Sotto il sole della sovranità: come la rivoluzione solare cinese sta smontando l’ultimo bloqueo imperiale

Mentre Trump trasforma Cuba in «minaccia inusuale e straordinaria» e ne strangola l’energia, Pechino installa novanta parchi fotovoltaici sull’isola. È la più rapida transizione verde mai vista in un Paese del Sud globale, ed è anche la dimostrazione concreta che l’egemonia statunitense, oggi, non è più una condanna inevitabile.

Il 29 gennaio 2026 Donald Trump firma l’ordine esecutivo 14380. Sul foglio della Casa Bianca Cuba diventa, per la diciassettesima volta in sessantacinque anni di assedio, una «minaccia inusuale e straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Undici milioni di abitanti, un’isola caraibica priva di armi nucleari, di flotte oceaniche, di basi militari fuori dal proprio territorio. La minaccia, secondo Washington, è un’altra: l’esistenza stessa di un sistema sanitario universale, di un sistema educativo gratuito, di un modello sociale che — pur tra contraddizioni feroci — continua a sopravvivere a ogni embargo, a ogni sabotaggio, a ogni tentativo di liquidazione.

L’assedio come metodo di governo

L’ordine esecutivo non si limita a inasprire le sanzioni dirette. Introduce un meccanismo del tutto inedito nel diritto internazionale: dazi punitivi su qualunque Paese, fornitore o terzo, che venda petrolio a Cuba. È un’arma extraterritoriale che colpisce la sovranità altrui per piegare quella cubana. Gli esperti delle Nazioni Unite non hanno usato giri di parole: «grave violazione del diritto internazionale», «forma estrema di coercizione economica unilaterale», misure che potrebbero configurare la «punizione collettiva di civili». Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato» per una situazione umanitaria che, ha avvertito, rischia il collasso totale.

L’innesco è chirurgico. A dicembre 2025, l’amministrazione Trump aveva già lanciato l’operazione Absolute Resolve, conclusasi con la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’interruzione delle forniture petrolifere venezuelane all’isola. Un mese dopo, l’ordine esecutivo chiude ogni alternativa: Pemex messicana, raffinerie russe, fornitori algerini — tutti potenziali bersagli di tariffe ad valorem. A febbraio, le navi cisterna iniziano a essere intercettate nei Caraibi. Secondo il New York Times, è il primo blocco navale effettivo contro Cuba dai tempi della crisi dei missili del 1962. Gli importi di petrolio crollano del 90 per cento.

Quando l’embargo diventa genocidio lento

Le conseguenze materiali di una decisione presa a duemila chilometri di distanza si abbattono sui corpi della popolazione cubana con la prevedibilità di un esperimento da laboratorio. A metà marzo 2026 il sistema elettrico nazionale collassa. I blackout diventano la norma quotidiana: in molte zone superano le venti ore consecutive, in alcune raggiungono picchi di venticinque. Una popolazione intera viene costretta a vivere al ritmo arbitrario delle interruzioni di corrente, a programmare ogni atto della propria esistenza — la cottura del cibo, la conservazione dei medicinali, il sonno dei figli — sull’agenda imprevedibile di un razionamento elettrico imposto dall’esterno.

Il primo a cedere è il sistema sanitario, che era stato per decenni il fiore all’occhiello del socialismo cubano. Migliaia di interventi chirurgici rinviati nel giro di tre mesi, decine di migliaia di vaccinazioni pediatriche posticipate proprio mentre le condizioni igieniche dell’isola si avvicinano al collasso. Oltre un milione di abitanti dipende totalmente dalle autocisterne per l’approvvigionamento idrico, ma le autocisterne sono ferme nei depositi per mancanza di gasolio. I camion della raccolta rifiuti sono fermi anche loro. La spazzatura si accumula sotto il sole tropicale dei trentacinque gradi, mentre le autorità sanitarie segnalano l’incubazione di una nuova epidemia di dengue. Il 13 febbraio, un incendio devasta un magazzino della raffineria Nico López nella baia dell’Avana. Il fumo sale sopra la capitale come la firma visiva di una guerra a bassa intensità che ha smesso di mascherarsi.

Una boccata d’ossigeno arriva il 30 marzo, sotto forma di una petroliera russa carica di centomila tonnellate di greggio attraccata al porto dell’Avana. Equivalgono a circa duecentocinquantamila barili di diesel: dodici giorni e mezzo di consumi cubani. Quando si parla di rispetto delle regole democratiche internazionali, evidentemente, Mosca non sempre ha tutti i torti. Ma una nave non fa primavera. E i conti, soprattutto, non tornano: il Fondo Monetario Internazionale stima per il 2026 un crollo del prodotto interno lordo cubano del 7,2 per cento. È in questo punto preciso che il copione di Washington si inceppa.

La velocità del sole: cosa sta accadendo davvero a Cuba

Nei dodici mesi compresi tra l’inizio del 2025 e l’inizio del 2026, l’isola ha collegato alla rete elettrica nazionale quarantanove nuovi parchi fotovoltaici. Equipaggiamenti e finanziamenti arrivano integralmente dalla Cina. La quota del solare nel mix energetico cubano è passata dal 5,8 per cento di un anno fa a oltre il 20 per cento di oggi. L’11 febbraio 2026, per la prima volta nella storia del Paese, il fotovoltaico ha superato i novecento megawatt di potenza erogata in un solo pomeriggio, frantumando un record stabilito appena ventiquattro ore prima. Gli analisti dell’energia parlano senza enfasi: si tratta della più rapida transizione rinnovabile mai realizzata da una nazione in via di sviluppo.

L’ambizione del piano è di dimensione continentale. Entro il 2028 dovranno essere costruiti novantadue parchi solari, per una capacità complessiva di duemila megawatt. Una cifra equivalente all’intera potenza fossile attualmente installata sull’isola. Significa, in chiaro, che Cuba si sta preparando a rendere economicamente irrilevante l’arma del bloqueo petrolifero. Ogni megawatt di solare installato corrisponde a circa diciottomila tonnellate di combustibile importato che diventano superflue. Se il traguardo del 2028 verrà raggiunto, l’arsenale economico statunitense costruito in sessantacinque anni potrà essere riposto nel cassetto come una reliquia novecentesca. È esattamente questo, e non altro, ciò che terrorizza Washington.

I numeri della cooperazione sino-cubana sono impressionanti soprattutto quando vengono confrontati con la loro stessa storia recente. Le esportazioni di tecnologia solare dalla Cina a Cuba erano cinque milioni di dollari nel 2023; sono diventate centodiciassette milioni nel 2025: un incremento del duemiladuecentoquaranta per cento in due anni. Solo nel mese di gennaio 2026, l’isola ha importato batterie per oltre quindici milioni di dollari: più del doppio di quanto importato in tutto il 2024. Alcuni impianti sono entrati in funzione in trentacinque giorni dall’arrivo delle apparecchiature: una velocità impressionante perfino per i leggendari standard cinesi.

La solidarietà che non si vede dai grandi giornali

C’è poi il livello capillare, quello che non finisce mai sui titoli dei principali quotidiani occidentali. Pechino ha donato a Cuba diecimila kit fotovoltaici autonomi destinati a case isolate, ambulatori rurali, sale parto, cliniche di emergenza, centrali radiofoniche municipali. Altri cinquemila kit, ciascuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di centosessantotto comuni. A questo si aggiungono settanta tonnellate di componenti per generatori elettrici donate gratuitamente, una flotta di autobus elettrici che cresce dal 2005, l’assemblaggio di scooter e biciclette elettriche tramite la joint venture VEDCA, diciannove parchi eolici in costruzione per quattrocentoquindici megawatt complessivi. Nel gennaio 2026, di fronte all’aggravarsi della crisi, il presidente Xi Jinping ha personalmente approvato ottanta milioni di dollari di aiuti finanziari di emergenza per attrezzature elettriche, accompagnati da sessantamila tonnellate di riso.

Una donna che dirige il progetto di installazione presso l’Unione Elettrica cubana lo ha riassunto con la concretezza di chi vede le cose accadere ogni giorno: un sistema da due chilowatt installato in una casa rurale isolata permette a una famiglia di avere un frigorifero, un ventilatore, una televisione. Sembra poco. È, in realtà, la differenza tra restare e migrare, tra dignità e abbandono. È la traduzione minuta, capillare, di che cosa significhi la parola sovranità quando smette di essere un’astrazione retorica e ridiventa un atto pratico.

L’imperialismo del petrolio contro l’imperialismo del sole

Per cogliere la portata di quanto sta accadendo a Cuba bisogna alzare lo sguardo dall’isola e ricomporre il quadro mondiale. L’aggressione anglo-americana e israeliana contro l’Iran nell’estate del 2025 ha innescato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito senza eufemismi la peggiore crisi energetica della storia. L’amministrazione Trump ha tentato di sfruttare quella crisi per ridisegnare l’architettura energetica globale a proprio vantaggio, riproponendo un’egemonia imperiale fondata sul controllo del mercato delle fonti fossili. Ha calcolato male. Ha sottovalutato la capacità del Sud globale di leggere il proprio interesse e di attrezzarsi per perseguirlo.

Il ministro turco per il clima Murat Kurum, che presiederà la COP31 delle Nazioni Unite, ha capovolto la narrazione dominante con una frase tagliente: il modo migliore per proteggere i cittadini dalle convulsioni violente dei mercati energetici è accelerare la transizione verso l’energia pulita. Simon Stiell, segretario esecutivo dell’agenzia ONU per il clima, è stato persino più diretto: chi ha lottato per mantenere il mondo dipendente dai combustibili fossili sta inavvertitamente accelerando il boom globale delle rinnovabili. La svolta cubana, da questo punto di vista, non è un’eccezione esotica. È un caso di scuola. È il prototipo di una possibilità.

Il cuore della questione è politico, non tecnologico. La Cina è il leader mondiale indiscusso delle filiere che permettono la transizione ecologica: pannelli fotovoltaici, batterie agli ioni di litio, turbine eoliche, veicoli elettrici. Mentre l’Unione Europea — Italia in testa — alza dazi commerciali sui prodotti cinesi puliti per proteggere industrie automobilistiche moribonde e oligarchie fossili in declino, Pechino mette le sue tecnologie a disposizione del Sud globale a condizioni che nessun creditore occidentale ha mai concesso negli ultimi quarant’anni. Senza condizionalità neoliberali, senza piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, senza richieste di liberalizzazione dei servizi pubblici, senza esproprio delle risorse strategiche, senza l’imposizione di basi militari come pegno politico. Tutto ciò che l’Occidente ha sempre preteso, viene qui sostituito da un principio diverso: cooperazione Sud-Sud, mutuo beneficio, rispetto della sovranità.

Il silenzio assordante della stampa occidentale

Vale la pena chiedersi perché tutto ciò non occupi le prime pagine dei nostri giornali. Perché il maggiore esperimento di transizione ecologica di un Paese del Sud globale, condotto per giunta sotto un blocco economico da sessantacinque anni, sia trattato dai media italiani come una notizia di terza fascia, quando viene trattato. La risposta richiede onestà. La macchina informativa occidentale è strutturalmente incapace di raccontare un mondo in cui il vincitore della corsa alla decarbonizzazione non è la solita combinazione di democrazie liberali e mercati finanziari, ma un Paese socialista capace di pianificare a lungo termine e di investire dove i tassi di rendimento di Wall Street giudicherebbero «non profittevole». Ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento di un’intera architettura ideologica costruita pazientemente dagli anni Ottanta in poi.

Così, mentre il Washington Post fa qualche timida concessione e il Financial Times pubblica numeri che parlano da soli, sui telegiornali italiani Cuba continua a essere descritta esclusivamente attraverso il filtro umanitario delle sue sofferenze — sofferenze che, va notato, non hanno mai un autore identificabile. Il bloqueo statunitense scompare, l’embargo diventa semplicemente «la crisi cubana», e l’eroica resistenza popolare di un’isola che si reinventa con i pannelli solari cinesi viene trasformata, nel migliore dei casi, in una notizia di curiosità. È un esempio da manuale di ciò che Noam Chomsky chiamava la fabbricazione del consenso. Non si tratta di censura: si tratta di cornice. Cambia la cornice e il mondo cambia di significato.

Quale lezione per noi

Ciò che sta prendendo forma a Cuba non è soltanto un caso di studio per ingegneri energetici. È una dimostrazione politica. È la prova vivente che l’idea di una transizione ecologica governata dalla cooperazione internazionale, sganciata dai diktat dei mercati finanziari occidentali e finanziata sulla base di accordi non coloniali, è realmente possibile. Ed è possibile anche — soprattutto — nelle condizioni più drammatiche, sotto l’assedio della prima potenza militare del pianeta. Hugo Chávez aveva chiamato i legami crescenti tra l’America Latina progressista e la Cina una grande muraglia contro l’egemonismo statunitense. La rivoluzione solare cubana è quella muraglia all’opera, mattone dopo mattone, pannello dopo pannello, megawatt dopo megawatt.

Per noi, che viviamo nell’Europa di un’Italia inchiodata a una NATO sempre più aggressiva, dipendente dal gas liquefatto americano e dai capricci tariffari della Casa Bianca, la lezione cubana dovrebbe essere materia di urgente riflessione. Non si tratta di idealizzare modelli altrui né di ignorare le contraddizioni del processo cubano, che esistono e sono note. Si tratta di riconoscere un fatto scomodo: il futuro dell’autonomia energetica, della sicurezza dei popoli, della giustizia climatica non passa più dai centri di comando dell’Occidente atlantico. Passa altrove. Passa, in larga misura, dalla capacità della Cina di tradurre la propria potenza tecnologica e produttiva in solidarietà concreta verso il Sud globale. E passa dalla capacità dei popoli del Sud — e perché no, anche di un certo Sud d’Europa — di leggere lucidamente questa contraddizione e di sfruttarla per i propri interessi reali, non per quelli che Washington ci ricorda ogni mattina di dover avere.

Il 1° maggio 2026, mentre la classe lavoratrice di mezzo mondo ricordava le proprie battaglie storiche, Donald Trump firmava un nuovo ordine esecutivo che congela i beni di chiunque cooperi con il governo cubano nei settori dell’energia, della difesa, della finanza. È la conferma definitiva che la traiettoria intrapresa è irreversibile. Non c’è negoziato possibile, non c’è ammorbidimento dietro l’angolo, non c’è soluzione diplomatica all’orizzonte. C’è soltanto un impero in declino che, come tutti gli imperi nella loro fase terminale, accelera la propria violenza nel tentativo di occultare la propria irrilevanza crescente. E c’è, dall’altra parte, un’isola di undici milioni di abitanti che continua, ostinatamente, a illuminarsi con la luce del sole. Quando la giustizia non scende dall’alto, è il sole stesso che diventa rivoluzionario.

Fonti

Carlos Martinez, «China and Cuba’s solar revolution: solidarity in practice», Morning Star — Friends of Socialist China, aprile 2026.

«With Chinese support, Cuba triples solar power in one year», Friends of Socialist China / Microgrid Media, 25 febbraio 2026.

Lyn Neeley, «China invests in a bright future for Cuba», International Action Center, 11 marzo 2026.

«Trump has choked off Cuba’s oil supply. China is stepping in with solar», The Washington Post, 28 febbraio 2026.

Haley Zaremba, «Cuba’s Fragile Power Grid Finds a Powerful New Partner», OilPrice.com, 19 marzo 2026.

«China to help Cuba with solar energy amid US oil blockade», South China Morning Post, 18 marzo 2026.

OHCHR — Nazioni Unite, «UN experts condemn US executive order imposing fuel blockade on Cuba», Ginevra, 12 febbraio 2026.

«2026 Cuban crisis», Wikipedia (consultato il 2 maggio 2026).

Greenberg Traurig LLP, «U.S. Declares National Emergency on Cuba and Announces Tariff Framework Targeting Oil Suppliers», 9 febbraio 2026.

Casa Bianca, Executive Order 14380 «Addressing Threats to the United States by the Government of Cuba», 29 gennaio 2026; Executive Order del 1° maggio 2026 sulle sanzioni individuali.

Ember Climate, dati sulle esportazioni cinesi di tecnologie solari e di accumulo, 2024–2026.

Financial Times, dati sulle importazioni cubane di pannelli e batterie, gennaio–aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© 2026 Mario Sommella  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  |

Le ali di vetro dell’oligarchia

Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica.

Si chiama Project Glasswing, dal nome di una farfalla dalle ali trasparenti che vive nelle foreste del Centroamerica. La metafora, ufficialmente, allude alla volontà di rendere visibili le crepe nascoste del software prima che siano gli aggressori a scoprirle. Ma se proviamo a guardare l’operazione con occhi politici e non con la rassegnata ammirazione di certa stampa specializzata, la trasparenza di quelle ali si rovescia nel suo opposto: ciò che si fa trasparente non è il funzionamento del potere digitale, bensì lo sguardo di chi quel potere lo detiene. È il club, non la sua infrastruttura, a essere translucido. È a chi sta dentro il vetro che il mondo, là fuori, appare nudo.

Il 7 aprile 2026 Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa i modelli di intelligenza artificiale Claude, ha annunciato la disponibilità in anteprima di Mythos, un sistema di IA descritto dalla stessa casa madre come «troppo pericoloso per il rilascio pubblico» e perciò consegnato a un consorzio chiuso di partner. Mythos non è un assistente conversazionale: è un cacciatore autonomo di vulnerabilità del codice, capace di leggere software complessi, individuarne le falle, ricostruirne la catena di sfruttamento e generare gli exploit per perforarle. È, per costituzione tecnica, una tecnologia a doppio uso: lo stesso strumento che permette di chiudere una porta è quello che la apre. Anthropic, anziché renderlo accessibile sul mercato, ha deciso a chi consegnare le chiavi. E la lista delle chiavi consegnate non è un dettaglio commerciale: è un atto di governance privata.

Il club degli undici, e tutti gli altri

I partner ufficiali del Progetto Glasswing, quelli annunciati nel comunicato stampa del 7 aprile, sono undici: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks. A questo nucleo Anthropic ha esteso l’accesso a oltre quaranta organizzazioni aggiuntive — i cui nomi, significativamente, non sono pubblici — che gestiscono o costruiscono software ritenuto critico. Il programma vale fino a cento milioni di dollari in crediti d’uso del modello, più quattro milioni di dollari in donazioni dirette ad alcune fondazioni della sicurezza open source. Il prezzo di accesso a Mythos, per chi è dentro, è cinque volte quello del precedente modello di punta della stessa Anthropic.

Nessuna università europea, nessun centro di ricerca pubblico del continente, nessuna agenzia statale italiana o francese, nessuna organizzazione della società civile compare nell’elenco. L’unica eccezione istituzionale extra-statunitense ufficialmente nota è l’AI Security Institute britannico, che ha ottenuto l’accesso a fini di valutazione tecnica e ne ha tratto un rapporto dichiarando Mythos il primo modello capace di completare end-to-end l’intero ciclo di un attacco simulato sui banchi di prova dell’istituto. Per il resto, l’Europa è fuori. Non come ipotesi politica: come dato di fatto operativo.

Vale la pena sostare un istante sulla composizione del nucleo dei partner ufficiali, perché racconta più di mille comunicati. Quattro degli undici sono anche, contemporaneamente, investitori azionari della stessa Anthropic: Amazon ha versato circa otto miliardi di dollari, Google tre, NVIDIA fino a dieci, Microsoft figura nella rete dei grandi finanziatori dell’ecosistema. JPMorgan e Goldman Sachs gestiscono le operazioni finanziarie che permettono ad Anthropic di sostenere un’infrastruttura di calcolo da 3,5 gigawatt — quanto una grande centrale termoelettrica — e un fatturato annualizzato che ha superato i trenta miliardi di dollari. Il consorzio Glasswing non è, dunque, una selezione casuale di operatori della cybersicurezza: è una fotografia ravvicinata della cerchia interna dell’industria americana dell’intelligenza artificiale, dove finanziatori, fornitori di calcolo e clienti di punta coincidono nelle stesse stanze. Il sociologo statunitense Michael Useem coniò negli anni Ottanta l’espressione «cerchia interna» per descrivere quei nuclei trasversali del potere economico in cui le decisioni rilevanti circolano fra pochi attori legati da partecipazioni incrociate, consigli di amministrazione condivisi e accesso preferenziale alle informazioni. Glasswing è la versione del XXI secolo di quella stessa figura, applicata al codice.

Il paradosso del Tesoro: lo Stato in coda allo sportello privato

Quattro giorni prima dell’annuncio di Anthropic, il 7 aprile, accade qualcosa che meriterebbe più attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, convocano d’urgenza al Tesoro i vertici delle principali banche di Wall Street: Citigroup, Morgan Stanley, Bank of America, Wells Fargo, Goldman Sachs. Sul tavolo, la richiesta esplicita di sottoporre i propri sistemi al vaglio di Mythos. Bloomberg e Reuters confermano che, nelle settimane successive, tutte queste banche cominciano a testare il modello internamente, pur senza figurare nella lista pubblica dei partner. Il Tesoro, secondo le stesse fonti, chiede a sua volta accesso allo strumento. Lo Stato, regolatore in linea di principio, si mette in coda allo sportello dell’azienda regolata.

Qui si compie un’inversione che, in altre fasi storiche, sarebbe parsa impensabile. Per secoli il potere si è organizzato secondo una sequenza nota: dal sovrano al popolo passando per la legge. Nel Novecento, lo Stato democratico ha tentato — non sempre riuscendoci — di farsi mediatore fra mercato e cittadinanza. Oggi assistiamo alla nascita di una terza figura, in cui l’autorità tecnica e infrastrutturale si concentra in mani private a tal punto che lo Stato deve chiedere il permesso di usare ciò che, in teoria, dovrebbe disciplinare. Non è una metafora retorica: è la cronaca di una settimana di aprile 2026. Il Pentagono, nel frattempo, è impegnato in un contenzioso legale con la stessa Anthropic per una designazione legata ai rischi della catena di approvvigionamento; ma mentre il dipartimento della Difesa porta in tribunale l’azienda, il Tesoro spinge le banche a usarne i prodotti. Lo Stato è schizofrenico perché ha smesso di essere un soggetto unitario nei confronti della tecnologia: si presenta in ordine sparso, e ogni sua articolazione tratta i colossi dell’IA come se fossero, di volta in volta, una minaccia alla sicurezza nazionale o un partner indispensabile.

