Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

Quando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.

La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:
• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;
• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;
• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.

Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.

Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.

L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti

Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi, della Banca Romana raccontano un copione ricorrente: uomini di governo coinvolti in affari sporchi, accertamenti che emergono e poi si spengono, quasi sempre senza condanne reali. Il capo del governo Crispi incassa somme enormi e rimane in sella. Il messaggio implicito è semplice: i vertici dello Stato non si toccano.

Parallelamente, nel distretto di Palermo e nel resto della Sicilia, per decenni migliaia di morti di mafia producono una manciata di ergastoli. La macchina giudiziaria non è un arbitro neutrale: è calibrata, per origine sociale e per prassi, a proteggere i potenti e i loro alleati criminali più che a colpirli.

Non stupisce che la saggezza popolare sintetizzi così bene questo squilibrio: “A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera”, “Chi comanda fa la legge”, “Fatta la legge, trovato l’inganno”. Sono la radiografia di uno Stato che predica legalità, ma difende i suoi intoccabili.

Per lunghi decenni anche la composizione sociale della magistratura rispecchia questo assetto: magistrati che vengono dalle stesse famiglie, dallo stesso ceto, dagli stessi salotti dei dominanti. Incarichi decisi dall’alto, su indicazione politica. Quando la giustizia diventa un prolungamento del potere, l’impunità dei potenti non è una patologia: è il funzionamento normale del sistema.

Dal fascismo all’anticomunismo di Stato: la giustizia come arma contro i deboli

Nel fascismo questa logica si fa esplicita. La magistratura è subordinata all’esecutivo e al partito, orientata contro gli oppositori, mentre i crimini del regime vengono nascosti o normalizzati. I giornali raccontano un Paese pacificato in cui la violenza è sempre “colpa di nemici interni”: la giustizia diventa un braccio della repressione.

Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta, interna e internazionale, di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia. In Sicilia i sindacalisti e i dirigenti contadini vengono uccisi dalla mafia: decine di omicidi, quasi nessuna condanna esemplare.

Il caso simbolico è quello di Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Viene rapito e ucciso il 10 marzo 1948: è uno dei primi casi di “lupara bianca”, il corpo fatto sparire a Rocca Busambra, ritrovato solo nel 2009 e identificato nel 2012, dopo 64 anni, con funerali di Stato celebrati alla presenza del Presidente della Repubblica. Gli imputati, accusati di aver partecipato al sequestro e all’omicidio per conto di Cosa nostra, vengono assolti per insufficienza di prove. Giustizia formale, impunità sostanziale.

E Rizzotto non è un’eccezione. Nella memoria collettiva tornano i nomi di Accursio Miraglia, Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi, Salvatore Carnevale, e tanti altri militanti sindacali caduti nelle lotte contadine per la terra, tra anni Quaranta e Cinquanta, spesso senza che i responsabili fossero davvero condannati. La stessa CGIL e diverse ricerche storiche ricordano che sono almeno 54 i sindacalisti uccisi dalle mafie nel dopoguerra, molti dei quali rimasti senza giustizia, a conferma di un sistema giudiziario incapace – o non disposto – a colpire fino in fondo i mandanti mafiosi e gli interessi agrari che li sostenevano.

In questo quadro si colloca anche Pio La Torre, che prima di diventare dirigente nazionale del PCI è dirigente sindacale e protagonista delle lotte per la terra. Passa dal guidare le occupazioni contadine al finire in carcere per quelle stesse battaglie, mentre la violenza mafiosa contro il movimento bracciantile resta sostanzialmente impunita. Il messaggio è chiaro: se provi a cambiare i rapporti di forza, la legge cade su di te; se difendi gli assetti, la legge ti gira attorno.

La frattura degli anni Settanta: quando una parte della magistratura smette di essere “di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei cosiddetti “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, invece di considerare l’imprenditore automaticamente nel giusto.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: si passa dal maggioritario, che regalava di fatto tutti i seggi a una sola corrente, a un sistema proporzionale che consente rappresentanza anche a gruppi meno accomodanti con i governi. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia” al servizio delle famiglie che contano.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade l’alibi della “ragion di Stato” permanente, usata per decenni per chiudere un occhio (o tutti e due) su corruzione e collusioni in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite: tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano smonta il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica. In Sicilia, Calabria, Campania una nuova leva di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai come allora nella storia italiana un numero così alto di ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori era finito sotto inchiesta e condannato, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata carissimo: dagli anni Settanta in poi, una trentina di magistrati vengono uccisi da mafia e terrorismo. Ma succede anche altro: una parte significativa del Paese comincia a vedere nella magistratura non solo una casta, ma anche un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

Il presente: una riforma che promette “ordine” ma sa di restaurazione

È in questa lunga storia che colloco oggi la riforma Meloni–Nordio sulla separazione delle carriere. Non stiamo discutendo nel vuoto, ma dentro una trama che conosce benissimo il significato politico della parola “giustizia”.

Tre elementi, nelle parole e nei comportamenti di chi promuove la riforma, per me sono rivelatori.
1. La promessa di togliere il “fiato sul collo” ai governi

Il ministro Nordio ha sostenuto che persino l’opposizione dovrebbe appoggiare la riforma, perché quando tornerà al governo potrà beneficiarne: non avrà più i pubblici ministeri a controllare, indagare, disturbare l’azione dell’esecutivo.

Io non leggo questa frase come una svista, ma come una dichiarazione programmatica. Se il cuore della riforma viene presentato come uno strumento per alleggerire la pressione giudiziaria su chi governa, non siamo davanti a un intervento “garantista” in senso alto. Siamo davanti a un disegno che mira a ridurre la possibilità che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri del potere.

La Costituzione ha collocato il pubblico ministero dentro l’ordine giudiziario proprio per blindare l’autonomia dell’azione penale dal governo. Ogni passo che spinge, di diritto o di fatto, il PM verso l’orbita dell’esecutivo ci porta verso un modello di giustizia accomodante con chi sta al vertice. E i testi approvati – separazione secca, due CSM, Alta Corte disciplinare – vanno esattamente in quella direzione, come sottolineano anche diversi costituzionalisti critici.
2. Gelli, la P2, le stragi e il filo che arriva a Berlusconi e Dell’Utri

La seconda “confessione” è ancora più significativa. Per difendere la riforma dalle critiche che la collegano al progetto della loggia P2, Nordio ha evocato Licio Gelli sostenendo, in sostanza, che se un’idea è giusta non diventa sbagliata solo perché l’ha detta lui.

Sul piano astratto si può giocare coi paradossi logici; sul piano concreto, in Italia, quella frase pesa come un macigno. La separazione delle carriere era un cardine del Piano di Rinascita Democratica della P2, non come sofisticata riforma garantista, ma come strumento per piegare magistratura e informazione al controllo politico.

Le indagini sulle stragi e le sentenze, in particolare sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, hanno restituito un ruolo di Gelli che va ben oltre la caricatura del “massone deviato”: finanziatore, regista occulto, punto di snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati deviati dello Stato. Quel progetto non era “una proposta tra le altre”, ma una vera architettura di Stato parallelo.

Dentro quella lista di 962 affiliati alla P2 compaiono nomi che hanno segnato la Seconda Repubblica: tra gli altri, Silvio Berlusconi, indicato con la tessera n. 1816, futuro quattro volte Presidente del Consiglio, al centro del sistema mediatico e politico che ha dominato il trentennio successivo.

Dalla P2 al berlusconismo il filo non si spezza, anzi si rafforza nel rapporto con Cosa nostra. Il principale artefice politico-organizzativo della nascita di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, viene condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2014 a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con i clan palermitani almeno dagli anni Settanta in poi.

Oggi quella stessa area politico-culturale – erede del berlusconismo e alleata con la destra post-missina – è la spina dorsale del governo che spinge la riforma della magistratura. Non è dietrologia, è genealogia: dai progetti piduisti, passando per la colonizzazione mediatica e per i rapporti con la mafia certificati nelle aule di giustizia, si arriva a un esecutivo che propone una riscrittura costituzionale pensata per “normalizzare” il conflitto tra potere politico e potere giudiziario.

In questo quadro, il richiamo “disinvolto” a Gelli non è un incidente: è una dichiarazione di continuità simbolica. Un modo per dire che quell’idea di giustizia sotto tutela politica, bocciata dalla storia e dalle commissioni parlamentari, continua a essere l’orizzonte di una parte del potere italiano.
3. Falcone e Borsellino tirati per la giacca dalla destra

Il terzo elemento non riguarda una frase di Nordio, ma un metodo politico. La destra di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia – usa i nomi di Falcone e Borsellino come fossero testimonial postumi della riforma. Si strappano frasi dal contesto, si montano clip e slogan per far dire ai due magistrati ciò che serve alla campagna per il “sì”.

Trovo questa operazione doppiamente intollerabile. Primo, perché rimuove il fatto che in vita Falcone e Borsellino furono spesso isolati, contrastati, delegittimati proprio da pezzi di politica, di magistratura, di informazione che oggi si riempiono la bocca di “legalità” e “lotta alla mafia”. Secondo, perché quei nomi vengono branditi per promuovere una riforma che rischia di rendere più difficile fare esattamente ciò per cui loro sono morti: toccare i poteri veri, rompere i patti inconfessabili, portare davanti alla legge chi si è sempre sentito al riparo da tutto.

Falcone, Borsellino e i tanti magistrati uccisi da mafie e terrorismo rappresentano un’idea radicale: la legge deve valere anche – e soprattutto – per i forti. Tirarli per la giacca per giustificare una riforma che riduce il controllo sui governi significa usare la memoria come scudo del potere, non come richiamo alla giustizia.

Un problema piccolo usato per una grande controriforma

C’è un dato che raramente entra davvero nel dibattito pubblico: il passaggio di magistrati da PM a giudice (o viceversa) esiste, ma è numericamente limitato. Parliamo di poche decine di casi l’anno. Non siamo davanti a un fenomeno di massa da cui dipende il destino dell’equità processuale.

Perché allora riscrivere così profondamente l’assetto costituzionale della magistratura? Perché creare due ordini separati, due CSM ridisegnati, un’Alta Corte esterna, per correggere un problema così marginale?

La mia risposta è netta: il vero obiettivo non è aggiustare un dettaglio di ingegneria processuale, ma cambiare l’equilibrio tra poteri. Un PM separato, meno inserito nell’unico ordine giudiziario, più esposto a possibili controlli esterni, è un PM più facile da isolare, colpire, delegittimare quando mette sotto inchiesta i vertici politici o economici.

Ogni volta che la magistratura ha provato seriamente a sfidare gli intoccabili – dai sindacalisti assassinati nel dopoguerra alle inchieste sulle collusioni Stato–mafia, fino a Mani Pulite – la reazione del sistema è stata durissima, prima sul piano mediatico, poi su quello normativo. Oggi questa reazione indossa il vestito rassicurante della “riforma dell’ordinamento”.

Il referendum, la raccolta firme e il silenzio dei media

Su questo sfondo, il referendum non è solo un passaggio istituzionale: è anche un campo di battaglia informativa. Il governo spinge per una data ravvicinata, convinto di poter sfruttare un vantaggio nei consensi e, soprattutto, una situazione mediatica in cui la riforma viene raccontata in modo parziale, talvolta edulcorato, spesso confinato alle pagine di politica per addetti ai lavori.

Nel frattempo, però, qualcosa si muove dal basso. La raccolta delle 500.000 firme, con l’obiettivo dichiarato di superare nettamente questa soglia, rappresenta una risposta politica e culturale a questa forzatura temporale. È un modo per riaffermare che la Costituzione non è proprietà del governo pro tempore, ma di chi la abita ogni giorno come cittadino.

La campagna di firme non è solo un adempimento tecnico per attivare il referendum: è già una forma di mobilitazione e di pedagogia civica. Mentre gran parte dei media tende a oscurare il tema, a parlarne poco, a ridurlo a sfondo di talk show, la possibilità di firmare – anche online – diventa un’occasione concreta per avvicinare le persone al merito della riforma e al suo contesto storico-politico.

Chi vuole informarsi e partecipare può farlo anche attraverso i canali ufficiali dedicati alla raccolta, come la pagina raggiungibile a questo indirizzo:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034

L’auspicio non è solo quello di raggiungere il numero necessario di sottoscrizioni, ma di superarlo ampiamente, proprio per mandare un segnale chiaro: su una riforma che tocca l’equilibrio tra poteri dello Stato, i cittadini vogliono essere protagonisti, non spettatori distratti di una partita giocata nelle stanze romane e nei consigli di amministrazione.

Perché questo referendum non è un tecnicismo

A questo punto, la domanda decisiva per me non è se, in astratto, un processo accusatorio “puro” richiederebbe carriere separate. È un dibattito che può appassionare i giuristi, ma da solo non basta.

La domanda vera è un’altra: in un Paese come l’Italia, con questa storia, con questa lunga tradizione di impunità dei forti e di uso politico della giustizia contro i deboli, chi guadagna e chi perde da una magistratura più debole, più divisa, più controllabile?

Viviamo in un contesto in cui:
• per oltre un secolo ministri, re, banchieri e notabili sono stati di fatto immuni da conseguenze penali serie;
• la mafia ha goduto di protezioni e connivenze istituzionali per decenni, colpendo sindacalisti, contadini, amministratori locali spesso senza pagare un prezzo adeguato;
• l’uso selettivo della giustizia, repressivo verso gli ultimi e indulgente verso i primi, è stato una pratica strutturale;
• solo negli ultimi decenni si è vista una rottura significativa di questo schema, pagata con il sangue di magistrati, poliziotti, carabinieri, funzionari che hanno scelto di non girarsi dall’altra parte.

In questo quadro, una riforma che promette ai governi di togliersi “il fiato sul collo” delle procure, che flirta con il lessico e con i progetti della P2, che si appoggia a una maggioranza politica in cui l’ex Presidente del Consiglio è stato iscritto alla loggia segreta e il fondatore del suo partito è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, che strumentalizza la memoria di Falcone e Borsellino, e che viene lanciata dentro un contesto di informazione distorta e di silenzi mediatici, non è un dettaglio tecnico: è un tentativo di riportare l’orologio indietro, verso un modello di “signori sopra la legge”.

Per questo, quando penso a questo referendum, non posso fermarmi alle formule astratte. Mi chiedo concretamente che cosa significhi svegliarsi domani in un Paese dove il pubblico ministero è più lontano dal giudice, più vicino ai condizionamenti della politica, più esposto alla minaccia disciplinare, mentre l’informazione continua a filtrare le notizie in base alla convenienza del potere.

La mia risposta è chiara: ci guadagnano, ancora una volta, i poteri che non vogliono essere giudicati; ci rimettono i cittadini che, con tutti i limiti e gli errori della giustizia italiana, hanno visto in questi anni incrinarsi – finalmente – il muro dell’impunità.

Ed è esattamente questo muro che oggi, dietro la parola d’ordine rassicurante di “separazione delle carriere”, qualcuno sta provando a ricostruire. Sta a noi decidere se lasciare fare in silenzio, o se trasformare il referendum – e già oggi la raccolta delle firme – in un’occasione per dire, una volta per tutte, che la giustizia non è un affare privato dei potenti.

