CONTROCANTO15 marzo: “Preferirei di no” di: Marco Revelli

Come il Bartleby di Melville, alla chiamata in piazza di Michele Serra rispondo “Preferirei di no”. Perché nella migliore delle ipotesi il suo “Manifesto” di convocazione è un fervorino vuoto, zeppo solo di velleitaria retorica (un po’ come quelli che il padre di Enrico, detestabile per servile conformismo, rivolgeva allo zelante figliolo nel celebre Cuore deamicisiano), con l’unico riferimento valoriale a una libertà evocata in termini tanto generici da poter essere fatta propria da chiunque, persino dal pistolero hillbilly JD Vance nella sua reprimenda di Monaco. Nella peggiore perché suona come un orrendo grido di guerra, a sostegno delle recenti dissennate iniziative di un establishment europeo che sembra solo preoccupato di proseguire questo inutile massacro di giovani ucraini e di liquidare quell’embrione – giusto un minuscolo spiraglio – di dialogo tra Washington e Mosca. Dialogo tra due criminali, certo, ma ognuno carico di testate nucleari capaci di distruggere più volte il pianeta, per cui è comunque preferibile che si parlino piuttosto che si combattano a colpi di bombe atomiche.

L’Europa, quella per cui valeva la pena mobilitarsi – non dico “morire”, parola d’ordine di tutti i nazionalismi, locali o continentali, ma per lo meno sperare -, non c’è più. Continuare a illudersi sulla sua presenza ricorda, penosamente, quel fenomeno che in campo psichiatrico si chiama phantom limbo syndrome, ovvero la “sindrome dell’arto fantasma”, e colpisce chi dopo un’amputazione continua a percepire sensazioni tattili, dal prurito al tocco leggero fino al dolore, come se il piede o il braccio mancanti fossero ancora al loro posto. “L’Unione europea è cerebralmente defunta”, ha scritto in questi giorni Lucio Caracciolo, uno che sa di cosa parla contrariamente a chi si limita a discettare disteso in un’amaca. La sua leadership – la peggiore di sempre -, non è stata nemmeno capace di cogliere la sfida esistenziale che questa orribile guerra rappresenta per la sua sopravvivenza come entità terza nel confronto tra due potenze imperiali declinanti (e per questo tanto più pericolose). Non ha mosso un dito per impedire che scoppiasse (ed era possibile e doveroso tentare). E in tre anni di massacro crescente non ha preso un’iniziativa, non una sola, per affermare l’intelligenza dell’azione diplomatica contro l’inerzia ottusa dello strepito delle armi. Nell’illusione – rivelatasi falsa – che la potenza dell’impero (declinante) americano avrebbe garantito la vittoria sull’impero (declinato) russo, e magari la possibilità di appropriarsi delle risorse di questo, si è appiattita sul pensiero (si fa per dire) e sulle

2 marzo 2025 – Summit di Londra
parole dei vari Stoltenberg e Sullivan fino a confondersene. Ora che l’ombrello americano è scomparso e che l’Atlantico da mare interno è diventato di colpo un oceano immenso, si agita nel vuoto infilando a raffica una serie impressionante di sproloqui e di atti mancati, come i summit di Parigi e soprattutto di Londra, dove iconicamente l’Europa appariva come una sorta di bizzarro patchwork in cui accanto a meno della metà dei suoi membri sedevano stati tipo il Canada la Turchia o il Regno Unito post-brexit e individui come Rutte o altri ospiti non paganti. Come se avessero ancora dietro di sé la potenza militare del Pentagono e le risorse finanziarie dell’America, continuano quasi per riflesso pavloviano a ripetere il vecchio tormentone del sostegno a Kiev “whenever it tekes”, della inevitabile “vittoria finale”, dell’incrollabile resistenza… Prove reiterate di inconsistenza e disordine mentale che giustificano la sarcastica affermazione di un altro che sa di cosa parla, il generale Fabio Mini, il quale così descrive la condizione di questa Europa mutilata tragicamente inconsapevole della propria condizione: “Quella in corso tra Russia, Usa e Cina sul tavolo verde ucraino è una sorta di partita a tressette col morto o una a poker col ‘pollo’ e all’Europa toccano questi due ruoli. A tressette il morto non gioca e neanche si siede al tavolo, a poker ‘se nella prima mezzora non hai capito chi è il pollo vuol dire che sei tu’”.

Per non parlare degli ineffabili opinion leader dei media mainstream, quelli che ancora alla metà di febbraio, a giochi ormai fatti, avevano il coraggio di scrivere che “Zelensky scommette sul collasso russo. L’economia di Mosca comincia a scricchiolare” (così Anna Zafesova il 16 febbraio”). O che, come gli editorialisti del “Foglio”, proclamavano il dovere di “sostenere Kiev anche senza Trump”, denunciando “il disonore che si vede a occhio nudo” sul volto di quanti non ci stanno. O chi ancora, come Mario Giro su “Domani”, si confortava proclamando con toni stentorei che “i tre imperi sbagliano a sottovalutare l’Ue”, e assomiglia tanto a chi, persosi al buio in un bosco grida forte per farsi coraggio. Tutti insieme, politici e gazzettieri, ricordano tristemente quel personaggio ariostesco che “del colpo non accorto, andava combattendo, ed era morto”…

15 marzoDunque, dovremmo impegnarci a ”vincere o morire” per quest’Europa che sta deliberatamente e accanitamente rovesciando, ad uno ad uno, tutti i propri principii fondativi (quelli, per intenderci, del “Manifesto di Ventotene”) per seguire le alcinesche seduzioni della baronessina Ursula von der Leyen appena uscita dal salotto di nonna Speranza col ghigno feroce in faccia e le braccia colme di ordigni bellici a proclamare il folle progetto di militarizzazione integrale del continente col suo ReArm Europe (che solo a sentirlo pronunciare evoca stridor di denti), piano da 800 miliardi di euro in armamenti, la sua “Banca del riarmo”, le sue orrifiche immagini di istrici d’acciaio e di debiti fuori bilancio purché finalizzati alla distruzione. Quest’Europa che aveva rifiutato come la peste gli EuroBond necessari a difendere quel che restava del suo welfare ma che accetta senza batter ciglio gli EuroBomb necessari a finanziare il futuro warfare. La stessa Europa che concepisce la folle idea di sequestrare i conti russi depositati nella sue banche rischiando di sfasciare l’intero sistema bancario globale. E che da tre anni ha continuato a imporre sanzioni boomerang che ne hanno strangolato l’economia e disseccato le già esauste possibilità di sostenere la spesa sociale, lasciandosi nel contempo tagliare la giugulare del Nord Steam 2 senza neppure un fiato… E’ vero che nelle ultime ore lo stesso apprendista stregone che ha evocato la manifestazione del 15, sulle pagine dello stesso giornale che ne ha fatto da grancassa, ha provato a prendere le distanze dai deliri della von der Leyen, e che i sindacati che vi hanno aderito hanno definito inaccettabile il suo piano di riarmo. Ma ci ha pensato un ineffabile Paolo Mieli, dal megafono di “Otto e mezzo”, a smentirli, chiarendo che c’è una sola Europa, quella “della von der Leyen, un’altra non c’è”. E proclamando urbi et orbi che lui a quell’adunata di volonterosi in Piazza del popolo ci andrà, perché “l’Europa sia armata e prenda il posto lasciato libero da Trump”. Punto. E temo che la sua sia l’interpretazione autentica del significato che – volenti o nolenti i suoi animatori – quella manifestazione assumerà nella confusa agorà pubblica.

