Silenziare la storia. Perché il caso D’Orsi a Torino è uno strappo costituzionale (e perché il licenziamento di Nunziati lo conferma)

Torino, novembre 2025. Un professore emerito, uno storico noto e riconosciuto, invitato a parlare di russofobia e narrazioni di guerra, viene zittito non da una contestazione pubblica, non da un confronto di idee, ma da una decisione politico-amministrativa presa a monte, su pressione di una vicepresidente del Parlamento europeo e di alcune sigle militanti sul fronte ucraino. È questo, in estrema sintesi, ciò che è accaduto al professor Angelo d’Orsi: il Polo del ’900 ha annullato la conferenza “Russofobia, russofilia, verità” prevista per il 12 novembre, dopo la richiesta pubblica di Pina Picierno, che ha poi ringraziato il sindaco di Torino per avere obbedito. È tutto scritto nei resoconti di queste ore. E il punto sta proprio qui: non siamo davanti a una normale polemica culturale, ma a un precedente grave, perché introduce un criterio politico-ideologico di ammissibilità della parola pubblica. E questo, in una Repubblica fondata su eguaglianza e libertà di manifestazione del pensiero, non è compatibile con la Costituzione.

Il fatto nudo è chiarissimo. C’è un evento regolarmente programmato in uno spazio pubblico della memoria e della cultura torinese. C’è un relatore che non è affatto un marginale, ma uno studioso con una bibliografia sterminata, allievo di Norberto Bobbio, voce ascoltata nella vita civile della città. C’è un tema delicato, quello della russofobia, che oggi spacca l’opinione pubblica europea perché tocca la guerra in Ucraina, le sanzioni, l’informazione di guerra. E c’è un intervento politico che, definendo in anticipo l’incontro “evento di propaganda putiniana”, lo fa saltare prima ancora che si svolga, trasformando un sospetto ideologico in motivo di censura preventiva.

Ora, se togliamo la patina di attualità, quello che resta è un meccanismo antichissimo: qualcuno decide che un’idea è pericolosa e invece di criticarla la elimina. Ma la nostra Carta, che nasce dalle ferite del fascismo, ha scelto consapevolmente l’altra strada. L’ha scelta all’articolo 21, quando ha detto che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la censura non è ammessa. L’ha scelta all’articolo 3, quando ha impegnato la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Qui è successo il contrario: un potere pubblico, per ragioni di opportunità politico-diplomatica, ha creato l’ostacolo.

Chi prova a minimizzare dirà: nessuno ha vietato a d’Orsi di parlare, può farlo altrove. Ma è un argomento fragile. Perché ciò che è stato impedito non è la parola in astratto, è l’accesso a uno spazio pubblico istituzionale. È il riconoscimento pubblico, è la possibilità di confrontarsi in una casa comune della cultura torinese. Quando si toglie questo, non si sta più discutendo di opinioni, si sta graduando la cittadinanza culturale. Alcune voci sì, altre no. Alcuni intellettuali “sicuri”, altri “sospetti”. E ogni volta che un’amministrazione sceglie in base all’allineamento geopolitico e non in base alla qualità del dibattito, mette lo Stato sul piano inclinato della discriminazione politica. È esattamente ciò che l’articolo 3 vieta: trattare in modo diverso i cittadini per ragioni non ragionevoli.

Ed è qui che il caso d’Orsi e il caso del giovane giornalista Gabriele Nunziati, cacciato dall’Agenzia Nova per una domanda legittima alla portavoce della Commissione europea, diventano le due facce della stessa regressione democratica. A Torino si vieta a uno storico di discutere pubblicamente la russofobia perché tema sgradito a una rappresentante europea. A Bruxelles si interrompe la collaborazione con un cronista perché ha osato chiedere se, con lo stesso criterio applicato alla Russia, anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza. In un caso si colpisce la parola prima che venga pronunciata. Nell’altro si punisce la parola perché è stata pronunciata.

Il meccanismo è identico: l’informazione e la cultura sono ammesse solo se non mettono in imbarazzo la linea politico-diplomatica prevalente. Nel primo caso è la linea atlantista sulla guerra in Ucraina, nel secondo è la linea euro-israeliana sul conflitto in Palestina. Chi prova a mostrare la contraddizione interna a queste linee viene messo ai margini, escluso dal palco o dal posto di lavoro. È la stessa logica del discorso sorvegliato.

C’è poi un altro elemento che inquieta. L’intervento decisivo, tanto nel caso d’Orsi quanto in quello di Nunziati, non è venuto da un organismo di sicurezza nazionale, da un’autorità giudiziaria, da una commissione che abbia valutato rischi concreti. È venuto da pressione politica (nel caso d’Orsi) e da una scelta editoriale conformista (nel caso del giornalista). Cioè da soggetti che non hanno il compito di limitare la libertà di espressione, ma che se lo sono presi lo stesso, perché hanno intuito che in questa fase storica è conveniente allinearsi e sconveniente aprire spazi di discussione.

È la stessa dinamica vista con artisti e musicisti russi all’indomani dell’invasione: bastava l’accusa generica di “propaganda” perché scattasse l’esclusione. È una forma aggiornata di maccartismo russofobo, che ha già mostrato in Italia quanto sia facile colpire giornalisti, studiosi, persino associazioni che chiedono solo di discutere pubblicamente le cause e gli effetti del conflitto. Il risultato è un clima: ci sono temi che non si toccano, tesi che non si formulano, libri che non si presentano. E chi lo fa viene delegittimato e, quando va male, cancellato dal cartellone o dal contratto di collaborazione.

Dentro questo quadro va inserita anche la “stampa sotto attacco”. Perché nello stesso arco temporale in cui a Torino si spegne un microfono e a Bruxelles si caccia un cronista, nella Striscia di Gaza e Cisgiordania sono stati uccisi oltre 260 giornalisti, cameraman e fotografi palestinesi, e non solo, che stavano solo facendo il lavoro che il sistema europeo oggi rende difficilissimo: raccontare ciò che non torna, ciò che incrina la narrazione ufficiale, ciò che mostra la sproporzione della forza. Se a sud del Mediterraneo si eliminano fisicamente i testimoni e a nord del Mediterraneo si puniscono quelli che fanno domande scomode, il messaggio che passa è unico: su certe guerre non si indaga, si ripete quanto calato dalle veline del potere.

Questo clima è pericoloso almeno per tre ragioni.

Primo, perché introduce la censura preventiva, che è esattamente ciò che i costituenti non volevano più vedere dopo il ventennio. Nel caso d’Orsi non si è aspettato di ascoltare la conferenza per eventualmente criticarla: la si è vietata a monte. Nel caso di Nunziati non si è neppure discusso sul merito della domanda: si è deciso che era “fuori luogo”. In entrambi i casi si rovescia la logica liberale e costituzionale, secondo cui si parla sempre, e solo dopo, se ci sono reati o apologie vietate, interviene la legge.

Secondo, perché trasforma il dissenso sulla guerra in un indicatore di lealtà all’Occidente. Se critichi la russofobia istituzionale vieni assimilato alla propaganda putiniana. Se chiedi se Israele deve pagare per le distruzioni a Gaza vieni assimilato alla propaganda filopalestinese. È una semplificazione brutale ma funziona benissimo nella polarizzazione odierna, e proprio per questo è pericolosa: perché spinge amministrazioni, istituti culturali e redazioni a tutelarsi censurando il pluralismo.

Terzo, perché legittima le interferenze di soggetti esterni sul governo della cultura e dell’informazione. Che un’associazione ucraina, o una sigla militante, faccia pressione è nella natura del conflitto politico. Che un’istituzione pubblica ceda subito, o che un’agenzia giornalistica scarichi un collaboratore per compiacere il clima istituzionale, è ciò che non dovrebbe accadere. Qui invece è accaduto. E quando accade una volta, diventa più facile farlo la seconda.

La cosa più amara, e lo dice lo stesso d’Orsi nella sua replica, è che difficilmente arriveranno scuse ufficiali, prese di posizione forti, correzioni di rotta. Perché una volta che si è accettata l’idea che esista una linea di governo del discorso pubblico sulla Russia e sulla guerra, o sulla Palestina e sulla ricostruzione di Gaza, chi se ne discosta è automaticamente marginalizzato. Ma se passa questo principio, domani potrà essere usato per altro: Cina, Venezuela, politiche sociali, persino contestazioni interne al Paese. È così che cominciano le derive autoritarie nelle democrazie: non con una legge-bavaglio generale, ma con tanti piccoli silenziamenti “giustificati”, presentati come atti di responsabilità.

Il punto, allora, non è difendere un professore perché è di sinistra o perché ha studiato Gramsci, né un giovane giornalista perché “precario”. Il punto è difendere il diritto di qualsiasi cittadino colto e di qualsiasi cronista di porre domande scomode in uno spazio pubblico. Se oggi lo si vieta perché “filorusso”, domani lo si potrà vietare perché “filo venezuelano, dopodomani perché “filosociale” in tempo di austerità. È un pendio scivoloso che va fermato adesso.

Per fermarlo occorre ripartire dalla lettera e dallo spirito della Costituzione. La lettera dice che la libertà di manifestazione del pensiero è di tutti e non è soggetta ad autorizzazioni. Lo spirito dice che lo Stato deve ampliare, non restringere, gli spazi di discussione, soprattutto quando la politica estera e militare diventa tema caldo. Se gli enti culturali pubblici, invece di essere luoghi del pluralismo, diventano filtri del consenso atlantico, e se le agenzie di stampa invece di proteggere la libertà di domanda la puniscono, allora significa che il patto costituzionale è stato incrinato.