Il sociologo britannico Michael Mann, in un saggio del 1984 ormai classico, distingueva fra il potere dispotico dello Stato — la sua capacità di imporre decisioni con la forza — e il potere infrastrutturale, ben più importante: la capacità di penetrare la società, di leggerla, di fargli arrivare in capillare la propria logica. È quel secondo tipo di potere ad aver migrato, negli ultimi vent’anni, dagli apparati pubblici verso una manciata di operatori privati: i grandi fornitori di cloud, i produttori di chip, i custodi dei sistemi operativi. Un modello di IA come Mythos non è un prodotto in più sul mercato: è un dispositivo che permette di vedere dentro a quell’infrastruttura, leggerne il codice, correggerne le falle e — speculare — sfruttarle. Chi controlla questa lente acquisisce una posizione che nessuna autorità pubblica, oggi, è in grado di replicare. Quando un’azienda decide a chi consegnarla, non sta facendo commercio: sta governando.

Vantaggio cumulativo: il fossato si scava

Nessuno degli undici partner ufficiali del Glasswing era, prima del 7 aprile, in condizione di svantaggio competitivo. Si tratta di alcune delle aziende più capitalizzate, meglio attrezzate e più protette del mondo. L’accesso anticipato a Mythos non riequilibra una distorsione: la amplifica. Mentre il consorzio scansiona, in via riservata, miliardi di righe di codice nei propri sistemi e — Anthropic stessa lo dichiara — ne ricava già migliaia di vulnerabilità zero-day che potrà patchare prima che chiunque altro le scopra, le banche regionali statunitensi, le fintech europee, gli ospedali italiani, le amministrazioni locali, le piccole imprese di cybersicurezza restano senza quella stessa lente. Continuano a difendersi con strumenti di un’epoca tecnologica precedente, contro avversari che — appena Mythos o un suo equivalente arriverà sul mercato grigio o in mani ostili — non avranno più gli stessi limiti.

L’asimmetria non è solo strumentale, è epistemica. Una volta che la sicurezza di un’organizzazione dipende da un modello che essa non può replicare, ispezionare o sostituire, la dipendenza diventa strutturale. Si genera quel che gli economisti istituzionali chiamano lock-in: la difficoltà di tornare indietro. E un lock-in di questa natura non è solo economico: è cognitivo. Le organizzazioni interne al consorzio sapranno, nei prossimi mesi, cose del proprio stack che le organizzazioni escluse non sapranno mai. Quando arriverà — e arriverà — il momento di regolamentare questi colossi, la classe politica si troverà di fronte un’alternativa drammatica: o costruire una capacità statale equivalente (cosa che nessuna democrazia ha mai tentato per ragioni di costo, di scala e di tempo) oppure accettare un’asimmetria permanente fra capacità privata e controllo pubblico. Tertium non datur, almeno con questa traiettoria.

C’è un dettaglio che non va sottovalutato e che la stessa Anthropic ha disclosato già nel novembre 2025: un gruppo di hacker statali cinesi era riuscito a usare versioni pubbliche di Claude per condurre, in modo quasi totalmente autonomo, attacchi cyber su una trentina di obiettivi, raggiungendo un livello di esecuzione tattica autonoma stimato fra l’80 e il 90 per cento. Era avvenuto con un modello generalista. Mythos è massicciamente più capace. Bloomberg ha riferito, già a metà aprile, che alcuni accessi non autorizzati al modello sarebbero stati registrati. Significa, tradotto: la cinta del consorzio è permeabile. La privatizzazione della cybersicurezza globale non è soltanto antidemocratica nei suoi presupposti; è anche, sul piano pragmatico, una scommessa fragile, sostenuta da una architettura di accesso che già perde acqua. La vera domanda non è più se Mythos uscirà dalle mura del castello, ma quando, e in quali mani.

Lavoro qualificato: dalla professione al click

Si discute molto, da qualche anno, dell’impatto dell’IA sui lavori «di concetto», quelli che si pensava al riparo dall’automazione. Mythos racconta plasticamente come la trasformazione si stia compiendo: un singolo modello esegue, in poche ore di calcolo, ciò per cui un team di analisti di sicurezza altamente qualificati avrebbe lavorato per settimane. Penetration test, code review, valutazioni di vulnerabilità: tutte mansioni che richiedevano anni di formazione tecnica vengono, di colpo, compresse in un prompt. Non si tratta solo di posti di lavoro perduti, ma di qualcosa di più sottile e più grave: la dequalificazione. Dove il lavoro non scompare del tutto, si svuota. Da analista si diventa supervisore di un sistema che fa quasi tutto da solo; da architetto della sicurezza ci si ritrova validatori di output altrui.

Le grandi aziende del consorzio Glasswing dispongono di strategie interne di riconversione, di formazione, di mobilità professionale: i loro tecnici verranno spostati, riallocati, riformati. Saranno le piccole società di cybersicurezza, i consulenti indipendenti, le squadre interne degli enti pubblici sotto-finanziati a pagare il prezzo dell’onda d’urto, quando — fra dodici, diciotto, ventiquattro mesi — capacità simili a Mythos saranno disponibili sul mercato di massa. Il consorzio è il primo gruppo a essere automatizzato; sarà anche l’unico ad avere reti di protezione interne. Tutti gli altri saranno automatizzati senza paracadute. È, su scala globale, una nuova edizione di un copione già visto: le élite anticipano la trasformazione e ne governano i tempi; il resto del mondo del lavoro la subisce, decimato.

Sul piano politico, la conseguenza è prevedibile e devastante. Una recente ricerca comparata mostra come la disponibilità dei cittadini ad accettare l’automazione dipenda fortemente dalla qualità del welfare nazionale: dove esistono ammortizzatori solidi, la transizione genera richieste di redistribuzione e rinegoziazione. Dove non esistono, la transizione genera disaffezione democratica e, alla lunga, voto reazionario. L’Italia, con un mercato del lavoro frammentato e privo di reti di protezione strutturali per i lavoratori della conoscenza, è terreno particolarmente esposto. Non è un problema astratto: è un problema che inciderà direttamente sulla tenuta del consenso democratico negli anni del passaggio. E che il governo Meloni, occupato a smantellare ciò che resta del welfare e a normare per decreto la dissidenza sociale, non sembra in alcun modo attrezzato a leggere.

L’Europa, terra di riserva tecnologica

Nell’elenco delle organizzazioni che possono usare Mythos non figura nemmeno una banca italiana, un ospedale tedesco, un fornitore di cloud francese, un’agenzia della cybersicurezza spagnola. L’unica presenza europea istituzionalmente nota è britannica — un Paese, peraltro, ormai uscito dall’Unione e allineato strategicamente agli Stati Uniti nel dossier IA. La cosa va detta con una franchezza che la pubblicistica europea, troppo spesso, evita: l’Europa, sul terreno dell’intelligenza artificiale di frontiera, non è un competitor, è una colonia. Un mercato di destinazione. Una giurisdizione su cui si scaricano, alla fine, gli effetti di scelte prese altrove e da altri.

L’AI Act europeo, varato dopo lunghe trattative, regolamenta l’uso dei sistemi di IA all’interno del territorio dell’Unione; non incide però sul cuore della questione, che è la disponibilità asimmetrica delle capacità di frontiera. Si può obbligare un fornitore a fornire trasparenza sui sistemi che vende in Europa. Non lo si può obbligare a fornire l’accesso ai sistemi che ha scelto di non vendere a nessuno. Le banche europee scopriranno, nei prossimi mesi, di trovarsi nella stessa condizione delle banche regionali americane di quarta o quinta fila: con sistemi più datati di JPMorgan, codice ereditato, software di backend stratificato per decenni; e senza la lente di Mythos per scrutarvi dentro. L’onda d’urto, se e quando arriverà, le troverà strutturalmente meno difese.

Si dirà: l’Europa ha ancora tempo per costruire un’alternativa, un consorzio pubblico, un modello di frontiera europeo. Sarebbe la risposta giusta, ma il tempo gioca contro: i quattordici miliardi di dollari di calcolo annunciati da Anthropic per i prossimi anni, i contratti con Broadcom e Google per 3,5 gigawatt di capacità computazionale, la partnership con Amazon per data center di nuova generazione, sono dimensioni che nessun progetto europeo finora intrapreso si avvicina a eguagliare. La sovranità digitale, parola d’ordine retorica di tante dichiarazioni di intenti del Consiglio europeo, andava finanziata cinque anni fa. Oggi si discute di come negoziare l’accesso, non di come costruire il proprio.

La scatola nera della governance

Frank Pasquale, giurista statunitense di tendenze critiche, ha scritto nel 2015 un libro destinato a diventare un classico del pensiero anti-tecnocratico: The Black Box Society. La tesi è semplice e oggi più attuale che mai: nei sistemi contemporanei, le decisioni che plasmano la vita delle persone sono affidate ad algoritmi e a procedure aziendali opachi, non sottoposti a verifica pubblica, non contestabili in alcuna sede democratica. Glasswing è una scatola nera esemplare. Non esistono criteri pubblicati di selezione dei partner. Non esiste un meccanismo di ricorso per gli esclusi. Non esiste un’autorità terza che validi l’elenco. Non esiste neppure un dibattito pubblico, né statunitense né europeo, sul fatto stesso che un’azienda privata abbia, di fatto, deciso quali soggetti dell’economia mondiale abbiano accesso anticipato a una capacità tecnica di rilievo strategico.

Si potrebbero immaginare correttivi praticabili anche dentro i quadri normativi esistenti. Tre, in particolare. Il primo: la pubblicazione ex ante dei criteri di selezione, in modo che la discrezionalità — e il sospetto, non infondato, di favoritismo verso aziende-amiche e investitori — sia ridotta. Il secondo: un regime di accesso a livelli, che conceda agli operatori di infrastrutture critiche regolate (ospedali, reti elettriche, sistemi di pagamento, telecomunicazioni) un accesso difensivo, a tempo determinato e sotto vigilanza, alle stesse capacità del consorzio. Il terzo: l’obbligo di pubblicazione a valle delle scoperte rilevanti, in modo che le vulnerabilità individuate diventino patrimonio comune della difesa, e non rendita competitiva del club. Sono misure ragionevoli, compatibili con la libertà d’impresa, già accettate in altri settori a doppio uso. La loro assenza non è una necessità tecnica: è una scelta politica, o piuttosto la conseguenza di una non-scelta, perché nessuna istituzione democratica è stata mai chiamata a deciderle. Il vuoto regolativo è la cifra del nostro tempo.

La domanda che resta

Dietro la cronaca, c’è una questione di teoria politica che vorrei lasciare aperta. Per la cultura giuridica liberale, che ha plasmato l’architettura costituzionale dei Paesi democratici nel dopoguerra, la sovranità è funzione del territorio: lo Stato controlla ciò che entra ed esce dai propri confini, governa le risorse strategiche, fissa le regole. Per la cultura tecnologica contemporanea, la sovranità è funzione del codice: chi scrive il software, chi gestisce l’infrastruttura di calcolo, chi possiede i modelli di intelligenza artificiale di frontiera detiene una capacità che attraversa i confini come fossero linee tratteggiate sulla carta. Le due sovranità, oggi, non coincidono. E non coincidono perché una delle due — quella tecnologica — è massicciamente concentrata in poche mani private, prevalentemente americane, all’incrocio fra capitalismo finanziario, complesso militar-industriale e accademia élitaria della West Coast.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è semplicemente una tecnologia: è una forma di potere. E come ogni forma di potere chiede di essere disciplinata politicamente. Le domande non sono molte ma sono ineludibili. Chi decide chi può usare questi strumenti? Con quali criteri? Sotto quale controllo democratico? Dove va la responsabilità quando qualcosa va storto? A chi spetta la rendita generata dall’accesso esclusivo a una capacità che è, di fatto, un bene pubblico globale? Finché queste domande resteranno senza risposta, ogni nuova edizione del Glasswing — perché ce ne saranno altre, e con poste in gioco crescenti — segnerà un altro passo nello stesso processo: il trasferimento silenzioso di porzioni sempre più ampie di sovranità dal pubblico al privato, dalla cittadinanza all’azionariato, dalla legge al contratto.

La vera sfida del prossimo decennio non sarà tecnica: sarà costituzionale. Si tratterà di stabilire se le democrazie sapranno riportare sotto controllo collettivo le capacità che oggi sono governate da una manciata di consigli di amministrazione di San Francisco e Seattle. Si tratterà di decidere se l’intelligenza artificiale sarà, nei prossimi quarant’anni, il nuovo nome di un’oligarchia tecnologico-finanziaria globale, oppure uno strumento collettivo di liberazione del lavoro umano e di rafforzamento dei diritti. La traiettoria attuale autorizza il pessimismo. Ma il pessimismo, per chi crede che la sovranità appartenga al popolo e non ai detentori di azioni privilegiate, non può che essere militante. Significa nominare le cose con esattezza, denunciare i passaggi, costruire convergenze. Significa rifiutare la favola della «trasparenza dell’ala di vetro» e ricordare, ogni volta che è necessario, che la trasparenza autentica non è quella concessa dal potere a se stesso, ma quella che la cittadinanza riesce a imporre a chi la governa.

Mythos, allora, non è un episodio. È un sintomo. E i sintomi, se li si ignora, fanno la malattia.

Mario Sommella — blogger e attivista politico

Fonti

[1] Anthropic, «Project Glasswing: Securing critical software for the AI era», anthropic.com, 7 aprile 2026.

[2] Anthropic Frontier Red Team, «Claude Mythos Preview», red.anthropic.com, 7 aprile 2026.

[3] AI Security Institute (UK), «Our evaluation of Claude Mythos Preview’s cyber capabilities», aisi.gov.uk, aprile 2026.

[4] Bloomberg, «Wall Street Banks Test Anthropic’s Mythos Model as Treasury Pushes Adoption», aprile 2026.

[5] Reuters, «Banks in Asia brace for complex cyber threats from frontier AI», 2026.

[6] VentureBeat, «Anthropic says its most powerful AI cyber model is too dangerous to release publicly», aprile 2026.

[7] B. Schneier, «On Anthropic’s Mythos Preview and Project Glasswing», schneier.com, aprile 2026.

[8] Centre for Emerging Technology and Security (Alan Turing Institute), «Claude Mythos: What Does Anthropic’s New Model Mean for the Future of Cybersecurity?», cetas.turing.ac.uk, aprile 2026.

[9] Il Sole 24 Ore, «Anthropic dà vita al Project Glasswing», ilsole24ore.com, aprile 2026.

[10] AI4Business, «Mythos di Anthropic: il rischio sistemico dell’AI nei sistemi bancari», aprile 2026.

[11] M. Mann, «The Autonomous Power of the State», European Journal of Sociology, 1984.

[12] M. Useem, The Inner Circle, Oxford University Press, 1984.

[13] M. Granovetter, «Economic Action and Social Structure: The Problem of Embeddedness», American Journal of Sociology, 1985.

[14] F. Pasquale, The Black Box Society, Harvard University Press, 2015.

[15] L. Winner, «Do Artifacts Have Politics?», Daedalus, 1980.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella —  Licenza CC BY-NC-SA 4.0  •  Pag. di

La truffa del salario giusto

Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di « salario giusto », è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli. Conviene osservarla con calma, perché è in questi passaggi — quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario — che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene. Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100 per cento per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES. È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato nelle gambe dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più. I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato. La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a « ringraziare gli italiani ». Era difficile trovare formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, « occupazionale ». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa. Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che « il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa ». Sufficiente. In ogni caso. Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali — è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento — che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero — la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza. Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari — un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata. Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento. Migliaia di lavoratori — secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi — hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni « comparativamente più rappresentative ». Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il « salario giusto » diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali. Si trasforma cioè un parametro contrattuale — meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 — in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire il giusto, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di anticostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del « mosaico di misure da comporre uniti ». Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa. Il presidente della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: « il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini ». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti — dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 — si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento. Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA — l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, del resto già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023. Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana. Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale. Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al trenta per cento dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo. E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione. Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5 per cento del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15 per cento alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7 per cento nel febbraio 2025, è risalita al 10 per cento nel marzo successivo. A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab — che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro — fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1 per cento sul livello di partenza del gennaio 2021. La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021. L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate. Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto. Il Censis ha calcolato che oltre l’ottanta per cento dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni — un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il « miracolo » occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia. Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana — il working poor, il lavoratore povero — non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 — con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale — e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale. Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al sei per cento spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il dodici per cento. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021. Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali — CISL FP fra le altre — che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di « autorità salariale ». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 — risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del « salario giusto » alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte. Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il « contratto pirata » mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di « salario giusto ». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato. Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro — in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi — più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041. È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di « difesa del lavoro » e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68. Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena del montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile. La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio. Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro — un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tratti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione. Oltre il trentasette per cento delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato. Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali. Non un ritocco — neppure simbolico — del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il « badge di cantiere », la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni. Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e — soprattutto — costruite intorno alla logica del « datore virtuoso » premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale. Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo « gli interventi sulla sicurezza sul lavoro ». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore — l’aumento dell’occupazione — più che al numeratore. È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 — l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro — non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora. È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano « per i lavoratori », è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni — bassi salari e morti sul lavoro — non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite. Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività. L’articolo 36 della Costituzione — quello sulla retribuzione « sufficiente » — non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno « alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana », con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica. Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto « tasso di inflazione programmato ». Da quell’accordo in avanti — sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione — i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo. La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3 per cento medio annuo, contro l’1,2 per cento europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati — che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 — chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale. L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero. Anziché trasporre la direttiva con coraggio — riconoscendo che il modello del « salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente » è clinicamente morto — il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura. Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e — quando la sicurezza viene meno — uccisi. Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul « salario giusto » è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni — qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava « scala mobile » e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano. Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di « esistenza libera e dignitosa » diventa una crudeltà semantica. La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL — oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano — e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore. La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva. Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia. L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia. Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe. È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro? Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente? Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere — non chiedere — un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura. Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo. Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno — perché continueranno — a invocare l’articolo 36 come parametro vivo. E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il « salario giusto » dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia. La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

« Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere »

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La marcia inarrestabile del neoliberismo

Dal Mont Pèlerin al capitalismo della sorveglianza: comunicazione, mercato e la lenta erosione della democrazia europea

di Mario Sommella

Una rottura epistemologica che dura ancora

Quella che ci appare oggi come la «realtà naturale» delle democrazie occidentali non è una realtà naturale. È il prodotto, lentamente sedimentato in mezzo secolo, di una rottura epistemologica precisa, pianificata e finanziata con cura dalle élite del capitale economico transatlantico. Per capirla, bisogna sottrarsi all’illusione che siamo immersi in una verità eterna: la storia, come ammoniva Foucault, è fatta di discontinuità, di soglie che separano un ordine del discorso da un altro. La nostra soglia è stata attraversata negli anni Settanta e Ottanta. Da allora viviamo dentro un nuovo ordine simbolico in cui il mercato ha sostituito la politica, l’audience ha sostituito la verità, l’Occidente americanizzato ha sostituito l’Europa dei cittadini.

Provo qui ad approfondire una tesi che ho già esposto in passato e che merita di essere allargata: la rivoluzione neoliberista non è stata, prima di tutto, una rivoluzione economica. È stata una rivoluzione antropologica e comunicativa. Ha cambiato il modo in cui pensiamo, parliamo, guardiamo, ricordiamo. Ha sostituito l’uomo aristotelico — l’animale razionale e politico — con un soggetto-consumatore profilato, sorvegliato, predetto. E lo ha fatto attraverso la presa di possesso prima del medium televisivo e poi del medium digitale. Capire questa doppia presa è la condizione preliminare per qualunque progetto di riscatto.

Le radici intellettuali: il Mont Pèlerin e il piano lungo

Il neoliberismo non è caduto dal cielo nel 1979 con Margaret Thatcher. Affonda le sue radici in un progetto intellettuale paziente e ben finanziato che parte dal 10 aprile 1947, quando Friedrich von Hayek convocò sulla riva svizzera del lago di Ginevra trentanove economisti, filosofi e giuristi per fondare la Mont Pèlerin Society. Tra loro figuravano Milton Friedman, Ludwig von Mises, Karl Popper, George Stigler, Aaron Director, Frank Knight: i nomi che avrebbero formato, nei decenni successivi, l’ossatura ideologica del nuovo capitalismo. La conferenza fu finanziata dalla banca svizzera che oggi conosciamo come Credit Suisse. Lo scopo dichiarato era contrastare quella che i partecipanti chiamavano la «marea collettivista» — un’espressione che metteva sullo stesso piano il socialismo, la socialdemocrazia keynesiana, il pianificatore-tipo dello Stato sociale e, retoricamente, perfino il «nazi-socialismo». L’operazione concettuale è già tutta lì: trasformare il welfare europeo in una variante del totalitarismo, in modo da bruciarlo con la stessa fiamma.

Da quella riunione sono partite due correnti che hanno colonizzato il pensiero economico mondiale: la Scuola austriaca di Mises e Hayek, e la Scuola di Chicago di Friedman. Negli anni Sessanta i celebri Chicago Boys — economisti cileni formati alla Università di Chicago grazie a borse del Dipartimento di Stato americano — diventeranno il laboratorio applicato del progetto. La prima sperimentazione avverrà nel Cile di Pinochet dopo il golpe dell’11 settembre 1973, in cui la «terapia d’urto» friedmaniana — privatizzazioni di massa, smantellamento del welfare, repressione sindacale — fu imposta a un popolo intero sulla canna di un fucile. Naomi Klein lo ha documentato con precisione nella Shock Doctrine: il neoliberismo non è la spontanea evoluzione del libero mercato, è un atto politico violento che ha bisogno di crisi, paura e svuotamento democratico per insediarsi.

