: solo per liberare il suolo servirebbero decenni e miliardi di dollari.

Parliamo di città in cui quasi tutte le abitazioni sono danneggiate, con infrastrutture vitali – ospedali, scuole, reti idriche, centrali elettriche – sistematicamente prese di mira. Le stime ONU parlano di decine di migliaia di morti, in maggioranza donne e bambini, e di milioni di sfollati interni costretti a vivere in accampamenti sovraffollati.

È in questo contesto che la tregua esplode nella sua vera natura: una pausa nell’uso massiccio delle bombe, accompagnata da un proseguimento delle violenze strutturali. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari – dal carburante alle attrezzature mediche, dai depuratori ai vestiti invernali – trasforma la fame, la sete, le malattie in nuove armi di guerra. Gli organismi umanitari avvertono da mesi che la popolazione del nord di Gaza è a rischio imminente di morire per fame, malattie e violenza combinati.

Oxfam e altre ONG hanno denunciato con chiarezza che il blocco degli aiuti viola il diritto internazionale umanitario e configura una responsabilità diretta di chi ostacola l’accesso a cibo, acqua e cure. Ma queste parole raramente arrivano al grande pubblico: non “fanno notizia” quanto il balletto diplomatico sui negoziati, i rimpalli di dichiarazioni tra governi occidentali e governo israeliano.

Nel frattempo, frammenti di report indipendenti parlano di “futuricidio”: non solo la distruzione di vite, ma l’annientamento sistematico delle condizioni minime perché un popolo possa immaginare un futuro sulla propria terra.

La Cisgiordania nell’ombra: annessione strisciante e violenza di coloni

Mentre Gaza monopolizzava il poco spazio rimasto nei media, in Cisgiordania si è consumata una tragedia parallela, spesso relegata a note a piè di pagina. Dal 2023 in avanti, i dati dell’Ufficio ONU per gli Affari Umanitari raccontano di una escalation costante di violenza dei coloni, di operazioni militari nei campi profughi, di comunità intere costrette allo sfollamento. Migliaia di palestinesi, tra cui moltissimi bambini, sono stati cacciati dalle loro case e terre a causa degli attacchi dei coloni e delle restrizioni imposte dall’esercito israeliano.

In parallelo, il governo israeliano ha accelerato l’espansione delle colonie. Un rapporto dell’Unione Europea segnala che nel solo 2024 sono stati avanzati quasi 29.000 nuovi alloggi nei territori occupati, consolidando una presenza coloniale che supera ormai i 730.000 coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nel 2025, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato la legalizzazione e la creazione di 22 nuovi insediamenti, il più grande salto in avanti nel progetto di colonizzazione dalla stagione degli accordi di Oslo.

È qui che si comprende il vero “uso politico” del cessate il fuoco: mentre l’opinione pubblica viene persuasa che la fase di emergenza è alle spalle, sul terreno si consolidano fatti compiuti irreversibili. Terreni confiscati, comunità spezzate da strade di collegamento per i coloni, avamposti improvvisati che in pochi mesi diventano “quartieri” destinati a essere integrati nello Stato israeliano. L’annessione de facto procede pezzo per pezzo, sotto l’ombrello di un diritto internazionale continuamente invocato e regolarmente violato.

La complicità dei “garanti” dell’ordine internazionale

Tutto questo non avviene nel vuoto. I governi occidentali che si presentano come custodi dell’ordine liberale globale continuano a garantire al governo israeliano appoggio politico, copertura diplomatica e forniture di armi. Solo a fronte delle denunce più gravi – come le valutazioni degli organi ONU secondo cui esiste un rischio plausibile di genocidio nelle operazioni condotte a Gaza – alcune capitali europee hanno iniziato a parlare, timidamente, di revisione degli accordi e di possibili sospensioni.

Oxfam ha ricordato più volte che, finché accordi commerciali preferenziali e vendite di armamenti proseguiranno come se nulla fosse, l’Unione Europea e i suoi Stati membri si renderanno complici delle violazioni del diritto internazionale umanitario.

Il copione è noto: dichiarazioni di “profonda preoccupazione”, appelli alla “moderazione delle parti”, richiami verdi alle “indagini indipendenti”, mentre sul terreno si consuma una politica di espulsione e frammentazione del popolo palestinese pensata da anni. L’ipocrisia è tutta qui: si proclama la centralità dell’ordine giuridico internazionale, ma quando una delle potenze alleate viene accusata di crimini gravissimi, l’ordine si trasforma in foglia di fico.

La libertà come memoria: contro il genocidio dell’oblio

Lo storico Yosef Hayim Yerushalmi ricordava che la libertà si fonda sulla memoria. Dimenticare – o far dimenticare – un genocidio in corso significa accettarne la continuazione. Nel caso palestinese, la rimozione non è un effetto collaterale: è parte integrante della strategia. Tagliare la connessione tra ciò che accade sul terreno e la coscienza delle persone è oggi una funzione centrale tanto dei media mainstream quanto delle piattaforme digitali.

Resistere a questo processo significa assumere la memoria come pratica politica. Vuol dire rifiutare la narrazione tranquillizzante del “dopo la guerra”, continuare a nominare Gaza come ciò che è: non un disastro naturale, ma il prodotto di scelte militari e politiche precise; non un “conflitto simmetrico”, ma l’esito di decenni di occupazione, colonizzazione e apartheid.

È qui che entra in gioco la responsabilità dei movimenti, dei collettivi, dei sindacati, delle comunità studentesche, delle realtà culturali e dei media indipendenti. Tenere viva la questione palestinese non è un gesto di solidarietà astratta, ma un atto di difesa del diritto internazionale e della stessa idea di democrazia. Significa:
• sostenere le inchieste indipendenti e le azioni giudiziarie internazionali
• documentare, archiviare, tradurre testimonianze e rapporti dal campo
• smontare la propaganda che equipara ogni critica a Israele all’antisemitismo
• esercitare pressione politica concreta, dalla sospensione degli accordi militari ai boicottaggi economici e accademici.