Fonti essenziali per approfondire
• Testo della legge costituzionale su separazione delle carriere, nuovi CSM e Alta Corte disciplinare, commentato dalla dottrina.
• Ricostruzioni storiche sul movimento contadino e sull’antimafia sociale in Sicilia, con particolare attenzione ai sindacalisti uccisi.
• Biografia e vicenda giudiziaria di Placido Rizzotto, inclusi ritrovamento dei resti e funerali di Stato.
• Documenti e analisi sulla loggia P2, elenco degli iscritti e ruolo di Licio Gelli; riferimenti alla tessera n. 1816 di Silvio Berlusconi.
• Sentenze e cronache giudiziarie sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’unica democrazia del Medio Oriente

Israele tra suprematismo giuridico, censura strutturale e guerra permanente anche dopo la tregua

“L’unica democrazia del Medio Oriente” è diventata una formula pronta all’uso: un lasciapassare morale che, in Occidente, sostituisce la verifica dei fatti. Funziona così: si pronuncia quella frase e, come per magia, tutto il resto diventa “complesso”, “controverso”, “difensivo”. Ma se si guardano le scelte legislative, il trattamento riservato ai palestinesi, la gestione dell’informazione e il modo in cui vengono ostacolate perfino le organizzazioni umanitarie, quella definizione non regge. O meglio: rivela che cosa è diventata, oggi, la parola democrazia quando viene piegata a coprire la forza.

Il punto non è negare che esistano elezioni e pluralismo formale. Il punto è capire se quel pluralismo possa ancora essere chiamato democratico quando convive con un impianto giuridico e politico che istituzionalizza gerarchie etniche, normalizza la colonizzazione e si dota di strumenti sempre più autoritari per mettere a tacere chi documenta, denuncia o soccorre.

Un suprematismo scritto in legge

Un passaggio vale più di mille editoriali autoassolutori: la Basic Law del 2018, “Israel – The Nation State of the Jewish People”, stabilisce che la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusiva del popolo ebraico.

Non è una scivolata retorica: è un principio costituzionale. In un colpo solo, si consacra una cittadinanza a due velocità e si rende “naturale” ciò che altrove verrebbe definito discriminazione strutturale.

Questo è il nodo che molte organizzazioni per i diritti umani hanno provato a rendere leggibile con parole nette. B’Tselem ha parlato di “regime di supremazia ebraica” tra Giordano e Mediterraneo.  Human Rights Watch ha definito il sistema come crimini di apartheid e persecuzione.  Amnesty International ha concluso che si tratta di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Si può discutere di lessico e cornici, ma intanto la parola “democrazia” continua a essere ripetuta come un mantra, mentre la realtà materiale la svuota.

La pena di morte a senso unico

Dentro questo quadro, la spinta verso la pena di morte non è un episodio marginale: è un segnale di direzione. Nel novembre 2025 la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge per introdurre la pena capitale per “terrorismo”.

In astratto potrebbe apparire come una misura “generale”. Nella pratica, in un contesto in cui l’etichetta di “terrorismo” è spesso applicata in modo asimmetrico, l’impatto ricadrebbe quasi esclusivamente sui palestinesi, con un effetto selettivo e politico.

È qui che la democrazia diventa dispositivo punitivo identitario: non si limita a sanzionare atti, tende a colpire un gruppo.

La censura come architettura di Stato

Ogni colonialismo ha un punto debole: la visibilità. Per questo, accanto alle armi, servono i filtri. E negli ultimi anni si è consolidato un sistema di controllo dell’informazione sempre meno “emergenziale” e sempre più strutturale.

+972 Magazine ha documentato che nel 2024 la censura militare ha raggiunto livelli record: 1.635 articoli vietati e 6.265 parzialmente oscurati.

Non si tratta di un dettaglio tecnico: è un meccanismo quotidiano che modella ciò che può essere raccontato e ciò che deve restare fuori campo.

C’è poi un livello culturale, persino psicologico. Il Committee to Protect Journalists, riportando le parole di Nir Hasson (Haaretz), evidenzia un dato decisivo: i media israeliani, in larga parte, si collocano dentro lo sforzo bellico, evitando di raccontare la catastrofe umanitaria.

Quando l’informazione diventa branca della guerra, la democrazia si trasforma in scenografia.

La “legge Al Jazeera” e la normalizzazione del bavaglio

Il simbolo politico di questa deriva è la cosiddetta “Al Jazeera Law”, la norma che ha dato al governo poteri straordinari per chiudere media stranieri considerati una minaccia alla sicurezza, con sequestri e blocchi di siti.

Il passaggio decisivo arriva quando l’eccezione diventa regola: a dicembre 2025 la Knesset ha esteso la legge fino alla fine del 2027.

Non più un provvedimento temporaneo, ma un modello stabile in cui l’esecutivo rivendica la facoltà di spegnere la voce scomoda.

Nello stesso clima si inserisce anche la discussione sulla chiusura della storica Army Radio entro marzo 2026, criticata da chi teme un ulteriore indebolimento di spazi informativi non allineati.

La tregua che non ferma la morte

La parola “tregua” viene spesso raccontata come chiusura di un capitolo. Sul terreno, però, la violenza non si interrompe automaticamente perché lo impone il titolo di un telegiornale.

Secondo un report UNRWA, che cita dati OCHA, dalla tregua risultano uccisi centinaia di palestinesi e molti altri feriti.  Anche esperti ONU dell’OHCHR hanno riportato centinaia di violazioni dopo l’annuncio dell’11 ottobre 2025, includendo uccisioni che coinvolgono minori.

La cronaca di dicembre 2025 conferma la continuità: il Guardian ha riportato l’uccisione di palestinesi in una scuola-rifugio a Gaza City, indicando che si tratta di morti avvenuti dopo il cessate il fuoco.

Questa persistenza della violenza, mentre la parola “tregua” gira come moneta buona, produce un effetto politico preciso: spegne l’attenzione. Se la tregua viene narrata come “fine”, ciò che accade dopo diventa episodio, incidente, parentesi, mai struttura. E invece è struttura.

Cisgiordania: l’aggressione dei coloni come metodo

Mentre Gaza viene spinta fuori dall’agenda mediatica, in Cisgiordania la colonizzazione continua a mordere. Qui la tregua non vale come tregua: vale come schermo.

Il 23 dicembre 2025 l’Associated Press ha raccontato un attacco di coloni a una casa palestinese, con vandalismi e animali uccisi, e ha richiamato dati ONU su una frequenza elevata di aggressioni in certi periodi.

Non è “devianza” di frange impazzite: è la forma sociale della colonizzazione. Dove l’esercito controlla, i coloni espandono. Dove i coloni espandono, lo Stato consolida. E il diritto internazionale viene degradato a opinione.

Il colpo alle ONG: quando anche curare diventa sospetto

Il passaggio più rivelatore è quello che riguarda la guerra contro l’aiuto. Nuove regole di registrazione per le organizzazioni internazionali, con effetto dal 1 gennaio 2026, secondo Medici Senza Frontiere rischiano di compromettere attività salvavita a Gaza e in Cisgiordania.

Qui non c’è solo burocrazia: c’è politica. Se il criterio diventa dimostrare di non “delegittimare”, la solidarietà può essere trasformata in colpa e la testimonianza in minaccia. Altre ONG hanno parlato di impatto potenzialmente devastante, tra respingimenti e incertezza per decine di organizzazioni.

È la logica del controllo totale: non basta dominare un territorio, occorre dominare anche la possibilità stessa di raccontarlo e di tenere in vita chi lo abita.

Che cosa resta della “democrazia”

A questo punto la contraddizione non si può più coprire con formule. O si smette di chiamare democrazia un sistema che costituzionalizza l’esclusività etno-nazionale, discute la pena di morte con impatto selettivo, estende leggi per chiudere media stranieri e alza muri contro chi salva vite.

Oppure si accetta la verità più scomoda: esistono democrazie che convivono con pratiche di apartheid, colonizzazione e annientamento. Democrazie che votano ma non riconoscono l’uguaglianza; che parlano di libertà ma censurano; che invocano sicurezza mentre puniscono l’esistenza stessa di un popolo.

Ed è qui che l’Occidente non è spettatore: è complice. Perché la formula “unica democrazia del Medio Oriente” non descrive Israele. Descrive la disponibilità occidentale a chiamare civiltà ciò che conviene e a chiamare “controversia” ciò che dovrebbe scandalizzare.

Fonti essenziali

Basic Law “Israel – The Nation State of the Jewish People” (Knesset):

Rapporti e analisi su apartheid e supremazia:

Censura militare e dati 2024 (+972 Magazine):

Analisi su informazione e guerra, citazione Hasson (CPJ):

Estensione “Al Jazeera Law” fino al 2027:

Disegno di legge sulla pena di morte, prima lettura (novembre 2025):

Violazioni post-cessate il fuoco e dati ONU/UNRWA-OCHA:

Cronaca su uccisioni a Gaza dopo la tregua (dicembre 2025):

Attacchi dei coloni in Cisgiordania (dicembre 2025):

Nuove regole di registrazione ONG e allarme MSF:

Note finali

Nel dibattito pubblico occidentale, il “cessate il fuoco” viene spesso trattato come un finale: proprio per questo, documentare ciò che continua dopo la tregua è decisivo. La realtà che non viene mostrata non scompare, semplicemente smette di pesare sulle coscienze.

Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale

C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.

Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.

L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni. Dall’altro lato viene presentato SAFE, Security Action for Europe: fino a 150 miliardi di euro di prestiti per finanziare investimenti in settori come difesa missilistica, droni e cybersicurezza, raccolti sui mercati e poi prestati agli Stati. La Commissione segnala anche che il Consiglio ha adottato lo strumento nel maggio 2025. A questo si aggiunge il ruolo della BEI, che viene esplicitamente chiamata a rafforzare il supporto a difesa e sicurezza.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: è una risposta a un mondo più instabile. Il problema politico, però, sta nel passaggio successivo. Il piano collega la “prontezza” militare a una strategia più ampia che vuole mobilitare capitale privato, rendendo strutturale il flusso di denaro verso le priorità dichiarate. Qui entra in scena la Savings and Investments Union, l’Unione del risparmio e degli investimenti, presentata come la via per canalizzare i risparmi europei verso investimenti “produttivi” e verso gli obiettivi strategici dell’Unione, in un contesto di fabbisogni enormi. La Commissione richiama le stime del Rapporto Draghi su 750-800 miliardi annui di investimenti aggiuntivi fino al 2030, precisando che le nuove necessità includono anche quelle legate alla difesa.

È qui che la questione smette di essere solo contabile e diventa democratica. Perché “mobilitare il risparmio” non è una formula neutra: significa intervenire sui canali attraverso cui il denaro delle famiglie, spesso parcheggiato in depositi o in prodotti prudenziali, viene spinto verso strumenti di mercato, fondi, asset. Un briefing del Parlamento europeo, parlando della SIU, mette sul tavolo anche la revisione delle regole sulla cartolarizzazione e la spinta su prodotti e regole legati alle pensioni integrative. Non serve immaginare scenari cospirativi: basta osservare la direzione di marcia. Se la difesa diventa priorità dichiarata e contemporaneamente si costruisce un’infrastruttura finanziaria per far scorrere più capitale privato verso le priorità dell’Unione, il confine tra risparmio e industria bellica rischia di assottigliarsi fino a scomparire.

A quel punto la guerra non è più soltanto una decisione di politica estera, diventa una forma di governo interno. Perché quando una società si abitua all’idea che lo “sforzo” deve essere permanente, tutto il resto viene riscritto: il sacrificio diventa virtù, la compressione dei diritti diventa “necessità”, la critica diventa “irresponsabilità”. E la propaganda migliore è sempre quella che non si presenta come propaganda ma come procedura: non discutere, non dubitare, non guardare il costo sociale, limitati a prendere atto che “non c’è alternativa”.

Il pilastro industriale completa il quadro. In parallelo si rafforza la politica industriale della difesa attraverso strumenti come l’EDIP, presentato come ponte tra misure emergenziali e una capacità produttiva strutturale. A fine novembre 2025 Reuters ha riportato l’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’EDIP, un programma da 1,5 miliardi di euro di sovvenzioni del bilancio UE per il periodo 2025–2027 (circa 1,7 miliardi di dollari), con l’obiettivo di rafforzare procurement e produzione comuni e con criteri legati al contenuto europeo dei componenti. Anche qui: è facile vendere tutto come “autonomia strategica” e “posti di lavoro”, e una parte di verità esiste, perché ogni politica industriale genera filiere, ricerca, occupazione. Ma la domanda che non viene posta con sufficiente durezza è un’altra: quando crei un ecosistema che vive di commesse militari, poi devi alimentarlo. E un’economia che si nutre di deterrenza tende a cercare continuamente nuove ragioni per giustificare la propria crescita.

Il cortocircuito più tossico, però, è quello morale. Negli ultimi anni la finanza “sostenibile” è stata raccontata come l’argine etico del mercato: investire senza distruggere il pianeta, senza calpestare i diritti. Nel 2025 la Commissione ha pubblicato una comunicazione per chiarire che il quadro europeo di finanza sostenibile è “compatibile” con l’investimento nella difesa e che non contiene divieti settoriali generali, rimandando a valutazioni caso per caso e ricordando che solo alcune categorie di armi hanno trattamenti specifici di disclosure. Da un lato, analisi come quella di Bruegel sostengono che non siano le regole di sostenibilità in sé a bloccare i finanziamenti alla difesa, ma più spesso scelte reputazionali e decisioni dei gestori. Dall’altro lato, voci critiche come Finance Watch hanno denunciato il rischio di “warwashing”, cioè la normalizzazione della guerra dentro la retorica ESG. Reuters ha riportato chiaramente questo allarme.

Il punto non è fare i puri o gli ingenui. Il punto è non accettare la manipolazione semantica: chiamare “sostenibile” ciò che è strutturalmente legato alla capacità di distruzione significa spostare il confine del dicibile. E quando sposti il confine del dicibile, sposti anche quello del possibile. Oggi ti dicono che è “compatibile”. Domani ti diranno che è “necessario”. Dopodomani diventerà “normale”. E a quel punto, il cittadino non è più un soggetto politico ma un fornitore di capitale, un ingranaggio finanziario che alimenta priorità decise altrove.

Per un Paese come l’Italia, già stretto tra fragilità sociali e servizi pubblici in sofferenza, questa trasformazione è tutt’altro che astratta. Ogni miliardo reso facile per la difesa tende a contendersi spazio con ciò che dovrebbe garantire la vita quotidiana: ospedali che funzionano, scuola pubblica, territorio, sicurezza sul lavoro, diritto alla casa. Non perché esista un automatismo matematico, ma perché la politica è sempre una scelta di gerarchia. E la gerarchia che si sta imponendo rischia di dire questo: la protezione armata prima, la vita sociale dopo.