La controrivoluzione del 1971-1975: Powell, la Trilaterale, l’«eccesso di democrazia»

Mentre gli intellettuali liberali costruivano la cornice teorica, la classe dirigente americana metteva a punto la macchina politica e mediatica per applicarla. Due documenti, oggi noti agli storici come matrici della controrivoluzione neoliberista, segnano il passaggio.

Il primo è il Powell Memorandum, scritto il 23 agosto 1971 dall’avvocato Lewis F. Powell Jr. — che Nixon nominerà giudice della Corte Suprema poche settimane dopo — e indirizzato alla Camera di Commercio degli Stati Uniti. Il titolo era esplicito: Attack on American Free Enterprise System. Powell denunciava un’aggressione al sistema della libera impresa proveniente da università, media liberal e ambienti intellettuali, e proponeva un piano sistematico di lungo periodo: finanziare think tank conservatori, comprare cattedre universitarie, addestrare quadri legali, conquistare i tribunali, occupare i media. Il risultato è documentabile: nel 1971 a Washington c’erano poco più di 170 imprese con uffici di rappresentanza; dieci anni dopo erano oltre 2.400, con circa 9.000 lobbisti registrati. Da quel memorandum nascono o si rilanciano la Heritage Foundation (1973), il Cato Institute, l’American Enterprise Institute (con bilancio decuplicato), la Federalist Society. È la nascita dell’industria americana della «produzione del consenso», per usare l’espressione di Chomsky.

Il secondo documento è ancora più rivelatore. Nel 1975 la Commissione Trilaterale — nata nel 1973 per iniziativa di David Rockefeller e di Zbigniew Brzeziński per coordinare le élite di Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone — pubblica un rapporto intitolato The Crisis of Democracy: On the Governability of Democracies. Lo firmano tre nomi pesanti: il sociologo francese Michel Crozier, il politologo statunitense Samuel P. Huntington (lo stesso del successivo Scontro di civiltà), il giapponese Joji Watanuki. Il succo della tesi è che le democrazie sviluppate sono «ingovernabili» perché soffrono di un eccesso di democrazia. Troppi soggetti — sindacati, movimenti studenteschi, associazioni di base, comunità ecologiste — pretendono di partecipare alle decisioni; le richieste superano la capacità di assorbimento del sistema; di conseguenza, sostengono gli autori, occorre ripristinare il prestigio e l’autorità delle istituzioni di governo centrale e ridurre la partecipazione politica delle masse. L’edizione italiana del 1977, pubblicata da Franco Angeli, recava una prefazione di Giovanni Agnelli: il padronato confindustriale italiano sottoscriveva apertamente la diagnosi.

Quel rapporto è il certificato di nascita ideologico delle democrazie a bassa intensità in cui viviamo. Non è un caso che, quasi mezzo secolo dopo, Mario Monti — sabato 27 novembre 2021, ospite di In Onda su La7 — abbia dichiarato che in tempi di crisi bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione. Monti non ha improvvisato un’eresia: ha ripetuto, con la disinvoltura di chi si sente al sicuro, la dottrina trilateralista. Le greggi non possono guidare il pastore. Lo aveva scritto Walter Lippmann, in piena confidenza, già un secolo prima.

Il colpo di Stato culturale: Thatcher, Reagan, Berlusconi

Tra il 1979 e il 1981, il piano lungo del Mont Pèlerin diventa potere di Stato in tre tappe ravvicinate. Margaret Thatcher vince le elezioni britanniche nel maggio 1979 con un programma esplicitamente friedmaniano e conierà lo slogan che sintetizza l’intero impianto ideologico: There Is No Alternative. Ronald Reagan entra alla Casa Bianca nel gennaio 1981 con un programma di tagli fiscali per i ricchi, deregolamentazione finanziaria e smantellamento dei sindacati (lo sciopero dei controllori di volo del 1981 sarà il momento spartiacque, con il licenziamento di oltre undicimila dipendenti federali). In Italia, il Berlusconi televisivo anticipa il Berlusconi politico di un buon decennio, costruendo l’infrastruttura mediatica su cui si reggerà tutto il ciclo lungo successivo.

È bene fissare le date, perché la storia italiana di quel passaggio viene spesso rimossa. Il monopolio Rai cade con la sentenza della Corte Costituzionale n. 202 del 1976, che apre alle emittenti private locali. Nel 1974 Silvio Berlusconi acquisisce Telemilano, una piccola tv via cavo nata per il quartiere Milano 2 di Segrate. Nel 1980 nasce Canale 5: per aggirare il divieto di trasmettere a livello nazionale, Berlusconi inventa il sistema delle videocassette spedite agli affiliati locali che le mandano in onda contemporaneamente in tutta Italia, simulando una rete unica. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi, nel 1984 Rete 4 da Mondadori. Quando i pretori di Torino, Roma e Pescara, fra il 13 e il 16 ottobre 1984, oscurano le tre reti per violazione di legge, è il governo Craxi a salvarlo con un decreto d’emergenza convertito poi in legge. Sei anni dopo, nel 1990, la Legge Mammì legalizza retroattivamente l’intero impero. Nel 1995 un referendum promosso da una parte della società civile tenta di sciogliere il duopolio Rai-Fininvest, ma viene respinto dal 56,9% dei votanti, anche grazie a una campagna massiccia delle stesse reti del Cavaliere.

In dieci anni, la televisione italiana smette di essere un servizio pubblico pedagogico — la Rai democristiana, con tutti i suoi limiti, era una macchina di formazione del cittadino: dalle inchieste di Sergio Zavoli al teatro di Eduardo, dalla scuola di Manzi alla saggistica di Bernabei — e diventa un congegno di marketing. Cambia il linguaggio, cambia il ritmo. Lo storico della televisione Aldo Grasso lo sintetizza in modo memorabile: la Rai aveva tempi lunghi, sospesi, perfino noiosi; la tv commerciale impone un andamento ischemico, strillante, incurante dei nessi. L’interruzione pubblicitaria diventa la nuova grammatica della percezione: tutto si frantuma, tutto si dimentica. Lo spettatore impara a guardare il mondo come una somma di spot.

In quel decennio, Italia ed Europa si aggiornano al fuso orario americano. L’espressione coglie esattamente cosa è successo: una colonizzazione cognitiva, prima ancora che economica. E quella colonizzazione, una volta installata, non l’abbiamo più rimossa.

McLuhan ripreso seriamente: il medium è il messaggio

A questo punto il dibattito politico inciampa in un equivoco ricorrente, ed è qui che il pensiero di Marshall McLuhan torna decisivo. La sua tesi, formulata nel 1964 in Understanding Media, è notoria ma quasi sempre trivializzata: the medium is the message. Non significa, come vorrebbe la lettura giornalistica corrente, che «anche la forma conta». Significa qualcosa di molto più radicale: il medium è il contenuto, perché i suoi vincoli tecnici e sensoriali determinano in anticipo che tipo di messaggi possono passare e quali no. Non è possibile inserire un messaggio incompatibile in un medium che non è predisposto a riceverlo. Una caffettiera fa il caffè in mano alla casalinga e in mano al dittatore: il massimo che può fare è sempre il caffè.

Da qui una conseguenza politica importante. Quando Ugo Mattei, in una sua intervista su Bioblu che ho ascoltato con attenzione, propone di «fondare un nuovo social» come «rete ecologista» alternativa, sbaglia bersaglio. Condivido molte delle sue analisi sul disastro neoliberista e sul controllo sociale, ma su questo punto specifico non posso seguirlo: se il medium è il messaggio, un social — qualunque social — non comincia a funzionare diversamente solo perché lo gestisce un comitato etico anziché Mark Zuckerberg. La logica algoritmica del feed, il dispositivo del like, la metrica della viralità, la pubblicità predittiva, l’economia dell’attenzione: questi sono il social, indipendentemente da chi lo possiede. Per pensare un’alternativa reale bisogna pensare un altro medium, non un altro padrone dello stesso medium.

C’è poi un secondo punto del ragionamento di Mattei che non condivido. Egli parla di democrazia, di liberalismo e di individuo come fossero categorie eterne e immutabili. Non lo sono. La democrazia greca non è la democrazia americana, l’individuo cartesiano non è l’utente di TikTok, il liberalismo settecentesco non è il neoliberismo hayekiano. Confondere questi piani — come spesso fa una certa destra «libertaria» e una certa sinistra «diritti-umanitarista» — è il modo migliore per non capire che cosa sta succedendo.

Dall’audience ai big data: la verità sostituita dal marketing

La rivoluzione cognitiva degli anni Ottanta si gioca su un punto filosofico decisivo: la sostituzione del concetto di verità con il concetto di audience. La televisione commerciale, lo si è detto a lungo nei seminari di analisi mediatica fin dagli anni Novanta, non vende prodotti agli spettatori: vende spettatori agli inserzionisti. È il modello noto come audience commodity, teorizzato da Dallas Smythe già nel 1977 sulla scia di una rilettura marxiana dei rapporti di produzione mediatici. La logica è quella del valore di scambio: lo spettatore diventa merce. Per consumarlo, però, bisogna prima costruirlo come consumatore: ed è ciò che fa il marketing televisivo trasformando ogni desiderio in uno spot e ogni spot in un desiderio. Verità e falsità diventano categorie residuali. Quello che conta è ciò in cui crede la maggioranza, perché la maggioranza è il bacino misurabile da rivendere agli inserzionisti. La ripetizione delle scelte vincenti diventa il nuovo principio di realtà.

Internet eredita questo schema e lo radicalizza. La promessa originaria era opposta: la rete come spazio di intelligenza collettiva, come agorà orizzontale, come democratizzazione dell’informazione. Per circa quindici anni — dalla nascita del web nei primi anni Novanta fino allo scoppio della bolla dot.com nel 2000 — quella promessa ha avuto qualche residuo di realtà. Poi è arrivata la mutazione. Shoshana Zuboff, nel suo libro fondamentale The Age of Surveillance Capitalism (2019), ricostruisce il momento esatto: 2001-2003, dentro Google. Il motore di ricerca aveva un problema enorme di ricavi e si trovò davanti a una scoperta tecnica fortuita — la possibilità di trasformare i dati di navigazione «secondari» (i log di ricerca) in materia prima per inserzioni mirate. Da lì in poi, l’esperienza umana cessa di essere ciò che si vive e diventa ciò che si estrae: una materia prima gratuita trasformata in dati comportamentali, raffinata in «prodotti predittivi» e venduta sui «mercati comportamentali a termine». Zuboff la chiama una mutazione pirata del capitalismo industriale.

La differenza con l’audience televisiva è quantitativa e qualitativa. Quantitativa, perché i big data permettono profilazioni infinitamente più granulari: uno studio di Michal Kosinski pubblicato nel 2013 sui Proceedings of the National Academy of Sciences dimostrava che bastano sessantotto like su Facebook per inferire l’orientamento sessuale e l’ideologia politica dell’utente con accuratezza superiore al 90 per cento; con circa centosettanta like si arriva a determinare quoziente intellettivo, religione, consumo di alcol e tabacco. Qualitativa, perché non si tratta più di prevedere il comportamento aggregato di una platea, ma di modificare il comportamento del singolo. Il capitalismo della sorveglianza non si limita a rispecchiare i nostri desideri: li costruisce, li orienta, li cattura.

Il caso Cambridge Analytica: la prova politica

Nel marzo 2018 il Guardian e il New York Timespubblicano l’inchiesta che porta alla luce lo scandalo Cambridge Analytica. La società di consulenza britannica, fondata nel 2013 come spin-off di SCL Group e finanziata dal miliardario hedge-fund manager Robert Mercer, era stata diretta strategicamente da Steve Bannon, futuro stratega della prima campagna Trump. Cambridge Analytica aveva acquisito, attraverso il professore Aleksandr Kogan e un quiz di personalità chiamato thisisyourdigitallife, i dati personali di 87 milioni di utenti Facebook — fra cui 214.134 italiani — utilizzati poi per costruire profili psicografici e bersagliare elettori indecisi con micro-pubblicità politica personalizzata, prima nel referendum sulla Brexit (2016) e poi nella campagna presidenziale americana che portò Trump alla Casa Bianca.

A me interessa sottolineare un punto che spesso sfugge nel racconto mediatico: lo scandalo Cambridge Analytica non è stato l’effetto di un «abuso» eccezionale, ma il funzionamento normale di un’infrastruttura. Le condizioni d’uso di Facebook all’epoca consentivano legalmente la raccolta di dati degli «amici degli utenti» senza il loro consenso esplicito. Cambridge Analytica ha solo applicato in modo politicamente esplicito ciò che le grandi piattaforme fanno commercialmente ogni giorno. Quando, dopo la vittoria di Trump nel 2016, George Soros — al World Economic Forum di Davos del gennaio 2018 — denuncia i social network come «minaccia per la società aperta», non sta facendo una scoperta morale. Sta segnalando che una parte dell’establishment globalista atlantico considera ormai i social una variabile pericolosa, sfuggita di mano. Da lì parte una stretta sulla moderazione dei contenuti, gestita anche da ONG — fra cui Avaaz, finanziata anche da Open Society Foundations — che segnalano alle piattaforme i siti da chiudere per «fake news» e «disinformazione». Zuckerberg si cosparge il capo di cenere, perde decine di miliardi di capitalizzazione di mercato in pochi giorni, accetta di testimoniare davanti al Congresso americano e a commissioni britanniche, introduce nuove regole di contenuto. Su quella stretta vengono chiusi anche siti d’informazione indipendente che con la disinformazione c’entravano poco.

Lo dico perché sia chiaro: né Zuckerberg né Soros sono il «potere occulto» dietro i big data. Sono entrambi facce di un sistema che funziona attraverso una compresenza di capitale privato (Silicon Valley), apparato di sicurezza statunitense (l’integrazione fra Big Tech e CIA-NSA documentata da Edward Snowden nel 2013) e organizzazioni filantropiche d’élite (le grandi fondazioni). Il vero soggetto è quello che ha preso il nome di deep state — termine ambiguo, abusato, ma che indica una realtà sostanziale: l’intreccio strutturale fra apparati federali, finanza, industria militare-digitale e ONG, che sopravvive ai cambi di amministrazione e detta i confini del praticabile.

Lippmann, Bernays e la fabbrica industriale del consenso

Per capire come funziona la fabbrica del consenso bisogna risalire a due figure che oggi sono lette troppo poco. La prima è Walter Lippmann, giornalista e consigliere politico, che nel 1922 pubblica Public Opinion e nel 1925 The Phantom Public. Lippmann formula con brutalità ciò che le élite progressiste americane di inizio Novecento già pensavano: l’opinione pubblica è una bewildered herd, una mandria sbalordita; il cittadino medio non possiede gli strumenti cognitivi per orientarsi nella complessità del mondo moderno; quindi la democrazia funziona solo se governata da una «classe specializzata» di esperti che sa fabbricare il consenso (manufacture of consent). Sarà Noam Chomsky, sessantacinque anni dopo, a riprendere quella formula per rovesciarla in critica: la fabbrica del consenso è il motore stesso della propaganda nelle democrazie occidentali.

Il secondo è Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud e padre delle pubbliche relazioni moderne. Il suo libro del 1928, Propaganda, è una guida d’uso del lippmannismo. Bernays scrive con candore che la manipolazione consapevole delle abitudini e delle opinioni delle masse è un elemento essenziale della società democratica; chi controlla questo meccanismo, dice, costituisce un «governo invisibile» che è il vero potere del paese. L’intuizione di Bernays è che la propaganda politica e la pubblicità commerciale sono lo stesso identico dispositivo. Lo dimostrò sul campo: convinse le donne americane degli anni Venti a fumare in pubblico organizzando una sfilata di Pasqua a New York in cui le suffragette accendevano sigarette davanti ai fotografi, ribattezzandole «Torce di libertà»; lavorò per la United Fruit Company nel 1954 alla campagna che convinse l’opinione pubblica statunitense ad appoggiare il colpo di Stato di Castillo Armas contro il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in Guatemala — colpo orchestrato dalla CIA proprio per difendere i profitti della stessa United Fruit. Pubblicità e colpo di Stato condividono la stessa grammatica.

Quando Mario Monti, nel 2021, parla di «somministrare l’informazione» in modi «meno democratici», non sta inventando nulla. Sta semplicemente ammettendo, con la franchezza di chi non si sente più obbligato alla retorica democratica, ciò che Lippmann e Bernays teorizzavano da un secolo. Le élite tecnocratiche europee — Monti, Draghi, Lagarde, von der Leyen — sono i custodi locali di un’antropologia profondamente americana: il popolo come gregge, lo Stato come pastore, la verità come dosaggio sanitario.

I due Occidenti: Weber, etica calvinista, capitale culturale

La sostituzione dell’Europa dei cittadini con l’Occidente dei consumatori non è solo politica. È religiosa, nel senso largo che diede al termine Max Weber nel suo L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905). La tesi è notissima ma vale la pena rivisitarla, perché ne dipende la differenza antropologica fra le due sponde dell’Atlantico. Per il calvinismo, l’uomo non si salva con le opere — come nel cattolicesimo — ma per predestinazione divina. Il credente non sa con certezza se è salvo o dannato. La ricchezza materiale, ottenuta col lavoro metodico e ascetico, diventa allora il segno terreno della grazia, l’anticipazione visibile dell’aldilà. Il povero, in questa logica, non può ribellarsi al suo status senza offendere la scelta di Dio: la disuguaglianza è iscritta nella teologia. Si costruisce un’antidialettica di classe in cui la rivolta dei dannati è già una bestemmia.

Da questo nucleo religioso discende il puritanesimo americano, la «città sulla collina» dei Padri Pellegrini, la mistica imprenditoriale di Andrew Carnegie e John D. Rockefeller, la teologia evangelica della prosperità che oggi sostiene Donald Trump. L’America non è «Europa più grande»: è un continente teologicamente diverso, in cui il capitale economico è l’unica forma di capitale riconosciuta. Il «fare» sostituisce il «pensare», la pratica l’etica, l’efficienza la giustizia. Anche la cultura, nel modello americano, è uno strumento di penetrazione di mercato: l’industria di Hollywood, lo standard inglese-globale, la pop music come cavallo di Troia commerciale, la lingua del management come lingua dei rapporti sociali.

L’Europa, prima di essere ridotta a colonia, era altro. Si fondava — pur con tutte le contraddizioni che la storia documenta — su un’idea aristotelica e platonica del cittadino: l’uomo come animale razionale e politico, la polis come bene comune che precede l’individuo, la cultura come capitale collettivo. Il servizio pubblico — radiofonico, televisivo, scolastico — era pensato come dispositivo pedagogico: lo Stato come maestro, non come pastore di greggi. Il proporzionale elettorale rifletteva l’idea che la differenza politica fosse un valore. I partiti di massa — il PCI, la DC, la SPD, il Partito Laburista britannico delle origini — erano scuole di formazione del militante prima ancora che macchine elettorali. Il sindacato non era una corporazione professionale, ma un soggetto storico capace di parlare in nome di una classe.

Tutto questo è stato smantellato, non da un’invasione, ma da un’auto-mutilazione consapevole delle élite europee. Il passaggio dal proporzionale al maggioritario (in Italia, il referendum del 1993 e poi il Mattarellum) è il momento istituzionale in cui il modello «candidato singolo telegenico» sostituisce il modello «partito-programma». La fine del PCI nel 1991 ha tolto all’Italia l’ultimo grande baluardo culturale capace di opporsi al pensiero unico del capitale; non è un caso che la nascita di Forza Italia, nel gennaio 1994, avvenga su un terreno già completamente arato dalla televisione commerciale del suo proprietario. Il cittadino-elettore lasciava il posto al consumatore-utente. La cabina elettorale assomigliava sempre di più a una cassa di supermercato.

La dialettica del populismo: Adorno, Fisher e il «non c’è alternativa»

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, nella Dialettica dell’illuminismo (1947 — sì, lo stesso anno della Mont Pèlerin Society: due risposte opposte alla stessa catastrofe), avevano già visto il punto. La razionalità illuministica, scrivono, contiene un suo rovesciamento interno: nel suo dispiegarsi totale diventa irrazionalismo. La cultura di massa industrializzata — Adorno la analizza nei capitoli sull’industria culturale — produce uno pseudo-individuo che crede di scegliere ed è invece scelto. La «presa di parola» del pubblico, in regime di industria culturale, si rovescia in una parola vuota.

Mark Fisher, filosofo britannico morto nel 2017, ha aggiornato quella diagnosi nel suo libretto fulminante Capitalist Realism: Is There No Alternative? del 2009 (in italiano Realismo capitalista, NERO 2018). La sua tesi è semplice: dopo quarant’anni di neoliberismo, la frase di Thatcher «non c’è alternativa» non è più uno slogan ma un’atmosfera introiettata. È diventato letteralmente più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non perché il capitalismo sia naturale, ma perché abbiamo perso le coordinate culturali, le narrazioni, le tradizioni intellettuali che ci permetterebbero di pensarne un fuori. Fisher chiama «sterilità culturale» questa condizione: si producono infinite variazioni sul tema, ma il tema non cambia mai.

Il populismo televisivo, in questa chiave, non è l’antagonista del pensiero unico: ne è la matrice materiale, la stampante. Funziona come valvola di sfogo emotivo all’interno di un perimetro ideologico che resta identico. Trump, Salvini, Meloni, Le Pen, Milei, Bolsonaro — al di là delle differenze di stile e di contesto — non rompono il neoliberismo: lo radicalizzano nella sua versione autoritaria e razzializzata. Per prendere la parola nel circo mediatico bisogna sapere che cosa non si deve dire, e in primo luogo non si devono toccare gli interessi del capitale finanziario globale. Il populismo è permesso a condizione di restare cosmetico.

Mai, come oggi, la società occidentale è stata così conformista. La differenza, a cui sembriamo aspirare attraverso mille rivendicazioni identitarie, è stata interamente assorbita dal marketing — dalla pubblicità inclusiva ai brand «purpose-driven», dal rainbow washing aziendale alle campagne ESG. Tutto è permesso, purché niente cambi davvero.