Questo è il messaggio più grave che arriva da Torino e da Bruxelles. Non riguarda solo Angelo d’Orsi. Non riguarda solo Gabriele Nunziati. Riguarda ogni cittadino che vuole ancora vivere in una Repubblica dove prima si parla e poi, semmai, si contesta. Qui è successo l’opposto. Ed è per questo che va detto con chiarezza: cancellare una conferenza scomoda su pressione politica e licenziare un cronista per una domanda legittima sono atti di discriminazione e di regressione democratica. E vanno denunciati adesso, finché è ancora possibile farlo senza dover chiedere il permesso.

La tassa che non c’è e i privilegi che restano. Come la destra ha trasformato la patrimoniale in un fantasma utile

“Patrimoniale. Mai”. Il titolo l’ha fatto la premier sui social e la stampa l’ha rilanciato quasi all’unisono: giornali di destra che applaudono, testate mainstream che mettono in scena lo scontro “Meloni (responsabile) vs Schlein (tassatrice)”, spazio minimo per spiegare da dove arrivino i 26 miliardi evocati dalla Cgil e zero analisi su chi paga davvero le tasse in Italia. Il risultato è un frame perfetto: la patrimoniale non c’è, non è all’ordine del giorno, ma va comunque esorcizzata. È la solita operazione di distrazione: si prende una proposta limitata ai grandi patrimoni e la si fa passare per un attacco al “risparmio degli italiani”, cioè alla casa di abitazione e al conto da poche decine di migliaia di euro. 

Che cos’è, invece, la proposta effettiva? Non riguarda tutti, non riguarda i ceti medi fragili, non riguarda chi ha solo la prima casa. Riguarda l’1% al vertice: circa 500 mila persone che possiedono più di 2 milioni di euro di patrimonio. A questo segmento, la Cgil propone di applicare un contributo di solidarietà dell’1% (in alcune versioni 1,3%) e calcola un gettito potenziale di circa 26 miliardi. Il numero non è magico: si ricava dal fatto che l’1% più ricco, in un paese dove le famiglie hanno 11.286 miliardi di ricchezza netta, controlla una massa stimata attorno ai 2.600 miliardi. L’1% di 2.600 miliardi fa appunto 26 miliardi. Quindi: 26 miliardi non li prendi dai 60-70 miliardari in stile Forbes, che tutti insieme hanno “solo” poco più di 300 miliardi e darebbero al massimo 3 miliardi con un prelievo dell’1%; li prendi dal blocco più ampio dei grandi patrimonializzati, quello sopra i 2 milioni. È questo che la propaganda salta, perché dire “lo pagano i ricchi veri” non spaventa nessuno. 

C’è poi il secondo numero, quello che i giornali hanno messo in fondo o non hanno messo affatto. La Relazione annuale del Mef sull’economia non osservata mostra che l’evasione e l’elusione fiscali sono tornate sopra i 100 miliardi; incrociando queste stime con altre componenti del sommerso e con le mancate entrate contributive, la forchetta reale si avvicina molto ai 110-120 miliardi annui. Vale a dire: ogni anno in Italia sparisce una cifra pari a quattro o cinque volte la famosa patrimoniale “dei comunisti”. Eppure il fuoco non è lì. Il racconto pubblico non è “facciamo pagare chi evade”, ma “difendiamo i patrimoni da una sinistra tassatrice”. È un rovesciamento molto conveniente. 

È su questo terreno che si vede il ribaltamento politico del melonismo. In campagna elettorale Fratelli d’Italia si è presentato come il partito che avrebbe difeso “gli ultimi”, il ceto medio impoverito, i lavoratori a reddito fisso, i pensionati che non arrivano a fine mese. Una volta al governo, però, la scelta è stata un’altra: blindare i grandi patrimoni, rassicurare la fascia alta, non toccare le rendite e spostare il peso su chi è già tracciato. È esattamente ciò che una parte dell’opposizione aveva previsto: un governo di destra reazionario e liberista nei fatti, sostenuto dai grandi capitali e dagli interessi organizzati, ma costruito con un linguaggio sociale rivolto ai fragili. Il copione non è nuovo: anche il fascismo storico crebbe grazie al sostegno di industriali e latifondisti del Nord che in cambio ebbero ordine, manodopera disciplinata e repressione verso chi rivendicava salari e terra. Oggi cambia la forma, non la sostanza. 

Per capire perché questo racconto attecchisce, bisogna guardare alla struttura economica lasciata dalla Seconda Repubblica. Dagli anni ’90 in poi l’Italia è stata spinta verso un modello in cui “ognuno è imprenditore di se stesso”: smantellamento della grande impresa pubblica, culto del “piccolo è bello”, condoni periodici, abolizione o riduzione delle imposte su prima casa e successioni, tolleranza ampia verso il nero. Il risultato è un paese con 19 milioni di dipendenti ma oltre 5 milioni di imprese e quasi altrettanti autonomi: un imprenditore ogni tre lavoratori stabili, mentre in Francia il rapporto è uno a sette. Un paese in cui milioni di persone vivono in equilibrio tra sussidi, bonus e piccole elusioni, e in cui l’idea di “tassare il patrimonio” suona minacciosa perché la propaganda la fa coincidere con “tassare la casa”. Ma la casa di residenza, lo dice la stessa normativa, non è un reddito. La patrimoniale di cui si discute oggi non è questo. È un’altra cosa. 

Dentro questo quadro esiste un’altra stortura: chi paga tutto, paga più del dovuto; chi evade, spesso viene anche premiato. Con le riduzioni delle detrazioni in vari settori e con i nuovi condoni mascherati, chi emette fatture e versa l’Iva viene messo in concorrenza sleale con chi lavora in nero. E non esiste un vero premio all’onestà fiscale. Basterebbe potenziare le detrazioni su una gamma molto più ampia di spese, agganciarle ai pagamenti tracciati e far sì che per le famiglie e le piccole imprese sia più conveniente “stare dentro” che “stare fuori”. Invece il messaggio che passa è il contrario: chi è onesto viene controllato, chi è borderline ottiene rottamazioni e sanatorie. È una scelta politica, non una necessità tecnica.

Se poi si allarga ancora lo sguardo, si vede la catena delle dipendenze. Il debito pubblico italiano cresce di circa 100 miliardi l’anno, non di 3.000, ma è comunque una cifra enorme che obbliga a stare sotto la tutela dell’Unione europea e dei mercati. Il governo non può permettersi manovre espansive senza coperture e allora due sono le strade: o si va a prendere i soldi dove sono (grandi patrimoni, extraprofitti, lotta dura all’evasione), o si mantiene lo status quo e si sposta il peso su lavoratori e pensionati. La scelta fatta è la seconda. E per renderla digeribile si mette in scena lo scontro ideologico sulla patrimoniale, presentata come una follia della sinistra, mentre in realtà è una misura che molti economisti considerano persino moderata in un Paese così diseguale. 

Il sistema mediatico, in questo, gioca un ruolo decisivo. I titoli di questi giorni mettono in cartellone Meloni e Schlein, con Conte che si sfila e i giornali che parlano di “odio di classe”. Così la questione viene depotenziata: non è più “chi deve finanziare sanità e scuola?”, ma “la premier o l’opposizione ha ragione?”. Nel frattempo passa sotto silenzio il fatto fondamentale: con l’attuale livello di evasione e con l’attuale concentrazione di ricchezza nelle fasce alte, l’Italia potrebbe finanziare buona parte del suo welfare senza toccare un euro ai redditi medio-bassi. Semplicemente non lo fa. Per prudenza politica, per la forza delle lobby fiscali, per la paura di perdere consensi nei ceti produttivi del Nord, per la continuità storica con quel blocco sociale che da un secolo sostiene le destre italiane. 

Sul piano costituzionale la questione è persino più semplice. L’articolo 53 dice che tutti devono concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività. È un articolo chiarissimo: chi ha di più deve contribuire di più. Oggi accade l’opposto: la parte tracciata (dipendenti e pensionati) paga in modo quasi perfetto; una parte del mondo produttivo paga in modo incompleto; il vertice della piramide patrimoniale viene esonerato dal solo fatto di essere vertice. Una patrimoniale mirata sui patrimoni netti molto alti, con franchigie ampie per prime case e piccoli risparmi, sarebbe la semplice traduzione di quell’articolo in un momento storico in cui lo Stato deve finanziare sanità, non autosufficienza, scuola, ricerca e transizione ecologica. Rinunciarvi non è neutralità, è schierarsi. 

In controluce si vede anche un’altra cosa che i commenti sui social hanno colto bene: non esiste oggi in Italia un vero “premio” al risparmio onesto e alla proprietà frutto di lavoro; esiste invece una protezione testarda delle grandi eredità e delle rendite immobiliari e finanziarie alte. Una riforma fiscale che volesse davvero essere giusta dovrebbe fare tre cose insieme: colpire i patrimoni molto alti e le eredità molto ricche; allargare le detrazioni per chi spende in modo tracciato; rafforzare i controlli sul tenore di vita (villa, suv, barca vs reddito dichiarato) e sulle false prestazioni assistenziali. Sono tutte misure già discusse in passato e mai portate fino in fondo perché toccano interessi reali, molto più organizzati dei lavoratori dipendenti. 

