Alleanza Verdi e Sinistra
Contributo dal territorio del Friuli Venezia Giulia
Non autosufficienza: dalla cura come dovere privato al diritto pubblico universale
Una proposta dal Friuli Venezia Giulia per il programma di Alleanza Verdi e Sinistra
Premessa politica
Una società si misura da come tratta chi non ha voce contrattuale. In Italia, dopo decenni di tagli al welfare, di esternalizzazione del lavoro di cura sulle famiglie e in particolare sulle donne, e di cessione progressiva della sfera dei diritti sociali alla logica del mercato, la non autosufficienza resta uno dei nodi più gravi della questione democratica. Non è materia tecnica: è il punto in cui si decide se la Costituzione, articoli 2, 3, 32 e 38, trova ancora attuazione concreta o se viene di fatto sospesa per la fascia più fragile della popolazione.
Il presente documento nasce come contributo al percorso pubblico e partecipato Decidiamo!, lanciato sabato 9 maggio 2026 a Roma da Alleanza Verdi e Sinistra, e si propone come tassello di una piattaforma programmatica che sappia tenere insieme giustizia sociale, giustizia climatica e democrazia partecipata. Lo scriviamo da una regione di confine, il Friuli Venezia Giulia, che è laboratorio anticipato della transizione demografica nazionale e che, proprio per questo, mostra in anticipo le contraddizioni di un modello di welfare ridotto a sistema di emergenza, sopravvivenza e residualità.
La tesi politica che attraversa l’intero documento è la seguente: la cura non è un costo, è un’infrastruttura democratica ed ecologica. Investire nella non autosufficienza significa scegliere un modello sociale fondato sulla solidarietà strutturale, sulla redistribuzione del reddito e sulla conversione ecologica del welfare, contro la deriva neoliberista che riduce la cura a merce e il caregiver, quasi sempre una donna, spesso una migrante, a manodopera invisibile e sottopagata. Significa, in una parola, portare al centro del programma di Alleanza Verdi e Sinistra un capitolo di cura universale che faccia parte integrante della transizione giusta e non una sua appendice residuale.
Il punto numero uno del programma di AVS, fin dal 2022, è la difesa e attuazione della Costituzione repubblicana e antifascista. La proposta che qui presentiamo è la traduzione operativa di quel principio nel campo del welfare: dove non c’è cura universale, l’eguaglianza sostanziale dell’articolo 3 resta lettera morta.
1. Il Friuli Venezia Giulia: laboratorio anticipato della crisi demografica
Il Friuli Venezia Giulia è, dal punto di vista demografico, una regione sentinella. Secondo i dati ISTAT al 1 gennaio 2025, la popolazione regionale ammonta a 1.193.284 abitanti, in calo di 1.332 unità rispetto al 2024. Ma il dato decisivo non è il calo: è la composizione per età.
Gli over 65 rappresentano il 27,5 per cento della popolazione, circa 328.000 persone; gli over 80 sono oltre 112.000; gli ultraottantacinquenni 57.562, pari al 4,8 per cento del totale regionale. L’indice di vecchiaia è pari a 252,9, ossia quasi 253 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni, contro una media nazionale ben più contenuta. L’età media è di 48,7 anni, contro i 46,9 nazionali; Trieste è la provincia più anziana d’Italia con un’età media di 49,4 anni. Le proiezioni ISTAT al 2080 stimano una perdita di circa 200.000 abitanti e un ulteriore aggravio dello squilibrio generazionale.
La Regione stessa stima oggi in circa 36.000 le persone non autosufficienti residenti in Friuli Venezia Giulia. Ma è la fotografia delle liste di attesa nelle case di riposo a restituire la dimensione della crisi: a Pordenone, Casa Serena registra 425 persone in attesa per 259 posti; la Casa Anziani Umberto Primo 363 in attesa per 110 posti; Cordenons 356 per 113 posti. In totale, circa 2.000 anziani in lista d’attesa per una struttura residenziale a livello regionale.