L’aggiornamento 2025-2026: Trump 2.0, Musk e l’Europa che si autoesclude

Mentre scrivo, primavera 2026, il quadro si è ulteriormente irrigidito. La seconda amministrazione Trump, insediatasi a gennaio 2025, ha portato al cuore del potere federale l’aristocrazia tecno-finanziaria della Silicon Valley: Elon Musk, Peter Thiel, Marc Andreessen. Il Department of Government Efficiency (DOGE) ha smantellato pezzi enormi di apparato federale civile. Musk, dopo aver acquistato Twitter nel 2022 e averlo trasformato in X, ha fatto della piattaforma uno strumento di campagna politica diretta. Meta, sotto Zuckerberg, ha smantellato i programmi di fact-checking che aveva introdotto dopo Cambridge Analytica e ha chiuso le politiche DEI. La direzione è univoca: l’integrazione fra capitale digitale, apparato di sicurezza federale e potere politico esecutivo non è mai stata così esplicita. Quella che chiamavamo «società civile globale» della Silicon Valley si è tolta la maschera e ha rivelato il volto di un’oligarchia tecno-imperiale.

L’Europa, dal canto suo, ha messo in piedi un proprio dispositivo regolatorio — Digital Services Act, Digital Markets Act, GDPR, AI Act — che è meno irrilevante di quanto si dica, ma che soffre di un limite strutturale: non viene affiancato da un investimento corrispondente nella costruzione di un’alternativa europea. Senza piattaforme europee, senza modelli linguistici europei, senza cloud europeo, senza social pubblici europei, regolare le piattaforme americane equivale a tassare il monopolio invece di romperlo. E nel frattempo le stesse classi dirigenti europee — i Monti, i Draghi, i Macron, le von der Leyen — continuano a spingere il continente dentro una logica atlantista che ne approfondisce la subalternità: dal massimalismo sanzionistico verso la Russia che ha distrutto l’integrazione energetica euro-asiatica, al riarmo accelerato voluto dalla NATO, fino alla sottomissione alla logica della «guerra» come modalità ordinaria della politica. La stessa logica che permette a Monti di dire pubblicamente, senza scandalo, che bisogna «dosare la democrazia». In tempo di guerra, ricordavano i propagandisti del Novecento, la verità è la prima vittima. Oggi, in tempo di guerra permanente, la democrazia è la seconda.

Conclusione: ricostruire un capitale culturale e politico

A questo punto la domanda non è se il neoliberismo sia «marciante e inarrestabile». La domanda è: cosa serve per fermarlo? Non basta moltiplicare le inchieste, non basta evocare un nuovo social, non basta votare l’ennesimo candidato meno peggio. Serve un’operazione di ricostruzione culturale di lungo periodo che sia simmetrica a quella che la destra atlantica ha condotto dal 1947 a oggi. Servono think tank progressisti seri, scuole di formazione politica, riviste, case editrici, media indipendenti finanziati da basi sociali reali e non da fondazioni filantropiche. Serve riconnettersi al meglio della tradizione politica europea — il pensiero di Antonio Gramsci sull’egemonia, l’analisi di Pier Paolo Pasolini sull’omologazione antropologica, il lavoro di Luciano Canfora sulla democrazia, le inchieste degli ostinati cronisti del giornalismo critico — e di quella mondiale anti-neoliberista: David Harvey, Wolfgang Streeck, Naomi Klein, Yanis Varoufakis, Alessandro Somma, Vladimiro Giacché, fino alla stessa Shoshana Zuboff.

Serve, soprattutto, riprendersi il tempo lungo della politica. Il neoliberismo ha vinto perché ha lavorato per settant’anni mentre la sinistra europea inseguiva l’ultima emergenza elettorale. Nella mia esperienza dentro Azione Civile, il movimento civico-politico fondato da Antonio Ingroia, dentro cui da anni cerco di portare un punto di vista anti-imperialista e progressista, questa è la lezione che torna sempre: la militanza paziente, l’alfabetizzazione dei territori, la formazione di nuovi quadri, la costruzione di programmi credibili sono lavori di decenni, non di settimane. È il lavoro che il pensiero unico spera che non facciamo mai, perché sa che è l’unico che potrebbe sconfiggerlo.

L’Italia di Mussolini è caduta perché esistevano resistenze che si erano organizzate in clandestinità per anni. L’Europa neoliberista cadrà — perché cadrà, le sue contraddizioni interne sono ormai enormi: disuguaglianze esplosive, crisi climatica fuori controllo, perdita progressiva di legittimità democratica, dipendenza tecnologica e militare totale dagli Stati Uniti — solo se troverà a quel momento qualcuno pronto a raccogliere i pezzi e a costruire un’alternativa. Dovremo essere noi, oppure non saremo niente.

La marcia del neoliberismo sembra inarrestabile solo finché la guardiamo con gli occhi che ci ha insegnato a guardarla. Cambiare gli occhi è il primo atto politico. Tutto il resto, il difficile, viene dopo.

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Mario Sommella — blogger e attivista politico

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Mario Sommella — pag. di

Imparare a convergere. Per un rinnovamento profondo delle pratiche politiche

articolo di Mario Sommella e Matteo Minetti 

C’è un paradosso che attraversa le organizzazioni della sinistra italiana da almeno vent’anni e che nessuno, finora, ha avuto il coraggio di guardare in faccia. La mobilitazione di piazza è presente. Eccome. Le organizzazioni, sindacati, associazioni, partiti, centri sociali, movimenti hanno saputo rendere visibile l’indignazione popolare. L’autunno contro il genocidio palestinese ha portato in strada centinaia di migliaia di persone. Il No al referendum sulla separazione delle carriere ha mobilitato una maggioranza silenziosa che i sondaggi non sapevano intercettare. La manifestazione Toghether dei nostrani No Kings ha mostrato una voglia di politica intergenerazionale che nessuna delle formazioni promotrici – Sinistra Italiana, Verdi,  Partito Democratico, Arci, CGIL, Rifondazione Comunista, Movimento 5 Stelle – è stata poi capace di trasformare in casa stabile. Eppure, ogni volta che l’onda si ritira, la mobilitazione non diventa organizzazione. L’indignazione non diventa progetto. La pluralità non diventa forza. E chi dovrebbe raccogliere quella spinta — i movimenti, le associazioni, i soggetti politici antagonisti — continua a riprodurre, al proprio interno, gli stessi meccanismi di gestione personale del potere che denuncia nelle istituzioni.

Il problema, diciamolo con franchezza, non è la mancanza di coraggio. È la mancanza di metodo. Ed è per questo che la parola convergenza, regalata al linguaggio dei movimenti dal Collettivo di Fabbrica della ex GKN di Campi Bisenzio, rischia oggi di trasformarsi nell’ennesimo slogan consumato se non sapremo farle seguire una rivoluzione delle pratiche concrete, dei tempi, dei luoghi e degli strumenti con cui stiamo insieme.

La convergenza come promessa tradita

Bisogna riconoscerlo: la convergenza GKN è stata una novità autentica nella grammatica politica di questo paese. Non un’alleanza tattica tra sigle, non un cartello elettorale, non l’ennesima federazione di bandiere. Era il tentativo di mettere insieme, intorno a una vertenza operaia concreta, il movimento climatico, i collettivi femministi, le reti contadine, il mutualismo dal basso, le esperienze di autogestione. Il Patto di Mutuo Soccorso formato dalla Società Operaia di Mutuo Soccorso Insorgiamo insieme a realtà come Mondeggi Bene ComuneFuorimercato e le Officine Corsare di Torino è stato, nel suo piccolo, un esperimento di ciò che potrebbe essere un’alternativa di società: mutualismo conflittuale, intervento pubblico per la transizione ecologica, convergenza tra soggetti affini.

Eppure, come ha riconosciuto lo stesso Dario Salvetti in alcune interviste recenti, l’intero processo di mobilitazione ha dimostrato il bisogno disperato della convergenza di altre componenti sociali mentre, nello stesso identico momento, quell’universo di soggettività politiche e sindacali si affannava a dimostrare la propria autosufficienza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: frantumazione, autoreferenzialità, lotte che resistono ma non producono immaginario collettivo, vertenze che vincono battaglie ma perdono la guerra. La convergenza è stata evocata, celebrata, persino praticata in alcuni momenti alti — le assemblee fiorentine, l’Insorgiamo Tour, il corteo del 26 marzo — ma non è mai diventata infrastruttura permanente. È rimasta evento. E gli eventi, si sa, finiscono.

Tre nodi da sciogliere senza esitazioni

Perché questa promessa è stata tradita? Le ragioni sono almeno tre, e ciascuna chiede una risposta diversa. Nessuna delle tre può essere elusa se davvero vogliamo che la prossima ondata di indignazione non si disperda come le precedenti.

Il primo nodo è culturale. La sinistra italiana, anche quella dei movimenti, è storicamente allergica alla procedura. Vive la metodologia come una contaminazione tecnocratica, come se darsi regole trasparenti di discussione e decisione fosse già un cedimento al formalismo borghese. È un’eredità malcompresa dell’assemblearismo sessantottino, che in realtà era molto più rigoroso di quanto la vulgata ricordi. Il risultato è che le assemblee libere finiscono regolarmente per essere governate da chi le convoca: dai più esperti, dai più rumorosi, da chi ha più tempo libero e più relazioni personali. L’orizzontalità e inclusività proclamate diventano verticalità ed esclusione nascosta. I leader informali non si eleggono e non si revocano: semplicemente esistono, con tutto il carico di leaderismo, settarismo ed equilibri politici preistorici che questo comporta. Chi non si sente di appartenere a quella tribù semplicemente se ne allontana.

Il secondo nodo è materiale. I ritmi di vita e di lavoro imposti da quarant’anni di neoliberismo non consentono più l’attivismo totale, e non c’è bisogno di martiri della militanza. Non esiste un solo lavoratore precario, un solo operaio turnista, una sola madre sola con figli che possa permettersi tre serate a settimana in assemblea. Questo significa che qualunque processo politico serio, oggi, deve essere progettato per persone che hanno due ore libere alla settimana, non venti. Deve essere compatibile con la vita reale, altrimenti seleziona automaticamente una minoranza di superattivisti e respinge esattamente quella maggioranza silenziosa che vorrebbe attivarsi ma non trova spazi idonei.

Il terzo nodo è metodologico, ed è forse il più decisivo. La facilitazione — quella disciplina concreta che consente a un gruppo eterogeneo di discutere, decidere e agire senza essere divorato dai propri conflitti interni — è citata nel dibattito dei movimenti quasi di sfuggita, come se fosse un dettaglio tecnico. Non lo è. È l’architrave di tutto. Esiste in Italia e nel mondo un sapere consolidato, sviluppato a partire dalle tradizioni quacchere, dai gruppi nonviolenti, dai movimenti femministi, dalle comunità autogestite latinoamericane. Il metodo del consenso, l’ascolto attivo, la rotazione dei ruoli, le regole scritte di parola, la distinzione rigorosa tra chi propone, chi facilita e chi decide: non sono sottigliezze da accademici, sono le tecniche elementari con cui si impedisce che un’assemblea di trecento persone collassi nelle mani di dieci, allontanando i restanti duecentonovanta.

Cosa funziona: gli strumenti che già esistono

Chi dice che tutto questo è utopia non sa di cosa parla. Gli strumenti esistono, sono testati, sono disponibili. Il software libero Decidim, sviluppato dal Comune di Barcellona e oggi utilizzato persino dal Governo italiano sulla piattaforma ParteciPa, dal Comune di Milano, dalle Regioni Emilia-Romagna e Puglia, consente a qualunque movimento civico di gestire proposte, deliberazioni, votazioni e tracciabilità delle decisioni in piena trasparenza, senza delegare nulla a Facebook o a Google. Le assemblee cittadine sul clima — come quella milanese o quelle francesi e britanniche — hanno dimostrato che persone comuni, sorteggiate, informate e facilitate da professionisti possono deliberare su temi complessissimi con una qualità spesso superiore a quella parlamentare. I bilanci partecipativi, nati a Porto Alegre quarant’anni fa e diffusi in centinaia di città (tra cui BolognaParmaMilanoRoma) hanno accumulato un patrimonio enorme di lezioni su cosa funziona e cosa no. Poi sono rimasti buone pratiche di cui fregiarsi, senza adottare quelle metodologie nelle organizzazioni.  Loomio è un altro software libero, utilizzato da decine di associazioni e piccole aziende partecipate, per gestire i processi interni: discussioni, decisioni, votazioni. Anche questo permette votazioni utilizzando il metodo Schulze, come nel più articolato software decisionale Liquid Feedback, sviluppato e utilizzato dal Partito Pirata. Eccettuato il Movimento 5 Stelle – che in Italia, pur tra molte ambiguità e involuzioni successive, è stato il primo soggetto politico a portare su larga scala il tema della democrazia diretta e partecipata – gli altri partiti della sinistra e le organizzazioni sindacali hanno finora evitato di utilizzare questi strumenti per paura di sovvertire le loro strutture interne.

E poi c’è la letteratura pratica, quella che si compra in libreria e si legge in un pomeriggio. La guida al metodo del consenso di Beatrice Briggs, per esempio, è un manuale operativo che spiega come si conduce una riunione, come si costruisce un ordine del giorno, come si gestisce un disaccordo senza spaccare il gruppo in maggioranza e minoranza. Niente filosofia, solo procedura. Anche imparare le tecniche della sociocrazia può essere utile per condurre riunioni decisionali efficaci, ben diverse dalle assemblee rituali in cui i leader usano la retorica per conquistare un acritico consenso. È importante, per esempio, analizzare i bisogni degli aderenti all’organizzazione e definire con chiarezza il cambiamento che vogliono raggiungere assieme.  È disarmante constatare quanto poco questi strumenti circolino nelle nostre assemblee, e quanto invece circolino — ormai da decenni — nelle comunità degli ecovillaggi, nei gruppi di acquisto solidale, nelle cooperative agricole, in tutto quel tessuto di esperienze locali che la sinistra politica guarda con sufficienza salvo poi, puntualmente, farsele scivolare tra le dita.

Da cosa iniziare domani mattina

Se dovessi tradurre tutto questo in qualcosa di operativo per una organizzazione politica, o per una qualunque rete territoriale che voglia davvero tentare il salto, proporremmo tre direzioni concrete. Non sono ricette: sono condizioni minime.

La prima è formare facilitatori. Ogni realtà locale dovrebbe avere almeno due o tre persone formate alla facilitazione e al metodo del consenso: serve mestiere. Si impara, esiste una letteratura, esistono formatori italiani seri. È l’investimento più produttivo che un movimento possa fare, perché cambia la qualità di ogni singolo incontro. Una riunione ben facilitata produce in due ore quello che una riunione caotica non produce in dieci.

La seconda è darsi regole scritte, pubbliche, modificabili. Ordini del giorno pubblicati in anticipo. Verbali accessibili a tutti. Tempi di parola regolati e ruotati. Criteri espliciti per le decisioni. Rotazione periodica dei ruoli di coordinamento. Meccanismi chiari per far entrare chi è nuovo e per far uscire, senza drammi, chi vuole fare un passo indietro. La trasparenza procedurale non è burocrazia: è l’unico antidoto reale al leaderismo occulto. Paradossalmente, è ciò che rende possibile l’uguaglianza, non ciò che la contraddice. Chi proclama l’informalità assoluta sta solo difendendo, consapevolmente o meno, il potere di chi  gestisce i processi.

La terza — la più difficile — è accettare la lentezza strutturale dei processi democratici e costruire movimenti a due velocità. Una velocità rapida per rispondere alle emergenze: piazze, prese di posizione pubbliche, campagne mediatiche, azioni dirette. Una velocità lenta per elaborare piattaforme, costruire convergenze durature, formare quadri nuovi, produrre analisi, scrivere proposte di legge. La GKN ha fatto esattamente questo con l’assemblea permanente, il progetto di reindustrializzazione dal basso, la Società Operaia di Mutuo Soccorso, l’azionariato popolare. E infatti è diventata un esempio. Il problema è che è rimasta un esempio isolato, perché nessun altro ha saputo — o voluto — replicarne il paziente lavoro di tessitura.

La posta in gioco

La maggioranza silenziosa di cui parliamo esiste davvero. Lo dimostrano il No al referendum costituzionale, le piazze per la Palestina, la crescita costante dell’astensionismo letto non come disimpegno ma come sfiducia consapevole verso un’offerta politica che non parla più la lingua del paese reale. Ma questa maggioranza non si organizzerà da sola, e non si organizzerà dentro contenitori vecchi. Si organizzerà soltanto se qualcuno saprà offrirle spazi politici credibili: orizzontali nelle pratiche, trasparenti nei processi, rispettosi dei tempi di vita, capaci di produrre risultati visibili senza chiedere l’anima in cambio.

Non si tratta di fondare l’ennesimo soggetto politico nazionale — ne abbiamo già troppi, tutti autosufficienti e molti irrilevanti, convinti di essere l’avanguardia mentre restano incapaci di parlare alle persone reali. Si tratta di sperimentare localmente, con rigore metodologico, forme concrete di convergenza tematica: sulla pace e contro il riarmo, sulla difesa della Costituzione, sulla giustizia climatica, sul diritto alla casa e al lavoro dignitoso. E documentare, raccontare, mettere in rete i risultati. Il rinnovamento delle pratiche politiche non si decreta dall’alto e non si annuncia in un manifesto: si fa, si fa insieme, e si fa imparando dagli errori degli altri  piuttosto che ripetendoli all’infinito.

C’è una frase di Stefano Rodotà che torna spesso, in questi mesi, nelle nostre riflessioni: la democrazia non è uno stato, è un processo. Aggiungiamo: un processo che ha bisogno di infrastrutture, di tecniche, di disciplina. Chi crede nella democrazia sostanziale — quella degli articoli 1, 3 e 49 della Costituzione — ha il dovere di imparare a praticarla, ogni giorno, nei luoghi dove vive e lotta. Imparare a convergere è, oggi, il primo compito politico di chi non si rassegna. Tutto il resto, senza questo, è propaganda.

Mario Sommella e Matteo Minetti

Il capro espiatorio perfetto: quando la politica scarica la giustizia per salvarsi da sé

Dal caso Minetti alla difesa a oltranza di Nordio: anatomia di un governo che ha smesso di rispondere e ha imparato a delegittimare

C’è un istante esatto in cui un governo smette di occuparsi del Paese e comincia a occuparsi di sé. Smette di rispondere ai problemi reali e inizia a difendersi dalle proprie ombre. È un confine sottile, quasi invisibile, ma una volta varcato la politica cambia natura: diventa autoreferenziale, autoassolutoria, ossessivamente concentrata sulla propria sopravvivenza. In queste ore, a Palazzo Chigi, quel confine è stato attraversato senza esitazione. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata davanti ai giornalisti dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026 con un’agenda formale dedicata al decreto Primo maggio, ma con un messaggio politico assai più pesante: il caso della grazia concessa a Nicole Minetti non riguarderebbe il governo. Il governo, anzi, sarebbe ancora una volta vittima. «In Italia c’è sempre un capro espiatorio che è il governo», ha detto la premier, blindando il ministro della Giustizia Carlo Nordio e spostando l’asse delle responsabilità verso la magistratura milanese. La frase, pronunciata con il consueto tono di indignazione recitata, contiene in sé l’intero codice politico di questa stagione: rovesciare il rapporto tra potere e responsabilità, far passare chi governa per chi subisce, trasformare ogni inciampo dell’esecutivo in un complotto altrui.

Per capire la dimensione politica di questa operazione bisogna partire dai fatti, non dalle interpretazioni. Il 18 febbraio 2026 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firma il decreto di grazia a favore di Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda di Forza Italia, condannata in via definitiva a tre anni e undici mesi di reclusione per favoreggiamento della prostituzione e peculato, nei procedimenti Rimborsopoli e Ruby ter. Una condanna che avrebbe dovuto scontare in affidamento ai servizi sociali. La grazia è di tipo umanitario: viene motivata dalla necessità di consentire alla Minetti di assistere un figlio adottivo, conosciuto in un orfanotrofio uruguaiano, presentato come affetto da una grave patologia che richiederebbe cure specialistiche all’estero e in particolare al Boston Children’s Hospital. Il sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, esprime parere favorevole. Il Ministero della Giustizia, sulla base di quel parere, formula la propria proposta favorevole. Il Quirinale firma. Tutto sembra ordinario. Tutto, fino a quando un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano, condotta da Thomas Mackinson, non comincia a smontare, pezzo per pezzo, l’impianto narrativo costruito a sostegno della clemenza, attraverso la consultazione diretta degli atti del Tribunale uruguaiano di Maldonado e una rete di fonti sul territorio.

I dati che emergono sono devastanti. Né l’ospedale San Raffaele di Milano né l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova, citati nell’istanza come strutture che avrebbero sconsigliato l’intervento sul minore, hanno mai avuto in cura quel bambino. Il suo nome non risulta nei loro database. I primari interpellati smentiscono categoricamente. E aggiungono, con un argomento che dovrebbe da solo bastare a far saltare l’intero impianto, che gli interventi di cui si parla vengono normalmente eseguiti in Italia, con esiti positivi documentati. Sull’adozione, il quadro che emerge è ancora più inquietante. La madre biologica del minore, descritta nell’istruttoria come irrintracciabile, sarebbe in realtà una giovane donna uruguaiana di ventinove anni, María de los Ángeles González Colinet, viva e identificata, contro la quale Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani avrebbero intentato una causa per ottenere la separazione definitiva e la decadenza dalla potestà genitoriale. La donna è oggi scomparsa, sparita nel nulla nei giorni stessi in cui a Roma si firmava la grazia, al punto che la polizia uruguaiana ha dovuto diramare un avviso di rintraccio. L’avvocata che assisteva i genitori biologici è morta carbonizzata insieme al marito, anch’egli avvocato. Sono tasselli che, presi singolarmente, possono essere casualità tragiche; presi insieme, disegnano una mappa che richiederebbe accertamenti urgenti e approfonditi.