Resta il punto politico di fondo. Il governo che dice “mai la patrimoniale” è lo stesso che, di fronte a sanità sottofinanziata, scuola in affanno, regioni che chiedono più risorse e una demografia in declino, non propone una via d’uscita diversa dal continuare a far pagare chi è già in chiaro. È un governo che parla in nome del popolo ma protegge il capitale, esattamente come una parte dell’opinione pubblica aveva segnalato all’inizio della legislatura. Può farlo perché alle spalle ha un sistema mediatico che amplifica le paure del ceto medio e mette il silenziatore sulle cifre dell’evasione e sulla concentrazione della ricchezza. Ma i numeri, se messi in fila, non lasciano scampo: 11.286 miliardi di ricchezza delle famiglie; 2.600 miliardi detenuti dall’1% più ricco; 26 miliardi ottenibili con un contributo dell’1% su questi patrimoni; oltre 100 miliardi di evasione strutturale ogni anno. È lì che stanno i soldi. Il resto è rumore. 

Meloni, Landini e il bersaglio sindacale. Dal sarcasmo di governo alla “resistenza” evocata da Montanari

Lo sciopero Cgil del 12 dicembre nasce dalla manovra, ma la risposta di Palazzo Chigi è tutta ideologica: delegittimare il conflitto sociale. Montanari: la premier usa lo stesso lessico antisindacale del fascismo. È un progetto, non uno sfogo.

Lo scontro tra Giorgia Meloni e la Cgil di Maurizio Landini sullo sciopero generale del 12 dicembre ha preso rapidamente una piega rivelatrice. Alla proclamazione della mobilitazione da parte del sindacato contro una manovra giudicata iniqua, la premier ha replicato con sarcasmo: “In quale giorno cadrà il 12 dicembre?”, alludendo alla retorica del “venerdì ponte”. Una risposta che evita accuratamente il merito della questione, ma rivela molto sul disegno politico in corso: delegittimare il sindacato riducendolo a caricatura.

Il contesto è chiaro. La legge di bilancio 2026 è stata criticata da più parti per la sua debolezza strutturale: non contrasta la perdita di potere d’acquisto dei salari, non rafforza i servizi pubblici già in crisi e affida la tenuta dei conti a tagli lineari che colpiscono in particolare territori, enti locali e comparto sanitario. Anche istituzioni come Bankitalia e Istat hanno espresso riserve. Lo sciopero, quindi, non è un atto simbolico o rituale: è la manifestazione concreta di un dissenso sociale radicato.

La reazione di Giorgia Meloni, però, non è nuova. Già ad ottobre, parlando dello sciopero pro-Gaza, la premier lo aveva definito “pretestuoso”, liquidandolo come “rivoluzione del weekend”. Identico schema: chi protesta viene ridicolizzato, i contenuti spariscono sotto una patina di dileggio.

In questo quadro si inserisce l’intervento del professor Tomaso Montanari, che ha parlato a Firenze durante l’assemblea dei delegati Cgil. Lo storico ha tracciato un parallelo netto tra il linguaggio di Meloni e quello di Benito Mussolini in materia di sindacati e conflitto sociale. La premier – ha sottolineato Montanari – parla del mondo del lavoro come “troppo sindacalizzato”, afferma che la “dialettica marxista” è un ostacolo e che capitale e lavoro devono essere “sullo stesso piano”. Anche Mussolini parlava di coordinazione e non di conflitto, di collaborazione e non di lotta di classe. Il lessico, per Montanari, è lo stesso, e non per caso.

L’aspetto più rilevante del suo discorso è la messa a fuoco di un piano politico: “Il continuo attacco al sindacato e al diritto di sciopero va preso non come uno sfogo, ma come un progetto lucido”. In altre parole, non si tratta di una reazione emotiva o di propaganda elettorale, ma di un’azione sistematica che punta a marginalizzare l’unico soggetto sociale ancora in grado di rappresentare in forma collettiva il lavoro organizzato.

Montanari ha ricordato anche l’assalto alla sede nazionale della Cgil del 9 ottobre 2021 da parte di gruppi neofascisti, come tappa iniziale di questo disegno. Un episodio troppo in fretta archiviato, ma che diventa eloquente se lo si collega alle parole della premier, alle narrazioni mediatiche ricorrenti e all’attuale retorica sull’“inutile sindacato della casta”. Un filo rosso che attraversa più stagioni, ma che oggi si manifesta con particolare forza nel tentativo di ridefinire i confini della democrazia repubblicana.

La battuta sullo sciopero del 12 dicembre, dunque, non è solo sarcasmo: è un segnale politico. Serve a consolidare un’idea: che chi sciopera è un ostacolo, un residuo del passato, un privilegiato. In questa visione, il conflitto sociale non è un diritto, ma un fastidio. Un’anomalia da ridicolizzare. Ma in realtà, chi rinuncia a una giornata di paga per manifestare contro una manovra penalizzante non è un parassita: è un cittadino che esercita un diritto costituzionale. Non va in vacanza: va in piazza per difendere il proprio futuro.

Meloni riesce a imporre questo frame narrativo anche grazie alle debolezze del fronte opposto: una Cgil che sciopera in solitaria, una Uil che fatica a costruire unità, una Cisl che si smarca appoggiando il governo, un’opposizione politica che appare più concentrata sulle elezioni del 2027 che sul sostegno alle lotte sociali. In questa disarticolazione, l’esecutivo può permettersi il lusso di colpire i sindacati con leggerezza, sapendo che il prezzo politico sarà minimo.

Ma è proprio questa la posta in gioco, come ha spiegato Montanari: il tentativo di sovvertire il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro, in favore di un nuovo ordine privo di conflitto, dove il sindacato sopravvive solo se silenzioso. Parlare oggi di “resistenza” non è un vezzo accademico: è chiamare le cose con il loro nome. Perché se un governo arriva a banalizzare il diritto di sciopero, allora quel diritto va difeso. Non con nostalgia, ma con lucidità politica. Perché è lì, tra salario, dignità e conflitto, che si decide quale democrazia ci aspetta domani.

Il presidente del Consiglio Meloni, un Robin Hood al contrario

La legge di bilancio che il governo ha messo sul tavolo conferma ciò che molti hanno finto di non vedere per tre anni: questo esecutivo non è nato per redistribuire verso il basso, ma per consolidare verso l’alto. È un governo che ha chiesto il voto “del popolo” e oggi governa in favore di una ristretta fascia sociale ed economica. Lo dicono i numeri delle audizioni parlamentari, non un’opinione militante: metà delle risorse stanziate per il taglio dell’Irpef finiranno in tasca all’8 per cento più benestante del Paese; l’Istat ha chiarito che l’85 per cento del beneficio viene assorbito dai due quinti più ricchi; l’Ufficio parlamentare di bilancio ha spiegato che per operai e lavoratori a basso reddito si parla di briciole, 20-25 euro in un anno, mentre per chi supera i 50 mila euro il vantaggio arriva oltre i 400. È, letteralmente, la foresta di Sherwood capovolta: si toglie, o non si dà, a chi sta sotto, e si premia chi sta sopra.

La narrazione ufficiale parla di “tutela del ceto medio”. Ma il ceto medio, quello vero, è fatto di lavoratori dipendenti con salari compressi dall’inflazione, partite Iva a basso fatturato, famiglie che pagano mutui e bollette, e che soprattutto non possono spostare il proprio reddito in una società di comodo nei paradisi fiscali. Per loro, dicono sempre i tecnici ascoltati in Parlamento, il drenaggio fiscale non è affatto azzerato: sopra i 32 mila euro il fiscal drag continua a mordere, cioè l’inflazione ti spinge verso scaglioni più alti e tu continui a pagare più tasse di quante pagheresti se le aliquote fossero davvero indicizzate. Il taglio della seconda aliquota dal 35 al 33 per cento non è sufficiente a compensare questa perdita di potere d’acquisto. Insomma, per la maggioranza dei lavoratori non è una manovra di liberazione del reddito, è una manovra di vetrina.

Perché allora farla così? Perché la manovra si inserisce in un disegno più largo, che è politico prima che contabile. Da un lato si mantiene alta la pressione fiscale complessiva, si definanziano capitoli di spesa degli enti locali, si tiene la sanità poco sopra il 6 per cento del Pil senza costruire una vera curva di rilancio del Servizio sanitario, anzi sì sostiene e finanzia la sanità privata; dall’altro si garantiscono continuità, incentivi e condoni fiscali al sistema delle imprese, prorogando o rimodulando misure per 2-3 miliardi l’anno, come ha fatto notare la Banca d’Italia. È la fotografia di un esecutivo che considera prioritaria la stabilità del circuito economico che già sta bene, e opzionale la protezione dei ceti popolari e di chi vive nella fragilità.

Qui entra in gioco il tema di un disegno più ampio: la repressione non è un corpo estraneo rispetto alla politica di bilancio, è il suo complemento. Mentre si approvano decreti sicurezza che inaspriscono le pene contro chi protesta, si allargano i poteri di polizia, si restringono gli spazi del dissenso e lo si fa spesso via decreto, scavalcando il confronto parlamentare, si sta preparando il terreno per un modello in cui la maggioranza sociale perde reddito, diritti e servizi, ma non deve avere gli strumenti per dirlo in piazza. Lo hanno denunciato sindacati, giuristi e persino associazioni costituzionaliste: la stretta del 2025 sulla sicurezza, trasformata in legge, ha rappresentato “un atto gravissimo” proprio perché sposta l’asse dal diritto alla protesta alla tutela del potere esecutivo.

