Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump

Nella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.

Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.

Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze

La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.

Basta scorrere qualche tappa:

Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.

Cuba 1961: lo sbarco fallito alla Baia dei Porci, esuli addestrati dalla CIA per abbattere il governo rivoluzionario di Fidel Castro.

Repubblica Dominicana 1965: truppe statunitensi sbarcano per “ristabilire l’ordine”, soffocando un tentativo di ritorno alla legittimità costituzionale.

Cile 11 settembre 1973: il colpo di Stato militare che uccide Salvador Allende e apre la strada alla dittatura di Pinochet, con documentata regia politico-militare di Washington sullo sfondo.

Grenada 1983: Operazione “Urgent Fury”, invasione di un micro-Stato per impedire che si consolidi un governo percepito come troppo vicino a Cuba e all’URSS.

Panama 1989: Operazione “Just Cause”, bombardamenti su quartieri popolari e cattura del presidente Manuel Noriega, trascinato in catene negli USA.

Caracas 2026 è dentro questa genealogia. La “Dottrina Trump” non è una rottura, ma l’aggiornamento brutale di una logica costante: il diritto internazionale è valido per gli altri, mentre gli Stati Uniti conservano per sé il privilegio dell’eccezione permanente.

La foglia di fico della droga: quando gli esperti smentiscono la propaganda

Come giustificare oggi un bombardamento e un rapimento di un presidente straniero? Trump ha scelto la foglia di fico della “guerra alla droga”. Maduro viene dipinto come capo del “Cartel de los soles”, il Venezuela trasformato in narco-Stato minaccioso per la sicurezza degli statunitensi.

Ma se si guarda ai dati, la narrazione crolla. Antonio Nicaso, tra i massimi esperti mondiali di criminalità organizzata, autore con Nicola Gratteri del volume “Cartelli di sangue”, ricorda che il Venezuela è marginale nelle rotte del narcotraffico internazionale: il cuore della produzione di cocaina resta la Colombia, con Perù e Bolivia a seguire, mentre grandi hub logistici sono oggi Ecuador, alcuni porti centroamericani e naturalmente il Messico per quanto riguarda il fentanyl.

La stessa DEA, che non è certo tenera con Caracas, descrive il “Tren de Aragua” come gruppo violento e pervasivo ma con ruolo principalmente interno o regionale, e indica il coinvolgimento in traffici di droga “su piccola scala”.

Se davvero l’obiettivo fosse la droga, l’ordine di battaglia statunitense si rivolgerebbe altrove: contro i cartelli messicani che inondano gli USA di fentanyl, contro le aree di coltivazione colombiane, contro i porti e i terminal container dove passa la maggior parte della cocaina diretta in Nordamerica e in Europa. Il fatto che si sia scelto il Venezuela – marginale rispetto a questi flussi – rende evidente ciò che Nicaso riassume con una chiarezza disarmante: il narcotraffico non c’entra, la motivazione reale è un’altra.

Petrolio, tre volte petrolio: l’obiettivo vero

La reale motivazione si chiama petrolio. Il Venezuela possiede le più grandi riserve accertate di greggio al mondo, oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja del Orinoco, un petrolio “pesante” ma strategico in un pianeta che, nonostante la retorica green, resta strutturalmente dipendente dagli idrocarburi.

Lo dice senza giri di parole l’economista Jeffrey Sachs: per Washington, la priorità è “ricostruire e gestire” i giacimenti venezuelani, non certo liberare il popolo. È l’ennesimo regime change pensato e preparato da oltre vent’anni – fin dal colpo di Stato fallito del 2002 contro Hugo Chávez – oggi condotto in modalità apertamente arbitraria, aggirando ONU e diritto internazionale.

Il paradosso più violento è nella retorica proprietaria usata da Trump: Maduro e il suo governo vengono accusati di aver “rubato” petrolio, terra e ricchezze che apparterrebbero agli Stati Uniti. È un rovesciamento totale della legalità: il petrolio che giace nel sottosuolo venezuelano, per ogni concezione minimamente decente del diritto internazionale, appartiene al popolo venezuelano. È quell’appropriazione coloniale – considerare “nostre” le risorse altrui – a costituire il crimine originario.

