La marcia inarrestabile del neoliberismo
di Mario Sommella
Dal punto di vista della comunicazione e dei media, la realtà che ci appare oggi è radicalmente diversa da quella costruita nell’immediato dopoguerra. Ma quando è avvenuto il passaggio da quella società a quella attuale?
Analizzando gli eventi sociali e le nuove tecnologie delle telecomunicazioni, possiamo collocare il punto di svolta, in Europa, agli inizi degli anni ’80. In particolare, considero rilevante la politica di Margaret Thatcher nel Regno Unito, nota per la dottrina del “There Is No Alternative” (TINA), e quella di Ronald Reagan negli Stati Uniti, caratterizzata dall’edonismo reaganiano. Entrambe affondano le loro radici nella teoria economica della Scuola di Chicago, guidata da Milton Friedman e i suoi “Chicago Boys”.
In Italia, la nascita della televisione commerciale negli anni ’70 ha preparato il terreno per eventi successivi, come la dissoluzione del Partito Comunista un decennio dopo. Questo partito, a mio avviso, rappresentava l’ultimo baluardo culturale capace di opporsi al pensiero neoliberista. La successiva ascesa del partito personale di Silvio Berlusconi ha enfatizzato il mercato come leva politica, consacrando il “pensiero unico” del capitale economico.
Questi avvenimenti sono stati parte di una visione elitaria della democrazia. Nessuno, all’epoca, si rese conto che l’Italia e l’Europa stavano sincronizzandosi sul “fuso orario americano”. Questo aggiornamento ha avuto conseguenze profonde e inimmaginabili, portando a una rivoluzione totale nella struttura sociale.
La frattura epistemologica
La storia è fatta di fratture epistemologiche, e una di queste è stata l’avvento della televisione commerciale e del marketing. Tra gli anni ’70 e ’80, iniziò a emergere un nuovo modo di pensare e vedere la società, segnando un cambiamento epocale per l’Europa, che si avviava a diventare la “colonia americana” che conosciamo oggi.
In questo contesto, è utile richiamare la teoria di Marshall McLuhan, secondo cui “il medium è il messaggio”. Ogni medium trasmette contenuti in modo unico, adattandoli alla propria natura. Ad esempio, non possiamo inserire un messaggio incompatibile in un medium non predisposto, così come non possiamo utilizzare una spina diversa per una presa specifica.
L’illusione dei social e il concetto di democrazia
Prendendo spunto da un’intervista su Byoblu a Ugo Mattei, condivido molte delle sue osservazioni, ma non la sua affermazione che la soluzione politica risieda nel creare un nuovo social network ecologista. Se “il medium è il messaggio”, i social non possono funzionare diversamente solo perché gestiti in modo diverso. Come una caffettiera può solo fare caffè, i social rimangono strumenti di marketing, indipendentemente da chi li controlla.
Mattei parla di democrazia, liberalismo e individui come concetti “eterni e immutabili”, ma non concordo. Viviamo in un mondo dominato dai big data, che rappresentano l’evoluzione estrema della rivoluzione iniziata con la televisione commerciale. L’audience è stato il primo embrione dei big data e ha sancito la sostituzione del concetto di verità con quello di marketing.
In una società in cui il mercato sostituisce la politica, tutto diventa merce. La televisione commerciale non vendeva prodotti, ma spettatori agli inserzionisti. Allo stesso modo, Internet offre servizi gratuiti agli utenti, raccogliendo però i loro dati per venderli. Con i social media, il marketing diventa ancora più invasivo grazie alla profilazione individuale, generando il panico da controllo sociale.
Dal proporzionale al maggioritario: il declino della democrazia
Questa trasformazione ha influenzato anche la democrazia. Siamo passati da un sistema proporzionale con partiti e programmi alternativi a un sistema maggioritario dominato da candidati telegenici. La corruzione e la mediaticità sono diventate centrali, sostituendo la vera diversità politica con il marketing.
I valori della democrazia europea pre-neoliberista erano “società, verità e cultura”. Oggi, invece, dominano “individuo, libertà e mercato”. Il servizio pubblico, inteso come pedagogico e culturale, è ormai inconcepibile.
L’America e l’Europa: due Occidenti a confronto
L’America, prima industrialmente e poi culturalmente, ha superato l’Europa, ma non ne ha mai condiviso i valori. Max Weber, con L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, spiega questa differenza: il calvinismo considera la ricchezza come segno di predestinazione divina, legittimando la disuguaglianza sociale. Questo ha portato l’America a mettere il profitto al centro di tutto, sacrificando valori come società, cultura e spiritualità.
L’Europa, al contrario, ha sempre privilegiato il capitale culturale e intellettuale. Tuttavia, il dominio americano ha imposto il modello del “fare” sul “pensare”, portando all’omologazione culturale e al trionfo del capitale economico.
Conclusione: il conformismo della società moderna
La rivoluzione populista, come analizzato da Adorno ne La dialettica dell’illuminismo, ha trasformato la presa di parola del pubblico in un messaggio vuoto. Per guadagnare consenso e follower, oggi non si dice nulla di rilevante, limitandosi a perpetuare un’immagine conforme. Mai come oggi, la società è stata così “conformista”.
In sintesi, esistono due Occidenti: l’Europa del pensiero e l’America del capitale. Ma il rischio maggiore è che, adottando il modello americano, l’Europa perda definitivamente la sua identità culturale e democratica.