Se mettiamo in fila i pezzi, il cerchio si chiude davvero. Primo pezzo: una legge di bilancio minima, la più piccola dal 2014, che non fa politica industriale per i territori e non fa vera redistribuzione, ma si concede il lusso di destinare la metà della dote fiscale all’8 per cento più ricco. Secondo pezzo: un pacchetto di norme securitarie che in nome del “decoro”, della “sicurezza urbana”, della “tutela delle forze dell’ordine” rende più costoso manifestare, scioperare, contestare. Terzo pezzo: il percorso di trasformazione istituzionale (premierato, centralità assoluta di Palazzo Chigi, marginalizzazione del Parlamento, divisione delle carriere in magistratura per favorire i ceti più ambienti a discapito di quelli più fragili) che giuristi e riviste come Questione Giustizia hanno chiamato “estremismo istituzionale”, cioè un assetto che concentra il potere proprio mentre si riducono i margini di critica sociale.
È una sola regia, non tre storie separate.

La domanda politica allora è: per chi governa Giorgia Meloni oggi? Non per i lavoratori poveri, perché continua a non intervenire sul salario minimo e accetta che l’Italia resti uno dei Paesi con più working poor d’Europa. Non per le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti, perché i fondi restano insufficienti, spesso solo re-iscritti a bilancio dopo essere stati tagliati negli anni precedenti. Non per la fascia che vive di contratti a termine e part-time involontari, perché la manovra non costruisce né un reddito di garanzia né un welfare territoriale capace di compensare. Governa per un ceto economico e professionale che chiede alleggerimenti fiscali, meno vincoli e più rendita pubblica. Governa per i soggetti che hanno voce e lobby, non per quelli che hanno solo bisogno. E lo fa dopo aver ottenuto il consenso proprio in nome dei “dimenticati”. Questa è la definizione perfetta di Robin Hood al contrario.

C’è poi un aspetto che non va taciuto: questa scelta di campo avviene in un momento in cui la povertà assoluta è ai massimi storici e in cui gli stessi organismi indipendenti dicono che le misure adottate non avranno alcun effetto sulle disuguaglianze. L’Upb lo dice senza giri di parole: la riduzione della seconda aliquota è regressiva, cioè spinge le risorse verso l’alto. Istat aggiunge che solo una minima parte delle famiglie nel primo quinto di reddito vedrà un qualche beneficio. E la Corte dei Conti segnala che si continua a finanziare la compliance fiscale premiando chi non è in regola, con il rischio di penalizzare i contribuenti onesti. È un modello che protegge chi già è protetto.

Questo spiega anche la durezza crescente verso i movimenti sociali, le mobilitazioni per la pace, le piazze studentesche, i sit-in ambientalisti o per la Palestina: se lasci che le persone vedano chiaramente che il bilancio dello Stato viene scritto contro di loro, che le risorse si concentrano in alto e che i diritti sociali arretrano, quelle persone proveranno a organizzarsi. Se però rendi più rischioso protestare, se fai passare chi scende in piazza come “pericoloso”, se innalzi le pene contro la resistenza a pubblico ufficiale, allora puoi permetterti di fare manovre ingiuste con meno timore di doverle ritirare. È qui che la repressione diventa una tecnologia di governo economico.

Alla fine l’immagine è semplice e dura. Un governo nato con la promessa di “rimettere al centro gli italiani” presenta una manovra che premia l’8 per cento più ricco. Un governo che dice di difendere i “più deboli” approva decreti che indeboliscono proprio la capacità dei più deboli di farsi sentire. Un governo che si proclama “sovranista” rinuncia di fatto alla sovranità fiscale, perché sceglie di non tassare davvero dove sta la ricchezza e di non recuperare sul serio l’evasione, mentre chiede a sanità, scuola, enti locali e famiglie di stare “zitti e fermi”. Questo non è un incidente di percorso: è una linea. E più passa il tempo, più diventa chiaro chi siede davvero al tavolo con Giorgia Meloni. Non i lavoratori, non i disabili, non gli anziani. Ma quel pezzo di élite economica e professionale che non vuole pagare il conto della crisi e che ha trovato nel governo attuale un alleato disposto a sacrificare la parte più ampia del Paese.

Cacciato per una domanda: anatomia di un tabù occidentale

C’è un dettaglio che rende questa storia più grande del caso personale di Gabriele Nunziati. Il collega non ha insultato nessuno, non ha diffuso fake news, non ha violato segreti. Ha fatto quello che deve fare un cronista in un sistema democratico: mettere in relazione due principi dichiarati dall’Unione europea e chiedere se valgono per tutti. Il 13 ottobre, nel briefing di mezzogiorno a Bruxelles, ha chiesto alla portavoce della Commissione, Paula Pinho, se – alla luce della continua richiesta europea che la Russia paghi la ricostruzione dell’Ucraina – anche Israele dovrà pagare la ricostruzione di Gaza, dopo averla devastata. La portavoce ha trovato la domanda “interessante” ma ha scelto di non rispondere. Due settimane dopo l’agenzia per cui Nunziati lavorava, Nova, ha interrotto la collaborazione, definendo la domanda “tecnicamente sbagliata” e “fuori luogo”.

Qui non siamo davanti a un semplice contenzioso aziendale. Siamo davanti al segnale di un’epoca in cui la verità – o anche solo la ricerca di coerenza – viene messa sotto tutela quando tocca il nervo scoperto del conflitto israelo-palestinese e del ruolo dell’Occidente. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti lo ha capito subito, infatti ha parlato di “sconcerto” e ha ricordato una cosa ovvia ma oggi rivoluzionaria: non si può essere licenziati per aver posto una domanda. Ha chiesto il reintegro. Non è un atto corporativo, è un atto politico nel senso più alto: difendere la possibilità di fare domande scomode allo stesso livello della libertà di informare.

Perché questa domanda dà così fastidio

La domanda di Nunziati è logica, non ideologica. L’UE ha ribadito decine di volte che “la Russia dovrà pagare” per la distruzione arrecata all’Ucraina. È una chiave morale e giuridica: chi distrugge, paga. Il collega ha solo verificato se questo principio vale anche quando il distruttore è un alleato politico e militare dell’Occidente. Nel momento in cui si applica il principio di responsabilità ai nemici e lo si nega agli amici, il giornalista ha il dovere di mostrarlo. Ed è proprio quel gesto, la messa allo specchio, che diventa oggi intollerabile.

Il dettaglio forse più rivelatore è la smentita della Commissione: Bruxelles ha detto di non aver fatto alcuna pressione sull’agenzia, scaricando la responsabilità su Nova. Significa che il potere politico, almeno ufficialmente, non ha censurato. È l’azienda editoriale che ha deciso che quella domanda “metteva in imbarazzo”. Qui sta il cuore del problema: non serve più la censura di Stato se le redazioni interiorizzano il perimetro del dicibile e puniscono da sole chi lo supera. È un’autocensura privatizzata.

La stampa sotto attacco

Per capire fino in fondo perché questo caso è grave, bisogna guardare a Gaza. Lì, nello stesso arco temporale in cui a Bruxelles un cronista perde il lavoro per una domanda, è in corso il più grande massacro di giornalisti mai registrato in un conflitto moderno. Le Nazioni Unite, il Committee to Protect Journalists, la Federazione internazionale dei giornalisti e Reporters Without Borders hanno documentato che dal 7 ottobre 2023 a oggi in Gaza sono stati uccisi oltre 240 giornalisti e operatori dei media, quasi tutti palestinesi; alcune ricostruzioni incrociate arrivano a 270 nomi entro l’agosto 2025. È una cifra spaventosa, che non ha precedenti e che fa dire agli organismi internazionali che Gaza è il luogo più letale al mondo per chi fa informazione. Israele ha colpito case, auto contrassegnate stampa, tende stampa negli ospedali, redazioni, e ha continuato a impedire l’ingresso stabile di reporter stranieri, costringendo i palestinesi a raccontare da soli la propria distruzione. È la fotografia di una stampa sotto attacco, fisico e deliberato. 

Quando in un luogo muoiono più di duecento reporter nel tentativo di mostrare al mondo ciò che succede e in un altro luogo, nel cuore dell’Europa, un giornalista viene allontanato perché prova a collegare Gaza alle responsabilità di chi la bombarda, il messaggio che passa è unico: le domande su Gaza sono pericolose. A sud si eliminano i testimoni, a nord si scoraggiano quelli che potrebbero far notare la contraddizione. È la stessa filiera del silenzio, solo applicata con strumenti diversi.

Un clima costruito negli anni

Non è un episodio isolato. Nel 2024 Israele ha chiuso e perquisito le strutture di Al Jazeera, giustificando la mossa con la sicurezza nazionale: è stato un colpo frontale alla libertà di stampa e le associazioni internazionali hanno parlato di tentativo di spegnere la luce su Gaza. Se uno Stato in guerra prova a spegnere le telecamere, lo capiamo: è nella logica dei conflitti. Ma quando lo stesso silenziamento, più sottile, arriva dentro le capitali europee, allora siamo davanti a un’osmosi pericolosa tra agenda politico-militare e filtri informativi. 

Nello stesso 2024-2025 una lunga serie di organizzazioni europee dei giornalisti ha chiesto all’UE di sanzionare Israele per gli attacchi sistematici ai reporter palestinesi e per l’impedimento all’accesso a Gaza: il problema è noto, documentato, nominato. Ma mentre le organizzazioni rivendicano più libertà, dentro alcune testate cresce l’ansia di essere accusate di vicinanza a posizioni non gradite solo perché si dà voce a un punto di vista non allineato. È lo stesso argomento usato da Nova per giustificare il licenziamento: il video della domanda era circolato su canali non graditi, quindi il problema non era solo la domanda, ma chi se n’era appropriato. È l’argomento perfetto per criminalizzare la notizia in base a chi la condivide. 

