La Germania sdogana i neonazisti, un pericoloso precedente per l’Europa e per l’Italia 

La Germania sdogana i neonazisti: un pericoloso precedente per l’Europa (e per l’Italia)

L’illusione della democrazia europea si sgretola. In Germania, il paese che più di ogni altro avrebbe dovuto tenere viva la memoria storica del nazismo per evitare il suo ritorno, l’estrema destra entra ufficialmente nel gioco delle alleanze parlamentari. La CDU di Friedrich Merz, erede della tradizione democristiana tedesca, ha infatti aperto le porte alla collaborazione con Alternativa per la Germania (AfD), un partito dichiaratamente neonazista, per approvare una legge di drastica restrizione sull’immigrazione.

Non è una scelta casuale. Il tema dei migranti è diventato il cavallo di battaglia dell’ultradestra in tutta Europa, un’arma di distrazione di massa per coprire le reali cause dell’insicurezza sociale: salari stagnanti da vent’anni, potere d’acquisto in caduta libera, crisi industriale, tagli al welfare e disuguaglianze sempre più evidenti. Invece di affrontare questi problemi con politiche sociali ed economiche adeguate, la classe dirigente tedesca – così come quella italiana – preferisce cavalcare l’onda della paura e dello scontento, normalizzando il linguaggio e le politiche della destra estrema.

Merz ha giustificato questa svolta con parole che suonano sinistramente familiari anche in Italia: “Sì, potrebbe essere che l’AfD, per la prima volta, renda possibile l’approvazione di una legge necessaria. Ma siamo di fronte alla scelta di continuare a guardare impotenti mentre le persone nel nostro paese vengono minacciate, ferite e uccise, o di alzarci e fare ciò che è indiscutibilmente necessario”.

Una strategia già vista: evocare il pericolo di un’insicurezza diffusa, individuare un capro espiatorio e giustificare misure autoritarie con la scusa della sicurezza. È lo stesso meccanismo con cui Giorgia Meloni ha costruito la sua ascesa politica in Italia, spingendo una retorica di odio contro migranti e minoranze mentre il paese scivola in una crisi sociale ed economica sempre più grave.

Dall’Italia alla Germania: un filo nero che lega l’ultradestra

Il parallelismo tra la Germania di oggi e l’Italia di Meloni è inquietante. Se Berlino ha appena iniziato a normalizzare l’estrema destra a livello parlamentare, Roma l’ha già portata direttamente al governo. La strategia è identica:

• Smantellare i diritti sociali e poi scaricare la colpa sui migranti. La precarietà dilaga, i salari restano bloccati, il welfare viene tagliato, ma il problema – ci dicono – sarebbero gli sbarchi sulle coste italiane o i rifugiati che arrivano in Germania. Un copione che serve solo a distrarre dai veri responsabili della crisi.

• Sdoganare il linguaggio dell’odio. Dalla “sostituzione etnica” teorizzata da esponenti di Fratelli d’Italia alle retoriche suprematiste dell’AfD, il linguaggio razzista e xenofobo è diventato la norma nel dibattito pubblico.

• Attaccare la democrazia dall’interno. Come in Germania ora si accetta l’AfD come interlocutore politico legittimo, in Italia governa una coalizione che, tra nostalgici del fascismo e negazionisti, sta erodendo pezzo dopo pezzo le istituzioni democratiche.

L’ombra del passato e il pericolo per il futuro

Se guardiamo alla storia, la lezione dovrebbe essere chiara. Anche negli anni ’30 il nazismo non si impose con un colpo di Stato improvviso, ma attraverso una progressiva legittimazione nelle istituzioni. Prima venne considerato un fenomeno marginale, poi un possibile alleato su singole questioni, infine prese il potere con la complicità di un establishment convinto di poterlo controllare.

Oggi assistiamo a un meccanismo simile: le classi dirigenti, incapaci di gestire le disuguaglianze create da decenni di neoliberismo sfrenato, cedono sempre più terreno all’ultradestra. In Germania, come in Italia e nel resto d’Europa, l’illusione che si possa “arginare” l’estrema destra concedendole spazio politico si sta rivelando un pericoloso errore.

La crisi dell’Occidente non è solo economica, ma soprattutto morale e politica. Il neoliberismo ha distrutto il tessuto sociale, lasciando dietro di sé solo paura e rabbia, che oggi vengono incanalate da chi, con la retorica della sicurezza e della sovranità, sta riportando in auge le peggiori pagine della storia europea.

Se questa è la strada che stiamo imboccando, il futuro non promette nulla di buono.