Dire che i venezuelani hanno “rubato” il petrolio americano è un cortocircuito logico e giuridico: è come se il rapinatore accusasse il proprietario di avergli sottratto il bottino. Eppure questa è la narrazione che viene confezionata e rilanciata, pronta per essere introiettata dall’opinione pubblica occidentale.

Dal narco-Stato alle “armi di distruzione di massa”: il copione che si ripete

Il copione è fin troppo noto. Prima si costruisce un’accusa assoluta – il dittatore come capo di un cartello, il regime come minaccia globale – poi, a posteriori, si cercherà di “trovare” prove per darle una parvenza di credibilità. Ma ad oggi non esiste alcuna dimostrazione seria che Maduro sia il vertice operativo di un’organizzazione criminale internazionale.

Il parallelo con le “armi di distruzione di massa” in Iraq è inevitabile. Anche allora si costruì un castello di menzogne – dossier manipolati, prove inesistenti, ricostruzioni fantasiose – per invadere un paese sovrano, rovesciare un governo sgradito e ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Quelle armi non furono mai trovate; a restare fu solo un Paese devastato, centinaia di migliaia di morti, una regione destabilizzata per decenni.

Oggi, l’accusa di essere il “capo dei narcos” serve a svolgere la stessa funzione: giustificare l’ingiustificabile. Si ripete la sequenza: demonizzare, isolare, colpire. Solo che la scala del crimine, questa volta, comprende anche il rapimento di un capo di Stato, trasportato in un luogo ignoto, al di fuori di qualsiasi giurisdizione riconoscibile.

Il diritto internazionale in macerie: Atene, Milo e la realpolitik a stelle e strisce

Sachs, richiamando Tucidide, riporta alla memoria il celebre dialogo tra Atene e gli abitanti di Milo: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. È il manifesto più limpido del potere nudo, che non ha bisogno di maschere giuridiche.

Nel caso venezuelano, la violazione della Carta delle Nazioni Unite è persino scolastica:

non c’è stata alcuna aggressione armata del Venezuela contro gli Stati Uniti;

non esiste un mandato del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’uso della forza;

non c’è alcun contesto di legittima difesa, individuale o collettiva.

Eppure missili, incursioni e “commando” aviolanciati hanno colpito un paese sovrano, rapendone il presidente. È difficile immaginare un caso più lampante di guerra di aggressione. Ma a Washington questo non interessa: là dove la ragione del più forte diventa l’unico criterio, ONU, corti penali internazionali e convenzioni multilaterali sono orpelli da aggirare.

Questa è, in filigrana, la vera Dottrina Trump: il mondo come scacchiera in cui non esistono regole, solo rapporti di forza. Chi ha portaerei e basi militari decide; chi non le ha, subisce.

Il “cortile di casa” 4.0: egemonia, petrolio e multipolarismo autoritario

L’attacco al Venezuela va letto anche nel quadro della competizione globale tra potenze. Per gli Stati Uniti, il paese bolivariano è un tassello chiave di almeno tre partite:

controllo delle risorse energetiche (la Faja dell’Orinoco come gigantesca riserva di greggio;

contenimento della presenza russa e cinese in America Latina;

disciplinamento di ogni progetto politico sovranista e redistributivo nel continente.

È qui che la “Dottrina Trump” mostra la sua natura di risposta aggressiva al mondo multipolare in costruzione: non si tratta di difendere la democrazia, ma di riaffermare una gerarchia imperiale lì dove sono emerse alternative, per quanto contraddittorie. Il linguaggio da padrone di piantagione – “gestiremo noi il Venezuela finché non ci sarà una transizione giusta” – lo conferma: non si riconosce soggettività politica al popolo venezuelano, ma solo una condizione di tutela coloniale.

Europa, Italia e il silenzio complice

La reazione europea è, ancora una volta, la cartina di tornasole dei doppi standard. Mentre perfino una parte del mondo accademico e dei movimenti negli Stati Uniti denuncia l’arbitrarietà di un’operazione che calpesta ONU e diritto internazionale, diversi governi europei si trincerano dietro formule ambigue o, peggio, definiscono l’intervento “legittimo”, come emerso da dichiarazioni riportate dalla stampa italiana.

Siamo di fronte allo stesso schema già visto altrove: la violenza dell’alleato principale viene derubricata a “azione controversa”, per non mettere in discussione l’architettura politico-militare dell’Occidente. Gli stessi governi che invocano il diritto internazionale quando a violarlo è un avversario geopolitico, improvvisamente lo relativizzano quando a sganciare le bombe è Washington.