La fase che opprime le domande

Siamo in un periodo storico che opprime la verità e le domande lecite. Su Gaza e, più in generale, sui conflitti in cui l’Occidente è parte in causa, si è formato un recinto semantico. Dentro ci stanno le formule sul diritto alla sicurezza di Israele, le condanne agli attacchi terroristici, la generica preoccupazione umanitaria. Fuori dal recinto restano le domande sulle responsabilità materiali delle distruzioni, sulle catene di comando, sul doppio standard nell’applicazione del diritto internazionale. Chi prova a uscire dal recinto non viene arrestato, ma viene delegittimato, isolato, a volte cacciato.

In altri Paesi europei si è andati anche oltre. In Germania, per esempio, la stretta contro la solidarietà con la Palestina è diventata un modello: eventi annullati, attivisti identificati, slogan criminalizzati, perfino parlamentari richiamati per frasi ritenute filopalestinesi. È un contesto che educa i media alla prudenza e li spinge a non farsi associare a ciò che lo Stato ha marcato come sensibile. Il risultato è che la domanda giornalistica viene trattata come una provocazione politica. 

Perché il caso Nunziati riguarda tutti

Questo episodio colpisce perché avviene a Bruxelles, cioè nel luogo che ogni giorno fa la morale al mondo su libertà di stampa e stato di diritto. Se nel cuore dell’UE un giornalista perde il lavoro per aver chiesto coerenza sull’applicazione del diritto internazionale, mentre a pochi chilometri di distanza dalle nostre coscienze vengono uccisi centinaia di reporter che tentano di documentare un massacro, allora possiamo dire che la libertà di stampa non è più solo minacciata da regimi altri, ma anche da filiere editoriali europee che hanno paura di disturbare gli equilibri geopolitici del momento. È lo stesso meccanismo che porta Israele a impedire a reporter stranieri di entrare a Gaza: meno occhi, meno domande, meno responsabilità. 

Che cosa rivendicare adesso

Primo: la reintegrazione, perché lo chiede l’organismo di categoria ed è l’unico modo per dire che la domanda giornalistica non è una colpa.

Secondo: la trasparenza dell’agenzia Nova sulle motivazioni reali, perché la formula “tecnicamente sbagliata” è troppo vaga e lascia intendere che non si debbano fare domande su questioni politicamente spinose.

Terzo: che la Commissione europea, se davvero non ha fatto pressioni, lo dica con più forza e colga l’occasione per ribadire che le domande sulla proporzionalità dell’uso della forza di Israele, sulla distruzione delle infrastrutture civili e sulla futura ricostruzione di Gaza sono legittime e rientrano nel dibattito pubblico europeo. Non basta dire “non abbiamo chiamato l’agenzia”, bisogna dire “quella domanda è legittima”.

E poi c’è la battaglia più ampia: pretendere un’inchiesta internazionale sulla strage di giornalisti a Gaza e legarla, senza timidezze, alla questione europea della libertà di stampa. Perché se si accetta che quasi trecento reporter possano essere uccisi in meno di due anni senza che i responsabili ne rispondano, sarà più facile accettare anche che un cronista europeo venga messo alla porta per una domanda scomoda. Le due cose stanno insieme, fanno parte dello stesso tempo politico.

Fonti principali: ONU, Committee to Protect Journalists, International Federation of Journalists, Reporters Without Borders, comunicazioni Odg italiano. 

New York accende la luce: perché l’elezione di Zohran Mamdani parla all’America intera e non solo

New York ha fatto una scelta che va ben oltre i confini della città. Ha eletto Zohran Mamdani, 34 anni, socialista, musulmano, primo sindaco con questo profilo nella storia della Grande Mela, dopo una campagna in cui Donald Trump in persona aveva cercato di trasformare la sua identità in un’arma politica, arrivando a dire agli ebrei newyorkesi che votare Mamdani sarebbe stato “da stupidi”. È andata al contrario: la città più osservata d’America ha scelto un sindaco che nel suo primo discorso ha promesso di combattere insieme antisemitismo e islamofobia, di congelare gli affitti per oltre due milioni di case a canone calmierato, di assumere insegnanti, di fare di New York “una luce in questo momento di oscurità politica”. È una risposta diretta alla politica della paura.

Il contesto rende il tutto ancora più chiaro. Nelle stesse ore in cui New York sceglie Mamdani, la Virginia elegge la democratica Abigail Spanberger, ex Cia e figura moderata ma solidamente democratica, diventata la prima governatrice donna dello Stato; nello stesso voto i democratici conquistano anche la vicegovernatura con Ghazala Hashmi, prima musulmana eletta a una carica statale in Virginia; il New Jersey conferma la democratica Mikie Sherrill alla guida dello Stato; Detroit fa la storia eleggendo Mary Sheffield, prima donna e afroamericana alla guida della città. Non è una serie di episodi isolati: è una giornata in cui i democratici, in città e stati diversi, rimettono al centro rappresentanza delle minoranze, diritti sociali e ritorno alla normalità istituzionale dopo anni di risse trumpiane.

Trump ha provato subito a giustificare la sconfitta con la solita formula autoassolutoria: i repubblicani hanno perso perché lui non era sulla scheda e per lo shutdown. Ma la realtà è più semplice. Gli elettori hanno respinto il tentativo di ridurre la politica a scontro etnico-religioso. Hanno visto un candidato che parlava di affitti, scuola, servizi, convivenza. E hanno visto un presidente che cercava di dire chi poteva o non poteva governare New York sulla base della religione. Hanno scelto il primo.

C’è poi un elemento che i conservatori stanno già provando a minimizzare con il solito refrain “New York non è l’America”. Certo, New York non è l’America rurale, quella viscerale e profonda. Ma New York, la Virginia e il New Jersey insieme sono America politica: sono luoghi che determinano dibattito nazionale, selezionano classe dirigente, fissano l’agenda. E la Virginia, che spesso vota in tendenza rispetto al presidente in carica, stavolta ha scelto una democratica proprio durante il secondo mandato di Trump: questo, politicamente, è un test superato dai dem.

Nel dibattito pubblico emergono già tre obiezioni tipiche. La prima: “se l’alternativa è l’Islam, mi tengo Trump”. È una frase sbagliata alla radice. Mamdani non è stato eletto perché musulmano, ma perché ha proposto politiche sociali concrete ed è apparso inclusivo. La sua fede è stata usata contro di lui, e gli elettori hanno risposto che non si fanno dividere su base religiosa. È il cuore della democrazia americana: nessun test religioso per le cariche pubbliche. Chi usa lo spauracchio religioso sta dicendo che una parte degli americani non può fare politica o addirittura governare, ed è una posizione reazionaria e antidemocratica.

La seconda obiezione: “New York è una bolla liberal”. Se fosse davvero solo una bolla, non avremmo nello stesso giorno la vittoria di Spanberger in Virginia e di Sherrill in New Jersey, due stati cruciali anche per i futuri ridisegni dei collegi. Evidentemente, quando l’offerta democratica è riconoscibile, sociale, non puramente identitaria e non schiacciata sul centro-business, gli elettori rispondono.

La terza: “Trump ha perso solo perché non c’era il suo nome”. No. Trump ha perso perché ha cercato di trasformare l’identità di un candidato in un fattore di esclusione e i votanti hanno rifiutato questa impostazione. E perché dall’altra parte c’erano candidature solide, spesso femminili, spesso con esperienza pubblica (Cia, Marina, amministrazioni locali), radicate nei territori. È esattamente lo scenario che il trumpismo teme: che gli Stati Uniti tornino a scegliere sulla base delle proposte e delle competenze, e non sul rumore social.

C’è anche un elemento strutturale da non dimenticare. In molti stati a guida repubblicana si stanno ridisegnando i distretti elettorali per blindare il potere conservatore. Nonostante questo, in una sola tornata i democratici portano a casa tre ruoli di governo più la capitale economica e simbolica del Paese. Questo significa che il gerrymandering non basta se l’offerta politica è forte e se l’affluenza è alta.
È esattamente ciò che i movimenti progressisti americani sostengono da anni: quando si parla di scuola, casa, sanità, diritti e convivenza, la destra identitaria perde terreno.

In fondo è questo il messaggio che parte da New York. L’America non è condannata a essere spaccata in razze, religioni e muri, oppure controllata dai militari inviati dalla casa Bianca. Può ancora scegliere una coalizione laica, multietnica, socialista sui servizi e democratica nei toni. Può ancora dire no alla politica dell’odio anche quando l’odio arriva dalla Casa Bianca. E può farlo indicando una strada molto concreta: blocco degli affitti, assunzioni nella scuola, città come argine all’oscurità federale. Quando Mamdani dice “New York sarà la luce”, non sta facendo poesia: sta dicendo che se il centro mediatico e finanziario d’America sceglie pluralismo e protezione sociale, per Trump diventa più difficile continuare a usare paura, religione e rancore come motore politico.

A questo punto è impossibile non volgere lo sguardo all’Europa, e in particolare all’Italia. Perché mentre negli Stati Uniti si vede una reazione civica alle pulsioni autoritarie e identitarie, in Italia il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di collocarsi nella scia del trumpismo di ritorno: centralità dell’alleanza con Washington, pieno allineamento alla postura atlantica, linguaggio securitario e culturale spesso più preoccupato di “chi entra” che di “chi resta indietro”. Dopo la rielezione di Trump nel 2024, Palazzo Chigi ha ribadito senza tentennamenti la “solidità del rapporto” e la “priorità strategica” degli Usa, presentandosi quasi come cinghia di trasmissione europea del nuovo corso americano. È una scelta politica precisa, non obbligata.