Migrazioni ambientali e crisi climatica, il rapporto di A Sud 

Migrazioni Ambientali e Crisi Climatica: il Report di A Sud

Il cambiamento climatico è stato definito “la più grande e pervasiva minaccia alla società umana di cui il mondo abbia mai avuto esperienza”. Oltre agli impatti diretti sulle condizioni di vita, il clima e l’ambiente influenzano in modo significativo anche i fenomeni migratori, spesso senza trovare adeguata rappresentazione nelle analisi e nelle politiche migratorie.
È questo il punto centrale del Report Migrazioni ambientali e crisi climatica – Edizione Speciale Le Rotte del Clima, curato dall’associazione A Sud in collaborazione con il Centro Studi Systasis, ASGI, We World e altri partner. Il documento analizza le interconnessioni tra crisi ambientale e spostamenti di popolazione, basandosi su una ricerca condotta su 348 migranti, prevalentemente dal Bangladesh, per comprendere il peso dei fattori climatici e ambientali nelle loro scelte migratorie.
Il Clima tra le Cause della Migrazione
Il Report evidenzia un dato significativo: tra coloro che hanno dichiarato di migrare per motivi economici, il 69% ha identificato il peggioramento delle condizioni climatiche come una concausa del proprio spostamento. Ciò suggerisce che dietro la categoria tradizionale di “migranti economici” si nasconde spesso una realtà più complessa, soprattutto quando l’economia locale è strettamente legata alle condizioni ambientali.
Questo fenomeno è particolarmente evidente tra le popolazioni rurali, per le quali la perdita di mezzi di sussistenza dovuta al degrado ambientale diventa un fattore determinante nella decisione di partire. Inoltre, il 52% degli intervistati ha riportato un deterioramento climatico-ambientale protratto per oltre tre anni prima di intraprendere il percorso migratorio, confermando che si tratta di processi lenti e graduali, spesso invisibili nel dibattito pubblico.
La percezione dell’impatto climatico sulle condizioni di vita varia anche in base all’età: i migranti più anziani dimostrano maggiore consapevolezza delle conseguenze negative del cambiamento climatico rispetto ai più giovani, probabilmente per via di un’esperienza diretta più lunga con il peggioramento delle condizioni ambientali.
La Narrazione Distorta delle Migrazioni Climatiche
Uno degli aspetti più critici messi in luce dal Report è la sottovalutazione del ruolo del clima nella narrazione delle migrazioni. Spesso, infatti, i flussi migratori vengono attribuiti solo a fattori economici o conflitti, senza considerare che i fattori climatici agiscono come acceleratori o cause principali dello spostamento.
Un elemento che contribuisce a questa distorsione è il fatto che le migrazioni climatiche vengono spesso associate solo a eventi improvvisi e catastrofici, come uragani o inondazioni, mentre la maggior parte delle migrazioni ambientali è il risultato di processi lenti e progressivi, che restano invisibili all’opinione pubblica. Inoltre, molti degli spostamenti causati dal cambiamento climatico avvengono all’interno del Paese di origine e non oltre i confini nazionali, rendendo ancora più difficile collegare il fenomeno alle politiche migratorie globali.
Migrazione come Strategia di Adattamento
Il Report sottolinea come la migrazione possa essere interpretata non solo come una risposta alla necessità immediata di sopravvivenza, ma anche come una strategia proattiva di adattamento. In molte famiglie, la decisione di migrare non è una fuga improvvisa, ma una scelta consapevole per distribuire i rischi, diversificare le fonti di reddito e garantire un futuro migliore ai propri membri.
Un esempio concreto è rappresentato dalle rimesse economiche inviate dai migranti rimasti all’estero, che spesso costituiscono un’ancora di salvezza per le comunità d’origine. Tuttavia, le politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea stanno ostacolando questa possibilità, creando un paradosso: nel tentativo di contenere le migrazioni, si impedisce alle persone di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico, intrappolandole in situazioni di crescente vulnerabilità e alimentando ulteriormente la crisi sociale ed economica nei loro Paesi.
Le politiche di chiusura delle frontiere, infatti, non solo limitano l’accesso a territori più sicuri, ma privano anche intere comunità di un’importante fonte di sostentamento. Il risultato è una spirale negativa: il sovraffollamento delle aree più colpite dal degrado ambientale intensifica lo sfruttamento delle risorse naturali, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita e spingendo ancor più persone alla migrazione forzata.
Proposte di Policy per un Nuovo Approccio
Alla luce di queste dinamiche, il Report di A Sud propone tre linee guida per affrontare il fenomeno delle migrazioni ambientali in modo più efficace e giusto:
1. Incrementare la conoscenza del fenomeno
È essenziale migliorare la raccolta e l’analisi dei dati sulle migrazioni climatiche, per comprendere appieno l’impatto dei fattori ambientali e adottare politiche più mirate.
2. Riconoscere il rischio climatico nell’accesso alla protezione giuridica
Attualmente, i migranti climatici non rientrano nelle categorie di protezione previste dal diritto internazionale. È necessario includere il cambiamento climatico tra i criteri che consentono di ottenere protezione e status di rifugiato.
3. Sviluppare politiche migratorie basate sulle cause ambientali
Le politiche migratorie devono riconoscere il ruolo del cambiamento climatico e affrontarlo con strategie che tengano conto della realtà socio-economica delle popolazioni colpite. Un’attenzione particolare deve essere data all’intersezionalità di genere, poiché le donne, spesso responsabili della gestione delle risorse domestiche e agricole, sono tra le più vulnerabili agli effetti della crisi climatica.

Conclusioni
Il Report di A Sud evidenzia come il cambiamento climatico stia diventando una leva sempre più potente nei processi migratori, pur restando ancora poco riconosciuto nelle politiche globali. Le migrazioni ambientali non possono più essere considerate un fenomeno marginale o temporaneo: sono una realtà strutturale che richiede risposte concrete e inclusive.
Serve un nuovo approccio che non si limiti a chiudere le frontiere, ma che investa in adattamento, sviluppo sostenibile e protezione giuridica per i migranti climatici, affinché la migrazione possa diventare una scelta e non un’ultima risorsa dettata dalla disperazione.
Fonte: rapporto sulla migrazione climatica dell’associazione A Sud pubblicato su Pressenza

Deportazione: il ritorno di un incubo che credevamo sconfitto. 

La storia insegna, ma troppo spesso dimentichiamo le sue lezioni. Oggi assistiamo, apparentemente impotenti, a un processo di disumanizzazione che si ripete sotto nuove forme, ma con la stessa sostanza: la creazione di luoghi di detenzione extragiudiziali, di zone grigie dove i diritti umani vengono sospesi nel nome della “sicurezza”, della “necessità di identificazione” o della “gestione dei flussi migratori”. In queste strutture, persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà solo perché considerate indesiderabili dal potere di turno.