Resistere, allora, non significa chiudere gli occhi sul mondo. Significa smontare il meccanismo con cui la “minaccia” viene costruita, ingigantita o confezionata ad hoc per far passare tutto il resto. Il punto non è discutere se esistano tensioni geopolitiche, ma rifiutare l’uso politico della paura come scorciatoia: quando l’allarme diventa permanente, ogni taglio al welfare diventa “inevitabile”, ogni deroga ai vincoli diventa lecita solo se serve alle armi, ogni dissenso diventa sospetto. Resistere significa rimettere la politica sopra la tecnica, e l’etica sopra la paura. Significa pretendere trasparenza: se fondi pubblici e canali del risparmio vengono orientati verso la difesa, devono essere chiari i limiti, le esclusioni, i controlli democratici, le clausole sociali, la tracciabilità. Significa rifiutare l’automatismo morale per cui “sicurezza” diventa la parola passepartout per qualunque trasferimento di risorse verso l’apparato bellico. La sicurezza è anche sanità, salari, coesione, cultura, diritti. Se la società si sbriciola, la difesa diventa una facciata armata davanti a una casa vuota.

Soprattutto, significa rompere l’ipnosi dell’inevitabile. Perché la guerra come “nuovo contratto sociale” non è destino, è scelta. Una scelta che conviene a chi costruisce profitti sulla paura, e che scarica i costi su chi vive di lavoro, pensioni, servizi pubblici, risparmi. Se quel contratto passa, la cittadinanza si trasforma in mobilitazione permanente: meno diritti, più doveri, meno welfare, più “prontezza”. E quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi non è una frase da maglietta: diventa un dovere civile, l’ultimo gesto di umanità prima che l’eccezione diventi sistema.

Fonti

Commissione europea, “Future of European defence” e ReArm Europe plan / Readiness 2030.

Parlamento europeo, briefing su ReArm Europe / Readiness 2030 e strumento SAFE.

Parlamento europeo, briefing su Savings and Investments Union.

Commissione europea, pagina “Savings and investments union”.

Commissione europea, Notice su sustainable finance e difesa.

Bruegel, analisi su finanza sostenibile e difesa.

Reuters, dibattito su “warwashing” e finanza sostenibile applicata alla difesa.

Commissione europea, EDIP.

Reuters, approvazione del programma EDIP (novembre 2025).

Il nemico necessarioDa Parigi a Torino: come il fascismo 2.0 trasforma la politica in “ordine pubblico”

C’è un filo che unisce due scene solo apparentemente lontane. La prima è un convegno internazionale a Parigi dedicato a “neoliberalismi, neofascismi, neopopulismi”, con una traccia dichiaratamente foucaultiana (“Spettri di Foucault”) e l’allarme, lucidissimo, sul ritorno del fascismo come dispositivo moderno di governo. La seconda è Torino, corso Regina Margherita 47, lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il quartiere blindato, le cariche, gli idranti, i lacrimogeni, la narrazione pubblica ridotta a un unico spartito: sicurezza, decoro, legalità.

Se vogliamo capire che cosa sta succedendo, dobbiamo guardare quel filo senza spezzarlo. Perché il punto non è Askatasuna “in sé”, e non è nemmeno la singola misura repressiva “in sé”. Il punto è la tecnica politica che torna, aggiornata: creare il nemico per governare, dividere per comandare, usare paura e disciplinamento come collante di un ordine sociale sempre più ingiusto. È il fascismo senza fez e senza olio di ricino: cravatta blu, talk show, algoritmi, decreti, questure. È un fascismo 2.0, che ha imparato a presentarsi come semplice amministrazione dell’esistente.

La fabbrica del nemico: quando la guerra entra nella politica

Nel ragionamento emerso a Parigi, e rilanciato con forza da chi in quell’ambiente ha ancora la statura dei “grandi vecchi” della teoria critica, il fascismo non è un’icona museale: è un risultato politico possibile quando il liberalismo si corrompe, quando il neoliberismo si fa autoritario, quando il turbocapitalismo (oggi tecnocapitalismo) ha bisogno di una società docile, sorvegliata, mobilitata e divisa.

Qui sta il cuore del meccanismo: per trasformare una comunità in una folla governabile, serve una minaccia continua. Un nemico “alle porte” e, soprattutto, un nemico “interno” da stanare. A quel punto la politica smette di essere confronto e diventa prosecuzione del conflitto con altri mezzi: una guerra a bassa intensità condotta dentro la società, sulle parole, sulle immagini, sulle categorie morali. E più cresce l’insicurezza materiale, più questo teatro funziona: perché la paura cerca scorciatoie, e il potere è sempre felice di offrirgliene una.

Torino, corso Regina 47: un caso che parla a tutto il Paese

Dentro questa cornice, Askatasuna diventa un simbolo comodo. Non perché “tutto sia giusto” o “tutto sia sbagliato” in ciò che ruota attorno a un centro sociale. Ma perché uno spazio così, quando è radicato, quando produce mutualismo, cultura, relazioni, perfino una forma di socialità non mercificata, è l’esatto contrario della cittadinanza passiva che il neoliberismo preferisce. E quindi va ricondotto a problema di ordine pubblico.

I fatti recenti sono noti: il centro sociale Askatasuna è stato sgomberato il 18 dicembre 2025, con un’operazione della Digos; nei giorni successivi si sono svolte manifestazioni e scontri, con l’uso di idranti e lacrimogeni e una città messa in assetto di contenimento.

Il messaggio politico è stato esplicito anche nelle dichiarazioni: il ministro dell’Interno ha rivendicato una linea di “sgomberi” e una regola operativa di intervento rapido sulle nuove occupazioni, presentando l’azione come segnale dello Stato e come parte di una strategia più ampia.

Ma c’è un dettaglio che, se lo guardi bene, illumina la scena: negli stessi mesi in cui si discuteva del destino di Askatasuna, emergeva anche il percorso (difficile e contestato) di riconoscimento/coprogettazione con il Comune come “bene comune”, cioè come spazio da normare e rendere trasparente senza cancellarne la funzione sociale. Ed è qui che la vicenda diventa rivelatrice: quando un territorio tenta una mediazione amministrativa e politica, il potere centrale può scegliere la scorciatoia muscolare, scavalcando la grammatica locale e imponendo la grammatica nazionale dell’emergenza.

Non solo: sul piano giudiziario, nel maxi-processo legato ad Askatasuna, l’impianto più pesante (l’associazione a delinquere) è stato respinto in primo grado, pur restando condanne per singoli reati. Questo non “assolve” un mondo, ma mostra quanto sia delicata la linea che separa la giustizia dai teoremi politici.

La base materiale: salari, precarietà, frustrazione come carburante politico

La fabbrica del nemico non nasce nel vuoto. Ha bisogno di un combustibile sociale. E quel combustibile, in Italia, è la fatica quotidiana: lavoro povero, precarietà, ascensore sociale rotto, rabbia che non trova rappresentanza. Quando le condizioni materiali peggiorano, il potere ha due strade: redistribuire o distrarre. La prima costa. La seconda rende.

Qui i numeri sono impietosi: l’OCSE ha segnalato che l’Italia è tra i Paesi dove la caduta dei salari reali è stata più marcata tra le grandi economie, e che a inizio 2024 i salari reali erano ancora sotto i livelli pre-pandemia.
In parallelo, le statistiche europee sui costi del lavoro mostrano fratture enormi tra Paesi UE, che alimentano competizione al ribasso e insicurezza sociale.

In un contesto così, l’ossessione per il “nemico interno” diventa una scorciatoia narrativa perfetta: sposti l’asse dal conflitto verticale (chi concentra ricchezza e potere, chi lavora e perde terreno) al conflitto orizzontale (noi contro loro), e il gioco è fatto. Il nemico è il migrante, il “fannullone”, l’attivista, lo studente, il centro sociale, il picchetto, il corteo. Intanto, però, le gerarchie sociali si irrigidiscono e gli apparati di controllo si espandono, anche grazie alle tecnologie che colonizzano attenzione e immaginario. È esattamente ciò che, a Parigi, veniva descritto come ritorno del fascismo nella forma della mobilitazione permanente e della sorveglianza normalizzata.

Askatasuna come cartina di tornasole: colpire l’esempio, non solo il luogo

Ecco perché Askatasuna non è solo un indirizzo. È una cartina di tornasole.

Uno spazio fisico di aggregazione autonoma, se funziona davvero, produce tre cose che al potere danno fastidio:
produce legami (quindi fiducia tra persone non “intermediate”);
produce pratiche (mutualismo, cultura, autoformazione);
produce senso comune alternativo (cioè un’altra idea di normalità).

Per dirla in modo semplice: se in un quartiere esiste un luogo dove la gente impara che si può vivere anche senza chiedere il permesso al mercato per ogni respiro, quel luogo è un precedente. E i precedenti, in politica, sono più pericolosi delle parole.

Da qui la logica dell’esibizione muscolare: non basta chiudere una porta, bisogna mostrare che la porta la chiude “lo Stato”, e che chi prova a riaprirla verrà trattato come minaccia. È un teatro pedagogico: serve a educare, non solo a reprimere.

Che fare: cento spazi, mille ponti, una politica che torni a respirare

La risposta più intelligente, paradossalmente, è già dentro il problema: ricostruire luoghi. Luoghi fisici, non solo pagine social. Luoghi dove la politica torna a essere relazione, organizzazione, cura, conflitto ragionato. Perché se il fascismo 2.0 lavora sulla solitudine e sulla paura, l’antidoto è comunità e coraggio.

Non si tratta di santificare ogni esperienza, né di inseguire avanguardie autoreferenziali. Si tratta di una cosa più difficile e più concreta: creare spazi “abitabili” anche da chi oggi non milita, da chi diffida dei partiti, da chi ha smesso di credere alle sigle ma non ha smesso di avere bisogno di senso e dignità. E allora sì, l’idea “facciamone cento, mille” non è retorica: è un programma minimo di difesa democratica.

Perché il vero spartiacque, oggi, è questo: o accettiamo che la politica diventi una questione di polizia, o ricominciamo a fare politica come costruzione di popolo, nel senso più alto e costituzionale del termine. Senza nemici inventati. Con i conflitti reali messi finalmente sul tavolo: lavoro, diritti, disuguaglianze, guerra, riarmo, autoritarismo strisciante.

Fonti essenziali
• Angelo d’Orsi, “La creazione del nemico è un nuovo ‘fascismo 2.0’”, Il Fatto Quotidiano, 23 dicembre 2025.
• Cronache sullo sgombero di Askatasuna e sulle manifestazioni (ANSA; RaiNews; Sky TG24).
• Interventi e interviste del ministro dell’Interno sul tema sgomberi (Ministero dell’Interno).
• Dibattito su coprogettazione/beni comuni e iter amministrativo (Jacobin Italia; il manifesto).
• Esiti e quadro del maxi-processo (il manifesto; La Stampa).
• Dati su salari reali e mercato del lavoro (OCSE; Eurostat).

Manovra 2026: il Paese in saldo, la democrazia in affitto

C’è un’immagine che fotografa meglio di mille slogan la finanziaria che sta passando in Parlamento: un maxi-emendamento scritto all’ultimo, blindato con la fiducia, e attorno un contorno di “aggiustamenti” che non correggono nulla, ma spostano il peso sempre dalla stessa parte. È il vecchio trucco: chiamare “responsabilità” ciò che è una scelta di campo, e chiamare “semplificazione” ciò che assomiglia a un condono. E mentre il governo si racconta come il presidio dell’ordine, prepara una politica che disciplina i deboli e premia chi può permettersi di ignorare le regole.

Il Parlamento ridotto a notaio, la manovra ridotta a prova di forza

La prima notizia, prima ancora delle cifre, è il metodo. La legge di bilancio dovrebbe essere il luogo massimo della decisione pubblica: si discute, si corregge, si bilancia. Qui invece si procede per compressione. Il testo viene chiuso con un maxi-emendamento e il “lucchetto” della fiducia, dopo giorni di caos procedurale e scambi interni alla maggioranza. Lo denuncia Maurizio Landini con parole nette: “spettacolo indegno”, un governo che “non vuole discutere con nessuno, né con il Parlamento né con le parti sociali”. 

Non è solo un problema di stile. È sostanza politica: quando la manovra diventa un atto “prendere o lasciare”, si trasformano i diritti sociali in variabili di contabilità, e la democrazia in una formalità.

Il condono come segnale: legalizzare l’abuso e chiamarlo “primo treno utile”

Dentro questa logica, il capitolo più rivelatore è la mossa sul condono edilizio. Non un dibattito trasparente, non una scelta motivata da un’emergenza reale, ma un ordine del giorno alla manovra che “impegna il governo ad adottare” un nuovo condono “nel primo provvedimento utile”. Il contenitore sarebbe la riforma del Testo unico dell’edilizia, già approvata dal Consiglio dei ministri e in attesa del Parlamento. 

Qui la politica parla un linguaggio chiarissimo: non si affronta l’emergenza abitativa con case popolari, affitti sostenibili, recupero serio e trasparente del patrimonio pubblico. Si manda un messaggio culturale: “se hai violato le regole, prima o poi arriva una sanatoria”. In Italia non sarebbe neppure una novità: i grandi condoni nazionali del 1985, 1994 e 2003 sono il precedente storico che pesa come un macigno, perché hanno sedimentato l’idea che l’abuso non è un reato sociale, ma un investimento in attesa di sconto. 

E mentre la maggioranza si contende la bandierina del “Piano casa”, la traiettoria che emerge è quella denunciata da più osservatori: condoni, sanatorie, semplificazioni “a favore”, e pochissimo per chi una casa deve prenderla in affitto senza essere strozzato. 

Tagli e spostamenti: meno coesione, più rendite di fatto

Poi ci sono i numeri che raramente finiscono nei titoli, ma decidono la vita concreta.

Sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, nel testo approdato in Commissione Bilancio al Senato compare una riduzione delle risorse (almeno 300 milioni per il 2026, secondo l’anticipazione ANSA).  E diverse analisi segnalano un disegno più ampio di riduzione/riassorbimento di risorse FSC lungo più anni, con impatto potenziale soprattutto sui territori già fragili. 

Sull’Assegno di inclusione, il meccanismo viene “aggiustato” in modo che suona quasi beffardo: da un lato si elimina il mese di sospensione tra un ciclo e l’altro, dall’altro il primo mese del rinnovo verrebbe pagato al 50%. Tradotto: si evita il buco, ma si mette una toppa più piccola proprio quando le famiglie arrivano già in apnea. 

Questo è il filo che lega i pezzi: non si nega il welfare in modo clamoroso, lo si consuma a cucchiaini. Tagli qui, ritocchi là, un’eccezione oggi, una “revisione” domani. E intanto si normalizza l’idea che la protezione sociale sia un costo da limare, non un diritto da garantire.

Lavoro: quando il “mercato” diventa una scusa per togliere tutele

Nell’intervista, Landini punta il dito su un passaggio che dovrebbe far sobbalzare chiunque abbia lavorato davvero: il ritorno dell’emendamento Pogliese, già contestato e poi rispuntato. La sostanza, semplificando: rendere più difficile recuperare crediti di lavoro e arretrati, spostando la prescrizione “in costanza di rapporto”, cioè mentre sei ancora dipendente, quando molti non fanno causa per paura di ritorsioni. Questo impianto è stato descritto da più fonti come un colpo ai diritti dei lavoratori, e nel 2025 aveva già acceso polemiche e ritiri tattici. 