Questo scarto non è solo ipocrisia morale. È un pezzo della crisi profonda delle istituzioni nate dopo il 1945: un ordine internazionale in cui alcune potenze si sentono autorizzate a violare la Carta dell’ONU a piacimento è un ordine già in frantumi. Caracas è il luogo in cui queste crepe diventano visibili a occhio nudo.

Un nuovo internazionalismo o il far west globale

L’appello che arriva dai movimenti sociali e da voci critiche come quelle raccolte da Dinamopress è chiaro: di fronte a questo salto di qualità, non basta indignarsi a giorni alterni. Serve un nuovo internazionalismo, capace di tenere insieme lotte sociali, difesa dei diritti, critica dell’imperialismo vecchio e nuovo.

Significa rifiutare i “campismi” che sostituiscono l’analisi con la tifoseria per questo o quel leader autoritario; ma significa anche avere il coraggio di un giudizio netto quando una potenza rapisce un presidente straniero e bombarda una capitale in nome del proprio interesse energetico.

Dire oggi “no alla guerra contro il Venezuela” non è uno slogan astratto. Vuol dire:

difendere il principio che le risorse di un paese appartengono al suo popolo;

rifiutare che la “guerra alla droga” diventi copertura permanente per guerre di aggressione;

schierarsi con le popolazioni che subiscono sanzioni, blocchi e bombardamenti, senza farsi incastrare nei giochi di prestigio di chi brandisce i diritti umani come arma selettiva.

10.Conclusione: Caracas non è un’eccezione, è uno specchio

L’attacco al Venezuela, la “Dottrina Trump”, la riduzione del diritto internazionale a carta straccia non sono un incidente di percorso. Sono la fotografia del mondo che abbiamo di fronte: un ordine in cui la forza pretende di farsi diritto e in cui la sovranità di popoli disobbedienti viene trattata come un crimine.

Caracas è oggi il laboratorio in cui questo nuovo far west viene testato. Se l’aggressione passerà senza una risposta forte – sociale, politica, culturale – il precedente sarà scolpito nella pietra: uno Stato socialista, che ridistribuisce, che investe in sanità e istruzione pubblica, potrà essere trasformato in “banda criminale” e messo sotto tutela armata.

Sta alle coscienze critiche, ai movimenti, a chi ancora crede che la parola “diritto” debba significare qualcosa, decidere se normalizzare questo orrore o chiamarlo con il suo nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso in giacca e cravatta.

Fonti essenziali

– Serie di articoli de Il Fatto Quotidiano sull’attacco al Venezuela, incluse le interviste ad Antonio Nicaso (“Droga? È la scusa, Caracas non conta nel narcotraffico”) e a Jeffrey Sachs (“Non esiste né Onu né diritto per gli Usa, solo potere e denaro”).

– Dossier de Il Fatto Quotidiano “Attacco al Venezuela: dalla Baia dei Porci a Noriega, Washington ha un ‘cortile di casa’”.

– Articolo “Un nuovo internazionalismo contro l’aggressione statunitense in Venezuela”, pubblicato su Dinamopress e rilanciato da reti militanti latinoamericane ed europee.

– Documentazione storica su dottrina Monroe e interventi USA in America Latina (Office of the Historian, voci enciclopediche su Guatemala 1954, Baia dei Porci, Repubblica Dominicana 1965, Cile 1973, Grenada 1983, Panama 1989).

– Dati su riserve petrolifere venezuelane e ruolo nel mercato energetico globale (OPEC, EIA e studi di settore).

Golpe dal cielo su Caracas: l’impero del male entra nella fase del sequestro

La notte in cui il bombardamento diventa golpe

Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana è stato squarciato da una serie di esplosioni. Obiettivi colpiti: Fuerte Tiuna, cuore militare del paese; la base aerea Generalissimo Francisco de Miranda (La Carlota); altri siti strategici nell’area metropolitana e lungo la costa centrale, tra La Guaira e lo Stato di Miranda. Le prime ricostruzioni parlano di almeno sette deflagrazioni, sorvoli a bassa quota, blackout in vari quartieri.

Nel giro di poche ore, da fonti statunitensi filtra l’annuncio che Nicolás Maduro e la moglie sarebbero stati catturati e già trasferiti all’estero, mentre circolano notizie – ancora da verificare in modo indipendente – sull’uccisione del ministro della Difesa, colpito durante i raid su installazioni militari.