Questa non è una semplice questione di politiche migratorie, né un dibattito tecnico sulle procedure di frontiera. È qualcosa di più profondo e inquietante: la lenta, metodica costruzione di un sistema che giustifica la sospensione dei diritti fondamentali sulla base di categorie arbitrarie. Oggi si parte dai migranti, dai poveri, dagli ultimi. Ma in futuro?

Il pericolo della selezione umana

L’uso della detenzione amministrativa, la creazione di “paesi sicuri” arbitrariamente designati, le deportazioni in stati terzi con il pretesto di accelerare le procedure: tutto questo segna un pericoloso precedente. Una volta accettato il principio che si può privare qualcuno della libertà senza un processo, senza accuse, senza colpe accertate, si apre una porta che sarà difficile richiudere.

Se oggi è il migrante, domani potrebbe essere chiunque il potere ritenga scomodo. Gli oppositori politici, i dissidenti, gli attivisti, i giornalisti indipendenti. O, ancora peggio, coloro che non sono più considerati “utili” alla società: i malati, gli anziani, i disabili, chi non produce, chi non rientra nei parametri dell’efficienza economica.

Questa è una storia che abbiamo già visto.

Un passato che non vuole restare tale

Nel secolo scorso, sistemi totalitari hanno costruito intere ideologie sulla selezione di chi aveva diritto a esistere e chi no. Hanno iniziato con leggi discriminatorie, con la propaganda sulla “pericolosità” di certe categorie, con l’esclusione progressiva dei non desiderati dalla società. Poi sono arrivati i campi.

Oggi, pur in un contesto diverso, vediamo meccanismi simili all’opera. L’idea che si possano trattenere persone senza un’accusa formale, che si possano deportare esseri umani verso destinazioni scelte da altri, che si possa decidere chi ha diritto ai diritti e chi no: tutto questo è già stato visto.

Eppure, la società civile sembra assuefatta, anestetizzata. La retorica della paura, il bombardamento costante di messaggi su un presunto “caos migratorio” giustifica qualsiasi misura, per quanto disumana. Gli stessi principi che hanno portato alla creazione delle costituzioni democratiche del dopoguerra vengono ora erosi dall’interno, con la giustificazione di “situazioni eccezionali” che diventano presto la normalità.

Un futuro inquietante, ma non inevitabile

Se oggi accettiamo la deportazione dei migranti, domani accetteremo la deportazione degli oppositori, dei dissidenti, di chi non si conforma. Le prassi di oggi diventano le leggi di domani. Il potere si sta attrezzando per riscrivere le regole, per normalizzare l’eccezione, per trasformare il diritto in privilegio, e il privilegio in selezione.

Ma la storia non è ancora scritta. Esiste un’alternativa: resistere a questa deriva prima che sia troppo tardi. Far sentire la voce di chi non accetta che il diritto sia negoziabile, che la dignità umana sia subordinata agli interessi di chi comanda.

Non si tratta solo di difendere i diritti di alcuni. Si tratta di difendere i diritti di tutti. Perché quando si inizia a fare distinzioni su chi merita libertà e chi no, il passo successivo è sempre lo stesso: qualcuno deciderà che tu sei il prossimo.

La rivoluzione di DeepSeek: intelligenza artificiale per tutti

Negli ultimi tempi, il panorama dell’intelligenza artificiale (IA) ha assistito a una svolta significativa con l’emergere di DeepSeek, un modello di IA open source sviluppato in Cina. Questo sviluppo sta sfidando i colossi tecnologici americani, mettendo in discussione il predominio delle grandi aziende nel settore e sollevando interrogativi sulle dinamiche future dell’IA a livello globale.

Un Successo con Risorse Limitate

DeepSeek è stato creato da un team cinese con un investimento di soli 5 milioni di dollari, una cifra esigua se confrontata con i miliardi spesi da aziende come OpenAI, Google e Meta. Nonostante il budget limitato, DeepSeek ha superato modelli come GPT-4 di OpenAI e Claude 3.5 Sonnet di Anthropic, soprattutto in ambiti come la matematica e la programmazione. Ad esempio, DeepSeek V3 ha raggiunto un’accuratezza del 51,6% in questi settori, rispetto al 23,6% di GPT-4 e al 20,3% di Claude 3.5.

Questo risultato è stato possibile grazie all’adozione di un’architettura chiamata “mixture of experts”, che riduce i costi computazionali, e all’implementazione di tecniche innovative di addestramento, come il “dual pipe and computation communication overlap”. Inoltre, l’utilizzo di precisione a 8 bit anziché 32 e la previsione di due token successivi invece di uno hanno contribuito all’efficienza del modello. È notevole che DeepSeek sia stato addestrato con sole 2.000 schede video H800, mentre altri modelli ne richiedono oltre 100.000.

La Forza dell’Open Source

Uno degli aspetti più rivoluzionari di DeepSeek è la sua natura open source. Questo approccio consente a chiunque di studiare, utilizzare e migliorare il modello, in contrasto con la strategia delle grandi aziende tecnologiche che mantengono le loro tecnologie proprietarie. La disponibilità del codice sorgente di DeepSeek sta abbattendo le barriere all’innovazione e trasferendo il potere dai giganti dell’IA a una comunità globale di sviluppatori.

La trasparenza è un pilastro fondamentale dell’open source. Chiunque può esaminare il codice, comprenderne il funzionamento e contribuire al suo sviluppo. Questo approccio collaborativo permette una rapida individuazione e risoluzione dei problemi, garantendo al contempo una maggiore sicurezza, poiché il codice è sottoposto a revisione da parte di una vasta comunità.

Dal punto di vista economico, l’open source offre vantaggi significativi, eliminando i costi di licenza e permettendo a individui, comunità e piccole imprese con budget limitati di accedere a tecnologie avanzate. Inoltre, rispetta la libertà degli utenti di utilizzare, studiare, modificare e condividere il software, promuovendo la condivisione della conoscenza e la collaborazione come valori fondamentali.