È un punto politico enorme: se tu indebolisci la possibilità di ottenere giustizia sul salario dovuto, stai dicendo che il conflitto tra impresa e lavoratore si risolve sempre con la forza contrattuale, cioè quasi sempre a sfavore di chi ha meno potere.

Fiscal drag: la tassa invisibile che resta anche quando “ti dicono” di averti aiutato

Qui entra il tema del fiscal drag, che Landini liquida con una parola sola: “balle” quando il governo sostiene di averlo “recuperato”. Al di là della polemica, il punto è serio: il fiscal drag è quel meccanismo per cui, con inflazione e progressività Irpef, puoi finire a pagare più imposte anche se il tuo reddito reale non cresce. Diversi osservatori hanno quantificato effetti rilevanti negli ultimi anni e spiegano perché gli interventi parziali non equivalgono a sterilizzare davvero il fenomeno. 

E allora la frattura diventa morale prima che economica: se la propaganda ti vende “meno tasse”, ma il carico reale su dipendenti e pensionati resta pesante e scivola su meccanismi automatici, la politica sta chiedendo fiducia mentre svuota la busta paga.

Un Paese che si assottiglia: produzione in calo, povertà strutturale

Tutto questo avviene mentre l’Italia non è esattamente in una fase di benessere diffuso.

L’ISTAT continua a registrare debolezza nella produzione industriale: solo per citare l’ultimo dato disponibile, a ottobre 2025 l’indice destagionalizzato è stimato in calo rispetto a settembre, con flessioni in vari comparti. 

E sulla povertà assoluta, l’ISTAT stima per il 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie e più di 5,7 milioni di individui in povertà assoluta (quasi il 10% dei residenti). Non un incidente di percorso: una condizione che si stabilizza, cioè si normalizza. 

Se metti insieme questi due dati, capisci perché l’idea di “tirare a campare” con piccoli ritocchi e grandi slogan è micidiale: quando la base economica si indebolisce e la povertà resta alta, ogni taglio al welfare e ogni favore all’irregolarità (come un condono) non sono semplici misure tecniche. Sono un modo di riscrivere il patto sociale: chi sta sotto deve arrangiarsi, chi sta sopra può permettersi di aspettare la prossima sanatoria.

La domanda che resta sul tavolo

La domanda, alla fine, è brutale e semplice: che cosa sta finanziando davvero questa manovra?

Se il governo sceglie di correre sul binario dei condoni e di una politica industriale lasciata al “trasferimento senza condizioni”, mentre stringe su pensioni, welfare, sanità pubblica e coesione territoriale, allora non sta “mettendo in sicurezza i conti”. Sta mettendo in sicurezza un rapporto di potere.

E qui la critica non è ideologica: è concreta. Un Paese non va in declino perché sciopera chi lavora. Va in declino quando il lavoro povero diventa la normalità, quando la casa diventa un lusso, quando la povertà diventa statistica, e quando il Parlamento diventa un passaggio formale per decisioni già prese altrove.

Fonti principali

Manovra e ordine del giorno sul condono edilizio (Repubblica, 22 dicembre 2025). 

Intervista a Maurizio Landini sulla manovra (Repubblica, 22 dicembre 2025, anche in PDF CGIL). 

Taglio FSC (ANSA rilanciata da La Gazzetta del Mezzogiorno). 

Assegno di inclusione e primo mese dimezzato (Sky TG24). 

Povertà assoluta 2024 (ISTAT). 

Produzione industriale ottobre 2025 (ISTAT). 

Fiscal drag: stime e chiarimenti (Osservatorio CPI, lavoce.info). 

Emendamento Pogliese e crediti di lavoro (Corriere della Sera, Fisac-CGIL). 

Precedenti condoni edilizi (normativa e sintesi). 

La Carta più bella e la più inattuata del mondo: perché l’Italia teme la sua Costituzione

C’è una frase che torna in testa ogni volta che guardiamo il dibattito pubblico italiano: abbiamo una Costituzione splendida e, insieme, una Costituzione spesso disattesa. Non nel senso romantico del “non siamo all’altezza dei nostri ideali”, ma in quello più concreto e politico: le promesse sociali e democratiche della Carta vengono trattate come un repertorio di buone intenzioni, utile da celebrare nelle ricorrenze e da aggirare quando intralcia interessi, rendite, rapporti di forza.

Eppure la Costituzione non nasce per arredare le pareti. Nasce, per usare un’immagine efficace, “in polemica con il presente”: non fotografa ciò che c’è, ma indica ciò che deve essere conquistato, soprattutto per chi sta sotto. Non è neutra, non è un manuale di galateo istituzionale. È un patto che limita i poteri e apre spazi di emancipazione. È qui che sta il punto: se la prendi sul serio, disturba.

Il pensiero critico e le sue tre grandi scuole italiane

Per capire come siamo arrivati a questo paradosso, conviene guardare a un pezzo di storia culturale e politica. In Italia, nel secondo Novecento, ci sono state almeno tre tradizioni di pensiero radicale capaci di incidere davvero.

L’operaismo ha rappresentato una critica frontale alla sinistra tradizionale e al movimento operaio istituzionalizzato, mettendo al centro conflitto, soggettività, rapporti di produzione. Ha avuto la forza di nominare ciò che molti preferivano non vedere: il lavoro non come categoria morale, ma come terreno di potere, disciplina e resistenza.

Il femminismo, soprattutto nelle sue correnti della differenza, ha scardinato categorie che sembravano intoccabili: famiglia, corpo, identità, ruoli sociali, linguaggio. Ha inciso profondamente sui costumi e sul modo stesso di concepire la libertà, mostrando che l’oppressione non vive solo nelle fabbriche o nei parlamenti, ma anche nella quotidianità.

Poi c’è l’uso alternativo del diritto: una rivoluzione meno raccontata ma decisiva. Qui la Costituzione viene letta non come una cornice neutra, bensì come strumento per dare gambe ai diritti dei subalterni. In questa prospettiva, il diritto non è soltanto tecnica, è campo di conflitto. Non è solo “ordine”, è anche possibilità di riequilibrio.

La domanda che ci inchioda, mezzo secolo dopo, è semplice e dolorosa: perché tante conquiste sono rimaste parziali, o si sono fermate alla soglia delle istituzioni? Perché molto cambiamento è rimasto confinato nelle relazioni sociali e individuali, senza diventare “struttura”, senza trasformarsi in potere democratico organizzato?

Dentro le istituzioni senza farsi addomesticare

Qui sta il nodo, che spesso la sinistra ha vissuto come un dilemma irrisolvibile: o si resta “puri” fuori dal sistema, oppure si entra e ci si sporca fino a diventare parte dell’arredo.

Ma la questione vera è un’altra: come si sta dentro le istituzioni portandoci il conflitto, senza esserne neutralizzati.

Perché la democrazia non è solo voto ogni cinque anni. È conflitto socialmente organizzato che trova canali, contropoteri, strumenti. Se il conflitto viene espulso, la democrazia si svuota e resta una scenografia: procedure senza popolo, governo senza società, decisioni senza partecipazione.

E qui arriviamo a una parola che ha fatto danni enormi: il “meno peggio”. Il meno peggio è una tecnica di governo delle aspettative: ti convincono che chiedere l’attuazione piena della Costituzione è “massimalismo”, che rivendicare diritti è “irresponsabilità”, che l’unica politica possibile è gestire la ritirata. Solo che la ritirata, a furia di farla, diventa capitolazione.

Gli anni Settanta: quando la Carta ha iniziato a camminare

C’è stato un periodo in cui, almeno in parte, la Costituzione ha smesso di essere promessa e ha cominciato a diventare realtà. Gli anni Settanta, con tutte le contraddizioni del caso, sono stati una stagione di attuazione reale di pezzi fondamentali della Carta: lo Statuto dei Lavoratori, la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la legge 194, la riforma Basaglia, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale.

Non era un miracolo, né una concessione gentile. Era il prodotto di conflitti, movimenti, partiti di massa, sindacati forti, cultura diffusa. La Carta si muoveva perché qualcuno ci metteva energia, organizzazione, pressione. È esattamente ciò che oggi manca o viene demonizzato.

Da allora è iniziato un regresso lungo e paziente, spesso presentato come “modernizzazione”: precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, tagli strutturali, riduzione degli spazi pubblici, trasformazione della politica in marketing. E intanto la Costituzione veniva ridotta a retorica.

Il premierato: l’idea di stabilità che somiglia a una scorciatoia

In questo quadro arrivano le riforme “madre di tutte le riforme”. Il premierato, nella versione in discussione in Parlamento, punta sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio e su un assetto pensato per blindare la durata dell’esecutivo.

La stabilità è un valore, certo. Ma la domanda è: stabilità per chi e per che cosa.

Se la stabilità è costruita comprimendo contrappesi, riducendo il ruolo del Parlamento, trasformando il rapporto di fiducia in un meccanismo “a prova di incidente”, allora il rischio è chiaro: non si rafforza la democrazia, si rafforza chi governa. Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di filosofia: dal governo come funzione controllata, al governo come perno dominante.

Diversi costituzionalisti hanno evidenziato che l’elezione diretta del capo del governo, così configurata, sarebbe un unicum e produce tensioni con l’architettura delle garanzie, inclusi i poteri del Presidente della Repubblica e l’equilibrio tra poteri.

Il punto politico, però, è ancora più brutale: quando la politica sociale arretra e la disuguaglianza cresce, le classi dirigenti tendono a cercare “governabilità” non tramite consenso e diritti, ma tramite comando. È una vecchia storia.

La riforma della magistratura: l’indipendenza come bersaglio laterale

Accanto al premierato, il cantiere sulla giustizia ha già prodotto una legge costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale, con separazione delle carriere, due CSM e istituzione di una Corte disciplinare.

Qui il dibattito è complesso e va trattato senza slogan: ci sono argomenti a favore e contro. Ma la domanda politica resta la stessa: questa riforma aumenta davvero le garanzie dei cittadini e l’efficienza del sistema, oppure ridefinisce i rapporti di forza tra poteri dello Stato in un contesto già segnato da personalizzazione del comando e riduzione dello spazio pubblico?

Il fatto che si vada verso un referendum confermativo è un dato che dovrebbe spingere tutti, qualunque posizione abbiano, a studiare e discutere sul merito, non a tifare.

L’autonomia differenziata: l’imbroglio gentile che spacca i diritti

E poi c’è l’autonomia differenziata. Qui l’imbroglio, per i cittadini, è spesso mascherato da buonsenso: “più autonomia”, “più efficienza”, “più responsabilità”. In realtà, se la metti in fila con il resto, somiglia a un pezzo dello stesso disegno: frammentare il Paese proprio mentre si concentra il potere politico al centro.

La legge 26 giugno 2024, n. 86, è in vigore dal 13 luglio 2024 e definisce il percorso per attribuire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni ordinarie, ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

Il cuore vero del problema sta nei LEP, i livelli essenziali delle prestazioni. Finché i LEP non sono definiti e finanziati seriamente, parlare di autonomia differenziata è come promettere “più libertà” togliendo le fondamenta della casa. I diritti sociali, scuola, sanità, assistenza, trasporti, diventano dipendenti dalla ricchezza territoriale e dalla capacità amministrativa locale, cioè dalla geografia del reddito.

E non è un rischio teorico: la Corte costituzionale è già intervenuta, e comunque il percorso è stato oggetto di contenzioso e di correzioni, segno che i nodi costituzionali non sono fantasia da “guastafeste”.

Sul piano politico, la promessa nascosta è questa: invece di pretendere che lo Stato garantisca uguali diritti ovunque, si sposta il baricentro su intese e negoziati, e i cittadini diventano utenti di sistemi territoriali sempre più diseguali. È un modo elegante per dire “arrangiatevi”, con un lessico istituzionale pulito.

Infine, un fatto cruciale: la richiesta di referendum abrogativo totale sulla legge 86/2024 è stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale (sentenza n. 10 del 2025). Anche qui, al netto delle valutazioni giuridiche, la conseguenza politica è chiara: se non puoi correggere la rotta con lo strumento referendario, la battaglia torna dove dovrebbe stare da sempre, nella società organizzata e nelle istituzioni presidiate.

La Costituzione come “utopia concreta” e come pratica quotidiana

A questo punto conviene tornare a un’immagine celebre: la Costituzione come “pezzo di carta” che non si muove da sola. Non perché sia fragile, ma perché pretende una cosa che fa paura: responsabilità quotidiana, conflitto democratico, partecipazione reale.

La Costituzione, se la prendi sul serio, non ti lascia comodo. Ti chiede di guardare in faccia il potere e di chiamarlo per nome. Ti impone di parlare di lavoro, uguaglianza sostanziale, dignità, diritti sociali come pilastri, non come “spesa”.

Ecco perché oggi, mentre si discute di premierato, di riforme della giustizia e di autonomia differenziata, la parola decisiva non è “difendere” la Carta come un reperto da museo. È attuarla. Rilanciarla. Portarla fuori dalla liturgia e dentro la vita pubblica.

La domanda vera, alla fine, non è se la Costituzione sia bella. Lo è. La domanda è se siamo disposti a usarla come leva contro i poteri costituiti, invece che come poster rassicurante. Perché la Carta, quando la fai camminare, non ti promette tranquillità. Ti promette emancipazione. Ed è per questo che la temono.

Fonti e sitografia
Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2025, intervista a Gaetano Azzariti: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/12/20/premierato-alle-soglie-dellautocrazia-resistere-con-la-carta-ai-poteri-costituiti/8234055/

Premierato (testi e dossier):
https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?did=57694
https://www.senato.it/export/ddl/full/57694?leg=19
https://www.camera.it/leg19/126?idDocumento=1921&leg=19
https://temi.camera.it/leg19/dossier/OCD18-20136/disposizioni-l-introduzione-elezione-diretta-del-presidente-del-consiglio-ministri-costituzione.html
https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01421063.pdf
https://www.associazionedeicostituzionalisti.it/it/la-lettera/07-2024-la-riforma-costituzionale-della-forma-di-governo/i-rischi-del-premierato
https://www.astrid-online.it/static/upload/de-m/de-marco_fed_10_25.pdf

Autonomia differenziata:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/06/28/24G00104/SG
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024;86=
https://temi.camera.it/leg19/post/OCD15_15089/legge-l-attuazione-autonomia-differenziata-regioni-pubblicata-legge-che-contiene-delega-determinazione-del-livelli-essenziali.html
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2024/192
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2025/10
https://www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20250207102936.pdf
https://temi.camera.it/leg19/temi/19_tl18_regioni_e_finanza_regionale.html
https://www.autonomia.gov.it/it/la-legge/

Riforma della magistratura e referendum confermativo:
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/10/30/25A05968/sg
https://temi.camera.it/leg19/provvedimento/norme-in-materia-di-ordinamento-giurisdizionale-e-di-istituzione-della-corte-disciplinare.html
https://www.programmagoverno.gov.it/it/approfondimenti/riforme-di-rilievo-del-governo/riforma-dellordinamento-giudiziario/riforma-della-magistratura/
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/19/referendum-separazione-carriere-cassazione-voto-marzo-notizie/8200974/
https://www.questionegiustizia.it/articolo/data-referendum

Testi normativi citati sugli anni Settanta (Normattiva):
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;300
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1970;898
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1975;151
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;833
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;180
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1978;194

Calamandrei (testi e contesto):
https://archivio.quirinale.it/aspr/la-costituzione/AV-005-000140/piero-calamandrei-l-umanitaria-e-discorso-sulla-costituzione
https://formazione.indire.it/paths/piero-calamandrei-discorso-sulla-costituzione-26-gennaio-1955-progresso-ii
https://www.anpi.it/patria-indipendente/media/uploads/patria/2010/3-4/16-17_CALAMANDREI.pdf

L’armata di Trump contro il Venezuela: delirio di onnipotenza dell’impero del male

Quando un post social diventa una quasi-dichiarazione di guerra

Con poche righe su Truth Social, Donald Trump ha trasformato un social network in un megafono per un atto di ostilità che sfiora la dichiarazione di guerra. Ha annunciato un blocco “totale e completo” di tutte le petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela, ha definito il governo di Nicolás Maduro una “organizzazione terroristica straniera” e ha accusato Caracas di aver “rubato” petrolio, terra e beni che, a suo dire, apparterrebbero agli Stati Uniti.