Mi spiace dirlo in termini così espliciti, ma riempire Piazza del Popolo in giorni come questi significa inevitabilmente esprimere il proprio sostegno a questo gruppo di eurocrati falliti, desiderosi di guerra e indifferenti alle sofferenze a alla morte di massa di chi è costretto a combatterla, colpevolmente impegnati nella metamorfosi regressiva dall’Europa sociale degli ideali di ieri all’Europa armata della realtà di oggi. Sono loro, purtroppo, che rappresentano l’Europa reale in contrapposizione frontale all’Europa ideale che ci aveva coinvolti in un tempo ormai lontano. Mi rendo conto di quanto sia difficile ri-orientarsi nel pieno di un mutamento così radicale e veloce. Il mondo si è effettivamente capovolto nel giro di poche settimane, per certi versi di pochi giorni. I tedeschi usano il termine “achsen-zeit” – “epoche assiali” – per definire i tempi in cui il mondo ruota di 180 gradi sul proprio asse, e tutti i riferimenti mutano di posto e di segno. Bene e male, giusto e ingiusto, amico e nemico, virtù e vizio, i termini polari di tutte le antitesi si scambiano di posizione. Ne è un sintomo la moltiplicazione dei paradossi. Come quello, ad esempio, per cui gli argomenti dei critici della guerra definiti fino a ieri spregiativamente come “anti-americani” si ripresentano oggi come “Voce dell’America” senza che nessuno faccia un plissé. O il vecchio insulto di “putiniano” rivolto ai fautori della pace viene sostituito del nuovo termine invalidante “trumpiano” senza che nella transizione semantica da un Capo all’altro delle due Super-potenze simbolo dell’antitesi, si sia perso neppure un grammo della carica deprecatoria dell’evocazione. Un esempio per certi versi insuperato di una simile meccanica del disorientamento è costituito dal celebre episodio di Tutti a casa, il film di Luigi Comencini sull’8 settembre, in cui il sottotenente di complemento interpretato da Alberto Sordi, di fronte alla pattuglia tedesca che apre il fuoco contro il suo reparto divenuto appunto nemico per effetto dell’armistizio, si attacca al telefono pronunciando la fatidica frase “Signor colonnello, è successo un fatto incredibile. I tedeschi si sono alleati agli americani”.

E’ dunque ben comprensibile lo sconcerto, il vero e proprio disorientamento, con cui molti di noi si muovono nella nuova realtà. Per usare ancora una metafora clinica, ricorda per molti versi quello che i medici militari nella prima guerra mondiale chiamarono Shell schock – “schock da granata” – intendendo con ciò il disturbo che colpiva i soldati vittime di esplosioni ravvicinate con forme di amnesia, perdita di senso della realtà, torpore emotivo, rimozione degli orrori della guerra. In molti casi furono sospettati di simulazione per evitare il ritorno al fronte. In altri vennero derisoriamente chiamati “scemi di guerra”. Ma il loro, mutatis mutandis ovviamente, e in contesto ben meno drammatico, è un comportamento simile a quello di chi, soprattutto nelle file della residua sinistra, di fronte all’esplosione che ha diviso il tempo nel famigerato febbraio 2022 e poi, in scia, il 4 novembre del ‘24, non sa più bene come collocarsi, perde il riferimento ai valori fondanti – la Pace in primis – e alla stessa realtà che lo circonda, è tentato, come si è detto, di aggrapparsi a leader bolsi o cinici, s’illude che il trauma dell’assenza (dell’Europa in primo luogo) possa essere facilmente superato o rimosso, che il mondo ben ordinato dell’altro-ieri – quello in cui le democrazie erano democrazie e le dittature dittature – possa essere restaurato dagli stessi che hanno contribuito a distruggerlo. Quanto prima si supererà quel trauma, tanto meglio sarà.

Naturalmente in tutto ciò la presenza di Donald Trump svolge un ruolo di primo piano. In quanto indiscutibile “figura del Male” contribuisce in modo fondante alla costruzione della scena in cui si svolge l’azione corale. E’ la sua negatività ontologica – ovvero radicata nel suo stesso essere – a spingere istintivamente chi ha sempre militato nel nostro campo sul fronte a lui integralmente opposto. A farci dire che nello spazio in cui sta lui – “per la contraddizion che nol consente” – non possiamo stare noi, fosse pure quello lo spazio della tanto invocata trattativa. Nello stesso tempo, in quanto forma del negativo, mette il scena l’ontologica negatività del reale, del reale nudo, senza i veli pietosi delle rappresentazioni edificanti e manipolatorie. Disvela “verità” innominabili. Come quando dice a Zelensky che l’Ucraina ha perso, e all’Occidente che la Nato ha perso, che la Russia può essere sconfitta solo a colpi di bombe atomiche, e che accanirsi a combattere significa “giocare con la Third World War”, e a noi turba il modo brutale e vessatorio che usa ma non possiamo negare che tutto ciò sia vero (lo ha detto bene Cacciari “Trump dice brutalmente e senza ipocrisia alcune cose che tutti sanno: per caso qualcuno aveva creduto che l’Ucraina potesse da sola sconfiggere la Russia sul terreno? O che gli Stati Uniti potessero fare una guerra mondiale per l’Ucraina? Perché se vuoi vincere la Russia devi fare la guerra mondiale”). Allo stesso modo con l’osceno filmato sulla striscia di Gaza ridotta a Resort di lusso, la sua statua d’oro, i miliardari sdraiati sulla terra che nasconde migliaia di cadaveri a prendere il sole, Elon Musk che lancia in aria mazzette di dollari, il Tycoon ci sbatte in faccia la proiezione del suo (loro) immaginario malato e nello stesso tempo, tuttavia, l’immagine in filigrana dello spirito del mondo per un attimo rivelato per quello che nella sostanza è diventato. In questo senso Donald Trump è l’esatto equivalente del ritratto di Dorian Grey nel dramma di Oscar Wilde: registra nel proprio volto ributtante l’orrore di ciò che nessuno vede ma che ha lavorato sotto la superficie del viso patinato del suo vizioso e perverso soggetto vivente.

Per questa ragione è inaccettabile la posizione – di tutte le destre radicali del mondo – che considera Trump “uomo di pace” per il fatto che lì e ora, sull’asse tra Washington e Mosca, nel momento in cui si è giunti sull’orlo dell’abisso, ha deciso di parlarsi anziché spararsi. Ma specularmente mi sembra concettualmente sbagliata l’idea – di buona parte delle sinistre – secondo cui, essendo Trump un fascista – direi, meglio, un anarco-fascista -, sia dovere di ogni sincero democratico e antifascista combattere qualsiasi sua iniziativa “a prescindere”, fosse anche un tentativo di dialogo per metter fine a un massacro (dialogo, intendiamoci, guidato dalla logica degli interessi imperiali non certo da sentimenti umanitari, ma pur sempre parole anziché morte). Entrambe queste risposte mi sembrano frutto di una sostanziale incapacità di comprendere la natura dialettica del reale.