Sul fronte domiciliare i numeri certificano un sistema sotto pressione: 6.700 persone seguite dall’assistenza domiciliare sociale, 34.597 anziani presi in carico dall’ADI, 9.100 beneficiari del Fondo Autonomia Possibile (FAP), che nel 2025 ha visto stanziamenti per 49 milioni di euro, in crescita del 45 per cento rispetto al 2018. Cifre rispettabili, ma manifestamente insufficienti se rapportate alla platea reale del bisogno.
Quando il governo regionale stesso, voce dell’assessore Riccardi nel settembre 2025, riconosce che nei prossimi venticinque anni gli over 65 in Friuli Venezia Giulia aumenteranno del 235 per cento e gli over 85 del 70 per cento, è chiaro che siamo di fronte a una emergenza strutturale che impone una svolta sistemica. Il Friuli Venezia Giulia non è un’eccezione: è il futuro prossimo dell’Italia. Quello che qui si decide oggi vale come anticipazione nazionale, ed è precisamente per questa ragione che il contributo di una regione periferica può e deve interpellare la coalizione progressista a livello nazionale.
2. Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze e la cronica insufficienza di risorse
Il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze, istituito dall’articolo 1, comma 1264, della legge 296/2006, è oggi lo strumento economico principale del sistema. Reso strutturale dalla legge 208/2015, ha visto una crescita progressiva: dai 400 milioni del 2016 ai 982 milioni del 2025, 934 milioni del 2026 e 1 miliardo e 108 milioni previsti per il 2027. Per il triennio 2025-2027 si arriva quindi a poco più di tre miliardi di euro complessivi.
La novità del Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, oggetto del DPCM di marzo 2026, è la divisione in doppio binario: una quota vincolata per gli anziani e per i progetti di vita indipendente (250 milioni annui per i LEPS, di cui 50 milioni per il personale dei Punti Unici di Accesso, più 14,64 milioni annui per la vita indipendente) e una quota indistinta che nel 2026 ammonta a 620 milioni e nel 2027 a 794 milioni, programmata unitariamente dalle Regioni in attesa che il Piano per gli over 70 del CIPA, ancora atteso, sia recepito.
Il limite politico è netto e va denunciato senza giri di parole: la stessa Commissione tecnica di riferimento ha riconosciuto che i criteri di riparto non sono ancora ancorati ai fabbisogni standard calcolati per Ambito Territoriale Sociale, perpetuando diseguaglianze territoriali strutturali. Il fondo non è coordinato con il Fondo Nazionale Politiche Sociali, il Fondo Povertà e il Fondo Dopo di Noi, e non è raccordato con il Sistema di Garanzia dei LEPS introdotto dalla legge di bilancio 2026.
La CGIL e lo SPI hanno parlato con chiarezza di Piano in ritardo e di risorse insufficienti. La cifra raggiunta nel 2027, poco più di un miliardo annuo, andrebbe rapportata alle reali esigenze di milioni di non autosufficienti e dei loro familiari: il dato è impietoso. La Spagna spende lo 0,9 per cento del PIL in long-term care, l’Italia lo 0,5: meno della metà. Una coalizione progressista degna di questo nome deve dirlo: senza un salto quantitativo nelle risorse, qualsiasi riforma di sistema rischia di restare cosmetica.
3. La riforma incompiuta: legge delega 33/2023 e D.Lgs. 29/2024
La legge delega 23 marzo 2023 numero 33, vincolata agli obiettivi del PNRR, Missione 5 Componente 2, ha promesso una riforma strutturale dell’assistenza agli anziani non autosufficienti: definizione unitaria della condizione, Sistema Nazionale per la popolazione anziana (SNAA), Punti Unici di Accesso nelle Case della Comunità, valutazione multidimensionale, prestazione universale.
Il decreto legislativo attuativo numero 29 del 15 marzo 2024, corretto dal D.Lgs. 93/2025, ha ampiamente disatteso gli obiettivi della delega. Le critiche convergono da fonti molto diverse: il Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, la CGIL, l’ANCI, le Commissioni Affari Sociali stesse di Camera e Senato. I rilievi sono sintetizzabili in tre punti: oltre venti rinvii a futuri provvedimenti (decreti ministeriali, linee guida, leggi regionali), che svuotano la cogenza della riforma; assenza di finanziamenti aggiuntivi dedicati, con la riforma risolta in un travaso di risorse esistenti; e una cosiddetta prestazione universale di fatto selettiva, riservata ai casi di bisogno assistenziale gravissimo, con criteri così stringenti da ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Più che universale, è residuale.