Quegli accertamenti adesso sono partiti, ma con due mesi di ritardo, e solo dopo che il Quirinale ha dovuto compiere un gesto inedito: scrivere al Ministero della Giustizia, il 27 aprile, per chiedere la verifica della «supposta falsità» degli elementi su cui si era fondata la decisione presidenziale. Una lettera che non si era mai vista, almeno con questo grado di esplicitezza. La presidenza della Repubblica, in altre parole, ha dovuto pubblicamente prendere atto del fatto che la firma del Capo dello Stato era stata apposta su un’istruttoria potenzialmente inquinata, e che gli unici strumenti per chiarire la vicenda erano nelle mani dello stesso Ministero che quella istruttoria aveva costruito. La Procura generale di Milano, una volta riaperto il caso, ha dichiarato di essere pronta a modificare il proprio parere, ha attivato accertamenti urgenti tramite l’Interpol in Uruguay e a Ibiza, ha annunciato che avrebbe trasmesso gli atti per l’apertura di un’indagine penale a carico della Minetti qualora le falsità venissero confermate. Sono, queste, le prime mosse di una macchina giudiziaria che si è messa in moto soltanto dopo essere stata pubblicamente sollecitata, e dopo che un quotidiano, non un’autorità di vigilanza interna, aveva sbattuto in prima pagina ciò che il Ministero non aveva visto o non aveva voluto vedere.

E proprio in questo punto si colloca l’intervento politico di Giorgia Meloni. Davanti a uno scenario imbarazzante, la premier sceglie la strada più antica del repertorio del potere: spostare il bersaglio. Il Ministero della Giustizia, sostiene, sarebbe un mero passacarte, privo di strumenti di indagine, costretto a fidarsi del lavoro della procura. Il ministro Nordio, in sostanza, si sarebbe limitato a inoltrare alla presidenza della Repubblica documenti che altri avevano confezionato. La narrazione è elegante, perfino plausibile a un primo ascolto. Ma è anche profondamente fuorviante. Perché la procedura di grazia, secondo il sistema costituzionale italiano e la pacifica giurisprudenza della Corte costituzionale fissata dalla sentenza 200 del 2006, vede il Ministro della Giustizia titolare esclusivo dell’attività istruttoria. È sua, e soltanto sua, la responsabilità di accertare la veridicità delle pratiche, di chiedere ulteriore documentazione, di valutare in modo critico ciò che gli viene sottoposto. Il Quirinale stesso, in modo inusitato, lo ha ricordato pubblicamente. Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine: si fida di ciò che il ministro gli trasmette. E se quel materiale è viziato, la responsabilità non può che ricadere su chi lo ha confezionato e firmato.

Ridurre Nordio al ruolo di passacarte, dunque, non è soltanto una semplificazione: è una manipolazione. Un’operazione politica che serve a costruire un alibi pubblico, a confezionare per l’opinione pubblica una versione semplificata che funzioni come scudo. Il problema, però, è che questo schema non è isolato. Si inserisce in una traiettoria coerente, dura e premeditata, che attraversa l’intera azione del governo Meloni sul terreno della giustizia. Per leggere correttamente quanto sta accadendo, occorre ripercorrere alcune tappe recenti, perché ciò che si manifesta oggi nel caso Minetti è il prodotto di una linea politica costruita con cura negli ultimi anni. Ed è soprattutto il prodotto di una matrice culturale di lungo periodo: quella stessa matrice che attraversa l’intera storia del centrodestra italiano dalla discesa in campo di Berlusconi in poi, fondata sull’idea che la magistratura sia un avversario politico, una casta antagonista da ridimensionare, un potere usurpatore da rimettere al proprio posto. Un’idea che ha attraversato decenni di propaganda, leggi ad personam, riforme tentate e ritentate, e che oggi torna a galla, in forma aggiornata, nel governo guidato da chi quella tradizione ha contribuito a normalizzare nel discorso pubblico.

Il primo grande inciampo recente è stato il caso Almasri. Il generale libico Najeem Osema Almasri Habish, comandante della polizia giudiziaria di Tripoli, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità per torture e violenze sessuali sistematiche nei centri di detenzione libici, viene individuato in Italia, arrestato e poi rapidamente liberato, con il pretesto di un errore tecnico, e riportato in Libia con un volo di Stato. La gestione di quella vicenda, condotta materialmente dalla capa di Gabinetto del Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, sfocia in un’inchiesta che oggi vede la stessa Bartolozzi indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero. In quei giorni, gli atti mostrano una corrispondenza interna nella quale la dirigente del Ministero chiedeva «massimo riserbo» e ordinava di non lasciare traccia: «niente mail o protocollo». Quel caso ha mostrato, nella sua nudità, il livello di disinvoltura con cui il vertice del Ministero gestisce dossier istituzionalmente delicatissimi, anche in spregio agli obblighi internazionali sottoscritti dall’Italia con la firma dello Statuto di Roma. E ha mostrato, soprattutto, il principio operativo di questa stagione: la difesa del potere viene prima della verità dei fatti.

Il secondo passaggio è stato quello del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia. Una battaglia identitaria del centrodestra, costruita ideologicamente come resa dei conti contro la magistratura, ridotta nella narrazione governativa a casta autoreferenziale, politicamente schierata, ostacolo alla volontà popolare. La campagna referendaria, gestita strategicamente proprio dalla Bartolozzi, è stata segnata da uscite pubbliche destinate a entrare negli annali della comunicazione politica peggiore. La capo di Gabinetto, ospite di una televisione siciliana in un dibattito con la senatrice Ilaria Cucchi, arrivò a sostenere che i magistrati fossero «plotoni di esecuzione» e che con il sì al referendum gli italiani avrebbero potuto «togliersi di mezzo la magistratura». Una frase che ha mostrato, senza più filtri, la natura profonda del progetto: non riformare il sistema, ma neutralizzarlo. La sconfitta è arrivata netta. Il No ha superato il 53 per cento, con un’affluenza vicina al 59. Un risultato politico inequivocabile, che il governo ha tentato di derubricare a episodio tecnico ma che ha lasciato una ferita profonda nella maggioranza. La Bartolozzi è stata costretta a dimettersi il 24 marzo, insieme al sottosegretario Andrea Delmastro, anch’egli travolto da scandali su frequentazioni e quote in società legate ad ambienti opachi.

Il referendum perso non ha però archiviato il progetto: lo ha solo costretto a cambiare forma. Dalla riforma diretta si è passati alla pressione costante, alla delegittimazione quotidiana, alla costruzione di un clima nel quale ogni intoppo della politica venga immediatamente attribuito alla magistratura. È in questo clima che si moltiplicano gli attacchi politici e mediatici al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, magistrato che da decenni vive sotto scorta dopo aver concentrato il proprio lavoro sulla ‘ndrangheta calabrese e che oggi, dal vertice della Procura partenopea, è bersaglio diretto della camorra: lo dimostra l’intercettazione, divenuta pubblica il 31 marzo 2026, del capoclan di Fuorigrotta Vitale Troncone, intercettato nel maggio 2025 mentre dalla cella, davanti alla televisione che trasmetteva un’intervista del magistrato, scandiva la frase «Gratteri, ti sparo in faccia», episodio che ha fatto scattare per il boss l’isolamento e il regime del 41 bis. Un magistrato così esposto, che ha pagato e continua a pagare un prezzo personale altissimo per il proprio lavoro, dovrebbe rappresentare per qualunque governo serio un patrimonio dello Stato da proteggere senza riserve. Invece, anche nei suoi confronti, dal versante governativo arrivano da mesi insinuazioni, ridimensionamenti, attacchi sulla sua presenza pubblica. È in questo stesso clima che si stanno susseguendo i tentativi di ridimensionare l’autonomia delle procure più scomode, di spostare gli equilibri al Consiglio superiore della magistratura, di intervenire sulla prescrizione e sulle intercettazioni con una logica che non ha alcuna parentela con l’efficienza del sistema, e che ha invece molto da spartire con la riduzione del controllo giurisdizionale sui colletti bianchi e sulle aree grigie tra politica, affari e criminalità organizzata. È in questo clima, infine, che irrompe il caso Minetti. E che lo si tenta di chiudere con la formula collaudata: la colpa è dei magistrati. La cornice è già pronta da tempo. Si tratta solo di farvi entrare l’ultimo episodio.

Si comprende allora il senso politico della difesa a oltranza di Nordio. Non si tratta della tutela personale di un ministro, di una solidarietà tra colleghi di partito o di un calcolo di breve respiro. Si tratta di proteggere la cerniera del progetto. Carlo Nordio non è un ministro qualsiasi: è il volto pubblico della battaglia governativa contro la magistratura, l’uomo della separazione delle carriere, il garante simbolico di una stagione che la destra al potere ha voluto trasformare in scontro frontale tra politica e giurisdizione. Le sue dimissioni, in questo quadro, non sarebbero la caduta di un singolo: sarebbero il crollo di un’intera narrazione. Significherebbero ammettere che il Ministero della Giustizia, in questi anni, ha funzionato male. Significherebbero offrire all’opposizione, già rinvigorita dalla vittoria referendaria, un argomento devastante. Significherebbero, soprattutto, mettere in discussione la promessa identitaria su cui Meloni ha costruito una parte consistente del proprio consenso: la rivincita della politica sulla magistratura, la rivalsa contro le toghe rosse, il ripristino di una sovranità governativa percepita come oppressa.

Per evitare tutto questo, il governo è disposto a sacrificare ciò che resta della propria coerenza istituzionale. È disposto a contraddire il Quirinale, a mettere sotto accusa la procura di Milano, a riscrivere persino la grammatica costituzionale della grazia. La conferenza stampa di Meloni del 28 aprile, letta in questa chiave, non è un esercizio di trasparenza: è un’operazione di copertura. È il tentativo, del tutto esplicito, di trasformare un fallimento amministrativo del proprio ministero in un’accusa diffusa al sistema giudiziario nel suo complesso. Quando la premier afferma che «se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto, però questo non è un lavoro che fa il Ministero», sta facendo qualcosa di molto preciso: sta provando a costruire l’idea che, in fondo, i veri responsabili siano sempre i magistrati. Anche quando le carte parlano un’altra lingua, anche quando la procedura prevede che il Ministero verifichi e non si limiti a inoltrare, anche quando l’evidenza politica indica con chiarezza dove si trovi il punto di rottura. Il messaggio implicito è che, qualunque cosa accada, il governo non è mai responsabile. È un meccanismo retorico che mira non solo a salvare Nordio, ma a immunizzare strutturalmente l’esecutivo dalla critica.

Questa operazione ha conseguenze che vanno ben oltre il singolo caso. Erode la base culturale dello Stato di diritto. Ogni volta che la magistratura viene piegata a terreno propagandistico, ogni volta che si insinua il dubbio sistematico su un suo presunto pregiudizio, ogni volta che si trasformano i pubblici ministeri in nemici politici, si scava un solco nella separazione dei poteri, che è il cuore della democrazia costituzionale. Non è retorica accademica. È esperienza concreta di altri Paesi che, sotto governi di destra autoritaria, hanno percorso questa stessa strada con esiti devastanti. L’Ungheria di Orbán, la Polonia del PiS prima della parentesi del governo Tusk, gli Stati Uniti dell’epoca trumpiana hanno mostrato in modo esemplare cosa succede quando la magistratura viene presentata, in modo continuo e martellante, come un nemico interno. Il consenso si polarizza, il dibattito si avvelena, le tutele si svuotano, le minoranze si fragilizzano. La giustizia smette di essere percepita come garanzia comune e comincia a essere letta come strumento di parte. È il primo passo verso la sua riduzione a docile burocrazia, e da lì alla normalizzazione di un esecutivo che decide chi può essere indagato e chi no, chi sconta la pena e chi viene perdonato, chi è cittadino sotto la legge e chi al di sopra.

L’Italia non è ancora a quel punto. Ma sta andando in quella direzione con una rapidità che dovrebbe inquietare. La sconfitta referendaria ha rallentato il percorso ma non lo ha invertito. La pressione sul sistema giudiziario continua a essere costante, su tutti i livelli: parlamentare, mediatico, comunicativo, ministeriale. Il caso Minetti, in questo senso, non è solo l’ultimo tassello di una sequenza imbarazzante: è un test politico. Serve a misurare quanto si possa ancora spingere sull’idea che la responsabilità sia sempre altrove. Quanto si possano riassorbire scandali apparenti senza pagare alcun prezzo. Quanto la pubblica opinione sia ormai abituata, per inerzia o per consenso preventivo, a una logica binaria nella quale ogni difficoltà del governo viene interpretata come trama esterna. Ed è anche un test sulla tenuta del giornalismo d’inchiesta, perché senza l’ostinazione di una redazione che ha scavato sotto la superficie patinata di un atto presidenziale, oggi non staremmo discutendo di nulla. Il bambino non visitato, la madre biologica scomparsa, l’avvocata morta tra le fiamme sarebbero rimasti dettagli sepolti in un fascicolo che nessuno avrebbe più riaperto.

C’è poi un’altra dimensione, meno visibile ma non meno politica, che attraversa questa vicenda. Mentre il governo brucia energie nel proteggere un ministro e nel costruire alibi pubblici, mentre la maggioranza si stringe attorno a una narrazione difensiva, mentre la conferenza stampa di Palazzo Chigi viene monopolizzata dal caso Minetti, ciò che resta sullo sfondo è il Paese reale. Il Paese delle morti sul lavoro che continuano a essere quotidiane e silenziose, ignorate dai vertici istituzionali. Il Paese dei salari fermi da decenni mentre i profitti delle grandi imprese crescono. Il Paese in cui la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo e milioni di cittadini rinunciano a curarsi. Il Paese delle disuguaglianze territoriali aggravate dall’autonomia differenziata, della precarietà giovanile cronicizzata, dell’emergenza abitativa che strangola le grandi città. Tutto questo non scompare perché un governo decide di occuparsi di altro. Continua a esistere, a pesare, a produrre sofferenza concreta. Ma viene oscurato da una macchina narrativa che ha bisogno di scontri visibili, di nemici plastici, di drammi istituzionali da esibire. La grande operazione di copertura non è soltanto sul caso Minetti: è sulla realtà sociale del Paese, sistematicamente espunta dal dibattito pubblico per lasciare spazio alle guerre di posizione del potere.

Sullo sfondo di tutto questo resta una figura solitaria e silenziosa: il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, alla sua seconda riconferma, è ormai diventato il punto di equilibrio di un sistema che troppo spesso scarica su di lui le tensioni che la politica non sa o non vuole gestire. La lettera del 27 aprile al Ministero della Giustizia è stata, in questo senso, un atto di difesa istituzionale ma anche un segnale di profondo disagio. Il Quirinale ha fatto sapere che la firma presidenziale era stata apposta sulla base di un’istruttoria che oggi appare quantomeno lacunosa, se non inquinata; ha rivendicato che il Capo dello Stato non dispone di poteri investigativi propri; ha rispedito al mittente la responsabilità della verifica. È, di fatto, un richiamo costituzionale al rispetto dei ruoli. Ma anche il più garbato dei richiami presidenziali non può sostituirsi alla mancata assunzione di responsabilità da parte del governo. Lo Stato non si regge soltanto sulla tenuta del Quirinale. Si regge sulla capacità di ogni attore istituzionale di rispondere del proprio operato. E quando questa capacità si dissolve, il sistema scarica tutto sull’ultimo argine, fino a renderlo logoro. Mattarella è oggi quell’ultimo argine, e proprio per questo il suo silenzio successivo alla difesa di Nordio da parte di Meloni non è neutrale: è la misura precisa di una distanza istituzionale che cresce, e che lascia presagire ulteriori passaggi, se i nodi non verranno sciolti.

La domanda che resta è dunque la più scomoda. Chi controlla davvero chi governa? Quando l’esecutivo costruisce con metodo una narrazione di vittimismo permanente, quando ogni inciampo viene presentato come complotto, quando la magistratura viene incessantemente delegittimata, e quando il Capo dello Stato diventa l’unica figura di mediazione possibile, lo spazio del controllo democratico si restringe. Non sparisce, ma si comprime. E in quello spazio compresso prosperano le opacità: le grazie sospette, le istruttorie incomplete, gli scarichi di responsabilità, i ministri intoccabili, le capomastre dei gabinetti che gestiscono dossier scottanti senza lasciar traccia, i sottosegretari travolti da scandali e poi ricollocati altrove. La vera scoperta del caso Minetti non è il dettaglio dell’adozione contestata o del bambino mai visitato negli ospedali italiani. La vera scoperta è la disinvoltura con cui un’istituzione delicatissima — quella della grazia, prerogativa dei capi di Stato repubblicani da oltre settant’anni — è stata gestita, e la spregiudicatezza con cui, una volta venuto al pettine il nodo, il governo ha scelto di trasformare l’errore in un’ulteriore occasione di scontro contro la magistratura.

A questo punto la questione non riguarda più Nicole Minetti, e nemmeno Carlo Nordio. Riguarda il modello di potere che si sta affermando in Italia. Un modello che non risponde, ma si difende. Che non chiarisce, ma confonde. Che non si assume responsabilità, ma cerca sempre un altro colpevole. È un modello che ha imparato a sopravvivere agli scandali grazie alla normalizzazione del cinismo, all’esaurimento dell’opinione pubblica, alla complicità sistemica di un’informazione mainstream sempre più impigrita e sempre più allineata. Ed è un modello che, finché regge, avrà bisogno di nuovi capri espiatori. Oggi sono i magistrati di Milano. Ieri erano i giudici della Corte penale internazionale. Domani saranno i giornalisti che rifiutano di tacere, le associazioni che non si piegano, gli intellettuali che osano ricordare la Costituzione. Il bersaglio cambia, lo schema resta. Ed è uno schema che, lasciato lavorare a lungo, non corrode soltanto la credibilità di un governo: corrode il tessuto stesso della convivenza democratica.

Eppure proprio qui può cominciare la riscossa di una cultura politica diversa. Perché l’unica risposta possibile a un potere che si trincera dietro la propaganda è la riaffermazione testarda dei fatti. È la difesa della separazione dei poteri come bene comune, non come privilegio corporativo. È il rifiuto di accettare l’inversione delle responsabilità. È la consapevolezza che il controllo democratico non si esaurisce nelle urne, ma vive ogni giorno nella capacità di chiedere conto, di verificare, di non smettere di porre domande scomode. Il caso Minetti, da questo punto di vista, non è la fine di nulla. È un passaggio. Una prova di tenuta. Un altro segnale, tra i tanti, di quanto sia urgente riportare in equilibrio il rapporto tra potere e responsabilità in un Paese che continua a barcollare al confine di una deriva che ancora si può evitare. A condizione di non smettere mai di guardarla per quello che è. E di chiamarla, per quello che è, con il suo nome.

Fonti
— Il Fatto Quotidiano, inchiesta di Thomas Mackinson sulla grazia a Nicole Minetti, aprile 2026.
— ANSA, «Il Quirinale scrive a Nordio sulla grazia a Minetti, nuove verifiche», 27 aprile 2026.
— Il Foglio, «Mattarella scrive a Nordio sulla grazia a Minetti», 27 aprile 2026.
— Sky TG24, conferenza stampa di Giorgia Meloni dopo il Consiglio dei ministri del 28 aprile 2026.
— Il Messaggero, «Nicole Minetti, Meloni: ‘Mi fido di Nordio, escludo le dimissioni’», 28 aprile 2026.
— Editoriale Domani, «Caso Nicole Minetti, scontro su Nordio», 28 aprile 2026.
— Sky TG24, dichiarazioni di Giusi Bartolozzi su Telecolor Sicilia, 9 marzo 2026.
— Il Foglio, «Bartolozzi si dimette dopo aver mandato Nordio allo sbaraglio», 25 marzo 2026.
— Fanpage, «Tutti gli scandali di Giusi Bartolozzi», 25 marzo 2026.
— Il Fatto Quotidiano, «Ti sparo in faccia: minacce di un boss al procuratore di Napoli Gratteri», 31 marzo 2026.
— Corte Costituzionale, sentenza n. 200 del 2006 sull’istituto della grazia.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0 — Pagina di

L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO

C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.

Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.

Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

Non è una coincidenza. È una connessione.

La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta

I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.

Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.

La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.

Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.

Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

È in questo vuoto che crescono le destre radicali.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.

Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci

C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.

Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.

E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.

Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro

Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.

In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.

Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.

E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.

Così il campo resta libero.

E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.

Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale

Siamo dentro un passaggio storico.

Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.

Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.

Non è un’utopia. È una necessità.

Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.

E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.

La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

L’energia che abbiamo in casa: il sabotaggio sistemico dell’autosufficienza italiana

Mentre il Paese discute da chi comprare il prossimo metro cubo di gas, le rinnovabili dimostrano numeri alla mano che la sovranità energetica è già nelle nostre mani. A ostacolarla non è la fisica, ma un modello economico e una subordinazione geopolitica che hanno bisogno di tenerci dipendenti.

Dipendiamo dall’estero per circa tre quarti del nostro fabbisogno energetico. È la prima cosa da scrivere, perché è la cornice dentro cui ogni discussione pubblica sull’energia viene incanalata, sterilizzata, ridotta a una scelta tra fornitori. Il dato lo conferma l’ISPRA, lo confermano Eurostat e i bilanci energetici nazionali: petrolio, gas, una fetta non trascurabile di elettricità arrivano dall’estero. È in questa cornice che le guerre del Medio Oriente, le tensioni nel Golfo, le oscillazioni del rublo e i ricatti politici via gasdotto si trasformano automaticamente in bollette, in inflazione, in stipendi che non bastano. Si chiama dipendenza strutturale, ed è la condizione che la classe dirigente italiana ha scelto di considerare come un destino naturale, e non come una decisione politica.

Il dibattito pubblico viene così confezionato in un eterno ballottaggio: meglio l’asse americano o quello russo, il GNL o il TAP, l’Algeria o il Qatar, e adesso, di nuovo, il rilancio del nucleare come se fosse una novità rivoluzionaria. La domanda decisiva, però, non viene mai posta: perché continuiamo a comprare ciò che abbiamo già? Perché un Paese immerso nel sole, nel vento, nelle correnti d’acqua e nel calore della terra discute ancora come se vivesse in un bunker buio, costretto a mendicare combustibile da chiunque ce lo voglia vendere?