Siamo oltre la “rappresaglia mirata”. Siamo di fronte a un salto di qualità politico e simbolico: l’attacco dall’aria si combina con la decapitazione forzata della leadership del paese. È, in senso proprio, un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.

Dal blocco navale alle bombe: un crimine annunciato

Quello che accade oggi non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una strategia costruita passo dopo passo.

Prima fase: la demonizzazione totale del Venezuela. Da mesi l’amministrazione Trump ha definito il governo Maduro una “organizzazione terroristica straniera”, lo ha accostato ai cartelli della droga, lo ha descritto come un narco-Stato fuori controllo. L’etichetta non è retorica: serve a spostare il conflitto dal terreno politico a quello penale, presentando ogni azione ostile come “lotta al crimine”.

Seconda fase: la guerra economica e il blocco di fatto. Le sanzioni unilaterali hanno colpito la compagnia petrolifera PDVSA, congelato asset all’estero, reso difficilissime le transazioni per cibo e medicine. Studi indipendenti hanno documentato decine di migliaia di morti attribuibili all’impatto delle misure coercitive su sanità e approvvigionamenti, parlando apertamente di “punizione collettiva” contro la popolazione venezuelana.

A questo assedio economico si è aggiunto, nelle ultime settimane, il dispiegamento della più grande forza navale statunitense mai vista nel Mar dei Caraibi, con il pretesto di fermare le “navi della droga” e un blocco selettivo sulle petroliere venezuelane. Un blocco che, dal punto di vista del diritto internazionale classico, equivale già a un atto di guerra.

Terza fase: il passaggio alle bombe. L’attacco del 3 gennaio arriva dopo giorni di minacce su Truth Social, in cui Trump annunciava l’inizio imminente di “operazioni all’interno del territorio venezuelano”, accusando il paese di aver “rubato petrolio, terra e ricchezze che appartengono agli Stati Uniti”.

Non è quindi una reazione “d’impulso”. È la prosecuzione, con altri mezzi, di una guerra ibrida già in corso: economica, diplomatica, mediatica.

Il sequestro di Maduro: “rendition” imperiale in versione latinoamericana

Il tassello forse più grave, sul piano politico, è l’annuncio – proveniente da fonti statunitensi e rilanciato dai media – dell’arresto di Maduro e di sua moglie e del loro espatrio forzato.

Se confermata, non saremmo solo di fronte a bombardamenti su un paese sovrano, ma a una vera e propria operazione di “rendition” ai danni di un capo di Stato in carica: un sequestro di persona mascherato da azione di polizia internazionale. Il precedente più vicino è forse quello di Manuel Noriega a Panama, catturato nel 1989 dopo un’invasione militare, portato via in catene e processato negli Stati Uniti.

Ma qui lo scenario è ancora più esplicito: non c’è neppure la finzione di un mandato ONU, di una coalizione multilaterale, di un processo nella giurisdizione del paese aggredito. C’è una potenza che decide che il presidente di un altro Stato è un criminale da prelevare con la forza, giudicare altrove e, nel frattempo, sostituire con un esecutivo gradito.

È l’idea stessa di sovranità ad essere colpita. Oggi tocca al Venezuela. Domani, il messaggio è chiaro, potrebbe toccare a chiunque non si allinei.

Il petrolio come movente: dietro la retorica della droga, la geografia delle risorse

Per capire perché il Venezuela è diventato il bersaglio privilegiato, basta guardare la mappa dell’energia. Il paese possiede le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, stimate in oltre 300 miliardi di barili, soprattutto nella Faja dell’Orinoco.

Un tesoro di questa portata, in un mondo ancora dipendente dagli idrocarburi e attraversato da crisi energetiche ricorrenti, è un magnete irresistibile per le grandi potenze. Che quelle risorse siano controllate da un governo socialista, che ha scelto di destinarne una parte consistente a sanità pubblica, istruzione gratuita, programmi sociali e democrazia partecipativa, è un oltraggio intollerabile per il capitale globale.