Nel frattempo l’Italia, nel 2022, è stata formalmente censurata dall’ONU per la violazione degli obblighi della Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità. Una sentenza politica e morale che il governo Meloni non ha mai voluto realmente raccogliere e che la nostra alleanza è chiamata a rimettere al centro del proprio mandato programmatico.
4. Il caregiver familiare: la grande questione sospesa
Secondo l’ISTAT i caregiver familiari in Italia sono oltre 7 milioni, in maggioranza donne (circa il 70 per cento), spesso costrette ad abbandonare il lavoro retribuito o a ridurre drasticamente la propria vita sociale. Si stima che fino a 8,5 milioni di persone svolgano attività di cura non riconosciuta. Il valore economico nascosto di questo lavoro, vero e proprio sussidio invisibile al bilancio dello Stato, è incalcolabile: è il pilastro non contabilizzato del welfare italiano, sostenuto sulle spalle delle donne e prelevato dalle loro pensioni future.
Il 12 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare. Le misure previste comprendono il riconoscimento formale presso l’INPS, l’inserimento obbligatorio del caregiver nel Progetto di vita e nel Piano Assistenziale Individualizzato e un contributo economico fino a 400 euro mensili, ma solo per il caregiver convivente prevalente con almeno 91 ore settimanali di cura, oltre 13 ore al giorno per sette giorni. La dotazione complessiva è di circa 257 milioni di euro.
La critica progressista al provvedimento è chiara: non è una misura universalistica, ma una soglia di sopravvivenza per le sole famiglie in povertà estrema. Un caregiver, soprattutto se donna, che si dedica per 91 ore alla settimana alla cura non sta facendo un lavoro: ne sta facendo due. Non riconoscere previdenzialmente questa attività significa codificare per legge la povertà di vecchiaia delle donne italiane. È esattamente il contrario di quanto Alleanza Verdi e Sinistra propone in materia di lavoro: salario minimo, riduzione dell’orario a parità di salario, fine della precarietà strutturale. La cura non può restare l’eccezione di un sistema che, nel suo cuore, riproduce sfruttamento.
5. Le criticità strutturali del modello attuale
Il sistema italiano della non autosufficienza, così come si è sedimentato nei decenni, presenta cinque vizi originari di natura strutturale che ne minano alla radice ogni possibilità di evoluzione progressiva.
Il primo è la frammentazione istituzionale e la diseguaglianza territoriale. Le competenze sono divise tra Stato, Regioni, ASL, ATS, Comuni. I diritti cambiano radicalmente in base alla residenza. Il Mezzogiorno paga un dazio storico: il riparto del FNA non è ancorato ai fabbisogni standard e quindi non sana le disuguaglianze, le riproduce.
Il secondo è la privatizzazione strisciante. Crescono i posti letto convenzionati e privati, mentre la rete pubblica arretra. Le rette in molte strutture private superano i 2.500 euro mensili: di fatto un censo all’assistenza, che esclude le famiglie a reddito medio-basso e produce una segregazione di classe del fine vita.
Il terzo è il carico sproporzionato sulle famiglie e il patriarcato del welfare. Il sistema poggia sull’assunto implicito che la cura sia una funzione femminile gratuita. È un dato non solo economico ma politico: la composizione di genere del lavoro di cura non remunerato è il calco speculare della composizione di genere della povertà di vecchiaia.
Il quarto è il lavoro di cura sommerso e la vulnerabilità migrante. Centinaia di migliaia di assistenti familiari, in larga parte donne migranti, lavorano in condizioni di semi-clandestinità o irregolarità contrattuale. La nuova legge sui caregiver non le include. È una rimozione politica esplicita, che il programma di AVS non può accettare in coerenza con la propria storica difesa dei diritti dei migranti e delle migranti.
Il quinto è la logica residuale e burocratica. L’accesso ai servizi è strutturato come concessione assistenziale, non come diritto esigibile. Tempi lunghi, soglie ISEE che escludono il ceto medio impoverito, rendicontazioni vessatorie, valutazioni multidimensionali a singhiozzo. Il cittadino non autosufficiente è trattato come supplicante, non come titolare di diritti.