Implicazioni sul Mercato Tecnologico

Il successo di DeepSeek ha avuto ripercussioni significative sui mercati finanziari, in particolare per le aziende tecnologiche americane. Le azioni legate al settore dei semiconduttori hanno subito forti cali; ad esempio, Nvidia ha registrato perdite superiori all’11%, pari a circa 465 miliardi di dollari di valore. Anche altre aziende come AMD e Broadcom hanno subito perdite significative.

Queste dinamiche riflettono le preoccupazioni degli investitori riguardo alla possibilità che modelli di IA più efficienti e meno costosi, come DeepSeek, possano ridurre la domanda di chip di fascia alta prodotti da aziende come Nvidia e AMD. Inoltre, il successo di DeepSeek potrebbe spingere i consumatori a preferire modelli open source gratuiti rispetto alle alternative a pagamento offerte dalle grandi aziende tecnologiche americane.

Una Nuova Era per l’Intelligenza Artificiale

Le restrizioni imposte dagli Stati Uniti sull’esportazione di chip di ultima generazione hanno spinto le aziende cinesi a sviluppare metodi alternativi, portando alla creazione di modelli efficienti e competitivi come DeepSeek. Secondo Bloomberg Intelligence, il settore tecnologico cinese ha un grande vantaggio nel campo del software, con un rapporto di tre sviluppatori cinesi per uno americano, suggerendo che la Cina continuerà a essere un attore chiave nel futuro dell’IA.

Il successo di DeepSeek dimostra che l’innovazione non è necessariamente legata a risorse illimitate e che la necessità può stimolare la creatività. Questo sviluppo potrebbe segnare l’inizio di una nuova era nell’IA, caratterizzata da una maggiore apertura, collaborazione e accessibilità.

Accesso a DeepSeek

DeepSeek è disponibile gratuitamente sul sito ufficiale https://www.deepseek.com/, con la possibilità di utilizzare sia la ricerca web sia la funzionalità “pensante” per risposte più accurate. Per gli sviluppatori interessati, il codice sorgente di DeepSeek è disponibile su GitHub all’indirizzo https://github.com/deepseek-ai/DeepSeek-V3, consentendo l’installazione autonoma e la personalizzazione del modello in base alle proprie esigenze.

In conclusione, DeepSeek rappresenta una svolta significativa nel panorama dell’intelligenza artificiale, evidenziando il potenziale dell’open source e mettendo in discussione le dinamiche tradizionali del settore tecnologico. La sua ascesa potrebbe portare a un riequilibrio del potere nell’industria dell’IA, promuovendo un’innovazione più inclusiva e democratica.

Sicurezza informatica: il problema degli spyware e come difendersi. 

L’ultima rivelazione sull’attacco dello spyware Graphite ha riportato al centro del dibattito la sicurezza informatica e la vulnerabilità dei dispositivi mobili, anche quelli che utilizzano app crittografate come WhatsApp e Signal. Questo attacco, che ha colpito giornalisti, attivisti ed esponenti della società civile, dimostra come strumenti di sorveglianza avanzati siano capaci di aggirare anche le più sofisticate protezioni.

Graphite: il nuovo spyware che preoccupa il mondo

Secondo quanto riportato dal Guardian, Graphite è stato sviluppato dalla società israeliana Paragon Solutions, fondata dall’ex primo ministro Ehud Barak e ora di proprietà di un fondo statunitense. Questo spyware, al pari del famigerato Pegasus di NSO Group, è in grado di infettare uno smartphone senza che l’utente compia alcuna azione, come cliccare su un link sospetto. Basta la ricezione di un semplice file PDF tramite WhatsApp per compromettere completamente il dispositivo e permettere agli hacker di accedere a messaggi, foto, chiamate e altre informazioni sensibili.

L’attacco è stato segnalato direttamente da WhatsApp alle vittime, tra cui Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, che ha avviato un’indagine tecnica per comprendere l’estensione della violazione.

Spyware e sorveglianza globale: chi è in pericolo?

Negli ultimi anni, spyware come Pegasus e Graphite sono stati utilizzati da governi e organizzazioni per spiare giornalisti, attivisti e oppositori politici. Secondo le indagini precedenti, Pegasus è stato impiegato per monitorare leader politici e dissidenti in diversi Paesi, suscitando gravi preoccupazioni per la libertà di stampa e i diritti umani.

Il fatto che Graphite sia stato venduto a 35 governi “democratici”, senza che vi siano prove di abuso, non rassicura del tutto: in passato, strumenti di sorveglianza simili sono stati impiegati per scopi illeciti, minacciando la privacy e la sicurezza di molti individui.

Come proteggersi dagli spyware avanzati?

Se strumenti di sorveglianza così sofisticati sono in grado di bypassare le protezioni tradizionali, come possiamo proteggerci? Ecco alcune misure essenziali:

  1. Aggiornare costantemente il sistema operativo e le app

Gli sviluppatori rilasciano aggiornamenti di sicurezza per correggere le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate dagli spyware. È fondamentale mantenere sempre aggiornato il proprio sistema operativo e le applicazioni di messaggistica.

  1. Evitare di aprire file sospetti

Anche se ricevuti da contatti fidati, i file PDF o i link inaspettati potrebbero contenere exploit dannosi. In particolare, i file inviati su gruppi WhatsApp devono essere trattati con estrema cautela.

  1. Utilizzare sistemi operativi più sicuri

Alcuni sistemi operativi, come GrapheneOS e CalyxOS, offrono livelli di sicurezza superiori rispetto ai normali Android o iOS. Questi sistemi riducono le possibilità di infezione da spyware grazie a una gestione più restrittiva delle app e dei permessi.