Non è un caso se, nelle prime reazioni venezuelane all’attacco, il riferimento centrale è proprio al petrolio: le autorità parlano di aggressione motivata dalla volontà statunitense di “controllare le enormi risorse petrolifere del paese”.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è, in questo quadro, una copertura. I dati sulla produzione di coca e sulle rotte del narcotraffico indicano come principali hub altri paesi dell’area andina e centroamericana, non il Venezuela. Eppure l’etichetta di narco-Stato viene appiccicata a Caracas perché funziona benissimo sul piano mediatico: permette di trasformare un’operazione di conquista energetica in un’azione “per la sicurezza degli americani”.

Uccisioni mirate e vite cancellate: chi paga il prezzo del raid

Le prime notizie parlano di obiettivi militari colpiti e di una possibile uccisione del ministro della Difesa. Ma attacchi di questo tipo, nella storia recente, hanno sempre avuto una ricaduta diretta sulle popolazioni civili: infrastrutture danneggiate, blackout, ospedali in difficoltà, quartieri vicini alle aree strategiche trasformati in zone di paura.

A tutto questo si somma l’effetto cumulativo degli anni di sanzioni, che hanno già falcidiato l’accesso a medicine, apparecchiature mediche, alimenti di base. Un rapporto del Center for Economic and Policy Research, firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs, stimava già per il biennio 2017-2018 circa 40.000 morti attribuibili all’impatto delle misure economiche sulla salute e sull’alimentazione della popolazione.

Le bombe arrivano su un tessuto sociale già stremato. Il risultato non è la “liberazione” di un popolo, ma la sua ulteriore precarizzazione. Ogni esplosione su un deposito, su una pista, su un nodo energetico si traduce, qualche settimana dopo, in un letto in meno in ospedale, in una fila più lunga per il cibo, in un farmaco che manca.

Il cortile di casa 4.0: ritorno alla dottrina Monroe

L’attacco a Caracas ha anche un significato geopolitico chiarissimo: riaffermare l’America Latina come “cortile di casa” degli Stati Uniti, in un contesto in cui Russia e Cina hanno costruito negli anni relazioni economiche e militari importanti con il Venezuela, dal credito alle forniture di armamenti.

Il messaggio di Washington è brutale: nessuna potenza rivale può stabilire un avamposto strategico nell’emisfero occidentale, soprattutto se questo coincide con le maggiori riserve petrolifere del pianeta. Per riconquistare quel controllo, ogni mezzo è legittimo: sanzioni, blocchi, operazioni coperte della CIA, e ora bombardamenti mirati e sequestro del presidente.

È il ritorno, in versione aggiornata, della dottrina Monroe e delle “aree di influenza” regolate a colpi di golpe, blitz militari, assassinii politici. Non a caso, da Mosca è arrivata una condanna immediata dell’attacco, mentre l’Europa, salvo poche voci isolate, resta impantanata in dichiarazioni prudenti e ambigue.

Doppi standard e ipocrisia occidentale

Se un altro paese – qualunque altro paese del Sud del mondo – avesse bombardato di notte la capitale di uno Stato vicino, arrestato il suo presidente e portato via la sua famiglia, oggi parleremmo di “atto di aggressione”, “violazione grave del diritto internazionale”, “minaccia alla pace”. Si chiederebbero sanzioni, isolamento diplomatico, esclusione da eventi sportivi, boicottaggi economici.

Quando a farlo sono gli Stati Uniti, la grammatica cambia. Molti governi europei scelgono il registro della “preoccupazione”, qualcun altro si limita a invocare la “moderazione da tutte le parti”, come se esistessero simmetrie tra chi sgancia bombe e chi le subisce. È lo stesso doppio standard che abbiamo visto all’opera in Ucraina, in Palestina, in decine di altri teatri: le regole valgono solo finché non intralciano gli interessi dell’alleato più potente.

Ma un ordine internazionale che accetta senza reagire un bombardamento su Caracas e il sequestro del suo presidente, solo perché il responsabile siede alla Casa Bianca, è un ordine già in frantumi. Ciò che oggi viene normalizzato contro il Venezuela diventa, automaticamente, precedenza giuridica e politica utilizzabile domani contro chiunque.

Oltre le opinioni su Maduro: una scelta di campo

Che in Venezuela esistano contraddizioni, zone d’ombra, vicende controverse – a partire dalla detenzione di cittadini stranieri, compreso un italiano – è un fatto che nessuno nega.