15 marzo
Panurge
Per quanto mi riguarda, tendo a considerare Trump una sorta di Panurge del nostro tempo. Panurge, lo ricordo brevemente, è un personaggio di un certo rilievo del ciclo rabelaisiano su Gargantua e Pantagruel, il cattivo per antonomasia (il suo nome, tratto dal greco πανοῦργος, significa “capace di tutto”), semina il male per semplice piacere di farlo, mente, insulta, deride, appiccica corna di cartone sulle schiene dei gentiluomini, infila oggetti a forma di membro virile nei cappucci delle dame, ha provocato una strage di pecore e pastori gettando dalla nave su cui viaggiava un montone in mare e ha preso a colpi di remo i naufraghi che tentavano di salvarsi, rappresenta la contraddizione assoluta nella società delle buone maniere del suo tempo. Umberto Eco, nel suo celebre Elogio di Franti, lo evoca come esempio di “qualcosa che si installa dentro a un ordine e lo mina dall’interno deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia” (un po’, appunto, come il Franti deamicisiano col suo iconico “lo sciagurato sorrise”). Se Gargantua et Pantagruel “è il libro che chiude un’epoca e ne apre una nuova – spiega Eco – esso lo è proprio per la centralità che vi ha Panurge” in quanto espressione “della cultura tardo medievale che si disfa” e acceleratore granguignolesco di quel disfacimento. Allo stesso modo Donald Trump. Interpreta senza infingimenti, e accelera, la fine di un’epoca. Non potrà inaugurarne una nuova, che sarebbe socialmente e civilmente invivibile. Ma dobbiamo guardarlo come il tracciatore di una patologia in corso più che come un barbaro venuto dal nulla, e tentare di trarre insegnamento – non solo deprecare – da ciò che la sua marcia di Radezky rivela per poter andar oltre, non certo restaurare, il mondo pericoloso e finito che abbiamo alle spalle.
articolo tratto dal sito volere la luna:https://volerelaluna.it/controcanto/2025/03/06/15-marzo-preferirei-di-no/

AMIAMO DAVVERO LA GUERRA? – IL RUOLO DEI PENNAFONDAI NELLA COSTRUZIONE DEL CONSENSO BELLICO

Nel primo volume dei Quaderni dal carcere, Antonio Gramsci analizzava con straordinaria lucidità la funzione degli intellettuali nella società: essi sono i costruttori del consenso, gli architetti dell’egemonia culturale che legittima il potere. Oggi, a distanza di quasi un secolo, assistiamo a una spettacolare conferma di questa tesi: la mobilitazione degli intellettuali organici alla classe dominante per sostenere l’ennesima operazione bellica.

L’ultimo capolavoro di questo genere è l’articolo di Antonio Scurati apparso su Repubblica, dal titolo evocativo: Dove sono oramai i guerrieri d’Europa? Un testo che non si limita a eseguire un compitino assegnato, ma eleva l’arruolamento ideologico a forma d’arte. L’obiettivo è chiaro: trasformare la colossale spesa per il riarmo e la militarizzazione dell’Europa in una missione epica, un dovere morale, un rito di passaggio identitario. E per farlo, si attinge a piene mani alla retorica più pericolosa della nostra storia: la guerra come fondamento del senso dell’esistenza.

Dalla Realtà alla Manipolazione: Il Metodo del Pennafondaismo

L’articolo di Scurati si muove con una costruzione retorica diabolicamente efficace. Si parte da un nemico immediatamente riconoscibile – Donald Trump – dipinto come il traditore degli alleati, il dissolutore dell’ordine internazionale. Poi si evoca la minaccia imminente, un’Europa che rischia di essere sopraffatta da aggressioni già in atto (senza che nessuno si prenda il disturbo di spiegare da chi e come). Infine, la svolta narrativa: la colpa del nostro stato di debolezza non è solo politica o economica, ma culturale e antropologica. L’Europa non ha più guerrieri.

È su questa parola, ripetuta ossessivamente, che si gioca la partita. Non si parla di soldati, militari, personale addestrato alla difesa: si parla di guerrieri. Il termine richiama un immaginario epico, arcaico, istintivo. I guerrieri non si addestrano, non si stipendiano, non si arruolano con incentivi: i guerrieri nascono guerrieri, sono uomini (e donne, con imbarazzata concessione al politicamente corretto) risoluti a uccidere e a morire.

Ma il vero capolavoro dell’articolo è un altro: il ribaltamento del rapporto tra guerra e senso della vita. La guerra, secondo Scurati, non è un male necessario, né un sacrificio tragico imposto dalle circostanze. No. La guerra è il luogo di genesi del senso stesso. Non c’è bisogno di trovare una ragione per morire in guerra, perché sarà la guerra stessa a darci una ragione per vivere.

Questa è l’ideologia che abbiamo visto all’opera nei totalitarismi del Novecento, nel militarismo fascista, nel culto della violenza come principio di rigenerazione morale. È il Dulce et decorum est pro patria mori riveduto e corretto per un’Europa che ha bisogno di legittimare nuove campagne belliche.

Il Rancore contro il Welfare: Dall’Ordine al Caos

Ma se c’è una cosa che i pennafondai dell’establishment detestano più della pace, è il welfare. E qui Scurati si supera. Secondo lui, il declino della “virtù guerriera” dell’Europa è la conseguenza dell’espansione delle politiche sociali. Il progresso del dopoguerra, invece di essere visto come il frutto di un compromesso tra capitale e lavoro per garantire stabilità e sviluppo, viene descritto come un processo di infantilizzazione collettiva. Lo stato sociale è un grande utero esterno, una trappola di mollezze che ci ha resi incapaci di combattere.

Ma questa è una falsificazione storica. Non è il welfare ad aver rammollito l’Europa: è stata la sua progressiva distruzione, a partire dagli anni ’70, ad aver eroso la coesione sociale e il senso di appartenenza. È stata l’egemonia neoliberale a sostituire il concetto di comunità con quello di competitività individuale, a trasformare i cittadini in consumatori privi di riferimenti collettivi. La cultura della guerra non è scomparsa per colpa del benessere, ma perché il capitalismo globalizzato ha annientato ogni identità che non fosse quella meramente mercantile.

Morire per Ursula, Borrell e Soros?

Scurati ha ragione su un punto: oggi in Europa pochi sarebbero disposti a morire per una causa. Ma non perché la società è diventata troppo morbida. Il problema è che le élite hanno distrutto ogni forma di appartenenza autentica. Per decenni ci hanno detto che le nazioni erano arcaiche, che le culture erano provinciali, che la solidarietà di classe era un’illusione. Ci hanno insegnato che nulla ha valore, se non il prezzo che gli assegna il mercato.

E ora, improvvisamente, scoprono che non ci sono più giovani pronti a immolarsi per la loro guerra. Non trovano abbastanza guerrieri disposti a combattere per i contratti della Lockheed, per i dividendi di BlackRock, per il giardino zen di Josep Borrell.

Ma se la guerra è così necessaria, se davvero credono che il futuro dell’Europa dipenda dalla sua militarizzazione, allora dovrebbero dare il buon esempio. Scurati, von der Leyen, Macron, Stoltenberg, Rutte: ecco gli elmetti, ecco le baionette. Dopo di voi, anzi, tanto tempo dopo di voi! 

Dagli Euro Bond agli Euro Bomb: il grande affare delle armi sulla pelle degli europei

L’Unione Europea sta per compiere un passo che segnerà un punto di non ritorno nella sua storia: l’approvazione di un colossale piano di riarmo da 800 miliardi di euro, promosso da Ursula von der Leyen. Un progetto che, più che garantire la sicurezza del continente, rappresenta l’ennesima capitolazione dell’Europa agli interessi dell’industria bellica, soprattutto statunitense, e una pericolosa accelerazione verso un futuro di instabilità e conflitto.