  1. Disattivare le anteprime dei link e la ricezione automatica dei file

In alcune app di messaggistica, le anteprime dei link o il download automatico dei file possono essere veicoli di attacchi. Disattivare queste funzioni riduce il rischio di infezione involontaria.

  1. Preferire app di messaggistica più sicure

Non tutte le app di messaggistica offrono lo stesso livello di protezione. Anche se WhatsApp e Signal sono considerate sicure, attacchi come quello di Graphite dimostrano che possono essere violate. Alternative come Session e Briar, che funzionano senza server centralizzati, riducono ulteriormente il rischio di intercettazione.

  1. Utilizzare dispositivi separati per attività sensibili

Chi gestisce informazioni particolarmente delicate dovrebbe considerare l’uso di un telefono dedicato esclusivamente alla comunicazione sensibile, evitando di installare app superflue e limitando l’uso di internet.

  1. Monitorare il traffico di rete

L’utilizzo di firewall e VPN avanzate può aiutare a rilevare attività sospette sul proprio dispositivo. Strumenti come Little Snitch (per Mac) o NetGuard (per Android) permettono di controllare il traffico in uscita e individuare eventuali connessioni non autorizzate.

Il ruolo delle Big Tech e delle istituzioni

Mentre gli utenti devono adottare misure di protezione individuali, la responsabilità maggiore ricade sulle grandi aziende tecnologiche e sui governi. È necessario che:
• Big Tech come Meta e Apple rafforzino le protezioni contro gli spyware, rendendo più difficili le intrusioni.
• Le istituzioni internazionali regolamentino l’uso degli spyware, evitando che vengano utilizzati contro giornalisti e attivisti.
• Vengano creati strumenti di monitoraggio indipendenti, capaci di individuare rapidamente nuove minacce.

Conclusione: la sicurezza informatica è un diritto

L’attacco tramite Graphite dimostra ancora una volta che la privacy online è costantemente minacciata da tecnologie sempre più avanzate. La difesa non può essere lasciata solo ai singoli utenti: servono leggi più rigorose, maggiore trasparenza da parte delle aziende e un impegno collettivo per garantire un futuro digitale più sicuro.

Nel frattempo, adottare pratiche di sicurezza consapevoli è l’unico modo per ridurre il rischio di essere spiati. La tecnologia non è né buona né cattiva: dipende da come viene utilizzata e da chi la controlla.
Fonte: Il Fatto Quotidiano dell’1 febbraio 2025

Lavoro e salari: un Italia in attesa di rinnovo 

L’Italia si trova di fronte a un nodo cruciale per milioni di lavoratori: il rinnovo dei contratti collettivi nazionali. Secondo l’ultimo report dell’ISTAT, sono ben 6,6 milioni i dipendenti con il contratto scaduto, in attesa di un adeguamento salariale che permetta di recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione. Operai metalmeccanici, infermieri, impiegati pubblici, farmacisti e addetti alle telecomunicazioni fanno parte di questa schiera di lavoratori che, tra incertezze e mobilitazioni, cercano di far valere i propri diritti.

Il Blocco dei Rinnovi e la Perdita di Potere d’Acquisto

Il problema dei rinnovi contrattuali in Italia è ormai strutturale: il tempo medio di attesa per il rinnovo di un contratto è di 22 mesi. Questo significa che, mentre il costo della vita aumenta, i lavoratori rimangono fermi con stipendi che non riescono a tenere il passo. Se nel 2024 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1% rispetto all’anno precedente, la situazione è ancora lontana dal compensare le perdite subite nel biennio 2022-2023, quando l’inflazione ha eroso i salari in maniera pesante.

A rendere ancora più difficile il quadro è la carenza di risorse per il settore pubblico. Il governo ha stanziato fondi che permettono aumenti inferiori al 6%, mentre l’inflazione cumulata dello stesso periodo è stata quasi il triplo. Il risultato? Aumenti irrisori: meno di 42 euro per un infermiere, poco più di 38 per un operatore socio-sanitario e appena 37,55 per un funzionario degli enti locali. Cifre che risultano del tutto insufficienti per far fronte al costo della vita.

L’Italia e la Stagnazione Salariale

Il problema salariale italiano non è una novità: l’Italia è l’unico Paese OCSE senza crescita salariale negli ultimi 30 anni. Mentre in altri Paesi gli stipendi si sono adeguati al costo della vita, in Italia si è assistito a un progressivo impoverimento del lavoro dipendente. La scarsa forza contrattuale dei lavoratori e il costante ritardo nei rinnovi contribuiscono a rendere il problema sempre più grave.

In questo contesto, il governo ha respinto la proposta di introdurre un salario minimo di 9 euro l’ora, una misura che avrebbe potuto dare una boccata d’ossigeno ai lavoratori più fragili. Inoltre, ha addirittura impugnato la legge della Regione Puglia che garantiva questa soglia minima. Una decisione che alimenta il dibattito sulla volontà politica di affrontare seriamente la questione salariale.

Mobilitazioni e Prospettive

Le trattative per il rinnovo dei contratti sono in stallo in molti settori. I lavoratori della sanità privata sono già scesi in piazza per chiedere sblocchi, mentre il settore metalmeccanico minaccia nuovi scioperi se non verrà riaperto il tavolo negoziale. Il settore delle telecomunicazioni e quello delle farmacie sono anch’essi in attesa di risposte, mentre i lavoratori dei call center protestano contro un contratto firmato senza il consenso dei sindacati confederali.

A peggiorare il quadro generale è il rallentamento dell’occupazione, con una crescita pari a zero nell’ultimo trimestre del 2024. Se da un lato la ministra del Lavoro Marina Calderone continua a dipingere un mercato del lavoro in ripresa, la realtà per milioni di lavoratori è ben diversa: stipendi insufficienti, contratti scaduti e un futuro sempre più incerto.