Lo svuotamento dei serbatoi e la finzione della scelta

I combustibili fossili che bruciamo non sono una risorsa rinnovabile messa lì per noi. Sono il deposito di milioni di anni di processi geologici, e li stiamo trasferendo in atmosfera in pochi decenni con una velocità che la storia del pianeta non aveva mai conosciuto. La concentrazione di anidride carbonica ha superato nella primavera del 2026 le 430 parti per milione, contro le meno di 320 del 1960: un’accelerazione brutale, che non ha precedenti nei carotaggi glaciali, e che non potrà essere riassorbita nei tempi della nostra civiltà. Le riserve economicamente accessibili dureranno qualche decennio. Tantissimo, per chi ragiona dentro la finestra di un mandato elettorale. Niente, per chi prova a immaginare il mondo dei propri figli.

Dentro questa cornice, il rilancio del nucleare di nuova generazione, presentato come scelta di coraggio e modernità, è in realtà una replica esatta dello stesso schema. L’uranio non lo abbiamo, lo dovremmo importare. I cosiddetti reattori modulari di piccola taglia non esistono ancora come tecnologia commerciale matura, costano più di quanto si dica e quando saranno operativi serviranno comunque uranio arricchito, ovvero un’altra catena di fornitura controllata da pochi attori globali. Le riserve di uranio economicamente sfruttabili, se davvero il nucleare diventasse una fonte importante della domanda mondiale, non durerebbero molto di più di quelle di petrolio. E rimane il dettaglio non trascurabile dei rifiuti radioattivi, da custodire per migliaia di anni. È, in altre parole, lo stesso paradigma della dipendenza, travestito da innovazione.

La parola d’ordine ufficiale è “diversificazione delle fonti”. Ma diversificare i fornitori della propria schiavitù non è libertà: è solo una versione più sofisticata della stessa servitù. La fisica e l’aritmetica suggeriscono un’alternativa che la politica si rifiuta ostinatamente di prendere sul serio.

Dal gas russo al GNL americano: il prezzo politico della subordinazione

Per capire fino in fondo che cosa significhi oggi, in concreto, “dipendenza energetica” in Italia, basta ripercorrere gli ultimi quattro anni. Fino al 2021, circa il quaranta per cento del gas naturale che alimentava le case, le imprese e le centrali elettriche italiane arrivava dalla Russia, attraverso una rete di metanodotti costruita in decenni di rapporti commerciali stabili e a prezzi tra i più competitivi del continente. Quella fornitura non era una concessione politica: era il risultato di accordi industriali di lungo periodo che, piaccia o no, garantivano al sistema produttivo italiano un costo dell’energia compatibile con la concorrenza internazionale. Su quell’equilibrio si reggeva una parte significativa della manifattura del Paese.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, la scelta di Bruxelles, sotto pressione esplicita di Washington, è stata l’imposizione progressiva di un regime sanzionatorio che ha avuto come effetto pratico l’azzeramento o quasi delle importazioni di gas russo verso l’Europa occidentale. Le sanzioni sono state presentate come una risposta etica e necessaria all’aggressione. Quattro anni dopo è onesto guardare ai risultati: l’economia russa, contrariamente alle previsioni euforiche dei nostri ministri, ha tenuto, riorientando le proprie esportazioni verso Cina, India e mercati asiatici; la guerra non si è fermata; il continente europeo ha pagato un prezzo macroeconomico devastante in termini di inflazione energetica, deindustrializzazione, impoverimento delle famiglie e perdita di competitività. Le sanzioni, costruite per piegare Mosca, hanno colpito soprattutto chi le ha imposte. Hanno ucciso intere filiere produttive europee, hanno spinto fuori dal mercato decine di migliaia di piccole e medie imprese, hanno generato un trasferimento di ricchezza dal continente europeo alla potenza che quelle sanzioni le ha ispirate.

Il vuoto lasciato dal gas russo è stato infatti colmato, in larghissima parte, dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti, trasportato via nave attraverso l’Atlantico, rigassificato in impianti costruiti o riattivati a tempo di record, rivenduto sul mercato europeo a prezzi che, nei picchi del 2022 e del 2023, sono arrivati a essere quattro o cinque volte superiori a quelli che si pagavano prima della crisi. I produttori americani di shale gas, le compagnie statunitensi di trasporto, gli operatori dei rigassificatori hanno realizzato profitti storici. La famiglia italiana media ha visto la bolletta moltiplicarsi, l’azienda energivora ha visto evaporare il margine, l’operaio ha visto il salario reale erodersi. Il “costo della libertà”, ci è stato spiegato, andava sopportato. Ma è una libertà che pesa solo su chi la paga, mai su chi l’ha imposta.

Questa parentesi geopolitica è decisiva per capire la direzione politica del discorso energetico nazionale. La dipendenza dalla Russia, fondata su rapporti commerciali strutturati, è stata sostituita da una dipendenza atlantica più costosa, più precaria, più volatile, più esposta alle oscillazioni di un mercato spot dominato da pochi grandi operatori americani. La sovranità che si dichiarava di voler difendere, in nome dei valori, è stata di fatto ceduta a un partner esterno che oggi detta il prezzo dell’energia europea con un’ampiezza di manovra che la Russia, ai tempi dei contratti pluriennali Eni-Gazprom, non aveva mai avuto. Tutto questo, mentre il governo italiano continua a presentarsi come campione della sovranità nazionale. La sovranità, evidentemente, vale sui confini meridionali e nelle politiche identitarie, non sul prezzo del kilowattora.

L’aritmetica imbarazzante delle rinnovabili

Eppure bastano poche operazioni elementari per capire che da questa trappola si esce, e si esce dal lato delle fonti rinnovabili distribuite. Un metro quadro di pannelli fotovoltaici di tecnologia commerciale produce, mediamente, 150-200 chilowattora di elettricità all’anno alle nostre latitudini, con variazioni dovute a esposizione e zona geografica. Il fabbisogno energetico complessivo italiano, comprendendo tutto, dai trasporti alle industrie al riscaldamento domestico, vale all’incirca un migliaio di terawattora all’anno. Una semplice divisione restituisce un numero che dovrebbe inchiodare alla parete chiunque progetti politiche energetiche: per coprire interamente quel fabbisogno servirebbero, in prima approssimazione, seimila chilometri quadrati di pannelli.

Sembra tanto. È circa il due per cento del territorio nazionale. Per coprire solo i consumi elettrici, basta meno dell’uno per cento. E qui il discorso diventa beffardo: in Italia il suolo già impermeabilizzato, ovvero perso definitivamente per agricoltura e biodiversità, è stimato fra il sette e l’otto per cento del territorio, e continua a crescere a un ritmo dell’ordine di due virgola sette metri quadrati al secondo. Capannoni dismessi, centri commerciali a parallelepipedo, parcheggi da decine di ettari, piazzali industriali, tetti di palazzi, tetti di scuole, di ospedali, di stazioni: la superficie utilizzabile c’è già, ed è enorme. Non occorre toccare un solo ettaro di terreno agricolo o di paesaggio. Occorre invece prendere atto che chi parla di “suolo consumato dal fotovoltaico” usa un argomento ambientalista per difendere un modello energetico anti-ambientale.

Ma il sole è solo l’esempio più immediato. L’aria che si muove sopra le creste appenniniche e sui mari italiani vale, secondo le stime di settore, più di sessanta gigawatt di potenziale eolico a terra e oltre duecento gigawatt offshore, soprattutto al Sud e nei tratti adriatici e tirrenici più ventosi. Le acque che scendono dai monti continuano a generare energia anche fuori dai grandi bacini, semplicemente attraversando turbine ad acqua corrente. Il calore profondo della crosta terrestre, di cui l’Italia è uno dei territori europei più ricchi, potrebbe fornire decine di migliaia di terawattora all’anno. Le maree, il moto ondoso, le correnti costiere sono fonti meno mature ma niente affatto trascurabili. La somma di queste disponibilità, già oggi, supera abbondantemente qualsiasi fabbisogno ragionevole.

La complementarità tra le fonti è il punto chiave. Il sole non c’è di notte, ma il vento spesso sì. L’estate è solare, l’inverno è ventoso e idrico. Il calore geotermico è costantemente disponibile. Quando una sorgente cala, un’altra compensa. E sopra tutto questo si è già stratificato un sistema di accumulo che sta cambiando rapidamente: il prezzo delle batterie è crollato di un ordine di grandezza in quindici anni, oggi costano meno di un decimo rispetto al 2010, e l’accumulo non è solo elettrochimico. Esistono pompaggi idroelettrici, sali fusi, accumulo termico, idrogeno verde da elettrolisi, volani inerziali. Quando la batteria al litio finisce il suo ciclo di vita utile, dopo vent’anni rende ancora intorno all’ottanta per cento ed è pienamente riciclabile. La narrazione “ma poi le batterie sono un problema ambientale” è una rappresentazione fuorviante di un settore in piena trasformazione tecnologica.

Una rete pensata per l’energia degli altri

Il problema, vero questa volta, non è la materia prima. Il problema è l’infrastruttura. La rete elettrica italiana è stata progettata e cresciuta secondo una logica novecentesca: pochi grandi centri di produzione, idroelettrici o termoelettrici, che generano alta tensione da trasportare a grande distanza, fino al gradino domestico raggiunto attraverso due trasformazioni successive. È una rete piramidale, dall’alto verso il basso, costruita attorno alla figura della grande centrale e della grande compagnia che la gestisce. Sovrapporre a questo schema una produzione diffusa, capillare, dal basso verso l’alto, fatta di milioni di tetti, di piccoli impianti eolici, di micro-idroelettrici, espone il sistema a oscillazioni di tensione e a problemi di sincronia di fase. Senza un ripensamento strutturale, la rete diventa instabile.

Ripensare la rete significa esattamente questo: passare da un’architettura gerarchica a una architettura distribuita, in cui ogni territorio produce e consuma localmente la maggior parte della propria energia, e l’interconnessione fra territori serve a redistribuire eccedenze e a colmare carenze. È una rivoluzione tecnica, ma è soprattutto una rivoluzione politica, perché cambia chi possiede l’energia, chi la decide, chi ne ricava profitto. La logica delle comunità energetiche, già oggi prevista dalle normative europee e progressivamente recepita in Italia, va in questa direzione: cittadini, piccole imprese, enti locali che si associano per produrre, consumare e scambiare energia su base territoriale, riducendo al minimo il flusso lungo le grandi distanze e tenendo per sé il valore prodotto.

Per fare questo serve una scelta esplicita: indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso la ristrutturazione della rete, l’elettrificazione spinta dei consumi finali, lo sviluppo dei sistemi di accumulo, la formazione tecnica diffusa. Non è materia per dichiarazioni. È materia per piani industriali, per leggi finanziarie, per scelte di bilancio. È, in altre parole, materia di volontà politica.

L’ostacolo non è tecnico, è politico

Se questa strada è così evidente, perché non viene imboccata? La domanda contiene già la risposta, ma è scomoda da formulare. L’energia distribuita ridistribuisce anche il potere. Una rete fatta di milioni di produttori-consumatori, di cooperative territoriali, di municipalizzate ripensate come operatori energetici, di comunità locali che decidono cosa fare della propria sovrapproduzione, è una rete in cui il margine dei grandi operatori si comprime, in cui la rendita dei detentori dei combustibili fossili evapora, in cui il ruolo dei traders di gas e di petrolio diventa marginale. È una rete in cui non c’è più bisogno di rigassificatori imposti dall’alto, di gasdotti contesi, di centrali nucleari da finanziare con decine di miliardi di soldi pubblici, di navi cariche di GNL che attraversano l’Atlantico per consegnare al continente europeo lo stesso gas che il continente europeo, dieci anni prima, comprava ad un quinto e meno della metà del costo logistico.

È esattamente per questo che, ogni volta che il discorso si avvicina al cuore della transizione, salta fuori l’argomento del “mercato”. Si invoca la concorrenza, si difendono le compatibilità di sistema, si avvisa che la generazione distribuita rischia di alterare gli equilibri tariffari, di danneggiare gli operatori, di creare distorsioni regolatorie. Ed è un argomento che ha la stessa logica del paziente che, dopo aver scoperto un tumore, si chiede se la diagnosi non comprometta la salute del tumore stesso. La crescita competitiva illimitata, quando avviene dentro un organismo finito, ha un nome preciso in biologia: si chiama cancro. Quando avviene dentro un sistema economico finito, in un pianeta finito, con risorse finite, produce gli stessi effetti distruttivi. La differenza è che, per il pianeta, non esiste chemioterapia.

L’ARERA, il regolatore italiano dell’energia, ha tra i propri compiti la tutela del consumatore, ma è di fatto uno dei principali custodi di un assetto di mercato pensato per i grandi operatori. Le comunità energetiche, in Italia, sono cresciute lentamente, frenate da regole farraginose, soglie tecniche restrittive, procedure autorizzative che scoraggiano i piccoli soggetti. Mentre i Paesi del Nord Europa hanno sviluppato in dieci anni interi distretti energetici autosufficienti, in Italia siamo ancora a discutere di scaglioni e perimetri amministrativi. Non è incompetenza: è precisamente la funzione che il sistema attribuisce alla regolazione, quella di rallentare il cambiamento per non disturbare le rendite.

Elettrificare il Paese, non solo la luce di casa

Va aggiunto un punto che spesso sfugge nel dibattito. L’elettricità copre oggi all’incirca un quinto dei consumi energetici italiani. Tutto il resto, dai trasporti pesanti al riscaldamento domestico, dall’industria pesante alla cottura dei cibi, passa ancora prevalentemente per combustibili fossili. La transizione vera non consiste solo nel produrre più rinnovabili, ma nell’elettrificare progressivamente tutto ciò che oggi non lo è. La mobilità privata e pubblica, in primis: veicoli elettrici alimentati da rete prevalentemente rinnovabile, trasporto ferroviario sviluppato come spina dorsale della logistica nazionale, mobilità urbana ripensata. Il riscaldamento residenziale, attraverso pompe di calore alimentate da fotovoltaico e accumulo. Una parte della produzione industriale, dove le tecnologie sono già mature. Quel che resta, e non è poco, può essere coperto da idrogeno verde prodotto per elettrolisi nei momenti di sotto pproduzione rinnovabile.

Tutto questo non è uno scenario futuribile. Sta già accadendo, in misura significativa, in altri Paesi europei. L’Italia è in ritardo non perché manchi di tecnologia o di risorse, ma perché manca di una decisione politica chiara, e perché chi quella decisione dovrebbe prenderla è troppo intrecciato con gli interessi che da quel ritardo traggono profitto. Il governo che oggi guida il Paese parla di sovranità in ogni ambito, dai confini alle istituzioni alla cultura, ma sull’unica forma di sovranità che potrebbe davvero rendere l’Italia autonoma — quella energetica — sceglie sistematicamente la subordinazione.

L’emergenza che fingiamo di non vedere

Tutto questo discorso non è un esercizio teorico. Non è ambientalismo da salotto. Siamo in emergenza conclamata. Ogni anno gli eventi climatici estremi sul territorio italiano costano vite, devastano valli, sommergono pianure agricole, distruggono infrastrutture e bilanci comunali. Le frane in Emilia, le alluvioni in Toscana, le ondate di calore al Sud, lo scioglimento accelerato dei ghiacciai alpini non sono incidenti meteorologici. Sono il prezzo, già fatturato e ancora interamente da pagare, di un modello energetico che continuiamo a difendere come se fosse intoccabile. E sono il prezzo, anche, di una geopolitica della dipendenza che ci consegna a ricatti, conflitti, oscillazioni dei mercati, complicità con regimi che fingiamo di disapprovare e sudditanze verso alleati che non ci hanno mai trattato come pari.

La transizione alle rinnovabili distribuite non è solo una questione ambientale. È, contemporaneamente, una questione di pace, perché spegne molte delle ragioni economiche delle guerre per le risorse e priva di pretesti chi, in nome di valori astratti, costruisce coalizioni militari per controllare flussi materiali. È una questione di democrazia, perché restituisce ai territori il controllo di un bene essenziale. È una questione di giustizia sociale, perché toglie potere a un’oligarchia di rendita e lo restituisce a chi lavora, vive, abita un luogo. Ed è, in fondo, una questione di dignità nazionale, parola che oggi viene troppo spesso usata per coprire scelte di servitù.

Eppure, nel teatro pubblico, si continua a parlare di rigassificatori, di nuovi accordi con dittature petrolifere, di piccoli reattori che si costruiranno chissà quando, di navi cariche di gas liquefatto che arrivano da oltre oceano a prezzi che pagheremo per anni. E il sole continua a sorgere ogni mattina sopra trecentomila chilometri quadrati di Paese, gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Lo guardiamo come si guarda un creditore antipatico, quasi imbarazzati dalla sua disponibilità. Non c’è bisogno di importarlo, non lo si può embargare, non lo si può tagliare con una crisi diplomatica, non lo si può sanzionare. Forse è esattamente per questo che chi vive di crisi, di emergenze e di dipendenze indotte non ha alcun interesse a farcene accorgere.

L’energia ce l’abbiamo in casa. È il modello che ci vuole inquilini in casa nostra, costretti a pagare l’affitto a qualcun altro per qualcosa che è già nostro. Riconoscerlo, e farlo diventare cornice di ogni discussione pubblica successiva, è la prima vera mossa politica di ogni transizione possibile. Tutto il resto è scenografia.


Fonti

ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale — rapporti annuali su consumo di suolo, emissioni e inventario energetico nazionale.
Eurostat, statistiche sulla dipendenza energetica degli Stati membri dell’Unione Europea e sulle importazioni di gas naturale per provenienza.
Terna S.p.A., dati sul sistema elettrico italiano e sulla produzione da fonti rinnovabili.
GSE, Gestore dei Servizi Energetici — Rapporto statistico sulle fonti rinnovabili in Italia.
MASE, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica — bilanci di approvvigionamento gas e dati sulle importazioni di GNL.
ISTAT, dati sul territorio e sull’uso del suolo in Italia.
Legambiente, rapporto annuale Comunità Rinnovabili.
IRENA, International Renewable Energy Agency — Renewable Capacity Statistics e World Energy Transitions Outlook.
IEA, International Energy Agency — World Energy Outlook e Gas Market Report.
NOAA, Global Monitoring Laboratory — serie storica delle concentrazioni di CO₂ atmosferica (Mauna Loa).
BloombergNEF, Battery Price Survey — andamento storico del costo dei sistemi di accumulo elettrochimico.
Bruegel, European natural gas imports e Sanctions on Russia — analisi e dataset sull’andamento delle importazioni europee di gas e sull’impatto economico delle sanzioni.
EIA, U.S. Energy Information Administration — dati sulle esportazioni di GNL statunitense verso l’Europa.
Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II) e Direttiva (UE) 2023/2413 (RED III) sulle comunità energetiche e l’autoconsumo collettivo.
ARERA, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente — relazioni annuali e provvedimenti sull’autoconsumo diffuso.
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«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Il 25 aprile e la Costituzione

Una memoria che è ancora dovere: la Liberazione, il sacrificio dei partigiani, le voci della Costituente e la Carta nata dalla Resistenza che oggi gli eredi del fascismo vorrebbero stravolgere

Ottantun anni fa, il 25 aprile 1945, l’Italia tornava ad essere se stessa. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale; Milano, Torino, Genova si liberavano dal nazifascismo prima ancora che vi giungessero gli Alleati; le città e le campagne respiravano per la prima volta, dopo vent’anni di dittatura e venti mesi di occupazione tedesca, l’aria pulita della libertà. Quella data non è una commemorazione: è un atto di nascita. È il giorno in cui un popolo umiliato, deportato, fucilato, bombardato, ha ritrovato la propria voce — e con essa il diritto di scrivere, tre anni dopo, la più bella Costituzione del Novecento europeo.
Eppure proprio oggi, mentre quel giorno torna sul calendario, sentiamo crescere intorno a noi un rumore di fondo che vorrebbe spegnerlo. Un governo che esita a pronunciare la parola «antifascismo». Una destra che si richiama a ciò da cui la Resistenza ci ha liberati. Tentativi di stravolgere quella Carta che proprio sui caduti partigiani ha costruito ogni suo articolo. È in questo contesto che il 25 aprile va letto come non semplice anniversario, ma come consegna: un testimone che le generazioni del riscatto ci hanno passato, e che a noi tocca non lasciar cadere.
I. Il giorno che ci ha restituiti a noi stessi

Per capire che cosa è stato il 25 aprile bisogna ricordare da dove veniva l’Italia. Veniva dal 1922, dalla marcia su Roma, dalle leggi fascistissime, dal delitto Matteotti, dalle migliaia di antifascisti incarcerati al confino, dalle leggi razziali del 1938 che strapparono alla cittadinanza ebrei italiani che avevano combattuto per la Patria nel 1915-18. Veniva da una guerra voluta dal regime al fianco della Germania nazista, da Cefalonia, dai rastrellamenti, dai treni piombati per Auschwitz e Mauthausen, dalle Fosse Ardeatine, da Sant’Anna di Stazzema, da Marzabotto. Veniva da venti mesi di Repubblica di Salò che furono, per molte zone del Centro-Nord, i mesi più feroci dell’intera occupazione: la collaborazione attiva con le SS, le delazioni, le brigate nere, la guerra civile dichiarata contro i propri fratelli.
Da quel fondo di abisso, il 25 aprile fu la riemersione. Non un dono delle truppe alleate, come una vulgata revisionista vorrebbe far credere — gli Alleati combattevano una guerra mondiale, non la nostra rinascita morale — ma una conquista pagata in proprio, con il sangue dei partigiani, con la fame e il coraggio della popolazione civile, con l’organizzazione clandestina del Comitato di Liberazione, con gli scioperi del 1943 e del 1944, con le città che insorsero ore prima dell’arrivo degli eserciti regolari. Il 25 aprile è il giorno in cui la nazione, abbandonata dal suo re e dai suoi generali nel settembre del 1943, ha dimostrato di saper trovare in sé stessa la forza di rinascere.
E quel giorno ha un volto e una voce. Il volto è quello dei partigiani, dei renitenti alla leva di Salò, degli operai che fermarono le fabbriche, delle staffette in bicicletta, degli ebrei nascosti dai contadini, dei sacerdoti e dei carabinieri che si rifiutarono di consegnare i loro concittadini. La voce è quella di Sandro Pertini, socialista, partigiano, futuro Presidente della Repubblica, che proprio quel 25 aprile dai microfoni di Radio Milano Libera proclamava lo sciopero generale contro l’occupante tedesco e i suoi complici, e annunciava la nascita di una Repubblica democratica. Quella voce alla radio è il primo articolo non scritto della nostra Costituzione.
II. La Resistenza come matrice costituzionale