L’Europa in armi: un affare per pochi, un rischio per tutti

Gli 800 miliardi previsti dal piano RearM EU non saranno destinati a un’ipotetica difesa comune europea, come alcuni vorrebbero far credere, bensì all’acquisto di armamenti da parte dei singoli Stati membri, con un’enorme fetta di queste risorse che finirà direttamente nelle casse delle aziende belliche, in primis quelle americane. Sotto l’ombrello della NATO, gli eserciti europei dipendono infatti da tecnologie e forniture a stelle e strisce, garantendo ai colossi dell’industria militare statunitense una pioggia di commesse miliardarie.

In questo scenario, l’Europa non è altro che una pedina nelle mani del complesso militare-industriale USA, il cui obiettivo non è la sicurezza del Vecchio Continente, ma la sua trasformazione in un mercato sempre più dipendente dagli armamenti d’oltreoceano. Dalla crisi del debito, gestita con l’imposizione degli Euro Bond, si passa ora all’era degli Euro Bomb, dove i finanziamenti comuni servono non per la crescita e la coesione sociale, ma per alimentare l’industria bellica e i suoi profitti.

La trappola di Trump: l’Europa usata come carne da cannone

A complicare ulteriormente il quadro geopolitico c’è la presidenza di Donald Trump, che prosegue una linea strategica cinica e spregiudicata. Dopo aver indotto l’Ucraina a una guerra su procura, combattuta sulla pelle di migliaia di soldati e civili ucraini, ora gli Stati Uniti stanno allargando l’operazione su scala continentale. L’obiettivo è chiaro: spingere gli eserciti europei a mobilitarsi, mentre gli USA si defilano.

Trump sta mostrando tutta la sua astuzia politica, non certo in qualità di stratega, ma piuttosto come un trucido commerciante che sa come massimizzare i profitti senza sporcarsi le mani. Mentre impone dazi alle economie europee e attua una politica protezionista per rafforzare l’industria americana, costringe gli “euro guerrafondai” a gettarsi nel vortice del riarmo e della militarizzazione. La guerra resta un affare per gli USA, ma il sangue lo versano gli altri.

La Russia e il mito dell’invasione dell’Europa

La narrazione che giustifica questa corsa al riarmo si basa sull’idea che la Russia rappresenti una minaccia esistenziale per l’Europa, pronta a marciare su Berlino e Parigi dopo l’operazione militare speciale in Ucraina. Eppure, questa tesi non trova riscontri concreti: per quanto la guerra in Ucraina sia un evento tragico e l’azione di Mosca sia condannabile, non è mai esistito un piano russo di invasione dell’Europa.

La realtà è che il riarmo europeo non è una risposta a un’aggressione imminente, ma una scelta politica dettata da interessi economici e strategici. Invece di lavorare a una soluzione diplomatica del conflitto e alla costruzione di un’architettura di sicurezza realmente europea – svincolata dalla logica bellicista della NATO – l’UE sceglie la strada della militarizzazione, spostando risorse fondamentali dallo sviluppo sociale ed economico verso il finanziamento delle guerre future.

Von der Leyen e il colpo di mano contro il Parlamento Europeo

A rendere ancora più inquietante questa deriva è il fatto che Von der Leyen stia cercando di scavalcare il Parlamento Europeo, evitando il voto in Aula per far approvare il piano Rearm EU direttamente dai governi nazionali. Un’operazione che conferma il carattere profondamente antidemocratico di questa Unione Europea, dove le decisioni cruciali vengono prese nelle stanze chiuse dei vertici esecutivi, senza alcun controllo popolare.

La resistenza della segretaria del PD Elly Schlein a questo piano è un segnale politico importante, ma rischia di rimanere isolata di fronte alla compattezza con cui anche i Socialisti europei sembrano orientati ad accettare la proposta di Von der Leyen. La logica che guida queste scelte non è quella della sicurezza collettiva, ma quella dell’allineamento agli interessi della NATO e del Pentagono, con l’UE ridotta a un vassallo militare di Washington.

E l’Italia? Meloni senza bussola

In questo scenario di caos strategico, l’Italia si trova in una posizione particolarmente ambigua. Giorgia Meloni non sa dove collocarsi: da un lato cerca di mostrarsi fedele all’atlantismo e all’asse con Washington, dall’altro è consapevole che il riarmo europeo rischia di trasformarsi in un disastro economico e sociale per il nostro Paese.

Meloni ha finora evitato prese di posizione nette, cercando di barcamenarsi tra il sostegno agli alleati NATO e le pressioni interne di una parte del suo elettorato che mal digerisce l’idea di un’Italia coinvolta in nuove avventure belliche. Il suo governo si trova quindi in una posizione di debolezza, incapace di elaborare una strategia autonoma e condannato a subire passivamente le decisioni prese a Bruxelles e Washington.

Verso un’Europa sempre più instabile

Investire 800 miliardi di euro nel riarmo non renderà l’Europa più sicura, al contrario: accrescerà le tensioni internazionali e spingerà il continente verso un’escalation militare di cui nessuno può prevedere le conseguenze. La pace non si costruisce accumulando arsenali, ma con una politica estera autonoma, capace di dialogare con tutti gli attori globali, inclusa la Russia, senza subordinarsi ai diktat di Washington.

La scelta è chiara: continuare sulla strada dell’escalation, trasformando l’Europa in un’enorme caserma al servizio degli interessi americani, oppure recuperare un ruolo autonomo e responsabile sulla scena internazionale. Per ora, Von der Leyen e i governi europei sembrano aver scelto la prima opzione. Ma la storia insegna che le guerre non arricchiscono i popoli: arricchiscono solo chi le arma.

L’Europa in ostaggio dell’industria bellica americana: il capitalismo della guerra contro lo Stato sociale

Il piano “RearmEurope” annunciato da Ursula von der Leyen segna una svolta epocale per l’Unione Europea: l’abbandono definitivo dell’illusione di un’economia sociale e di pace per abbracciare un modello fondato sul militarismo e sulla distruzione. La guerra, da sempre, è lo strumento con cui il capitalismo predatorio massimizza i suoi profitti, e il riarmo europeo non è altro che un colossale trasferimento di ricchezza dai cittadini alle industrie belliche, in particolare a quelle statunitensi.

Dietro le retoriche della sicurezza e della deterrenza, si nasconde un gigantesco business, in cui la distruzione diventa un’opportunità economica e il capitale si rigenera attraverso la morte e la devastazione. Il riarmo non è solo un drammatico drenaggio di risorse pubbliche, ma è anche l’antitesi dello Stato sociale, perché mentre la guerra distrugge, il welfare crea ricchezza e benessere. Ed è proprio per questo che il capitalismo odierno—sempre più predatorio e oligarchico—è nemico giurato di qualsiasi modello economico che redistribuisca ricchezza ai cittadini.

Il vincolo tecnologico: l’Europa costretta ad arricchire gli USA

Le cifre parlano chiaro: 800 miliardi di euro in nuove spese militari, di cui almeno 640 miliardi finiranno nelle casse dell’industria bellica statunitense. Il motivo è semplice: l’Europa è tecnologicamente dipendente dagli USA.

L’arsenale militare europeo—dagli F-35 ai sistemi di difesa missilistica, dalle reti di comunicazione ai sistemi di comando—è integrato in una struttura progettata per essere compatibile con le tecnologie americane. Questo significa che gli Stati europei non possono sviluppare autonomamente un’industria bellica indipendente senza rendere obsoleti i loro armamenti attuali, un ricatto tecnologico che li costringe a continuare a comprare dagli USA.