Il cessate il fuoco, in questa prospettiva, non è la fine della storia ma il momento in cui si decide se il genocidio verrà archiviato come “tragico eccesso” o riconosciuto per ciò che è, chiamando per nome i responsabili.

O si sta dalla parte del diritto, o dalla parte dell’oblio

La rimozione del genocidio palestinese dal discorso pubblico, dopo la tregua, è un test di civiltà globale. Non è solo la misura della potenza militare di Israele o della fragilità del popolo palestinese. È lo specchio della crisi morale e politica dell’Occidente, che preferisce silenziare la realtà piuttosto che mettere in discussione i propri alleati e il proprio ruolo.

In gioco non c’è solo il destino di Gaza o della Cisgiordania. C’è la credibilità di parole come “diritti umani”, “ordine internazionale”, “mai più”, svuotate ogni giorno in cui si accetta che un popolo venga schiacciato sotto le macerie – fisiche e simboliche – nel silenzio quasi generale.

Opporsi all’oblio programmato significa prendere posizione. Non esiste neutralità possibile: o si sta dalla parte del diritto, della memoria e della giustizia, o si finisce, per inerzia, dalla parte di chi conta sui nostri occhi rivolti altrove.

Addio, transizione ecologica: a Bruxelles il PPE sceglie i padroni contro il pianeta

La scena è questa: a Bruxelles il Parlamento europeo vota il pacchetto Omnibus I, presentato dalla Commissione come “semplificazione” delle norme su reporting di sostenibilità e due diligence delle imprese. In realtà si tratta di un vero e proprio svuotamento del corpo centrale del Green Deal: la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). A guidare l’operazione è il Partito popolare europeo, che abbandona la “maggioranza Ursula” e costruisce un nuovo blocco con l’estrema destra: ECR, Patrioti (con Lega, Le Pen e Orbán) e il gruppo delle “nazioni sovrane”, legato all’AfD tedesca.

Il risultato è noto: 382 voti a favore, 249 contrari, 13 astenuti. Numeri che descrivono non una “semplificazione tecnica”, ma uno spostamento politico netto a destra su uno dei terreni chiave del conflitto contemporaneo: chi paga il costo della crisi climatica e delle violazioni dei diritti lungo le catene globali del valore.

Un Green Deal svuotato dall’interno

La narrazione ufficiale parla di “riduzione degli oneri amministrativi”, “fine della burocrazia europea”, “ritorno del buonsenso”, come ha esultato il leader del PPE Manfred Weber. Ma, letta nel merito, la decisione del Parlamento è una severa resa alle pressioni delle grandi lobby industriali ed energetiche, che da mesi incalzano per annacquare le norme su trasparenza, responsabilità nelle filiere e piani di transizione climatica.

Cosa cambia concretamente?

• La soglia di applicazione degli obblighi di reporting e due diligence viene alzata a livelli tali da escludere la stragrande maggioranza delle imprese. Per il reporting di sostenibilità, saranno obbligate solo le aziende con più di 1.750 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato; per la due diligence, solo colossi con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato.

• Sparisce l’obbligo per le imprese di predisporre un piano di transizione compatibile con l’Accordo di Parigi: cancellata, di fatto, la pretesa che il modello di business sia coerente con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale.

• Viene meno l’obbligo di chiedere informazioni sulla sostenibilità lungo l’intera filiera: le catene di subappalti e fornitori – spesso quelle dove si annidano lavoro minorile, sfruttamento e deforestazione – tornano nell’ombra, ridotte a un livello di “informazione minima” e, in molti casi, puramente volontaria.

• Le responsabilità giuridiche vengono riportate a livello nazionale, indebolendo l’idea stessa di un quadro vincolante europeo, proprio mentre Nazioni Unite, esperti indipendenti e oltre 150 organizzazioni della società civile chiedevano di non riaprire al ribasso la legislazione conquistata con fatica negli ultimi anni.

Il messaggio è chiaro: l’Europa che si presentava come avanguardia della transizione ecologica decide di blindare lo spazio di manovra delle grandi multinazionali, scaricando ancora una volta costi sociali e ambientali su lavoratori, comunità e paesi del Sud globale.

Il ruolo del PPE: partito di sistema o partito di blocco sociale?

Il dato politico più grave è la scelta del PPE di costruire in modo esplicito una maggioranza alternativa stabile a destra. Come hanno sottolineato varie analisi a caldo, la stessa giornata di voto racconta un doppio movimento: da un lato, il PPE approva con la piattaforma “pro-europea” (socialisti, liberali, verdi) il target di riduzione delle emissioni del 90% al 2040; dall’altro, usa la stessa forza numerica per smontare gli strumenti che dovrebbero rendere credibile e socialmente giusta quella transizione.

È una schizofrenia solo apparente. In realtà, la linea è coerente con la strategia di Weber: dietro il racconto di un centro “responsabile” che tiene insieme ambiente e competitività, il PPE decide che i costi del cambiamento non devono toccare troppo profondamente il potere delle grandi imprese. I target climatici a lungo termine restano, purché siano sterilizzati gli strumenti che potrebbero trasformarli in vincoli concreti su governance aziendale, investimenti, scelta dei fornitori, rapporti con i territori.

La costruzione di una maggioranza con l’estrema destra, a partire da italiani e francesi, non è un incidente tattico ma un salto di qualità: legittima come “alleato di governo” un blocco politico che nega sistematicamente la crisi climatica o la riduce a una guerra ideologica contro i “burocrati di Bruxelles” e gli “ambientalisti radical chic”. E manda un messaggio ai governi: la bussola non è più il compromesso europeista tra famiglie tradizionali, ma l’asse tra conservatorismo di mercato e nazionalismo reazionario.

Socialisti prigionieri, opposizioni isolate

In questo quadro, la posizione dei socialisti europei rivela tutta la crisi del campo progressista. Il gruppo S&D ha votato compatto contro il testo finale, con parole durissime sul rischio di trasformare la due diligence in una foglia di fico, capace solo di coprire l’agenda delle destre e degli interessi più forti. Ma questa presa di posizione si ferma a metà strada: non arriva a dichiarare finita la maggioranza Ursula, né a porre un ultimatum politico al PPE.