Ma confondere questo piano con il giudizio sull’aggressione in corso significa accettare la logica del ricatto: “siccome quel governo non mi piace, allora è meno grave se viene bombardato”. È la variante geopolitica del classico “se l’è cercata”, che conosciamo fin troppo bene in altri contesti.

In questo momento storico, la domanda è di una semplicità brutale: stai dalla parte di chi bombarda o di chi viene bombardato? Dalla parte di chi rapisce un presidente, o di chi vede la propria sovranità calpestata? Dalla parte di un impero che rivendica come “proprietà” il petrolio e la terra di un altro popolo, o dalla parte di quel popolo, con tutte le sue contraddizioni, i suoi errori, le sue battaglie?

Schierarsi con il Venezuela non significa trasformare Maduro in un santo, né ignorare i problemi interni del paese. Significa, più semplicemente, rifiutare l’idea che esistano Stati e popoli “bombardabili” per definizione, perché troppo socialisti, troppo redistributivi, troppo disobbedienti.

Difendere il Venezuela per difendere tutti

L’offensiva su Caracas, l’arresto e l’espatrio forzato di Maduro, la combinazione tra blocco navale, sanzioni e bombardamenti non sono solo un’aggressione contro un paese specifico. Sono un messaggio al mondo intero.

Dicono, in sostanza:

chi prova a usare le proprie risorse per sanità, istruzione, giustizia sociale;

chi prova a sottrarsi alle ricette del Fondo Monetario e ai diktat dei mercati finanziari;

chi costruisce relazioni con potenze considerate “nemiche”;

può essere trasformato in narco-Stato, terrorista, minaccia alla sicurezza. E, a quel punto, può essere accerchiato, strangolato, bombardato.

Difendere oggi il Venezuela – con la parola, con l’informazione, con la mobilitazione, con la pressione politica perché i governi europei rompano il silenzio complice – significa difendere un principio che riguarda tutte e tutti: che le risorse di un popolo appartengono a quel popolo, che nessuna potenza può arrogarsi il diritto di rapire presidenti e ridisegnare i confini politici altrui a colpi di missili.

Se questo precedente passerà senza una risposta forte, l’impero del male avrà ottenuto molto più di un bottino di petrolio. Avrà normalizzato l’idea che uno Stato socialista, che ridistribuisce, che sperimenta forme di democrazia partecipativa e difende sanità e istruzione pubblica, può essere trattato come una “banda criminale” da sgominare.

Sta a noi decidere se ingoiare anche questa menzogna o se, almeno, cominciare a chiamare le cose con il loro nome: non difesa della libertà, ma ricatto armato; non guerra alla droga, ma guerra a un popolo che non si inginocchia; non ordine internazionale, ma dominio mafioso travestito da legalità.

Fonti essenziali di riferimento

– Live blog e ricostruzioni in tempo reale dei bombardamenti su Caracas e delle prime reazioni venezuelane, statunitensi e internazionali, Il Fatto Quotidiano e altre testate italiane. 

– Voce “2026 Venezuelan explosions” su Wikipedia, per la cronologia iniziale degli eventi e il quadro delle reazioni estere.

– Analisi e notizie sulle sanzioni economiche contro il Venezuela e sul loro impatto sociale, tra cui il rapporto del CEPR firmato da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs e la sua sintesi su Venezuelanalysis. 

– Dati sulle riserve petrolifere venezuelane e la loro posizione nel quadro energetico mondiale, Energy Information Administration (EIA) e OPEC. 

– Articoli di approfondimento su dottrina Monroe, ingerenze statunitensi in America Latina e ruolo di Russia e Cina in Venezuela, tra cui ricostruzioni storiche e analisi di think tank internazionali. 

Israele, profilo di un paese suprematista. Parte II: la Cisgiordania come laboratorio dell’annessione

C’è un dettaglio che, da solo, smonta la favola ripetuta per decenni: quando una tregua viene firmata, il linguaggio della politica promette una pausa; ma sul terreno continuano i colpi, gli arresti, gli sgomberi, le demolizioni. La tregua diventa un titolo, non un fatto.

Dal cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la violenza non è evaporata: a Gaza, secondo ricostruzioni basate su dati di autorità locali e organismi internazionali, le uccisioni sono proseguite giorno dopo giorno. E, mentre l’attenzione mediatica occidentale spostava l’obiettivo altrove, la Cisgiordania diventava il teatro di un’accelerazione “silenziosa” ma chiarissima: trasformare l’occupazione in annessione di fatto.