In questo contesto, l’adeguamento della spesa militare europea alle richieste di Donald Trump non è un atto di autonomia, ma un’ulteriore sottomissione al diktat statunitense. Trump ha imposto agli alleati della NATO di portare il budget militare al 5% del PIL, e l’UE si sta affrettando a rispettare questo ordine. Mentre negli USA si pratica il protezionismo economico, in Europa si impone l’austerità ai cittadini per finanziare l’industria delle armi.

Ma questa scelta non è subita dalle élite europee, è voluta e orchestrata da loro stesse. Gli oligarchi europei non si oppongono a quelli anglosassoni, ne fanno parte. La militarizzazione dell’economia è il nuovo paradigma per salvaguardare i profitti del capitale, a discapito delle condizioni di vita dei cittadini europei.

La guerra come business: il capitalismo della distruzione

Il capitalismo ha sempre avuto un rapporto simbiotico con la guerra. Non è solo una questione di vendere armi: la distruzione è il motore della rigenerazione del capitale. Il ciclo è semplice:

1. Si produce armamento con enormi finanziamenti pubblici.

2. Si scatena un conflitto che consuma le risorse militari.

3. Si distruggono città, infrastrutture, economie e vite umane.

4. Si ricostruisce tutto con capitali privati, finanziati nuovamente dagli Stati, caricando il debito sui cittadini.

Il risultato? Profitti infiniti per le industrie belliche, le banche e le multinazionali della ricostruzione.

Ogni missile lanciato, ogni bomba sganciata, ogni città rasa al suolo rappresenta un’enorme opportunità economica per i capitalisti della guerra. Le guerre moderne non si concludono più con una pace stabile, ma vengono alimentate in modo permanente per garantire un flusso continuo di distruzione e ricostruzione.

Lo Stato sociale come nemico del capitalismo di guerra

In questo schema, lo Stato sociale è il principale ostacolo. Un sistema che garantisce sanità, istruzione, pensioni e diritti ai cittadini rappresenta una minaccia diretta al modello economico bellicista.

• Lo Stato sociale redistribuisce ricchezza, mentre il capitalismo della guerra la concentra nelle mani di pochi.

• Lo Stato sociale investe in benessere e sviluppo, mentre il capitalismo della guerra investe in morte e devastazione.

• Lo Stato sociale crea coesione e stabilità, mentre il capitalismo della guerra si nutre di crisi e conflitti.

Ecco perché le élite neoliberiste e militariste sono unite nella distruzione dello Stato sociale. Ogni euro che va alla sanità pubblica è un euro che non può essere speso in armi. Ogni scuola costruita è una fabbrica di missili in meno. L’austerità imposta in Europa non è una necessità economica, ma una scelta politica deliberata per spostare risorse dal welfare alla guerra.

L’Europa militarizzata e la fine del sogno europeo

Questa trasformazione segna la fine di qualsiasi velleità di un’Europa dei popoli. L’UE non è più un progetto di cooperazione, ma un sistema di potere centralizzato che lavora per gli interessi dell’industria bellica e della finanza internazionale.

Gli Stati europei non stanno costruendo un esercito per difendersi, stanno creando un mercato della guerra, in cui la produzione e l’uso delle armi diventeranno sempre più centrali nell’economia. Si delinea uno scenario inquietante: un’Europa trasformata in un complesso militare-industriale sul modello israeliano, dove la società intera viene riorganizzata attorno alla guerra, con l’industria, l’università, i media e la politica allineati a un’economia di guerra permanente.

Guerra e capitalismo: un sistema che rischia di distruggere l’umanità

La guerra non è solo una tragedia umanitaria, è un progetto economico preciso. Ma c’è un paradosso in questa strategia: la guerra totale come modello di sviluppo è un sistema che, se spinto al massimo, porta all’estinzione dell’umanità.

Il capitale ha sempre trovato nuovi modi per rigenerarsi, ma la logica distruttiva del militarismo è un vicolo cieco. L’uso crescente di armi sempre più avanzate, l’accumulo di testate nucleari, l’intensificazione dei conflitti rischiano di portare il pianeta a un punto di non ritorno.

Se il capitalismo continuerà a vedere nella guerra il suo strumento principale di profitto, non solo distruggerà il concetto stesso di società, ma metterà a rischio la sopravvivenza dell’intera specie umana.

Conclusione: l’ultima battaglia per un’alternativa

Oggi più che mai, serve un’alternativa chiara e radicale a questa deriva. Se l’Europa continuerà sulla strada del riarmo e della guerra, diventerà sempre più un satellite degli interessi americani, sacrificando il benessere dei suoi cittadini per alimentare il profitto di poche multinazionali.

Ripensare l’Europa come un continente di pace e cooperazione è ancora possibile, ma serve una rottura netta con questo modello economico predatorio. La sfida non è solo fermare il riarmo, ma ridefinire il sistema economico in cui viviamo, costruendo un’alternativa che metta al centro il benessere collettivo anziché la distruzione.

La guerra è il perfetto strumento di arricchimento per il capitale, ma anche il suo più grande pericolo. Se non fermiamo questa macchina infernale, sarà il capitalismo stesso a condurci verso la fine della civiltà.

Il 15 Marzo, un’Altra Piazza per un’Altra Europa

L’Europa è a un bivio. Da una parte, un continente schiacciato da logiche di riarmo, austerità e subalternità agli interessi atlantisti. Dall’altra, la possibilità di riscoprire la sua vocazione di pace, giustizia sociale e autodeterminazione dei popoli.

Oggi più che mai, è necessario prendere posizione. Non possiamo accettare una narrazione che dipinge l’Unione Europea come un modello da difendere, quando nella realtà ha contribuito attivamente a guerre, crisi sociali ed esclusione dei più deboli.

Un’Europa complice del disastro

L’UE che oggi molti si ostinano a sostenere è la stessa che:

✔ Alimenta la corsa al riarmo, obbedendo alle richieste della NATO invece di investire in sanità, istruzione e welfare.

✔ È complice del massacro del popolo palestinese, incapace di prendere una posizione netta contro l’apartheid e la colonizzazione.

✔ Ha scelto la guerra come orizzonte, alimentando il conflitto tra Russia e Ucraina invece di lavorare per la pace.

✔ Ha soffocato la Grecia nella trappola del debito e continua a imporre austerità e privatizzazioni ai suoi cittadini.

✔ Costruisce muri ai confini e lascia morire migliaia di migranti in mare, dimostrando il fallimento della sua politica sui diritti umani.

Difendere questa Europa significa accettare un modello che non tutela i lavoratori, che sacrifica il welfare per acquistare armi e che resta indifferente di fronte alle ingiustizie globali.

Un’Altra Europa è Possibile

Non serve un’Unione che esegue passivamente le direttive di Washington, ma una visione politica autonoma e alternativa, fondata su:

✔ Stop alla militarizzazione del continente e alle spese militari imposte dall’alleanza atlantica.

✔ Un’Europa che difenda davvero i diritti umani, senza ipocrisie e doppi standard.

✔ La centralità dello stato sociale, del diritto al lavoro e della sanità pubblica, liberandosi dalle catene dell’austerità.

✔ Un ruolo internazionale autonomo, capace di costruire la pace invece di alimentare conflitti per procura.