La Costituzione italiana non nasce per partenogenesi. Non è un trattato accademico, non è un compromesso fra burocrazie, non è il prodotto di un consulente giuridico illuminato. La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza, e questa non è una formula retorica: è un fatto storico documentabile articolo per articolo. I costituenti che si insediarono il 25 giugno 1946, eletti il 2 giugno con il primo voto a suffragio universale autenticamente esteso anche alle donne, erano in larga maggioranza protagonisti diretti della lotta di liberazione. Avevano combattuto sui monti, in carcere, al confino, in clandestinità, nei lager nazisti.
Umberto Terracini, comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella sua fase decisiva, era stato condannato dal Tribunale Speciale fascista a ventidue anni di carcere, dei quali ne aveva scontati diciotto fra reclusorio e confino. Sandro Pertini era stato condannato a undici anni dopo dieci passati in galera. Lelio Basso era stato arrestato sei volte. Concetto Marchesi, illustre latinista, aveva pronunciato dall’aula magna dell’Università di Padova nel novembre 1943 il celebre appello agli studenti perché si unissero alla Resistenza, ed era poi fuggito in Svizzera per non essere catturato. Giuseppe Dossetti, cattolico democristiano, aveva guidato il CLN di Reggio Emilia. Teresa Mattei, la più giovane fra i costituenti, aveva venticinque anni ed era stata partigiana combattente nei GAP fiorentini; suo fratello Gianfranco era stato torturato dalle SS in via Tasso e si era ucciso per non parlare. Nilde Iotti aveva fatto la staffetta partigiana sull’Appennino reggiano. Teresa Noce era reduce dal lager di Ravensbrück.
Quando si dice che la Costituzione è figlia della Resistenza, si dice esattamente questo: i suoi articoli sono stati scritti da uomini e donne che avevano corpi segnati dalla tortura, parenti uccisi, anni di vita rubati dal regime. Ogni articolo che parla di libertà personale, di habeas corpus, di pluralismo, di parità, di lavoro come fondamento della Repubblica, è la traduzione giuridica di una esperienza esistenziale di privazione. È per questo che chi tocca la Costituzione tocca, indirettamente, anche le ossa di chi è morto perché potesse essere scritta.
Il miracolo di quella Carta — è opportuno ribadirlo — è di essere stata scritta insieme da forze politiche profondamente diverse, ideologicamente contrapposte, che proprio negli anni della Resistenza avevano saputo trovare nel Comitato di Liberazione Nazionale il loro punto di unità. Cattolici e comunisti, socialisti e liberali, azionisti e democristiani: erano matrici culturali e politiche lontane, in alcuni casi opposte, ma all’interno della lotta partigiana avevano combattuto fianco a fianco, ciascuno sotto la propria bandiera, contro lo stesso nemico. Lo spirito del CLN fu esattamente questo: tenere insieme, in un unico progetto resistenziale, identità politiche che fuori dalla guerra di liberazione sarebbero state difficilmente conciliabili. Il patto non fu di rinunciare alle proprie idee, ma di subordinarle, per il tempo necessario, alla causa comune della libertà. Brigate Garibaldi, Brigate Matteotti, formazioni di Giustizia e Libertà, Brigate Osoppo, formazioni autonome: nomi differenti, ispirazioni differenti, ma una sola direzione politico-militare e un solo obiettivo storico.
È quello stesso spirito — non un compromesso al ribasso, ma un patto unitario fra diversi — che si trasferì poi, intatto, nei lavori dell’Assemblea Costituente. Benché la Guerra Fredda fosse già alle porte, e benché di lì a pochi mesi i medesimi protagonisti si sarebbero confrontati con i voti nella più aspra contrapposizione politica del Novecento europeo, in quei diciotto mesi di lavoro costituente seppero rinnovare il patto del CLN e tradurlo in legge fondamentale. Il punto di equilibrio fu possibile perché tutti, dietro le bandiere differenti, riconoscevano un nemico comune appena sconfitto e una promessa comune da onorare: che il fascismo non sarebbe mai più tornato, e che la dignità della persona umana sarebbe stata la stella polare di ogni norma.
III. Il sangue dei partigiani: ricordare i comunisti che oggi qualcuno vorrebbe cancellare

Bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, oggi più che mai: la Resistenza italiana fu, in larga parte, una Resistenza comunista. Non esclusivamente, certo — e nessun comunista serio lo ha mai sostenuto. Le Brigate Matteotti dei socialisti, le formazioni di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione, le Brigate Osoppo cattolico-laiche del Friuli, le formazioni autonome, i gruppi della Democrazia Cristiana, gli ufficiali del Regio Esercito che scelsero di non aderire a Salò: tutti hanno dato il loro contributo decisivo, e il riconoscimento è dovuto a ognuno senza diminuire nessuno. Ma è un dato storico inoppugnabile che le Brigate Garibaldi, di matrice comunista, costituirono numericamente la spina dorsale della guerra partigiana, e che fra i caduti della Resistenza la maggioranza relativa, secondo le ricerche storiche più accreditate, militava nelle file del Partito Comunista Italiano.
Sono uomini e donne come Eugenio Curiel, redattore dell’«Unità» clandestina, ucciso a Milano dai fascisti il 24 febbraio 1945, due mesi prima della Liberazione. Come Giancarlo Puecher Passavalli, giovanissimo cattolico-comunista comandante partigiano, fucilato a Erba a vent’anni nel dicembre 1943. Come Irma Bandiera, staffetta a Bologna, torturata per sette giorni dai fascisti che le strapparono gli occhi prima di ucciderla, senza ottenere un solo nome. Come i sette fratelli Cervi, contadini emiliani, fucilati insieme al poligono di tiro di Reggio Emilia il 28 dicembre 1943: «Dopo un raccolto ne viene un altro», disse il loro padre Alcide. Come Teresa Mattei stessa e suo fratello, che ho già ricordato. Come Giaime Pintor, intellettuale, morto a ventiquattro anni saltando su una mina mentre cercava di raggiungere le formazioni partigiane nel basso Lazio. Come migliaia di operai, contadini, studenti, casalinghe, di cui spesso non sappiamo neppure il nome.
Ricordare il sacrificio comunista non è oggi una operazione ideologica: è un dovere di onestà storica. E lo è doppiamente in un’epoca in cui assistiamo a un revisionismo strisciante che vorrebbe equiparare i partigiani ai militi della Repubblica Sociale, derubricare la Resistenza a «guerra civile fra opposti estremismi», riconoscere «pari dignità di memoria» a chi combatteva per la libertà e a chi consegnava ebrei alle SS. È una narrazione tossica, falsa, profondamente offensiva non solo verso i caduti partigiani ma verso il fondamento stesso della Repubblica. Perché se davvero non ci fosse stata differenza fra le due parti, allora la Costituzione sarebbe il prodotto di un caso fortuito; mentre invece è la conseguenza diretta, necessaria, di una vittoria morale prima ancora che militare.
E va detto con altrettanta nettezza: i comunisti italiani che parteciparono alla Resistenza e poi alla Costituente non scrissero in Costituzione il programma del Partito Comunista. Scrissero, insieme agli altri, una Costituzione liberale e democratica, pluralista, fondata sui diritti individuali e sulla economia di mercato temperata dalla funzione sociale. Lo fecero con consapevolezza politica e maturità storica, accettando compromessi che molti loro militanti non capirono — il voto a favore dell’articolo 7 sui Patti Lateranensi, ad esempio — perché posero la pace civile e l’unità del Paese al di sopra delle proprie preferenze ideologiche. Quella scelta, costata loro non pochi conflitti interni, è oggi il pilastro della convivenza italiana. Cancellarla dalla memoria, ostracizzarli postumi, fingere che la Repubblica sia nata senza di loro o malgrado loro, è una falsificazione che indebolisce tutti, anche chi la pratica.
IV. La Resistenza nelle nostre terre: la Carnia libera, l’Osoppo, la Garibaldi

Da queste terre del Friuli, la Resistenza ha un volto particolare e una memoria che ci appartiene direttamente. Fra l’estate e l’autunno del 1944, le formazioni partigiane liberarono dal nazifascismo un’ampia zona montana che diede vita alla Repubblica della Carnia e dell’Alto Friuli, una delle più vaste e durature «zone libere» dell’Italia occupata: oltre quaranta comuni, settantamila abitanti, un governo provvisorio civile elettivo, scuole riaperte, giornali liberi, perfino un proprio servizio postale. Non fu una parentesi folkloristica: fu il primo esperimento, in queste valli, di amministrazione democratica dopo vent’anni di fascismo, e quei tre mesi di libertà — prima che la grande controffensiva tedesca dell’ottobre-novembre 1944 li travolgesse nel sangue — sono il prototipo di ciò che la Costituzione avrebbe poi codificato per tutto il Paese.
In Friuli operarono fianco a fianco, e talvolta dolorosamente in conflitto, le Brigate Osoppo di matrice cattolico-laica e patriottica, e le Brigate Garibaldi di matrice comunista. Furono migliaia, nelle nostre montagne, a scegliere la via dei boschi piuttosto che la divisa di Salò. Furono migliaia a non tornare. La memoria di queste terre, dalle Prealpi Giulie alla Carnia, dalla pianura friulana al confine sloveno, è cucita sui muri delle case con le lapidi dei caduti, è incisa nei nomi delle vie, è custodita nei ricordi che ancora oggi le famiglie si tramandano. Ed è una memoria che, come tutte le memorie autentiche, conosce anche le proprie ombre — perché ogni vicenda umana ne ha — ma il cui significato storico complessivo è limpido: senza il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne, oggi il Friuli non sarebbe parte di una Repubblica democratica.
Onorarli, oggi, significa anche difendere ciò per cui sono morti. Significa rifiutare la deriva di un’autonomia regionale piegata a logiche di concorrenza e di disuguaglianza, e rivendicare invece — come la Costituzione richiede — un’autonomia dentro l’unità della Repubblica, una autonomia che non sia frantumazione dei diritti ma articolazione concreta della solidarietà nazionale.
V. Le donne nella Resistenza e nella Costituente

Il 25 aprile non sarebbe stato possibile senza le donne, e la Costituzione non sarebbe stata quella che è senza la voce delle ventuno costituenti. Furono almeno trentacinquemila le partigiane combattenti riconosciute nel dopoguerra, e oltre settantamila le organizzate nei Gruppi di Difesa della Donna, la rete clandestina di assistenza, propaganda e supporto logistico che attraversò tutto il Centro-Nord. Quattromilaseicento subirono arresto, tortura, detenzione; oltre duemiladuecento furono uccise o morirono in lager. Eppure per decenni la storiografia ufficiale le ha relegate nel ruolo decorativo della «staffetta», quasi che pedalare nelle valli con messaggi e armi nascoste sotto la sottana fosse stato un compito secondario e non, come è stato, una funzione vitale e mortalmente rischiosa.
Quando il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta — alle amministrative parziali del marzo erano state già chiamate alle urne — entrarono in Assemblea Costituente in ventuno: nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una dell’Uomo Qualunque. Erano poche, di fronte a cinquecento uomini, ma furono decisive. Lottarono perché nell’articolo 3 si leggesse «senza distinzione di sesso», e ottennero quella formula esplicita contro le resistenze di chi la considerava superflua. Lottarono perché l’articolo 37 riconoscesse alla lavoratrice gli stessi diritti del lavoratore, a parità di lavoro la stessa retribuzione, e tutele particolari per la madre. Si chiamavano Teresa Mattei, Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Angela Maria Cingolani, Maria Federici, Elettra Pollastrini, Filomena Delli Castelli, e altre. Ognuna portava in Assemblea, oltre alla competenza politica, una biografia di sofferenza personale e di scelte di campo che non avevano nulla da invidiare a quella dei colleghi maschi.
Lina Merlin, socialista, sarebbe diventata l’autrice della legge del 1958 che chiuse le case di tolleranza, restituendo dignità a migliaia di donne ridotte a merce dallo Stato stesso. Nilde Iotti sarebbe stata la prima donna Presidente della Camera dei deputati. Teresa Mattei propose, con un gesto che oggi sembra naturale ma che allora fu una rivoluzione culturale, la mimosa come fiore simbolo dell’8 marzo. Sono storie che non possono essere separate dalla storia del 25 aprile: ne sono il prolungamento naturale, la conseguenza democratica, la verifica nel tempo lungo della libertà conquistata sui monti.
VI. Le voci della Costituente: oltre Calamandrei

Il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi del gennaio 1955 è giustamente rimasto come la più alta lettura morale della nostra Carta. Ma non è solitario. L’Assemblea Costituente fu attraversata da interventi che oggi rileggiamo con meraviglia per la loro profondità intellettuale, per la lucidità dell’analisi storica e per la passione civile che li animava. Vale la pena di ascoltarne almeno alcuni, perché aiutano a capire che la Costituzione non è un compromesso al ribasso ma un punto altissimo di pensiero politico.
Umberto Terracini: la Costituzione come patto fra diversi
Comunista, presidente dell’Assemblea Costituente nella fase decisiva dei lavori, Terracini chiuse i lavori dell’Assemblea il 22 dicembre 1947 con un discorso che è insieme bilancio e consegna. Egli sottolineò come la Carta fosse il frutto di una collaborazione fra forze politiche profondamente diverse — collaborazione che era stata possibile perché tutte avevano in mente, sopra le rispettive bandiere, l’interesse superiore della nazione e delle generazioni future. Terracini ricordò che il testo che si stava per consegnare al popolo italiano non era la traduzione integrale di nessun programma di partito, ma il punto di equilibrio fra ideali differenti, tutti convergenti sulla difesa della libertà e della dignità della persona. Quella consapevolezza — che la Costituzione non appartiene a nessuno perché appartiene a tutti — è oggi il nostro miglior antidoto contro chi vorrebbe trasformarla in una bandiera di parte.
Palmiro Togliatti: la pace religiosa e l’unità nazionale
Il segretario del Partito Comunista Italiano pronunciò il 25 marzo 1947 un discorso che divise il suo stesso partito ma che è rimasto come uno dei momenti più alti dello statismo costituzionale italiano. In sede di discussione sull’articolo 7 — quello che riconosce nel diritto interno i Patti Lateranensi del 1929 — Togliatti motivò il voto favorevole del PCI con l’argomento della pace religiosa e dell’unità nazionale: la Repubblica appena nata, disse, non poteva permettersi una nuova questione romana, e l’inserimento dei Patti in Costituzione era il prezzo politico necessario per consolidare la pacificazione del Paese. La scelta gli costò il distacco di una parte della sua base e l’incomprensione di intellettuali laici come Calamandrei. Ma fu, a posteriori, una scelta di statura statale: il PCI dimostrò di saper anteporre l’interesse della Repubblica all’identità di partito. È un esempio che oggi, in un’epoca di rissa permanente e di partitismo identitario, fa meditare.
Concetto Marchesi: la scuola pubblica come fondamento della democrazia
Latinista insigne, comunista, rettore dell’Università di Padova al momento della Liberazione, Marchesi intervenne nei lavori della Costituente con una serie di discorsi memorabili sull’istruzione. Egli sostenne che la scuola pubblica è la trincea fondamentale di ogni democrazia perché è l’unico luogo in cui le diseguaglianze di nascita possono essere effettivamente compensate, in cui il figlio del contadino e il figlio del professionista possono trovare le stesse opportunità. Una società che lascia degradare la propria scuola pubblica, ammoniva, prepara la propria fine democratica. Sono parole che andrebbero rilette parola per parola oggi, mentre osserviamo il finanziamento crescente della scuola privata e la riduzione delle risorse per l’istruzione statale, in palese contrasto con lo spirito originario dell’articolo 33.
Lelio Basso: l’uguaglianza che non basta nominare
Socialista, giurista raffinatissimo, Basso è il vero padre del secondo comma dell’articolo 3, quello sulla uguaglianza sostanziale. La sua intuizione fondamentale fu che proclamare l’uguaglianza formale di tutti i cittadini di fronte alla legge, come avevano fatto le costituzioni liberali ottocentesche, non basta. Anzi: in una società attraversata da profonde disuguaglianze economiche e sociali, l’uguaglianza puramente formale rischia di legittimare lo stato di cose esistente. Per essere davvero uguali, scrisse Basso ispirandosi anche al pensiero di Costantino Mortati, lo Stato deve farsi carico attivamente di rimuovere gli ostacoli concreti — economici, sociali, culturali — che impediscono ai cittadini meno favoriti di accedere realmente ai diritti riconosciuti a tutti sulla carta. È la più profonda rivoluzione concettuale della nostra Costituzione, ed è la radice di ogni politica seria contro le diseguaglianze.
Giuseppe Dossetti: i diritti che precedono lo Stato
Cattolico democristiano, animatore con La Pira e Fanfani della corrente sociale della DC, Dossetti portò nei lavori costituenti la grande tradizione del personalismo cristiano. La sua tesi, che divenne fondamento dell’articolo 2, è che esistono diritti inviolabili dell’uomo che non sono concessi dallo Stato ma soltanto da esso riconosciuti, perché radicati nella dignità della persona umana che è anteriore e superiore ad ogni autorità politica. Lo Stato, in questa visione, non è il fondamento dei diritti ma il loro garante. È una concezione che, partendo da premesse filosofiche profondamente diverse da quelle marxiste o liberali, convergeva con esse nella tutela concreta della libertà individuale. La nostra Costituzione, in questo senso, è più di un patto politico: è il riconoscimento di una verità antropologica — che la persona viene prima del potere — sottoscritta da culture differenti.
Aldo Moro: la Repubblica al servizio della persona
Anche Aldo Moro, allora giovane professore democristiano destinato a un altissimo destino politico e a una morte tragica per mano delle Brigate Rosse trentun anni dopo, lasciò nei lavori dell’Assemblea pagine fondamentali. La sua intuizione costituzionale fu che la Repubblica non è un fine in se stessa ma uno strumento, un’organizzazione al servizio della persona umana e delle formazioni sociali in cui essa si svolge. Moro insisteva sul fatto che la sovranità popolare non significa onnipotenza dello Stato sul cittadino, ma anzi: il cittadino, con i suoi diritti inviolabili, è il limite invalicabile di ogni potere, anche di quello democratico. È una lezione che dovremmo riscoprire oggi, in un’epoca in cui torna ricorrente la tentazione di una verticalizzazione del potere che, nel nome della efficienza e della governabilità, comprimerebbe gli spazi di libertà individuale e collettiva.
Teresa Mattei: la più giovane, e la più radicale
Aveva venticinque anni, era stata partigiana combattente, aveva visto suicidarsi il fratello Gianfranco torturato dalle SS. In Assemblea Costituente, Teresa Mattei comunista fu la più giovane di tutti, e una delle più tenaci. Suo è il merito di aver fatto inserire nell’articolo 3, contro lo scetticismo di molti suoi colleghi anche dello stesso PCI, l’esplicita formula «senza distinzione di sesso». Sembra una sciocchezza: era in realtà la chiave che ha permesso, decenni dopo, le sentenze sulla parità retributiva, sull’accesso alle carriere, sull’autodeterminazione. Mattei rappresenta in modo vivido la doppia eredità della Costituente: quella della Resistenza armata e quella del riscatto femminile. Le due cose, in lei e in molte sue compagne, non si separavano: erano la stessa lotta per riconoscere alla persona umana, qualunque fosse il suo sesso, la sua classe, la sua provenienza, la pienezza dei diritti.
E ce ne sarebbero altri da ricordare: Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei Settantacinque incaricata di stendere il testo, che chiuse i lavori con la definizione della Costituzione come «non immobile» e progressiva; Giorgio La Pira, mistico e democristiano, che insistette perché la Carta riconoscesse le formazioni sociali intermedie; Luigi Einaudi, liberale, futuro Presidente della Repubblica, che vegliò sull’equilibrio fra libertà economica e funzione sociale della proprietà. Ma il filo comune di tutte queste voci è uno solo: nessuno di loro pensava di scrivere una legge fra tante. Tutti sapevano di scrivere il testamento di una generazione, l’atto fondativo di un popolo che si riprendeva la propria storia.
VII. La destra al governo e l’antifascismo che non si vuole nominare

È in questo quadro che dobbiamo collocare, senza infingimenti, il rapporto della destra di governo con il 25 aprile. Da quando Fratelli d’Italia ha conquistato Palazzo Chigi nell’ottobre 2022, la celebrazione della Liberazione è diventata un campo minato istituzionale. Si sono moltiplicati gli imbarazzi, le ambiguità, le formule reticenti. Si è preferita l’espressione generica di «libertà» piuttosto che quella precisa di «antifascismo». Si è cercato di equiparare le memorie, di parlare di tutti i caduti come se la causa per cui erano caduti fosse moralmente intercambiabile. Si è rievocata la Repubblica Sociale come un episodio fra altri, anziché come quello che fu: lo stato collaborazionista che consegnava i propri concittadini ai forni crematori.
Non è questione di accademismo storico. La reticenza sull’antifascismo non è un dettaglio lessicale: è una scelta politica con conseguenze costituzionali precise. Perché se l’antifascismo non è il presupposto morale e giuridico della Repubblica — se è solo una posizione politica fra altre, legittimamente contestabile — allora cade anche la legittimità dell’intero impianto costituzionale che da quell’antifascismo discende. Cade la XII disposizione transitoria che vieta la ricostituzione del partito fascista. Cade lo spirito dell’articolo 1 e dell’articolo 3. Cade la Resistenza come fonte di legittimazione storica della Repubblica.
Ed è in questa logica che vanno letti, in continuità e non a caso, i ripetuti tentativi di stravolgimento della seconda parte della Costituzione che abbiamo visto in questi anni — dalla legge sull’autonomia differenziata alla riforma sulla giustizia bocciata dal popolo nel marzo 2026, fino al premierato per ora accantonato. Tutti progetti che, sotto la bandiera della modernizzazione, miravano a verticalizzare il potere, a indebolire i contropoteri, a frantumare l’unità della Repubblica. Tutti progetti coerenti, in fondo, con una concezione della politica che ha radici culturali nel ventennio e che oggi torna travestita da pragmatismo del fare. Non è un caso che la stessa cultura politica che esita sull’antifascismo sia anche quella che vorrebbe riscrivere i bilanciamenti istituzionali pensati dai padri costituenti. Le due cose stanno insieme, e insieme vanno respinte.
Sia chiaro: in democrazia chi vince le elezioni governa, e nessuno mette in discussione la legittimità di un governo eletto, qualunque sia il suo orientamento. Quello che si mette in discussione, e che va difeso giorno per giorno, è il perimetro costituzionale dentro cui ogni governo, qualunque sia, deve restare. Ed è a questa difesa che il 25 aprile ci richiama, oggi più di ieri.
VIII. La Costituzione come trincea: difenderla è ricordare