La differenza è che l’Italia non ha, oggi, una New York capace di opporsi sul terreno sociale e simbolico al governo nazionale. Le grandi città italiane oscillano, ma raramente riescono a imporre un modello alternativo fatto di casa, scuola, welfare urbano e convivenza multi etnica come baricentro. E allora la postura di Meloni risulta più sbilanciata: si presenta in Europa come “traduttrice” del leader americano, anche quando il leader americano è divisivo, imprevedibile o apertamente ostile a pezzi dell’integrazione europea. È un’operazione che regge finché la società resta passiva. Ma se anche in Europa dovesse emergere un’onda di amministrazioni urbane progressiste, come quella che oggi parte da New York, la linea iper-atlantista e subalterna di Palazzo Chigi apparirebbe per quella che è: un allineamento politico, non una necessità storica.

In altre parole: mentre una parte degli Stati Uniti sta dicendo che non vuole più essere governata dalla paura e dalle campagne d’odio, l’Italia ufficiale continua a mostrarsi obbediente alle oscillazioni di Washington. L’elezione di Mamdani ci dice che la seconda strada è praticabile: si può governare con diritti, servizi e pluralismo.
Tocca all’ alternativa politica italiana decidere se seguirla o continuare a fare la ventriloqua del trumpismo europeo.

Paradisi fiscali, capitalismo estrattivo e democrazia derubata

In sei anni l’Italia si è vista sfilare 22,3 miliardi di dollari che dovevano finire in scuole, ospedali, trasporti, sostegno alla non autosufficienza. Non sono spariti per magia. Hanno semplicemente preso la strada che la finanza globale e le grandi corporation hanno apparecchiato da anni: registrare i profitti dove si pagano meno tasse, anche se quei profitti sono stati generati qui. È la fotografia che emerge dal rapporto di Tax Justice Network che hai riportato, e che combacia con l’andamento globale del fenomeno: le multinazionali spostano centinaia di miliardi di utili ogni anno in giurisdizioni amichevoli, lasciando i conti pubblici dei Paesi reali a fare i salti mortali. Su scala mondiale parliamo di oltre mille miliardi di profitti spostati e di centinaia di miliardi di gettito bruciati ogni anno.

Questo non è un incidente tecnico della fiscalità internazionale. È l’effetto logico di un capitalismo che si è fatto politica, che ha trasformato gli Stati in contenitori da cui estrarre rendita fiscale, e che usa la concorrenza tra Paesi come arma per pagare sempre meno. È la famosa corsa al ribasso. E quando le imprese pagano meno del dovuto, non è che il costo scompare: viene scaricato sulla collettività, cioè sui cittadini che pagano l’Irpef, sull’Iva, sui piccoli imprenditori che non possono aprire una controllata in Delaware.

Il ruolo degli Stati Uniti dopo il taglio Trump

La parte più interessante e più scandalosa del quadro è il comportamento degli Stati Uniti dopo il Tax Cuts and Jobs Act del 2017. Quella riforma, presentata come leva per riportare investimenti in patria, ha in realtà trasformato Washington in un rifugio fiscale per le proprie multinazionali e per molte straniere: imposta federale sulle società più bassa, regole più morbide, e soprattutto la possibilità di far atterrare negli USA profitti prodotti altrove pagando aliquote effettive molto più basse. Risultato: tra il 2016 e il 2024 gli utili dichiarati in patria sono saliti, ma le tasse effettivamente pagate sono scese. Non è un paradosso, è un disegno. 

Così gli USA sono diventati un nuovo polo di attrazione per i profitti sottratti ai Paesi dove sono stati davvero generati, scalzando perfino paradisi fiscali europei più tradizionali. E nello stesso momento Washington ha sabotato o rallentato tutti i tentativi internazionali di far pagare una quota equa alle big tech e alle altre multinazionali, dal fragile accordo OCSE sulla minimum tax fino ai tentativi di tassare i servizi digitali. Perché? Perché quando hai reso il tuo Paese un magnete del profitto altrui non hai alcun interesse a far tornare quei soldi a casa d’altri. 

Europa e Italia: le casse bucano, i servizi arretrano

Dentro questo quadro l’Italia sta nel gruppo dei Paesi che perdono senza avere strumenti adeguati per reagire. La cifra che hai riportato, 22,3 miliardi di dollari tra 2016 e 2021, va letta così: è come se avessimo lasciato aperto un rubinetto fiscale verso l’estero proprio negli anni in cui si diceva che “non ci sono risorse” per scuola, sanità, disabilità, politiche abitative. È una sottrazione silenziosa, perché non passa dal Parlamento, non richiede un decreto, non ha opposizione: avviene nelle note integrative dei bilanci delle multinazionali.

I dati europei confermano che non è un problema solo nostro: Francia e Germania perdono ancora di più in valore assoluto, la Spagna vede evaporare una quota di gettito pari a più del 5 per cento della spesa sanitaria di quegli anni. Vuol dire che i sistemi pubblici stanno pagando la concorrenza fiscale decisa altrove. E vuol dire che quando ci dicono che bisogna “aziendalizzare” la sanità, o aumentare i ticket, o privatizzare pezzi di welfare perché “mancano i soldi”, stanno in realtà scaricando sui cittadini il conto di un trasferimento di ricchezza verso i board delle corporation. 

Le multinazionali si sono fatte politica

Qui sta il punto politico che va detto con chiarezza. Il problema non è solo il Lussemburgo che fa il furbo o l’Irlanda che offre aliquote basse. Il problema è che le grandi imprese hanno conquistato negli anni un potere di interlocuzione diretto con i governi, tale da far scrivere le regole fiscali in modo compatibile con le loro strutture societarie. Non si limitano a usufruire delle norme: le orientano. E siccome sono transnazionali e gli Stati no, la trattativa è sempre sbilanciata.

Questa è la forma aggiornata della subalternità politica al capitale: non più solo lobbying, ma vera e propria co-scrittura delle regole contabili, fiscali e di trasparenza. A livello OCSE si è deciso che i dati che mostrano dove le multinazionali fanno profitti e dove pagano le imposte restano in gran parte riservati, quindi i cittadini non possono vedere chi paga e chi no. Gli USA, già nel decennio scorso, hanno voluto che la rendicontazione paese per paese non fosse pubblica. Senza trasparenza non c’è neppure conflitto democratico. 

La partita ONU e l’astuzia del Nord globale

Per questo è importante che all’ONU sia partita la trattativa per una Convenzione fiscale internazionale, cioè per spostare dal club dei Paesi ricchi al sistema multilaterale la regia sulla tassazione delle multinazionali. È una richiesta che arriva da anni dal Sud globale, perché sono proprio i Paesi a medio e basso reddito quelli che, in proporzione, perdono di più rispetto alle loro entrate complessive. Ma i Paesi guida del capitalismo occidentale hanno già fatto muro e continueranno a farlo, perché un vero registro pubblico e una vera tassazione dove si genera il valore taglierebbero le gambe alle loro stesse imprese e alle loro piazze finanziarie. 

Se la Convenzione ONU riuscisse a introdurre la rendicontazione pubblica paese per paese e il principio che il profitto si tassa dove si produce, secondo le stime di Tax Justice si potrebbero recuperare ogni anno centinaia di miliardi. È esattamente ciò che oggi manca ai bilanci pubblici per finanziare i diritti sociali senza doverli trasformare in servizi a pagamento.

Un problema di modello, non di furbetti

Qui è utile togliere di mezzo la retorica dei singoli evasori. Non stiamo parlando del professionista che non emette una fattura. Stiamo parlando di un’architettura pensata per permettere a gruppi con fatturati da Stato medio di sottrarsi alla progressività fiscale. È un problema sistemico, prodotto dall’aziendalizzazione della politica: gli Stati hanno interiorizzato l’idea che per essere “attrattivi” bisogna costare poco alle imprese. Il risultato è che si compete al ribasso, e chi vince sono i soggetti globali che possono muovere una riga di bilancio da un continente all’altro con un clic.

Ed è un problema che rompe la democrazia fiscale. Perché se i grandi non pagano, i piccoli pagano di più. Se i grandi portano fuori 22 miliardi in sei anni, lo Stato deve recuperarli altrove: tagliando spesa sociale, vendendo patrimonio, aumentando la pressione su chi non può spostarsi in Irlanda. È la socializzazione delle perdite e la privatizzazione degli utili, la cifra di questo capitalismo.

Cosa dire, allora

Primo, che i paradisi fiscali non sono un’anomalia distante, sono incorporati nel funzionamento del capitalismo occidentale. Secondo, che l’Italia non può continuare a presentare come inevitabili i tagli a sanità, scuola e disabilità finché non mette al centro la lotta al drenaggio di base imponibile. Terzo, che la battaglia per la trasparenza fiscale internazionale è oggi una battaglia democratica: sapere chi paga le tasse è un diritto politico, non un vezzo di tecnici.

E soprattutto va detto che questo drenaggio non è neutro. Ogni miliardo che esce per compiacere una multinazionale è un miliardo sottratto alla vita quotidiana delle persone, ai territori, ai servizi. È un trasferimento dal basso verso l’alto reso possibile da regole scritte dall’alto. Finché non spezziamo questo circuito, continueremo a discutere di micro-bonus, di privatizzazioni necessarie e di austerità “inevitabile”, mentre i veri soldi, quelli che potrebbero cambiare la vita delle persone, seguiranno la rotta invisibile dei paradisi fiscali.

La cura negata: il flop della “prestazione universale” e la sindrome del cambiare tutto

L’idea era potente sulla carta: unire accompagnamento e un aiuto aggiuntivo per gli ultraottantenni più fragili. Nella pratica, però, la “prestazione universale” ha toccato pochissimi, lasciando in sospeso migliaia di famiglie e mostrando una tendenza politica ormai chiara: mettere mano ai diritti sociali e sanitari senza rafforzare davvero ciò che serve ai cittadini più fragili . È solo incompetenza o c’è una precisa regia che sposta costi e responsabilità dai livelli garantiti per Costituzione a quelli più deboli e negoziabili?