6. La visione ecosocialista: la cura come infrastruttura democratica
All’analisi delle criticità deve corrispondere una visione politica alternativa. Proponiamo all’assemblea di Decidiamo! di assumere come asse programmatico una serie di principi non negoziabili, che riprendono il lessico ecosocialista e dei diritti caratteristico di Alleanza Verdi e Sinistra. La cura, in questa prospettiva, è insieme questione sociale, ecologica e democratica: è il punto in cui si decide se la transizione sarà giusta o se replicherà, sotto altre forme, le diseguaglianze del modello fossile e neoliberista.
7. Universalità sostanziale, non formale
La non autosufficienza è un diritto sociale, non una concessione. Va garantita su base universale, indipendentemente dal reddito e dalla residenza, con livelli essenziali delle prestazioni (LEPS) realmente esigibili e giustiziabili davanti al giudice ordinario. Universalità significa abbandonare la logica selettiva delle soglie ISEE punitive e introdurre un diritto soggettivo perfetto alla presa in carico, modulato non sul reddito ma sulla intensità del bisogno.
8. Centralità del Progetto di vita
Ogni intervento deve partire dal progetto individualizzato, costruito con la persona e con il suo nucleo, integrato tra sociale e sanitario, dotato di budget di cura vincolante e verificabile. Niente più burocrazia che separa: un solo punto di accesso, una sola valutazione, una sola governance del caso. Il Progetto di vita non è un adempimento ma il luogo in cui la persona riconquista la propria autodeterminazione, secondo il principio costituzionale e internazionale della Convenzione ONU.
9. Domiciliarità come priorità strutturale
La residenzializzazione deve diventare l’opzione di ultima istanza, non la prima. Significa potenziare ADI e SAD, sviluppare cohousing, abitare inclusivo, condomini solidali, telemedicina. Significa invertire la logica del recupero a posteriori, la casa di riposo, con quella della prevenzione domiciliare. Significa anche, per AVS, riconnettere il tema della cura a quello dell’abitare: il diritto alla casa, oggi negato a milioni di italiane e italiani, è precondizione del diritto a invecchiare e a essere assistiti dignitosamente.
10. Riconoscimento giuridico, economico e previdenziale del caregiver
Va riscritta la legge sui caregiver in chiave universalistica: riconoscimento contributivo per ogni anno di cura, accesso al pensionamento anticipato non condizionato a soglie ISEE punitive, formazione gratuita, supporto psicologico, congedi retribuiti veri. Va estesa la tutela alle assistenti familiari migranti, con percorsi di emersione e regolarizzazione legati al lavoro di cura. Il principio è semplice e politicamente forte: dove c’è lavoro, anche di cura, ci sono diritti, contratto, salario e contribuzione. Senza eccezioni di genere e senza eccezioni di cittadinanza.
11. Conversione ecologica del welfare e giustizia climatica della cura
La cura è un settore ad alta intensità di lavoro e a basso impatto ambientale: per ogni euro investito in long-term care si producono molti più posti di lavoro stabili e a basso carbonio rispetto a un euro investito in infrastrutture energivore. Il programma di AVS, che già pone al centro la transizione giusta, deve quindi includere il welfare di cura tra gli investimenti strategici della conversione ecologica. Significa, in concreto, finanziare la rete pubblica della cura con le stesse risorse che oggi vengono drenate da sussidi alle fonti fossili, dalla spesa militare crescente e dalle agevolazioni alle grandi rendite finanziarie. Significa, anche, riprogettare i luoghi della cura come edifici a impatto zero, integrati nei territori, alimentati da energia rinnovabile e cooperativa, lontani dal modello industriale delle grandi RSA-fabbrica.
La giustizia climatica non è soltanto la difesa del pianeta dai cambiamenti climatici: è anche la protezione delle fasce più fragili, anziane, malate, non autosufficienti, dagli effetti già presenti del riscaldamento globale. Le ondate di calore degli ultimi anni hanno colpito in modo sproporzionato gli anziani e le persone non autosufficienti, in particolare nelle aree urbane. Investire in cura significa, anche, costruire resilienza climatica.