Questa non è un’interpretazione “militante”. È una dinamica leggibile nei numeri, nei provvedimenti, nelle parole dei ministri, nell’inerzia delle cancellerie europee e statunitensi.

L’annessione a bassa intensità: coloni armati, impunità, record di attacchi

La Cisgiordania non è esplosa “nonostante” la tregua di Gaza: è esplosa anche per effetto della tregua. Il paradosso è che la sospensione parziale delle operazioni a Gaza ha coinciso con un salto di qualità sul fronte coloniale e repressivo in Cisgiordania, dove la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti hanno trovato un corridoio politico più largo, e un costo internazionale praticamente nullo.

Le Nazioni Unite, attraverso OCHA, hanno registrato nell’ottobre 2025 il più alto numero mensile di attacchi di coloni da quando il monitoraggio è iniziato nel 2006: oltre 260 episodi, con vittime e/o danni, una media di circa otto al giorno. Non è un “picco” casuale: è un clima. Un ecosistema.

E dentro questo ecosistema c’è la regola non scritta che rende tutto possibile: l’impunità. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, solo una piccola quota dei casi di violenze di civili israeliani contro palestinesi arriva a conseguenze penali: il tasso indicato per gli anni 2005–2023 è estremamente basso.

Quando la punizione è improbabile, la violenza diventa abitudine. Quando l’abitudine si arma, diventa milizia.

“Licenze” e milizie: l’armamento come infrastruttura politica

Dopo il 7 ottobre 2023, la corsa alle armi nelle colonie ha avuto un’accelerazione ulteriore, sostenuta politicamente. Il ministro Itamar Ben-Gvir ha rivendicato l’aumento delle licenze di porto d’armi, presentandolo come misura di “sicurezza”. In pratica, in molte aree coloniche, la linea tra civili armati e gruppi paramilitari si assottiglia fino quasi a sparire.

Il risultato non è solo un aumento di aggressioni: è l’alterazione del controllo territoriale. Un colono armato, protetto da un sistema che raramente punisce, non è un “cittadino”: diventa un dispositivo di pressione permanente, capace di spingere famiglie, pastori e comunità a lasciare terre e villaggi senza bisogno di un atto formale di espulsione. È lo sgombero per logoramento.

L’esercito e l’operazione “Iron Wall”: lo sfollamento come politica

Accanto alla violenza dei coloni, c’è la componente militare, che negli ultimi mesi ha consolidato una strategia: svuotare, demolire, impedire il ritorno.

L’operazione “Iron Wall”, avviata nel gennaio 2025, ha colpito in modo particolare campi profughi e centri urbani del nord della Cisgiordania, come Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Diverse fonti umanitarie e per i diritti umani parlano di decine di migliaia di sfollati e di una distruzione su vasta scala di abitazioni e infrastrutture civili, con campi rimasti in parte “svuotati” e famiglie impossibilitate a rientrare.

Se una popolazione viene spostata e poi tenuta fuori, il messaggio non è “antiterrorismo”: è rimodellamento demografico e territoriale. E ogni rimodellamento, in un contesto coloniale, è sempre una forma di annessione.

L’annessione burocratica: insediamenti, catasti, “legalizzazioni”

C’è poi il livello più subdolo, quello che si presenta con carta intestata e linguaggio amministrativo.

Nel dicembre 2025, il governo israeliano ha concesso status legale a 19 insediamenti/outpost in Cisgiordania, scelta letta da molti osservatori come un passo ulteriore verso la normalizzazione dell’illegalità coloniale. La reazione di diversi Paesi occidentali è stata, ancora una volta, principalmente verbale: dichiarazioni, appelli, formule di rito.

Sul piano interno israeliano, la risposta politica è stata sfrontata: rivendicare un “diritto” ebraico alla terra, cancellando la realtà giuridica dell’occupazione e la presenza palestinese come se fosse un dettaglio fastidioso.

Parallelamente, strumenti come i processi di registrazione fondiaria e le politiche “catastali” in Area C vengono descritti da analisti e osservatori come leve capaci di produrre espropri e consolidare la presenza colonica: l’annessione non sempre avanza con i carri armati, spesso avanza con i timbri.

Lo strangolamento economico: checkpoint, tasse trattenute, banche sotto ricatto

Il controllo territoriale non è solo militare o colonico: è anche economico.