La conseguenza è una schizofrenia speculare a quella dei popolari. I socialisti denunciano – a ragione – di non voler essere ridotti a “foglia di fico” per un programma di estrema destra, ma continuano a tenere in piedi l’architettura che permette a quel programma di affermarsi e normalizzarsi, nel nome della “governabilità” europea.

Le forze di sinistra e i verdi più coerenti finiscono così isolate: sufficienti a segnare il dissenso, insufficienti per ribaltare i rapporti di forza. E mentre l’asse PPE–estrema destra costruisce una propria agenda comune su clima, bilancio pluriennale e agricoltura, la cosiddetta “maggioranza europeista” si rivela sempre più una formula vuota, buona per i comunicati stampa ma incapace di difendere davvero il terreno conquistato sulle politiche climatiche e sociali.

La retorica contro la “burocrazia” come arma di classe

Dietro tutte le parole d’ordine usate per giustificare il voto – “semplificazione”, “fine della burocrazia”, “alleggerimento per le PMI” – si intravede la vecchia logica dell’Europa delle imprese: quando si tratta di imporre vincoli di bilancio agli Stati, tagliare welfare, precarizzare il lavoro, nessuno parla di eccesso di burocrazia; quando invece si prova, sia pure timidamente, a chiedere alle multinazionali trasparenza e responsabilità sulle proprie catene del valore, improvvisamente le norme diventano “insostenibili”, “pesanti”, “nemiche della competitività”.

Gli stessi organismi internazionali che hanno applaudito alla CSDDD e al rafforzamento del quadro europeo sui diritti umani e ambientali, dalle Nazioni Unite alle reti di giuristi e ONG, avevano messo nero su bianco il rischio di un arretramento grave se il pacchetto Omnibus fosse stato utilizzato come cavallo di Troia per riaprire norme già concordate. È esattamente ciò che è accaduto.

Il voto di Bruxelles manda dunque un messaggio pericoloso anche fuori dall’Europa: la stessa Unione che chiede agli altri di rispettare lo Stato di diritto, i diritti umani, gli impegni climatici, si dimostra pronta a rinegoziare al ribasso i propri standard quando sono in gioco i margini di profitto di alcune filiere strategiche, dall’energia alle materie prime.

Le vittime invisibili: lavoratori, comunità, Sud globale

Il vero “alleggerimento”, in questa storia, non riguarda la carta che si risparmia negli uffici delle grandi aziende. Riguarda il carico che continua a schiacciare milioni di lavoratori e lavoratrici lungo le filiere globali: chi estrae materie prime in miniere insicure, chi lavora nei campi in condizioni semi-schiavistiche, chi cuce vestiti o assembla componenti elettronici per salari da fame.

Indebolire gli obblighi di due diligence significa rendere più difficile documentare e perseguire lo sfruttamento, la violenza, la distruzione ambientale. Significa togliere strumenti a comunità e sindacati che cercano di far valere i propri diritti di fronte a colossi transnazionali. Significa, in definitiva, trasferire ricchezza dal basso verso l’alto: meno vincoli per chi inquina e sfrutta, più costi sociali e sanitari per chi subisce le conseguenze della crisi climatica, dalla siccità alle alluvioni.

Non è un caso che molte imprese responsabili, università e centri di ricerca abbiano firmato appelli per difendere un quadro robusto di regole: la deregolamentazione non premia “il mercato” in astratto, ma un tipo preciso di impresa, quella che basa il proprio vantaggio competitivo sulla compressione dei diritti e sull’esternalizzazione dei danni.

Ricostruire un fronte sociale ed ecologista europeo

Il voto del Parlamento europeo sull’Omnibus I non è solo un passaggio tecnico in un dossier complesso. È un campanello d’allarme politico. Dice che il cuore del progetto europeista – l’idea di un mercato interno regolato da diritti, standard sociali e ambientali comuni – è sotto attacco da una nuova alleanza tra conservatorismo di mercato e nazionalismo reazionario, con il PPE nel ruolo di perno.

Rispondere a questa svolta significa abbandonare ogni illusione di “normalità” istituzionale. Servono tre movimenti, almeno.

Primo: rompere la retorica tossica che contrappone ambiente e lavoro. Le direttive su reporting e due diligence non sono un capriccio di tecnocrati, ma strumenti minimi per impedire che la transizione ecologica si traduca in una semplice ristrutturazione dei profitti a favore di pochi.

Secondo: costruire un’alleanza larga tra movimenti climatici, sindacati, associazioni dei consumatori, reti contadine e realtà del Sud globale, capace di fare pressione non solo su Bruxelles, ma anche sui governi nazionali chiamati ora a negoziare la versione finale delle norme.

Terzo: obbligare le forze che si definiscono progressiste a scegliere da che parte stare. Non basta votare contro in aula se poi si continua a garantire, per ragioni di equilibrio interno, la sopravvivenza di un sistema di potere che ha deciso di sacrificare la transizione ecologica sull’altare della competitività delle multinazionali.

Il voto di ieri dice “addio” alla transizione ecologica come progetto strutturale di trasformazione dell’economia. Ma nulla impedisce che da questo arretramento nasca una nuova consapevolezza: o la transizione è giusta, sociale, democratica, vincolante per chi inquina e sfrutta, oppure sarà solo un’ennesima operazione di marketing politico. A beneficio, ancora una volta, dei soliti noti.