12. Comunità di prossimità e democrazia partecipata
Le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti devono essere co-decisori delle politiche che li riguardano, attraverso rappresentanze stabili negli Ambiti Territoriali Sociali e nei Comitati interministeriali. Niente su di noi senza di noi non è uno slogan: è un principio costituzionale. La piattaforma Decidiamo! ha proprio questo significato: invertire la rotta della delega passiva, aprire i tavoli decisionali alle voci che la politica istituzionale ha imparato a non ascoltare. Il welfare di cura deve nascere da questa stessa ispirazione partecipata.
13. Proposte operative nazionali per il programma di Alleanza Verdi e Sinistra
Si propongono al confronto della piattaforma Decidiamo! le seguenti misure di livello nazionale, articolate in una sequenza coerente di sette interventi strutturali.
Il primo intervento è triplicare il Fondo Nazionale per le Non Autosufficienze entro la legislatura. Portare lo stanziamento da circa 1 miliardo (2027) ad almeno 3 miliardi annui strutturali, ancorando il riparto ai fabbisogni standard per Ambito Territoriale Sociale. La Spagna spende lo 0,9 per cento del PIL in long-term care, l’Italia lo 0,5: l’obiettivo è almeno l’1 per cento del PIL entro la legislatura.
Il secondo intervento è approvare un Testo Unico della non autosufficienza. Riassorbire FNA, Fondo Disabilità, Fondo Caregiver, Fondo Dopo di Noi in un unico architrave normativo, con LEPS giustiziabili, criteri unitari, governance integrata sociosanitaria. Superare il doppio binario anziani-disabili dove crea duplicazioni e disuguaglianze, mantenendolo solo dove serve a garantire specificità di presa in carico.
Il terzo intervento è il riconoscimento universale del caregiver familiare. Soppressione della soglia delle 91 ore settimanali; introduzione di un assegno di cura modulato su reddito e intensità assistenziale; copertura previdenziale figurativa integrale per gli anni di cura; congedo straordinario retribuito esteso ai caregiver non conviventi. La legge di gennaio 2026 va integralmente riscritta nella prospettiva universalistica.
Il quarto intervento è l’emersione e la tutela delle assistenti familiari migranti. Permesso di soggiorno legato al lavoro di cura, contratto collettivo nazionale aggiornato, formazione obbligatoria gratuita, riconoscimento dei titoli nei Paesi di origine. Non possiamo costruire il welfare delle donne italiane sulle spalle invisibili delle donne migranti. È una scelta di coerenza politica per una alleanza che fa della difesa dei diritti dei migranti uno dei propri pilastri identitari.
Il quinto intervento è il piano nazionale per la rete pubblica della cura. Costruzione di nuove strutture pubbliche, RSA, case di comunità, centri diurni, con vincolo di ricaduta sui territori a maggior fabbisogno. Blocco delle convenzioni con strutture private a scopo di lucro che non garantiscono standard di personale e qualità adeguati. Ripubblicizzazione progressiva di quelle strutture private che, beneficiando di fondi pubblici, hanno mostrato di anteporre il profitto alla qualità della cura.
Il sesto intervento è il piano straordinario per il personale sociosanitario. La Sezione Autonomie della Corte dei Conti, con la deliberazione 10/SEZAUT/2026/QMIG, ha sciolto un primo nodo permettendo agli enti locali di escludere dal calcolo dei limiti assunzionali le risorse del FNA destinate al personale dei PUA. È un segnale importante ma non basta: serve il superamento normativo dei vincoli assunzionali per Comuni e Ambiti Territoriali Sociali, un contratto unico per OSS, infermieri di comunità ed educatori, una formazione universitaria e professionale dedicata. Il tutto ancorato al salario minimo orario di 10 euro lordi, principio che AVS porta nel proprio programma da anni.
Il settimo intervento è la copertura finanziaria. Per finanziare il Piano serve coraggio fiscale: una imposta patrimoniale ordinaria sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro, a destinazione vincolata sul Fondo Nazionale Non Autosufficienze; il taglio progressivo dei sussidi alle fonti fossili e di parte della spesa militare in crescita; la tassazione effettiva delle multinazionali digitali. La cura universale è incompatibile con l’austerità europea e con la subordinazione alla logica del Patto di Stabilità rivisto: il programma di AVS deve dirlo apertamente e senza reticenze.