Conclusione: Quale Futuro per il Lavoro in Italia?

L’Italia ha bisogno di una politica salariale seria e strutturata. Il rinnovo tempestivo dei contratti collettivi dovrebbe essere una priorità per garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori. La mancata crescita salariale degli ultimi trent’anni dimostra che il problema non può più essere ignorato: servono risorse adeguate per il settore pubblico e un rafforzamento della contrattazione collettiva per il settore privato.

Se vogliamo davvero contrastare la precarizzazione del lavoro e il continuo impoverimento della classe media, dobbiamo rimettere al centro il valore del lavoro e garantire salari equi. Altrimenti, continueremo a essere il Paese delle promesse mancate, dove il lavoro non basta più per vivere dignitosamente.

Pubblicato il rapporto  annuale di Oxfam Italia su povertà e diseguaglianze. 

Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata
di: Oxfam Italia
Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta in termini reali, nel mondo, di 2.000 miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno, a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Entro un decennio si prevede che ci saranno ben cinque trilionari. Il numero di persone che oggi vivono in povertà, con meno di 6,85 dollari al giorno, è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990 e, alle tendenze attuali, ci vorrebbe più di un secolo per portare l’intera popolazione del pianeta sopra tale soglia.

In Italia il 5% più ricco delle famiglie, titolare del 47,7% della ricchezza nazionale, possiede quasi il 20% in più della ricchezza complessivamente detenuta dal 90% più povero. La crescita della disuguaglianza rende l’Italia un Paese dalle fortune invertite con strutture di opportunità fortemente differenziate per i suoi cittadini.

Fornendo una fotografia attuale sullo stato delle disuguaglianze nel mondo e in Italia, Oxfam, nel suo ultimo rapporto Disuguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata mette in luce come l’estrema concentrazione di ricchezza al vertice non sia solo un male per l’economia ma un male per l’umanità. Un’accumulazione di ricchezza in gran parte non ascrivibile al merito ma derivante da rendite di posizione (eredità, monopoli, clientelismo), da un sistema economico “estrattivo” o da politiche, come nel caso italiano, che vanno caratterizzandosi più per il riconoscimento e la premialità di contesti ed individui che sono già avvantaggiati, che per una lotta determinata contro meccanismi iniqui ed inefficienti che accentuano le divergenze nelle traiettorie di benessere dei cittadini.

Un cambio di rotta è più urgente che mai. Bisogna ricreare le condizioni per società più eque. Il tempo di agire è ora. Per noi e per le generazioni future.

Qui il testo integrale del rapporto:


https://www.oxfamitalia.org/report-disuguaglianza/

L’Italia frena, il governo distrae: il PIL bloccato e la propaganda di Meloni. 

La realtà economica dell’Italia è ben diversa dalla narrazione diffusa dal governo Meloni. I dati dell’Istat parlano chiaro: il 2024 si chiude con una crescita del Pil pari a un misero +0,5%, la metà di quanto sbandierato dall’esecutivo. Non solo: rispetto al resto d’Europa, l’Italia arranca, incapace di tenere il passo delle economie più dinamiche. Eppure, invece di affrontare la crisi con misure concrete, il governo sembra più interessato a costruire nemici immaginari, come la magistratura, per distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese.

Un Rallentamento Annunciato, ma Ignorato

Il rallentamento dell’economia italiana non è una sorpresa, e i motivi sono molteplici. Da un lato, ci sono fattori esterni come la crisi industriale tedesca, che ha colpito duramente le filiere produttive italiane. Dall’altro, pesano scelte politiche miopi e ideologiche, che hanno penalizzato settori chiave come l’edilizia e la manifattura. Il crollo del Superbonus 110% ha avuto effetti devastanti sul comparto delle costruzioni, con un calo del 22% nelle ristrutturazioni e del 5,2% nella costruzione di nuove case. Allo stesso tempo, la produzione industriale continua a registrare segni negativi dal febbraio 2023, con l’automotive e il tessile-abbigliamento tra i settori più colpiti.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: meno investimenti, più precarietà, salari stagnanti. L’Ocse ci ricorda che gli stipendi reali italiani sono fermi da più di trent’anni, e con l’inflazione che incide ancora sui beni di prima necessità, il potere d’acquisto delle famiglie continua a ridursi. Il risultato? Consumi stagnanti e turismo interno in calo, con un -2,8% di presenze e -2,9% di arrivi nel 2024.

Un Governo Senza Risposte

Davanti a questo scenario preoccupante, la Legge di Bilancio varata dal governo non contiene alcuna misura incisiva per rilanciare l’economia. Anzi, i tagli alla spesa pubblica e agli investimenti rischiano di aggravare ulteriormente la crisi. La Cgil avverte che le scelte del governo porteranno a un aumento delle crisi aziendali e della disoccupazione, mentre Confcommercio sottolinea come senza nuovi stimoli sarà difficile raggiungere la crescita prevista.

Intanto, i numeri parlano chiaro: a dicembre 2024, la disoccupazione è risalita al 6,2%, con un boom della cassa integrazione (+30% rispetto al 2023) e un aumento delle richieste di disoccupazione (+4,3%). Un quadro che fa a pezzi l’ottimismo di facciata del governo e rende irrealistica la previsione di una crescita del Pil all’1,2% nel 2025.

La Strategia della Distrazione: L’Attacco alla Magistratura

Di fronte a una realtà così allarmante, il governo Meloni ha scelto la strada più facile: non affrontare i problemi, ma cambiare il bersaglio. E così, invece di parlare di economia, di lavoro, di salari, l’attenzione viene dirottata su presunti attacchi della magistratura contro il governo.