Fonti e approfondimenti

Parlamento europeo, “Sustainability reporting and due diligence: MEPs back simplification changes” (comunicato stampa, 13 novembre 2025): https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20251106IPR31296/sustainability-reporting-and-due-diligence-meps-back-simplification-changes Parlamento europeo, “MEPs to vote on simplified sustainability and due diligence rules in November” (22 ottobre 2025, contesto su Omnibus I): https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20251016IPR30956/meps-to-vote-on-simplified-sustainability-and-due-diligence-rules-in-november Consiglio dell’Unione europea, “Simplification: Council agrees position on sustainability reporting and due diligence requirements to boost EU competitiveness” (23 giugno 2025): https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2025/06/23/simplification-council-agrees-position-on-sustainability-reporting-and-due-diligence-requirements-to-boost-eu-competitiveness/ Frank Bold, “EPP sides with the far-right to gut the EU’s sustainability framework in the Omnibus I vote” (analisi critica sul ruolo del PPE e delle destre): https://en.frankbold.org/news/epp-sides-with-the-far-right-to-gut-the-eus-sustainability-framework-in-the-omnibus-i-vote Business & Human Rights Resource Centre, “EU Parliament adopts Omnibus I position for trilogue negotiations, limiting scope & removing mandatory climate transition plans”: https://www.business-humanrights.org/en/latest-news/eu-parliament-adopts-omnibus-i-position-for-trilogue-negotiations-limiting-scope-removing-mandatory-climate-transition-plans/ ESG Today, “EU Parliament Votes to Slash Corporate Sustainability Reporting, Due Diligence Requirements”: https://www.esgtoday.com/eu-parliament-votes-to-slash-corporate-sustainability-reporting-due-diligence-requirements/ Green Central Banking, “EU omnibus: MEPs vote to slash sustainable reporting requirements”: https://greencentralbanking.com/2025/11/13/eu-omnibus-meps-vote-to-slash-sustainable-reporting-requirements/ Courthouse News, “Right notches victory as EU votes to gut corporate sustainability rules”: https://www.courthousenews.com/right-notches-victory-as-eu-votes-to-gut-corporate-sustainability-rules/ CSO Futures, “European Parliament adopts Omnibus package that further dilutes CSDDD”: https://www.csofutures.com/news/european-parliament-adopts-omnibus-package-that-further-dilutes-csddd/ Eunews, “Centre or right, the EPP calls the shots in the European Parliament: yes to 2040 climate target, no to due diligence”: https://www.eunews.it/en/2025/11/13/centre-or-right-the-epp-calls-the-shots-in-the-european-parliament-yes-to-2040-climate-target-no-to-due-diligence/ EcoVadis Blog, “The EU’s Omnibus Saga Enters a New Phase of Uncertainty” (ricostruzione complessiva su soglie, tempistiche e compromessi): https://ecovadis.com/blog/the-eus-omnibus-saga-enters-a-new-phase-of-uncertainty/

Turisti dell’orrore. La storia che l’Italia ha nascosto sotto il tappeto

Ci sono vicende che non appartengono solo alla cronaca giudiziaria, ma alla tenuta etica di un Paese. L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” che, negli anni dell’assedio di Sarajevo, avrebbero pagato per andare a sparare sui civili è una di queste. Non riguarda soltanto la guerra nei Balcani, né soltanto i paramilitari serbo-bosniaci, né soltanto le oltre 11 mila vittime della città assediata tra il 1992 e il 1996: riguarda direttamente l’Italia. Se le ricostruzioni saranno confermate, significa che da città italiane partivano uomini facoltosi, ben inseriti, con reputazione pubblica, qualcuno legato al mondo dell’imprenditoria e delle cliniche private, altri appassionati di armi, che nel fine settimana raggiungevano le colline sopra Sarajevo per partecipare alla caccia all’uomo e poi rientravano nella normalità delle loro vite. Come se nulla fosse accaduto.

Il punto di snodo è l’esposto dello scrittore milanese Ezio Gavazzeni, classe 1959, che ha raccolto documenti, testimonianze e corrispondenze con una fonte dell’intelligence bosniaca dell’epoca. Gavazzeni ha spiegato di aver seguito questa vicenda per pura ricerca di verità, dopo aver letto, già negli anni Novanta, gli articoli che accennavano al fenomeno dei “tiratori turistici” e, più di recente, dopo aver visto il documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, che nel 2022 ha riportato alla luce il tema degli stranieri paganti accompagnati dai serbi a sparare sui civili. Da lì è partita una ricostruzione più sistematica: richieste a fonti bosniache e italiane, contatti con ex agenti, recupero di materiali che hanno portato alla presentazione di un esposto di 17 pagine, solo una parte di ciò che – a detta dello scrittore – è effettivamente noto.

Il quadro che emerge è ancora più grave perché mostra una dimensione sociale precisa. Non si trattava soltanto di ricchi annoiati. Molti di quei “clienti” provenivano da ambienti dove si incrociano il culto dell’arma, il collezionismo militare, la frequentazione di poligoni e fiere di militaria, e segmenti dell’estrema destra europea di quegli anni, spesso simpatetica verso la causa serbo-bosniaca. Una zona grigia che univa disponibilità economica, nostalgia paramilitare, feticismo bellico e relazioni nei Balcani. La guerra di Bosnia, con la sua opacità e con la presenza di strutture militari e di intelligence serbe, venne percepita da questi soggetti come il luogo dove “giocare alla guerra vera”, al riparo da conseguenze immediate. La copertura venatoria – gruppi che partivano dall’Italia con la scusa della caccia – serviva proprio a questo: far passare senza sospetti persone che poi venivano accompagnate in quota per sparare sui civili. Un meccanismo che, nelle testimonianze raccolte, è attribuito anche alla protezione e all’organizzazione dei servizi di sicurezza serbi.

Secondo quanto riportato dalla fonte bosniaca sentita da Gavazzeni, alla fine del 1993 l’intelligence di Sarajevo aveva avvisato la locale sezione del Sismi italiano della presenza di almeno cinque italiani sulle colline attorno alla città, accompagnati per sparare sui civili. Non solo: la stessa fonte sostiene che i servizi bosniaci condivisero nel 1994 con il Sismi informazioni più ampie su “gruppi turistici di cecchini-cacciatori” che partivano da Trieste. La risposta italiana, sempre secondo tale ricostruzione, fu che la partenza di questi safari della morte era stata individuata e interrotta. Se così è stato, deve esistere un faldone nei nostri archivi di intelligence. Il fatto che a distanza di trent’anni quel faldone non sia ancora emerso è, di per sé, un fatto grave.