La Cisgiordania è attraversata da una rete fittissima di ostacoli al movimento, con centinaia di checkpoint e barriere che paralizzano lavoro, scuola, cure, vita quotidiana. I dati ONU sul movimento e l’accesso descrivono un sistema di frammentazione che non è emergenza: è struttura.

Poi c’è la leva finanziaria più potente: le entrate fiscali palestinesi raccolte da Israele e trasferite (o non trasferite) all’Autorità Nazionale Palestinese. Secondo un lancio Reuters del settembre 2025, le somme trattenute si avvicinavano a circa 3 miliardi di dollari, con effetti potenzialmente destabilizzanti su salari pubblici e tenuta istituzionale.

Infine, il ricatto bancario: la cooperazione tra banche israeliane e palestinesi, necessaria per la circolazione dello shekel e per i pagamenti, è stata più volte messa in discussione dal ministro delle Finanze Smotrich, fino all’annuncio della cancellazione di un waiver cruciale, misura che espone l’economia palestinese al rischio di blocco.

Un territorio occupato può essere piegato senza sparare un colpo, se viene reso economicamente invivibile. È una forma di guerra amministrativa: meno telegenica, più efficace.

Arresti di massa e detenzione: la prigione come paesaggio

In questo quadro, l’apparato detentivo è un’altra colonna portante. Organizzazioni palestinesi per i prigionieri hanno stimato, al settembre 2025, oltre 19.000 detenzioni in Cisgiordania (Gerusalemme Est inclusa) dall’inizio della guerra su Gaza, con numeri elevati anche tra i minori.

Al di là dei conteggi, la questione centrale è politica: l’arresto diventa routine di controllo sociale. E quando si combina con operazioni militari, colonizzazione e strangolamento economico, produce una pressione totale: sulla terra, sul corpo, sul tempo.

Il silenzio occidentale e la sparizione dall’agenda

Qui si arriva al punto più rivelatore: l’Occidente “condanna” ma non interviene. Le dichiarazioni si moltiplicano, le misure concrete evaporano. Le parole restano in superficie, mentre sul terreno cambia la sostanza.

La narrativa dell’“unica democrazia del Medio Oriente” funziona come una coperta: copre l’asimmetria radicale tra occupante e occupato, copre l’annessione che avanza, copre l’impunità, copre l’idea stessa che si possa demolire un campo profughi e chiamarlo “necessità operativa”.

Quando l’agenda setting occidentale si distrae, non è neutralità: è complicità per omissione. E la Cisgiordania, oggi, è la prova più chiara che la tregua non ha mai significato pace, ma solo redistribuzione della violenza su altri spazi, con altre tecniche, e con lo stesso obiettivo: rendere impossibile uno Stato palestinese, fino a farlo sembrare un’utopia infantile.

L a democrazia come marchio, l’annessione come realtà

Se la democrazia è ridotta a un marchio geopolitico, può convivere con l’apartheid, con l’annessione, con il suprematismo, con la punizione collettiva. Il punto non è più chiedersi se Israele assomigli a una democrazia. Il punto è chiedersi che cosa sia diventata la parola “democrazia” quando viene usata per proteggere l’indifendibile.

E la Cisgiordania, in questo inizio 2026, racconta una verità semplice e feroce: non serve dichiarare l’annessione, basta praticarla ogni giorno, finché il mondo si abitua.

Note finali e fonti essenziali
Questo articolo è pensato come continuazione tematica del precedente approfondimento sul profilo politico-istituzionale di Israele, spostando il fuoco sulla Cisgiordania come perno dell’annessione di fatto. https://mariosommella.wordpress.com/2025/12/27/lunica-democrazia-del-medio-oriente/

Fonti citate: aggiornamenti e report OCHA/ONU sugli attacchi dei coloni e sugli ostacoli al movimento ; dati Yesh Din sull’esito giudiziario delle violenze dei civili ; Reuters e Guardian su legalizzazione/approvazione di nuovi insediamenti e reazioni internazionali ; Reuters su fondi fiscali palestinesi trattenuti ; Reuters sul waiver bancario ; Reuters e AP su cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e prosecuzione della violenza ; Reuters, HRW e AP su “Iron Wall” e sfollamenti/demolizioni ; stime PPS su detenzioni e minori .h