Oggi la bandiera dell’Europa sventola a Ventotene, ma il suo colore è rosso: non il rosso della speranza, ma quello dell’allarme. Se non cambiamo rotta, questo continente rischia di diventare l’ombra di se stesso, sempre più fragile, sempre più lontano dai suoi principi fondanti.

Non si tratta di difendere l’Europa attuale, ma di costruire una nuova visione. Un’Europa dei popoli, non delle élite.

Il Partito della Guerra e la Trappola dell’Interesse

L’incontro tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump non è stato soltanto una scena politica, ma un simbolo del logoramento di un paradigma: quello del partito della guerra. Il conflitto in Ucraina ha evidenziato non solo la sofferenza di una nazione, ma anche le dinamiche di potere e gli interessi economici globali che si celano dietro la sua perpetuazione.

L’Ucraina tra Realtà e Propaganda

Analizzando i dati al netto della retorica, l’Ucraina appare oggi come uno Stato economicamente e socialmente collassato, tenuto in vita solo dai finanziamenti occidentali. Lontana da ogni ideale democratico, si regge su un impianto politico caratterizzato da leggi marziali, soppressione del dissenso e rinvio indefinito delle elezioni. Il sacrificio umano è impressionante: milioni di persone emigrate, una generazione di giovani falcidiata, un esercito che fatica a trovare nuovi soldati.

Eppure, la guerra continua. Perché? La risposta si trova nei benefici che la classe dirigente ucraina ottiene dal conflitto. Se la guerra dovesse finire, le attuali élite perderebbero il potere, sostituite da un popolo stremato che le spingerebbe verso l’oblio politico.

Gli Stati Uniti e il Peso della Guerra

Per gli Stati Uniti, il conflitto ucraino è un’arma a doppio taglio. Da un lato, fornisce un mercato florido per l’industria bellica e consente di mantenere un’egemonia geopolitica in Europa. Dall’altro, prosciuga risorse che potrebbero essere impiegate per risanare un’economia sempre più fragile. Il debito pubblico ha raggiunto livelli record, l’inflazione pesa sulla classe media, e il settore industriale mostra segni di declino.

La strategia trumpiana di disimpegno dalla guerra risponde a una logica economica e politica: ridurre le spese militari, rafforzare l’industria interna e riequilibrare il confronto con la Cina. Tuttavia, il cosiddetto “Deep State”, rappresentato dalle lobby finanziarie e militari, ha tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

L’Europa: Vittima e Complice

L’Europa si trova in una posizione paradossale. La recessione tedesca, l’inflazione e la crisi energetica derivano in gran parte dalle conseguenze della guerra, ma le élite europee continuano a sostenere il conflitto, accettando costi altissimi per la propria economia e la propria popolazione. Perché? Ancora una volta, gli interessi di chi governa non coincidono con quelli dei cittadini. L’industria della difesa, le istituzioni finanziarie e i gruppi di pressione atlantisti hanno più voce in capitolo rispetto al ceto medio e alla classe lavoratrice.

L’apparente “ribellione” di alcuni leader europei nei confronti di Washington potrebbe essere interpretata non come un atto di indipendenza, ma come un cambio di referenti all’interno dello stesso sistema di potere. Non è un caso che le tensioni tra il vecchio establishment e la nuova élite trumpiana si manifestino in modo evidente, segnalando un possibile riassestamento delle dinamiche di controllo globale.

La Soluzione Logica

Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza e la stabilità dell’Europa, la soluzione logica sarebbe un’immediata de-escalation. L’Ucraina, invece di essere il campo di battaglia di una guerra per procura, dovrebbe essere spinta verso negoziati realistici, accettando una pace che preservi ciò che resta della sua sovranità e della sua popolazione.

Per gli Stati Uniti, una politica di riassetto economico dovrebbe sostituire il paradigma della guerra infinita. In Europa, i cittadini dovrebbero esigere un cambio di direzione, mettendo in discussione una leadership che continua a sacrificare il benessere collettivo sull’altare degli interessi bellici.

In definitiva, smascherare la retorica del “partito della guerra” e ricondurre la politica internazionale a un principio di razionalità e convenienza reciproca non è solo un’utopia: è una necessità per evitare il collasso di un sistema che sta mostrando tutte le sue crepe.

L’Europa della Von der Leyen: meno welfare, più guerra, autodistruzione garantita

L’Unione Europea si prepara a un salto nel baratro. La proposta di Ursula von der Leyen di destinare 800 miliardi di euro al riarmo, sottraendoli al Next Generation EU, rappresenta un colpo durissimo per i cittadini europei. Questi fondi, inizialmente destinati alla ripresa economica post-pandemia, sarebbero dovuti servire per rafforzare sanità, istruzione, lavoro e transizione ecologica. Invece, Bruxelles ha deciso di deviarli verso l’industria bellica, accelerando la militarizzazione del continente. Il risultato? Meno welfare, più guerra, più instabilità.

Ma c’è una contraddizione enorme dietro questa scelta: mentre l’Europa si lancia in una corsa agli armamenti senza precedenti, gli Stati Uniti si stanno progressivamente ritirando dal teatro europeo. Washington, che fino a ieri non solo ha sostenuto l’Ucraina ma è stata artefice sin dall’inizio di questo disastro,, ora presenta il conto a Kiev e riduce il proprio coinvolgimento diretto nel conflitto, come ha sempre fatto. La priorità per gli USA non è più la Russia, ma la Cina, e l’Europa si ritrova da sola in una guerra che non può vincere, schiacciata dai costi economici e sociali di una strategia autodistruttiva.

L’Europa a guida NATO: senza una politica estera, senza un destino

L’Unione Europea è nata con l’idea di garantire pace e cooperazione tra i popoli. Oggi, invece, si sta trasformando in una macchina da guerra priva di una strategia autonoma, totalmente subordinata agli interessi atlantici. Ma c’è un punto fondamentale che l’UE sembra ignorare: la Russia è Europa.

Non possiamo parlare di un progetto europeo senza considerare la Russia come parte integrante del nostro stesso continente, pur condannandola “nell’operazione militare speciale”. La storia, la cultura, l’economia e l’energia che arrivano dalla Russia sono legate a doppio filo all’Europa occidentale. Alimentare il conflitto con Mosca significa combattere contro una parte di noi stessi, spaccare il continente e renderlo ancora più vulnerabile alle mire di potenze esterne.

Chi oggi spinge per una guerra con la Russia sta scegliendo la strada dell’autodistruzione, trasformando l’Europa in un campo di battaglia al servizio di interessi che non sono i nostri. Non esiste alcuna logica politica dietro questa escalation, solo la miopia di un’élite europea incapace di costruire una visione strategica autonoma.

Il tradimento del Next Generation EU: l’Europa contro i suoi cittadini

Quando venne lanciato il Next Generation EU, ci dissero che avrebbe permesso la ripresa dell’economia europea, la creazione di posti di lavoro e il rafforzamento del welfare. Oggi, scopriamo che era solo un’illusione: gli stessi fondi che dovevano costruire il futuro dei cittadini europei verranno usati per finanziare l’industria bellica.

Questa scelta è una condanna per milioni di europei. Vuol dire:
• Meno investimenti nella sanità pubblica, che già oggi è in crisi dopo anni di tagli e privatizzazioni.
• Meno risorse per il lavoro e i giovani, che in molti paesi europei sono ancora schiacciati dalla precarietà.
• Meno fondi per la transizione ecologica, che resta una promessa vuota mentre l’Europa si prepara alla guerra.

L’Europa sta abbandonando la sua gente per diventare un’enorme macchina da guerra, ma senza politiche sociali, senza coesione interna, senza una vera identità politica comune, questa UE non ha futuro.