In quelle frasi non c’è soltanto arroganza personale. C’è la logica di quello che oggi, senza infingimenti, può essere definito l’impero del male a stelle e strisce: una potenza che si arroga il diritto di dettare la gerarchia dei popoli, rovescia il senso di parole come legalità, proprietà, sicurezza, e pretende di trasformare ogni esercizio di sovranità in un sospetto di criminalità.

Il registro scelto da Trump non è solo imperiale, è anche apertamente mafioso. Il messaggio ricorda quello di un boss che si presenta dal commerciante di quartiere: “Questo territorio è mio, stai usando i miei marciapiedi, i miei muri, i miei clienti. Se non paghi, ti chiudo”. Solo che qui non si parla di un negozio a Brooklyn, ma di uno Stato sovrano, delle sue risorse energetiche, del suo mare, del suo popolo.

Il Venezuela diventa così il laboratorio dove l’impero del male mostra il suo volto più nudo. E il rischio non riguarda solo Caracas. Una simile escalation, se non viene fermata politicamente e diplomaticamente, può trasformare il Centro e il Sudamerica in un nuovo fronte di tensione permanente, aperto in nome dell’ordine, ma costruito per difendere profitti, controllo delle risorse e gerarchie di potere.
1. Che cosa significa davvero “blocco totale” delle petroliere

Trump annuncia un blocco “totale e completo” delle petroliere sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela. Tecnicamente il riferimento è alle navi già inserite nelle liste unilaterali del Tesoro statunitense, ma al di là del linguaggio burocratico l’operazione è chiaramente politica.

In concreto significa tre cose. Primo, gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere quali navi possano circolare, quali merci possano muoversi, quali transazioni energetiche siano “legittime”, non in base al diritto internazionale, ma alle proprie liste di proscrizione. Secondo, questo potere non si limita ai porti statunitensi, ma viene proiettato sulle rotte marittime, trasformando tratti di oceano in uno spazio di polizia privata dell’impero. Terzo, il confine tra sanzione economica e blocco navale di fatto si assottiglia, perché un paese la cui economia si regge sull’export di energia viene colpito nei canali fondamentali della propria sopravvivenza.

Nel diritto internazionale classico, un blocco navale è un atto di guerra, anche quando viene mascherato da misura “tecnica” o “difensiva”. Qui la parola guerra non viene pronunciata, ma se un paese annuncia che fermerà tutte le navi “sospette”, circonda militarmente un’area e rivendica il potere di sequestrare o attaccare, la sostanza non cambia. È un’operazione economico-militare condotta contro uno Stato che non ha aggredito gli Stati Uniti, se non osando riportare sotto controllo pubblico il proprio petrolio e le proprie risorse.
2. Dal “regime canaglia” al “governo terrorista”: manuale per costruire un nemico assoluto

Nel post di Trump, il governo venezuelano non è trattato come un interlocutore politico, ma come una “organizzazione terroristica straniera”. È un salto di qualità gravissimo nel linguaggio e nella dottrina.

Quando una potenza imperiale decide che un altro Stato non è più un governo ma un soggetto criminale equiparabile a un gruppo terrorista, accadono almeno tre cose. Primo, viene cancellata la possibilità stessa di riconoscere la legittimità di un conflitto politico. Secondo, ogni misura ostile – sanzioni, sequestri, blocchi, perfino bombardamenti – può essere presentata come operazione di polizia, non come atto di guerra. Terzo, chiunque, nel mondo, intrattenga rapporti economici o diplomatici con quello Stato può essere delegittimato come “complice del terrorismo”.

È una tecnica collaudata. Prima si demonizza, poi si disumanizza, infine si criminalizza. L’avversario non è più qualcuno con cui si discute, diventa “male assoluto”. A quel punto, quasi ogni forma di violenza può essere raccontata come necessaria.

Su questa costruzione si innesta l’elemento mafioso. Un boss non riconosce l’esistenza di eguali, vede soltanto territori da controllare e bande “rivali” da eliminare. Quando Trump parla del Venezuela non come Stato ma come “organizzazione terrorista”, il messaggio implicito è chiaro: state occupando un deposito di risorse che, in fondo, considero mio.
3. L’armata nel Caribe: la forza come linguaggio dell’impero

Trump scrive che il Venezuela è “completamente circondato dalla più grande armata mai radunata nella storia del Sud America” e annuncia che quella presenza “diventerà sempre più grande”. L’iperbole propagandistica è evidente, ma il segnale politico non va sottovalutato: l’impero del male sta dispiegando in modo visibile la propria capacità militare alle porte del paese che vuole piegare.

La militarizzazione del Caribe, con navi da guerra, aerei, sottomarini, basi avanzate e manovre congiunte, non è un’esercitazione neutra. È una pressione strutturale. Serve a intimidire il governo venezuelano, spingendolo ad accettare condizioni economiche e politiche imposte dall’esterno. Serve a seminare paura nella popolazione, alimentando la percezione di un conflitto imminente e facendo apparire la “transizione” gradita a Washington come unico scudo possibile. Serve anche a lanciare un messaggio a tutta l’America Latina: chi proverà a seguire la stessa strada di autonomia sarà esposto allo stesso dispositivo di accerchiamento.

È la logica della “lezione esemplare” già applicata in altre stagioni storiche. Ogni paese che tenta di sottrarsi al dogma neoliberista, che prova a ridistribuire le proprie ricchezze e a riorientare la politica estera, viene trasformato in bersaglio, affinché gli altri imparino. Oggi i Caraibi tornano ad essere il teatro di questa pedagogia del terrore, in una versione ancora più spregiudicata, amplificata dai social e dalla retorica della “guerra al crimine”.
4. Dalla guerra economica alla caccia all’uomo in mare

Il blocco annunciato alle petroliere arriva al termine di anni di guerra economica: sanzioni devastanti, congelamento di beni, contenziosi sugli asset all’estero, esclusione di fatto dai circuiti finanziari dominanti. L’obiettivo dichiarato da falchi e strateghi dell’amministrazione è sempre lo stesso: “far collassare il regime”, cioè piegare un intero paese affamandolo.

Negli ultimi mesi questo assedio ha assunto anche una forma brutale sul mare. In nome della “lotta al narcotraffico”, unità militari statunitensi hanno colpito imbarcazioni considerate “sospette”, causando decine di morti. Nel racconto ufficiale, sono sempre “narcos” o “terroristi”. Ma le testimonianze raccolte in Venezuela parlano di pescatori, lavoratori poveri, persone che cercavano di sopravvivere in un’economia strangolata dalle sanzioni.

Il punto di non ritorno è rappresentato dall’episodio più recente, quello dei naufraghi: dopo l’affondamento di una barca, fonti venezuelane denunciano che navi militari statunitensi hanno aperto il fuoco su chi si trovava già in acqua. L’immagine è di una crudeltà spietata. Non basta neutralizzare il mezzo, bisogna colpire chi tenta di salvarsi, cancellare i corpi, eliminare i testimoni.

Sul piano politico-giuridico, è un salto drammatico: dalla guerra alle infrastrutture alla soppressione fisica di esseri umani inermi. È l’equivalente marittimo di un’esecuzione a sangue freddo, ammantata dal linguaggio della “sicurezza” e del “contrasto al crimine organizzato”.

Un potere che ordina di affondare barche e poi di sparare sui naufraghi somiglia meno a uno Stato di diritto che a una cosca armata con bandiera e ambasciate. Con una differenza decisiva: questa cosca dispone di portaerei, basi militari in mezzo mondo, una rete di alleanze e un apparato mediatico in grado di raccontare tutto questo come difesa della legalità.
5. Il mito del petrolio “rubato”: quando il rapinatore grida al ladro

Tra le frasi pronunciate da Trump ce n’è una che sintetizza la logica predatoria di questa fase: il Venezuela, dice, deve “restituire tutto il petrolio, la terra e gli altri beni che ci ha rubato”.

La realtà è esattamente rovesciata. Primo, il petrolio del sottosuolo venezuelano appartiene, per qualsiasi criterio di diritto internazionale, al popolo venezuelano. Secondo, le nazionalizzazioni e le riforme bolivariane hanno avuto un obiettivo preciso: interrompere un sistema di spoliazione in cui le corporation straniere, protette politicamente da Washington, estraevano valore in cambio di ritorni minimi per la popolazione locale. Terzo, se c’è stato un “furto”, esso va cercato in decenni di rendita coloniale, non in un processo di ripubblicizzazione delle risorse.

Eppure l’impero ha bisogno di raccontarsi come vittima. Come spesso avviene nelle dinamiche mafiose, il pizzo viene rappresentato come un diritto naturale, e il rifiuto di pagarlo come un’ingiustizia intollerabile. Il linguaggio di Trump non è una gaffe estemporanea, è la confessione del movente: considerare il petrolio venezuelano “nostro”, parte del patrimonio strategico dell’Occidente, di cui Caracas avrebbe abusato.

Questa retorica serve a costruire un alibi morale per il saccheggio. Se si convince l’opinione pubblica che qualcuno ha sottratto ciò che “apparteneva” agli Stati Uniti, ogni azione per “recuperarlo” sembrerà più accettabile: sequestri, blocchi, cambi di regime. Che “quel qualcosa” siano milioni di barili e interi pezzi di territorio nazionale passa in secondo piano, inghiottito dallo spettacolo mediatico.
6. Politiche redistributive sotto assedio: il vero peccato capitale agli occhi dell’impero

Dietro la cortina fumogena di parole come “corruzione”, “inefficienza”, “instabilità”, il cuore del conflitto resta uno: il Venezuela viene punito perché ha usato la propria ricchezza per redistribuire.

L’esperienza bolivariana – soprattutto nella fase di Hugo Chávez – ha rappresentato uno scandalo concreto per il neoliberismo globale. La rendita petrolifera è stata impiegata per finanziare sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali diffusi. I livelli di povertà estrema e analfabetismo sono stati ridotti in modo significativo in un paese che era stato modellato per restare dipendente e diseguale. Sono state valorizzate forme di partecipazione popolare, comunas, spazi di controllo sociale sulle scelte strategiche.

In un mondo governato dalla logica del profitto privato e dalla redistribuzione verso l’alto, un governo che tenta di invertire il flusso diventa inevitabilmente nemico. Non perché sia immune da errori o contraddizioni, ma perché dimostra, nella pratica, che una parte della ricchezza nazionale può essere destinata al benessere collettivo invece che ai bilanci delle multinazionali.

In questo quadro, insistere esclusivamente sui “limiti” del modello venezuelano, senza nominare la guerra economica che lo colpisce, significa adottare la lente dell’aggressore. La fame, la scarsità, il crollo di interi settori produttivi non sono il frutto di un astratto peccato di “populismo”, ma l’effetto di un assedio coordinato. Il vero crimine, agli occhi dell’impero, non è aver governato male, ma aver tentato di governare contro il dogma neoliberista.
7. L’impero del male a stelle e strisce: da Reagan a Trump, un rovesciamento necessario

Negli anni Ottanta, Ronald Reagan definì l’Unione Sovietica “l’impero del male”. Era lo slogan perfetto per la guerra fredda: dividere il mondo in campi morali contrapposti e occultare, dietro quella retorica, colpi di Stato, dittature amiche, guerre sporche in America Latina finanziate e armate da Washington.

Oggi, di fronte a quanto accade in Venezuela e in molti altri scenari, quella etichetta può essere restituita al mittente. L’impero del male è quello che devasta paesi con guerre illegali, dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia all’Afghanistan, lasciando scie di macerie e instabilità. È quello che impone sanzioni che affamano intere popolazioni, per poi accusare i governi colpiti di “non saper gestire l’economia”. È quello che sostiene colpi di Stato “costituzionali”, golpe militari e cambi di regime ogni volta che una scelta democratica contrasta con i propri interessi. Ed è quello che ora, nel cuore del continente latinoamericano, circonda un paese con una flotta, blocca le sue navi, colpisce le sue imbarcazioni, pretende di dettare la sua politica energetica.

La continuità è evidente: l’impero continua a presentarsi come garante della libertà, mentre considera il resto del mondo come uno spazio da riorganizzare secondo le proprie convenienze. La novità della fase Trump è soprattutto stilistica: non occorrono più grandi architetture ideologiche. Basta scrivere su un social che “il petrolio, la terra e le ricchezze di un altro paese sono nostre” e che, se non vengono “restituite”, scatterà il blocco totale.

È un linguaggio che chi conosce il potere delle mafie riconosce immediatamente. È la stessa grammatica del pizzo, trasferita dal bar di quartiere alla geopolitica globale.
8. Trump come capo-clan: il metodo mafioso elevato a politica estera

Se si spogliano le dichiarazioni di Trump delle bandiere e della retorica patriottica, ciò che resta è il comportamento tipico di un capo-clan.

Gli elementi sono tutti lì. C’è la pretesa di proprietà su qualcosa che non appartiene agli Stati Uniti, ma a un altro popolo. C’è la minaccia esplicita: o “restituite” le vostre ricchezze, o scatterà un blocco totale delle vostre rotte energetiche. C’è il dispiegamento ostentato di forza: la più grande armata nel Caribe, navi, aerei, sottomarini, a segnalare che la punizione è pronta. C’è la trasformazione di un intero territorio in “zona controllata”, dove il transito è consentito solo a chi accetta le regole e i ricatti del potere dominante.

La differenza con un’organizzazione criminale tradizionale è che, qui, il capo-clan agisce all’interno della copertura di uno Stato che da decenni si pone di fatto al di sopra del diritto internazionale. Questo intreccio tra logica mafiosa e potenza imperiale rende la situazione ancora più pericolosa, perché riduce al minimo i possibili contrappesi.

Il messaggio rivolto al Venezuela, in filigrana, è brutale: avete osato cambiare le regole, usare la vostra ricchezza per il vostro popolo e non per i miei alleati. Ora vi chiudo i rubinetti, vi circondo, distruggo le vostre navi, vi lascio senza ossigeno economico. E chiamerò tutto questo difesa della libertà, lotta al terrorismo, tutela della sicurezza.