La strategia è chiara: costruire un nemico per compattare il proprio elettorato e nascondere le proprie responsabilità. Ma la verità è un’altra: il vero attacco non viene dai giudici, ma dall’incapacità di chi governa di dare risposte concrete al Paese. E mentre la propaganda prosegue, l’Italia resta ferma, bloccata in una crisi che sembra non avere fine.

La domanda è: quanto a lungo ancora gli italiani accetteranno questo gioco di prestigio?

Caso Almasri: un Governo che mistifica la verità ed attacca la Magistratura. 

La vicenda della denuncia contro Giorgia Meloni e alcuni membri del suo governo per il caso Almasri sta assumendo i contorni di una vera e propria crisi istituzionale. La trasmissione degli atti al Collegio dei reati ministeriali da parte del procuratore Francesco Lo Voi non è un attacco politico, come il governo vorrebbe far credere, ma un atto dovuto secondo la legge.

Eppure, la reazione della premier e della sua squadra ha seguito un copione ormai noto: la distorsione della realtà, l’attacco alla magistratura e la creazione di una narrazione vittimistica che ribalta i fatti. Ma vediamo nel dettaglio cosa è realmente accaduto.

L’Iter Giudiziario: Un Passaggio Obbligato

L’avvocato Luigi Li Gotti, in qualità di cittadino, ha presentato una denuncia alla Procura di Roma nei confronti di Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, accusandoli di peculato e favoreggiamento.

Le accuse si basano sul fatto che il governo avrebbe utilizzato un aereo di Stato per riportare in Libia Osama Almasri, il capo della polizia libica arrestato a Torino su mandato della Corte Penale Internazionale (CPI) e poi rilasciato senza rispettare le procedure di estradizione.

Il procuratore Francesco Lo Voi, ricevuta la denuncia il 23 gennaio, non aveva scelta: la legge costituzionale n.1/1989, articolo 6, comma 2, gli imponeva di trasmettere il fascicolo al Collegio dei reati ministeriali senza effettuare alcuna indagine preliminare. Questa è la procedura prevista per i reati ministeriali: la Procura deve solo registrare i nomi degli indagati e inoltrare gli atti, lasciando al Collegio il compito di valutare se vi siano gli estremi per un processo.

Dunque, l’iscrizione di Meloni e degli altri nel registro degli indagati non è un’iniziativa discrezionale della magistratura, ma un passaggio obbligato per legge.

L’Attacco alla Magistratura e la Propaganda del Governo

Di fronte a questo atto dovuto, Giorgia Meloni ha reagito in modo del tutto improprio e fuorviante.

Ha pubblicato un video sui social in cui ha mostrato l’atto di iscrizione nel registro degli indagati, presentandolo come un’ingiustizia e suggerendo che il provvedimento fosse una ritorsione della magistratura nei suoi confronti. Ha poi evocato lo spettro del processo “fallimentare” contro Matteo Salvini, cercando di dipingere un quadro in cui i magistrati sarebbero faziosi e intenti a colpire il suo governo.

Frasi come “Io non mi faccio ricattare e non mi faccio intimidire” insinuano che dietro questa vicenda ci sia un tentativo di condizionare la politica, quando in realtà si tratta di un procedimento automatico, previsto dalla legge per garantire che le accuse contro i ministri vengano valutate in modo indipendente.

Questo comportamento della premier è gravissimo per almeno tre motivi:

1. Distorce la realtà, facendo credere ai cittadini che l’indagine sia un atto politico, quando è semplicemente un obbligo procedurale.

2. Alimenta la sfiducia nella magistratura, insinuando che i giudici agiscano per motivi ideologici.

3. Sfrutta l’asimmetria di conoscenze tra cittadini e istituzioni, inducendo l’opinione pubblica a credere che il governo sia vittima di una persecuzione.

Un leader responsabile avrebbe spiegato la realtà dei fatti, anziché manipolarli per creare una campagna di propaganda.

Il Ruolo dell’Avvocato Li Gotti e la Falsa Accusa di Vicinanza a Prodi

Per cercare di screditare la denuncia, alcuni esponenti del governo hanno diffuso la falsa informazione secondo cui l’avvocato Luigi Li Gotti sarebbe vicino a Romano Prodi.

In realtà, Li Gotti ha avuto un passato politico nella destra, ma dal 2008 è stato un esponente di Italia dei Valori, il partito di Antonio Di Pietro, e ha avuto contatti con la sinistra di governo. Tuttavia, ciò non ha alcuna rilevanza nel merito della denuncia.

L’associazione con Prodi è solo l’ennesima manipolazione della realtà da parte della destra governativa, che ormai sembra vivere in una fibrillazione continua, vedendo complotti ovunque per giustificare le proprie incapacità.

Il vero punto della questione non è chi abbia presentato la denuncia, ma se il governo abbia o meno commesso un abuso nel rimpatrio di Almasri.

Quali Sono i Prossimi Passi?

Ora che il Collegio dei reati ministeriali ha ricevuto la denuncia, dovrà decidere se:

• Archiviare il caso, se riterrà infondate le accuse.

• Procedere con ulteriori indagini.

• Chiedere al Parlamento l’autorizzazione a procedere, nel caso ritenga che vi siano elementi per un processo.

Se il Parlamento concedesse l’autorizzazione, il procedimento passerebbe alla giustizia ordinaria.

Quindi, nessuno ha ancora deciso nulla, e il tentativo del governo di dipingere questa vicenda come un attacco politico è un’operazione di pura mistificazione.

Un Governo che Non Rispetta le Regole Democratiche

Questa vicenda è solo l’ultimo esempio di un governo che, di fronte a qualsiasi critica o indagine, non risponde nel merito, ma cerca di:

• Delegittimare la magistratura, accusandola di complotti.