Chi applaude la guerra e chi si oppone

Di fronte a questa deriva bellicista, c’è chi non solo la sostiene, ma la esalta come l’unica strada possibile. Tra questi, personaggi come Michele Serra, impegnato a promuovere una manifestazione a favore di questa Europa militarizzata e prona ai diktat di Washington.

Si tratta di un’operazione propagandistica che cerca di convincere l’opinione pubblica che la corsa agli armamenti e lo scontro con la Russia siano inevitabili, quando in realtà sono il risultato di precise scelte politiche delle élite europee.

Ma l’Europa non è solo quella delle banche, delle industrie belliche e dei burocrati senza volto. Esiste un’altra Europa, fatta di cittadini, lavoratori, studenti, forze sociali e politiche che rifiutano questa deriva. È necessario costruire un fronte di resistenza a questa follia, un’alternativa concreta a un’Unione Europea che sta tradendo la sua stessa promessa di pace e cooperazione.

Se vogliamo fermare questa corsa verso l’abisso, il 15 marzo dobbiamo organizzare una risposta politica e sociale forte, una vera contro-mobilitazione avverso chi ci vuole trascinare in una guerra senza senso. Il tempo di rimanere in silenzio è finito. L’Europa può avere un futuro solo se sceglie la pace, non se si consegna ai signori della guerra.

Il circo della propaganda: media, narrativa e manipolazione dell’opinione pubblica

L’illusione dell’informazione libera

Un tempo si diceva che l’informazione fosse il “quarto potere”, un cane da guardia della democrazia. Oggi sembra più un cane da compagnia, fedele ai suoi padroni e pronto a mordere solo chi è fuori dalla cerchia del consenso imposto. Il recente trattamento mediatico riservato al colloquio tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è solo l’ennesima dimostrazione di come l’informazione non sia più al servizio della comprensione dei fatti, ma della loro manipolazione.

Tutti i principali media, con pochissime eccezioni, hanno estrapolato pochi minuti del confronto (dal minuto 43 al 47, su 50 complessivi), costruendo una narrazione che dipinge Zelensky come vittima dell’“umiliazione” inflittagli dal “bullo” Trump. Una sintesi arbitraria, funzionale alla perpetuazione dello schema buono/cattivo che regola ormai la comunicazione politica e geopolitica mainstream. Non importa il contenuto completo della conversazione, non conta il contesto più ampio: il pubblico deve ricevere un messaggio chiaro e inequivocabile, un’istruzione su chi odiare e chi sostenere.

Questa dinamica non è un’eccezione, ma la regola.

La narrazione prefabbricata: Putin, Hamas e l’eterno “fulmine a ciel sereno”

La gestione delle informazioni riguardanti la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente segue lo stesso copione. Il 24 febbraio 2022, secondo la narrazione dominante, Putin, “pazzo e malato”, ha invaso l’Ucraina senza motivo, spinto da un insaziabile desiderio di conquista. Nessun accenno al contesto geopolitico precedente, alla NATO che ha spinto i suoi confini sempre più a est, agli accordi di Minsk mai rispettati, alla guerra civile nel Donbass che andava avanti dal 2014. Nulla di tutto questo esiste nella narrazione ufficiale.

Stesso discorso per il 7 ottobre 2023: Hamas attacca Israele, e questo evento viene descritto come un’aggressione improvvisa e inspiegabile, un puro atto di barbarie senza alcun retroterra storico. Non si parla dell’occupazione, del blocco di Gaza, delle violenze subite dai palestinesi per anni. Il pubblico deve solo sapere che c’è un aggressore malvagio e una vittima innocente.

Questa modalità di costruzione della realtà si basa su un meccanismo estremamente semplice: proiettare il film a partire dal punto più conveniente alla narrazione. Se io ti tiro un pugno dopo che tu mi hai accoltellato, la storia comincerà dal pugno. La parte precedente sarà eliminata, e il pubblico sarà invitato a condannare la mia violenza senza porsi altre domande.

La regressione infantile della politica e del giornalismo

Questo modello narrativo ha prodotto un impoverimento radicale della capacità analitica sia del pubblico sia di chi dovrebbe guidare il dibattito politico. Il discorso pubblico si è ridotto a una dicotomia elementare: buoni contro cattivi.

Se sei contro Zelensky, allora sei automaticamente a favore di Putin. Se critichi la NATO, allora sei un filo-russo. Se non sostieni incondizionatamente Israele, allora sei un antisemita. Se critichi l’Unione Europea, allora sei un sovranista populista e dunque un fascista.

Questa logica binaria impedisce qualsiasi analisi complessa, qualsiasi tentativo di comprendere le ragioni profonde dei conflitti. Il dibattito politico non è più un confronto di idee, ma un continuo test di fedeltà ideologica: devi dichiarare da che parte stai, senza sfumature, senza approfondimenti.

Persino figure che un tempo erano considerate critiche e argute si sono arrese a questa semplificazione infantile. È il caso di molti intellettuali e giornalisti che, pur avendo avuto in passato una visione lucida della realtà, oggi sembrano incapaci di vedere l’Unione Europea per quello che è realmente: un blocco neoliberale e guerrafondaio, che non ha nulla a che vedere con i sogni progressisti degli anni ’90. Ma aggiornare il proprio pensiero richiede uno sforzo, e molti preferiscono rimanere ancorati alle proprie convinzioni giovanili, anche quando la realtà le ha smentite.

I media come strumenti di propaganda

Ciò che emerge chiaramente da questo scenario è che i media non sono più strumenti di informazione, ma di propaganda. Il loro obiettivo non è fornire al pubblico gli strumenti per comprendere la complessità del mondo, ma indirizzarlo verso determinate conclusioni preconfezionate.

Le grandi testate giornalistiche e i telegiornali non si limitano a raccontare i fatti: li selezionano, li manipolano, li inquadrano in una narrazione che serve precisi interessi. I conflitti non sono più analizzati dal punto di vista geopolitico, economico o storico, ma trasformati in sceneggiature hollywoodiane, con eroi e villain ben definiti.

In questo senso, il giornalismo mainstream non è più neanche “giornalismo”: è intrattenimento politico, teatro della manipolazione, una fabbrica di consensi per i poteri dominanti. Il pubblico non è chiamato a riflettere, ma a tifare, come in una partita di calcio.

Come rompere l’incantesimo?

Di fronte a questo scenario, la prima cosa da fare è smettere di essere spettatori passivi.

• Non accontentarsi delle narrazioni ufficiali, ma cercare sempre il contesto, le fonti alternative, i dettagli omessi.

• Diffidare delle semplificazioni, perché la realtà è sempre più complessa di quanto viene raccontato.

• Non farsi trascinare nel gioco delle tifoserie, rifiutando la logica binaria del buono/cattivo.

• Pretendere un’informazione vera, supportando quei pochi giornalisti e media indipendenti che cercano ancora di fare il loro lavoro con onestà.

Oggi, più che mai, l’informazione è un campo di battaglia. E in questa guerra della propaganda, l’unica arma che ci rimane è il pensiero critico.

La rapina del secolo: l’aumento delle spese militari mentre il mondo muore di fame

Ogni tre secondi, un essere umano muore di fame. Ogni tre secondi, un bambino, una donna o un uomo perde la vita perché non ha accesso al cibo. Eppure, i governi delle potenze mondiali continuano ad aumentare i bilanci militari, investendo cifre astronomiche in armamenti che, invece di garantire sicurezza, alimentano instabilità e sofferenza.