È la logica del racket, proiettata su scala planetaria.
9. Il rischio di un incendio continentale

Un blocco navale di fatto, la designazione del governo venezuelano come “organizzazione terroristica”, la guerra alle imbarcazioni, il dispiegamento di una flotta nel Caribe: nulla di tutto questo resterà senza conseguenze regionali.

L’America Latina è un sistema intrecciato, dove economie, rotte commerciali, processi politici sono profondamente interdipendenti. Un’escalation contro Caracas può innanzitutto innescare tensioni con paesi confinanti o vicini, obbligati a scegliere se adeguarsi alle richieste statunitensi o difendere la propria sovranità commerciale. Può approfondire la frattura tra governi completamente allineati all’agenda di Washington e governi che cercano, pur tra mille limiti, una collocazione più autonoma. Può alimentare nuovi cicli di militarizzazione interna, repressione e criminalizzazione dei movimenti sociali, con il pretesto di “contenere” l’influenza di uno Stato ormai dipinto come focolaio di terrorismo e narcotraffico.

La storia contemporanea del continente è piena di “lezioni esemplari” impartite dagli Stati Uniti: dal Guatemala al Cile, da Grenada a Panama. Ogni volta che Washington ha “rimesso ordine”, ha lasciato dietro di sé dittature, desaparecidos, tortura, privatizzazioni selvagge, svendita delle risorse. Illudersi che questa volta possa essere diverso, solo perché la retorica parla di diritti umani e guerra alla droga, significa chiudere gli occhi di fronte alle continuità storiche.
10. Diritto internazionale, Nazioni Unite e il silenzio delle complicità

Il governo venezuelano ha annunciato l’intenzione di portare il caso alle Nazioni Unite, denunciando la violazione del diritto internazionale, del libero commercio e della libertà di navigazione. È un atto necessario, ma anche un test sulla credibilità dell’ordine giuridico globale.

La sproporzione è evidente. Se un paese del Sud del mondo tentasse di imporre un blocco navale unilaterale in un’area strategica, verrebbe immediatamente definito aggressore e colpito da sanzioni. Se un governo non allineato affondasse imbarcazioni e aprisse il fuoco sui naufraghi, verrebbero invocati tribunali penali internazionali, commissioni d’inchiesta, condanne ufficiali. Se uno Stato dichiarasse pubblicamente che il sottosuolo e le ricchezze di un altro paese “gli appartengono”, verrebbe considerato una minaccia diretta alla pace.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la reazione prevalente è spesso il silenzio, qualche comunicato prudente, al massimo un generico richiamo alla “moderazione”. È il doppio standard strutturale dell’impero: le regole per gli altri, le eccezioni per sé.

In questo copione, l’ONU rischia di ridursi al ruolo di archivio delle proteste, più che di arena capace di imporre vincoli effettivi. La partita vera si gioca nei rapporti di forza politici e nella capacità dei paesi e dei movimenti popolari di costruire un fronte che rifiuti questo tipo di ricatto. Se questo non avverrà, l’assedio al Venezuela diventerà un modello esportabile: uno schema da applicare, domani, contro qualsiasi Stato non allineato che osi mettere le risorse nazionali al servizio della propria popolazione.

In conclusione, Difendere il Venezuela per difendere il principio di sovranità

Il caso del Venezuela, con il blocco annunciato delle petroliere, la militarizzazione del Caribe, gli attacchi alle imbarcazioni e il fuoco sui naufraghi, è una radiografia dell’epoca che stiamo attraversando.

Da una parte c’è un paese che, con tutte le sue difficoltà, ha provato a usare la ricchezza del sottosuolo per ridurre povertà e analfabetismo, per costruire una sanità pubblica più estesa, per sperimentare forme di partecipazione popolare. Un paese che rivendica il diritto elementare di decidere cosa fare del proprio petrolio, della propria terra, delle proprie risorse.

Dall’altra c’è un impero che non tollera che un popolo si emancipi dalla sua tutela, considera la redistribuzione un affronto alla propria religione neoliberista, si comporta come un potere mafioso con mezzi illimitati, pretendendo “restituzioni” di ricchezze che non gli appartengono e punendo la disobbedienza con sanzioni, blocchi, minacce armate.

La domanda che il Venezuela pone al mondo è semplice e decisiva: vogliamo un ordine internazionale in cui sovranità, redistribuzione, giustizia sociale siano considerati diritti, o vogliamo un sistema in cui diventano reati se contraddicono gli interessi dell’impero? È accettabile che un presidente possa trasformare un post sui social nel pretesto per circondare un paese con una flotta e strangolarne l’economia?

Difendere oggi il diritto del Venezuela a esistere e a decidere del proprio destino non significa chiudere gli occhi su ogni contraddizione interna. Significa difendere un principio universale: le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, non alla potenza che ha più armamenti e più influenza finanziaria. Significa rifiutare che la “lotta alla droga” diventi copertura per affondare barche e colpire naufraghi. Significa dire, con chiarezza, che il linguaggio mafioso non può essere normalizzato come lingua ufficiale delle relazioni internazionali.

Se l’impero del male riuscirà a piegare il Venezuela, avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà imposto un precedente: che uno Stato che osa redistribuire, che prova a liberare il proprio popolo dalla fame e dalla dipendenza, può essere circondato, strangolato, umiliato, e che tutto questo può essere raccontato come “pace” e “sicurezza”.

Sta a noi decidere se accettare questa riscrittura o se, almeno, iniziare a smascherarla. Perché prima di cambiare i rapporti di forza, occorre riconoscere le parole per ciò che sono: non “difesa della libertà”, ma ricatto; non “guerra al crimine”, ma guerra ai popoli; non “ordine internazionale”, ma dominio mafioso rivestito di legalità apparente.

Fonti
1. Adnkronos, “Venezuela, Trump ordina blocco totale petroliere sanzionate in entrata e in uscita”, 17 dicembre 2025.
2. RaiNews, servizi e approfondimenti sul dispiegamento navale statunitense nel Caribe e sulle reazioni di Venezuela, Russia, Cina e Nazioni Unite.
3. Il Fatto Quotidiano, articoli su sequestro di petroliere, blocco navale di fatto e tensioni USA-Venezuela nel dicembre 2025.
4. Milano Finanza e altre testate economiche, analisi sull’impatto del blocco delle petroliere venezuelane sui prezzi del greggio e sui mercati energetici.
5. Pino Arlacchi, “La grande bufala contro il Venezuela: la geopolitica del petrolio travestita da lotta alla droga”, L’Antidiplomatico.
6. Dossier e interviste a Pino Arlacchi su Vietato Parlare, CESDA e PeaceLink sul ruolo reale del Venezuela nelle rotte del narcotraffico e sulla costruzione del “narco-Stato”.
7. Geraldina Colotti, articoli e reportage su guarimbas, Operazione Gedeón, destabilizzazione del Venezuela e ruolo dell’opposizione filo-statunitense, pubblicati su La Città Futura, Sinistra in Rete, CubaInformazione, Pagine Esteri.
8. Analisi e commenti di Geraldina Colotti e altri autori critici sull’assegnazione del Nobel a María Corina Machado e sulla sua funzione politica in chiave di cambio di regime.
9. UNODC, World Drug Report (edizioni recenti), dati su produzione di coca, rotte della cocaina e ruolo dei diversi paesi latinoamericani nel traffico internazionale.
10. OPEC, Annual Statistical Bulletin, tabelle e dati comparati sulle riserve petrolifere mondiali, con particolare riferimento alla posizione del Venezuela e alla Faja del Orinoco.
11. Center for Economic and Policy Research (CEPR), studi di Mark Weisbrot, Jeffrey Sachs e altri sull’impatto delle sanzioni economiche sul Venezuela e sul nesso tra misure coercitive unilaterali e crisi umanitaria.
12. Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (OHCHR) e relazioni di esperti indipendenti sulle conseguenze delle sanzioni unilaterali sui diritti economici e sociali della popolazione venezuelana.
13. Voci enciclopediche e saggi storici sulla Dottrina Monroe e sulle politiche di ingerenza statunitense in America Latina (Encyclopedia Britannica, U.S. Office of the Historian).
14. Studi storici e articoli di analisi su interventi militari, colpi di Stato, guerre per procura e sostegno statunitense a dittature in America Latina nel secondo dopoguerra.
15. Inchieste internazionali (The Guardian e altre testate) sui raid navali statunitensi nella “guerra alla droga” e sulle uccisioni in mare di presunti narcos e migranti, con denunce di possibili crimini di guerra.
16. Lanci Reuters, Financial Times, Washington Post, New York Times e altre testate internazionali sulla crisi USA-Venezuela del 2025, le reazioni dei principali attori geopolitici e il dibattito interno negli Stati Uniti.

Programma di ri-educazione globale: perché la mente smette di ribellarsi

Ci sono testi che non chiedono di essere “commentati”. Chiedono di essere ascoltati, come si ascolta un rumore di fondo che a forza di stare lì, ogni giorno, smetti di notare. Il post di Luca Casarini funziona così: non è solo un’opinione su un tema, è un tentativo di nominare un processo. La tesi, detta in modo semplice, è questa: non ci stanno soltanto informando male. Ci stanno allenando a sentire meno, a riconoscere meno, a reagire meno. E quando la mente entra in questa postura, la ribellione non viene sconfitta in campo aperto. Si spegne per esaurimento, come una brace coperta di cenere.

L’intuizione di Casarini parte da una contraddizione che molti conoscono: più cerchi di “ragionare bene”, più ti accorgi che quel ragionare viene risucchiato in un grande vortice. Un calderone dove tutto si mescola, dove le parole diventano carburante per la macchina che vorresti fermare. È la sensazione di parlare dentro una stanza piena di eco: qualunque frase pronunci, torna indietro come rumore, si confonde, perde presa sul reale.

L’arruolamento forzato: la trincea mentale

Il primo meccanismo che Casarini descrive è quello che potremmo chiamare arruolamento forzato. In un contesto di “guerra permanente”, l’informazione e la politica smettono di essere luoghi di comprensione e diventano strumenti di schieramento. Il punto non è capire. Il punto è stare “di qua” o “di là”.

Qui la dinamica è quasi fisiologica. La mente umana, sotto stress, cerca scorciatoie. Riduce la complessità, si aggrappa a un’identità, si affida al gruppo. È un istinto di sopravvivenza, non un difetto morale. Ma quando l’ambiente comunicativo viene costruito per innescare sempre quello stato, allora la società diventa una trincea continua. Anche se non vuoi, finisci dentro la guerra. E, come nota Casarini, la guerra contemporanea non ha un solo obiettivo classico come “vincere”. Ha un obiettivo più subdolo: durare, non cessare mai.

Se il conflitto deve essere permanente, l’industria del discorso diventa una catena di montaggio: ogni evento viene trasformato in occasione per polarizzare, ogni dolore in un test di appartenenza, ogni strage in una contesa semantica. È così che lo sdegno si trasforma in tifo, e il tifo in anestesia.

Allontanare dall’essenziale: quando il reale diventa irriconoscibile

Il secondo meccanismo, ancora più profondo, è l’allontanamento dall’essenziale. Casarini insiste su una cosa che sembra quasi ovvia e invece oggi è rivoluzionaria: alcune realtà non hanno bisogno di infinite sovrastrutture. Hanno bisogno di essere riconosciute. Vita, morte, dolore, gioia, odio, amore. Cose elementari, radici dell’umano.

Eppure, proprio lì interviene la macchina di cattura. Non ti impedisce di vedere l’orrore. Ti abitua a vederlo senza sentirlo. Ti porta a un punto in cui l’orrore diventa un oggetto tra gli altri, un contenuto tra i contenuti, uno scorrimento tra gli scorrimenti. La mente, per difendersi, può fare due cose: o collassa, o si indurisce. Il potere, quando è intelligente, scommette sulla seconda.

È qui che la domanda centrale smette di essere “chi ha ragione?” e diventa “che cosa sta succedendo alla nostra capacità di riconoscere l’altro?”.

Il livello materiale: neuroscienze come lingua del presente, con prudenza

Casarini sceglie di parlare il linguaggio del materiale: cervello, circuiti, ormoni, ricompensa, empatia. È una scelta comprensibile: in un’epoca che idolatra la tecnica, dire “non è filosofia, è materia” è un modo per non farsi liquidare come moralismo.

Un esempio che usa riguarda la delega cognitiva. Richiama esperimenti e discussioni sull’orientamento: quando deleghi sistematicamente a un apparato tecnico funzioni che prima allenavi, cambi abitudini mentali. La letteratura sul rapporto tra navigazione spaziale e ippocampo è reale e famosa, inclusi studi sui tassisti londinesi che mostrano differenze strutturali associate a lunga esperienza di navigazione. Il punto politico, però, non è fare anatomia del cervello. È l’immagine: una società che delega sempre, alla fine disimpara. E chi disimpara, dipende.

Ancora più delicato e interessante è il passaggio sulla Schadenfreude, la “gioia per il danno altrui”. Casarini la usa come sintomo e come bersaglio di una rieducazione emotiva: se ti abitui a godere del dolore dell’altro, l’empatia si spegne e la crudeltà diventa normale. Dal punto di vista scientifico, ci sono lavori che collegano la Schadenfreude e i meccanismi di ricompensa, con attivazioni nello striato ventrale in contesti di confronto sociale, soprattutto quando la sventura colpisce persone percepite come rivali o “invidiate”. Anche qui, la lezione politica è chiara: se l’ambiente sociale premia il disprezzo e punisce la pietà, non serve più censurare la coscienza. La si riplasma per rinforzo.

C’è poi un tratto del post che scivola verso affermazioni più controverse, quando parla del cuore come “secondo cervello” e di campi elettromagnetici con effetti interpersonali misurabili. Sono temi molto presenti in divulgazioni specifiche, ma come base “dura” rischiano di essere un punto debole argomentativo se trasformati in certezza universale. In un articolo pubblico conviene trattarli, se li si cita, come metafora potente o come suggestione, non come prova definitiva. Il corpo conta, eccome. Ma proprio perché l’impianto di Casarini è forte, non ha bisogno di appoggiarsi a ciò che può essere contestato facilmente.

Sentire e pensare: la tensione vera, e come trasformarla in forza

Il cuore filosofico del post è una scelta: coltivare il sentire più che il pensare. Casarini arriva perfino a dire che il pensiero, in fondo, “non ci appartiene”, perché siamo dentro flussi di idee che precedono noi.

È una provocazione utile, ma va governata. Perché il rischio è evidente: se il discorso è sempre cattura, allora ogni analisi diventa sospetta e l’unica via resta la testimonianza morale. Bellissima, necessaria, ma politicamente fragile.

E qui è interessante ciò che emerge nei commenti: qualcuno obietta che le neuroscienze possono descrivere conseguenze, ma per capire le cause servono strumenti storici, economici, sociali. È una critica che merita rispetto. Non per mettere Casarini “contro” Marx o “contro” il materialismo, ma per fare una sintesi più robusta: il sentire è la bussola che impedisce la disumanizzazione, il pensare è la mappa per colpire le cause e non restare bloccati sulle sole conseguenze. Se tieni insieme bussola e mappa, allora la resistenza non diventa un gesto solitario. Diventa un progetto.