• Attaccare la stampa, sostenendo che diffonda notizie false.

• Vittimizzarsi, per ottenere il sostegno dell’opinione pubblica.

Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti: il governo ha gestito in modo discutibile e opaco il caso Almasri, e ora cerca di deviare l’attenzione dalle proprie responsabilità.

Di fronte a questa deriva, le dimissioni del governo sarebbero la scelta più dignitosa. Non solo per manifesta incapacità nella gestione delle istituzioni, ma soprattutto per il mancato rispetto delle garanzie costituzionali che ogni organo esecutivo dovrebbe tutelare.

L’Italia è una democrazia fondata sul rispetto della legge, e non sulle mistificazioni di chi governa.

Giornata della memoria, l’orrore dello sterminio nazista e la minaccia del negazionismo. 

Giornata della Memoria: l’orrore dello sterminio nazista e la minaccia del negazionismo

Il 27 gennaio di ogni anno, la Giornata della Memoria ci impone di riflettere sullo sterminio nazista. È un dovere morale ricordare ciò che accadde, non solo per onorare le vittime ma per contrastare la minaccia contemporanea del negazionismo e della banalizzazione della Shoah. Tuttavia, per comprendere a fondo l’orrore del regime nazista, dobbiamo risalire al primo passo verso il genocidio: l’Operazione T4, il programma di eutanasia che segnò l’inizio della politica di sterminio sistematico.

Actio T4: l’eliminazione delle persone con disabilità

Nel 1939, il regime nazista avviò il programma Aktion T4, mirato a eliminare persone con disabilità fisiche e mentali, considerate “vite indegne di essere vissute”. Uomini, donne e bambini furono assassinati in camere a gas sperimentali o lasciati morire per fame e negligenza. Questo programma, mascherato come un intervento medico e giustificato da una perversa idea di “purezza razziale”, rappresentò il banco di prova per le tecniche di sterminio di massa che sarebbero state poi utilizzate nei lager.

Le vittime non furono solo numeri, ma esseri umani che il nazismo considerava un peso economico e sociale. L’Operazione T4 fu il preludio di un sistema industriale di morte che colpì successivamente altri gruppi “non desiderati”: oppositori politici, prigionieri di guerra, Rom, Sinti, omosessuali, testimoni di Geova e, infine, gli ebrei, al centro del progetto di genocidio totale.

La Shoah: un genocidio senza precedenti

Come ha scritto Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma, “la Shoah rappresenta la messa in opera di un gigantesco sistema politico, economico, industriale al servizio di un solo obiettivo: lo sterminio del popolo ebraico”. La Germania nazista mobilitò le sue risorse per attuare un’impresa di morte senza precedenti: scientifica, burocratica, industriale.

A differenza di altri genocidi, dove spesso la possibilità di salvezza passava attraverso la sottomissione o il cambiamento di fede, nella Shoah non esisteva alcuna via di fuga. Gli ebrei furono uccisi semplicemente per il fatto di essere nati tali. Questo genocidio “ontologico”, come lo definì George Steiner, mirava non solo a sterminare un popolo, ma a cancellarne ogni traccia dalla storia.

La conferenza di Wannsee e la Soluzione Finale

Il 20 gennaio 1942, in una villa a Wannsee, i leader nazisti pianificarono la “Soluzione Finale alla Questione Ebraica”. Reinhard Heydrich, comandante delle SS, stabilì che milioni di ebrei europei dovevano essere deportati e uccisi sistematicamente. I prigionieri abili al lavoro sarebbero stati sfruttati fino alla morte, mentre gli altri sarebbero stati immediatamente eliminati nei campi di sterminio. Questa pianificazione rappresentò la formalizzazione della Shoah come progetto organizzato e gestito con precisione burocratica.

Il negazionismo e le sue pericolose mutazioni

Ottant’anni dopo la liberazione di Auschwitz, il negazionismo continua ad avvelenare il dibattito storico e culturale. I suoi esponenti, come Robert Faurisson o David Irving, hanno cercato di travestire l’odio razziale con pseudo-argomentazioni storiche, negando le prove schiaccianti dei crimini nazisti. Internet ha amplificato queste teorie del complotto, mescolando accuse di complotti ebraici con interpretazioni distorte di documenti e testimonianze.

Negare l’Olocausto non è solo un insulto alla memoria delle vittime, ma un attacco alla verità storica e un pericolo per il futuro. Come sottolinea Valentina Pisanty nel suo libro I negazionismi, queste teorie si reggono su un’unica idea: il complotto. Questo permette ai negazionisti di mettere in discussione ogni documento, ogni testimonianza, alimentando un clima di sospetto e disinformazione.

La memoria come antidoto all’odio

La Shoah non fu l’unico genocidio della storia. I crimini coloniali, il massacro degli armeni, i gulag staliniani e i massacri di Pol Pot sono altre tragedie che ci ricordano quanto sia fragile la civiltà umana. Tuttavia, l’unicità dell’Olocausto risiede nella scientificità e nella finalità assoluta del progetto nazista: annientare un intero popolo.

Con la scomparsa degli ultimi sopravvissuti, il rischio che la Shoah diventi un semplice capitolo nei libri di storia è reale. Per questo, è fondamentale continuare a ricordare e raccontare ciò che accadde, non solo per le vittime ebree, ma per tutte le categorie perseguitate dal nazismo, a partire dalle persone con disabilità.

Conclusioni

La Giornata della Memoria non è solo un’occasione per guardare al passato, ma un monito per il presente e il futuro. Oggi, più che mai, dobbiamo opporci a ogni forma di negazionismo, disinformazione e banalizzazione della Shoah. Ricordare è un atto di resistenza contro l’odio, una difesa della dignità umana e un impegno per un mondo in cui simili atrocità non possano mai più accadere.