Il quadro politico: la spinta a riscrivere la Carta e a comprimere i diritti dei più deboli

Qui sta il punto che non va eluso. L’attuale maggioranza, erede di una tradizione che non partecipò alla costruzione della Costituzione repubblicana, coltiva una pulsione a “cambiare tutto”: non per aggiornare i diritti, ma per riscrivere gli equilibri in favore dell’esecutivo e contro i contrappesi. È la stessa logica che ritroviamo nel premierato, nell’autonomia differenziata, nella separazione delle carriere dei magistrati, nelle strette d’ordine pubblico: si sposta il baricentro dall’universalismo dei diritti alla gerarchia del comando. In questa cornice, i diritti sociali non sono più garanzie esigibili ma concessioni condizionate, erogate a platee via via più ristrette. È una sindrome, sì, ma non casuale: è la continuità culturale di chi, per storia e riferimenti, non riconosce nella Costituzione il patto antifascista di cittadinanza eguale e tende a ridurla a carta di governo. Il risultato lo vediamo proprio sulla non autosufficienza: si introducono ostacoli anagrafici, reddituali e burocratici che violano lo spirito dell’articolo 3 (rimuovere gli ostacoli), colpendo i più fragili e gli ultimi, mentre cresce il potere discrezionale dei livelli amministrativi e si depotenziano i Livelli Essenziali di Assistenza. “Cambiare tutto” diventa così un programma politico: comprimere l’universalismo, selezionare i beneficiari, normalizzare l’idea che i diritti siano privilegi revocabili. E i “nipotini del Duce” (per usare l’immagine tanto diffusa quanto efficace) si rivelano bravissimi nel governare con l’arma dell’esclusione: più regole per i deboli, più libertà per chi già ha potere.

Che cos’è davvero la “prestazione universale”

La misura, introdotta in via sperimentale nel 2025, unifica la quota fissa pari all’indennità di accompagnamento e una quota integrativa fino a 850 euro al mese per acquistare lavoro di cura o servizi. Ma l’accesso è strettissimo: età almeno 80 anni, ISEE sociosanitario non oltre 6.000 euro e condizione di bisogno “gravissimo” definita da criteri clinici molto selettivi. Dal 2 gennaio 2025 al 31 dicembre 2026 è possibile fare domanda all’INPS.

I numeri della delusione

Sulla platea teorica di circa 25 mila aventi diritto, i beneficiari effettivi sono risultati intorno a duemila nei primi mesi, con un numero di domande nettamente inferiore alle attese. Anche stime intermedie parlano di poche migliaia di richieste e di esiti positivi sotto la metà. Un fallimento di design, prima ancora che di spesa.

Perché ha funzionato così poco

Il cuore del problema sta nel paradosso normativo. La riforma anziani (legge 33/2023) ha alimentato il rischio di spostare la tutela delle persone non autosufficienti dall’area dei diritti sanitari esigibili ai livelli sociali, meno garantiti. Giuristi come Giovanni Maria Flick lo hanno detto chiaramente: comprimere la presa in carico sanitaria in favore dell’assistenza sociale significa indebolire una protezione costituzionalmente presidiata. Anche analisi indipendenti hanno segnalato incoerenze dei decreti attuativi rispetto ai principi della delega.

Il caso RSA, Alzheimer e “quote” che non tornano

Quando la gravità clinica rende indistinguibili prestazioni sanitarie e sociosanitarie, la retta nelle RSA dovrebbe essere coperta secondo riparti fissati dai LEA. In generale, la regola è la compartecipazione al 50 per cento tra Servizio sanitario e persona, ma in diversi territori le famiglie si ritrovano a pagare più del dovuto, fino all’intero importo. La giurisprudenza ha riconosciuto in più casi che, per i malati più gravi, la spesa è integralmente sanitaria. Non a caso, le Regioni hanno chiesto di “riconoscere progressivamente il livello di sanitarizzazione” delle demenze fino alla totale presa in carico del SSN, mentre prosegue il riparto del Fondo Alzheimer 2024-2026.

Intenzione o incapacità? La sindrome del cambiare tutto

Il filo rosso è semplice: si annuncia una svolta, si restringe l’accesso, si lascia intatto il deserto dei servizi domiciliari e del personale. Intanto si spingono riforme di sistema che toccano i contrappesi costituzionali e l’unità dei diritti: autonomia differenziata già in legge, premierato in itinere, separazione delle carriere dei magistrati. È un pacchetto che, nell’insieme, aumenta diseguaglianze territoriali e rende i diritti più mutevoli. Gli atti ufficiali parlano da soli.

Il conto lo pagano sempre gli stessi

Nel nostro paese “il grosso” dell’assistenza lo fanno le famiglie, in primis le donne. Nella popolazione 50+, i caregiver sono per il 65 per cento donne. Ridurre la presa in carico pubblica significa scaricare più costi economici e di salute su chi già regge la rete di cura, con effetti che si vedono su occupazione, povertà e disuguaglianze.

Che cosa servirebbe, davvero

Non bastano bonus con paletti che quasi nessuno supera. Servono quattro mosse concrete, riprese anche dal Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza: uno sportello unico che semplifichi l’accesso ai sostegni, un aiuto economico stabile per chi regolarizza il lavoro di cura, più personale specializzato nelle strutture residenziali e veri servizi domiciliari di base ovunque, non solo in poche Regioni. È l’ABC di un sistema che parte dalle persone, non dai comunicati.

Il punto politico

Se un governo cambia per cambiare, senza ascoltare chi vive la non autosufficienza, finisce per chiamare riforma ciò che è solo una riduzione degli aventi diritto. La “prestazione universale” è l’emblema di questa sindrome: promessa di universalismo, esito micro-selettivo. Correggerla è possibile, ma va rovesciato l’approccio. Prima i servizi e i LEA sociosanitari, poi gli incentivi economici. Prima la certezza dei diritti, poi la sperimentazione. Altrimenti il cambiare tutto resta un esercizio di potere, non una politica per i più fragili.

Fonti essenziali

Criteri, importi e istruzioni INPS sulla prestazione universale.

Analisi e critica tecnico-giuridica della riforma e dei decreti attuativi.

Dati sul flop iniziale e sulla platea: rassegna e titoli de Il Sole 24 Ore; stime intermedie su domande e accoglimenti.

Quote sanitarie in RSA, giurisprudenza e priorità delle Regioni; Fondo Alzheimer 2024-2026.

Autonomia differenziata, premierato, separazione carriere: atti e dossier istituzionali.

Peso dell’assistenza familiare e profilo dei caregiver.

Venezuela non si tocca: smascheriamo la guerra di rapina nel Caribe

Noi stiamo con il Venezuela, punto. Non per faziosità, ma perché qui si combatte una partita più grande: popoli e risorse contro un capitalismo predatore che usa la parola “narco” come foglia di fico per imporre missili, sanzioni, portaerei. Negli ultimi due mesi gli Stati Uniti hanno colpito ripetutamente piccole imbarcazioni nel Caribe e nel Pacifico, uccidendo decine di persone, senza rendere pubbliche prove verificabili. L’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito questi attacchi “inaccettabili” e ha chiesto lo stop immediato e indagini indipendenti. Nel frattempo Washington fa affluire navi da guerra e un’intera portaerei verso l’area venezuelana. Questo non è ordine pubblico: è prova generale di regime change.

Cosa sta succedendo, in concreto
Gli strike letali contro barche “sospette” sono iniziati a settembre e hanno già fatto oltre 60 morti. Le testate statunitensi parlano di “narcoterroristi”, ma ammettono che il governo non ha mostrato evidenze pubbliche sui carichi. Intanto il cacciatorpediniere USS Gravely è entrato e uscito da Port of Spain (Trinidad e Tobago), a pochi chilometri dalla costa venezuelana, per esercitazioni congiunte. In arrivo anche la portaerei USS Gerald R. Ford, che aggiunge migliaia di uomini e nuovi mezzi al dispositivo navale già presente. È un salto di scala.

Il “narco” è il pretesto, non il motivo
Le indagini internazionali – comprese quelle in ambito ONU – non indicano il Venezuela come produttore di cocaina; al contrario, registrano un contrasto attivo da parte del governo venezuelano contro la produzione e il transito del narcotraffico. La retorica “antidroga” è dunque un paravento. Il movente reale dell’amministrazione Trump è accaparrarsi risorse naturali (petrolio, gas e minerali strategici) e imporre un cambio di regime. Prima il Venezuela; poi, a ruota, gli altri Paesi non allineati dell’area, a partire da Cuba e Nicaragua. In una parola: geopolitica delle risorse.

Il bottino vero: petrolio e gas
Il Venezuela siede sulle più grandi riserve provate di petrolio al mondo (circa 303 miliardi di barili, stima EIA/OPEC) e, nonostante le sanzioni, ha riportato le esportazioni sopra 1 milione di barili/giorno a settembre. Sul gas, il campo offshore Dragon (in acque venezuelane, con 4+ Tcf) è diventato un dossier di pressione: prima licenze USA “a tempo”, poi strappi politici; Caracas ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad dopo l’attracco della nave USA. È qui che il puzzle si ricompone: hard power in superficie, leva energetica in profondità.

La miccia politica
Mentre cresce l’hardware militare, arriva anche la sanzione simbolica: il Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione. Un premio che, nel contesto attuale, funziona come scudo mediatico e come ulteriore delegittimazione del governo di Caracas. Il messaggio, per chi deve riceverlo, è chiarissimo.