Un ulteriore elemento di ferocia è il cosiddetto “tariffario dell’orrore”: nelle deposizioni e nelle segnalazioni riportate all’autorità giudiziaria si parla di prezzi diversi per tipologia di vittima. I bambini “costavano” di più, gli uomini in divisa erano ritenuti bersagli migliori, le donne stavano più in basso nella scala e gli anziani potevano essere uccisi gratis. È la mercificazione totale della vita umana, la trasformazione di una capitale europea assediata in un parco macabro dove chi ha denaro può comprare il diritto di togliere la vita. Tutto questo mentre l’Europa occidentale era impegnata nei suoi percorsi di integrazione e mentre l’Italia contribuiva alle missioni internazionali in Bosnia.

L’indagine della Procura di Milano, coordinata dal procuratore Marcello Viola e affidata al pm Alessandro Gobbis, ha deciso di acquisire gli atti del Tribunale penale internazionale dell’Aia per l’ex Jugoslavia proprio per incrociare quanto emerso in sede bosniaca e internazionale con i nuovi elementi italiani. Tra i testi che saranno ascoltati ci sarà anche l’ex agente dell’intelligence bosniaca indicato nell’esposto. La presenza accanto a Gavazzeni degli avvocati Nicola Brigida e, soprattutto, dell’ex giudice milanese Guido Salvini – magistrato noto per le indagini sulle stragi e sui depistaggi – è un ulteriore segnale della solidità con cui si intende sostenere l’impianto accusatorio.

Il profilo dei presunti autori di questi “weekend delittuosi” è ciò che rende la vicenda così disturbante: persone con reputazione, con posizione sociale, con attività economiche floride, in alcuni casi legate a settori professionali di alto livello, che dopo aver sparato sui civili rientravano in Italia e continuavano a essere considerate cittadini rispettabili. La società che li circondava non vedeva, o faceva finta di non vedere. È la forma più subdola dell’indifferenza del male: l’idea di poter fare Dio per qualche ora e poi rientrare nella comunità senza pagare alcun prezzo.

Da questa storia emerge anche un tassello che spesso viene rimosso: l’incrocio tra violenza politica della destra radicale europea post-Guerra fredda e conflitto balcanico. In quegli anni non mancavano correnti della destra neofascista e nazionalista che guardavano con simpatia ai serbo-bosniaci, costruendo reti, viaggi, contatti e circoli di sostegno. In quelle stesse reti circolavano collezionisti d’armi, ex militari, nostalgici delle formazioni paramilitari, persone abituate a muoversi in ambienti di frontiera. È plausibile che proprio da lì siano passati alcuni dei nomi che oggi si cercano. Non è dunque un episodio isolato, ma il prodotto di un humus culturale e politico che ha tollerato l’idea della guerra come “esperienza da vivere”.

In questo quadro, la posizione delle autorità bosniache è netta: il console bosniaco a Milano ha assicurato piena collaborazione e ha parlato di urgenza nel chiudere i conti con un episodio “così crudele”. È la conferma che la memoria di Sarajevo non si è spenta. La città che ha conosciuto il fuoco dei cecchini ogni giorno non può accettare che chi ha partecipato a quell’assedio per divertimento resti senza nome e senza pena.

Resta infine il tema più attuale: se una tale forma di “turismo di guerra” è stata possibile negli anni Novanta in Europa, può esserlo anche oggi in altri teatri di conflitto. Esistono denaro, contatti, compagnie di sicurezza, tratte militari coperte; esiste un mercato globale dell’arma e dell’addestramento; esistono, soprattutto, persone disposte a pagare per la violenza. L’unico modo per spezzare questa catena è dimostrare che il tempo non cancella la responsabilità e che l’impunità non è garantita neppure dopo trent’anni. Individuare, processare e condannare chi ha pagato per uccidere civili inermi non è un atto simbolico: è la condizione minima perché una società europea possa ancora chiamarsi tale. Chi ha trasformato Sarajevo in un tiro a segno deve rispondere davanti alla giustizia e deve farlo con le pene più severe previste dall’ordinamento, senza attenuanti e senza indulgenze. La memoria delle vittime e la dignità del Paese lo esigono.

Silenziare la storia. Perché il caso D’Orsi a Torino è uno strappo costituzionale (e perché il licenziamento di Nunziati lo conferma)

Torino, novembre 2025. Un professore emerito, uno storico noto e riconosciuto, invitato a parlare di russofobia e narrazioni di guerra, viene zittito non da una contestazione pubblica, non da un confronto di idee, ma da una decisione politico-amministrativa presa a monte, su pressione di una vicepresidente del Parlamento europeo e di alcune sigle militanti sul fronte ucraino. È questo, in estrema sintesi, ciò che è accaduto al professor Angelo d’Orsi: il Polo del ’900 ha annullato la conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista per il 12 novembre, dopo la richiesta pubblica di Pina Picierno, che ha poi ringraziato il sindaco di Torino per avere obbedito. È tutto scritto nei resoconti di queste ore. E il punto sta proprio qui: non siamo davanti a una normale polemica culturale, ma a un precedente grave, perché introduce un criterio politico-ideologico di ammissibilità della parola pubblica. E questo, in una Repubblica fondata su eguaglianza e libertà di manifestazione del pensiero, non è compatibile con la Costituzione.

Il fatto nudo è chiarissimo. C’è un evento regolarmente programmato in uno spazio pubblico della memoria e della cultura torinese. C’è un relatore che non è affatto un marginale, ma uno studioso con una bibliografia sterminata, allievo di Norberto Bobbio, voce ascoltata nella vita civile della città. C’è un tema delicato, quello della russofobia, che oggi spacca l’opinione pubblica europea perché tocca la guerra in Ucraina, le sanzioni, l’informazione di guerra. E c’è un intervento politico che, definendo in anticipo l’incontro “evento di propaganda putiniana”, lo fa saltare prima ancora che si svolga, trasformando un sospetto ideologico in motivo di censura preventiva.