Un dettaglio che rende attuale la tesi: il lessico ufficiale del potere

Uno degli elementi più forti del post è che non resta nel vago. Casarini richiama un documento strategico statunitense recente, presentandolo come parte di un’operazione culturale, non solo geopolitica. E qui il contesto conta: la Casa Bianca ha pubblicato a inizio dicembre 2025 una nuova National Security Strategy che contiene formulazioni durissime sull’Europa, parlando di rischio di “civilisational erasure”, criticando politiche migratorie e dinamiche europee, e invitando a un cambio di traiettoria.

Che cosa c’entra con la psiche? C’entra eccome. Perché quando parole così entrano nei documenti ufficiali e nel circuito mediatico, diventano cornici. E le cornici non sono neutre: addestrano lo sguardo, decidono chi è “minaccia”, chi è “noi”, chi è “altro”. Su questa scia si è aperto un dibattito in Europa, con reazioni politiche e analisi che hanno sottolineato l’uso di un immaginario compatibile con retoriche identitarie e far right.

L’essenziale incarnato: il gesto umano contro la macchina

Casarini non resta nel concetto. Porta tutto su una domanda semplice e spietata: come mi sento davanti alle stragi, ai bambini morti, ai profughi, ai massacri dimenticati. E chiude con un criterio che taglia via la nebbia: una strage è una strage, uccidere un bambino è uccidere un bambino.

È una frase che oggi fa paura, perché spegne il gioco delle giustificazioni infinite. E, nello stesso tempo, indica una via: restare all’essenziale non significa essere ingenui. Significa rifiutare che l’orrore venga trasformato in una disputa tra tifoserie.

In questo senso, la pratica del soccorso in mare che Casarini racconta non è solo attivismo. È un laboratorio antropologico. Un esercizio quotidiano di riconoscimento: chiamare “fratello” e “sorella” chi il sistema ti chiede di percepire come invasore, rifiuto, scarto. E la formula “noi li soccorriamo, loro ci salvano” dice proprio questo: ci salvano dalla nostra metamorfosi in spettatori freddi.

Lo stesso vale per il riferimento a gesti concreti di coraggio civile. In questi giorni, ad esempio, l’Australia è stata scossa da un attacco armato a Bondi Beach, e la figura di Ahmed al-Ahmed è diventata simbolo perché ha disarmato uno degli aggressori rischiando la vita. È il punto che Casarini cerca: l’umano non è un’idea. È un gesto, un corpo che si muove, una decisione che rompe la passività.

Resistere al programma: tre mosse sobrie, non eroiche

Se trasformiamo l’impianto del post in una piccola pratica quotidiana, senza retorica, restano tre mosse.

La prima è igiene dell’attenzione. Non significa ignorare. Significa ridurre l’esposizione a quelle forme di comunicazione costruite per portarti in trincea, per renderti dipendente dall’indignazione, per tenerti nel binario.

La seconda è allenamento del sentire. Non “commuoversi” a comando, ma recuperare la capacità di riconoscere il dolore come reale, non come contenuto. Riconoscere vuol dire non contrattare con l’evidenza.

La terza è pratica di riconnessione. Fare qualcosa che ricuce il noi, anche piccolo, ma ripetuto. Un gesto che interrompe l’atrofia. Perché l’atrofia non si combatte con un post, si combatte con esercizio.

Conclusione

L’idea più inquietante di Casarini è anche la più utile: il dominio più efficace non ti ordina di diventare crudele. Ti convince che la crudeltà è normale, inevitabile, razionale. E quando ci arrivi, non c’è più bisogno di reprimerti. Ti governi da solo, con una mente stanca e un cuore disabituato.

Restare all’essenziale, allora, non è un rifugio spirituale. È una scelta politica radicale. Significa rompere l’incantesimo prima che diventi carattere, abitudine, destino.

Fonti principali
Luca Casarini, post su Facebook del 17/12/2025: https://www.facebook.com/share/p/1BjDejw6kH/?mibextid=wwXIfr
National Security Strategy della Casa Bianca (dicembre 2025).
Copertura e reazioni europee al documento, Reuters e Guardian.
Studi su navigazione e ippocampo nei tassisti londinesi (PNAS, PubMed).
Neuroscienze di invidia e Schadenfreude (Takahashi 2009, sintesi ScienceDirect).
Cronaca su Bondi Beach e figura di Ahmed al-Ahmed (Reuters, Al Jazeera, Guardian).

Riconciliare la sinistraDalla malinconia all’utilità sociale, senza feticci identitari

Di Matteo Minetti e Mario Sommella.

Il punto di partenza è semplice: troppo spesso parliamo di unità della sinistra come se fosse una faccenda interna, quasi una terapia di coppia tra correnti. Ma la frattura vera non è solo tra gruppi dirigenti o tra “governisti” e “puri”. È più profonda: somiglia a quella divisione complementare con cui, da decenni, “sinistra” e “destra” si rincorrono scambiandosi pezzi di linguaggio e di agenda, mentre i rapporti materiali restano spesso intatti.

Se una forza che si definisce di sinistra finisce per garantire la conservazione del potere e del privilegio economico, in che senso è ancora sinistra? E se una forza di destra, per convenienza o per conflitto interno ai blocchi dominanti, colpisce un frammento di rendita o un pezzo di potere digitale, è automaticamente “meno destra”? La domanda non è accademica: serve a spostare l’attenzione dai simboli ai risultati, dagli emblemi ai bisogni concreti delle persone che lavorano.

Dentro questa cornice, “riconciliazione” smette di essere una parola sentimentale e diventa una scelta strategica: ricostruire un fronte popolare attorno a rivendicazioni materiali, capaci di parlare anche a chi non condivide il codice culturale della sinistra contemporanea, ma vive le stesse ferite sociali.
1. Le due sinistre e la trappola dell’identità morale

La contrapposizione tra sinistra “della responsabilità” e sinistra “della purezza” descrive un fenomeno reale: una parte cerca legittimazione nel governo e nelle compatibilità, l’altra nella coerenza testimoniale e nella denuncia. Ma raccontarla così può trasformare la politica in un tribunale morale: chi è più pulito, chi è più adulto, chi tradisce, chi resiste.

Il problema è che questa polarità, a volte, replica la stessa dinamica “sinistra/destra” quando diventa complementare: serve a far girare la ruota senza cambiare la strada. È una divisione alimentata da linguaggi e posture più che da contenuti materiali. E qui sta lo scandalo: si può presidiare un vocabolario “progressista” sui diritti o sulle buone maniere pubbliche e, nello stesso tempo, accettare come inevitabile un modello economico che produce precarietà, salari bassi, privatizzazioni, disuguaglianze territoriali, impoverimento del welfare. In quel momento la sinistra rischia di diventare un’identità morale, non una rappresentanza sociale.
2. La melanconia di sinistra come rifugio, e la “superiorità morale” come scorciatoia

Qui torna Rodrigo Nunes: la “melanconia di sinistra” non è solo tristezza. È un modo di stare nella sconfitta fino a farne un habitat. Da una parte produce cinismo (“tanto non si può cambiare nulla”), dall’altra narcisismo della sconfitta (“noi almeno abbiamo capito tutto”). In entrambi i casi, l’effetto pratico è identico: rinuncia a costruire rapporti di forza.

Ma c’è un passaggio ulteriore, più difficile da ammettere: quando la politica non riesce a incidere materialmente, tende a spostarsi sull’etica come terreno di compensazione. Se non posso cambiare i salari, dimostro di essere “migliore”. Se non riesco a costruire maggioranze popolari, certifico la mia appartenenza tramite il lessico giusto, le cause giuste, le indignazioni giuste.

Esempi concreti di questa dinamica si vedono quando la battaglia politica viene ridotta a una gara di purezza: chi sbaglia una parola viene trattato come un nemico; chi pone un problema di lavoro, casa o sicurezza sociale viene liquidato come “arretrato”; chi chiede una piattaforma materiale viene sospettato di tradimento. È una scorciatoia: invece di argomentare e organizzare, si seleziona, si espelle, si autoproclama la propria superiorità.

Il caso Palestina, in questo senso, è rivelatore. La spinta etica e la solidarietà hanno prodotto mobilitazione reale, ma spesso non hanno scalfito la linea istituzionale in modo proporzionato alla forza delle piazze. In compenso, hanno offerto alla destra un terreno comodo: presentarsi come baluardo dell’ordine pubblico e dell’“Occidente”, non tanto contro i palestinesi in astratto, quanto contro i filo-palestinesi come soggetto politico interno da delegittimare e contenere. Non a caso, nell’autunno 2025 in Italia si sono registrate forti tensioni e interventi restrittivi attorno alle manifestazioni pro-Palestina, fino al divieto di un corteo a Bologna motivato con ragioni di ordine pubblico.
Nello stesso periodo, il governo ha gestito l’esposizione pubblica sul tema in modo ambivalente: da un lato condanne e parole diplomatiche, dall’altro attacchi politici alla mobilitazione, definita “irresponsabile” quando assumeva forme di pressione diretta.

Questo non significa che la mobilitazione etica sia inutile. Significa che, da sola, non basta. Se resta senza organizzazione, senza obiettivi negoziabili e senza strumenti di forza, può trasformarsi in testimonianza. E la testimonianza, spesso, viene battuta dalla macchina del potere.
3. L’unità non “contro” qualcuno, ma “per” qualcuno

Se l’unità serve soltanto a “battere la destra”, rischia di essere un’alleanza elettorale senza popolo. Se invece serve a rappresentare i bisogni materiali di chi lavora, cambia tutto: perché la classe lavoratrice reale non è un blocco ideologico uniforme. Dentro ci sono persone di sinistra e di destra nei valori, nella cultura, nella tradizione familiare, nella religione, nel modo di leggere la nazione, l’autorità, l’ordine.

Ma su alcune cose elementari la frattura è netta: salari, orari, casa, sanità, scuola, sicurezza sul lavoro, trasporti, bollette, pensioni, diritto a curarsi senza indebitarsi, diritto a non essere ricattati.

Un fronte popolare nasce quando la domanda sociale precede l’etichetta. Non chiede a chi sta in basso di cambiare identità per meritare diritti: chiede di riconoscere un interesse comune contro la rendita e contro l’arbitrio del potere economico.
4. Il paradosso delle misure “anti-rendita” e la questione affitti brevi nella Manovra 2026

Chi governa può, per ragioni di cassa o di consenso, toccare singoli tasselli che sembrano colpire la rendita o regolano un settore controverso. Il punto politico non è discutere se quel gesto “sia di destra o di sinistra” in astratto, ma vedere se è strutturale o episodico, se sposta davvero i rapporti sociali o se si limita a una correzione cosmetica.

Sul tema affitti brevi, per esempio, oggi esiste già un impianto che distingue tra aliquota più bassa per una sola unità scelta dal contribuente e aliquota più alta per le ulteriori unità, e questa cornice è stata fissata da tempo.
La questione, però, è tornata centrale proprio perché nella Manovra 2026 sono circolate ipotesi di nuove strette e riscritture, con discussioni su soglie, numero di immobili e possibili irrigidimenti del regime, alimentando incertezza e conflitto tra interessi contrapposti.

Che cosa dimostra questa dinamica? Che le etichette ideologiche, da sole, spiegano poco: una forza può “toccare” un pezzo di rendita e nello stesso tempo difendere un impianto economico che spreme lavoro e servizi pubblici. Oppure può aprire un cantiere normativo senza toccare i pilastri del privilegio, lasciando intatti i nodi decisivi: salari, potere contrattuale, welfare, fiscalità complessiva.

Per chi sta a sinistra, questo dovrebbe essere uno stimolo, non un alibi: se chi governa può occupare pezzi episodici di agenda “anti-rendita”, allora una sinistra che voglia tornare credibile deve essere più netta, strutturale, coerente e riconoscibile sul terreno materiale.
5. Mujica: l’unità non è un valore, è un attrezzo

Pepe Mujica è l’antidoto al moralismo: non chiede unità per amor di bandiera. Chiede unità perché senza unità i subalterni non contano nulla. E perché la gente accompagna chi percepisce come forte: chi non si presenta spezzettato, litigioso, minoritario per vocazione.

Ma c’è una conseguenza pratica: l’unità non può essere la somma di identità “progressiste” che si riconoscono a vicenda. Deve essere un’alleanza sociale attorno a poche rivendicazioni materiali chiare, comprensibili, verificabili. Prima si impara a camminare insieme su un programma minimo, poi diventa tradizione.
6. Unità di classe, non unità di tribù

Una proposta politica sensata sposta l’asse: dalle tribù ideologiche alla rappresentanza di classe.

La classe dei possidenti non è omogenea culturalmente: può votare destra o sinistra, parlare liberal o conservatore, sfilare per cause civili e al tempo stesso difendere un sistema fiscale e del lavoro che scarica il peso su dipendenti e pensionati. La classe lavoratrice, invece, può essere culturalmente divisa, ma ha bisogni comuni.

Se la sinistra non costruisce un discorso che unisce quei bisogni, lascia campo a chi li intercetta con altre chiavi: sicurezza, identità, risentimento, promessa di protezione, capri espiatori. E intanto i rapporti materiali restano quelli di sempre.

L’unità, allora, non è un cartello elettorale contro qualcuno. È un patto sociale per qualcuno.
7. Le rivendicazioni materiali che possono fare da collante

Qui bisogna essere concreti. Una piattaforma materiale deve essere accettabile anche per chi ha una cultura tradizionale, cattolica o nazionale. Non significa annacquare i diritti: significa partire dalle urgenze che attraversano tutto il popolo del lavoro.

Un’unità possibile oggi può reggersi su pilastri riconoscibili: salario e contratti; lotta alla precarietà e ai subappalti; sicurezza sul lavoro con controlli reali e sanzioni; sanità pubblica con riduzione delle liste d’attesa e stop alla privatizzazione strisciante; casa e affitti con politiche abitative e contrasto alla rendita speculativa; fisco più equo con alleggerimento su lavoro e pensioni e maggiore progressività su grandi patrimoni e rendite; scuola e formazione come ascensore sociale reale; trasporti e servizi territoriali per non trasformare le periferie in colonie interne.

Queste cose parlano a chiunque viva di stipendio, indipendentemente da come vota “di pancia” sui temi identitari. E soprattutto ridanno alla parola “sinistra” un significato verificabile: stai dalla parte di chi lavora contro la rendita e contro il privilegio, oppure no.
8. La riconciliazione come igiene politica

A questo punto “riconciliare” non significa volerci bene. Significa smettere di usare la purezza come arma fratricida e smettere di usare la governabilità come giustificazione per qualsiasi resa.

Vuol dire anche una cosa molto concreta: non chiedere alle classi popolari di diventare culturalmente uguali a noi per meritare tutela. È una strada perdente, perché lascia intatto il dolore materiale e pretende che la gente voti per riconoscenza simbolica. La politica dovrebbe fare l’opposto: costruire una comunità d’interessi e, solo dopo, una comunità di senso.