Un prezzo insostenibile

Le spese militari globali hanno raggiunto livelli record. Solo i paesi del G7 – le sette economie più ricche del pianeta – spendono oltre 1.200 miliardi di dollari all’anno in spese militari. Un’enormità di risorse che, in un mondo sempre più segnato da crisi climatiche e povertà estrema, rappresenta una vera e propria rapina ai danni dell’umanità.

Eppure, basterebbe appena l’1% di queste speseper eradicare la fame estrema, quella che provoca la morte di milioni di persone e costringe intere popolazioni a migrare in cerca di sopravvivenza. Questa fame estrema è in drammatico aumento. L’ONU stima che con circa 40 miliardi di dollari all’anno si potrebbe garantire cibo e nutrizione adeguata a chi oggi non ne ha accesso. Molto meno di quello che si sta spendendo nella guerra in Ucraina. 

Un’illusione di sicurezza

Ci dicono che l’aumento delle spese militari è necessario per la sicurezza globale. Ma la vera minaccia alla sicurezza non è forse la povertà estrema, il collasso climatico, le disuguaglianze sempre più marcate?

Alimentare il mercato delle armi non ferma i conflitti: li moltiplica, li prolunga, li rende più devastanti. Come è accaduto in Ucraina. 

Eppure, anche riducendo le spese militari del 99%, i paesi del G7 continuerebbero a spendere in difesa oltre dieci volte più della Russia. Il che dimostra come la corsa agli armamenti sia più una questione di interessi economici che di reale necessità strategica.

La scelta è politica, non inevitabile

L’idea che il mondo abbia bisogno di più armi per essere sicuro è una narrazione costruita da chi trae profitto dall’aumento delle spese militari. L’industria bellica è un colosso che influenza governi e istituzioni, promuovendo un ciclo infinito di guerra e riarmo.

Ma ogni euro aggiunto alle spese militari è un euro sottratto all’istruzione, alla sanità, alla lotta contro la crisi climatica, alla giustizia sociale, alla cooperazione internazionale e alla non prorogabile eradicazione della fame nel mondo.

Un’altra strada è possibile

Di fronte a questa “rapina del secolo”, di fronte a questo aumento  delle spese militari, i cittadini del mondo hanno il diritto e il dovere di alzare la voce. Occorre esigere che i governi invertano la rotta, che l’1% delle spese militari sia immediatamente destinato alla lotta contro la fame estrema, e che la logica della guerra lasci spazio alla diplomazia e alla solidarietà internazionale con le aree del mondo schiacciate da una spaventosa povertà.

Perché nessun esercito servirà mai a proteggere un mondo in cui milioni di persone muoiono di fame. 

La più grande rapina del secolo a danno dei più poveri va fermata. Come se mondo bastasse l’iniqua distribuzione delle ricchezze nel Pianeta, adesso è entrata in campo – con effetti devastanti – la lobby politica che va a braccetto con il complesso industriale-militare. Ha coinvolto i media media e ogni giorno si parla di una sola cosa in televisione: comprare nuovi armamenti, aumentare le spese militari.

È in atto una campagna martellante a cui dobbiamo opporci con tutte le nostre forze prima che sia troppo tardi.

Stop all’aumento delle spese militari!

Questo testo può essere liberamente scaricato, stampato, modificato, integrato e utilizzato in attività per la pace e i diritti globali. Puoi farne un volantino e distribuirlo ai tuoi amici.———————-
Lista Diritti globali di PeaceLink

Si ricorda che tutti i messaggi di questa lista sono pubblicati su internet:
https://lists.peacelink.it/dirittiglobali/

Per cancellarsi:
https://lists.peacelink.it/sympa/auto_signoff/dirittiglobali?email=sommella%40outlook.it

Londra, il vertice dell’ipocrisia: l’Europa si arma, l’Italia tace e aspetta istruzioni

Ieri A Londra, i leader europei si sono riuniti per discutere dell’Ucraina. Il copione è sempre lo stesso: armi, miliardi, missili, mentre il fantomatico “piano di pace” di Gran Bretagna e Francia resta un’ombra evanescente dietro le dichiarazioni bellicose. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, spalleggiata da Meloni e dal centrosinistra europeo, continua a spingere l’Unione verso un’economia di guerra, con investimenti miliardari in industria bellica. L’Europa sembra ormai essersi rassegnata a un destino di militarizzazione permanente, mentre i suoi cittadini pagano il prezzo con il costo della vita in vertiginoso aumento.

Meloni: assente, balbettante, subalterna

E l’Italia? Semplicemente non pervenuta. Giorgia Meloni si muove come un’ombra nel dibattito europeo, senza una linea chiara, senza una strategia, senza nemmeno il coraggio di avanzare una posizione autonoma. Prima del vertice ha cercato di contattare Donald Trump per ricevere indicazioni, ma evidentemente le istruzioni dalla nuova destra americana non sono ancora arrivate. Nel frattempo, per riempire il vuoto, lancia proposte sconclusionate come l’applicazione dell’Articolo 5 della NATO all’Ucraina senza che questa entri nell’Alleanza. In pratica, un capolavoro di assurdità: dare a Kiev il diritto di trascinare l’Europa in guerra senza alcun vincolo reciproco. Un’idea così surreale da far dubitare che sia stata davvero ponderata.

Un Parlamento umiliato e un’Italia trascinata nell’abisso

In tutto questo, Meloni continua a ignorare il Parlamento italiano. Non ha sentito il bisogno di presentarsi in Aula per chiarire quale posizione intenda portare al Consiglio europeo del 6 marzo. Finora si è limitata a sostenere l’aumento incontrollato delle spese militari, come se l’Italia potesse permettersi di buttare miliardi in armamenti mentre famiglie e imprese sprofondano nella crisi.

Eppure abbiamo il diritto di sapere. Non possiamo più accettare decisioni prese sopra le nostre teste, con giochi di prestigio e narrazioni costruite per giustificare l’ingiustificabile. Perché oggi è chiaro che questa strategia è fallita: chi parlava di una Russia “impantanata” deve oggi fare i conti con una realtà ben diversa. L’Ucraina è esausta, la controffensiva è fallita, e i generali di Kiev ammettono che non hanno più uomini né munizioni sufficienti. L’Occidente ha scommesso su una vittoria militare che non è arrivata.

Una guerra persa sulla pelle dei cittadini

Meloni, come molti altri leader europei, ha ripetuto come un mantra che inviare armi su armi fosse la soluzione. Chi chiedeva negoziati veniva tacciato di tradimento. Oggi, però, i nodi vengono al pettine: il conflitto ha solo prodotto distruzione, instabilità, danni economici incalcolabili e un’Europa sempre più subordinata agli interessi altrui.

Se l’Europa, con l’Italia in testa, avesse puntato da subito sulla diplomazia, oggi avremmo probabilmente un accordo più vantaggioso per Kiev, meno devastazione, meno morti, meno costi da scaricare sulle bollette dei cittadini. Ma il tempo degli “e se” è finito: ora è il momento di chiedere conto a chi ci ha trascinati in questo disastro.

Meloni venga in Parlamento, spieghi come intende rimediare a questi fallimenti, dica se esiste una posizione chiara nel suo governo – visto il caos che regna nella sua maggioranza – e soprattutto la smetta di aspettare istruzioni da Washington. L’Italia merita una politica estera autonoma, non un governo che esegue ordini.