Ora, se togliamo la patina di attualità, quello che resta è un meccanismo antichissimo: qualcuno decide che un’idea è pericolosa e invece di criticarla la elimina. Ma la nostra Carta, che nasce dalle ferite del fascismo, ha scelto consapevolmente l’altra strada. L’ha scelta all’articolo 21, quando ha detto che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la censura non è ammessa. L’ha scelta all’articolo 3, quando ha impegnato la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Qui è successo il contrario: un potere pubblico, per ragioni di opportunità politico-diplomatica, ha creato l’ostacolo.

Chi prova a minimizzare dirà: nessuno ha vietato a d’Orsi di parlare, può farlo altrove. Ma è un argomento fragile. Perché ciò che è stato impedito non è la parola in astratto, è l’accesso a uno spazio pubblico istituzionale. È il riconoscimento pubblico, è la possibilità di confrontarsi in una casa comune della cultura torinese. Quando si toglie questo, non si sta più discutendo di opinioni, si sta graduando la cittadinanza culturale. Alcune voci sì, altre no. Alcuni intellettuali “sicuri”, altri “sospetti”. E ogni volta che un’amministrazione sceglie in base all’allineamento geopolitico e non in base alla qualità del dibattito, mette lo Stato sul piano inclinato della discriminazione politica. È esattamente ciò che l’articolo 3 vieta: trattare in modo diverso i cittadini per ragioni non ragionevoli.

Ed è qui che il caso d’Orsi e il caso del giovane giornalista Gabriele Nunziati, cacciato dall’Agenzia Nova per una domanda legittima alla portavoce della Commissione europea, diventano le due facce della stessa regressione democratica. A Torino si vieta a uno storico di discutere pubblicamente la russofobia perché tema sgradito a una rappresentante europea. A Bruxelles si interrompe la collaborazione con un cronista perché ha osato chiedere se, con lo stesso criterio applicato alla Russia, anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza. In un caso si colpisce la parola prima che venga pronunciata. Nell’altro si punisce la parola perché è stata pronunciata.

Il meccanismo è identico: l’informazione e la cultura sono ammesse solo se non mettono in imbarazzo la linea politico-diplomatica prevalente. Nel primo caso è la linea atlantista sulla guerra in Ucraina, nel secondo è la linea euro-israeliana sul conflitto in Palestina. Chi prova a mostrare la contraddizione interna a queste linee viene messo ai margini, escluso dal palco o dal posto di lavoro. È la stessa logica del discorso sorvegliato.

C’è poi un altro elemento che inquieta. L’intervento decisivo, tanto nel caso d’Orsi quanto in quello di Nunziati, non è venuto da un organismo di sicurezza nazionale, da un’autorità giudiziaria, da una commissione che abbia valutato rischi concreti. È venuto da pressione politica (nel caso d’Orsi) e da una scelta editoriale conformista (nel caso del giornalista). Cioè da soggetti che non hanno il compito di limitare la libertà di espressione, ma che se lo sono presi lo stesso, perché hanno intuito che in questa fase storica è conveniente allinearsi e sconveniente aprire spazi di discussione.

È la stessa dinamica vista con artisti e musicisti russi all’indomani dell’invasione: bastava l’accusa generica di “propaganda” perché scattasse l’esclusione. È una forma aggiornata di maccartismo russofobo, che ha già mostrato in Italia quanto sia facile colpire giornalisti, studiosi, persino associazioni che chiedono solo di discutere pubblicamente le cause e gli effetti del conflitto. Il risultato è un clima: ci sono temi che non si toccano, tesi che non si formulano, libri che non si presentano. E chi lo fa viene delegittimato e, quando va male, cancellato dal cartellone o dal contratto di collaborazione.

Dentro questo quadro va inserita anche la “stampa sotto attacco”. Perché nello stesso arco temporale in cui a Torino si spegne un microfono e a Bruxelles si caccia un cronista, nella Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati uccisi oltre 260 giornalisti, cameraman e fotografi palestinesi, e non solo, che stavano solo facendo il lavoro che il sistema europeo oggi rende difficilissimo: raccontare ciò che non torna, ciò che incrina la narrazione ufficiale, ciò che mostra la sproporzione della forza. Se a sud del Mediterraneo si eliminano fisicamente i testimoni e a nord del Mediterraneo si puniscono quelli che fanno domande scomode, il messaggio che passa è unico: su certe guerre non si indaga, si ripete quanto calato dalle veline del potere.

Questo clima è pericoloso almeno per tre ragioni.

Primo, perché introduce la censura preventiva, che è esattamente ciò che i costituenti non volevano più vedere dopo il ventennio. Nel caso d’Orsi non si è aspettato di ascoltare la conferenza per eventualmente criticarla: la si è vietata a monte. Nel caso di Nunziati non si è neppure discusso sul merito della domanda: si è deciso che era “fuori luogo”. In entrambi i casi si rovescia la logica liberale e costituzionale, secondo cui si parla sempre, e solo dopo, se ci sono reati o apologie vietate, interviene la legge.

Secondo, perché trasforma il dissenso sulla guerra in un indicatore di lealtà all’Occidente. Se critichi la russofobia istituzionale vieni assimilato alla propaganda putiniana. Se chiedi se Israele deve pagare per le distruzioni a Gaza vieni assimilato alla propaganda filopalestinese. È una semplificazione brutale ma funziona benissimo nella polarizzazione odierna, e proprio per questo è pericolosa: perché spinge amministrazioni, istituti culturali e redazioni a tutelarsi censurando il pluralismo.

Terzo, perché legittima le interferenze di soggetti esterni sul governo della cultura e dell’informazione. Che un’associazione ucraina, o una sigla militante, faccia pressione è nella natura del conflitto politico. Che un’istituzione pubblica ceda subito, o che un’agenzia giornalistica scarichi un collaboratore per compiacere il clima istituzionale, è ciò che non dovrebbe accadere. Qui invece è accaduto. E quando accade una volta, diventa più facile farlo la seconda.