Conclusione: meno bandiere, più ossa e carne

La domanda finale resta brutale, ma è la sola utile: l’unità serve a vincere una partita tra identità o a rappresentare chi lavora contro chi possiede?

Se accettiamo la lezione di Nunes sulla melanconia e quella di Mujica sulla concretezza, la risposta è chiara: l’unità non nasce dal culto della sinistra, nasce dalla sua funzione. Quando la sinistra torna a essere utile ai bisogni materiali del popolo del lavoro, allora smette di essere una definizione e torna a essere un fatto.

E forse è proprio lì che la riconciliazione diventa possibile: non perché ci siamo perdonati, ma perché abbiamo smesso di confondere la politica con lo specchio e abbiamo ricominciato a guardare, insieme, la vita reale.

Il confine che non esplode piùAldo Moro, l’Alto Adige e la lezione politica che l’Europa si ostina a dimenticare

Ho fatto questa ricerca per un motivo preciso, e non è nostalgia storiografica. È perché mentre l’Europa ripete che “non c’è alternativa” alla guerra lunga, nel Donbass e nei territori contesi tra Russia e Ucraina la parola confine è tornata a essere ciò che in Europa è sempre stata nei suoi momenti peggiori: una ferita aperta, una riga armata, una identità trasformata in trincea. E allora mi sono chiesto: esiste, nella storia europea, un caso in cui una contesa identitaria e territoriale, con morti, bombe, propaganda e odio, sia stata riportata dentro la politica fino a spegnersi davvero, senza cancellare le differenze ma rendendole governabili? La risposta è sì. Si chiama Alto Adige, Sudtirolo. E al centro di quella soluzione c’è un metodo politico, non un miracolo.

Oggi, mentre a Berlino si riaprono colloqui e proposte di compromesso che ruotano attorno a cessate il fuoco sulle linee attuali e a garanzie di sicurezza, e mentre l’opinione pubblica ucraina mostra insieme disponibilità a un congelamento del fronte e rifiuto netto di concessioni “a perdere”, l’idea che “non si può negoziare” sembra più una postura che un’analisi.
Questo testo non assolve nessuno e non banalizza il presente. Prova a fare una cosa più difficile: recuperare una grammatica europea della soluzione politica, e usarla per immaginare un’uscita che non sia resa, né escalation, ma costruzione di sicurezza comune.

C’è una parola che in Europa torna sempre, quando la storia si arrabbia: confine. A volte è una riga su una mappa. Più spesso è una ferita. E quasi sempre, quando la ferita non viene medicata con diritti, istituzioni e pazienza, qualcuno prova a chiuderla con la forza. La vicenda del Sudtirolo Alto Adige non è una cartolina alpina, né una nota a piè di pagina della politica italiana: è un laboratorio europeo di gestione del conflitto etnolinguistico, passato attraverso l’annessione, l’assimilazione, la radicalizzazione, le bombe, la diplomazia, e infine una soluzione che regge da mezzo secolo perché si è fatta carne in norme, soldi, scuola, lingua, poteri reali.

E proprio per questo, quando qualcuno la richiama per parlare dell’Europa di oggi e delle sue guerre, non sta giocando con i paragoni. Sta dicendo una cosa più scomoda: che la politica, quando vuole, può disinnescare perfino i conflitti identitari più duri. Il punto è che deve volerlo.

Dalla fine dell’Impero alla riga del Brennero

Il Sudtirolo, chiamato in Italia Alto Adige, passa all’Italia nel riassetto post Prima guerra mondiale, dentro la logica dei trattati che smontano l’Impero austro ungarico e ridisegnano l’Europa centrale. La sostanza, per chi ci viveva, è semplice: un cambiamento di sovranità sopra teste che non avevano chiesto quel cambio.

Nel 1921, nella provincia di Bolzano la popolazione germanofona è maggioritaria; le percentuali che circolano spesso (circa tre quarti di lingua tedesca, intorno a un decimo italiana, e una quota ladina) trovano riscontro nelle pubblicazioni storiche, con le cautele del caso su serie e criteri di rilevazione.

Poi arriva il fascismo, e la questione non è più solo di confini: diventa un progetto di ingegneria culturale. Italianizzazione, pressione sulla lingua, trasformazione amministrativa. Nelle società miste, quando lo Stato decide che una lingua deve diventare “di troppo”, la politica smette di essere mediazione e diventa imposizione. E l’imposizione, prima o poi, presenta il conto.

Le opzioni del 1939: scegliere tra casa e identità

Il 1939 è una data che pesa come piombo: l’accordo tra regime fascista e regime nazista porta alle opzioni, cioè alla richiesta rivolta alle comunità germanofone (e ladine) di scegliere tra l’emigrazione nel Reich o la permanenza in Italia dentro un percorso di assimilazione. È una scelta costruita per lacerare: non ti chiede di decidere un futuro, ti costringe a amputare una parte di te.

Qui serve precisione: optare e partire non coincidono automaticamente. La storiografia mostra che i numeri dell’opzione e quelli delle partenze effettive vanno maneggiati con cautela e dentro la cronologia bellica. È uno di quei casi in cui la propaganda ama le cifre nette, mentre la storia reale è fatta di rinvii, ripensamenti, costrizioni, famiglie divise.

Il dopoguerra e l’Accordo De Gasperi Gruber: un diritto internazionalizzato

Dopo la Seconda guerra mondiale, la disputa torna sul tavolo internazionale: l’Austria chiede garanzie, l’Italia difende il confine, e si arriva all’Accordo De Gasperi Gruber del 5 settembre 1946, noto anche come Accordo di Parigi. È un testo decisivo perché riconosce tutela e parità di diritti per la minoranza di lingua tedesca, include la scuola nella lingua madre, e apre la strada a una forma di autonomia. In pratica, trasforma una questione nazionale in un impegno con rilevanza internazionale.

Nel 1948 arriva il primo Statuto speciale, però impostato soprattutto sul livello regionale e non sulla provincia di Bolzano come cuore del problema. Questo punto è centrale per capire perché la tensione non si spegne: quando l’architettura istituzionale non corrisponde alla geografia del conflitto, l’autonomia rischia di apparire come una promessa scritta bene e vissuta male.

ONU, attentati e Commissione dei 19: quando la politica riprende in mano il filo

A inizio anni Sessanta la frattura esplode. La Notte dei fuochi del 1961 è lo spartiacque simbolico e operativo: una stagione di violenza che costringe lo Stato a scegliere tra sola repressione e ricerca di una soluzione.

In quel passaggio entra anche l’ONU: l’Assemblea Generale adotta la Risoluzione 1497 (1960) e poi la 1661 (1961), sollecitando Italia e Austria a riprendere negoziati per una soluzione conforme agli impegni del 1946. Non impone un modello, ma inchioda le parti a un fatto: il problema non è interno quanto basta per essere ignorato.

La Commissione dei 19 nasce in quel clima come tentativo di tradurre la vertenza in un percorso istituzionale: una camera di decompressione che prepara il terreno al compromesso. È un passaggio cruciale, perché segna il momento in cui la politica smette di inseguire l’emergenza e torna a costruire una struttura.

E va detto anche questo, con prudenza e senza propaganda: gli anni della tensione non furono solo bombe e ordine pubblico. Nelle ricostruzioni istituzionali e negli studi successivi restano anche ombre su pratiche repressive e violazioni dei diritti. Se si vuole un articolo serio, questo lato non si brandisce come slogan: si documenta, caso per caso, con gli atti e con la memoria civile.

Il Pacchetto e il secondo Statuto: autonomia come potere vero, non come gentile concessione

Il punto di svolta arriva con il Pacchetto (1969), cioè l’insieme di misure che costruisce l’autonomia provinciale e ridisegna l’assetto a favore delle Province, riducendo il ruolo della Regione. È l’idea che cambia: non più un’autonomia di cornice, ma un’autonomia che sposta davvero competenze e responsabilità.

La traduzione giuridica stabile di quel percorso è lo Statuto del 1972, con l’impianto provinciale che ancora oggi regge.

Un meccanismo cruciale, poco raccontato ma decisivo, sono le norme di attuazione e le commissioni paritetiche: strumenti con cui l’autonomia viene resa concreta nel tempo, attraverso decreti attuativi e un metodo di co decisione tra livello statale e autonomie. È una macchina paziente, tecnica, a volte lenta. Ma è proprio quella macchina che evita che ogni conflitto torni a essere identità contro identità senza mediazioni.

La chiusura del 1992: quando una disputa smette di essere internazionale

C’è un’altra data chiave: 1992. Dopo decenni di attuazione delle misure, la controversia viene formalmente chiusa con un atto che certifica, sul piano internazionale, la sostanziale composizione della vertenza. Non è un gesto simbolico: è la conferma che l’autonomia non era un anestetico momentaneo, ma un impianto capace di reggere nel lungo periodo.

Il cuore materiale della soluzione: lingua, scuola, soldi, e la dignità di non essere ospiti

Se si vuole capire perché questo caso ha funzionato, bisogna dirlo senza giri di parole: perché ha dato potere reale e riconoscimento reale.

La lingua non è stata trattata come folklore. È diventata diritto, amministrazione, scuola, bilinguismo istituzionale. Questo, in regioni miste, significa una cosa enorme: lo Stato smette di chiederti di tradurti per essere cittadino.

La finanza è stata costruita come autonomia sostanziale. Le fonti specialistiche sul modello altoatesino descrivono un principio chiaro: una quota molto alta delle entrate fiscali raccolte sul territorio resta sul territorio (spesso sintetizzata nel 90%). È qui che la politica diventa architettura: senza risorse, l’autonomia resta carta; con le risorse, diventa capacità di governo.

Ecco perché, nel tempo, la provincia di Bolzano è diventata uno dei territori più prosperi del Paese: non per miracolo alpino, ma per una combinazione di stabilità, competenze, responsabilità e capacità di pianificazione. Il benessere non cancella i conflitti identitari, ma li rende meno infiammabili, perché abbassa la percezione di essere colonizzati o marginalizzati.

La lezione politica, e il punto che mi interessa per il Donbass

Fin qui la storia. Adesso il motivo della ricerca.

Nel Donbass non siamo in una disputa “fredda”, ma dentro una guerra aperta e una contesa di sovranità che Mosca rivendica anche sul piano costituzionale, includendo formalmente territori che non controlla integralmente e che Kyiv considera parte inalienabile dello Stato ucraino.
È esattamente questo nodo che rende ogni discorso “facile” impraticabile: non basta dire cessate il fuoco, non basta dire confini intoccabili, non basta dire referendum. Se la politica vuole essere soluzione, deve disegnare una struttura che consenta due cose insieme: sicurezza e dignità. E deve farlo sapendo che oggi la società ucraina rifiuta in larga maggioranza concessioni percepite come punitive, pur mostrando aperture a formule di cessate il fuoco sulle linee attuali solo se accompagnate da garanzie credibili.

Qui è dove l’Alto Adige smette di essere un “paragone” e diventa una cassetta degli attrezzi. Non perché l’Ucraina possa copiare l’Italia del 1972. Ma perché il metodo altoatesino insegna cinque regole politiche che l’Europa oggi tende a rimuovere.

Primo: internazionalizzare le garanzie, non l’umiliazione
Nel Sudtirolo, l’Accordo del 1946 non fu un annuncio morale: fu un vincolo internazionale che obbligava lo Stato a riconoscere diritti e a costruire autonomia. Nel Donbass, qualsiasi soluzione che non sia solo una pausa armata deve poggiare su garanzie multilaterali scritte, verificabili, con meccanismi di controllo e sanzioni per la violazione. Se la cornice resta solo “fiducia”, il ritorno delle armi è una previsione, non un rischio.

Secondo: spostare il conflitto dal piano etnico a quello istituzionale
Il Pacchetto non spense la differenza linguistica: la rese governabile. La trasformò da motivo di dominio in materia di diritto. Nel Donbass, questo significa una cosa concreta e controversa: prevedere un regime speciale di tutela linguistica e culturale, non come concessione “pro Russia”, ma come standard europeo di diritti delle minoranze. Il punto non è legittimare l’aggressione. È togliere terreno, per il futuro, alla propaganda che si nutre di discriminazioni reali o presunte.

Terzo: autonomia vera implica responsabilità vera
L’autonomia funziona quando non è decorativa. Nel modello altoatesino, competenze e finanza sono sostanza, non ornamento. Nel Donbass, se mai si arrivasse a una formula di autonomia interna dentro l’Ucraina, dovrebbe essere concreta: poteri amministrativi chiari, budget definito, partecipazione reale alle decisioni locali, e al tempo stesso una architettura che impedisca la trasformazione dell’autonomia in secessione strisciante o in enclave militarizzata. Questa è la difficoltà: autonomia sì, ma dentro uno Stato che deve tornare a sentirsi integro.

Quarto: tempi lunghi, attuazione tecnica, verifiche continue
Il Sudtirolo non è “risolto” in un giorno: è una soluzione che dura perché ha norme di attuazione, commissioni paritetiche, manutenzione costante. È l’opposto del tweet geopolitico. Nel Donbass, anche il miglior accordo senza una fase lunga di implementazione, con verifiche terze e strumenti tecnici, sarebbe solo carta. Qui entrano in gioco missioni di monitoraggio, garanzie di sicurezza, e un lavoro paziente di reintegrazione di servizi, scuole, anagrafi, giustizia, economia.

Quinto: sicurezza comune, non vittoria totale
Questo è il nodo che oggi manca all’Europa: l’idea che la sicurezza non è mai solo tua. Nel 2025, mentre si discute di piani di pace e di cessate il fuoco, la retorica dominante resta spesso quella della vittoria finale o della sconfitta totale, come se la storia fosse un videogioco. E invece l’esperienza europea migliore dice altro: una pace sostenibile nasce quando anche l’avversario, pur avendo torti e responsabilità, non ha più incentivi né paura tali da tornare alle armi. Questo non significa equiparare aggressore e aggredito. Significa costruire un’uscita dal ciclo della paura.

È qui che la lezione di Moro diventa attuale. Non perché Moro “assomigli” a qualcuno di oggi, ma perché il suo metodo trattava il conflitto identitario come questione politica risolvibile, non come destino tragico: tradurre convivenza in istituzioni e risorse; tenere insieme dignità e ordine, diritti e stabilità, senza umiliare nessuno. E soprattutto, creare un percorso che renda la pace più conveniente della guerra.

Il confine, quando smette di essere una trincea, può diventare una cerniera. Ma una cerniera non nasce da sola: la costruisci, vita dopo vita, legge dopo legge, compromesso dopo compromesso. Ed è proprio questo che oggi l’Europa sembra non voler più fare: la fatica della politica.

Fonti essenziali
Eurac Research, A Primer on the Autonomy of South Tyrol (2022).
Oxford Public International Law, voce South Tyrol e richiamo alle risoluzioni ONU.
Studio comparativo su modelli di risoluzione dei conflitti (Aland e South Tyrol).
Reuters su colloqui e cornici di compromesso e su opinione pubblica ucraina rispetto a concessioni e garanzie.
ISW su rivendicazioni russe e quadro operativo; Bloomberg sul peso territoriale del Donbas in ogni negoziato.