14. Proposte operative regionali per il Friuli Venezia Giulia
Sul piano regionale, e in coerenza con la presenza di AVS nel Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia eletto nel 2023 a sostegno della candidatura di Massimo Moretuzzo, si propongono sette ulteriori misure.
La prima è la riforma del FAP in chiave universalistica. Innalzamento delle soglie ISEE oggi previste (30.000 euro per APA e CAF, 60.000 euro per AGD), revisione degli importi al rialzo, estensione della platea, semplificazione drastica della rendicontazione. Il FAP deve diventare un assegno di cura universale modulato sul bisogno, non un contributo selettivo a soglia.
La seconda è il Piano regionale per le RSA pubbliche. Riconversione di immobili pubblici dismessi (caserme, scuole chiuse, edifici sanitari sottoutilizzati) in centri diurni e RSA pubbliche con almeno 1.500 nuovi posti convenzionati nel triennio. La lista d’attesa di 2.000 anziani deve essere azzerata in cinque anni. Le riconversioni devono rispondere a criteri di efficienza energetica e accessibilità integrale, dimostrando concretamente che la rete pubblica della cura può essere anche un esempio di bioedilizia.
La terza è il reclutamento straordinario di operatori sociosanitari. Bando regionale unico per 1.000 nuovi OSS nel triennio, con concorso pubblico, contratto stabile e salario non inferiore a 10 euro lordi orari; scuola di formazione regionale gratuita, convenzioni con gli ITS, percorsi di stabilizzazione del personale precario.
La quarta è il Punto Unico di Accesso effettivo in ogni distretto. Realizzazione vera, non solo nominale, dei PUA presso ogni Casa della Comunità del Friuli Venezia Giulia, con valutazione multidimensionale entro 30 giorni e Progetto individualizzato vincolante.
La quinta è l’indennità regionale caregiver elevata e universalizzata. L’attuale contributo di 300 euro mensili per dodici mesi è simbolico. Va portato ad almeno 600 euro mensili per dodici mesi e reso universale per chi ha in carico una persona con disabilità grave, indipendentemente dalla soglia ISEE.
La sesta è il programma per cohousing e abitare inclusivo nelle aree interne. Particolare attenzione alla montagna friulana e alle aree interne, dove l’invecchiamento è più drammatico e i servizi più rarefatti. Sviluppo di residenzialità diffusa, turismo solidale intergenerazionale, condomini protetti, in coerenza con la visione di AVS sulle aree fragili e sui borghi a rischio spopolamento.
La settima è il tavolo regionale permanente con la cittadinanza attiva. Istituzione di un organismo paritetico tra Regione, ATS, associazioni delle persone con disabilità, sindacati, caregiver, terzo settore, con poteri reali di co-programmazione e co-progettazione delle politiche.
15. Impatto atteso e cornice politica
Una riforma di questa portata produrrebbe effetti rilevanti su più piani convergenti. Sul piano dell’equità territoriale e generazionale, supererebbe le disuguaglianze tra Nord e Sud, tra centro e aree interne. Sul piano del lavoro femminile, libererebbe le donne dal ruolo di ammortizzatore sociale invisibile, contribuendo strutturalmente alla riduzione del gender pay gap di lungo periodo e all’aumento del tasso di occupazione femminile, oggi tra i più bassi d’Europa. Sul piano della povertà di vecchiaia, in particolare femminile, oggi destinata a esplodere nei prossimi venti anni, costituirebbe il principale freno disponibile.
Sul piano economico, l’effetto moltiplicatore occupazionale è documentato: ogni miliardo investito in long-term care genera, secondo le stime ILO, circa 25.000 posti di lavoro stabili. Sul piano comunitario, la rete pubblica della cura ricomporrebbe il tessuto sociale contro l’isolamento e la solitudine, oggi vere e proprie patologie sociali di massa. Sul piano ecologico, il welfare di cura è uno dei settori a più alta intensità occupazionale e a più basso impatto ambientale: investirvi è una scelta di transizione giusta, non un costo sottratto agli investimenti verdi.