La cosa più amara, e lo dice lo stesso d’Orsi nella sua replica, è che difficilmente arriveranno scuse ufficiali, prese di posizione forti, correzioni di rotta. Perché una volta che si è accettata l’idea che esista una linea di governo del discorso pubblico sulla Russia e sulla guerra, o sulla Palestina e sulla ricostruzione di Gaza, chi se ne discosta è automaticamente marginalizzato. Ma se passa questo principio, domani potrà essere usato per altro: Cina, Venezuela, politiche sociali, persino contestazioni interne al Paese. È così che cominciano le derive autoritarie nelle democrazie: non con una legge-bavaglio generale, ma con tanti piccoli silenziamenti “giustificati”, presentati come atti di responsabilità.

Il punto, allora, non è difendere un professore perché è di sinistra o perché ha studiato Gramsci, né un giovane giornalista perché “precario”. Il punto è difendere il diritto di qualsiasi cittadino colto e di qualsiasi cronista di porre domande scomode in uno spazio pubblico. Se oggi lo si vieta perché “filorusso”, domani lo si potrà vietare perché “filo venezuelano, dopodomani perché “filosociale” in tempo di austerità. È un pendio scivoloso che va fermato adesso.

Per fermarlo occorre ripartire dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. La lettera dice che la libertà di manifestazione del pensiero è di tutti e non è soggetta ad autorizzazioni. Lo spirito dice che lo Stato deve ampliare, non restringere, gli spazi di discussione, soprattutto quando la politica estera e militare diventa tema caldo. Se gli enti culturali pubblici, invece di essere luoghi del pluralismo, diventano filtri del consenso atlantico, e se le agenzie di stampa invece di proteggere la libertà di domanda la puniscono, allora significa che il patto costituzionale è stato incrinato.

Questo è il messaggio più grave che arriva da Torino e da Bruxelles. Non riguarda solo Angelo d’Orsi. Non riguarda solo Gabriele Nunziati. Riguarda ogni cittadino che vuole ancora vivere in una Repubblica dove prima si parla e poi, semmai, si contesta. Qui è successo l’opposto. Ed è per questo che va detto con chiarezza: cancellare una conferenza scomoda su pressione politica e licenziare un cronista per una domanda legittima sono atti di discriminazione e di regressione democratica. E vanno denunciati adesso, finché è ancora possibile farlo senza dover chiedere il permesso.

La tassa che non c’è e i privilegi che restano. Come la destra ha trasformato la patrimoniale in un fantasma utile

“Patrimoniale. Mai”. Il titolo l’ha fatto la premier sui social e la stampa l’ha rilanciato quasi all’unisono: giornali di destra che applaudono, testate mainstream che mettono in scena lo scontro “Meloni (responsabile) vs Schlein (tassatrice)”, spazio minimo per spiegare da dove arrivino i 26 miliardi evocati dalla Cgil e zero analisi su chi paga davvero le tasse in Italia. Il risultato è un frame perfetto: la patrimoniale non c’è, non è all’ordine del giorno, ma va comunque esorcizzata. È la solita operazione di distrazione: si prende una proposta limitata ai grandi patrimoni e la si fa passare per un attacco al “risparmio degli italiani”, cioè alla casa di abitazione e al conto da poche decine di migliaia di euro. 

Che cos’è, invece, la proposta effettiva? Non riguarda tutti, non riguarda i ceti medi fragili, non riguarda chi ha solo la prima casa. Riguarda l’1% al vertice: circa 500 mila persone che possiedono più di 2 milioni di euro di patrimonio. A questo segmento, la Cgil propone di applicare un contributo di solidarietà dell’1% (in alcune versioni 1,3%) e calcola un gettito potenziale di circa 26 miliardi. Il numero non è magico: si ricava dal fatto che l’1% più ricco, in un paese dove le famiglie hanno 11.286 miliardi di ricchezza netta, controlla una massa stimata attorno ai 2.600 miliardi. L’1% di 2.600 miliardi fa appunto 26 miliardi. Quindi: 26 miliardi non li prendi dai 60-70 miliardari in stile Forbes, che tutti insieme hanno “solo” poco più di 300 miliardi e darebbero al massimo 3 miliardi con un prelievo dell’1%; li prendi dal blocco più ampio dei grandi patrimonializzati, quello sopra i 2 milioni. È questo che la propaganda salta, perché dire “lo pagano i ricchi veri” non spaventa nessuno. 

C’è poi il secondo numero, quello che i giornali hanno messo in fondo o non hanno messo affatto. La Relazione annuale del Mef sull’economia non osservata mostra che l’evasione e l’elusione fiscali sono tornate sopra i 100 miliardi; incrociando queste stime con altre componenti del sommerso e con le mancate entrate contributive, la forchetta reale si avvicina molto ai 110-120 miliardi annui. Vale a dire: ogni anno in Italia sparisce una cifra pari a quattro o cinque volte la famosa patrimoniale “dei comunisti”. Eppure il fuoco non è lì. Il racconto pubblico non è “facciamo pagare chi evade”, ma “difendiamo i patrimoni da una sinistra tassatrice”. È un rovesciamento molto conveniente. 

È su questo terreno che si vede il ribaltamento politico del melonismo. In campagna elettorale Fratelli d’Italia si è presentato come il partito che avrebbe difeso “gli ultimi”, il ceto medio impoverito, i lavoratori a reddito fisso, i pensionati che non arrivano a fine mese. Una volta al governo, però, la scelta è stata un’altra: blindare i grandi patrimoni, rassicurare la fascia alta, non toccare le rendite e spostare il peso su chi è già tracciato. È esattamente ciò che una parte dell’opposizione aveva previsto: un governo di destra reazionario e liberista nei fatti, sostenuto dai grandi capitali e dagli interessi organizzati, ma costruito con un linguaggio sociale rivolto ai fragili. Il copione non è nuovo: anche il fascismo storico crebbe grazie al sostegno di industriali e latifondisti del Nord che in cambio ebbero ordine, manodopera disciplinata e repressione verso chi rivendicava salari e terra. Oggi cambia la forma, non la sostanza. 