La Costituzione, scrisse Calamandrei, non è una macchina che cammina da sola: ha bisogno ogni giorno del combustibile della partecipazione, della responsabilità, dell’impegno civile. E quel combustibile, oggi, ha un nome preciso: memoria. Memoria di chi è morto perché potessimo essere liberi. Memoria di chi ha trovato la forza di sedersi attorno a un tavolo, dopo essersi fronteggiato per anni con le armi, per scrivere insieme una legge che non fosse di parte ma di tutti. Memoria del fatto, oggi messo sotto attacco, che non tutte le posizioni politiche sono equivalenti: ci sono quelle che stanno dentro la Costituzione e quelle che, dichiaratamente o subdolamente, si pongono fuori.
Difendere la Costituzione, dunque, non significa irrigidirsi su un testo e rifiutare ogni cambiamento. Nessun costituente si sognò mai di scrivere un testo inemendabile: l’articolo 138 prevede esplicitamente la procedura di revisione, ed è giusto che sia così. Significa, però, riconoscere che certi principi — quelli fondamentali, contenuti nella prima parte e negli articoli sulla forma repubblicana e sul ripudio della guerra — sono il patrimonio comune di tutti gli italiani, sottratto alle maggioranze di turno e affidato alla custodia del popolo nel suo insieme. I tre referendum costituzionali del 2006, 2016 e 2026 hanno dimostrato che il popolo, quando viene chiamato a esprimersi sui suoi fondamenti, sa difenderli. Quella coscienza costituzionale diffusa, ho già avuto modo di scrivere, è la più preziosa eredità dei costituenti.
Ma una coscienza non si tramanda automaticamente. Va alimentata. Va alimentata nella scuola, dove l’educazione civica deve tornare a essere ciò che fu nelle intenzioni degli stessi costituenti: non addestramento alla docilità, ma formazione critica al pensiero democratico, conoscenza viva della Carta, capacità di riconoscere i segni dell’erosione strisciante dei principi. Va alimentata nei luoghi di lavoro, dove ogni precarizzazione ulteriore, ogni compressione dei diritti sindacali, ogni morte sul lavoro è una violazione concreta dell’articolo 1, dell’articolo 36, dell’articolo 41. Va alimentata nei mezzi di informazione, dove la concentrazione editoriale e la logica algoritmica delle piattaforme rischiano oggi di svuotare l’articolo 21 più di quanto lo svuotasse la censura fascista. Va alimentata nell’associazionismo politico e civile, dai movimenti come Azione Civile alle reti sindacali e di cittadinanza attiva, perché solo dove c’è organizzazione collettiva ci sono cittadini, e non sudditi.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
— Piero Calamandrei, Discorso agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955

Il pellegrinaggio di cui parlava Calamandrei non è un atto archeologico: è un gesto politico. È andare con il pensiero — e quando si può, con i piedi — nei luoghi della memoria perché è lì, e soltanto lì, che il senso della Carta si capisce davvero. È salire alle malghe della Carnia, fermarsi davanti alle lapidi dei fucilati di Marzabotto, scendere nelle Fosse Ardeatine, leggere i nomi dei caduti partigiani sui muri delle nostre città. È capire, attraverso quei nomi, che ogni articolo della Costituzione è scritto su un pezzo di vita umana. E che chi tocca quegli articoli, anche solo per ritoccarli con la migliore delle intenzioni, sta toccando una eredità che non gli appartiene singolarmente.
IX. Il 25 aprile non è una commemorazione: è un compito

Concludo come ho iniziato: il 25 aprile non è una data del calendario civile da spuntare con un minuto di silenzio fra una corona d’alloro e un discorso ufficiale. Il 25 aprile è un compito permanente, una consegna che si rinnova ogni anno nelle stesse mani: le nostre. È il giorno in cui ricordiamo che la libertà non è gratuita, che la democrazia non è un dato di natura, che la Costituzione non è un sottofondo culturale ma un progetto da realizzare giorno per giorno, articolo per articolo, diritto per diritto.
È il giorno in cui rendiamo onore — e non a parole, ma con la coerenza delle nostre scelte politiche e civili — a tutti coloro che caddero perché potessimo essere qui a discutere liberamente: ai partigiani delle Brigate Garibaldi e delle Brigate Matteotti, di Giustizia e Libertà e dell’Osoppo, alle staffette e alle deportate, agli operai degli scioperi e ai contadini che nascosero i renitenti, agli ebrei che sopravvissero e agli ebrei che non sopravvissero, ai militari di Cefalonia e ai prigionieri degli IMI nei lager tedeschi, ai sacerdoti che salvarono vite e ai laici. A tutti loro, indistintamente, dobbiamo l’esistenza stessa della Repubblica. E a tutti loro, indistintamente, dobbiamo la fedeltà a quella Carta che è il loro testamento.

Non possiamo permettere che i comunisti italiani, che di quel sacrificio furono la componente più numerosa e che alla Costituente offrirono alcune delle pagine più alte, siano cancellati dalla memoria nazionale. Non possiamo permettere che la Resistenza sia equiparata a ciò che la combatté. Non possiamo permettere che la Costituzione, nata dalla Liberazione, sia stravolta da chi quella Liberazione non riesce neppure a nominare per nome. Difendere la memoria del 25 aprile e difendere l’integrità della Costituzione sono, oggi, una cosa sola. Lo erano per i costituenti che la scrissero. Lo sono per noi che, ottant’anni dopo, abbiamo il dovere di trasmetterla intatta — non immobile, ma intatta nei suoi principi fondamentali — a chi verrà dopo di noi.
La promessa dei padri e delle madri costituenti è ancora là, sospesa sopra di noi: una Repubblica fondata sul lavoro, sull’eguaglianza sostanziale, sul ripudio della guerra, sulla dignità di ogni persona. Realizzarla pienamente, dopo ottant’anni, è il modo più alto in cui possiamo dire grazie a chi è morto perché potessimo provarci.
Buon 25 aprile a tutte e a tutti. Onore ai partigiani e alle partigiane. Viva l’Italia, viva la Repubblica, viva la Costituzione.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»
Mario Sommella — blogger e attivista politico
Pubblicato sotto licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0
mariosommella.wordpress.com

La vera notizia non è che un generale abbia fermato Trump.È che, per legge, nessun generale può farlo.

Tra fact-checking e architettura del potere: il caso dei codici nucleari, la dottrina della «sole authority» e perché il dibattito sull’instabilità di Donald Trump nasconde un problema più grande del singolo inquilino della Casa Bianca.

Nei giorni scorsi è circolata, con grande successo virale anche in Italia, una notizia drammatica: durante una riunione d’emergenza alla Casa Bianca, Donald Trump avrebbe chiesto i codici per l’uso delle armi nucleari contro l’Iran, e il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, gli avrebbe risposto «no», rifiutandosi di trasmettere l’ordine. La fonte è Larry Johnson, ex ufficiale CIA, intervistato sul podcast «Judging Freedom» di Andrew Napolitano. La storia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore, intrecciandosi con un secondo filone — quello, ben più solido, dell’estromissione di Trump dalla Situation Room durante il salvataggio di due piloti statunitensi caduti in Iran, raccontata dal Wall Street Journal.
Conviene tenere distinti i due piani, perché mescolarli serve solo a chi vuole che la verità si confonda nel rumore. E conviene soprattutto guardare oltre la cronaca: il problema più grave che questa vicenda ci mette davanti non è ciò che Trump avrebbe fatto in un singolo pomeriggio, ma il sistema che gli consente, ogni giorno, di poterlo fare davvero.
Cosa è verificato e cosa no

Il reportage del Wall Street Journal del 19 aprile 2026, firmato da Josh Dawsey e Annie Linskey, è un fatto giornalistico documentato. Racconta che lo staff presidenziale ha deliberatamente tenuto Trump lontano dalla Situation Room durante l’operazione di estrazione di due piloti USA caduti in Iran nel weekend di Pasqua, perché temeva che la sua «impazienza» potesse compromettere la missione. Il presidente sarebbe stato aggiornato per telefono soltanto «nei momenti significativi», mentre Vance, il capo di gabinetto Susie Wiles e il Consiglio di Sicurezza Nazionale seguivano la missione minuto per minuto. Lo sfondo descritto è quello di un capo di Stato che, alla notizia dell’abbattimento del jet, avrebbe «urlato contro i collaboratori per ore», ossessionato dallo spettro della crisi degli ostaggi del 1979 e dalla paura di fare la fine elettorale di Jimmy Carter. La Casa Bianca ha negato; la testata, fonti alla mano, mantiene la versione. France 24 ha riportato analoghi riscontri.
È un quadro grave, ma maneggiato con i guanti del giornalismo professionale: fonti multiple, testimonianza di un alto funzionario dell’amministrazione, smentita registrata, contesto verificabile. La notizia poggia su un informatore anonimo, e di questo bisogna tener conto; ma è la lavorazione standard di un’inchiesta politica seria.
Tutt’altra natura ha la storia dei codici nucleari. L’unica fonte è Larry Johnson, e Johnson ha dovuto ammettere, sul proprio blog Sonar21 il giorno dopo la diretta, di «non avere conferma che il report sia verificato». Lead Stories ha cercato qualunque traccia indipendente — riunioni d’emergenza in calendario, dichiarazioni, fonti collaterali — e non ne ha trovata nessuna. Snopes ha fatto lo stesso lavoro, con il medesimo risultato. Il calendario ufficiale della Casa Bianca non riporta alcun incontro d’emergenza tra Trump e Caine in quelle ore. E lo stesso Caine, pochi giorni prima, si era espresso pubblicamente a sostegno della guerra americana contro l’Iran, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero «usato la forza» contro qualunque nave avesse violato il blocco di Hormuz: difficile immaginare lo stesso uomo nei panni del custode etico che ferma il presidente.
A questo si aggiunge il profilo di chi rilancia la voce. Larry Johnson è già stato all’origine, nel 2017, della rivendicazione poi smontata secondo cui il GCHQ britannico avrebbe spiato la campagna Trump per conto di Obama — una pretesa che Londra definì «totalmente ridicola». Ha diffuso false notizie su un presunto discorso razzista di Michelle Obama. È ospite ricorrente dei media di Stato russi. Non è un dettaglio biografico cattivo: è un elemento di valutazione della fonte. La storia, insomma, non regge a una qualunque verifica giornalistica seria. Va trattata come bufala, anche da chi — come chi scrive — non ha nessuna simpatia per Donald Trump.
Perché la bufala è anche tecnicamente impossibile

C’è un secondo motivo per cui la storia di Caine che dice «no» alla valigetta nucleare non sta in piedi: il sistema americano non funziona così. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, nel diritto degli Stati Uniti, non ha alcuna autorità operativa per bloccare un ordine di lancio nucleare. Non è un dettaglio: è il cuore stesso della dottrina che governa l’arma più pericolosa mai costruita.
Il Congressional Research Service — il servizio studi del Congresso, non un blog — lo scrive in modo lapidario: il presidente degli Stati Uniti ha l’autorità esclusiva di autorizzare l’uso delle armi nucleari, prerogativa inerente al suo ruolo costituzionale di Comandante in Capo. Può chiedere consiglio ai vertici militari, ma sono questi a essere obbligati a trasmettere ed eseguire l’ordine, se decide di impiegarle. Non serve l’assenso del Congresso. Non serve l’assenso del Segretario alla Difesa. Non serve l’assenso del Vicepresidente. Né i militari né il Congresso possono annullare l’ordine.
Lo stesso generale Mark Milley, all’epoca capo dello Stato Maggiore Congiunto, lo mise nero su bianco in un memorandum al Congresso del settembre 2021: «Sono parte della catena di comunicazione, in quanto principale consigliere militare del Presidente, ma non sono nella catena di comando per autorizzare un lancio nucleare». La distinzione è cruciale: comunicazione, non comando. È la stessa identica posizione che oggi occupa il generale Dan Caine. Esattamente la persona che, secondo la fake news, avrebbe detto «no» — e che invece, per legge, nemmeno avrebbe il potere di farlo.
Come funziona davvero la procedura: «sole authority»

Vale la pena ricostruire la sequenza, perché è il vero scandalo politico che la vicenda mette in luce. Il presidente sceglie l’opzione di attacco fra una rosa di piani di guerra preconfezionati — il celebre OPLAN 8010, articolato in major attack options, selected attack options e limited attack options. Non è una scelta inventata sul momento: è una selezione da un menù pre-cucinato dal Pentagono.
L’ordine, con i Gold Codes, viene trasmesso al National Military Command Center (NMCC) attraverso un canale sicuro. Prima dell’esecuzione il presidente deve essere autenticato: tira fuori dalla tasca una carta plastificata della dimensione di una carta di credito, soprannominata «biscuit», legge le lettere fonetiche del giorno, e il vicedirettore operazioni dell’NMCC conferma che l’interlocutore è effettivamente il Comandante in Capo. Tutto il procedimento, dalla decisione al lancio, può svolgersi in pochi minuti. Il Segretario alla Difesa, secondo la legge, è tenuto a verificare l’ordine, ma non ha potere di veto.
L’unico, fragilissimo argine è teorico: il Codice Uniforme di Giustizia Militare obbliga i militari a obbedire soltanto a ordini «legittimi e provenienti da autorità competente». Se l’ordine fosse manifestamente illegale — perché viola, ad esempio, i principi di necessità, proporzionalità e distinzione del diritto dei conflitti armati — un comandante potrebbe in teoria rifiutarsi. In teoria. Nella pratica, come riconoscono gli stessi ex comandanti dello STRATCOM, una contestazione di questo tipo si risolverebbe più probabilmente in una consultazione con il presidente per «aggiustare» l’ordine, che in un rifiuto netto. E un ordine di lancio normalmente viene trasmesso dal Pentagono direttamente agli equipaggi addestrati al lancio: anche un comandante di alto livello che ricevesse l’ordine in copia farebbe fatica a fermarlo in tempo.
Va aggiunto un dettaglio che pesa come un macigno: gli Stati Uniti non hanno mai dichiarato una politica di «no first use». Mantengono — è il termine ufficiale — un’«ambiguità calcolata». Tradotto: il presidente americano può ordinare l’impiego per primo dell’arma nucleare contro chiunque, in qualunque momento, senza che esista alcuna barriera legale al primo strike.
Il precedente che nessuno racconta: Nixon, Watergate e il segretario disobbediente

La vicenda non è nuova. Durante lo scandalo Watergate, nel 1974, Richard Nixon attraversò una fase di grave instabilità. Beveva pesantemente, molti collaboratori lo consideravano fuori controllo. Ai giornalisti disse, in un incontro: «Posso tornare nel mio ufficio, prendere il telefono e in venticinque minuti settanta milioni di persone saranno morte». Il Segretario alla Difesa James Schlesinger, preoccupato, istruì informalmente i Joint Chiefs perché qualunque ordine d’emergenza dal presidente passasse prima da lui o dal Segretario di Stato Henry Kissinger. È il «freno Schlesinger», entrato nel folclore del potere americano.
Il punto, però, è proprio questo: Schlesinger non aveva alcuna autorità legale per intervenire. Stava semplicemente sperando che, se il momento fosse arrivato, qualcuno gli avesse dato retta. Mezzo secolo dopo, con un quadro internazionale incomparabilmente più teso, la cornice giuridica è la stessa. La «sole authority» del 1945 — concepita da Harry Truman per togliere ai generali la decisione, non per concentrarla nel singolo individuo a vita — è ancora lì, intatta, scolpita nella prassi costituzionale e nel diritto militare. Una catena di comando pensata per la rapidità contro un attacco a sorpresa sovietico, che oggi serve a garantire al presidente di turno un potere di vita e di morte planetario senza alcun reale contrappeso.
Il vero scandalo è strutturale, non personale

Concentrarsi sulla domanda «Trump è pazzo?» è confortante ma sterile. Sposta tutto il peso politico sul singolo individuo, e implicitamente lascia intendere che con un presidente «sano» il sistema funzionerebbe. Non è così. Il problema non è che Donald Trump abbia il dito sul bottone: è che il bottone, per come è progettata l’architettura del potere americano, è stato consegnato a una sola mano, chiunque essa sia.
Sondaggi recenti citati dal Council on Foreign Relations indicano che il 61% degli americani è a disagio con questa «sole authority». Diversi parlamentari democratici — Edward Markey, Ted Lieu, Adam Smith negli anni passati, Jamie Raskin oggi — hanno proposto leggi per richiedere una dichiarazione di guerra del Congresso prima del primo uso del nucleare, o per inserire nella catena decisionale almeno il Vicepresidente e il Segretario alla Difesa, con il loro consenso unanime. La Bulletin of the Atomic Scientists ha pubblicato proposte tecniche per richiedere il concorso di altri due membri della linea di successione presidenziale. Nessuna di queste iniziative è mai arrivata a un voto serio. Il Congresso, repubblicano o democratico che sia, non ha mai voluto davvero limitare quel potere.
Le ragioni, ufficialmente, sono di deterrenza: in caso di attacco a sorpresa, sostengono i contrari, ogni minuto di consultazione potrebbe costare la sopravvivenza degli Stati Uniti e degli alleati sotto l’«ombrello» nucleare. È un argomento serio, ma è anche un cavallo di Troia: regge per gli scenari di rappresaglia, non per il primo uso. Eppure il primo uso è esattamente lo scenario in cui un presidente fuori controllo — Nixon nel 1974, Trump oggi — può decidere di precipitare il mondo nel baratro senza che nessuno, formalmente, possa fermarlo.
E il 25° emendamento?

Nelle ultime settimane il dibattito sul venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana è esploso. John Larson ha depositato articoli di impeachment il 7 aprile. Common Cause ha chiesto al Gabinetto e al Vicepresidente Vance di attivare la Sezione 4. Il 14 aprile Jamie Raskin, ranking member della Commissione Giustizia, ha presentato un disegno di legge per istituire una commissione di diciassette membri ai sensi della stessa Sezione 4. Più di ottantacinque parlamentari democratici hanno chiesto la rimozione dopo il post di Trump «un’intera civiltà morirà stanotte» rivolto all’Iran. È molto: ma è quasi certamente troppo poco.
La Sezione 4 del 25° emendamento richiede che a dichiarare il presidente incapace siano il Vicepresidente insieme alla maggioranza del Gabinetto, oppure il Vicepresidente insieme a un altro organo previsto dalla legge. Vance è un trumpiano della prima ora. Il Gabinetto è stato selezionato esclusivamente sulla base della fedeltà personale. Anche ammesso che la macchina si mettesse in moto, dopo ventun giorni il Congresso dovrebbe confermare la rimozione con i due terzi di entrambe le camere — in un Congresso a maggioranza repubblicana che fino a oggi non ha mostrato il minimo accenno di volontà autonoma.
Tradotto: lo strumento esiste, ma è progettato per non essere usato. Esattamente come la «sole authority» è progettata per non essere fermata.
Quel che dovremmo guardare, non quel che ci viene mostrato

Il caso dei codici nucleari attribuiti a Trump è una bufala, e va detto. Ma se si ferma lì, il debunking diventa una rassicurazione che non ci possiamo permettere. La vera notizia non è che un generale abbia fermato il presidente: è che, secondo il diritto degli Stati Uniti, nessun generale potrebbe farlo. La vera notizia non è l’ennesimo scatto d’ira di Donald Trump nello Studio Ovale: è che l’architettura del potere occidentale ha consegnato il destino dell’umanità — letteralmente — alle terminazioni nervose di un uomo solo, chiunque sia.
L’Europa, che pure si dichiara preoccupata e che pure si sta indebitando per finanziare la guerra in Ucraina e schierare proprie forze nelle catene logistiche americane, non ha alcuna voce in capitolo su quel bottone. I cittadini europei sono, come i cittadini iraniani e cinesi e russi, ostaggi passivi di una procedura concepita nel 1945 per fermare un’invasione sovietica e mai più aggiornata. Lo stesso vale, in dimensioni diverse, per Russia, Cina, Pakistan, Israele — ma con un’aggravante per gli Stati Uniti, perché sono l’unico Paese ad avere mai impiegato l’arma nucleare contro popolazioni civili.
Chi ci vuole rassicurare con la storiella del generale buono che ferma il presidente cattivo ci sta raccontando una favola della buonanotte. La realtà, molto più amara, è che la sicurezza del mondo dipende non da contrappesi istituzionali ma dall’equilibrio mentale di una singola persona — e dal fatto, statisticamente non garantito, che quella persona sia un essere umano lucido. È un sistema indegno di una democrazia che si pretende matura. Ed è ora, finalmente, di dirlo: il problema non è Trump. Il problema è che Trump è possibile.

Fonti principali: Wall Street Journal (19 aprile 2026); Snopes; Lead Stories; Newsweek; France 24; Congressional Research Service «Authority to Launch Nuclear Forces»; Brookings Institution «Reference Sheet on Nuclear Command and Control»; Arms Control Association; Bulletin of the Atomic Scientists; Council on Foreign Relations; Wikipedia (Gold Codes; 25th Amendment).