Investire nella non autosufficienza non è una voce di spesa: è un investimento democratico, ecologico e antifascista. È il modo in cui una Repubblica sociale dimostra di essere ancora tale. È, in termini gramsciani, l’occasione per costruire egemonia: non abbandonare le fasce fragili al mercato significa ricostruire la fiducia popolare nella mediazione politica progressista, oggi profondamente erosa proprio nei territori dove il welfare ha arretrato di più.
16. Conclusione: un mandato per Alleanza Verdi e Sinistra
La piattaforma Decidiamo!, lanciata da Bonelli e Fratoianni il 9 maggio 2026, pone una domanda di fondo: come vogliamo lavorare, studiare, curarci e respirare. Da questa periferia attiva del Friuli Venezia Giulia rispondiamo, sul versante della cura, con altrettanta chiarezza: dobbiamo smettere di considerare la non autosufficienza come un costo da contenere e iniziare a trattarla come un diritto da garantire.
La nostra proposta è di portare al confronto pubblico di Decidiamo!, e da lì al programma di Alleanza Verdi e Sinistra, un Patto per la non autosufficienza che assuma valore di precondizione: nessuna piattaforma ecosocialista è credibile se non assume questo capitolo come priorità strutturale del prossimo quinquennio.
Il Friuli Venezia Giulia, regione anziana e di confine, attraversata da spinte demografiche e migratorie che la rendono un osservatorio privilegiato, può essere regione pilota di una sperimentazione di welfare universale dei diritti. Lo dobbiamo a chi oggi assiste in solitudine, a chi è in lista di attesa per un posto in una struttura, a chi sta avvitandosi nella povertà di cura, a chi non ha più la forza di chiedere.
Una società che lascia indietro le persone non autosufficienti non è una società progressista. È, semplicemente, un’altra cosa. Una alleanza tra Verdi e Sinistra che voglia incarnare oggi la promessa costituzionale dell’eguaglianza sostanziale ha qui il suo banco di prova più severo, e insieme la più chiara occasione di cambiamento credibile.
Mario Sommella
Coordinatore nazionale politiche sociali e disabilità, referente regionale Friuli Venezia Giulia, Azione Civile.
Latisana (Udine),
9 maggio 2026
Riferimenti e fonti principali
ISTAT, Censimento permanente della popolazione 2024, dati al 1 gennaio 2025.
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Ufficio di statistica, La popolazione residente in FVG al 01.01.2025, febbraio 2026.
DPCM marzo 2026, Adozione del Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027 e riparto del relativo Fondo (FNA: 982 milioni 2025, 934 milioni 2026, 1 miliardo e 108 milioni 2027).
Legge 23 marzo 2023 numero 33, Deleghe al Governo in materia di politiche in favore delle persone anziane.
D.Lgs. 15 marzo 2024 numero 29, modificato con D.Lgs. 93/2025, Attuazione della legge delega 33/2023.
Disegno di legge sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, Consiglio dei Ministri, 12 gennaio 2026.
DPReg n. 214/2023, Regolamento del Fondo per l’Autonomia Possibile (FAP) della Regione Friuli Venezia Giulia.
Corte dei Conti, Sezione Autonomie, deliberazione n. 10/SEZAUT/2026/QMIG, sull’esclusione delle assunzioni FNA per i PUA dai limiti assunzionali.
CGIL e SPI, Prime osservazioni sul Piano Nazionale Non Autosufficienze 2025-2027, marzo 2026.
Patto per un Nuovo Welfare sulla Non Autosufficienza, valutazioni del D.Lgs. 29/2024, 2024-2025.
ANCI Cittalia, Fondi Welfare, ricognizione 2024-2025.
Alleanza Verdi e Sinistra, Programma 2022 e Programma per le elezioni europee 2024.
Bonelli e Fratoianni, Lancio del percorso Decidiamo!, Roma, 9 maggio 2026, Nazionale Spazio Eventi.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere Mario Sommella
Coordinatore nazionale politiche sociali e disabilità, referente regionale FVG, Azione Civile.