Il rischio escalation è reale
Esponenti di primo piano del Partito Repubblicano (Lindsey Graham) parlano apertamente di “possibili” colpi di terra in Venezuela e perfino in Colombia. I media statunitensi riportano attività coperte dell’intelligence. Con portaerei, cacciatorpediniere e retorica d’assedio, l’incidente che trascina l’area in una crisi regionale è a un passo. E non illudiamoci: oggi Venezuela, domani Cuba o Nicaragua.

La nostra posizione (senza giri di parole)
Difendere l’autodeterminazione venezuelana significa dire no a esecuzioni extragiudiziali in mare, no a portaerei usate come clava diplomatica, no a “premi” e sanzioni come armi di guerra ibrida. Possiamo criticare dall’interno errori, corruzione, ferite sociali: è un diritto dei venezuelani. Ma non accettiamo che la legge internazionale diventi opzionale quando in gioco ci sono barili e giacimenti.

Cosa chiediamo e cosa facciamo
1. Stop immediato agli strike e indagine ONU indipendente su ogni attacco, vittime identificate, regole d’ingaggio pubbliche.
2. Tavolo CELAC–CARICOM–UNASUR su sicurezza marittima ed energia (incluso Dragon), per togliere ossigeno alla logica del fatto compiuto.
3. No all’allineamento europeo alla dottrina delle uccisioni senza processo: l’UE lavori a de-escalation, corridoi legali e cooperazione giudiziaria, non a “interventi per procura”.
4. Mobilitazione dal basso: presidi sotto le sedi diplomatiche del Venezuela e campagne di contro-informazione. La pace non è neutralità: è prendere parte contro la guerra di rapina.

O si accetta che i Caraibi diventino zona di caccia dove chi ha più missili comanda, o si difende l’unico principio che tiene insieme popoli diversi: la sovranità, con il diritto davanti ai cannoni. Noi scegliamo il Venezuela, oggi. Perché scegliere il Venezuela, adesso, significa scegliere tutti i popoli che non vogliono tornare colonia.

Fonti principali per dati e fatti
– Serie di attacchi navali USA e bilanci vittime; assenza di prove pubbliche; presenza di CIA/rafforzamento militare.
– Condanna ONU agli strike come contrari al diritto internazionale e richiesta di stop.
– Arrivo USS Gravely a Trinidad, esercitazioni congiunte, ridispiegamento della USS Gerald R. Ford.
– Riserve petrolifere e export venezuelani; dossier gas Dragon e sospensione cooperazione con Trinidad.
– Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado (contesto politico-mediatico).

Nota esplicativa:
Dragon è un giacimento offshore di gas naturale del Venezuela. Si trova nel Mar dei Caraibi, in acque venezuelane a nord della penisola di Paria, praticamente sul confine marittimo con Trinidad e Tobago.

In breve:

  • Dove sta: nel cluster “Plataforma Deltana”, circa 25 miglia a nord della costa venezuelana, a pochi chilometri da Trinidad.
  • Quanto gas c’è: stime tra 3,2 e 4,2 trilioni di piedi cubi (Tcf), fra i campi gas più importanti del Paese.
  • A cosa serve: il progetto prevede di collegare Dragon con una condotta sottomarina alle infrastrutture di Trinidad (Atlantic LNG) per liquefare ed esportare il gas. Shell e la statale di Trinidad (NGC) hanno negoziato con PDVSA; l’operatività è sempre dipesa dalle licenze USA sulle sanzioni.
  • Timeline recente (ballerina): Caracas ha concesso una licenza pluriennale a Shell nel 2023; Washington ha alternato via libera e strette (revoche in primavera 2025, nuova licenza ad ottobre 2025); subito dopo, però, il Venezuela ha sospeso la cooperazione energetica con Trinidad, congelando di fatto il dossier.

Perché conta: Trinidad soffre di carenza di gas per la propria filiera LNG/petrolchimica, e Dragon è la fonte più vicina e logica; per il Venezuela è moneta dura e leva geopolitica. Proprio per questo il campo è diventato un nodo strategico della crisi caraibica di queste settimane.

Un milione che suona come un insulto: così la manovra dimentica i caregiver e sposta i miliardi altrove

Un milione nel 2026 per i caregiver: una cifra simbolica che fotografa le priorità della manovra. Mentre le famiglie reggono il sistema di cura, lo Stato guarda altrove.

I numeri (e il messaggio politico) dell’articolo 53

Nel testo della Legge di Bilancio 2026, l’articolo 53 istituisce un fondo “a sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare” con 1,15 milioni per il 2026 e 207 milioni annui a decorrere dal 2027. Le associazioni parlano di risorse irrisorie e di riforma senza una cornice di diritti esigibili. Non è un cavillo: è una scelta politica netta.

La memoria corta del Governo

Il precedente “fondo caregiver” da 30 milioni era stato soppresso; solo il 7 maggio 2025, la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato i criteri di riparto dei fondi (relativi al 2024) nell’ambito del Fondo unico per la disabilità. Un ripristino tardivo, con procedure complesse, che dimostra ancora una volta come la cura venga trattata come straordinaria, mai strutturale.

Quante persone stiamo lasciando sole

In Italia i caregiver familiari sono oltre 7 milioni, in larga maggioranza donne. Le persone con disabilità sono circa 2,9 milioni (dato ISTAT, 2023). Parliamo di famiglie intere che reggono il carico dell’assistenza quotidiana, spesso senza alcun riconoscimento formale. Pensare di rispondere a questo bisogno con 1,15 milioni nel 2026 è più che illusorio: è offensivo.

La scala delle priorità: miliardi alla Difesa, centesimi alla cura

Nel 2025 il Governo ha rivendicato con orgoglio il raggiungimento del 2% del PIL destinato alla Difesa. La NATO, nel frattempo, ha alzato ulteriormente l’asticella: l’obiettivo complessivo è ora il 5% del PIL entro il 2035 (3,5% per la difesa militare, 1,5% per la “sicurezza” in senso lato). Anche gli analisti più prudenti confermano che si tratta di un’accelerazione storica della spesa militare. Di fronte a questi numeri, la cifra destinata alla cura appare ancora più indecente.

Cosa servirebbe subito (non “dal 2027”)

  1. Una legge-quadro chiara
    Definizione giuridica unica della figura del caregiver familiare, indennità mensile strutturale, diritti esigibili e riconoscimento sociale.
  2. Tutele previdenziali e lavorative
    Contributi figurativi pieni, congedi retribuiti e flessibili, diritto al sollievo, senza penalizzazioni per chi rinuncia a un lavoro per assistere un familiare.
  3. Sportello unico nazionale
    Un sistema centralizzato con domanda digitale, tempi certi, erogazioni trasparenti e un monitoraggio pubblico accessibile.
  4. Integrazione socio-sanitaria reale
    Piani personalizzati di cura con “budget di presa in carico”, coordinati tra servizi sociali e sanitari a livello locale e vincolati a standard minimi.
  5. Coperture trasparenti e continuative
    Stop a fondi spot e riclassificazioni contabili. Serve una dotazione pluriennale certa, svincolata da logiche emergenziali.

Come rendere strutturale il Fondo (coperture vere, non promesse)

  1. Agganciare il Fondo ai “flussi bancari” della manovra
    Il cosiddetto pacchetto banche non è una vera imposta straordinaria: si tratta di una combinazione tra aumento dell’IRAP per il 2026–2027, limiti temporanei alle deduzioni fiscali (ACE, perdite pregresse) e slittamento delle DTA. È più un’anticipazione di gettito che un contributo reale: lo Stato incassa ora, ma le banche pagheranno meno domani. Almeno il 20% di queste risorse dovrebbe essere vincolato per legge al Fondo Caregiver, sin dal 2026, per renderlo pluriennale e strutturale.
  2. Dal 2026, non dal 2027
    L’avvio “ritardato” al 2027 dei 207 milioni non è credibile né accettabile. È necessario attivare immediatamente la dotazione annuale minima e indicizzarla a inflazione sanitaria e demografica.
  3. Un Fondo unico, nazionale, e semplice da usare
    Basta con la frammentazione regionale: serve un Fondo nazionale con piattaforma digitale unica, procedure snelle e tempi certi. Ogni ulteriore frammentazione favorisce ritardi e diseguaglianze territoriali.
  4. LEPS e budget di cura da garantire in ogni ASL
    I livelli essenziali per il sollievo familiare e l’assistenza domiciliare devono essere vincolanti per le Regioni, con fondi dedicati proprio attraverso la quota stabilita nel pacchetto banche.
  5. Clausola di salvaguardia sociale
    Qualora lo stanziamento annuale per i caregiver scenda sotto una soglia minima pro-capite, si attiva automaticamente un travaso di risorse dal pacchetto banche o da capitoli discrezionali verso il Fondo Caregiver. È il minimo per garantire stabilità e continuità.

Mettere 1,15 milioni per i caregiver nella manovra economica non è un errore tecnico: è una precisa scelta politica. È lo specchio di un sistema che premia la spesa per armamenti ma abbandona chi ogni giorno cura, assiste, sostiene. È la negazione di una visione sociale del Paese. La cura non è un favore. È un diritto. Ed è tempo che venga finanziata come tale: ora, non in un futuro indefinito.

Fonti principali:
Il Fatto Quotidiano; Gazzetta Ufficiale (07/05/2025); Ministero per le Disabilità; ISTAT (Rapporto disabilità 2023); Reuters (obiettivi NATO 2025–2035); “Fisco e Tasse” – analisi manovra 2026, pacchetto banche.