Per capire perché questo racconto attecchisce, bisogna guardare alla struttura economica lasciata dalla Seconda Repubblica. Dagli anni ’90 in poi l’Italia è stata spinta verso un modello in cui “ognuno è imprenditore di se stesso”: smantellamento della grande impresa pubblica, culto del “piccolo è bello”, condoni periodici, abolizione o riduzione delle imposte su prima casa e successioni, tolleranza ampia verso il nero. Il risultato è un paese con 19 milioni di dipendenti ma oltre 5 milioni di imprese e quasi altrettanti autonomi: un imprenditore ogni tre lavoratori stabili, mentre in Francia il rapporto è uno a sette. Un paese in cui milioni di persone vivono in equilibrio tra sussidi, bonus e piccole elusioni, e in cui l’idea di “tassare il patrimonio” suona minacciosa perché la propaganda la fa coincidere con “tassare la casa”. Ma la casa di residenza, lo dice la stessa normativa, non è un reddito. La patrimoniale di cui si discute oggi non è questo. È un’altra cosa. 

Dentro questo quadro esiste un’altra stortura: chi paga tutto, paga più del dovuto; chi evade, spesso viene anche premiato. Con le riduzioni delle detrazioni in vari settori e con i nuovi condoni mascherati, chi emette fatture e versa l’Iva viene messo in concorrenza sleale con chi lavora in nero. E non esiste un vero premio all’onestà fiscale. Basterebbe potenziare le detrazioni su una gamma molto più ampia di spese, agganciarle ai pagamenti tracciati e far sì che per le famiglie e le piccole imprese sia più conveniente “stare dentro” che “stare fuori”. Invece il messaggio che passa è il contrario: chi è onesto viene controllato, chi è borderline ottiene rottamazioni e sanatorie. È una scelta politica, non una necessità tecnica.

Se poi si allarga ancora lo sguardo, si vede la catena delle dipendenze. Il debito pubblico italiano cresce di circa 100 miliardi l’anno, non di 3.000, ma è comunque una cifra enorme che obbliga a stare sotto la tutela dell’Unione europea e dei mercati. Il governo non può permettersi manovre espansive senza coperture e allora due sono le strade: o si va a prendere i soldi dove sono (grandi patrimoni, extraprofitti, lotta dura all’evasione), o si mantiene lo status quo e si sposta il peso su lavoratori e pensionati. La scelta fatta è la seconda. E per renderla digeribile si mette in scena lo scontro ideologico sulla patrimoniale, presentata come una follia della sinistra, mentre in realtà è una misura che molti economisti considerano persino moderata in un Paese così diseguale. 

Il sistema mediatico, in questo, gioca un ruolo decisivo. I titoli di questi giorni mettono in cartellone Meloni e Schlein, con Conte che si sfila e i giornali che parlano di “odio di classe”. Così la questione viene depotenziata: non è più “chi deve finanziare sanità e scuola?”, ma “la premier o l’opposizione ha ragione?”. Nel frattempo passa sotto silenzio il fatto fondamentale: con l’attuale livello di evasione e con l’attuale concentrazione di ricchezza nelle fasce alte, l’Italia potrebbe finanziare buona parte del suo welfare senza toccare un euro ai redditi medio-bassi. Semplicemente non lo fa. Per prudenza politica, per la forza delle lobby fiscali, per la paura di perdere consensi nei ceti produttivi del Nord, per la continuità storica con quel blocco sociale che da un secolo sostiene le destre italiane. 

Sul piano costituzionale la questione è persino più semplice. L’articolo 53 dice che tutti devono concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. È un articolo chiarissimo: chi ha di più deve contribuire di più. Oggi accade l’opposto: la parte tracciata (dipendenti e pensionati) paga in modo quasi perfetto; una parte del mondo produttivo paga in modo incompleto; il vertice della piramide patrimoniale viene esonerato dal solo fatto di essere vertice. Una patrimoniale mirata sui patrimoni netti molto alti, con franchigie ampie per prime case e piccoli risparmi, sarebbe la semplice traduzione di quell’articolo in un momento storico in cui lo Stato deve finanziare sanità, non autosufficienza, scuola, ricerca e transizione ecologica. Rinunciarvi non è neutralità, è schierarsi. 

In controluce si vede anche un’altra cosa che i commenti sui social hanno colto bene: non esiste oggi in Italia un vero “premio” al risparmio onesto e alla proprietà frutto di lavoro; esiste invece una protezione testarda delle grandi eredità e delle rendite immobiliari e finanziarie alte. Una riforma fiscale che volesse davvero essere giusta dovrebbe fare tre cose insieme: colpire i patrimoni molto alti e le eredità molto ricche; allargare le detrazioni per chi spende in modo tracciato; rafforzare i controlli sul tenore di vita (villa, suv, barca vs reddito dichiarato) e sulle false prestazioni assistenziali. Sono tutte misure già discusse in passato e mai portate fino in fondo perché toccano interessi reali, molto più organizzati dei lavoratori dipendenti. 

Resta il punto politico di fondo. Il governo che dice “mai la patrimoniale” è lo stesso che, di fronte a sanità sottofinanziata, scuola in affanno, regioni che chiedono più risorse e una demografia in declino, non propone una via d’uscita diversa dal continuare a far pagare chi è già in chiaro. È un governo che parla in nome del popolo ma protegge il capitale, esattamente come una parte dell’opinione pubblica aveva segnalato all’inizio della legislatura. Può farlo perché alle spalle ha un sistema mediatico che amplifica le paure del ceto medio e mette il silenziatore sulle cifre dell’evasione e sulla concentrazione della ricchezza. Ma i numeri, se messi in fila, non lasciano scampo: 11.286 miliardi di ricchezza delle famiglie; 2.600 miliardi detenuti dall’1% più ricco; 26 miliardi ottenibili con un contributo dell’1% su questi patrimoni; oltre 100 miliardi di evasione strutturale ogni anno. È lì che stanno i soldi. Il resto è rumore.